XXXVI.
Matteo Arpione, rimasto a Parma, attendeva con molta impazienza la notizia dell’effetto che avrebbe avuta la rivelazione fatta da lui stesso al direttore della Polizia del luogo e del tempo in cui doveva succedere il duello fra l’ufficiale piemontese e l’ufficiale austriaco. Egli aveva creduto che di quel giorno medesimo il conte di Camporolle sarebbe ritornato a Parma ed avrebbero potuto avere insieme quel colloquio ch’egli assai desiderava in una e temeva. Ma per quante volte e’ si recasse al palazzo abitato dal conte, non mai gli avvenne d’udire nè che il giovane fosse ritornato, nè che alcuna nuova di lui fosse giunta. Inquieto, anzi turbato, egli finì per rivolgersi al Pancrazi medesimo.
Il direttore della Polizia lo accolse accigliato e burbero.
— Loro piemontesi, — disse bruscamente a Matteo, — sono una razza di testardi che vogliono dar del capo anche nel muro. Finiranno per romperselo, glielo dico io. Intanto se Lei s’interessa per quel conte Sangrè di Valneve, gli faccia pur sapere che nei dominii di S. A. sarà assai meglio per lui se non metterà piùi piedi. S. A. è in collera, in una collera!... in una collera!... Ed ha ragione: e se quel matto viene ancora a cimentare la bontà di S. A., il serenissimo nostro signore farà benissimo a dargli prove patenti di questa sua giusta collera.
— Ma che cosa è capitato? — domandò Matteo con qualche ansietà.
— Ah! che cosa è capitato? Ma Lei dunque non sa l’impertinenza con cui quello sfacciato nobile piemontese ha osato, in pieno teatro, fissare col suo cannocchiale l’augusta faccia del nostro signor duca? Ma Lei dunque non sa che, sprezzata l’autorità sovrana di S. A. Reale, rappresentata da due gendarmi, quel temerario si fece ardito di violare impudentemente la proibizione fattagli di battersi?
— Come — esclamò l’Arpione con ispiacevole meraviglia. — Si sono battuti?
— Sissignore! — gridò il Pancrazi con isdegno che a Matteo sembrò affatto vero.
— Ma Lei che aveva assicurato?...
— Eh! — interruppe con più ira ancora il direttore di Polizia. — Chi avrebbe potuto supporre tanta impertinenza, tanta pazzia? Varcarono la frontiera per battersi in Piemonte. E quegli stupidi gendarmi non furono capaci di prenderli, arrestarli tutti, duellanti e testimoni, e condurli qua in fortezza, magari colle manette!...
— Anche i testimoni? — esclamò Matteo turbato.
— Sicuro! — affermò con vigore il Pancrazi, scrutando bene la fisonomia del suo interlocutore. — I testimoni sono colpevoli al pari degli altri. Quando udirono l’intimazione fatta a nome di S. A., per obbedienza alla legittima autorità del sovrano, dovevano a ogni modo ritirarsi. La disprezzarono e...
— Ne può loro venire qualche danno? qualche punizione? — domandò l’Arpione, a cui l’inquietudine diede il coraggio d’interrompere il terribile poliziotto.
— Eh, eh! — fece questi con un sogghigno e un dondolar del capo assai poco rassicuranti.
— Allora, — soggiunse sollecito Matteo, — il meglio pel conte di Camporolle sarebbe eziandio di non tornare più qui... di abbandonare addirittura il ducato.
Il direttore di Polizia finse un nuovo piccolo accesso di sdegno.
— Come! — gridò. — Credono potersi sottrarre così agevolmente alla giusta ira, alla meritata vendetta di S. A. R. il duca Carlo III?... Ma non sanno che l’augusto nostro signore ha le braccia lunghe, più lunghe di quello che credono e che può raggiungerli dove vuole?
Matteo pensava fra sè, che dove Alfredo fosse venuto in Piemonte, le braccia del duca, perquanto lunghe, non l’avrebbero potuto cogliere; ma egli in Piemonte, per certe sue ragioni, non voleva a niun modo che il giovane si recasse. Ora era pur vero che nel ducato di Modena, nel Lombardo-Veneto, negli Stati pontifici, anche in Toscana, il duca di Parma gli avrebbe potuto nuocere. Determinò cercare di ammansare la belva minacciosa nella persona di quel tracotante e burbero poliziotto.
— Il conte di Camporolle, — disse, — ch’io conosco per bene, fin da bambino, è d’indole eccellente, di opinioni le più assennate, dei migliori principii che possano aggradire al Governo e al duca medesimo. Lui come lui, certo non sognerebbe neppur mai di farsi ribelle, di indugiare soltanto l’ubbidienza a qualunque ordine di S. A. Qui fu il caso, furono le circostanze...
Il Pancrazi lo interruppe.
— Sì, è vero che quel giovane venne qui colle migliori referenze e con lettere di raccomandazione da personaggi degni d’ogni riguardo... Tanto è vero che io stesso ho avuto per lui certe attenzioni e dirò anche tolleranze... e S. A. medesima non l’ha ammesso a Corte? Ma ciò tanto più doveva imporgli l’obbligo di andar cauto, di vegliar bene sulle sue azioni, di guardarsi attentamente dallo spiacere... dall’offendere... dall’irritare il duca.
— Come! — esclamò l’Arpione. — Forse che ci sarebbero altre ragioni di malcontento di S. A. verso il conte?
Il direttore di Polizia parve lasciarsi andare ad un momento di abbandono; rispianò la fronte, fece una smorfia che avrebbe quasi potuto dirsi un sorriso amichevole, e, chinandosi verso l’interlocutore, disse con voce sommessa e in tono pressochè confidenziale:
— Ci sono!... Eh! benedetta gioventù!... e maledette donne!... Queste e quella sono due elementi di guai, a’ quali si devono la maggior parte dei trambusti del mondo.
Anche Matteo prese un tono più famigliare e fiducioso, ed abbassando egli pure la voce, domandò:
— Ah! dunque c’entra di mezzo qualche gonnella?
Ma il poliziotto cambiò subito accento e maniere: si tirò in là quasi sdegnoso, riprese il suo cipiglio e il tono burbero di prima.
— Che cosa mi volete tirar fuori? — esclamò corrucciato. — Io non ho detto nulla, non ho voluto dir nulla, e vi ammonisco a guardarvi bene di voler capire più di quanto suonino le mie parole. Se voi v’interessate pel conte di Camporolle, raccomandategli anzi di tornar presto a Parma, chè sarà meglio, di esser prudente e di affidarsi alla clemenza e generosità di S. A.
Fece un gesto che voleva indicare finito il colloquio e congedato l’interlocutore.
Matteo Arpione finse di volere arrendersi a questo congedo: si alzò, fece una gran riverenza e disse:
— La ringrazio de’ suoi preziosi consigli, che saranno scrupolosamente seguiti e pei quali il conte di Camporolle non mancherà di manifestarle la sua viva riconoscenza. Quel nobil giovane è molto ricco, ed è generoso ancora più: io, che amministro le sue sostanze, so quanto egli possa spendere... senza risentirne il menomo danno, per levarsi un capriccio, per fare un regalo, per mostrare altrui la sua magnificenza... Io stesso, per fargli un servizio, sarei in grado di impiegare una bella somma, senza ch’egli se ne accorgesse nemmanco... E così a chi mi sapesse indicare in tutta confidenza, colla promessa che darei del massimo segreto... oh! si potrebbe esser certi che non uscirebbe dalla mia bocca la menoma parola che potesse compromettere alcuno; a chi, dico, mi sapesse consigliare come regolarsi, quello che ci fosse da fare per mettere il conte in buona vista di S. A., io sarei disposto a dare fin d’ora e per intanto, per esempio... un biglietto da mille lire...
E accompagnando la parola coll’azione, il furbo tirò fuori pian piano dal portafogli unbel biglietto di banca di color bianco e lo fece scivolare sopra un cantuccio della scrivania a cui sedeva il Pancrazi.
Questi non ismise il suo contegno serio, anzi severo; colla coda dell’occhio osservò il moto delle mani di Matteo, ma fece mostra di non accorgersene; l’occhio suo però lasciò la durezza di espressione che aveva assunta, e anche la voce si fece più umana.
— L’interessamento di Lei per quel giovane mi piace, — disse, — mi commove; e creda pure che io sono disposto a fare in suo favore... in favore di quel giovane che mi fu caldamente raccomandato... di fare, dico, tutto quello che posso; beninteso che non sia contrario, che non sia neppure una menoma mancanza ai doveri del mio ufficio.
— Oh certo! — esclamò l’Arpione, che tornò ad accostarsi al poliziotto e a chinarsi verso di lui. — Già, glielo ripeto... tutte le parole che Ella pronunzierà scendono nel mio petto come in una tomba.
Il Pancrazi riprese il tono confidenziale, anzi quasi facetamente amichevole:
— Dunque, — disse, — ecco: la gonnella c’è proprio; ma, eh! mi raccomando....
— Oh! pensi!... Si figuri!...
— Il duca è giovane anch’egli, e come tutti quelli della sua razza... razza di Francesco I,d’Enrico IV di Francia, re donnaiuoli... è molto propenso al sesso gentile... Già, del resto sono così tutti i principi... Ed è venuta qui ultimamente una famosa bellezza... che fu già un tempo fiamma del duca... e la quale pare che ora abbia di nuovo saputo risuscitare la fiamma medesima.
— Vuol dire colei che si fa chiamare baronessa di Muldorff? — domandò Matteo interrompendo con tono anche lui di amichevole domestichezza, quale fra due persone che s’intendono e che son fatte proprio per intendersi.
— Precisamente!
— E che in realtà è l’antica danzatrice sui cavalli, Zoe, detta laLeggera?— continuò Matteo.
— Appunto! — rispose il Pancrazi abbassando ancora la voce. — Vedo che Lei è bene informata... Ma codesto passato della donna non s’ha da dire... A Vienna fu chiamata baronessa di Muldorff, e la distinzione di cui è fatta segno dal principe, la onora, la solleva la rende uguale a qualunque dama.
Matteo Arpione s’inchinò con un’apparenza di convinzione perfettamente simulata.
— Sicuro! — disse. — Tutto quel passato non esiste più.
— Ora, — continuò il poliziotto prendendo sempre meglio un’aria di bonarietà confidenziale, — sea tutti gli uomini rincresce il dividere le buone grazie d’una bella, figuriamoci poi un principe!
E l’usuraio, abbondando anche lui nelle mostre d’un sincero abbandono:
— Capisco! — esclamò. — E non possiamo dargli torto... Io già non gli do torto menomamente.
Erano fronte a fronte due volponi, ciascuno dicerto coll’intesa di servirsi dell’altro come stromento per qualche suo fine; ma intanto sentivano ambedue di avere innanzi un avversario abilissimo e procedevano cauti, guardinghi, chiamando in aiuto tutta la loro finezza ed accortezza in quella gara d’impostura.
— Sia o non sia, — riprese il Pancrazi, — questo non è affar mio e non ci tengo ad appurarlo... ma si crede, e il duca ne ha sospetto, che quella donna è venuta qui non per altro che per raggiungere il conte.
— Il quale però non ha mai saputo, che S. A. avesse un tempo gettato gli occhi su colei.
— Lo credo bene: ma il quale si assicura è pure innamorato pazzo della cosidetta baronessa.
— Oh innamorato!... Oh pazzo poi!... Sa pure anche Lei!... Un giovane che si intoppicon una donna bella ed elegante, la quale gli faccia gli occhi dolci...
— Il guaio sta che la nostra eroina del romanzetto fa al conte assai più che gli occhi dolci; e il diavolo ha voluto che S. A., rivedendo quella maliarda, se n’è incapricciato ancora di più. Questa notte il duca fu da lei: — abbassò ancora più la voce: — e la pettegola seppe metterlo bellamente alla porta.
— O diavolo!
— E v’è di più... Il duca apprese che mentre egli veniva congedato, un altro era nascosto nella camera da letto della sirena e che quest’altro... già la nostra Polizia sa tutto!... quest’altro era il conte di Camporolle.
— Diavolo! Diavolo!
— Può immaginarsi i sentimenti di S. A.!
— Li immagino.
— E questo fortunato rivale, disubbidendo agli ordini del principe, assiste ancora un nemico del suo trono, un indolente che ha bravata l’autorità ducale, un piemontese, in un duello che S. A. voleva assolutamente che non succedesse!
— Ha ragione! — esclamò Matteo facendo l’aria spaventata. — Ha mille ragioni... Quel povero contino, senza badarci, senza volerlo... oh rispondo della innocenza delle sue intenzioni... si è cacciato in uno spineto... Ma nella condizionedelle cose, le ripeto, Eccellenza, non sarebbe meglio addirittura ch’e’ non tornasse nemmen più a Parma?
— Le ripeto di no: — disse con autorevole cipiglio il direttore della Polizia. — Venga, anzi, e dimostri colla sua condotta il rispetto e la deferenza pel duca.
— Come sarebbe a dire? Non veder più quella donna?
— Ecco!... Essere un po’ più zelante a far la corte al principe... e se questi degnasse scherzare su di lui... S. A. è certe volte molto di buon umore ed ha tanto spirito... far bocchin da ridere e applaudire lui primo...
S’interruppe come uomo cui la parola abbia trascinato ben al di là di quanto avrebbe voluto; e s’alzò per accennare risolutamente che il colloquio doveva essere finito.
— Lei vede con quanto interessamento e con quanta fiducia io abbia risposto alle sue domande... forse fin troppo... A Lei e al conte il trar vantaggio dalle mie parole... Ma sopratutto le inculco la prudenza. Di quanto s’è detto qui...
Matteo non lo lasciò finire.
— Oh! protestò, — le giuro di nuovo...
— Va bene, va bene. La saluto, e possa tutto questo finire felicemente, come le auguro e desidero.
Arpione ringraziò, s’inchinò e partì — naturalmente lasciando sul piano della scrivania quel biglietto da lire mille che vi aveva umilmente fatto scivolare. Intanto pensava fra sè:
— Farò tutto il mio possibile per condur via di qui Alfredo... Avessi anche da mandarlo fin laggiù a Napoli.
E il Pancrazi pel mezzo sicuro del suo fidato Michele, faceva ricapitare nelle mani della Zoe un biglietto che diceva:
«Ci sarà chi farà di tutto per deciderlo a partire. Ostacoli aizzeranno vieppiù la passione. Sappiate regolarvi.»
«Ci sarà chi farà di tutto per deciderlo a partire. Ostacoli aizzeranno vieppiù la passione. Sappiate regolarvi.»
La donna, lette queste parole, stracciò in minutissimi pezzi la carta e la buttò ancora sul fuoco; si guardò allo specchio, sorrise stranamente e disse fra sè con superba sicurezza:
— Oh so ben io quel che ho da fare!... È da tanto tempo che ci penso!
Prese un elegante foglio di carta profumata e ci scrisse sopra le poche righe che seguono:
«Signore! — Quando ebbi la fortuna di conoscervi a Vienna voi dimostraste per me una benevolenza di cui mi tenni molto onorata e mi sento ancora assai orgogliosa. Quel sentimento è affatto estinto in voi? Se ora, in un’occasione per me difficile, facessi appelloalla vostra gentilezza e alla vostra generosità, mi vorreste voi rifiutare il valido aiuto del vostro consiglio? Onoratemi di una visita e vi spiegherò il motivo per cui ricorro con tanta fiducia a voi. — Zoe baronessa di Muldorff.»
«Signore! — Quando ebbi la fortuna di conoscervi a Vienna voi dimostraste per me una benevolenza di cui mi tenni molto onorata e mi sento ancora assai orgogliosa. Quel sentimento è affatto estinto in voi? Se ora, in un’occasione per me difficile, facessi appelloalla vostra gentilezza e alla vostra generosità, mi vorreste voi rifiutare il valido aiuto del vostro consiglio? Onoratemi di una visita e vi spiegherò il motivo per cui ricorro con tanta fiducia a voi. — Zoe baronessa di Muldorff.»
Sulla busta in cui chiuse questa letterina, la donna scrisse l’indirizzo: «A sir Tommaso W... ministro di S. A. R. il duca di Parma.»