Gli scrittori politici del CinquecentoDICESARE PAOLI.
DI
CESARE PAOLI.
Signore e Signori,
Nella storia della civiltà italiana il secolo decimosesto è uno splendore e un tramonto. Generato dal seme vigoroso del Rinascimento umanistico, ebbe nell'arte, nella letteratura e nei costumi, i godimenti di un'età raffinata; e la luce della sua coltura ci empie anche oggi di ammirazione. Ma nell'andamento politico fu un precipizio; ogni fiaccola di libertà e d'indipendenza si spenge; ai liberi comuni succedono i tiranni o le oligarchie; gli stranieri corrono da padroni la penisola, se la contrastano, se la dividono, e la riducono tutta, o quasi, in servitù. La lega di Cambray del 1508 dà un primo colpo a Venezia; la pace pure di Cambray del 1529 uccide Firenze; l'una e l'altra, aiutata dalle reciproche gelosie degli Stati italiani e dalle cupidigie e dai tentennamenti dei papi; il trattato di Cateau-Cambresis distende sull'Italia il lenzuolo funebre e l'abbandona oppressa, avvilita, spremuta in balìa della Spagna, che finisce col toglierle, anche nel pensiero e nei costumi, ogni alito di nazionalità.
E pure sull'orlo di questo precipizio, nel passaggio della gaia e tumultuosa libertà al silenzio del servilismo; in mezzo alla perturbazione continua cagionata dall'agonia delle repubbliche, dalle effimere e violente signorie dei tiranni, dalle lotte, dalle congiure, dalle invasioni straniere; il pensiero politico, per opera di alcuni grandi scrittori, si eleva ad alte concezioni, destinate a sopravvivere alla universale rovina. È in queste il germe d'una scienza nuova, che spoglia di pregiudizi locali e di tradizioni scolastiche, fondata sull'esperienza dei fatti, ma tendente a nuove idealità, si studia di disegnare, tra lo sfacelo del mondo medioevale, le basi dello Stato moderno. Di questi scrittori politici del Cinquecento è mio ufficio oggi di parlarvi. Non senza trepidazione mi presento oggi, la prima volta, dinanzi a voi, ben conoscendo la gravità dell'argomento e la mia insufficienza; ma la vostra squisita cortesia, o Signori, mi conforterà nell'arduo cammino; e, poichè altro non pretendo di essere che un semplice espositore, avrò da voi venia, se al buon volere non corrisponderà la poca virtù dell'ingegno.
Cacciati i Medici nel 1495, la Repubblica Fiorentina, sotto l'ispirazione di frate Girolamo Savonarola, si riordinò in istato popolare, con un Consiglio grande, un Consiglio o Senato degli Ottanta, un magistrato dei Dieci di libertà e balìa, che soprintendeva in special modo alle cose della guerra; e più tardi, con la instituzione di un gonfaloniere a vita, che fu Piero Soderini. Questo reggimento, nato onestamente, pur avendo di continuo a lottare con gravi difficoltà interne e con gravissime minaccie esteriori, governò con onestà e con decoro la Repubblicasino al 1512, e alla storia di esso è legato il nome del più grande dei nostri politici del Cinquecento, di Niccolò Machiavelli.
Il Machiavelli era nato nel 1469, e a ventinove anni entrava negli uffici della Repubblica, come coadiutore della seconda cancelleria, ed era più particolarmente deputato all'ufficio di segretario dei Dieci. Mantenuto sempre, quanto a ufficio, in un grado secondario, fu bensì adoperato in gravi e delicate missioni, che egli adempì con grande fedeltà e zelo; quivi si formò la sua educazione politica, quivi si presentarono alla sua mente i gravi problemi politici e sociali della sua età, e ne fu indotto a cercarne la soluzione e a comporne gli elementi di una dottrina o arte di Stato.
Il professore Pasquale Villari, nel suo libro magistrale intorno aNiccolò Machiavelli e ai suoi tempi[2], osservò giustamente che uno dei documenti più importanti a conoscere la vita del segretario fiorentino sono le sue Legazioni e Commissarie; trovandosi in esse non solo la storia fedele della sua attività diplomatica, ma anche i primi germi delle sue dottrine politiche[3]. Poichè debbo oggi esporvi ciò che più volentieri sarei stato ad ascoltare dalla sua voce autorevole, permettetemi, Signori, di toccare brevemente di queste Legazioni.
Nell'ufficio di mandatario della Repubblica Niccolò Machiavelli visitò vari paesi e varie Corti in Italia e fuori; conobbe uomini di Stato ragguardevoli; assistè e partecipò a fatti politici di non piccola importanza. Io non m'indugerò, o Signori, a riferirvi le cose trattate in queste Legazioni, e basterà, per il fine nostro, che ne rileviamo certi lineamenti più caratteristici, dai quali si desumeil metodo d'osservazione e la preparazione sperimentale e dottrinale del Machiavelli.
Fu quattro volte in Francia dal 1500 al 1511 e una volta, nel 1507-8 in Germania (passando per la Svizzera e per il Tirolo); e le sue osservazioni su quelli Stati, oltrechè nei dispacci quotidiani, si trovano raccolte in particolari relazioni che egli chiama “Ritratti„. Osserva in Francia la gagliardia di quella Corona, e ne pone come cagione principale l'avere essa sottomessi tutti i baroni. Non benevolo ai Francesi nei ragguagli che dà della natura loro, nota sopratutto il disprezzo che hanno verso gl'Italiani, perchè questi sono senz'armi e senza denari; e con occhio attento segue la fortuna dei Francesi in Italia, essendo con quella congiunta la fortuna di Firenze, per cagione di un'amicizia che egli malinconicamente dice: “essersi mendicata e nutrita con tanto spendìo, e con tanta speranza mantenuta„. In Isvizzera rimane ammirato di quella “libertà libertà„ (com'egli la chiama), e della piena ugualità d'ogni ordine di cittadini. Delle comunità di Germania loda i costumi patriarcali, e studia minutamente le relazioni tra imperatore, principi e comunità. In tutti quei paesi stranieri studia inoltre, con profonda attenzione, gli ordini delle milizie, esaminandoli con particolare riguardo all'Italia; e ne nota la forza e la debolezza; o indaga con che metodi possano esse vincere, e con quali opportuni rimedi potrebbero essere vinte dagli Italiani, se questi avessero armi proprie. Delle armi mercenarie aveva il Machiavelli già fatto trista esperienza nella guerra di Pisa, delle faccende della quale aveva dovuto occuparsi giorno per giorno come segretario dei Dieci. Quando poi, nel 1500, fu dato per compagno a Luca di Antonio degli Albizi, commissario al campo dei Francesi che assediavano, per conto di Firenze, quella città; potè sempre meglio conoscere la mala fede, la violenza, le ruberie infinite di quelle soldatesche.Del resto, dalla discesa di Carlo VIII in poi, e anche prima, erasi fatto palese come l'Italia, per mancanza d'armi nazionali, fosse corsa e sopraffatta dalle milizie straniere senza difesa, o dovesse commettere la difesa sua in milizie mercenarie anche più ladre. E io voglio qui citare il buon speziale Luca Landucci, che, nel suoDiario fiorentino, all'anno 1478, con grande semplicità e dirittura, così giudica dei soldati a servizio delle repubbliche italiane: “L'ordine dei nostri soldati d'Italia si è questo: tu atendi a rubare di costà, e noi faremo di qua.... Bisogna venga un dì di questi tramontani, che v'insegnino fare le guerre.„[4].
Una delle legazioni più notevoli del Machiavelli è quella al duca Valentino in Romagna dall'ottobre del 1502 al gennaio 1503. Aveva già egli conosciuto di persona Cesare Borgia, fino dal giugno precedente, avendo allora accompagnato in Urbino il vescovo Soderini, che la Repubblica Fiorentina inviava al Duca, per congratularsi del violento acquisto di quel ducato, e per invocare intanto la restituzione di certe terre aretine ribellate da Vitellozzo Vitelli. E fin d'allora il Machiavelli delineò del Valentino un ritratto che mostra com'egli ne ricevesse una vivissima impressione. “Questo signore è molto splendido e magnifico; e nelle armi è tanto animoso, che non è sì gran cosa che non li paia piccola; e per gloria, e per acquistare stato, mai si riposa, nè conosce fatica e pericolo. Giugne prima in un luogo che se ne possa intendere la partita donde si lieva. Fassi ben volere a' suoi soldati, ha cappati i migliori uomini d'Italia: le quali cose lo fanno vittorioso e formidabile, aggiunto, con una perpetua fortuna.„ Il Machiavelli era in Sinigaglia quando Cesare Borgia, il 31 dicembre del 1502, fece prendere con fine astuzia, e poi tranquillamentestrangolare, Vitellozzo Vitelli, gli Orsini ed altri signorotti della Romagna, già suoi emuli, e ora suoi troppo creduli alleati; del quale eccidio il Machiavelli stesso fece poi una distesa e vivaceDescrizione. Ch'egli ne fosse consigliatore, come qualche storico mediocre ha vociferato, è una stupida accusa, che non ha ombra di fondamento; ma certo è che, per quel fatto, la immaginazione sua fu profondamente colpita dall'energia, dall'audacia, dalla rapidità di quel giovane tiranno che non conosceva ostacoli, e li superava tutti, con qualsiasi mezzo, buono o cattivo, ma sempre opportuno, capacissimo di ogni malvagità, ma (come bene osserva il Tommasini[5]), “non di fare male vano„; e notevole anche in questo, che di quelle opere sue, che a noi paiono malvagie, cercava avidamente la lode. In fatti raccontò al Machiavelli la cosa “con la migliore cera del mondo„ e si rallegrò tanto di questo successo che (dice il Machiavelli) “mi fece restare ammirato„. Diedegli poi ordine che se ne rallegrasse colla sua Repubblica, alla quale diceva d'aver fatto un gran bene, collo spegnere quei nemici di lei capitalissimi, e avere “tolto via ogni seme di scandolo, e quella zizzania che era per guastare Italia„. E i Dieci di balìa, non meno stupefatti del loro segretario, prima gli scrissero che si rallegrasse col Duca di “questa sua felicità„, bensì “con modestia„ per salvare almeno l'apparenza del pudore morale; ma, quando seppero che tra gli strangolati v'era anche il rubatore delle terre d'Arezzo, allora misero da parte ogni scrupolo, e di gran cuore confermarono al Machiavelli la commissione dei rallegramenti; “tanto più vivamente (dicono), da poi s'è inteso la morte di Vitellozzo, della quale questa città ha cagione di contentarsi assai.„
L'esperienza acquistata in quattordici anni di attività politica nella mente riflessiva di Niccolò Machiavelli erasi ordinata in osservazioni ragionate; quando la reazione del 1512, riportando in Firenze i Medici, distrusse il governo del Soderini, e lui, Machiavelli, privò d'ogni ufficio. Ritiratosi allora in una sua villa presso San Casciano, datosi agli studî storici e letterari, a quegli studi, i quali, come scrisse Cicerone, “secundas res ornant, adversis perfugium et solatium praebent„, mise a profitto le osservazioni fatte, l'esperienza acquistata nelle cose di Stato, e, corroborandola collo studio comparativo dell'antiche istorie, ne compose quelle opere somme, che l'hanno fatto segno ora di ammirazione, ora di odio, e anche di vituperio, ma che hanno fatto il suo nome universale e immortale, e hanno meritato che sul sepolcro di lui in Santa Croce si scolpisse “Tanto nomini nullum par elogium!„
Le opere politiche del Machiavelli, sono principalmente due: iDiscorsi sopra la prima Deca di Tito Livioe ilPrincipe. NeiDiscorsisi ragiona in tre libri, della formazione, dell'accrescimento e dell'ordinamento delle repubbliche; nelPrincipe, in ventisei capitoli, dei modi che ha da tenere un principe nuovo, o piuttosto un tiranno, a fondare uno Stato e a conservarselo. Le due opere (chi le consideri superficialmente) mostrano di avere un carattere diverso; perchè la prima tratta di repubbliche, e l'altra di principato; quella nella più gran parte riguarda una condizione di ordinata libertà; questa invece uno stato violento e transitorio, qual'è la fondazione di un principato nuovo in una società corrotta, eper opera di un tiranno; infine iDiscorsisono come un commentario di storia antica, mentre il libro delPrincipe, proponendosi un fine non solo dottrinale, ma pratico ed immediato, trae quasi tutti gli esempî dalla storia contemporanea. Ma, se si studino un po' attentamente, si vedrà che le due opere nei principî generali e nel metodo si accordano; e di parecchie massime che sono nelPrincipesi trovano i germi, e più che i germi, neiDiscorsi.
Permettetemi, Signori, di darvene un breve ragguaglio complessivo.
NeiDiscorsicinque capitoli sono dedicati alla religione, che il Machiavelli, pur considerandola come un fatto puramente umano, pone come fondamento principale e necessario della salute degli Stati “perchè (dice) dove è religione si presuppone ogni bene, dove ella manca, si presuppone il contrario„. E ha una fiera ed eloquente invettiva contro la Chiesa Romana, che muove dal principio che, “appunto per gli esempî rei di quella corte„ l'Italia avesse perduto ogni “divozione ed ogni religione, il che si tira dietro infiniti inconvenienti e infiniti disordini„. Prosegue poi più fieramente l'invettiva, accusando il potere temporale della Chiesa d'essere d'ostacolo alla unità d'Italia, e d'averla ridotta a tanta debolezza “da essere stata preda, non solamente di barbari potenti, ma di qualunque l'assalta„. Di questa materia della religione è nelPrincipeappena qualche cenno fugace, laddove l'autore confessa la missione divina di Mosè, e dove dice che il Principe debba, se non essere, almeno parere religioso.
Degli ordini militari discorre con largo ed intimo studio nell'una e nell'altra opera. Ha parole roventi contro le milizie mercenarie ed ausiliarie, e raccomanda vivamente ai principi e alle repubbliche di avere armi proprie.
Per quanto attiene ai metodi di governo, neiDiscorsiè, forse più che nelPrincipe, conservato il rispetto a certi principî generali di moralità, che sono superiori a ogni contingenza politica: ma però sono sempre enunciazioni astratte, che non hanno alcuna influenza sulla determinazione dei modi più opportuni e più efficaci che occorrono per fondare e mantenere uno Stato.
Il Machiavelli più volte, nell'una e nell'altra opera, si chiarisce fautore convinto dello Stato popolare, e avverso ad ogni oligarchia di nobili ed ottimati; ma, anzi tutto, reputa necessario, per bene instaurare una repubblica o un principatoab imis fundamentis, la volontà e la mano ferrea d'un solo ordinatore, che abbia autorità pienissima; e scusa e difende Romolo d'aver ucciso il fratello Remo, e d'aver consentito alla morte del collega Tazio Sabino, perchè il fine che lo indusse a tali omicidî fu la salute dello Stato. Inoltre un principe nuovo ha da fare ogni cosa di nuovo, e perchè gli uomini si hanno “a vezzeggiare o a spegnere„ bisogna che si faccia amico il popolo, e tolga di mezzo gli emuli e i grandi senza pietà. Non si fonda uno Stato libero, se non si ammazzino i figliuoli di Bruto; non vive sicuro un principe nuovo, se si lascino vivere coloro che del principato furono spogliati. E, in sul principio, se occorre, bisogna anche usare crudeltà, ma usarle bene, in modo che si convertano in utilità dei sudditi; e farle subito, e tutte ad un tratto, “per non avere a ritornarci sopra ogni dì, e a star sempre col coltello in mano.„ Come medicina, veda poi il principe di guadagnarsi gli uomini col beneficarli, e i benefizî farli a poco a poco “acciocchè si assaporino meglio„. Degnissimo di lode è il principe buono; ma la bontà deve usare con prudenza e secondo necessità. Buono sì; ma non tanto da essere rovinato “infra tanti che non sono buoni„; nè da avere ritegno a fare, necessitato, cose malvagie, quando giovino a salvare lo Stato. Peraltro, le buone qualità, anche se nonsi hanno è bene parere di averle, perchè l'universale giudica secondo le apparenze, e nelle azioni guarda al fine. Resta, per ultimo, che diciamo dell'osservare la fede data. La quale cosa è buona e lodevole; mentre la frode (salvo nel maneggiar la guerra) è in ogni altra azione detestabile. “Nondimeno (dice il Machiavelli) si vede per esperienza ne' nostri tempi, quelli principi aver fatto gran cose, che della fede han tenuto poco conto, e che hanno saputo aggirare con astuzia i cervelli degli uomini ed alla fine hanno superati quelli che si sono fondati in sulla lealtà.„ E cita come maestro d'inganni papa Alessandro VI, che “non fece mai altro che ingannar uomini„; e pure gli inganni gli andarono sempre bene, “perchè conosceva bene questa parte del mondo.„ Certo se gli uomini fossero tutti buoni, la lealtà sarebbe un bene; ma, perchè son tristi, e di rado osservano la fede, un “signore prudente„ non può nè debbe osservarla agli altri “quando gli torni conto, e che sieno spente le cagioni che la fecero promettere„. Tutto sta che s'abbiano cagioni legittime a giustificare tale inosservanza, e che la cosa sia colorita bene, in modo da conservarsi la reputazione dell'universale.
Queste sono, per sommi capi, le dottrine che si contengono nei libri politici di Niccolò Machiavelli; esaminiamole ora con calma,sine ira et studio. Nè a caso ho detto “con calma,„ perchè pare a me che esse esercitino sugli animi nostri, in pari tempo, un grande fascino e una grande repugnanza: e mentre il senso morale ne rimane offeso, la tragica verità di certe massime si palesa nel fatto pur troppo evidente. Della meravigliosapenetrazione del Machiavelli e della sincerità spietata con cui egli espone le cose osservate e le dottrine che ne derivano siamo ad un tempo sopraffatti e scandalizzati; e ci domandiamo, con un certo sgomento, che giudizio debba farsi del carattere morale dell'opera, che giudizio del carattere morale dello scrittore.
Diciamo per prima cosa dell'opera. Bisogna, anzi tutto, porre in sodo che le dottrine del Machiavelli riguardano esclusivamente lo Stato come ente politico, e i reggitori degli Stati esclusivamente nella loro attività politica; e non pretendono di dare precetti di morale e regole di virtù. Ora, o Signori, se noi consideriamo la società, in mezzo alla quale il Machiavelli viveva, non mai più profondo d'allora ci apparisce il dissidio tra la ragione pubblica e la morale privata; non mai più profonda la corruzione; non mai più sicura e trionfante la violenza. Il Machiavelli ha veduto la profondità del male; e, senza riguardo nè pietà, ha posto nella piaga il coltello del notomista, l'ha dilacerata, l'ha messa a nudo, l'ha trattata col ferro rovente, e alla violenza eccessiva dei mali ha opposto la violenza eccessiva dei rimedî.
Forse c'è un errore grave nelle speculazioni del Machiavelli, e questo dipende dal metodo suo troppo rigido e sistematico, per cui dai proprî studî solitarî e dall'osservazione di un numero limitato di fatti trae spesso troppo generali conseguenze, di che lo rimproverò la mente pratica di Francesco Guicciardini. Forse anche contribuì al pessimismo delle sue dottrine lo stato dell'animo suo crucciato e invilito per le condizioni di vita in cui si trovava, e che sono meravigliosamente descritte in una lettera di lui del 10 dicembre 1513 al magnifico Francesco Vettori, oratore mediceo in Roma, della quale avrò occasione di riparlare tra poco. Ma che egli avesse “malvagio il pensiero„, come affermò nellaStoria di Firenzeil marchese Gino Capponi, mi pare(con ogni riverenza) una troppo recisa ed esorbitante accusa. Malvagia piuttosto era la materia che aveva da trattare; e perchè la trattò col metodo storico, tenendo conto come egli dice, “della verità effettiva„ e non foggiandosi “repubbliche e principati che non si sono mai visti nè conosciuti„, non poteva fare che quella triste materia diventasse rosea, per contentare la voluttà sentimentale degli umanitarî e degli ottimisti.
Siamo giusti; il tanto odiato machiavellismo non è già il Machiavelli che l'abbia inventato. La parola dicono sia nata in Francia al tempo di Caterina de' Medici, per sospetto e per antipatia dell'influenza italiana[6]; e ha fatto fortuna, tirata sempre al peggior senso, in disdoro del Machiavelli e dell'Italia; ma la cosa ha radici antichissime; ha germinazioni sempre rinascenti; e la storia di tutti i tempi e di tutti i paesi ci dimostra, che tra la ragione di stato e la morale privata la conciliazione, per quanto desiderabile, non è sempre possibile; anzi il dissidio, per quanto doloroso, è in parecchi casi inevitabile; e talvolta, diciamolo schietto, per la salute dello Stato, doveroso.
Niccolò Machiavelli, questo grande colpevole, è messo in croce, perchè ha detto crudamente delle crudeli verità; ma almeno di tante accuse, che gli sono state fatte, non avrà meritata quella di ipocrisia; e di molte altre potrà essere giustificato, per le alte idealità, a cui è inspirata l'opera sua, che sono: la costituzione organica dello Stato al di sopra e all'infuori di ogni interesse individuale e partigiano; la visione dell'Italia unita e libera da ogni oppressione straniera; un sentimento profondo di giustizia sociale; un amore vivissimo alla patria e alla libertà. Io vi ricorderò, o Signori, il capitolo nono delPrincipe, dove esorta il principe a satisfare cononestà piuttosto al popolo che ai grandi, “volendo questi opprimere, quello non essere oppresso„, e il capitolo decimosesto, che pone tra i vizi più perniciosi del Principe quello di “rubare i sudditi„ e di “gravare i popoli straordinariamente„. Ricorderò quel vigoroso capitolo del libro III deiDiscorsi, nel quale è detto che “dove si delibera al tutto della salute della patria, non vi debba cadere alcuna considerazione nè di giusto, nè di ingiusto, nè di pietoso, nè di crudele, nè di laudabile, nè d'ignominioso; anzi, posposto ogni altro rispetto, seguire al tutto quel partito, che li salvi la vita, e mantenghile la libertà„. Vi ricorderò infine la maravigliosa esortazione a liberare l'Italia dai barbari, che è in fondo delPrincipe; nella quale è tanta esuberanza di sentimento e di idealità, che l'animo del lettore si riconforta, e ne riceve un'onda calda di fede e d'entusiasmo, dopo avere percorso insieme coll'autore lo sconsolante cammino delle tristizie umane.
E ora diciamo dell'uomo; e lasciando stare l'uomo privato (che, a dir vero, non fu uno stinco di santo, almeno in quanto si riferisce a castità di costumi e a sentimenti religiosi), vediamo il cittadino, il pensatore. Cittadino servì lo Stato con fedeltà e con zelo, senza vantaggio alcuno, per sè; e lasciò il servizio col rammarico di non potere adoprare l'attività sua in pro della patria. Pensatore, serbò fede, in ogni condizione di vita, ai proprî ideali. E qui torna in campo la celebre lettera al Vettori, dianzi citata, la pressante raccomandazione che egli fa all'ambasciatore di impiegarlo coi Medici; la famosa frase: “se anche dovessero cominciare a farmi voltolare un sasso„; la proposta, per conciliarsi il favore mediceo, di dedicare al magnifico Giuliano il libro del Principe; e ne vien fuori la vecchia accusa (rimessa a nuovo con molto compiacimento dal signor Perrens)[7]che il Machiavelli voltasse faccia per suo interesse personale; e pur di guadagnare e di farsi innanzi, s'adattasse a servire la tirannide, dopo d'aver servita la libertà. Ho riferito senza attenuare; nè contro alla grave accusa arrecherò per difesa il profondo disdegno che egli doveva sentire di quella vita inutile o vile nella villa di San Casciano, tra uomini volgari, che gli empieva, come egli dice, “di muffa il cervello„, e gli convertiva spesso il riso in un “angoscioso pianto„. Ma vogliate invece considerare che, se egli adattavasi al nuovo governo mediceo, reso necessario dalle mutate condizioni esterne ed interne, voleva bensì che si fondasse sulla libertà e sul popolo; e quando, circa il 1515, per commissione di papa Leone X e del cardinale Giulio de' Medici (che fu poi Clemente VII) scrisse unDiscorso sopra il riformare il governo di Firenze, si sforzò di conciliare la preponderanza dei Medici colle forme repubblicane, ed esortò i padroni viventi a restituire, alla morte loro, l'intera libertà al popolo. Utopie di pensatore idealista, ma che mostrano com'egli nel mutato ambiente politico non mutasse i suoi convincimenti.
Eppure in quella fugace restituzione di governo popolare, che avvenne nel 1527, il Machiavelli fu sospettato, e tenuto lontano dagli ufficî; e forse il crepacuore dell'ingrato abbandono affrettò la sua morte, che avvenne il 22 giugno di quell'anno. Giovambattista Busini, in una delle sue celebri lettere a Benedetto Varchi, fa del Machiavelli un ritratto assai malevolo; ma termina con dire che “egli amava la libertà e straordinarissimamente„. Queste parole del caldo e incorrotto repubblicano sono la più nobile testimonianza del carattere integro di Niccolò Machiavelli.
In questo stesso anno 1527, nell'ufficio di Segretario dei Dieci, che già era stato onorato dal nome del Machiavelli, entrava Donato Giannotti, assai inferiore a lui, come dice lo stesso Busini. Anche il nuovo segretario volle scrivere di politica, e quelle sue esercitazioni continuò, caduta la repubblica, nell'esilio. Il Giannotti, per altro, era un animo retto ma un intelletto mediocre; e le sue elucubrazioni politiche mancano d'ogni originalità. Da Polibio trae il concetto di governo misto di principato, di aristocrazia e di popolo; e vuole che in questa combinazione abbia prevalenza il popolo mediocre, cioè la democrazia borghese, mentre, rispecchiando le antiche tradizioni fiorentine, ha in avversione i nobili e in grande dispregio il popolo minuto. Tra gli stati moderni prende ad esempio la Repubblica di Venezia, intorno alla quale scrisse un trattato in forma di dialoghi, pregevolissimo; e vuole perfezionata la costituzione data dal Savonarola alla Repubblica Fiorentina. Ma al concetto dello Stato, della patria, che in sè riassume tutti gli interessi, tutti gli affetti, secondo il bellissimo detto di Cicerone:omnes omnium caritates patria una complexa est; a questo concetto, che fu la grande idealità di Niccolò Machiavelli, il Giannotti non s'innalza mai, e non è capace di intenderlo. Egli, invece, dell'affetto e dell'avversione dei cittadini alla cosa pubblica, non trova altre ragioni, se non l'appetito della roba e dell'onore, o la difesa contro il danno o l'ignominia; e a questi interessi, a queste ambizioni, che sono interessi di partiti e di persone, si studia di provvedere con un sistema di equilibrio e di accomodamento, che si rassomiglia, a distanza di tempi e dicondizioni, al parlamentarismo moderno; di che gli dia lode chi se ne diletta! E anche riguardo al concetto dell'Italia il Giannotti rimane indietro; nè altro esempio voglio addurne se non il suoDiscorso a papa Paolo III sulle cose d'Italia; nel quale, dopo aver ragionato, con una serie d'argomentazioni fredde e infinitamente noiose, dei contrasti possibili tra l'Impero e la Francia, e dell'interesse che possono avervi i potentati italiani; e dopo avere espresso la sua avversione all'Impero, non sa trovare altro rimedio ai mali d'Italia che invocare le armi del Re di Francia; la quale illusione, se fu comune a quasi tutti i fuorusciti repubblicani, mostra che il Giannotti non aveva lo sguardo più acuto degli altri; mostra che, pur mantenendosi un intemerato repubblicano fiorentino, non s'elevò mai al concetto d'un'Italia indipendente da ogni ingerenza straniera. Ma la memoria di lui è, ad ogni modo, degna di venerazione, perchè, in mezzo alla folla irrequieta e procacciante dei fuorusciti, onorò, coi nobili studî, sè e la patria lontana; e si studiò di apparecchiarle quello che a lui pareva il miglior governo possibile, se la patria fiorentina fosse risorta.
Se non che, i tempi definitivamente chiusi non erano per ritornare; la civiltà, bene o male, pigliava altre vie; e alle repubbliche sfinite succedeva inevitabilmente il principato. All'instaurazione del quale, in Firenze, diede opera un altro sommo storico e politico, Francesco Guicciardini.
Anche a lui la diplomazia fu principio di educazione politica, ed ebbe più vasta, ed in più vasto ambientedel Machiavelli, esperienza di governi. Non ancora trentenne fu spedito ambasciatore a Ferdinando il Cattolico, in Spagna; e presso quel principe, altrettanto perfido quanto fortunato, apprese tutti i raggiramenti della politica europea. Governò poi per la Chiesa, l'Emilia e la Romagna in tempi difficili, da' tempi di papa Leone X a Clemente VII; e tenne quei governi con fermezza e con abilità, e partecipò a negoziazioni gravissime, corrispondendo pienamente alla fiducia de' suoi padroni; ma nell'animo suo se ne ingenerò un grande disgusto, che egli espresse più volte in mordaci invettive contro il governo dei preti, dolendosi della necessità, che l'aveva costretto a servirli. Caduta la repubblica di Firenze (la cui fine egli aveva, con diritto acume, preveduta già da gran tempo), si adoperò ad instaurarvi, con forme temperate, il principato mediceo, cercando di conservare qualche forma di libertà e la preminenza degli ottimati. Primeggiò col duca Alessandro, i cui diritti difese fieramente contro i fuorusciti; e, dopo l'uccisione di questo, cooperò all'elezione di Cosimo, lusingandosi di tener in propria balìa l'inesperto giovine. Ma il figliuolo di Maria Salviati e di Giovanni delle Bande Nere (nel quale forse il Machiavelli avrebbe riconosciuta un'incarnazione del suoPrincipe), si liberò presto dai suoi tutori, e con senno e con fermezza, non disgiunta da crudeltà, pose solidamente le basi della monarchia medicea. Allora il Guicciardini si ritirò in campagna, dove attese alla grande e monumentale opera dellaStoria d'Italia.
Il Guicciardini, come scrittore politico, è meglio conosciuto, dacchè sono venute in luce le sueOpere inedite. LeConsiderazioni sui Discorsi di Niccolò Machiavellici rivelano alcune differenze di giudizio tra lui e il Segretario fiorentino in cose politiche; differenze però più di metodo che di principio. IDiscorsi politicianalizzano e spiegano, con grande conoscenza degli uomini edei luoghi, alcuni tra i principali avvenimenti svoltisi sotto i suoi occhi, o ai quali egli partecipò. NeiDialoghi del Reggimento di Firenze, e in altri opuscoli, svolge le sue idee intorno a quel governo misto, che parve a lui e ad altri il rimedio di tutti i mali. Infine iRicordi politici e civili, che egli raccolse o riordinò nel suo ritiro dagli affari, sono una miniera preziosissima di osservazioni acute, su fatti speciali, di regole pratiche, di ricordi vivaci.
Della mente di Francesco Guicciardini, de' suoi metodi e del suo valore politico, del paragone che è da farsi tra lui e il Machiavelli, hanno discorso critici valentissimi, e tra i più recenti, il Benoist, il De-Sanctis, il Capponi, il Villari. Nè io, in verità, saprei dire più o meglio di loro; perciò vi contenterete, Signori, di pochi lineamenti generali.
Se si abbia rispetto alla potenza speculativa e al concetto sistematico di una scienza di Stato, non può disconoscersi che il Machiavelli tiene di gran lunga il primo luogo: se non che il Guicciardini è dei fatti pratici più preciso e più diritto osservatore. Aborre dalle teorie generali, ma nei casi particolari trova spesso la soluzione giusta. Anch'egli fa distinzione fra la ragione di Stato e la morale privata; alla religione non è certo più riverente di quello che sia il Machiavelli; anche egli ammette in politica la violenza, la frode, la simulazione; ma, spirito moderato, aborre da ogni eccesso, e si sente che in cuor suo desidera il bene. Ciò che manca al Guicciardini è l'idealità, l'entusiasmo, la fede in un principio superiore. Non ha un convincimento proprio, e non può infonderlo negli altri. Infine, uomo d'onestà indubitabile, è per altro scettico e profondamente sfiduciato; e in tutti i suoi scritti (come stupendamente osservò Adolfo Thiers[8]) si sente “un tono di tristezza e di cruccio, come di un uomo stanco delle innumerevoli miserie che ha visto„.
E ora, o Signori, possiamo lasciare Firenze, dove, spentasi la libertà, spengesi pure nel popolo ogni operosità o speculazione politica. E dobbiamo anche dire che, con la caduta di Firenze, susseguita a venticinque anni di distanza da quella di Siena, si chiude il periodo storico delle repubbliche comunali.
Sopravvivono Lucca e Genova, ma di vita repubblicana serbano ormai poco più che il nome e l'apparenza; venute alle mani di aristocrazie grette ed esclusive, nelle quali ogni giorno più si abbassava il livello intellettuale e la dignità del sentimento politico.
In Lucca ci si offre il caso di Francesco Burlamacchi. Questi, infervorato dalla lettura delle antiche istorie, e in specie delle Vite di Plutarco, non che dai ricordi e dagli ammaestramenti dello zio fra Pacifico, fervente savonaroliano, concepì il fantastico disegno di richiamare in libertà le città toscane, e stringerle in Federazione; del quale suo proposito, appena avviato negli atti, e non agevolmente attuabile, ebbe a pagare il fio colla vita. Non porremo certo il Burlamacchi nel numero dei pensatori politici, ma dei sognatori piuttosto; un sognatore bensì onesto e generoso, e almeno non codardo: come codardo si dimostrò il governo della sua patria, che, spontaneamente, con un zelo fatto di paura e di ferocia, lo denunziò all'Imperatore e a Cosimo primo, lo processò, lo torturò, e lasciò poi consumare la strage del suo cittadino, perchè non s'avesse a sospettare, nè anche lontanamente, che quel pio e nobile senato potesse avere connivenza alcuna in un peccato di libertà.
Dei vizi della costituzione aristocratica genovese ragionaUberto Foglietta nel dialogoDella Repubblica di Genova, stampato la prima volta in Roma nel 1559, che egli scrisse col leale intendimento di predicare l'unione della cittadinanza in un sol corpo, e la razionale e patriottica ugualità dei diritti e degli uffici; e ne fu pagato coll'esilio. Questa opericciuola bensì, come libro di politica, ha un valore mediocre, e non è da porsi a riscontro per altezza di concetto nè per larghezza di vedute colle opere somme dei politici fiorentini. Noi vediamo allegati in essa, secondo il metodo consueto degli umanisti, i fatti della repubblica romana, per dare autorità al ragionamento; vi vediamo delineati, con diligenza annalistica, parecchi fatti della storia medievale di Genova; aggiuntovi qualche accenno fugace di storia esteriore; ma tutto si riduce a uno studio non profondo, nè completo, delle condizioni interne genovesi; nè lo sguardo dell'autore si protende al di fuori, nè sa che vi sia un'Italia, nè la nomina mai.
Con più decoro, e pel nome suo e pel nome italiano, sopravvisse la Repubblica di Venezia; poichè quella forte e veneranda compagine di Stato, pur avviandosi fatalmente anch'essa a una lenta decadenza, trae vitalità dall'intenso amore de' sudditi e dalle antiche virtù, non ancora del tutto affievolite, della sua gloriosa aristocrazia. Quivi troviamo, nella seconda metà del secolo XVI, l'anima onesta di Paulo Paruta, la cui legazione a Roma, negli anni 1591-95, è un monumento di sapienza e di patriottismo. Scrisse il Paruta opere dottrinali di politica, con alto intendimento morale e civile, e con eleganza di dettato; cioè i DialoghiDella perfezionedella vita politicain tre libri, pubblicati la prima volta nel 1579, e iDiscorsi politiciin due libri, che videro la luce in Venezia nel '99, un anno dopo la morte dell'autore. Del Paruta scrisse ampiamente e bene Cirillo Monzani[9]; di recente Giuseppe De Leva[10]ha giudicato che egli sia “lo statista il più vicino, di spirito e di senno, al Machiavelli, in ciò solo da lui discosto, che, pio e religioso, non sogna tra le miserie d'Italia uno Stato pagano„. Nel quale giudizio in massima conveniamo; se non che, pare a me siano da rilevarsi nel Paruta altre differenze, anche rispetto al metodo. Il Paruta tratta della politica principalmente da filosofo, e si compiace non di rado (più spesso neiDialoghiche neiDiscorsi) delle astrazioni teoriche. Il tema che egli si propone è la ricerca della ottima forma di governo; e, tenendo sempre volta la mente ad un'idealità di perfezione morale e civile, intende al conseguimento di tale fine, con nobilissima fede, e con acume d'investigazione e di considerazioni. Ma l'osservazione vivace, l'analisi intima, penetrante, degli uomini e delle cose, quella specie (dirò col Villari) di “vivisezione„, per cui hanno tanta efficacia e tanta evidenza le opere dei politici fiorentini, pare non si addica alla dignità filosofica e allo stile togato del dotto Procuratore di San Marco.
Con Paolo Paruta si chiude la serie dei grandi scrittori politici del Cinquecento: dopo non si sentono più che voci isolate, gridanti nel deserto, le quali però additano una nuova via, preconizzano un avvenire. Questa nuova via,nei primi del Secento, parve attirare lo sguardo ambizioso e il grande e irrequieto animo di Carlo Emanuele di Savoia; e a lui si volsero le speranze di alcuni coraggiosi scrittori politici. Traiano Boccolini, nellaPietra del paragone politico, che è una vivace e implacabile requisitoria contro la preponderanza spagnuola, saluta Carlo Emanuele “primo guerriero d'Italia„; e poco più tardi Alessandro Tassoni, nelle sue celebriFilippiche, vede nello stesso Duca di Savoia il salvatore possibile d'Italia, ed esorta, pur troppo invano, principi e stati italiani ad aggrupparsi intorno a lui. Ma l'età volgeva allora a precipizio, non a risorgimento; e dovevano passare altri secoli di servitù e di sofferenze, doveva una grande rivoluzione rinnovare dalle fondamenta la società politica prima che il popolo italiano trovasse la sua via. È bensì provvidenziale, e quasi diremmo fatidico, in tanta rovina di cose, questo volgersi, sia pur momentaneo, degli sguardi in quel piccolo e fievole raggio di luce, da cui doveva dopo quasi tre secoli venire la salute d'Italia. Le voci di quei profeti solitari (lo ha già detto assai bene una giovane e valente scrittrice)[11]si perdono inascoltate nel silenzio del Secento: ma giungono vive ed incorrotte fino a noi, perchè, antivenendo i tempi, portarono il concetto italico di Dante e del Machiavelli “dal campo dell'idea e dell'azione possibile in quello dell'azione reale„.
Signori!
Niccolò Machiavelli, in quel sublime e angoscioso grido, con cui chiuse il libro delPrincipe, invocava “redentore„ un tiranno qualsiasi, purchè valesse a liberarci dalla “puzza del barbaro dominio„. Il voto del grande pensatore, del grande patriotta è ora esaudito; e non per violenza di tiranno, ma per virtù concorde di principe e di popolo. Auguriamoci, o Signori, che questa virtù non s'affievolisca e non degeneri; e come ha fatto l'Italia libera ed una, così sappia farla moralmente grande!