I VIOLENTI.

I VIOLENTI.

Avevano i Venchi la loro officina sotto un albero fulminato, lungo la riva di un fiume. Una angusta capanna contesta di rozzi pali e di fascine e pienata di argilla le pareti; il tetto di stipa, i battenti neri. V’eran per entro in grande copia gli arnesi fabbrili e più ne stavano all’aperto dove il maestro carradore lavorava e l’estate e l’invemo.

Quivi disposte su ampie capre e su banchi e sul terreno erano ruote e timoni e sale e cassini e carra, le membra disperse degli arnesi che uscivan dal centenario cantiere.

Nell’antro funzionava e ansava e ardeva la fucina. E dall’alba primissima al declinare delle ombre serali, era un grande travaglio sotto l’albero fulminato.

Da centinaia di anni la famiglia dei Venchi conduceva il cantiere e l’opera era trasmessa di padre in figlio co’ suoi gelosi segreti, come la vita e il nome e le virtù della razza.

Ora era maestro dell’arte, Alessandro, il vecchio di più che settanta inverni e non aveva questi se non un figliuolo: Samuele, ed erano soli nella loro casa senza donne. Vivevano essi senza parlarsi mai, tanto l’uno aveva preso dell’altro e l’anima e il costume ed erano come estranei nella casa degli avi tutta deserta e muta sulla loro bocca muta.

Tornavano a notte, l’uno dopo l’altro e salivano alle loro stanze opposte. All’alba la casa si richiudeva nel suo silenzio.

Mangiavano sul pugno, al lavoro, seduti sopra un toppo di ancudine o sul tronco di un’acacia o di un olmo e il loro pasto era breve come il respiro. Non bevevano che al pozzo, ricurvi su la secchia traboccante. I loro garzoni non ricordavano ch’essi avessero parlato mai a confidenza neppure per l’attimo. S’intendevano per monosillabi, senza guardarsi.

Sapendosi uguali in tutto: e nella forza e nel volere, cercavano evitarsi perchè la devozione sacra del figlio non venisse meno e non venisse meno l’affetto che li legava. Andavan paralleli, pronti a morire l’uno per l’altro finchè il caso non li ponesse di fronte per opposte volontà.

La sommissione di Samuele era stata cieca sempre; aveva seguito il consiglio e il comando, si era concessa e prona e pronta al sacrificio.Non mai un giorno senza lavoro; non mai un’ora di gioioso abbandono. Egli si era piegato come il ferro sul fuoco; era stato stretto e costretto come la ruota nel cerchio, come il timone fra le chiavarde: si era dato passivamente con tutta la sua forza.

D’altra parte, tale era stata la vita del padre sotto il dominio di nonno Samuele. La consuetudine degli avi si manteneva uguale negli anni nè poteva esser discussa, nè diminuita: era sacra e fatale.

Il figlio era del padre come cosa e non come creatura e questi poteva disporne a suo piacimento. La salda compagine della famiglia richiedeva tale disciplina. E Samuele si era aggiogato come tutti coloro che erano stati innanzi a lui nel tempo e avevano creato il prestigio di un’arte e di una tradizione; aveva accettato il loro còmpito come il cieco legno che si costringe tra le ferramenta e va ad obbedienza finchè non sia ultimamente consunto. Ma la morte era lontana tuttavia per il giovane gagliardo e la vita non poteva continuare sì cupamente monotona fino al punto in cui uno si appacia col suo destino e si dispone all’ultima ventura.

Aveva egli un cuore tumultuoso, una forza non per anco provata, un desiderio solare che a quando a quando si ridestava per accenderlodi una radiosità senza confine. Se una sola era la via battuta, s’egli non andava che dalla casa deserta all’antro fumoso e da questo alla casa quando il sonno incombeva; se era chiuso fatalmente, come l’astro, nel suo circolo eterno e doveva seguire l’ombra del padre e coprire le stesse orme a capo inchino e non fiatare e non domandare e non essere mai; se, come gli arnesi della fucina, non doveva servire che ad un ufficio, l’anima sua, nel suo alto silenzio, vedeva, s’irraggiava per mille aspetti giovanilmente in una sua trepida adorazione portentosa.

Era il mondo, a quell’anima chiusa, come un canto sconfinato e magnifico, come un ignoto adorabile, come una gioia senza fine e senza principio, e una purità senza travaglio. Dalla sua costrizione, dal suo isolamento sorgeva l’ignaro con raddoppiata energia a illuminare della sua sconfinata passione le cose indifferenti.

Maestro Alessandro nulla pensava di questo. La giovinezza sua era stata impassibile. Egli non aveva conosciuto se non una ragione fisiologica alla quale era bastata una donna qualsiasi, quella che gli avevano data in moglie e ch’egli aveva accettata come si accetta un pastrano quando fa freddo; nè poteva supporre che altro fosse il desiderio del figliuolo.

Avere una donna in casa era necessario; non potevano continuare la loro vita sbandata e Samuele doveva sposare. Ora maestro Alessandro sapeva già di una donna ricca e perfetta massaia, che avrebbe fatto della casa un paradiso; anche avrebbe dato figli sani e robusti perchè non era giovine ed era ben squadrata chè fra anche e spalle raggiungeva l’ampiezza di un bue, e gli piaceva benchè non l’avesse mai guardata in viso; ma che importava il viso? Una donna si sposa per quello che vale e non per la sua bellezza e la bellezza è vana e crea fastidi e può portare a mal fine un marito.

Se era brutta, come aveva sentito dire, tanto meglio; la sua povera moglie era quasi gobba, eppure gli aveva partorito un fior di figlio, chè Samuele era saldo come l’incudine. E più di questo non si poteva desiderare.

Ora una sera, chiusa che fu l’officina e partiti i garzoni, maestro Alessandro, contro il costume suo, chiamò Samuele e gli si pose a fianco. Il loro parlare fu breve:

— Samuele, tu devi prender moglie!

Il giovine levò gli occhi sul volto del padre e non rispose.

— A venticinque anni è il tempo giusto. Le cose si fanno alla spiccia. La Venusta degli Antoni è già pronta. Io le ho parlato.

Samuele ebbe un fremito ma si rattenne. Chiese a voce soffocata:

— E che vuole da me?

Maestro Alessandro si fermò a squadrare il figlio e la sua faccia si aggrottò come il monte a sera:

— Come che vuole? Di che mondo sei? Dovete sposarvi!

Samuele guardò il padre negli occhi con insolita fermezza e sbiancò tremando.

Rispose:

— No.

E il vecchio:

— No che cosa? Che ti frulla per il capo questa sera.

— Io non la voglio!

— Non la vuoi?

— Ho detto no!

Fu fra i due un torbido silenzio, poi maestro Alessandro alzò a violenza il pugno vigoroso ma non colpì; si rivolse e riprese la strada. Samuele gli tenne dietro. Camminarono sempre a fianco, a capo chino. Erano di pari statura; ambedue forti ad un modo: l’uno più agile, l’altro più nodoso; il frassino e la rovere. Sulla soglia della casa deserta maestro Alessandro si fermò e nelle parole che disse era un monito sinistro, la voce rauca tremava nel singhiozzo dell’ira:

— Tieni bene a mente quello che ti dico, ragazzo! In questa casa c’è una volontà sola ed è la mia. Non pensare a disubbidirmi e bada a te!

Ed entrarono e la casa tacque sul loro angosciato riposo.

Dopo non molti giorni ogni formalità era compiuta. Maestro Alessandro aveva lasciata l’officina per recarsi in città e nessuno seppe la ragione del suo viaggio. La seppe Samuele, una sera di domenica, quando il padre gli disse:

— Ora verrai con me.

— Dove?

Maestro Alessandro continuò:

— Il permesso è preso; non c’è nulla che si opponga. Posdomani tutto sarà fatto e la Venusta sarà con noi, nella nostra casa. Tu puoi scegliere l’ora che ti piaccia meglio per sposare.

Samuele guardava il padre co’ grandi occhi larghi e bianchi e immobili. Il suo volto era quello di chi impietra.

Disse maestro Alessandro:

— Hai inteso?

— Sì!

— Perchè mi guardi così?

— Per nulla.

— Allora va, mettiti la veste migliore. La Venusta ci aspetta!

Samuele non si muoveva.

E il vecchio gridò:

— A chi parlo?

— Che vuoi? — fece Samuele.

— T’ho detto di ripulirti che ci aspettano a casa dei Grandi. E fa presto!... E cammina senza storie prima ch’io ti rompa la faccia!

E ancora l’abitudine antica lo tenne e l’anima sua fu muta in fondo al suo buio. Samuele andò, si vestì come in sogno e seguì il padre senza parlare.

A casa dei Grandi li aspettavano. C’era una tavola imbandita e nel basso focolare, in fondo alla stanza, ardeva una fiamma altissima. Samuele non vide se non quel dolce bagliore e non udì le voci e gli auguri, nè vide la donna attempata che gli parlava sorridendo. Una volta ch’egli fissò quel volto piatto dal gran naso broccuto, rise come un ebete e a tutto ciò che gli fu chiesto non rispose. Poi cominciò il festino e la volgarità.

Erano pigiati intorno ad una grande tavola, seduti su due lunghe panche e le donne mangiavano in disparte, presso il focolare come bestie accosciate, il viso sui piatti fumanti. Solo una gli era al fianco e lo stuzzicava e rideva a rovescio come una caldaia che bolla, ed egli vedeva la larga bocca dai denti gialli aprirsi evociare e ingoiare, e vedeva i piccoli occhi porcini e le guance sudanti, floscie come l’otre vuoto.

Maestro Alessandro più non si curava di lui; nessuno gli poneva mente chè l’accolta era intenta ai bisogni suoi voraci. I grandi vassoi di carni e di legumi eran finiti d’assalto e gli ampi boccali si vuotavano a gran furia. Solo, più aumentava l’ebbra bestialità dell’accolta, più, quella che gli sedeva a fianco, lo pigiava e lo infastidiva con la sua voce rauca e Samuele cominciò a guardarla in volto senza fiatare.

E la donna chiese:

— Perchè non mangi?... Ti vergogni della tua sposa?...

E rideva, rideva interrompendosi a quando a quando per saziare la sua voracità flatulenta.

— Hai sonno, di’?... Dormi ancora per questa notte chè domani non potrai dormire!

E, sotto la tavola, gli si stringeva da presso, sempre più tenacemente, come la mignatta e il nodo scorsoio e le cose che soffocano e che dissanguano.

— Non mi vuoi bene?

Silenzio.

— Non ti piaccio?

Egli la guardava con una sua tragica smorfia e pensò come mai potevano uscire tali parole da quella bocca sconcia, irte di peli lelabbra e il mento piatto. Ed ella rideva e si accalorava da sola, scambiando per timida inesperienza il silenzio dell’uomo e più le piaceva il giuoco, e più le cresceva la foja quanto più le sembrava e fresco e timido il frutto nuovo sul quale avrebbe morso con la furia della sua maturità brutta ed ingorda.

E ancora gli diceva accostando a quella di lui la faccia bestialmente accesa:

— Quando mi conoscerai mi amerai. Io so l’arte di farti morire d’amore! Non mi guardare se non sono bella chè ti piacerò più del sole!

E la gente ubriaca cominciava a bofonchiare. Poi qualcuno più acceso, gridò:

— O Samuele, stringitela dunque quella tua vecchia gallina!... Non vedi come ti guarda?...

E l’idea piacque sì che l’accolta l’impose urlando.

La Venusta protese le labbra e baciò sul collo Samuele. Questi la respinse col gomito a violenza.

E disse la donna:

— Abbracciami, non siamo sposi?

Maestro Alessandro, in capo alla tavola, teneva la testa china sul suo piatto; allora un giovinastro gli gridò:

— Diteglielo voi, maestro, che s’abbraccino!...

E la gente:

— Su dunque, diteglielo, maestro!

Il vecchio levò gli occhi che si scontrarono in quelli del figlio suo, nè mai più torbida luce si incrociò per gli spazi nelle orrende tempeste. Maestro Alessandro chinò la testa. Allora l’anatroccola infojata abbrancò al collo Samuele e lo attanagliò come la morsa stringendo la viscida faccia contro quella di lui.

Scoppiò una risata omerica e la voce incomposta degli ebbri di vino incitò la Venusta a tutto osare.

Anche le donne si accostarono alla tavola, scapigliate, e battevan le mani. In breve si formò intorno un cerchio di brutale concupiscenza e Samuele vide l’assieparsi e il chinarsi delle facce oblique e vide gli occhi accesi di fosco ardore e le vene turgide e gli aspetti bestiali, nè più resse a tale supplizio.

Allora ciò che l’anima sua pura aveva contenuto irruppe, schiantò ogni costrizione.

— Va via che mi fai schifo, puttana!

E afferrata la donna alla cintola l’arrovesciò sconciamente su la panca e si tolse dall’incubo.

Il clamore si spense d’un subito. Non fu intorno che un’incertezza paurosa e gli occhi corsero dal volto del padre a quello del figlio.

Samuele non guardò la gente, di nulla si curò se non del suo immenso desiderio di libertà;non fu al mondo, per lui, se non la sua fiera volontà che non avrebbe umiliata mai più, e sentiva una gioia altissima in quella subita conquista.

Già era per uscire quando si levò, aspra ed imperiosa dal silenzio, la voce di maestro Alessandro:

— Samuele?...

Il giovane si rivolse torvo.

— Che vuoi da me?

Il vecchio fece per slanciarsi ma un urlo lo trattenne. Allora si passò le grosse mani su la pallida faccia sconvolta e gridò:

— Va, va, che saprò dove trovarti!

E nessuno più disse parola. Sentivano l’approssimarsi dell’orrore. Erano i Venchi di una feroce razza lupigna che nulla raffrenava. Gli uomini chinarono la faccia; le donne udivano già per l’aria fosca di tenebra le urla della folle paura.

E quando il vecchio fece per uscire nessuno gli si oppose: era sul suo volto cadaverico la risolutezza che umilia chiunque la guati. Uscì, lo guardarono finchè la porta non fu rinchiusa, ascoltarono il suo passo finchè non si perse e allora si udì l’implorazione della donna offesa; schiantò il silenzio come un singhiozzo:

— Correte gente, correte che non si debba udire un simile spavento!

Quelle parole agghiacciarono i cuori e gli anziani si mossero incurvi, senza fiatare.

Ora Samuele attendeva il padre nella casa sconsolata. Una lampada fumigava sulla tavola. Più non aveva misura il tempo, più non era nè tempo nè spazio, ma una cupa eternità senza voce.

Camminava il giovine ascoltando il tonfo del suo cuore scatenato e ad ogni scricchiolio sussultava rivolgendosi alla porta.

Poi si udì cigolare la porta e si udì il passo del sopravveniente. Furon l’un contro l’altro come due spettri. Nè l’uno dei due piegò; nè parevano tanto forti da superare quell’orrendo silenzio.

E il vecchio si accostò al muro e ne distaccò la doppietta. Si udirono gli scatti delle molle congegnate.

Samuele non fiatò, non si mosse, non distolse gli occhi torvi dal volto del padre. Erano ai due lati opposti della stanza.

Maestro Alessandro puntò lentamente l’arme nera. Era nel suo volto sparuto la contrazione di un’ira senza limite, la terribilità del delitto.

E allora parlò e disse:

— Inginocchiati!

Il figlio ubbidì e s’aperse le vesti, nè le sue mani tremarono.

E il vecchio:

— Farai ciò che voglio?

Samuele non rispose.

Il fucile s’abbassò verso il petto scoperto.

— Rispondi!...

Si udì un gemito, una voce strozzata, uno spasimo angosciato di supremo dolore e la pallidissima faccia sbiancò ancor più nell’orrendo singhiozzo.

— Rispondi! — gridò più forte l’ossesso.

Allora parve che tutto l’essere veemente e tutta la ribelle gagliardia del giovine si liberassero nel grido; ed egli parlò stravolto, senza più lume negli occhi:

— Puoi ammazzarmi, ma non puoi costringermi!

— Tornerai dai Grandi?

— No!...

— Chiederai scusa?

— No!...

— Mi ubbidirai?

— No, no, no!...

E in così dire fece per lanciarsi innanzi, cieco nel suo furore; ma appena aveva levato il ginocchio che un colpo rintronò e il giovine dal fiero viso stramazzò riverso come cosa inanimata: gli occhi al cielo e la bocca torta.

Poi un urlo fu nella casa desolata e un urlo più alto nella notte grande, chè gli anziani sopraggiungevano correndo.

Ma tutto era vano ormai. Il tragico fato dei Venchi era compiuto per l’eternità.


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