XXXIII.
Qual fiero colpo producesse questa notizia sull’animo del conte e della contessa di Valneve, può agevolmente immaginarlo chi è genitore. Il presidente, alla presenza della moglie, degli altri due suoi figli, del nipote Giulio e di parecchie persone che erano a veglia nel salotto quando fu portato il giornale della sera, non diede altro segno di emozione che un pallor cadaverico sparsosi di subito sul suo volto già da tempo dimagrato e scolorito, e un leggertremito che gli fece batter le palpebre e muover le labbra. La contessa Adelaide non potè frenare un grido, un grido d’angoscia materna, e si levò con impeto in piedi, come per correre subito presso al ferito figliuolo. Tutti i presenti, che non sapevano nè potevano sospettar nulla della verità, capirono pure che una gran disgrazia era scesa su quella rispettabile ed amata famiglia e con vera sollecitudine d’affetto, insieme ai figli commossi e atterriti, si strinsero intorno ai due vecchi percossi dalla sventura, interrogando.
Il conte presidente si levò lentamente da sedere; le membra tutte gli tremavano alquanto ed egli si sostenne colla mano alla tavola che aveva vicina; ma il suo aspetto era fermo e pieno di coraggio.
— Sì, signori, — disse: — quell’ufficiale piemontese è mio figlio Ernesto.
Gli risposero le unanimi esclamazioni del più sincero cordoglio, di caloroso compatimento, di amorevole conforto.
— Nostro figlio! — singhiozzò la madre. — O dove si trova? O come poterlo vedere... assistere?... Solo!... In mano di chi?... Senza soccorsi forse?... Ah! ch’io parta, ch’io parta subito col nostro dottore... Conte, mandate subito ad avvertire il dottore.
Il presidente, con una calma, che faceva penaa vedersi, perchè si conosceva quanto gli dovesse costare, pose delicatamente la sua destra tremante sul braccio della moglie.
— Calmati e abbi coraggio, Adelaide, — le disse con voce piena d’affetto. — Andrò subito al Ministero e mi farò informare di tutto.
Un giovanetto dell’età medesima di Enrico, o poco più, si fece innanzi nel cerchio di luce che mandava la grossa lampada in mezzo al salone, e tutto rosso, come se la sua fosse una grande audacia, disse:
— Zio, se crede che io possa adempire questo incarico, in un momento vado e spero esser tornato colle novelle, assai prima che la carrozza possa essere allestita.
Era Giulio, l’orfano figliuolo del fratello del conte: un giovane biondo, timido, modesto, che pareva il ritratto della debolezza.
La faccia grave e ora addoloratissima del conte, ebbe pure un melanconico sorriso, mentre la sua mano si posava carezzevole sulla spalla del giovinetto.
— Grazie, Giulio: — gli disse. — Tu hai pur ragione che è troppo lungo indugio l’aspettare che la nostra carrozza sia pronta. Prenderò una vettura di piazza... Enrico, suona il campanello: — soggiunse rivolgendosi al figliuolo secondogenito che s’affrettò ad ubbidire.
Allora tutti i presenti s’offrirono a gara diandar essi per informazioni, volendo risparmiare al vecchio e malaticcio conte la fatica e l’impressione terribile della conferma di uno sventurato evento, se questa si fosse dovuta incontrare; ma il presidente, colla sua cortese fermezza che tutti conoscevano pure irremovibile, rispose:
— Son grato di cuore a ciascheduno: ma bisogna proprio che sia io e non altri che io a farlo. Un padre solamente può avere l’autorità e il diritto d’imporre un disturbo per tale occasione anche ad un ministro.
Il vecchio servo Tommaso comparve sulla soglia per ricevere gli ordini e il padrone lo mandò a prendere sollecitamente una pubblica vettura.
Si ripetè a questo punto la gara di poc’anzi fra i presenti per offrirsi ad accompagnare l’infelice genitore: ma questi, mettendo di nuovo la mano sulla spalla del nipote Giulio, che si trovava ancora al suo fianco, troncò ogni discorso con queste parole:
— Uno solo mi accompagnerà; e sarà qui il nostro Giulio.
Il giovanetto arrossì di nuovo per superba emozione: e lo sguardo de’ suoi occhi azzurri leggermente inumiditi cercò lungamente le pupille, che rimanevano volte al suolo, della cuginetta, la leggiadrissima Albina, il cui ritrattoabbiamo visto aver fatto sì subita, vivace, e profonda impressione sul conte di Camporolle.
Ma invano il povero conte corse dall’uno all’altro dei due ministri che dovevano essere i meglio informati di quel disgustoso avvenimento: quello dell’interno e quello della guerra. Il primo dichiarò addirittura che non sapeva nulla, ma promise che avrebbe scritto subito, che avrebbe provvisto, che avrebbe fatto e che di quella stessa notte sarebbe venuto in chiaro di tutto; il secondo rispose che un qualche cenno del caso glie n’era venuto dal colonnello comandante il reggimento di guarnigione a Stradella, ma senza alcun preciso particolare, che avrebbe immediatamente provvisto per ricevere rapide ed esatte informazioni e applicare le pene disciplinari occorrenti agli ufficiali che avessero preso parte a quel fatto; tutti i quali risultamenti de’ suoi passi non erano tali da consolare nè rassicurare dimolto il povero padre angosciato.
Il vecchio conte rientrò con Giulio nel palazzo, più abbattuto e sfiduciato, veramente affranto, e ormai consumata tutta quella forza che aveva raccolto intorno al suo animo. Nel salone lo avevano aspettato tutti quelli che si eran trovati presenti al primo colpo dell’infausta novella, ed altri vi si erano aggiunti parenti ed amici accorsivi appena udita la voceche del fatto s’era diffusa rapidamente per Torino. Tutti insieme colla famiglia attorniarono l’infelice padre, dalla cui fisonomia compresero non aver raccolto nessuna confortante notizia; ma quando Giulio ebbe in brevi parole esposto l’esito delle ricerche, poichè il conte non pareva aver manco più la forza di parlare, e tutti rimanevano muti ed accasciati in presenza di quei due genitori, ecco nelle sale vicine suonare una voce allegra, vivace, affrettata, poi un passo giovanile, sollecito, quindi aprirsi l’uscio dal vecchio Tommaso, che balbettava e tremava, e precipitarsi verso il conte e la contessa, tutto polveroso, un po’ pallido, Ernesto di Valneve.