XXXIV.
La voce e il passo che s’avvicinavano e ch’essi ben riconobbero, la vista del figliuolo, diedero ai due genitori un subito nuovo vigore. Sorsero in piedi, e obliato ogni ordinario sussiego, ogni solita austerità di maniere, si slanciarono ambedue verso il giovanotto che li salutava sorridente e cui strinsero appassionatamente fra le braccia.
— Ernesto!... Ernesto!... — esclamarono due voci tremanti: e quel nome ripeterono contenerezza e gioia il fratello, la sorella e il cugino del giovane.
Tutti i presenti s’affrettarono pure a dare un commosso e lieto saluto di buon arrivo al vivace ufficiale.
Il quale, staccatosi dal seno dei genitori, aiutato ad adagiarsi sul seggiolone il conte padre, dato in giro uno sguardo, un saluto e qualche stretta di mano (ma colla sinistra) ai presenti, prese a dire col suo solito brio:
— Vedo che ho pur fatto assai bene a venire il più presto che mi fu possibile. Le notizie che possono far dispiacere corrono di galoppo, e m’accorgo che qualche cenno della mia sciocca avventura è corsa più di me per venire ad inquietare ed amareggiare i miei diletti parenti e i miei buoni amici.
Gli si disse della notizia del giornale.
— Che chiaccheroni que’ fogli stampati! — esclamò egli. — E, come tutti i chiaccheroni, che esageratori!... Il mio avversario, che deve esser morto, ha uno sberleffe sulla faccia che gli taglia una guancia in due... Sì, non avrà mai più, per tutta la vita, il piacere d’esser bello; se pure codesto piacere e’ l’ebbe mai... cosa di cui mi permetto di dubitare... ma fra una ventina di giorni potrà di nuovo comandare il suo squadrone in piazza d’armi... Quanto a me, la mia grave ferita è una scalfitura a questa mano.
Mostrò la destra che teneva fasciata e avvolta in un fazzoletto di seta nera.
— Ad ogni modo tu sei ferito! — esclamò la madre.
— Una ferita! — aggiunse il padre. — Bisognerà farla esaminare...
La contessa Adelaide si volse a Tommaso, il quale, per la straordinarietà del caso, aveva avuto l’audacia di fermarsi sulla soglia del salone e stava a sentire e ad accarezzare di lontano collo sguardo imbambolato il giovane padrone.
— Il medico, — diss’ella, — è stato chiamato, non è vero?
— Sì eccellenza: — rispose il vecchio servo. — Gli si è mandato a dire si tenesse pronto per la partenza a qualunque momento...
— Ebbene, correte, — interruppe la madre d’Ernesto, — e fategli sapere che invece di partire da Torino, non deve che recarsi subito subito qui.
Tommaso s’inchinò e sparì fuor dell’uscio.
Allora le interrogazioni fioccarono intorno al giovane conte, per sapere le cause, i modi e le vicende di quel duello, e il protagonista dell’avventura, senza farsi punto pregare, subito cominciò la narrazione che si desiderava.
— Con quel signor austriaco, — disse, — avevamo avviata fin da Milano una guerricciuoladi piccoli sgarbi, di piccole trafitture, della quale, se uno dei due non si decideva a cederla pel primo, non poteva essere altra la conseguenza che uno scontro. Chi sia stato il primo a cominciare, non so manco bene... forse sarò anche stato io. Voi sapete che sono così cedevole alle mie impressioni che l’antipatia destatami alla bella prima da quel San Cristoforo d’ulano... (perchè bisogna che sappiate ch’egli è grande e grosso come una delle torri del palazzo Madama)... facilmente può essersi manifestata con qualche frizzo... Ma ad ogni modo, una volta iniziata la gara, non volevo certo essere io il primo a lasciarla...
Il conte presidente crollò leggermente il capo con un moto che era dubbio se fosse di biasimo o di approvazione; il figliuolo si affrettò a soggiungere:
— Tanto più che il mio avversario si era espresso con troppo poco rispetto sul conto dei piemontesi e del nostro esercito.
Questa volta il significato del movimento del conte padre non fu più dubbio menomamente: era un atto e un’esclamazione di sdegno per la petulanza di quello straniero, e di approvazione al figliuolo che aveva voluto sostenere l’onore del paese e dell’esercito a cui apparteneva.
— Per farla breve, — continuava il giovane,— l’austriaco essendo partito per Parma, dopo aver detto quelle belle cose di noi, io gli tenni dietro, e al primo istante in cui potei averlo faccia a faccia lo sfidai. Naturalmente egli accettò. Io voleva per arma la punta; ma egli, pretendendo d’aver diritto alla scelta, mi impose la sciabola, e io, per non andare di più per le lunghe, accondiscesi. Trovai due bravi giovinotti per testimoni: un conte di Camporolle, delle Romagne, mi pare, il quale, se viene a Torino, come mi ha manifestato il desiderio di fare, vi raccomando fin d’ora d’accogliere quale un caro amico di vostro figlio, e un sellaio, un certo Pietro Carra, un bravo popolano che mi andò molto a’ versi. Combinammo di andarci a battere sulla frontiera a Castel San Giovanni: ci trovammo puntualmente al convegno; e quando già eravamo sul terreno per incrociar le sciabole, ecco arrivarci addosso due gendarmi parmensi e intimarci di smettere con minaccia anche di arrestarci...
Esclamazioni di meraviglia e d’interessamento interruppero il narratore; più attento, più commosso, più ansioso di tutti, naturalmente, il conte padre.
— Confesso che a tutta prima mi venne un brutto pensiero a carico del mio avversario, — continuò Ernesto. — Nessuno fuori di lui, di me e dei testimoni doveva sapere che loscontro avrebbe avuto luogo e in quel giorno e in quel luogo, e quindi la Polizia non avrebbe dovuto essere informata che da uno di noi. De’ miei testimonii ero sicuro, dunque...
A questo punto una leggera nube passò sulla fronte del presidente; dicerto gli era nato a tal proposito qualche sospetto; parve anzi voler parlare, ma se ne astenne. Il figliuolo proseguiva:
— Fu un pensiero calunnioso, ne sono persuaso, e mi pento d’averlo avuto. Rimpiango anche di aver avuto il torto di lasciarlo scorgere; ma la fiamma di rossore che colorò a quel punto la faccia badiale di quel gigante tedesco, e il modo con cui si condusse nel combattimento, mi chiarirono del mio errore. Impeditoci il duello sul territorio parmense, io proposi di fare una passeggiatina di qualche centinaio di metri e venire sul territorio piemontese, dove non avremmo più avuto inciampi di sorta. Proposta subito accettata. Ne venimmo tranquillamente al di qua della frontiera; ma il curioso fu che tutti gli abitanti del paese, saputo che potevano avere senza costo di spesa il bello spettacolo di due gentiluomini che tiravano a sgozzarsi, prendendo tanto maggiore interessamento perchè dei duellanti uno era austriaco, e quindi detestato, l’altro piemontese, e per ciò accompagnato dalle loro simpatie edagli augurii e voti di vittoria, ci seguirono può dirsi in massa a farci intorno un pubblico di spettatori quali potevano avere i paladini del medio evo in un singolare certame nell’arena del torneo.
— Fu una specie di sfida di Barletta: — disse uno degli ascoltatori.
— In piccolo, — s’affrettò a soggiungere ridendo il giovane ufficiale: — oh molto in piccolo... Ad ogni modo fu una lotta fra un austriaco e un piemontese, in cui la vittoria non fu dell’austriaco.
Tutti gli uditori si strinsero con ancora maggiore sollecitudine intorno al narratore.
— Non avevamo fatto quattro colpi che io ero affatto chiarito del modo di tirare e del giuoco del mio avversario. Aveva due gran difetti di cui io poteva prendere vantaggio: era largo nei movimenti e tardo alla parata. Con un attento colpo d’occhio, cogliendo il tempo, io poteva farmigli sotto, colpirlo e senza pur pensare a parare, ritrarmi in tempo fuor di misura. Decisi di aspettare che egli mi porgesse il destro di ciò e di stare intanto sulla difensiva. Quel colosso di ulano rovinava giù colpi da far tremare la terra. Poveretto me se uno di quei fendenti mi coglieva! E nè anche il parare mi avrebbe bastato; mi salvavo con giri, con passi a destra e sinistra, l’occhio attento,il piè leggero, la guardia alta. Una volta sola, sotto quel rovinìo di colpi che giravano come l’ala d’un mulino a vento, volli star sotto e parare, e me ne incolse male. La sciabola di quel San Carlone fece piegare la mia parata, scivolò sulla mia lama e venne a radermi la mano dalla parte esteriore, stata scoperta dalla guardia pel cedere della sciabola. Questa mi scappò dalla presa e rimasi disarmato in presenza di quel Golia che aveva già rialzata la sua arma per calare un altro fendente.
Tutti gli astanti mandarono una voce di ansietà.
— Io non mi mossi, e guardavo quella lama sollevata su di me, che aveva nel filo alcune goccie del mio sangue, trattomi dalla destra, e che stava per ispaccarmi il cranio; ma i miei testimoni mandarono il grido di «ferma!» e fecero un passo innanzi, mentre da tutti gli spettatori che stavano in cerchio usciva una voce, un grido di emozione. Il mio avversario si contenne: abbassò la sciabola, si ritrasse d’un passo, drizzò la sua alta persona e guardandomi dall’insù all’ingiù, mi disse: «È soddisfatto? Il duello ha da dirsi finito?» — «Punto, punto!» rispos’io: «Sono meno soddisfatto di prima, e il duello non incomincia a farsi serio che adesso.» I testimoni accertarono che la ferita della mano destra mirendeva impossibile il tenere e adoperare la sciabola con quella mano, e volevano che il seguito dello scontro fosse rimandato. — «No, signori,» diss’io, «s’ha da finire quest’oggi, e per ciò io mi batterò colla sinistra.» I secondi dell’austriaco dapprima non volevano consentire, ma noi insistemmo tanto che finirono per cedere. Come ringraziai meco stesso in quel punto il mio buon Speirani, il maestro dell’Accademia, che aveva voluto mi esercitassi alla scherma tanto colla destra quanto colla sinistra! Mi fasciarono la mano ferita, impugnai la sciabola coll’altra e ricominciammo l’assalto.
Dopo un brevissimo intervallo come a riprender fiato, Ernesto di Valneve seguitò:
— Nel trovarsi così a un tratto un mancino davanti, l’austriaco rimase un po’ sconcertato: il suo giuoco doveva farsi tutto alla rovescia e ciò l’imbrogliava, e di questo imbarazzo si turbava. Vidi che era venuto il mio turno: approfittai della sua esitazione nel tirare per fargli due o tre finte, e mentre egli veniva ad una di quelle sue larghe e tarde parate, colsi il tempo, me gli feci sotto e zaff! una gran tagliata sulla faccia dall’occhio al mento, tornando fuor di misura, in parata, prima che la sua sciabola avesse avuto il tempo di ritornare alla guardia. Ma il fatto fu chenon ci tornò altrimenti: l’austriaco gettò un gran grido, lasciò andare l’arma di mano, si recò le due palme alla faccia di subito inondata di sangue. Dall’osso del sopracciglio, colpito anch’esso, un filo di sangue gli veniva giù nell’occhio e lo accecava; egli fece due o tre passi indietro, senza pur voltarsi, come per fuggire; barcollando, inciampò non so come e cadde lungo e disteso per terra, mentre con crudele esplosione di gioia tutti gli spettatori si mettevano ad applaudire e gridavano: «Viva il Piemonte! Viva l’Italia!»
— E viva davvero! — disse uno dei presenti. — Tu Ernesto hai fatto onore al nostro paese.
Tutti si associarono a queste parole, e il timido Giulio, quasi di soppiatto, prese la destra del cugino, in cui egli vedeva poco meno che un eroe, e la strinse con forza.
Il conte presidente non disse una parola, non fece un gesto, ma il suo sguardo si posò sul capo del figlio con una tenerezza in cui ci era pure una certa compiacenza.
La madre trasse a sè il giovane e lo abbracciò e baciò di nuovo strettamente, appassionatamente, senza parlare.
Ernesto finì il suo racconto.
— Andammo a sollevare quel masso umano che giaceva in sua lenta mole. Venne condottoal paese, dove un medico lo visitò subito e disse non pericolosa la ferita. Credo che domani stesso o doman l’altro al più tardi potrà tornarsene a Milano. Gli feci domandare se avrebbe ricevuto volentieri il mio saluto d’addio; mi mandò per risposta un bel no; ed io che, pensando come la novella dello scontro potesse spargersi e giungere fin qui a dar ansia e martello ai miei buoni genitori, avevo una gran fretta di partirmene, riposato quella notte, fattami rinnovare la fasciatura alla mano, dato l’addio ai miei testimoni che ripartirono per Parma, presi la posta, ed eccomi qua.
Udita la narrazione di questo interessante episodio, che a quel tempo fece una grande impressione per tutta Italia e fu accolto come un augurio di più importanti trionfi piemontesi; i visitatori della famiglia di Valneve capirono essere conveniente di lasciare a più liberi sfoghi quei genitori, quel fratello e sorella insieme col salvato loro congiunto e senza più indugio se ne partirono.