XXXVII.
Quando Alfredo di Camporolle fu di ritorno a Parma con Pietro Carra, trovò nel salotto Matteo Arpione che s’era piantato là, risoluto a non muoversi più fin dopo avergli parlato, e stava aspettandolo di piè fermo.
— Ah! Ella è pur qui finalmente! — disse l’usuraio al giovane, andandogli incontro con aspetto commosso.
Ma Alfredo lo respinse con un gesto e più coll’espressione fredda e sdegnosa del volto.
— Avete fatto bene ad aspettarmi, — disse, — e a trovarvi qui, subito al mio arrivo; perchè preme anche a me non tardare d’un momento quella spiegazione che è necessaria fra di noi.
Matteo parve dolorosamente colpito di quell’accoglienza; ma si ritrasse d’un passo e prese il contegno del più umile rispetto.
— Io sono sempre agli ordini di Vossignoria — soggiunse, — ma vorrei pure farle osservare che ora Ella è stanca ed ha bisogno, più d’ogni altra cosa, di riposarsi...
Alfredo lo interruppe vivamente.
— Ho bisogno, anzitutto, di sapere alla fine con esattezza quali attinenze passano fra di noi, perchè, come, con qual titolo vi siete arrogato per l’addietro, vi arrogate ancora il diritto di immischiarvi nelle mie faccende... E voglio saperlo subito!
Chiuse tutti gli usci del salotto, venne a piantarsi in faccia a Matteo colle braccia incrociate e con tono di comando soggiunse sdegnoso:
— Rispondete!
L’Arpione, malgrado la sua abilità nel dissimulare, si vedeva che trovavasi molto a disagio. La sua faccia era più terrea del solito, le sue labbra scolorate, delle goccioline di sudore gli spuntavano alla radice dei capelli, e l’occhio irrequieto girava intorno come farebbe quello d’un animale rinchiuso in trappola che cerca una via di scampo.
Pure rispose con tono freddo e tranquillo:
— Ho già avuto l’onore di spiegare al signorconte più volte tutto ciò che Ella desidera ora di riudire...
— Le vostre spiegazioni datemi pel passato, — interruppe Alfredo, — non mi bastano.
— Ebbene, — riprese umile e rassegnato Matteo, — se in qualche cosa Ella desidera maggiori dilucidazioni, abbia la bontà d’interrogarmi, e io mi farò un premuroso dovere di risponderle.
Alfredo si raccolse un momento, serrandosi la fronte colla destra; poi rialzando risolutamente il capo disse:
— E sia!... Chi era mio padre?
Gli occhi di Matteo balenarono più irrequieti e quasi direi ansiosi, le labbra gli tremarono un pochino; ma rispose subito, senza esitazione e con fermezza:
— Le ripeterò che Luigi Corina, il suo signor padre, era l’ultimo rampollo d’un’agiata famiglia...
— Di Lugo?
— Sì signore: di Lugo.
— E mia madre?
— Una povera fanciulla del popolo... Il padre di Luigi, il suo avo, signor conte, non volle consentire che il figlio la sposasse: il signor Luigi fuggì con essa.
— Ed è per ciò ch’io nacqui in un casale non molto lontano da queste parti?
— Sì signore.
— Mia madre morì colà?
— Sì... sì signore.
— Ebbene, — esclamò Alfredo con maggior forza, — voglio che voi mi conduciate almeno sulla sua tomba... È un dovere che ho troppo trascurato finora, e che voi pure avete colpa di non avermi fatto compiere.
— Ma.... — balbettò Matteo tutto impacciato; — io veramente non so bene... non ho veduto... non ho potuto assistere.
— Come! — interruppe con isdegno il giovane: — voi avreste abbandonato la mia povera madre morta, prima che le fossero fatti i funerali?
Arpione chinò basso basso il capo, e gli occhi fissi al suolo in atto di colpevole profondamente pentito, rispose:
— Che vuole?... Io allora era poverissimo.... non potevo star molto tempo fuori e lontano dal mio lavoro.... mi premeva provvedere al bambino... lo presi meco e partii...
Alfredo gli troncò le parole con una esclamazione piena di sdegnoso disprezzo; poscia, quasi parlando a se stesso più che all’uomo lì presente, riprese:
— Ma alcuno se ne ricorderei ancora colà! e interrogando accuratamente.... — Si volse a Matteo più imperioso di prima. — Voi non miavete mai detto il nome di quel villaggio... Me lo direte.
— Che so io, — rispose il vecchio. — Non me lo ricordo nemmeno più... Si viaggiava in fretta; per ubbidire alle volontà di suo padre, signor conte, io conduceva meco la signora.... Ci dovemmo fermare.... La cosa succedette in tanta fretta....
— Codesta vostra fu un’azione indegna: e v’impongo ora di ripararla.
— Come?
— Voi cercherete villaggio per villaggio, finchè troverete quello nel cui camposanto dorme il sonno eterno mia madre...
— Sì, signor conte: — s’affrettò a rispondere Matteo.
— E mio nonno? — riprese Alfredo.
— Le ripeterò che quel signore orgoglioso atrabiliare morì anche lui poco dopo, senza perdonare al figlio nè alla nuora, e senza voler pur sentire a parlare del nipotino, lasciando tutte le sostanze che gli rimanevano ancora alle opere pie.
— E le mie ricchezze onde provengono?
— Il nonno, quando bandì per sempre da sè suo figlio, non volendo più aver da far nulla con lui, gli diede la parte che poteva spettargli nell’eredità. E sono quei capitali che da me impiegati, amministrati...
— Ed è impossibile che più nessuno rimanga della mia famiglia?
— No, signore, nessuno.
— E di quella di mia madre?
— Era una povera orfana.
— Ritrovato il sepolcro di mia madre, mi recherò a Lugo a rintracciare tutte le memorie che potrò raccogliere della mia famiglia.
— Vi accompagnerò.
Alfredo guardò bene in faccia Matteo e poi gli disse bruscamente, ruvidamente:
— No!
Questo monosillabo colpì il vecchio come una sferzata e lo fece trasalire.
— Già abbastanza, già troppo, — continuava il giovane, — voi vi siete intromesso nella mia vita.
Matteo levò il capo e con voce alquanto commossa domandò:
— Crede Ella di aversene da lamentare?
Alfredo esitò un pochino, poi, come uomo che ha preso una risoluzione e la vuole mettere in atto, disse con impeto:
— Ebbene sì... perchè non so con qual titolo abbiate ciò fatto, e vi ridomando ancora di dirmelo finalmente.
— Come, signor conte! — esclamò il vecchio con profonda amarezza. — Io delle sue agiate condizioni le feci una splendidamentericca fortuna... — Alfredo scosse il capo impaziente. — Io mi adoperai perchè ella avesse tutte le qualità, tutte le virtù, tutte le supremazie d’un vero gentiluomo: ed Ella?...
— E io ve ne sono grato: — interruppe Alfredo con crescente impazienza: — ma ho pur diritto di sapere perchè avete fatto tutto questo, chi ve ne ha dato l’ufficio....
— Ma ciò glie lo dissi già tante volte; — interruppe Matteo, lasciando scorgere sempre più il tormento che gli dava questo interrogatorio. — Perchè l’ho promesso solennemente a suo padre... E fu appunto il volere... l’ultimo volere di suo padre, signor conte, che mi diede quest’ufficio, quest’autorità, e dirò anche questo debito verso di lei...
— E tutto codesto io debbo crederlo alla vostra sola affermazione? — proruppe con animazione maggiore Alfredo.
— E perchè non mi crederebbe? — esclamò Matteo con nuova forza e quasi con autorità.
— Non uno scritto di mio padre, non una sola parola.... non un ricordo di lui!
Arpione si strinse nelle spalle a significare che il fatto era quello e che lui non poteva cambiarlo.
— Mi diceste che voi avevate degli obblighi verso mio padre?
— Sì, obblighi sacrosanti.... e ho accettato volentieri di pagarli al figliuolo....
— Quali sono codesti obblighi?
— Ah, signor Alfredo! Le dissi pure che ciò non avrei potuto dirle.... che non m’interrogasse... Ed Ella me lo aveva pur promesso!
Alfredo fece un atto di impazienza, di doloroso dispetto, e si pose a passeggiare su e giù per la stanza, concitato, febbrile.
Il vecchio lo seguiva cogli occhi, e nel suo sguardo c’erano insieme dolore e paura, tenerezza e sospetto.
Il conte si fermò innanzi a Matteo.
— Avevo promesso... è vero: ho torto: — disse cercando padroneggiare la sua agitazione: — ma gli è che mi sento circondato da un mistero, da un buio che mi impazienta, che mi irrita, che mi ispira mille dubbi tormentosi: e che darei non so che cosa per illuminare quel buio, per penetrare in quel mistero... Finora non fui che un ragazzo; ma comincio ad essere un uomo e voglio conoscere me stesso.
— Ma non c’è mistero... — cominciò Matteo.
Il giovane l’interruppe con un gesto vibrato.
— Ora comincio ad essere uomo, vi dico, e non ho più bisogno della vostra tutela, della vostra sorveglianza, della vostra intromissione ne’ fatti miei.
Matteo impallidì.
— Ma questo è dunque un congedo in tutte forme che lei mi dà?
Alfredo lo fissò duramente, e rispose con crudele severità:
— Sì!
Il vecchio balenò un istante come chi vacilla sotto un gran colpo ricevuto: aprì le labbra per parlare e non disse nulla: ne’ suoi occhi scuri affondati, sempre freddi e muti, ci fu qualche cosa che parve il bagliore d’una lagrima.
— Signor conte, — disse dopo un poco che il suo interlocutore era rimasto lì, silenzioso, colle braccia incrociate, come non aspettando altro se non ch’egli se ne partisse: — non credo d’averle recato mai troppo disturbo nè fastidio colla mia presenza. Se questa, che non le fu mai molto gradita — (e così dicendo parve che la sua voce, quasi sempre senza espressione, si commovesse un poco) — ora le è divenuta ancora più uggiosa, io farò di tutto per risparmiargliela sempre più.... Non mi lascierò vedere da lei che raramente.... — (Alfredo fece un gesto; egli s’affrettò a soggiungere con vivacità:) — mai! Non corrisponderò con lei che per lettera: ma non mi tolga di potere amministrare i suoi interessi... di poter vegliare sulle cose sue.... su di lei.... È una sacra promessa che ho fatta a suo padre...
— Ve ne sciolgo io: — interruppe bruscamente Alfredo. — E sono persuaso che, se vivesse, mio padre mi approverebbe.
— Ma perchè?... perchè? — domandò con accento quasi supplichevole quell’uomo, innanzi a cui tanti e tanti infelici avevano supplicato invano. — A Lei che cosa deve importare ch’io le risparmi tanti fastidi? che io faccia prosperare il suo patrimonio? che quantunque aumentino sempre le sue spese, io faccia ogni anno accrescersi le sue rendite?
Il giovane fece un gesto d’impazienza: Arpione riprese con più calore:
— Anche su di Lei, sulla sua persona, io mi sento in obbligo di vegliare.... Ella è giovane, mosso dalle passioni della sua età, circondato, per le stesse sue doti, da mille tentazioni e seduzioni, senza poter avere, per la sua poca vita vissuta, l’esperienza e la conoscenza del mondo, degli uomini e degli inganni che si trovan dappertutto, per cui potrebbe pararsi da mille pericoli e salvarsi in molti cimenti.... Lasci che quella pratica della vita che io ho pur troppo, l’adoperi in beneficio di Lei... Ed è appunto per ciò che ho fatto il viaggio sin qui: per ciò e non per altro, glie lo giuro. Appena ho saputo che Ella col suo gran cuore, col suo animo generoso, correva pericolo di rimaner vittima d’una mala femmina...
Alfredo interruppe:
— Non vi permetto di parlar così...
— Oh me lo permetta! — ripigliò con forzail vecchio. — È questa la verità.... Sono ben informato. Quella donna fu una danzatrice su cavalli...
— Lo so!
— Fu una mantenuta...
— Del duca di Parma, quand’era a Torino: lo so.
— Ma non solamente questo....
— So tutto, vi dico: ed è inutile prolungare questo colloquio. Il mio desiderio lo avete inteso, conformatevi ad esso e subito.
— Ella non me ne ha ancor detto il perchè.
— Non lo indovinate? Volete che ve lo dica a chiare parole?... Ebbene sia: perchè uno dei mestieri più sciagurati, a mio avviso, è quello dell’usuraio; e non voglio, non voglio, capite, che uno di tal razza abbia più attinenze coi miei affari e con me.
— Ah signor Alfredo! — esclamò Matteo, dimenticando questa volta di dargli del conte e con più dolore nell’accento di quello che si sarebbe potuto credere in lui. — Non mi sarei aspettato da Lei un simile compenso a tutte le cure...
— Un compenso! — interruppe il giovane. — Domandatemene quel che volete; per quanto vistoso sia, ve lo accordo; ma non pretendete che io mi lasci riverberare sul nome, su me stesso, l’onta che accompagna... il vostro mestiere.
L’Arpione mandò un sospiro soffocato e curvò il capo basso basso.
— Se mai si potesse sospettare che anche i miei redditi fossero accresciuti da una partecipazione!... Oh!
Interruppe con un’esclamazione inorridita una supposizione troppo per lui vergognosa.
— Voi vedete bene come assolutamente sia necessario che tutto venga troncato fra di noi.
Matteo fece l’atto di chi ingoia dolorosamente un boccone amaro.
— In pubblico, sia: — disse con una forzata, penosa rassegnazione: — ma segretamente, senza che alcuno lo sappia...
— Voi mi avete pur detto che mio padre era un uomo dei più nobili e generosi sentimenti? — interrogò Alfredo.
— Sì.
— Ebbene: vi avrebbe egli affidato quell’incarico che vi diede, se vi avesse conosciuto qual siete ora? Ve lo lascerebbe continuare?... Ora basta: finiamola... Voi non avrete più rapporti con me che per una cosa sola.
— Quale? — domandò Matteo con ardore, in cui c’era un poco di speranza tuttavia.
— Procurarmi gli atti di morte di mio padre e di mio nonno; sapermi dire esattamente dov’è sepolta mia madre, perchè io possa recarmi sulla sua tomba a pregare.
Arpione stette un momentino col capo basso, meditando fra sè, poi disse lentamente, a voce sommessa:
— Sì, signor conte, farò l’una cosa e l’altra.
— Presto?
— Fra pochi giorni... Ma frattanto mi conceda ch’io le rivolga una preghiera e mi prometta d’esaudirla...
— Sentiamo.
— Qui Ella è circondata da mille pericoli... lo so di certo... Quella donna può esserle fatale... La fugga... il meglio sarebbe ch’Ella abbandonasse addirittura questa città.
Alfredo fece un gesto risoluto di negazione.
— Usi almeno prudenza, — continuava Matteo, dando al suo accento un’espressione di preghiera sempre più viva: — compromettersi per colei, affrontare un pericolo pur anche menomo per simile creatura non val proprio la pena.
— Risparmiatemi i vostri consigli.
— S’astenga almeno dal comparire innanzi al principe... Oh questo glie lo chiedo come una grazia.
— Perchè? — domandò fieramente il giovane aggrottando le sopracciglia.
— Perchè il duca è geloso di quella... tale; ed è così insolente... potrebbe lasciarsi andare a qualche parola...
— Credereste di ispirarmi paura? — interruppe il conte più aggrottato.
— No; ma sono io che temo... Conosco il suo coraggio, la generosa impetuosità del suo sangue, e non vorrei...
— Avete fatto benissimo a parlarmi così... Questa sera medesima a teatro potrò vedere il principe e andrò a piantarmigli in faccia.
— Per carità, signor Alfredo...
— Non più una parola!... Ricordate voi quello che dovete fare per mio comando.... e non comparitemi più innanzi che per porgermi i documenti richiestivi della mia famiglia e per additarmi con certezza il luogo dov’è sepolta mia madre.
Matteo chinò la testa e rispose con voce che avreste detta soffocata dall’emozione:
— Il signor conte sarà obbedito; e spero che non mi rifiuterà l’onore e il favore di accompagnarlo io stesso alla tomba di... della sua signora madre.
Alfredo fece un legger cenno che poteva dirsi insieme d’assentimento, di saluto e di congedo; e passò senz’altro nella sua camera, per cambiarsi e riposarsi.
Il vecchio, lasciato solo nel salotto, stette un poco quasi sbalordito, non sapendo che farsi, in un’incertezza penosa procuratagli da mille contrarii pensieri, e paure, e disegni; poi siriscosse, cercò della governante e dell’aio che egli stesso aveva scelti con molta cura per metterli al fianco d’Alfredo, e che avevano quindi per lui deferenza e quasi sommessione, e, dato loro il suo ricapito, che era in una povera casa al fondo d’una viuzza deserta, si raccomandò perchè d’ogni cosa che facesse Alfredo o ch’ei giungessero a sapere ch’egli volesse fare, subito lo tenessero informato per un bigliettino, trattandosi di gravissimi pericoli che il giovane correva, e da cui egli solo avrebbe forse potuto salvarlo. Quand’ebbe ricevuta l’assicurazione che quei due avrebbero fatto a suo senno, Matteo Arpione uscì da quel palazzo, il capo chino, abbattuto dell’anima, affranto di corpo come se dopo qualche immane fatica sostenuta, quasi invecchiato di più anni.
E pensava fra sè: — pensiero pungente, doloroso che gli mordeva crudelmente il cuore:
— Ho voluto farlo nobile, generoso, entusiasta per tutto quello che v’ha di buono e di bello, ripugnante, odiatore di ogni bassezza, quanto esser possa uomo al mondo. Ci sono riuscito; e la sua virtù, la sua delicatezza di onorabilità lo fa inesorabile verso di me. Mi sono fatto ferire colla stessa arme che io gli ho posto tra mano!
Si recò sollecito alla stanzuccia dove aveva preso alloggio; colà era una vecchia, la padronadel quartiere, con cui avremo pure a fare di poi più precisa conoscenza, e la quale, dal modo di trattare verso l’Arpione, sembrava avere con esso antichi e piuttosto stretti rapporti e una dipendenza che pigliava certe sembianze di gratitudine. Matteo si chiuse in camera con questa vecchia e stettero insieme parlando, forse mezz’ora: poscia ella uscì e tornò con un calesse da nolo.
Matteo, che stava aspettando impazientemente, discese ratto, diede al cocchiere l’indirizzo d’un villaggio lontano circa otto miglia, disse alla vecchia: «a questa sera;» e partì.