L'ORLANDO FURIOSODIGIOSUÈ CARDUCCI.
DI
GIOSUÈ CARDUCCI.
Quando l'Ariosto mise mano all'Orlando? Non si sa preciso, ma su la fine del 1506 la orditura doveva essere molto innanzi. Isabella d'Este marchesana di Mantova, a cui il cardinale Ippolito aveva mandato il poeta per rallegramenti in occasione di un parto, rispondeva il 14 febbraio 1507 al fratello, ringraziando, che l'ambasciatorele aveva anche per conto suo addotto gran soddisfazione, avendole con la narrazione dell'opera che compone fatto passare due giorni non solo senza fastidio ma con piacer grandissimo. Ludovico s'era messo risolutamente attorno l'opera tosto che credè aver ritrovato presso il cardinale stanza quieta, e provvigione da sopperirgli alle strettezze di famiglia, nelle quali aveva penosamente affaticata la sua gioventù. Nato gli 8 settembre del 1474, egli era allora su la trentina: molto aveva composto di versi in latino, poco e male in italiano, che le sue rime belle sono tutte per l'Alessandro Benucci, scritte cioè nel 1513 e dopo: benchè fin dai primi anni, oltre la prova fanciullesca dellaTisbe, andasse attorno co'l duca Ercole afarecioè a recitare commedie, non ne aveva ancora scritte: ma al poema pensavada un pezzo. Egli era nato e cresciuto in un'aria tutta impregnata dalla rifioritura classica dei romanzi. La prima edizione delMorgantein ventitrè canti fu del 1481, la seconda compiuta in ventotto dell'82. La prima edizione dell'Orlando innamoratoin due libri venne del 1486; la seconda, in tre libri, del 95. Nel 95 era anche finito ilMambriano, e nel 1509 fu stampato con dedicatoria al cardinale Ippolito. Nel 1506, quando l'Ariosto gettava le fondamenta alFurioso, usciva dalle stampe di Venezia il primo libro della continuazione all'Innamoratocomposta dall'Agostini, e il secondo doveva uscire nel 13, tre anni prima che l'Ariosto finisse la sua. Non lasciavano poi tregua alle stampe i poemi minori.
Quando un'età è ancora poetica, cioè quando la poesia già arte d'individui è per altro in contatto ancora co'l sentimento dell'universale e in iscambio di cooperazione con la fantasia e la leggenda popolare, allora la epopea non è nè può esser mai individuale affatto. La materia epica resta in comune per un pezzo fra tutta una razza, ma disposta a prendere nel continuo rimaneggiamento dal genio delle nazioni vario, nelle vicende opposte dei tempi, sotto le forze dei singoli artisti, spiriti, atteggiamenti e forme diverse. Al secolo decimoquinto materia epica erano tuttavia le leggende cavalleresche in specie carolingie nelle quali la immaginazione del popolo e l'arte dei poeti pur rinnovandosi si dilettavano per antico abito, come già, per altro, con meno d'efficacia, la poesia alessandrina rilavorava nelle intelaiature omeriche e su' miti argonautici. La poesia carolingia francese, trasportata in Italia dai trovieri e giullari feudali de' secoli decimosecondoe decimoterzo, ci divenne ben presto popolare, e, quando in Francia l'antica pianta spogliavasi, i nuovi rampolli avevano messo qui foglie e fiori. Il popolo italiano, come aveva tredici e più secoli prima tolto in prestito dalla Grecia non pure il mito iliaco ad innestarci i miti suoi ma l'epos omerico sol di poco e nel men vivo rimaneggiandolo, così allora pigliava dalla Francia la leggenda carolingia, in attenenza anche maggiore con la sua storia recente, con le più fresche idealità, apprestandosi per altro ad animarla e atteggiarla di spiriti e di forme singolarmente nuove. A quelle francesi scaturigini d'epopea si abbeveravano volentieri sì la plebe, sì i grandi e letterati: questi per amore al ristorato nome dell'impero raffigurato in Carlomagno, quella pe'l sentimento religioso che l'accendeva a venerare in Orlando un glorioso martire della fede. E come ispiratrice e arbitra e giudice dell'epopea, quando spontanea e quasi fatale, è la plebe o vero la moltitudine, e come nella plebe prevalgono con l'istinto del soprannaturale e co'l sentimento religioso il culto della forza e l'entusiasmo per il valore, così il carattere epico che signoreggiò tutti gli altri e intorno o sotto al quale si coordinarono gli altri fu Orlando.
La immagine di Ruodlando, prefetto della marca di Britannia ucciso con altri officiali del palazzo imperiale in una imboscata di Guasconi tra le gole de' Pirenei l'anno 777, rozzamente scolpita con tradizione e arte monastica su la facciata della cattedrale di Verona, fu da prima venerata come d'un santo dal popolo italiano. Il quale poi, imparando a più genialmente conoscerlo nella marziale ardenza delle canzoni di gesta recitate e cantate su i teatri mobili e in piazza, se ne innamorò, se lo prese, lo fece nascere poveramente in Imola, pargoleggiare eroico mendicante in Sutri, abbattere miracoloso giovinetto un esercito infedele co'l suo re in Aspromonte,lo creò senatore romano, lo vide assistere alla sacra delle vecchie chiese in Firenze, scoprì nell'etrusche rovine di Fiesole l'antro delle fate onde egli uscì tutto incantato, lo ritrovò a Spello gigante e peccatore, ammirò su i campi delle battaglie nazionali i macigni che il paladino aveva lanciati, intitolò dal nome di lui il bel promontorio presso Castellamare e molte torri fin nell'isola di Lampedusa.
La leggenda carolingia s'allargò dunque assai presto in tutta Italia, ma la prima confermazione letteraria l'ebbe nelle contrade del settentrione; ella s'acclimò e si svolse in quel movimento che dal secolo decimoterzo al cominciare del decimoquarto, avanti la egemonia toscana, tendeva a constituire nella Lombardia, nella Venezia, nelle regioni circumpadane una lingua e letteratura che dal francese attingeva e derivava assai degli argomenti e non poco di forme e colori alla elocuzione. Le poesie carolingie che corsero i castelli e le piazze dell'alta Italia furono di più maniere. Pe'l contenuto: canzoni di gesta francesi, con alterazioni poche e di sole parole: poemi di argomenti simili a canzoni di gesta, ma discostantisi dalla configurazione epica francese e con introduzione di racconti, favole e personaggi nuovi: poemi la cui contenenza è affatto nuova, o tra le canzoni di gesta fin qui conosciute non se ne trova che ad essi corrispondano. Per la forma: canzoni di gesta in lingua e verseggiatura francese: poemi di lingua e verseggiatura ibrida, nei quali il fondo francese è tutto invaso e guasto da forme del dialetto veneto o meglio di quella lingua letteraria che mal provò d'impiantarsi nel Veneto e nel Lombardo, e il modello della verseggiatura francese è alterato negli accenti, nelle sillabe, nelle rime: cantàri in dialetto veneto con verseggiatura del modello epico francese e serie monoritme.
Della prima famiglia è laChanson de Roland, che fuanche in Italia il nòcciolo eroico di tutto il ciclo; della seconda sono sei poemi (Beuve d'Hanstone, Berte, Karleto, Berte et Milon, Ogier le Danois, Macaire) di mani diverse, ma raccolti insieme con evidente intenzione ciclica, come quelli che contengono le storie della famiglia carolingia e de' suoi principali eroi. Importantissima la storia degli amori di Berta e Milone e della fanciullezza d'Orlando nato di loro, sì perchè la invenzione non pure non ha riscontro in veruna canzone francese ma è anzi alla leggenda francese del tutto contraria, sì perchè l'azione è posta in Italia e Orlando fatto italiano, e più ancora perchè negli amori occulti e perseguitati di Milone e di Berta, nelle avventure della fuga e dell'esilio, sin che l'imperatore riconosce nel fanciullo mendicante di Sutri e nella madre nascosta in una grotta il nipote e la sorella, vediamo annunziarsi l'elemento romanzesco che è per essere l'anima della poesia con la quale gli Italiani ricomporranno la materia epica carolingia.
Questi poemi si conservano nella biblioteca marciana di Venezia insieme con altri due, della terza famiglia, ma scritti ancora in francese ibrido,Entrée en EspagneePrise de Pampeluneche vorrebbero più lungo discorso. Autore del primo è un Nicolò, che annunzia, con esempio nuovo nell'epica, la sua persona e la patria, ricordando gloriosamente il mito iliaco tra le leggende carolingie. Son padovano, egli dice,della città che il troiano Antenore fece nella gioiosa marca del Trevigian cortese. Si è messo atrovare, egli afferma,del miglior cristiano che fosse mai cantato da giullare perchè vuole castigare i codardi e vani, far ritornare i villani a cortesia e crescere i rettori di terre in sano consiglio. La sua istoria l'ha compostaacciò sia intesa e cantata; etutto questo vi so dire, aggiunge,perchè io ne sono stato l'autore. Nulla qui dunque manca del poema propriamente letterario, nè l'affermazione della personalità, nè larivendicazione dell'invenzion propria, nè il fine civile, nè l'intenzione popolare. Aggiungasi che il padovano non condusse su modelli francesi il suo racconto di ben ventimila versi; che ricorre a fonti nuove, certo anche alla sua fantasia, forse a tradizioni indigene; che tratta con abilità molta il dialogo e sfoggia vera eloquenza nei discorsi dei personaggi; che è il primo a narrare e forse a imaginare le avventure di Orlando peregrino per isdegno in Oriente; che è il primo a citare testimone e mallevadore di avventure anche da sè inventate Turpino.
All'Entrata in Ispagnaseguita nella materia laPresa di Pamplonaanch'essa d'un italiano di Lombardia. Egli non solo fa partecipare alla guerra di Spagna Desiderio re dei Lombardi, in nessuna delle canzoni francesi degnato mai di tanto, ma anche narra come, avendo i Tedeschi dell'esercito di Carlo voluto rubare ai Lombardi il pregio e il premio d'una loro vittoria, questi ne fecero strage; di che adiratosi Carlo riprese e condannò i Lombardi, ma Orlando gli giustificò e difese presso l'imperatore; il quale per ammenda concesse a Desiderio tre privilegi: che quelli di Lombardia fossero sempre e tutti franchi, che tutti senza distinzione di natali potessero divenir cavalieri, che tutti potessero portare la spada a fianco anche in cospetto dei re. La democrazia dei comuni entrò così trionfante nell'epopea feudale. Che se a ciò che già notammo intorno l'Entrata in Ispagnaaggiungasi ora come e in questa e nellaPresa di Pamplonale favole di più poemi e canzoni sono raggruppate e svolte in un racconto molteplice e continuato a cui è come guida e lume il fatto dell'antagonismo dei prodi e dei traditori, della casa di Chiaramonte e della casa di Maganza (che era la nota caratteristica e il nesso logico della futura epopea romanzesca italiana), dovremo confessare che di essa epopea l'idea tipica, la forma organica e il procedimento tecnico sono già più che ingerme ne' due poemi franco-italiani della Venezia. Anello tra questi e la futura epopea romanzesca in ottava rima furono i cantàri in dialetto veneto e in verseggiatura di modello francese: dei quali ci avanza un Buovo d'Antona in 2525 versi, che deriva dall'omonimo poema della Marciana, ed annunzia il poema toscano su lo stesso argomento. E con essi si chiude il primo periodo della poesia romanzesca italiana, il periodo lombardo-veneto, nel quale Orlando e Oliviero erano recitati su teatri mobili in Milano e i cantastorie delle cose di Francia disturbavano gli anziani di Bologna nel loro palazzo che li bandivano dalla piazza del Comune (1278).
Di su tali cantàri e di su gli anteriori poemi, dopo che Firenze ebbe ottenuto il primato della lingua e della poesia e l'ottava rima da lirica diventò narrativa, i cantastorie toscani e specialmente fiorentini ripresero la materia epica. La nuova letteratura era riuscita, proprio come Dante voleva, aristocratica (egli dicevaaulica): per una gran parte di popolo la Commedia anche coi commenti rimaneva maestosamente oscura, e il Decameron era troppo artistico: del Canzoniere non è a dire. I dantisti, gli ammiratori del Petrarca e gli amici del Boccaccio disprezzavano coteste storie di paladini udite lombardamente o venezievolmente strillare da rauche voci pei trivii. I Ciompi invece, che bruciavano i palazzi dei cittadini grassi per poi far cavalieri i padroni su le macerie, ammiravano i colpi d'Orlando, forse piangevano su la gran rotta di Roncisvalle, certo applaudivano ferocemente al supplizio di Gano; mentre i mercantucci dagli ozi delle oscure botteghe proseguivanol'ideale delle avventure per le plaghe d'Oriente, gli amori delle fanciulle reali per lo stalliere, e il trionfo e le vendette dello stalliere tornato re. Ma l'abbandono alla plebe di così nobil materia cristiana e cavalleresca dovè dispiacere ai popolani serii, che pur compiacendosi dell'arte nuova erano rimasti fedeli alle tradizioni romane ecclesiastiohe del medioevo. In servizio dei quali e per lettura nelle camere e nelle sale, Andrea da Barberino, notaro ed uomo di studi, ricompilò da molti testi molte prose di romanzi, tra le quali più conosciuti e diffusi iReali di Francia, e ilGuerrin Meschino: ricompilò con intenzioni critiche il riordinamento cronologico e genealogico, con intendimenti storici e religiosi, con pretensioni di stilista: ricongiunse i Franchi ai Romani, Carlomagno a Costantino, Orlando a Scipione, e al racconto disceso a saltelloni dalla lassa monoritmica francese sostituì la flessuosa dicitura della novella italiana colorata morbidamente qua e là di qualche lume ovidiano. Le compilazioni del Barberino certamente furono lette anche allora, rimasero poi lettura prediletta al popolo specialmente di campagna, che nei grossi libri in ottave non ci raccapezzava di molto, mentre in quelle prose credeva seriamente leggere la storia della Chiesa e dell'Impero; ma nulla di nuovo e d'importante conferirono al lavorìo plebeo toscano su l'epopea carolingia, alle cui prime e caratteristiche produzioni pare che seguissero anzichè precedessero.
Lo spazio a cotesto lavoro, che tanto più crebbe quanto l'uso della letteratura volgare veniva scemando negli alti ordini tutti invasati di greco e latino, può essere posto dal 1350 al 1480. Da prima erano cantàri staccati, poi storie in due o in quattro cantàri, poemi in fine di quaranta o più canti, recitati questi un per giorno o a due sessioni per giorno, con un cenno in fin di ciascuno alla contenenza del seguente. Più famosi e stampati, eristampati in edizioni di carta straccia fin quasi al nostro secolo, ilBuovo d'Antonain ventidue canti, laSpagnain quaranta, laRegina Ancroiain trenta, tutti tre di autori fiorentini, tutti tre del secolo decimoquarto finiente, o al più del decimoquinto cominciante. Nel primo l'argomento è anteriore all'impero di Carlo, e si raccontano le avventure di un lontano avo d'Orlando: il secondo contiene la parte eroica e religiosa della leggenda carolingia, la più gran guerra contro i Saracini e la rotta di Roncisvalle con la morte di Orlando: il terzo i fatti di Rinaldo, che tien fronte a una regina infedele venuta ad assalire il regno di Carlo. In tutti tre il legame ciclico e cercato e proseguito nell'antagonismo tra maganzesi e chiaramontesi. Nel secondo e nel terzo, Orlando, che per isdegno con Carlo va peregrino venturoso per l'Oriente, comincia a divenir romanzesco. NelBuovocominciano i segni della mistura comica non senza intenzione satirica nella caricatura di gente di chiesa. L'Ancroiaè il tipo già esagerato della donna guerriera. NellaSpagnac'è qualche cosa di più singolare. Carlomagno, che incognito ritornando in Parigi si presenta alla moglie ed è riconosciuto non da lei ma da un cane di lei, assomiglia all'eroe dell'Odissea in modo che non par caso. Tutto ciò in Firenze su la fine del secolo decimoquarto annunzia la fusione degli elementi e degli spiriti che in questa forma dell'epica andrà a compiersi nel decimoquinto e meglio nel decimosesto. Del resto nellaSpagnale forme esteriori del genere sono già tutte fissate dalle necessità quotidiane della recitazione: nei principii de' canti le preghiere o invocazioni cristiane che il Pucci imiterà e l'Ariosto cambierà in esordii eleganti: nel fine, le licenze o congedi agli uditori: di più, la interruzione e la ripresa delle diverse fila della favola. L'autore delBuovocomincia ogni canto con ricordare ciò che fu detto o a che fu lasciato il racconto nell'anteriore; come poifece il Boiardo. Ma il fiorentino chiude una volta il canto avvertendo gli uditori ch'egli ha sete e va a bere, intanto si riposino. L'autore dellaSpagnasu 'l fine del quinto li ammonisce che si ricordino di por mano alla tasca e far dono.
Luigi Pulci, raccogliendo e trasformando spiritosamente la costoro eredità, chiude il secondo periodo, fiorentino e plebeo, della epopea romanzesca, e introduce al terzo e ultimo, lombardo, nel quale ella diventa classica. Anche nella seconda età dell'arte italiana, dal 1480 in poi, il movimento ricomincia da Firenze intorno la materia popolare e con spiriti popolari. Dopo tanto greco e latino, dopo tanto ricercare le isole fortunate della gloriosa antichità, si sentì il bisogno di ritornare un po' in famiglia, se non altro per assettare a onesta pompa tra le dovizie paterne le ritrovate preziosità degli avi, per lavorare con l'arte nuovamente imparata le materie gregge domestiche. Come Lorenzo de' Medici e Angelo Poliziano avevan preso a rinnovare e rincivilire la ballata, lo strambotto, la lauda, il canto carnescialesco, così il Pulci volse l'orecchio e l'animo alle storie che si cantavano in piazza. Fu l'ultimo dei cantastorie; ma salì le belle scale del palazzo Medici, e lesse, non cantò, alla tavola di Lorenzo e di sua madre Lucrezia, avendo ascoltatori e consiglieri il Poliziano, il Ficini, il Landino, genio o demonio suggeritore quel suo bizzarrissimo ingegno non mai stanco di far capriole e rilevarsi giovenilmente ridendo. Però, con tutto il rispetto ch'egli serba a tutte le monotone forme organiche dell'epica popolare, manca al suo poema la proporzione massimamente tra la prima e la seconda parte; nè ciò fa male, come non stanno male le finestre fuor di squadra nei palazzi di quel tempo. Egli séguita fedele nel grosso della favola i canti dei suoi antecessori, senza darsi briga più volte di pur mutare i versi; e con tutto ciò il Morgante è fratutti i poemi italiani quello nel quale la individualità del poeta si affaccia più ostinata, più curiosa, più impertinente. Non fece nè potè fare scuola: accennò al periodo classico, mostrando coll'esempio che anche di storie cavalleresche si poteva fare un poema lungo, leggibile ai signori ed ai letterati, e sprigionando tra quella fuga di fantasmi giganteschi e grotteschi un gruppo elettrico di scintille di buon umore.
Passando dai colli toscani alle pianure del Po, dalla piazza della Signoria di Firenze al castello di Niccolò terzo e di Borso, dalla famiglia dei Pisistrati banchieri alla dinastia dei discendenti di Adalberto e Matelda e dei guelfi vincitori di Ezzelino, dalla camera d'un gentiluomo fiorentino scaduto di nome e d'averi alle stanze merlate d'un governatore e ambasciatore ducale, dal Pulci, dico, al Boiardo, l'epopea romanzesca ritrovava il luogo e l'uom suo. Nella biblioteca del duca Borso c'erano molti romanzi d'avventura del ciclo bretone e della Tavola rotonda. Matteo Maria Boiardo scriveva egloghe latine, aveva tradotto Erodoto ed Apuleio. Intanto l'elemento romanzesco erasi già compenetrato all'epopea carolingia non sì tosto ella fu migrata in Italia; ma nessuno ancora aveva avuto il coraggio di far innamorare Orlando. Anche il Pulci non scherza con l'eroe di Roncisvalle: lo fa combattere e morire con un vero sentimento epico che ricorda la canzone di gesta, lo fa miracoleggiare con una fede infantile e grossa che ricorda la cronaca di Turpino. Ma il Boiardo al ciclo guerriero carolingio che piaceva alla plebe intrecciò il ciclo galante d'Artù che piaceva alle corti; e nell'opera sua il terribile guercio che tagliava con Durandal i graniti dei Pirenei, lo sposo di Alda, della quale solo il nome occorre due volte nellaCanzone di Rolando, s'innamora d'una principessa della China. Ciò non per tanto, le avventure più strane, le fantasie più bizzarre, le forme più grottesche piglianonell'opera del Boiardo proporzione e decenza classica. Circe e Medea non erano state fate e maghe? I dragoni non custodivano gli orti delle Esperidi e il vello d'oro? Vulcano fabbricò armi incantate ad Achille e ad Enea, e Achille è il primo degl'invulnerabili. Più, il Boiardo aveva tradotto l'Asino d'oro, ove la novella sensuale e la divina storia di Psiche s'incontrano fra gl'incanti e le stregonerie più sconce e paurose. Così la nuova forma dell'epopea romanzesca usciva gloriosamente composita dalle mani dello scandianese ammirato lui stesso del suo lavoro.
La calata di Carlo VIII distrasse e ruppe il cerchio degli uditori: la morte ghiacciò la mano del poeta sul principio della terza parte, che gli rimaneva a cantare la disfatta e la morte del re Agramante invasore del regno di Francia, con la fine degli amori di Orlando, di Rinaldo, di Ruggero: morendo, egli lasciava i Saracini vittoriosi intorno Parigi. Per la curiosità volgare potea bastare la continuazione affrettata dell'Agostini. Ma la miglior generazione del miglior tempo del Rinascimento, la generazione a cui il Bembo e il Sannazzaro insegnavano la lingua e la poesia, e dava precetti di cavalleria il Castiglione, di politica il Machiavelli, di filosofia il Pomponazzo, la generazione per cui il Bramante costruiva palazzi che il Primaticcio ornava e Giulio Romano affrescava, la generazione per cui Leonardo e Raffaello dipingevano, Michelangelo scolpiva, il Cellini cesellava, quella generazione voleva qualche cosa di meglio.
Ecco perchè Ludovico Ariosto continuò l'Innamoratodel Boiardo componendo ilFurioso.
L'Ariosto compose ilFuriosonegli anni che passò al servizio del cardinale Ippolito d'Este, come gentiluomo di fiducia adoperato negli offici solenni o nei casi ed affari di maggior momento e più rischiosi. Il cardinale credeva, o almeno affermava, avergli dato d'entrata presso a trecento scudi; ma il poeta, interponendo un suo cugino a raggiustare le partite co'l padrone, lagnavasi di non avere più che 150 lire, e queste pagategli a sbalzi ed a sgoccioli. La provvisione ordinaria da una lettera del cardinale (21 gennaio 1511) parrebbe determinata in 240 lire marchesane (1200 fr. circa) su proventi della cancelleria arcivescovile di Milano: c'erano di più i frutti di certi benefizi ecclesiastici che l'Ariosto godè per qualche tempo e avrebbe forse anche potuto accrescere e conservare se avesse portato la chierica: il pagamento gli era fatto ogni tre mesi, ritenendosi il costo dei panni e vestiarii che venivano, pare, forniti dalla guardaroba del cardinale. Il poeta aveva anche, da due o tre anni all'infuora, anni di guerra, le spese del vivere, nel 1516 vino e frumento per due bocche, paglia e fieno per due cavalli. In tali condizioni di vita fu scritto ilFurioso, che del resto fu tutt'altro che l'unico pensiero e lavoro dell'Ariosto in quei tredici anni. Per feste del cardinale compose nel marzo del 1508 laCassaria, nel febbraio dell'anno seguenteI Suppositi, e tradusse e riadattò per le scene qualche commedia di Terenzio.
Veniva intanto la lega di Cambray ad avvolgere gli Estensi nella guerra contro Venezia e nelle furie di Giulio II. Due volte nel 1509 l'Ariosto fu spedito a Roma; la seconda, di decembre, in gran fretta e fra pericoligrandi, a sollecitare soccorsi contro l'armata che i Veneziani spingevano su per Po. Ebbe notizie in Roma, al 25, della battaglia vinta da Ippolito su l'armata veneta alla Policella tre giorni a dietro, nella quale avean combattuto tre Ariosti; e scriveva súbito al cardinale rallegrandosi “di avere istoria da dipingere nel padiglione del mio Ruggero a laude di Vostra Signoria„. Su la fine dunque del nove era di certo tutta ordita e già bene avviata la favola del poema, poichè sol nell'ultimo canto figura il padiglione nuziale di Bradamante e Ruggero: non però che il poeta fosse allora, come talun suppose, a scrivere l'ultimo canto: anche nel terzo, quindicesimo e vigesimoquarto è menzione della vittoria di Policella. Nel 1510 il papa, voltatosi coi Veneziani contro i Francesi, bandiva scomunicato e scaduto d'ogni diritto il duca di Ferrara tenutosi fedele alla lega di Francia e intimava al cardinale fratello di ridursi tosto a Roma. Ippolito non la intendeva, e si metteva di mala gamba; e l'Ariosto nel maggio e dal giugno all'agosto fu in Roma aplacargli la grand'ira di Secondo, che una volta in Castel Sant'Angelo minacciò di farlo buttare in fiume se non gli si toglieva davanti. Stretto poi il duca e Ferrara dai Veneziani e dai papali, il poeta partecipò i pericoli della patria. Egli stesso, come ne lo lodò il fratel Gabriele nell'epicedio latino, “tutto armato fu in campo, non per istudio di veder la battaglia e cantar della battaglia gli eventi, ma preparato a morire di onesta morte per la patria e aggiungere onore agli onori del nome suo„. Ciò fu sotto i comandi di Enea Pio da Carpi in una seconda battaglia della Policella, che il duca anche vinse su' Veneziani il 24 settembre del dieci, e nella quale è fama che il poeta assalisse e conquistasse egli una nave dei nemici. Subito dopo la battaglia di Ravenna (11 aprile 1512), ove il duca Alfonso fece miracoli con la sua artiglieria distruggendo la fanteria spagnuola senza moltiriguardi agli alleati francesi ( — Tirate, tirate, — gridava a' suoi, — son tutti barbari a un modo e nostri nemici — ), egli vide il campo.
Io venni dove le campagne rosseEran del sangue barbaro e latino,Che fiera stella dianzi a furor mosse;E vidi un morto all'altro sì vicino,Che, senza premer lor, quasi il terrenoA molte miglia non dava il cammino.
Io venni dove le campagne rosseEran del sangue barbaro e latino,Che fiera stella dianzi a furor mosse;E vidi un morto all'altro sì vicino,Che, senza premer lor, quasi il terrenoA molte miglia non dava il cammino.
Io venni dove le campagne rosse
Eran del sangue barbaro e latino,
Che fiera stella dianzi a furor mosse;
E vidi un morto all'altro sì vicino,
Che, senza premer lor, quasi il terreno
A molte miglia non dava il cammino.
Ma la vittoria di Ravenna fiaccò e disciolse l'esercito francese; e il duca dovè nel luglio andare a Roma, con salvacondotto, alla sottomissione. Se non che Giulio troppo incalzava con le pretese, e poco cedeva Alfonso; che finalmente, non ostante il salvacondotto, ebbe di catti di scampar dallagrand'ira di Secondotra le armi dei Colonna, che lo tenner celato tre mesi nel loro castello di Marino, onde sotto più travestimenti, di cacciatore, di famiglio, di frate, si salvò per la Toscana a Ferrara nell'ottobre. L'Ariosto accompagnò tra quei pericoli e in quelle fughe e travestimenti il signore; e il primo d'ottobre in riparo a Firenze scriveva a un Gonzaga: “Sono uscito delle latebre e dei lustri delle fiere e passato alle conversazioni degli uomini. Dei nostri pericoli non posso ancora parlare:animus meminisse horret luctuque refugit. Da parte mia non è quieta ancora la paura, trovandomi ancora in caccia, ormato da levrieri, da' quali Domine ne scampi. Ho passato la notte in una casetta da soccorso, vicin di Firenze, col nobile mascherato, l'orecchio all'erta ed il cuore in soprassalto„. Nel marzo del 13 con la elezione di Leone X rinacquero o crebbero le speranze di meglio nel duca e più forse in Ludovico, che era stato dei famigliari del cardinal de' Medici, e che súbito mandato a Roma perfaccende ducalivedeva intorno al nuovo papa i suoi vecchi amici, il Divizio, ilSadoleto, il Bembo. Se non che ben presto (7 aprile) scriveva con la sua ironia bonaria a Ferrara: “È vero che ho baciato il piè al papa, e m'ha mostrato di odir volentera: veduto non credo che m'abbia, chè dopo che è papa non porta più l'occhiale. Offerta alcuna nè da Sua Santità nè da li amici miei divenuti grandi novamente mi è stata fatta: li quali mi pare che tutti imitino il papa in veder poco.„ Di Bernardo Divizi aggiungeva: “È troppo gran maestro, ed è gran fatica a potersegli accostare; sì perchè ha sempre intorno un sì grosso cerchio di gente che mal si può penetrare, sì perchè si convien combattere a dieci usci prima che si arrivi dove sia: la qual cosa è a me tanto odiosa, che non so quando lo vedessi: nè anco tento di vederlo, nè lui nè uomo che sia in quel palazzo.„ E conchiudeva: “Io intendo che a Ferrara si estima che io sia un gran maestro qui: io vi prego che voi li caviate di questo errore.„ Meglio che la fortuna gli arrise l'amore: di ritorno da Roma in Firenze, per le feste di San Giovanni, s'innamorò fermamente della fiorentina Alessandra Benucci, per la quale scrisse rime bellissime, e la cui leggiadra imagine egli vagheggiava tra le favoleggiate battaglie e dinanzi alle ferite del più gentile de' suoi cavalieri (nel c. XXIV):
Così talora un bel purpureo nastroHo veduto partir tela d'argentoDa quella bianca man più ch'alabastroDa cui partire il cor spesso mi sento.
Così talora un bel purpureo nastroHo veduto partir tela d'argentoDa quella bianca man più ch'alabastroDa cui partire il cor spesso mi sento.
Così talora un bel purpureo nastro
Ho veduto partir tela d'argento
Da quella bianca man più ch'alabastro
Da cui partire il cor spesso mi sento.
Sul finire del 13 si raccolse in Ferrara, dove il suo cardinale, esperimentato Leone di volontà non migliore che Giulio, s'era ridotto, e dove anche Alessandra venne, vedova com'era d'un Tito Strozzi gentiluomo ferrarese.
Per un anno e mezzo attese a fornire e limare il poema, del quale nel luglio del dodici alle dimande del marchesedi Mantova aveva risposto non esserelimato nè fornito ancora come quello che è grande ed ha bisogno di grande opera. Amore la agevolò. Dicono che la Benucci esigesse, per aprire al poeta, compiuto un canto ogni mese. Ai 26 ottobre del quindici l'Ariosto supplicava al doge di Venezia, che, avendo egli “con lunghe vigilie e fatiche, per spasso e ricreazione de' signori e persone di animo gentile e madonne, composta un'opera in la quale si tratta di cose piacevoli e dilettabili d'armi e di amori, e desiderando ponerla in luce per sollazzo e piacere di qualunque vorrà e che si diletterà di leggerla,„ volesse il doge dar privilegio nel suo dominio alla stampa che l'autore preparava. Più di un mese innanzi (17 settembre) il Cardinal d'Este aveva scritto al suo cognato marchese di Mantova, come,essendo per far stampare un libro di messer Ludovico Ariosto suo servitore ed a questo bisognandogli estrarre da Salò mille risme di carta, lo pregava per esenzione del dazio al porgitore della lettera. IlFuriosoera dunque finito nella seconda metà del quindici che l'Ariosto aveva quarantun anno, età giusta, pensa un francese del giusto mezzo, per l'epica: troppo presto il Tasso, troppo tardi il Milton. E a' 22 aprile del sedici era finito anche di stampare da Giovanni Mazzocchi dal Bondeno in Ferrara.
Nella seconda carta di codesta prima edizione si può leggere una bolla di Leon X del 26 marzo contrassegnata dal Sadoleto, con la quale il pontefice, lodando la singolare e antica osservanza dell'Ariosto a sè e alla sua casa, la egregia dottrina in lui delle lettere e arti buone, l'elegante e chiarissimo ingegno ne' più miti studi e specialmente nella poesia, risolve che tutti questi e meriti e pregi paiono quasi per diritto esigere che il pontefice conceda liberalmente e graziosamente al poeta ogni cosa che possa tornargli in vantaggio, specialmente dimandando egli cose giuste ed oneste; séguita anche lodandoi libri dell'Orlando Furiososcritti in volgar lingua ed in verso, scherzevolmente (ludicro more), pur con lungo studio e meditazione e con molte veglie: dopo che viene alle solite comminazioni di multe e pene, compresa la scomunica, a chi riprodurrà o venderà, senza il permesso dell'autore, ilFurioso. Per un poema dove l'apostolo San Giovanni figura per dimostratore di certe cose nel mondo della luna non c'è male da parte di un papa; ma fu la sola larghezza che il patrono di Baraballo facesse al maggior poeta del secolo; se pur larghezza s'ha a dire, dando retta al poeta nella satira quarta:
Di mezza quella bolla anco corteseMi fu, de la quale ora il mio BibbienaEspedito m'ha il resto e le mie spese.
Di mezza quella bolla anco corteseMi fu, de la quale ora il mio BibbienaEspedito m'ha il resto e le mie spese.
Di mezza quella bolla anco cortese
Mi fu, de la quale ora il mio Bibbiena
Espedito m'ha il resto e le mie spese.
E ora che dire delFurioso? Anzi tutto, non cose nuove.
Che Angelica e Bradamante non raggiunte mai da' cavalieri i quali si ostinano a seguitarle rendano imagine del genio d'Italia; che anche Orlando dia come una somiglianza del popolo italiano inebriato dal filtro del medio evo; che l'Ariosto abbandoni, abbattuto dal trono, alle risate del volgo il vecchio Cesare, il quale aveva di tante illusioni pasciuto lo spirito di Dante, che colpisca l'impero di Carlo V e il regno di Francesco I, rimandando essi oltr'alpe con in dosso a pena gli stracci degli orpelli onde la tradizion cavalleresca aveva ammantato le loro povere persone; sono volate di fantasia storica che nella poetica prosa del Quinet posson piacere, anche perchè movono da un principio di vero; ed è, che ilFuriosoè tutto informato al sentimento e alla vita del tempo in che fu composto. Non so se la fantasia storica del Quinet fosse almen di lontano ispirata da un'idea estetica del Gioberti, il quale, cercando invano con dottrinali preoccupazioni nelFuriosouna finalità epica, scoprì in vece in quella continuata ironia la satira della cavalleria e del medio evo.
Ma la finalità del poema romanzesco è in sè stesso, è, come scriveva l'Ariosto al doge di Venezia, nel raccontar piacevole a ricreazione delle persone d'animo gentile. L'Ariosto in questi propositi continuava il Boiardo; il quale scherzò anch'egli su gli eroi e su le donne, e mescolò l'umore all'entusiasmo e la novella all'epos, e pure è giustamente annoverato tra i più seri e sentimentali poeti della cavalleria. L'epopea romanzesca, nel lavorio di rifacimento col quale gl'italiani la vennero di continuo trasmutando, non pur non rimase nè potea rimanere in fedel soggezione d'uno spirito tradizionale o quasi originale che la movesse e atteggiasse sempre ad un modo, ma nè fu nè si tenne obbligata mai a riprodurre caratteri stabilmente fermati in un tipo consuetudinario, anzi nello svolgersi a fasi nuove rinnovava tuttavia spiriti e colori secondo gli ambienti diversi. E come gli autori de' poemi franco-italiani e dei cantàri veneti del secolo decimoterzo e decimoquarto avevano con un primo natural processo italianizzati i paladini francesi delle canzoni di gesta, e come i cantastorie di Firenze gli avevano poi ridotti alle proporzioni e alle fattezze intellettuali de' Ciompi; così l'Ariosto vide e ritrasse gli eroi del Boiardo e degli altri suoi prossimi antecessori tra il prisma del molteplice Rinascimento. E male fu scambiato per intenzionale ironia quel fine spirito del tempo nuovo che scherza luminoso e tranquillo fra i pennoni dei paladini e i veli delle dame del buon tempo antico. E male si giudica prosaicamente ironicoe volgarmente scettico quel tempo, nel quale anzi lo spirito italiano (e fu questa la sua gloria e la sua grazia immortale) giunto al sommo dell'ascensione parve abbracciare, se mi si conceda l'imagine, l'antichità e il medio evo, l'occidente e l'oriente, con tale una potente gioia di amore espansivo che anche parve per un momento volerli e poterli in quel suo divino abbracciamento fondere e confondere a sè. La generazione poi della quale era l'Ariosto serbava ancora, malgrado gli Sforza ed i Borgia, qualche sentimento di cavalleria: lo attestano i soldati francesi in quella memorabile liberazione e resistenza di Pisa giuratisi campioni e difensori alle dame, lo attesta la disfida di Barletta e la figura di Baiardo cavalcante severo e gentile tra i lanzichenecchi. La luce delFuriosospuntò tra la battaglia di Ravenna e la battaglia di Marignano, vinta quella da un giovin capitano che per amore della dama vi combattè con un braccio tutto ignudo, vinta questa da un giovine re che prima di dar dentro volle esser armato cavaliere da Baiardo. Che se la vittoria di Ravenna fu guadagnata dalla fanteria villana di Dumolard e dalla artiglieria sapiente del duca Alfonso (le due arme della rivoluzione e della monarchia moderna), la cavalleria italiana fece nella resistenza dalla parte dei confederati prove gloriose; e Fabrizio Colonna, dopo romanamente respinti dalle mura delle città sette assalti, si precipitò nella battaglia caricando a capo dei suoi cavalieri i cannonieri e i cannoni d'Alfonso e di Francia sin che fu fatto prigione in mezzo ai pezzi. E la battaglia di Marignano che durò tre giorni, e nella quale eserciti di tre lingue si mescolarono al lume di luna per iscannarsi, e il re di Francia credendo aver raggiunto un corpo di suoi si trovò in mezzo a ottomila Svizzeri, che per farsi riconoscere gli puntarono (come egli scrisse) seicento picche al naso, “bevve dell'acqua d'un ruscello tutta sanguinosa, mentreun trombetta italiano al suo fianco soffiava tutta notte nel corno, come Orlando a Roncisvalle, contro i corni di Unterwald ed Uri; la battaglia di Marignano non è veramente ariostesca? Tanto poi l'Ariosto fu di per sè lontano dall'intenzione d'una finale ironia contro l'ideale cavalleresco, che a gloria della spada e della lancia fe' maledire a Orlando l'arma da fuoco e l'artiglieria, forza e vanto del suo duca. Ma come si può parlare d'ironia intenzionale dell'Ariosto? dell'Ariosto, che al personaggio di Carlomagno, mortificato dalla famigliarità birichina dei piazzaiuoli di Firenze, restituì la maestà d'imperatore e il contegno d'eroe? dell'Ariosto che l'Astolfo fatto buffone dal Boiardo rifece cavaliere d'avventure e miracoli, pronto a tutto affrontare, le porte così dell'inferno come del paradiso, con quella sua seria audacia inglese che lo costituisce degno istromento della provvidenza alla salute d'Orlando? dell'Ariosto che in Orlando il peccato dell'amore, peccato per l'eroe e pe'l cristiano, punisce con la terribil pazzia? E come si può parlare d'ironia continua e finale dinanzi alla terribilità tragica di quella pazzia in quella più che descrizione e narrazione epica, la quale dalla minuta e fedele osservazione dei succedentisi momenti psicologici va a passo a passo crescendo vorticosa e vertiginosa e finisce in uno scoppio titanico? dinanzi all'eroica grandezza dell'ultimo abbattimento fra i tre re saracini e i tre paladini, e alla mossa, tutta di cuore, del poeta, su'l cadere di Brandimarte,
Padre del ciel dà fra gli eletti tuoiAl martir tuo fedele omai ricetto?
Padre del ciel dà fra gli eletti tuoiAl martir tuo fedele omai ricetto?
Padre del ciel dà fra gli eletti tuoi
Al martir tuo fedele omai ricetto?
La cavalleria feudale era morta da un pezzo, ma l'idealità della cavalleria civile colorava ancora d'un'ultima luce crepuscolare l'Europa trasformantesi nelle monarchie accentratrici e amministrative. Francesco I invecchierà,e diverrà traditore, spergiuro, brutale. Verrà la triste figura di Carlo V. Egli, nella incoronazione, a Bologna, toccava colla spada la testa di chi voleva essere cavaliere dicendogliEsto miles; e tanti si affollarono chieditori intorno a lui, gridando —Sire, sire, ad me, ad me, — che egli stanco e sudato e dicendo ai cortigiani —No puedo mas— inchinò sopra tutti la spada, soggiungendo —Estote milites, todos, todos;— e così replicando, gli astanti partirono cavalieri tutti e contenti. Allora Teofilo Folengo frate e Pietro Aretino vivente su le tristi lusingherie della rea penna poteron bene con grossolana caricatura fare strazio d'Orlando, di Rinaldo e d'ogni cavalleria. L'Ariosto no: egli era troppo gentiluomo e poeta.
Che l'Ariosto, passando ad altro, attingesse a molte fonti, pigliando, come dicea La Fontaine, il suo bene dove lo trovava, lo disse fin dal tempo del poeta il Pigna, e raccontò com'egli avesse fin tradotto per suo uso romanzi francesi e spagnuoli; lo provarono fin dal cinquecento il Dolce, il Lavezzuola, il Ruscelli, mettendo in vista favole, descrizioni, comparazioni ch'egli ebbe derivate da greci, da latini, da italiani. Ultimamente compiè le ricerche con un libro, ove nulla, credo, si desidera, Pio Rajna, il critico che più originalmente ha studiato le fonti e i procedimenti della epopea cavalleresca tra noi. Ma dopo tante ricognizioni e rivendicazioni la parte che rimane all'invenzione dell'Ariosto è pur sempre grande, e ciò che egli prese da altre o conservò della leggenda comune od opere d'arte individuali egli lo ha così trasformato sotto il fuoco del suo ingegno e nel crogiuolo dell'arte sua, che a distinguerlo ci vuole il più delle volte un vero lavoro di critica chimica. Questione del resto che importa assai più alla storia della letteratura che a quella dell'arte. Era negl'istituti, per così dire, dell'epopea romanzesca, che ogni nuovo autore prendesseliberamente da' suoi antecessori e vicini tutto che gli giovasse e piacesse; era nel costume del Rinascimento rivestirsi delle spoglie greche e latine. Il Foscolo paragonò benissimo ilFuriosoalla chiesa di San Marco, che i Veneziani fabbricarono a colonne di tutti gli ordini, con marmi di tutti i colori, con frammenti dei tempii greci e di palazzi bizantini. Gli antiquari fan bene a riconoscere e distinguere il frammento del tale arco romano, i marmi di quel tempio greco, le colonne della tale altra chiesa bizantina, e anche la rozza pietra d'un torrazzo feudale. Noi chiediamo alla solenne opera dell'architettura: c'è dentro il Dio? Sì? Adoriamolo.
Il dio per noi è l'artista. E artista l'Ariosto è senza paragoni grande. Non quale se lo favoleggia certo volgo di lettori e critici dozzinali, fantasia sbrigliata e smemorata che si prodiga negli episodi sorridendo ella stessa del suo smarrirsi in via dietro le mille sue favole: egli invece ha, come tutti i poeti della famiglia greco-latina, un senso dell'ordine e della proporzione, un senso della finalità artistica, mirabilmente serio e ragionativo. Si propose di continuare l'Innamoratodel Boiardo, “per non introdurre, osservava benissimo il Pigna, nuovi nomi di persone e nuovi cominciamenti di materie nell'orecchie degli italiani, essendo che i soggetti del conte erano già nella loro mente impressi ed instabiliti in tal guisa, che egli, non continovandogli ma diversa istoria cominciando, cosa poco dilettevole composto avrebbe„: intitolò da Orlando il poema, perchè Orlando era l'eroe più popolarmente conosciuto ed accetto della gesta carolingia; la guerra poi tra cristiani e infedeli, oltre che l'aveva ereditata dal Boiardo, era d'obbligo, come quella che forniva, per così dire, il centro d'unità e lo spazio e il termine idealmente storico a ogni epopea romanzesca. Ma la parte di continuatore abbandonò egli subito e uscì francamente dalla serie o dalla classe de' suoi predecessoriavendo in prima luce i caratteri già secondari di Ruggero e di Bradamante e facendo del loro matrimonio il soggetto principale del poema, soggetto che ha in sè il concetto politico, la illustrazione della casa d'Este, come l'Eneide ebbe l'apoteosi della casa Giulia. Così l'Ariosto, lungi dagli intendimenti e dagli spiriti o democratici o feudali de' suoi predecessori, rientra e rimane tutto nel tempo suo, nel primo ventennio del secolo decimosesto, quando, non rialzatosi ancora con Carlo V l'impero nella nuova forma e forza di gran potenza militare straniera a soggettare l'Italia, era possibile, era opportuno, era utile sollevare e glorificare una antica dinastia italiana contro le insidie e le minacce della mostruosa signoria papale che al fine ingoiò Ferrara. E rientra nel tempo suo anche come artista. Egli è un classico, ma classico composito del Rinascimento; e ilFuriosoè, ben disse il Voltaire, l'Iliade e l'Odissea insieme, il poema politico e religioso, l'epopea eroica, con Carlo-Magno ed Orlando, il poema privato e famigliare, il romanzo moderno, con Ruggero e Bradamante. Favola generale o meglio fondamento del complesso poema è la guerra fra tutta la cristianità e tutto l'islam: centro Parigi, con i due re, i due eserciti l'uno a fronte dell'altro, dai quali e ai quali vengono, vanno, ritornano, intrecciandosi nelle direzioni di tutti i ventile donne, i cavalier, l'armi, gli amori. Sommo tra i cavalieri Orlando pe'l cui amore e per la pazzia la catastrofe rimane sospesa come per l'ira d'Achille la presa di Troia: principalissimi tra i personaggi Ruggero e Bradamante, di nazione e fede diversi, nella disgiunzione de' cui amori si ricongiunge il vario movimento de' due campi, nella congiunzione la favola si chiude. Orlando rinsavito trasporta la guerra cristiana in Africa espugnando Biserta capitale del nemico di Carlo, e la finisce col gran duello nell'isola di Lampedusa. Ruggero, nello stesso giorno delle nozzecon Bradamante, uccide l'ultimo e più terribil nemico avanzato al nome cristiano, Rodomonte. Così la cristianità è non pur salva ma secura, e la famiglia d'Este ha principio.
L'Ariosto, per attendere con più riposato animo agli studi, fatta nel 1527 divisione dai fratelli, che egli aveva allevati e messi in istato, si tirò su una casetta in contrada Mirasole, e vi condusse attorno un orto o giardino, la cui costruzione e coltivazione e la revisione del poema gli furono ultime occupazioni della vita. “Nelle cose dei giardini — scrive suo figlio Virginio — teneva il modo medesimo che nel far de' versi; perchè mai non lasciava cosa alcuna che piantasse più di tre mesi in un loco, e, se piantava anime di persiche o semente di alcuna sorte, andava tante volte a vedere se germogliavano, che finalmente rompeva il germoglio. E perchè aveva poca cognizione d'erbe, il più delle volte presumea che qualunque erba che nascesse vicina alla cosa seminata da esso fosse quella; la custodiva con diligenza grande fin tanto che la cosa fosse ridotta a' termini che non accascava averne dubbio. Io mi ricordo, ch'avendo seminato de' capperi ogni giorno andava a vederli, e stava con una allegrezza grande di così bella nascione; finalmente trovò ch'erano sambuchi, e che de' capperi non n'eran nati alcuni.„ Quanto alla casa: “perchè — séguita Virginio — male corrispondevan le cose fatte all'animo suo, solea dolersi spesso che non gli fosse così facile il mutar le fabbriche come li suoi versi, e agli uomini che gli dicevano che si maravigliavano ch'esso non facesse una bella casa essendo persona che così ben dipingeva i palazzi,rispondeva, che faceva quelli belli senza denari.„ Della correzione dei versi: “avvedutosi — riferisce il Pigna — che alle volte il cercar troppo di cambiare ogni minima cosa più tosto di danno gli era che di giovamento, usò di dire che de' versi quello avveniva che degli alberi: per ciò che una pianta che piantata da sè vaga risurga, se vi s'aggiunge la mano del coltivatore che alquanto la rimondi, più felicemente ancora può crescere; ma se, dopo troppo vi sta attorno, ella perde la sua natia vaghezza. Parimente una stanza che quasi ne sia dalla mente in un sùbito uscita e che sia bella, se quel poco di rozzo vi si lieva che vi si scorge essere avvenuto nel primo parto, potrà agevolmente parer migliore; ma, se pur tuttavia il poeta vuole affinarla, rimarrane senza quella prima beltà che portò seco nel nascere.„
Certo che un sommo buon gusto guidò l'Ariosto alla perfezione nel correggere, che non avvenne al Tasso. Ma anch'egli, come il Tasso, sarebbesi abbandonato a troppi critici e consiglieri, se fosse vero che avesse dato a esaminare ed emendare il poema al Bembo, al Molza, al Navagero, al Sadoleto, a Marc'Antognio Magno e a non so quanti altri; se fosse vero, ciò che racconta il Giraldi, che, aumentatolo, due anni innanzi di darlo alla stampa, lo ponesse nella sala della sua casa, lasciandolo in balia del giudizio di ciascuno. Benissimo pensava il La Bruyère, non essere opera per quanto perfetta che non s'andasse dissolvendo per la critica, se l'autore consentisse a tutti i censori che volessero tolto via il luogo che a loro piaccia meno. Ma l'Ariosto pare a me chiedesse e accettasse consigli ed emendamenti soltanto su l'elocuzione, nè c'è prova che ad altri per ciò si rivolgesse che al Bembo; al quale a' 23 febbraio del 1531 scriveva: “Io son per finir di rivedere il mioFurioso; poi verrò a Padova per conferire con V. S. e imparare da Lei quello che per me non sono atto a conoscere.„ E aPadova fu di fatto nell'ottobre, ma v'andò dai bagni d'Abano con la febbre e vi restò pochi giorni pure ammalato, per poi seguitare il duca a Venezia. Con la terzana a dosso e in pochi giorni le conferenze non poterono essere sì lunghe che l'Ariosto imparasse dal Bembo a correggere un poema di quarantasei canti. Ci sarebbero anche stati, secondo la tradizione, correttori più umili: un monaco Severo camaldolese di Volterra o di Firenzuola; un Annibale Bichi, uomo d'armi da Siena, che scrisse certe stanze e una lettera all'Aretino; l'Alessandra Benucci di Firenze. Che il frate volterrano e il soldato senese potessero suggerire o migliorare al poeta qualche frase o qualche forma, non si vuol negare; ma che potessero insegnargli e correggergli tutta la lingua con la quale è scritto ilFuriosopar difficile. Che l'amore su la fiorentina bocca dell'Alessandra potesse dirozzare certe grossolanità del ferrarese, amerei crederlo; ma l'Alessandra nelle lettere che di lei ci rimangono lombardeggia ella a tutto spiano. E pure è fama che l'Ariosto negli ultimi anni fosse venuto a tali scrupoli di fiorentinismo da dar dei punti al Manzoni; non voleva, per esempio, scriverepalazzo, perchè i Fiorentini allora dicevanopalagio. Tutto si accomoderebbe se fosse vero ciò che asseriva il Salviati, facendosi della toscanità di messer Ludovico arma e scudo contro il Tasso, cioè che egli dimorò in Firenze, per imparare i vocaboli e le proprietà del linguaggio, parecchi anni. Ma l'Ariosto fu, è vero, in Firenze, ben sei volte, ma sempre o di passaggio o per breve soggiorno: al più si può concedere al Fornari che un qualche anno (forse il 1520) ei ci restasse per ispazio di sei mesi in casa d'un Vespucci parente dell'Alessandra. Ma sei mesi sono eglino sufficienti a tesoreggiare tanta ricchezza di gentil parlare quanta è nei quarantasei canti? E pure il Foscolo notava giustamente: “Se si confrontino le due edizioni (del 16 e del 32), e il confronto sarebbelezione a' giovani poeti utilissima, apparirà incomprensibile come uno scrittore che incominciò dal peccare sì grossamente contro le regole del buon gusto e della dizione poetica potesse in séguito espungere tali colpe e mettere in loro luogo così gran numero di trascendenti bellezze.„ In somma, se fosse poi vero che all'Ariosto anche di proprietà e d'eleganza fosse trovatore e affinatore l'ingegno aiutato da una facoltà di percezione prontissima e squisitissima?
Parve singolare al Gibbon che de' cinque maggiori poeti epici venuti nello spazio di quasi tremila anni sul teatro del mondo due sieno reclamati a sì breve intervallo da sì piccol territorio quale il ducato di Ferrara. Ma lasciando da una parte Omero e dall'altra Virgilio e Milton, i quali solo l'antica poetica poteva ammettere nella stessa famiglia con l'Ariosto, e aggiungendo il Boiardo che nel genere romanzesco è de' poeti maggiori, pare anzi naturalissimo, chi ricordi e accetti le cose in principio discorse su lo svolgimento dell'epopea romanzesca, che Ferrara producesse nello spazio di un secolo i tre maggiori poemi cavallereschi a distanza quasi precisa d'un cinquant'anni fra loro, cominciando il movimento coll'Innamoratonel 1486, toccando la perfezione colFuriosonel 1532, determinando la reazione con laGerusalemmenel 1581. Contro altre osservazioni e meraviglie che nell'aer crasso della bassura ferrarese potesse accendersi quel gran sole della fantasia ariostesca, io volli diffondermi a raccogliere i particolari delle condizioni economiche e delle difficoltà politiche, delle incertezze e inquietezze quasi continue tra le quali fu concepito e compostoilFurioso, io volli distendermi a raccontare le strettezze, le taccagnerie, le ingratitudini e iniquità delle quali l'Ariosto fu tribolato tutta quasi la vita; perchè, raffrontate tali condizioni alle condizioni di pace, di agiatezza, di pompa, tra le quali scrissero Virgilio ed il Goethe, raffrontata alla villa di Posilipo e al casino di Weimar la casa paterna dell'Ariosto onde la veduta del piano è scarsa e sconsolata e la casetta di Mirasole ove la vita è imprigionata fra pochi metri di orti e di mura, e ripensando quanto spirital mondo fosse intuito e creato, quanta e quale serenità di poesia si spandesse da tali confini, l'uomo si rialzi e si rallegri e conforti, che in fine in fine l'ingegno umano trovi tutto in sè stesso. Nell'animo di Ludovico Ariosto non tramontava mai il sole interno più veramente che non tramontasse su i regni di Carlo quinto il sole della natura.
Più degna di esser notata mi pare la somiglianza delle circostanze, di preparazione, d'inspirazione, di svolgimento e di effetti, che è tra il lavoro letterario dell'Ariosto e quello, da una parte, di Dante, dall'altra di Alessandro Manzoni. Nati e cresciuti tutti tre nei principii d'un movimento e d'un mutamento politico e letterario che determinò le più differenti e in diverso aspetto più importanti età della vita italiana, tutti tre, modificate essenzialmente ma non spogliate al tutto le idee e le affezioni della gioventù, accompagnarono il mutamento e il movimento, fin che, non dico lo fermarono, ma lo illustrarono al punto più alto dell'ascensione con un'opera che, raccogliendo tutte le idealità del loro passato ed agendo con grande efficacia su gli spiriti le opinioni e le concezioni estetiche del presente, eccitò pure una reazione. Dante, cresciuto nel primo scadimento del papato e dell'impero, del medio evo in somma, e quando il reggimento delle città italiane passava nelle forme o del comune o della signoria dalle oligarchie gentilizie all'autoritàdemocratica, mutatosi da guelfo a ghibellino e da dicitor d'amore a neoclassico, scrisse, dopo la rivoluzione di Giano della Bella che gli tolse la nobiltà, dopo il colpo di stato del Valois che gli tolse la patria, laCommedia, opera guelfa insieme e ghibellina, scolastica e popolare sì nel concepimento sì nell'esecuzione; e pur raggiando gli albori dell'età nuova chiuse il medio evo, levandone alle maggiori altezze l'idealità e universalità artistica: alle quali seguirono per reazione l'opera individuale del Petrarca e l'opera realistica del Boccaccio. Nato e cresciuto quando l'umanesimo finiva d'abbattere i resti di quelle comunità d'arte e pensiero indigene e plebee che s'erano mantenute nell'intermezzo tra il medio evo e la riforma, quando le signorie nazionali erano per disparire attratte nella violenza dell'impero risorto come monarchia conquistatrice, l'Ariosto, da poeta latino trasmutatosi a poeta di romanzi, dopo la invasione francese, durante la guerra della lega santa contro Venezia e del papa contro il suo duca, scrisse, e dopo la caduta della repubblica di Firenze compiè, il suo poema, chiudendo i periodi della poesia romanzesca, l'ideale delle plebi, dei signori e dei capitani di ventura de' secoli decimoquarto e decimoquinto; il poema che canta le glorie d'una dinastia contro l'impero e la chiesa; il poema che trasforma con un lavoro perfettamente classico la materia medioevale e rende finalmente italiana la lingua toscana; il poema che, pure operando con grandissima efficacia su'l movimento letterario non pure italiano ma europeo, provoca sì negli spiriti sì nelle forme la riazione cristiana aristotelica individuale del Tasso. Nato il Manzoni tra i fulgori ed i fulmini della rivoluzione francese, crescendo quando il filosofismo dell'Enciclopedia della Costituente della Convenzione impersonatosi nel Bonaparte provocava la reazione tra medioevale e liberale dell'Europa, quando la invasione francese con le forme di repubblicao di regno conturbando e sommovendo la vecchia società italiana cagionava un risvegliamento quasi nazionale degli spiriti guelfi e ghibellini, egli, di giacobino e classico, tramutatosi in cattolico e romantico, chiudeva quel periodo di sconvolgimento e di turbazione con un libro di raccoglimento individuale, di realismo ideale, in cui il soggettivismo autoritario giacobino persistendo riforma a imagine sua le idee cattoliche e le teorie romantiche; un libro, che pure efficacemente operando su l'educazione estetica provocò una reazione subitanea sì nei pensieri e sentimenti sì nelle forme. A compiere i paralleli, anche gli anni della pubblicazione delle tre opere si corrispondono. LaCommedia, pensata e lavorata per tutti i primi anni del secolo decimoquarto fu finita nel 1321: fu finito nel 1516, corretto nel 21, riformato nel 32 ilFurioso: iPromessi Sposifiniti nel 1826 furono corretti nel 40.
E qui basta. Le generazioni e l'ordine sociale fiorenti e dominanti in Italia in questo scorcio di secolo hanno il diritto e anche il dovere di riconoscere nel Manzoni il loro più affine rappresentante artistico. Ma, se alcun voglia comparare o anteporre l'efficacia e l'importanza storica dell'opera in prosa di lui alla poesia di Dante e dell'Ariosto, quegli obbedirà a una preoccupazione del presente che si può bene intendere ma non può esser levata alle regioni della storia, quegli sottometterà il vero oggettivo alle sue parziali impressioni estetiche, quegli correrà pericolo di scambiare una riforma di sentimento e stile in Italia per una rivoluzione della letteratura europea. Lasciamo di Dante. Ma dirimpetto alla esuberanza di vita e alla calda rappresentazione di tutto il sentimento, di tutta un'epoca che tutta l'Europa ammirò nelFurioso, la novella provinciale del Manzoni è domesticamente e democraticamente modesta. Che se lo spirito giacobino d'accordo questa volta con l'umiltà cristianaparvero audacia rivoluzionaria persuadendo al Manzoni di scegliere a eroi due contadini brianzoli, gli vietarono però di fare poema; e al meraviglioso inventore e analizzatore prosastico venne a mancare un addentellato nella tradizione non pur nazionale ma europea, la quale si perpetua in un retaggio di grandi leggende e di grandi fatti di razza e di nazione congiunti ai grandi problemi psicologici che si rinnovano nei secoli. I poemi del secolo decimonono sono ilFauste ilPrometeo liberato. Il problema psicologico deiPromessi Sposifu un fenomeno passeggero in alcune anime di sola una generazione, e la preoccupazione di cotesto breve momento, la restaurazione romantica del cattolicismo, forse che rattrista, se non raffredda, lo spirito artistico del vero e nobil volume. Il quale forse per ciò non s'ebbe fuori d'Italia, in Europa, che un successo inferiore al valor suo reale, inferiore di molto alla fortuna di altri romanzi francesi e inglesi che gl'Italiani reputano di gran lunga inferiori al romanzo lombardo. IlFurioso, oltre le versioni e le edizioni moltissime in Francia, in Spagna, in Germania, in Inghilterra, in Olanda fin dal secolo in cui fu composto, ispirò a tempi diversi quattro dei più varii e favoriti ingegni della letteratura europea, lo Spencer nellaRegina delle fateal secolo decimosesto, il Byron nelDon Giovannial nostro, e al settecento i due tra loro più simpatici ingegni delle due più avverse nazioni, il Voltaire nellaPulcella, il Wieland nell'Oberon. IlFuriosodunque tiene un luogo ben alto nella letteratura europea.
Opera così varia e superba d'uomo così semplice e buono!
“Mai non si satisfaceva de' versi suoi — lasciò nei ricordi Virginio suo figlio — e li mutava e rimutava; e per questo non si teneva in mente niun suo verso. Ma di cosa che perdesse niuna gli dolse mai tanto, come di un epigramma che fece per una colonna di marmo la quale si ruppe nel portarla a Ferrara.„ A questo punto la memoria di Virginio è interrotta. Finirò io. Erano due colonne che dovevano sorreggere una statua equestre di Ercole I: nel trasporto rotta e caduta in Po l'una per cui l'Ariosto scrisse l'epigramma, l'altra fu lasciata e giacque inutile ove ora è in Ferrara la piazza ariostea, per molti anni, fino al 1659, che la drizzarono e vi posero su la statua di Alessandro settimo papa. Nel 1796 i repubblicani della Cispadana atterrarono dalla colonna il pontefice, e vi piantarono, presente il generale Napoleone Bonaparte, una statua della Libertà in gesso. Nel 1799 gli Austriaci calarono giù la libertà di gesso, e per conto loro non inalzarono nulla. Ma nel 1810 gli antichi repubblicani della Cispadana elevarono sopra la colonna la statua di Napoleone imperatore, che, fondator di repubbliche, aveva già assistito alla elevazione della libertà di gesso: anch'egli vi durò ben poco, fu abbassato nel 1814. Dal 1833 in poi su quella colonna che l'Ariosto vide portata a Ferrara per sorreggere la statua del duca sotto il quale egli nacque, e che invece sopportò un papa, una repubblica, un imperatore; dal 1833 su quella colonna sta la imagine di Ludovico Ariosto scolpita da Francesco Vidoni. Non è una bella statua. Ma nè papi nè imperatori nè la libertà medesima cacceran te di lassù o poeta divino, che scrivesti l'Orlandoe tanto ti dolevi d'aver perduto un epigramma latino, e tanto ti consolavi del crescere dei sambuchi credendo fossero capperi.