XXXV.

XXXV.

Dopo rinnovati gli affettuosi abbracciamenti, il padre, assumendo più grave contegno, disse al giovane ufficiale:

— Tu hai fatto passare ai tuoi più stretti parenti alcune ore di terribili angoscie: ma te lo perdono, perchè hai valorosamente rivendicato l’onore del tuo nome, quello della tua uniforme e insieme anche quello del tuo paese. Innanzi a questo sacrosanto còmpito, un Valneve non indietreggia mai, qualunque sia la prova cui debba sottostare. Non istò quindi neppure a cercare se tu, con meno avventato contegno, avresti potuto evitare che codesto conflitto diventasse necessario; so che la prudenza non è una delle doti principali del tuo carattere, e in generale non s’addice col bollore naturale della gioventù; e ripeto che ti perdono tutto, benchè tu abbia apertamente disobbedito agli ammonimenti che ti avevo mandato.

— Ah padre! — interruppe Ernesto con vivacità, ma insieme con molto rispetto: — Le assicuro che quando a me giunsero le comunicazioni della sua volontà era troppo tardi perchè io mi vi potessi acconciare, e che nonaltrimenti avrei potuto obbedire che commettendo una viltà.

Il presidente fece un gesto di viva ripugnanza.

— Ed ero troppo certo delle intenzioni del conte presidente mio padre, — continuò il giovane, — per sapere che quest’ultima cosa davvero egli non m’avrebbe perdonata.

— Ma allora, — saltò su la contessa Adelaide, — come fu che quel Matteo credette di poterci scrivere che ci rassicurassimo affatto, poichè quel duello non avrebbe avuto luogo dicerto.

— Egli scrisse così? — domandò meravigliato il figliuolo, a cui balenò un subito e spiacevole sospetto.

— E tal sua lettera fu cagione che ci producesse un colpo ancora più doloroso la notizia dello scontro e dei funesti suoi effetti, cogliendoci alla sprovveduta e facendoci passare dalla sicurezza alla disperazione.

— Che cosa dunque fece credere a Matteo che il duello non avrebbe avuto luogo? Perchè non credo che egli ci abbia voluto ingannare con una affermazione che avesse saputo egli stesso essere una sciocca menzogna. E non credo neppure che sii stato tu ad ingannare lui, dicendo il falso...

— No, padre!... Ma temo pur troppo d’indovinare la ragione su cui quel... quel tale sifondava. I gendarmi mandati per impedire il nostro duello...

Il conte presidente fece un sobbalzo sul suo seggiolone.

— Ah! credi anche tu?... È venuto a me pure un simile sospetto...

— Giurad!... — cominciò il giovane, ma s’interruppe subito, e volgendosi verso la contessa, disse sollecito: — perdono, madre mia, ma è una cosa che mi fa dar nei lumi il pensare che uno, il quale si potè credere agisse per ordine o mio o del conte capo della famiglia Valneve, abbia commesso una simile azione.

— Sì, sì: — aggiunse il padre con accento anche lui di sdegnata contrarietà: — è spiacevole, è doloroso; ma siamo pur conosciuti...

L’impeto del dispetto che assalse Ernesto era tanto che gli fece perfino interrompere suo padre.

— Ma colà non siamo conosciuti come qui... E per.... lo stemma nostro, non vorrei che, udendo codesto, avessero potuto sogghignare neppure un momento le labbra di quel signor duca... Ah fu una infelice idea quella di mandare presso di me quel tristo uomo di Matteo Arpione!...

Il conte presidente, a queste parole che contenevano una così precisa e risoluta riprovazione del figlio a un suo fatto, ebbe una mossadi risentito stupore; e il giovane s’affrettò a soggiungere riprendendo il tono del massimo rispetto:

— Oh perdono, padre mio. Non voglio neppure accennare che in Lei sia il menomo torto. So che quel... tale venne ad offrirsi egli stesso; e se Lei non l’ha respinto, la colpa è mia, tutta mia, perchè ho trascurato di dirle tutto ciò che riguarda quell’uomo, di farglielo conoscere qual’è realmente, perchè ho taciuto la maggior parte della verità, e ho fatto di tutto, sinora, affinchè non arrivasse sino a Lei.

— Come? — esclamò il padre sporgendosi innanzi della persona con mossa di vivo interessamento. — Che vuoi dire? Qual’è dunque codesta verità? Parla, e non tacer più nulla ora, te lo comando.

Ernesto rimase un momentino perplesso, mortificato, peritoso; si pentì d’essersi lasciato sfuggire quelle parole, e dicerto avrebbe dato qualunque cosa per poterle disdire e fare che non fossero state pronunziate; ma al comando paterno egli non era avvezzo a disubbidire e credeva una degradazione la menzogna.

— Padre, — cominciò egli esitando, — se tacqui, se dissimulai, fu per cagione di bene; credetti poterle e doverle risparmiare un maggior disinganno, un maggior dolore...

Il padre lo interruppe con accento severo.

— Avete avuto torto... La mancanza di sincerità, l’offesa al vero sono sempre una colpa e producono immancabilmente peggiori effetti... Forse le tristi cose che ora sto per apprendere mi avrebbero fatto men danno, se voi me le aveste dette a tempo, che ora, dopo le crudeli scosse dell’animo che ho sofferto.

— Ebbene, padre mio, — disse con calda instanza il giovane, — proroghiamo ad altro momento più opportuno questo discorso... Lei sarà più forte e io stesso più preparato.

— No! — gridò il conte presidente. — È in questo stesso momento che voi dovete dir tutto: è ora che ve lo comando, ora che mi dovete obbedire.

Ernesto chinò il capo e s’accinse a parlare.

Erano presenti suo padre, sua madre, il fratello, la sorella e il cugino; ed era una dolorosa confessione quella ch’egli aveva da fare; avrebbe dicerto preferito parlare innanzi ai genitori soltanto, ma non pensò neppure di chiedere l’allontanamento dei giovani; egli si sapeva in colpa e credeva che la confessione a cui s’accingeva sarebbe stata una tanto maggiore espiazione di questa sua colpa. I giovani, da parte loro, non osarono accennare nemmanco a partirsene, perchè il conte capo della famiglia non aveva manifestata in alcun modo l’intenzione che essi avessero da ritirarsi e allavolontà del capo, anche tacita, si obbediva da tutti ciecamente.

— Quando io tornai alla cara vita domestica, uscito dall’Accademia, — così egli cominciò, — conoscevo nulla del mondo, e degli uomini quel poco soltanto che avevo potuto imparare in mezzo ai compagni, giovani generosi quasi tutti, a’ quali è ignota la falsità, è in orrore la dissimulazione e la parola non è fatta stromento di inganno e di perfidia. Non avevo idea precisa neppure delle ricchezze, delle condizioni finanziarie della famiglia, dei limiti che la quistione economica deve assegnare a tutti nel soddisfare ai propri desiderii. Mi pareva che ad ogni mio capriccio dovesse soccorrere pronto il mezzo di levarmelo, e siccome di capricci pur troppo ne ho sempre avuti molti, nacque in me un grande sdegno, una specie d’umiliazione, quando mi trovai così presto arrestato nel mio cammino dalla mancanza di denaro. Ella, padre mio, mi dichiarò che nulla avrebbe accresciuto al mensile assegno che aveva stabilito per me, e che dovessi quindi rinserrare le mie spese nei limiti di esso e del mio stipendio da sottotenente.

«Mi perdoni, padre, se le parlo con tutta la schiettezza del mio carattere; mi parve quello poco meno che un torto che mi venisse fatto; ma pure mi sarei adattato a’ suoi voleri, noncercando nemmeno se vi fossero mezzi di procurarmi altrove quel più di denari che richiedevano le mie pazzie, se un serpe tentatore non fosse venuto a mostrarmi il cammino per cui mettermi affine di provvedermi di denaro, e facilitarmene l’accesso, e spingermivi con arte sopraffina; e questi fu Matteo Arpione.

— Lui, che aveva tutta la mia fiducia! — esclamò il conte padre. — Lui che avevo raccolto quasi miserabile!

— Ebbene fu lui che venne, non richiesto, non consultato, a suggerirmi di ricorrere ad imprestiti che egli prometteva procurarmi a patti vantaggiosissimi; lui che mi ottenne denaro a interessi scelleratamente usurarii; lui che mi pose nelle branchie di sfacciati scorticatori, la più vigliacca, infame e sudicia genìa che possa essere al mondo. E sapete che cos’erano quegli sconci animali di rapina di seconda mano? quelle iene affamate che mi sguinzagliava ai fianchi? Niente altro che suoi agenti, suoiuomini di paglia, come s’usa dire, e il denaro che mi procurava a così enorme tasso era il suo, e suoi erano gli spropositati guadagni che ne faceva.

— Lo scellerato!

— Non basta. Gli parve forse che io non sciupassi ancora abbastanza, che io non fossi ancora abbastanza sua preda, e per ingolfarmipeggio in quel pantano, per avermi di più a sua discrezione, volle regalarmi un vizio che almanco non avevo; fece di me un giuocatore.

— Oh come?

— Fino allora i denari gli avevo spesi in grandigie: in cene agli amici, in cavalli, in regali a... questi e a quelli; non li avevo buttati sul tappeto verde che li ingoia come un abisso senza fondo; Matteo fu a consigliarmi, come un buono e facile mezzo di procurarmi denaro, senza spesa nessuna, il tentare la sorte del giuoco.

— Ah! l’infame.

— Mi condusse lui stesso in una bisca: mi assettò lui a un tavolo, mi assistette.... Fosse crudele cilecca del caso, fosse perfidia di quei mascalzoni, e primo fra essi Matteo, i quali volevano tirarmi nella pania così bene che non me ne potessi districar più, da principio guadagnai... Non insisterò su questi vergognosi particolari: il vischio tenace di quella sciaguratissima passione si appiccicò anche a me, e.... fui uno dei più disperati, dei più ostinati e dei meno avventurosi giuocatori...

— Basta! — interruppe con tono di austera severità il conte presidente. — La vostra confessione deve essere finita; non vogliamo intenderne di più. Voi, giovane sconsigliato, avete posto in oblìo quanto dovevate a voi stesso,al nome che portate, alla vecchiaia dei vostri genitori... Vi meritate un doppio rimprovero: pel male a cui vi siete lasciato indurre e pel silenzio che avevate serbato; ma questi rimproveri non li pronunzierà ora il mio labbro, lascio che ve li esprima la vostra stessa coscienza.

Ernesto chinò il capo nella mossa umilissima d’un reo veramente pentito, innanzi al giudice, da cui vorrebbe e non osa implorare clemenza. Egli era pallido come un cadavere, e da circa mezz’ora era assalito tratto tratto da una contrazione, da uno spasimo di nervi che gli scuoteva tutta la persona. La ferita della mano, da tante ore non più medicata, collo strapazzo del viaggio fatto in tanta furia, lo faceva immensamente soffrire.

— Voi dovete ancora... a quel triste uomo che non voglio più nominare? — domandò il padre dopo una breve pausa.

— Sì — mormorò il figliuolo.

— Ebbene, domattina direte all’intendente la somma del vostro debito verso colui... e anche d’ogni altro che possiate avere. L’intendente pagherà, qualunque sacrificio sia necessario di fare per ciò. E intanto darò ordine assoluto che quell’uomo, l’Arpione, non sia più lasciato penetrare, sotto niun pretesto, sotto il tetto della mia casa.

Successe un silenzio grave, che era penoso a tutti i presenti, ma che nessuno sapeva o ardiva interrompere. Il conte presidente, afflitto, turbato, stava con accasciato abbandono nel suo seggiolone, impallidito anch’egli, soffrente, meditando in dolorosa sembianza fra sè, le sopracciglia aggrottate, le labbra fermamente chiuse, gli occhi velati dalle palpebre, le mani strette con forza ai bracciuoli. La contessa Adelaide, collo sguardo mite de’ suoi occhi ancora bellissimi, andava dal volto del marito a quello del figlio, e la sua nobile fisonomia esprimeva pena, pietà e una tormentosa esitazione innanzi all’accigliamento del capo di casa. A togliere tutti da quell’impacciosa situazione, a rompere quel doloroso silenzio venne la visita del medico, mandato a chiamare, cui Tommaso introdusse con sollecita premura.

— Ebbene? Ebbene? — domandò egli con molto interessamento. — Che cos’è? Una ferita al contino?

— Oh! non è nulla! — rispose facendosi forza a sorridere il giovane Ernesto che pure provava dolori acutissimi: — una graffiatura a questa mano.

— Vediamo! vediamo! — disse il dottore, accingendosi subito a sfasciare la destra.

— Sarà meglio che mi ritiri nella mia camera: — notò il contino.

— Oh no! — fu sollecita ad esclamare la madre. — Lascia pure che il signor dottore ti veda qui subito; sarà sempre un po’ di tempo guadagnato.

— La signora contessa ha ragione: — aggiunse il medico, che intanto finì di levar la benda e pose a nudo la ferita. Ma appena egli ebbe gettato uno sguardo su questa, il suo volto fece una smorfia e dalle labbra gli uscì un’esclamazione che dinotava la poca soddisfazione che provava a quella vista.

— Che cosa ne dice, dottore? — domandò ansiosa la madre che aveva osservato quell’espressione del volto e avvertito il significato di quell’esclamazione.

— Dico che questa ferita fu troppo imprudentemente trascurata, che era gran tempo la si curasse... Contino, vada subito subito a porsi a letto, e io la raggiungerò tosto a farle una medicatura, per cui ho già meco tutto l’occorrente.

— Allora, — disse Ernesto che soffriva immensamente, — se mio padre e mia madre mi permettono...

— Va, va presto, — disse senza lasciarlo finire la contessa sgomentata.

— Sì, Ernesto, — aggiunse il padre, un po’ atterrito anche lui, tornando al tono affettuoso di voce e al tu: — va subito. Abbiamo forseavuto torto a trattenerti qui in piedi tanto tempo!

— Oh no, padre mio — esclamò Ernesto: poi s’accostò al padre e alla madre, baciò loro con reverenza la mano e uscì.

Appena fuori il figliuolo, la contessa domandò con premura al medico:

— Le pare una cosa grave quella ferita?

Il medico, preoccupato dalle triste condizioni in cui aveva trovato la piaga, non pensò neppure in quel primo momento a dissimulare.

— La ferita in sè stessa non sarebbe stato nulla; — rispose: — ma sembra che siasi fatto di tutto per esacerbarla: c’è niente meno che il pericolo del tetano.

Padre e madre gettarono un grido di dolore e spavento.

Il medico volle attenuare le sue parole: disse che questo pericolo si poteva ancora facilmente allontanare: ma il colpo era dato. Il padre, che da parecchio tempo era malaticcio, che quella sera aveva avuto al cuore tante strette dolorosissime, ricevette ora una botta mortale. Egli volle assistere alla medicatura del figlio, non acconsentì a porsi al riposo che quando vide il ferito, affatto calmo, caduto in un sopore che lo ristorava; ma allorchè finalmente si coricò nel suo lettuccio severo, nella camera modesta, ahimè, fu per non levarsene più!


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