IL TEATRO DEL CINQUECENTODITOMMASO SALVINI.
DI
TOMMASO SALVINI.
Signore e Signori!
Avrei creduto più facile che le acque di un fiume volgessero alla loro sorgente, e che il Vulcano eruttasse blocchi di ghiaccio, anzi che io mi trovassi quest'oggi davanti a sì eletta e colta riunione a fine d'intrattenerla con una mia lettura sull'Arte Drammatica del XVI secolo. Taluni si chiederanno da che nasce questa meraviglia: e facilmente supporranno che un Artista Drammatico, abituato da molti anni a comparire dinanzi al pubblico, non possa trovarsi nè timido nè turbato. Ebbene, no, signore e signori garbatissimi. Essi s'ingannano. Esercitando l'arte che professo, è mio ufficio interpretare ed illustrare, meglio che mi sia possibile, concetti e parole altrui, quindi la mia responsabilità è limitata a ritenere a mente le parole, a penetrare e sviscerare i concetti, ad immedesimarmi nel carattere da sostenere, e stabilire gli effetti delle diverse passioni, esponendole con misura e verità.
In possesso di ciò, sentomi padrone di me stesso e con fiducia mi cimento; ma quante volte mi trovo obbligato, il che non m'avviene spontaneamente, di esporre in pubblico concetti miei proprî, mi assale un panico che mi rende nervoso, per modo che, pronunziate le prime parole,desidererei di tutto cuore fossero le ultime. Nelle diverse contrade del Mondo ch'io percorsi, e specialmente nell'America del Nord, dove in ogni banchetto, in ogni riunione, per ogni solennità è obbligatorio lospeech, molte volte bandivo l'apprensione, con la speranza, lo confesso, di non essere ben compreso; ma qui, davanti a Voi a cui non sfugge verbo del mio discorso, e che finamente ponderate i miei concetti, dovento come quel povero coscritto, che trovandosi per la prima volta davanti al fuoco, vince, per punto d'onore, la sua timidezza, e mostra un coraggio che non sente, davanti ad un nemico temibile. So però che i forti sono pur anco generosi, e mi attendo perciò da voi molta indulgenza; tanto più, quando saprete che il mio arrolamento mi venne imposto dalla cortese insistenza del comitato di queste letture.
Prima d'entrare nel tema che mi propongo trattare domando venia a' miei uditori se in brevissime parole esporrò alcune idee intorno alla condizione nella quale si trovavano nella società antica, gli attori — chiedendo altresì mi sieno perdonate qualche digressione e le frequenti citazioni, figlie naturali di un neofito della letteratura.
Cicerone e Tito Livio affermano che agl'Istrioni antichi, nome erroneamente dato a tutti quelli che praticavano le scene, non fu reso onore; che anzi furono più volte scacciati da Roma e ripulsi dagli onori dei cittadini e dei soldati: nondimeno a qualche attore particolare famoso, e celebre nell'azione, fu data quella gloria che si merita la virtù e il valore dimostrati in questa professione pubblicamente. Ad esempio, si racconta che l'istrione Polo, contemporaneo di Pericle, recitando un giorno la parte di Elettra nella Tragedia di Sofocle, prese nelle sue mani l'urna del figlio suo, che aveva perduto da poco e le diresse le parole che Elettra indirizza all'urna di Oreste. Egli espresse tanto potentemente l'immaginedella cosa, che fece lacrimare tutti gli spettatori, ed ottenne un singolare trionfo! Marco Tullio riprese il popolo Romano, per avere tumultuato mentre il commediante Roscio recitava, la qual cosa incoraggiò tanto l'attore che osò pubblicare un libro, nel quale fece comparazione della sua arte con l'eloquenza, e sopratutto fu sì caro a Lucio Silla, che essendo lui Dittatore, ottenne da quello in dono un bellissimo anello d'oro: oltre che dal pubblico ricevette ogni giorno mille danari per sua mercede, più, molti regali che gli offrivano in omaggio al suo talento. Esopo, rivale di Roscio, ma a questo inferiore, divenne sì ricco esercitando la sua professione, che lasciò duecento mila sesterzi al suo figliuolo, il quale fu prodigo talmente da liquefare le perle nell'aceto, offrendo splendide cene a' suoi commensali. Dione Cassio racconta, che l'istrione Pilade fu grato sopra modo a Nerva Coccejo, e fu favorito dall'assistenza d'Augusto; e a Publio Siro, dopo una Commedia, gli fu data la palma da Cesare, un anello pregevole e 500 sesterzi per l'eccellenza sua.
Ho portato questi esempi, per provare, come anche nell'arte di Melpomene e di Talia, faceva d'uopo allora, com'oggi, giungere ad un certo grado di perfezione per ottenere l'estimazione pubblica! Il titolo d'Istrioni, che tanto nei tempi scorsi, come nei presenti, si adotta comunemente come qualità dispregiativa per ogni arte della scena, era ben distinto anticamente. Due generi di rappresentazioni ebbero gli antichi in Teatro; con uno si parlava all'udito, con l'altro a gli occhi. Per l'udito si recitavano le Commedie, le Tragedie e l'Atellane che erano una giunta scherzevole, quasi Farse o intermezzi; per la vista, in tutto o in parte, si esprimevano le cose con gesti, positure, e movimento del corpo, e con balli imitativi, accompagnati da suono, e canzoni, al che si diede nome di Mimi, e di Pantomimi e d'Istrioni.
Ora, il disdoro ed il rimprovero caddero sul secondo genere, e non sul primo. Prova di ciò, primieramente, si è che da molti passi di Cicerone, di Apulejo e d'Ausonio e da altri, impariamo come l'Arte Comica era differente dalla Mimica; e ricaviamo dagli antichi monumenti e scrittori, come le Mimiche rappresentazioni erano piene di oscenità e di laidezze, ed all'opposto le Tragedie erano tanto morigerate e caste, che a molti dei componimenti moderni fanno in ciò vergogna. Quanto alle leggi, basta osservare, che di tutte quelle, ove dell'infamia si fa menzione agli operanti ne' Teatri, tanto ne' Digesti, come nel codice di Teodosio, o in quei di Giustiniano, nè pur una si trova in cui si veggan nominati nè Tragici nè Comici nè Attori d'Atellane. Ma più indisputabile decisione ci dà in questo punto Valerio Massimo nel secondo libro, dove parla così degli Attori dell'Atellane: “Questi, esenti sono da nota d'infamia, nè si privano di suffragio nè si rifiutano nella milizia.„ Ora, se così era dell'infima classe, che solamente al giocoso si restringeva, tanto più sarà stato dell'altre due, le quali recitavano componimenti che possono essere maestri della vita.
Cicerone, uomo pieno d'onestà e di decoro, non avrebbe professato palesemente famigliarità ed amicizia con Roscio e con Esopo, se l'arte che esercitavano fosse stata vergognosa e proscritta. Ne si sarebbe giovato egli stesso degl'insegnamenti del primo nell'Arte del bel porgere per le sue orazioni. L'equivoco avvenuto nel leggere i profani e le leggi, avvenne altresì, leggendo i cristiani scrittori ed i sacri Canoni. Ciò che si disse dei Mimi e delle arti annesse, è stato ricevuto come se venisse detto anche per i Tragici e i Comici, e quei vocaboli che per l'uno e per l'altro genere, sono stati usati talvolta, si sono interpretati secondo il significato peggiore. Se si dovesse appropriare il titolo d'Istrioni a tutti coloro che dovrebbero pur studiare l'arte del porgere, converreste meco chedel nome d'Istrioni non andrebbero esenti le più alte dignità della Chiesa e dello Stato: i Magistrati, i Deputati, gli Avvocati, i Professori, i più illustri Conferenzieri, nè i predicatori più valenti. Con questo si viene a conoscere chiaramente che l'inveire dei Padri va contro i Mimi, i Saltatori, e i Cantori, e non contro ai Comici e Tragici, a' quali mai si vietarono le oneste recite, e massimamente di Tragedie, componimento secondo Orazioche vince ogni altro di gravità, e tanto nobile che meritò l'applicazione de' due grandi primi Imperatori, avendo composto Cesare l'Edipo, e cominciato Augusto l'Ajace.
Dopo i Greci e i Romani, la poesia Teatrale se ne andò a terra e per parecchi secoli si tacque, causa le invasioni, escursioni e dominazioni straniere di cui fu vittima questa povera Italia. Non vo' dire per questo, che recite in dialogo, e certe rappresentazioni incòndite non si facessero in ogni tempo; rappresentazioni informi, sconnesse e di nessun valore, che venivano praticate pur anco in chiesa: e vi furono sacerdoti e monache che ne composero, ben s'intende, di argomenti religiosi: e le fecero per diverso tempo rappresentare, fino a che Innocenzo III non le proibì.... forse per soverchia austerità. Ma siffatte produzioni, che sacre furono d'ordinario, e che si chiamavano Ludi Teatrali, erano cosa imperfetta. Il Mussato Padovano in latino, nel secolo decimoquarto: il Trissino Vicentino in volgare, nel secolo XVI, si considerano come primi che tornassero a nuova gloria il Teatro e a nuova vita le scene, con regolate e perfette Tragedie.
Albertino Mussato, al principio del 300, ed anche più, compose l'Assedio di Padovain verso eroico, e le Tragedie l'Ezzelinoe l'Achille, però ben poca giustizia fu resa, lui vivente, alle opere sue, perchè tardi venute alla luce, e perchè al cantore di Laura fu accordata la gloria dell'aver risuscitata l'eleganza delle latine lettere, singolarmentenella poesia. Nel secolo decimoquinto lo studio della lingua Greca, che tanto in Italia si coltivò, avendo risvegliato il gusto d'ogni genere di lettere, anche le Commedie e Tragedie cominciarono a prender forma. In latino elegantissimo, fu laProgne, tragedia di Gregorio Corraro, il quale morì Patriarca di Venezia il 1464. Angelo Decembrio fa menzione d'Ugolin da Parma, che in quel tempo fu compositore e recitatore di Commedie: ma questi ed altri non furono che preludî e prove poco fortunate. Abbandonarono le Sacre rappresentazioni in buona volgar poesia: e sullo stampo di quelle, Angelo Poliziano foggiò il suoOrfèo. Nel Cinquecento, splendido per ogni manifestazione dell'ingegno italiano, la Tragedia sullo stampo greco, la Commedia d'impronta romana, nòverano insigni scrittori: il Bongianni, Gratardo da Salò, Maurizio Manfredi da Cesena, il Torelli, Antonio Cavallerino, G. B. Livrea che diedero alla luce Commedie e Tragedie non prive di complicati intrecci, e le cui figure sono interessanti, ma dove i personaggi hanno un colorito uniforme e convenzionale. LaSofonisbadel Trissino occupa il primo posto fra tutti quei componimenti tragici, che apparirono in lingua moderna, nel rinascimento delle bell'Arti. Il Varchi scrive di lui: “Il primo che scrivesse Tragedie in questa lingua, degne del nome loro, fu per quanto so io, messer Giorgio Trissino di Vicenza„ e così Cintio Geraldi nel commiato dell'Orbecchescrive:
E 'l Trissino gentil che col suo cantoPrima d'ognun dal Tebro e da l'IlisoGià trasse la Tragedia a l'onde d'Arno!
E 'l Trissino gentil che col suo cantoPrima d'ognun dal Tebro e da l'IlisoGià trasse la Tragedia a l'onde d'Arno!
E 'l Trissino gentil che col suo canto
Prima d'ognun dal Tebro e da l'Iliso
Già trasse la Tragedia a l'onde d'Arno!
Palla Rucellai, fratello di Giovanni, letterato esimio e scrittore di Tragedie encomiate, scrisse al Trissino una lettera, con la quale dedicandogli l'opera del fratelloLe Apisi esprime così: “Voi foste il primo che questomodo di scrivere in versi materni, liberi dalle rime, poneste in luce: il qual modo, fu poi da mio fratello, nellaRosmundaprimieramente, e poi nell'Apie nell'Oresteabbracciato ed usato; adunque meritamente, sì come primi frutti della vostra invenzione, vi si mandano.„ Vedete, che anche allora non si disconosceva il vero merito; e ciò che più meraviglia, veniva apprezzato dai colleghi letterati. Or io vi leggerò della tragediaSofonisbauna scena, che sembrami ricca di forma e di logiche persuasioni. La scena si passa in Cirta, città di Numidia, fra Scipione e Massinissa, quando questi, vincitore delle armi di Siface, sposo di Sofonisba, promette alla Regina di non consegnarla come prigioniera ai Romani, purchè acconsenta a divenirle moglie subitamente. Sofonisba, dimentica del suo consorte, già prigioniero dei Romani, e spinta dalla regale vanità di non umiliarsi dinanzi ai vincitori, acconsente, e l'unione vien celebrata (sembra che a quei tempi il divorzio fosse ammesso, e si regolasse facilmente, bastando il consenso d'una sola delle due parti).
Scipione, capo delle forze alleate, e rappresentante il Senato Romano, vuole, com'era per legge, che i vinti sieno mandati, niuno escluso, prigionieri in Roma. Qui comincia il dialogo che meglio vi spiegherà l'argomento e la posizione.
Scip.Signore, io penso, che null'altra cosaChe 'l conoscere in me qualche virtute,V'inducesse da prima a pormi amore;Il quale amor, da poi vi ricondusse,Che riponeste in Africa voi stessoE le vostre speranze, in la mia fede.Ma sappiate però, che nessun'altraDi quelle alme virtù, per cui vi piacqui,Tanto m'allegro aver nè tanto onoro,Quanto la temperanza, e 'l contenermiD'ogni libidinoso mio pensiero.Questa vorrei, che parimenti voiGiungeste a l'altre gran virtù che avete.Crediate a me, ch'a l'età nostra, sonoLe sparse voluttà che abbiam d'intorno,Di più periglio che i nemici armati;E chi con temperanza le raffrenaE dôma, si può dir che acquista gloriaMolto maggior, che non s'acquista d'arme.Quello, che senza me, per voi s'è fattoCon valore, e con senno, volontieriL'ho detto, e volontier me lo ricordo;Il resto, voglio poi, che fra voi stessoPiù tosto il ripensiate, che a narrarloVi faccia divenir vermiglio il fronte.Questo vi dico sol, che SofonisbaÈ preda de' Romani, e non poteteAver di lei disposto alcuna cosa.Però v'esorto subito mandarla:Perchè convien, che la mandiamo a Roma.E voi, s'avete a lei volta la mente,Vincete il vostro cùpido desìo:E abbiate rispetto a non guastareMolte virtù, con questo vizio solo:E non vogliate intenebrar la graziaDi tanti vostri meriti, con falloPiù grave, che la causa del fallire.Mass.Io dirò, Scipion, qualche parolaAcciò che voi, così senza sentirneAlcuna mia ragion, non mi danniate.Non fu pensier lascivo che m'indusseA far quel, che fec'io con Sofonisba;Ma pietà, forse, e 'l non pensar d'errare.So che sapete ben, che primamenteIl padre di costei me la promesse;Ma Siface da poi, perchè l'amava,Tant'operò, che da i CartaginesiA me ne fu levata, e a lui concessa.Ond'io salì per questo in tal disdegno,Che sempre mai da poi gli ho fatto guerra;E con voi mi congiunsi ultimamente;Con cui sapete ben, quel ch'io son stato,E come presi Annone, e romper feciI cavai di Cartagine a la torreChe fe' Agatocle, Re di Siracusa.E poscia, quando Asdrubale rompeste,Sapete, ch'io vi dissi i lor consigli;E sol m'opposi al campo di Siface.Ma che bisogna dir che 'n mille luoghiV'ho dato utilità con la mia gente.D'onde presa m'avea tanta baldanza,Che senz'altra dimanda mi ritolsiLa moglie mia, ch'altri m'avea rubata.A questo ancor m'indusse, che più volteM'avevate promesso di ridarmiTutto quel, che Siface m'occupava;Ma se la moglie non mi fia rendutaChe più debbo sperar che mi si renda?L'Europa già tutta si volse a l'armeE passò il mar con più di mille naviContra dell'Asia e stette ben diece anniIntorno a Troja, e poi la prese, ed arse,Per far aver la moglie a MenelaoChe già se ne fuggio con Alessandro,E stata era con lui vent'anni interi;E voi non mi volete render questa,Che ancor non è il terz'anno che SifaceMe la tolse per forza e per inganni,Nè con tanta fatica s'è ritolta?Deh, non negate a me sì caro dono,E non vogliate poi, che la vostr'iraContra i Cartaginesi si distendaCon tal furore, infin contra le donne.Ma i beneficj miei possano tanto,Che l'error di costei si le perdoniSe mai fatto v'avesse alcuna offesa:Che ben conviensi per amor d'un buonoPerdonare ad un reo; ma non si devePunire un buon, per il peccare altrui.Scip.Chi non sapesse ove si fosse il torto,E udisse il parlar che avete fatto,Non si porìa pensar ch'io non l'avessi.Ma non è giusto quel che parla beneIn ogni cosa, ove la mente volge,Ma quel che mai dal ver non si diparte.Se Sofonisba fosse vostra moglie,Senza alcun dubbio vi la renderei:Che voi sapete ben, che già vi diediAnnon Cartaginese; onde per cambioDi lui, color vi resero la Madre.E come prima il regno de' Massulj(Ch'io sapeva esser vostro) si fu preso,Senza punto tardar vi lo rendei.Ma se vi fu promessa Sofonisba(Come voi dite) avanti che a SifaceQuesto non fa però, che vi sia moglie;Perchè una sola, e semplice promessaNon face il matrimonio; voi già maiNon giaceste con lei, nè aveste prole,Come d'Elena avea già Menelao.Oltre di ciò s'ell'era moglie vostra,Che vi accadeva risposarla ancora?E sì subitamente far le nozzeNella nimica terra e 'n mezzo l'arme?Che vuol dir poi, che nel principio, quandoTutte le cose vostre mi chiedesteNon diceste di lei parola alcuna?Quinci si può veder, ch'era d'altrui,Com'era veramente di Siface:Il quale è stato con gli auspicî nostriE vinto e preso; onde la sua persona,La moglie, le Cittati, le Castella,E finalmente, ciò ch'ei possedeva,È preda sol del popolo Romano;E esso e la Regina (ancora ch'ellaNon fosse da Cartagine, nè avesseIl Padre Capitanio dei nemici)È di necessità mandare a Roma,Ov'ella arà da stare a la sentenziaDel popolo Romano e del Senato....Imperò che si dice avergli toltoE alienato un Re, che gli era amico,E poscia averlo indotto a prender l'armeContra di lor precipitosamente:Sì ch'io non posso di costei disporre.Dunque, senza tardar ne la mandate;Ne più cercate a così fatto modoAver per forza le Romane spoglie.Ma se di lor vorrete alcuna cosaDimandatela pur, che scriveremoA Roma, e pregheremo, che 'l SenatoPer le vostre virtù vi la conceda.Mass.Poscia ch'io vedo esser la voglia vostraD'aver costei, più non farò contrasto;Ma vo', che ancor di questa mia personaPossiate sempre far quel che v'aggrada.Ben io vi priego assai, che non vi spiacciaS'io cerco aver rispetto a la mia fede:La qual troppo obligai senza pensarvi;E promessi a costei, di mai non darlaIn potestà d'altrui, mentre che viva.Scip.Questa risposta è veramente degnaDi Massinissa; or fate dunque comeVi pare il meglio, purchè abbiam la donna.Mass.Anderò dentro, e penserò d'un modo,Che servi il voler vostro, e la mia fede!
Scip.Signore, io penso, che null'altra cosaChe 'l conoscere in me qualche virtute,V'inducesse da prima a pormi amore;Il quale amor, da poi vi ricondusse,Che riponeste in Africa voi stessoE le vostre speranze, in la mia fede.Ma sappiate però, che nessun'altraDi quelle alme virtù, per cui vi piacqui,Tanto m'allegro aver nè tanto onoro,Quanto la temperanza, e 'l contenermiD'ogni libidinoso mio pensiero.Questa vorrei, che parimenti voiGiungeste a l'altre gran virtù che avete.Crediate a me, ch'a l'età nostra, sonoLe sparse voluttà che abbiam d'intorno,Di più periglio che i nemici armati;E chi con temperanza le raffrenaE dôma, si può dir che acquista gloriaMolto maggior, che non s'acquista d'arme.Quello, che senza me, per voi s'è fattoCon valore, e con senno, volontieriL'ho detto, e volontier me lo ricordo;Il resto, voglio poi, che fra voi stessoPiù tosto il ripensiate, che a narrarloVi faccia divenir vermiglio il fronte.Questo vi dico sol, che SofonisbaÈ preda de' Romani, e non poteteAver di lei disposto alcuna cosa.Però v'esorto subito mandarla:Perchè convien, che la mandiamo a Roma.E voi, s'avete a lei volta la mente,Vincete il vostro cùpido desìo:E abbiate rispetto a non guastareMolte virtù, con questo vizio solo:E non vogliate intenebrar la graziaDi tanti vostri meriti, con falloPiù grave, che la causa del fallire.
Scip.Signore, io penso, che null'altra cosa
Che 'l conoscere in me qualche virtute,
V'inducesse da prima a pormi amore;
Il quale amor, da poi vi ricondusse,
Che riponeste in Africa voi stesso
E le vostre speranze, in la mia fede.
Ma sappiate però, che nessun'altra
Di quelle alme virtù, per cui vi piacqui,
Tanto m'allegro aver nè tanto onoro,
Quanto la temperanza, e 'l contenermi
D'ogni libidinoso mio pensiero.
Questa vorrei, che parimenti voi
Giungeste a l'altre gran virtù che avete.
Crediate a me, ch'a l'età nostra, sono
Le sparse voluttà che abbiam d'intorno,
Di più periglio che i nemici armati;
E chi con temperanza le raffrena
E dôma, si può dir che acquista gloria
Molto maggior, che non s'acquista d'arme.
Quello, che senza me, per voi s'è fatto
Con valore, e con senno, volontieri
L'ho detto, e volontier me lo ricordo;
Il resto, voglio poi, che fra voi stesso
Più tosto il ripensiate, che a narrarlo
Vi faccia divenir vermiglio il fronte.
Questo vi dico sol, che Sofonisba
È preda de' Romani, e non potete
Aver di lei disposto alcuna cosa.
Però v'esorto subito mandarla:
Perchè convien, che la mandiamo a Roma.
E voi, s'avete a lei volta la mente,
Vincete il vostro cùpido desìo:
E abbiate rispetto a non guastare
Molte virtù, con questo vizio solo:
E non vogliate intenebrar la grazia
Di tanti vostri meriti, con fallo
Più grave, che la causa del fallire.
Mass.Io dirò, Scipion, qualche parolaAcciò che voi, così senza sentirneAlcuna mia ragion, non mi danniate.Non fu pensier lascivo che m'indusseA far quel, che fec'io con Sofonisba;Ma pietà, forse, e 'l non pensar d'errare.So che sapete ben, che primamenteIl padre di costei me la promesse;Ma Siface da poi, perchè l'amava,Tant'operò, che da i CartaginesiA me ne fu levata, e a lui concessa.Ond'io salì per questo in tal disdegno,Che sempre mai da poi gli ho fatto guerra;E con voi mi congiunsi ultimamente;Con cui sapete ben, quel ch'io son stato,E come presi Annone, e romper feciI cavai di Cartagine a la torreChe fe' Agatocle, Re di Siracusa.E poscia, quando Asdrubale rompeste,Sapete, ch'io vi dissi i lor consigli;E sol m'opposi al campo di Siface.Ma che bisogna dir che 'n mille luoghiV'ho dato utilità con la mia gente.D'onde presa m'avea tanta baldanza,Che senz'altra dimanda mi ritolsiLa moglie mia, ch'altri m'avea rubata.A questo ancor m'indusse, che più volteM'avevate promesso di ridarmiTutto quel, che Siface m'occupava;Ma se la moglie non mi fia rendutaChe più debbo sperar che mi si renda?L'Europa già tutta si volse a l'armeE passò il mar con più di mille naviContra dell'Asia e stette ben diece anniIntorno a Troja, e poi la prese, ed arse,Per far aver la moglie a MenelaoChe già se ne fuggio con Alessandro,E stata era con lui vent'anni interi;E voi non mi volete render questa,Che ancor non è il terz'anno che SifaceMe la tolse per forza e per inganni,Nè con tanta fatica s'è ritolta?Deh, non negate a me sì caro dono,E non vogliate poi, che la vostr'iraContra i Cartaginesi si distendaCon tal furore, infin contra le donne.Ma i beneficj miei possano tanto,Che l'error di costei si le perdoniSe mai fatto v'avesse alcuna offesa:Che ben conviensi per amor d'un buonoPerdonare ad un reo; ma non si devePunire un buon, per il peccare altrui.
Mass.Io dirò, Scipion, qualche parola
Acciò che voi, così senza sentirne
Alcuna mia ragion, non mi danniate.
Non fu pensier lascivo che m'indusse
A far quel, che fec'io con Sofonisba;
Ma pietà, forse, e 'l non pensar d'errare.
So che sapete ben, che primamente
Il padre di costei me la promesse;
Ma Siface da poi, perchè l'amava,
Tant'operò, che da i Cartaginesi
A me ne fu levata, e a lui concessa.
Ond'io salì per questo in tal disdegno,
Che sempre mai da poi gli ho fatto guerra;
E con voi mi congiunsi ultimamente;
Con cui sapete ben, quel ch'io son stato,
E come presi Annone, e romper feci
I cavai di Cartagine a la torre
Che fe' Agatocle, Re di Siracusa.
E poscia, quando Asdrubale rompeste,
Sapete, ch'io vi dissi i lor consigli;
E sol m'opposi al campo di Siface.
Ma che bisogna dir che 'n mille luoghi
V'ho dato utilità con la mia gente.
D'onde presa m'avea tanta baldanza,
Che senz'altra dimanda mi ritolsi
La moglie mia, ch'altri m'avea rubata.
A questo ancor m'indusse, che più volte
M'avevate promesso di ridarmi
Tutto quel, che Siface m'occupava;
Ma se la moglie non mi fia renduta
Che più debbo sperar che mi si renda?
L'Europa già tutta si volse a l'arme
E passò il mar con più di mille navi
Contra dell'Asia e stette ben diece anni
Intorno a Troja, e poi la prese, ed arse,
Per far aver la moglie a Menelao
Che già se ne fuggio con Alessandro,
E stata era con lui vent'anni interi;
E voi non mi volete render questa,
Che ancor non è il terz'anno che Siface
Me la tolse per forza e per inganni,
Nè con tanta fatica s'è ritolta?
Deh, non negate a me sì caro dono,
E non vogliate poi, che la vostr'ira
Contra i Cartaginesi si distenda
Con tal furore, infin contra le donne.
Ma i beneficj miei possano tanto,
Che l'error di costei si le perdoni
Se mai fatto v'avesse alcuna offesa:
Che ben conviensi per amor d'un buono
Perdonare ad un reo; ma non si deve
Punire un buon, per il peccare altrui.
Scip.Chi non sapesse ove si fosse il torto,E udisse il parlar che avete fatto,Non si porìa pensar ch'io non l'avessi.Ma non è giusto quel che parla beneIn ogni cosa, ove la mente volge,Ma quel che mai dal ver non si diparte.Se Sofonisba fosse vostra moglie,Senza alcun dubbio vi la renderei:Che voi sapete ben, che già vi diediAnnon Cartaginese; onde per cambioDi lui, color vi resero la Madre.E come prima il regno de' Massulj(Ch'io sapeva esser vostro) si fu preso,Senza punto tardar vi lo rendei.Ma se vi fu promessa Sofonisba(Come voi dite) avanti che a SifaceQuesto non fa però, che vi sia moglie;Perchè una sola, e semplice promessaNon face il matrimonio; voi già maiNon giaceste con lei, nè aveste prole,Come d'Elena avea già Menelao.Oltre di ciò s'ell'era moglie vostra,Che vi accadeva risposarla ancora?E sì subitamente far le nozzeNella nimica terra e 'n mezzo l'arme?Che vuol dir poi, che nel principio, quandoTutte le cose vostre mi chiedesteNon diceste di lei parola alcuna?Quinci si può veder, ch'era d'altrui,Com'era veramente di Siface:Il quale è stato con gli auspicî nostriE vinto e preso; onde la sua persona,La moglie, le Cittati, le Castella,E finalmente, ciò ch'ei possedeva,È preda sol del popolo Romano;E esso e la Regina (ancora ch'ellaNon fosse da Cartagine, nè avesseIl Padre Capitanio dei nemici)È di necessità mandare a Roma,Ov'ella arà da stare a la sentenziaDel popolo Romano e del Senato....Imperò che si dice avergli toltoE alienato un Re, che gli era amico,E poscia averlo indotto a prender l'armeContra di lor precipitosamente:Sì ch'io non posso di costei disporre.Dunque, senza tardar ne la mandate;Ne più cercate a così fatto modoAver per forza le Romane spoglie.Ma se di lor vorrete alcuna cosaDimandatela pur, che scriveremoA Roma, e pregheremo, che 'l SenatoPer le vostre virtù vi la conceda.
Scip.Chi non sapesse ove si fosse il torto,
E udisse il parlar che avete fatto,
Non si porìa pensar ch'io non l'avessi.
Ma non è giusto quel che parla bene
In ogni cosa, ove la mente volge,
Ma quel che mai dal ver non si diparte.
Se Sofonisba fosse vostra moglie,
Senza alcun dubbio vi la renderei:
Che voi sapete ben, che già vi diedi
Annon Cartaginese; onde per cambio
Di lui, color vi resero la Madre.
E come prima il regno de' Massulj
(Ch'io sapeva esser vostro) si fu preso,
Senza punto tardar vi lo rendei.
Ma se vi fu promessa Sofonisba
(Come voi dite) avanti che a Siface
Questo non fa però, che vi sia moglie;
Perchè una sola, e semplice promessa
Non face il matrimonio; voi già mai
Non giaceste con lei, nè aveste prole,
Come d'Elena avea già Menelao.
Oltre di ciò s'ell'era moglie vostra,
Che vi accadeva risposarla ancora?
E sì subitamente far le nozze
Nella nimica terra e 'n mezzo l'arme?
Che vuol dir poi, che nel principio, quando
Tutte le cose vostre mi chiedeste
Non diceste di lei parola alcuna?
Quinci si può veder, ch'era d'altrui,
Com'era veramente di Siface:
Il quale è stato con gli auspicî nostri
E vinto e preso; onde la sua persona,
La moglie, le Cittati, le Castella,
E finalmente, ciò ch'ei possedeva,
È preda sol del popolo Romano;
E esso e la Regina (ancora ch'ella
Non fosse da Cartagine, nè avesse
Il Padre Capitanio dei nemici)
È di necessità mandare a Roma,
Ov'ella arà da stare a la sentenzia
Del popolo Romano e del Senato....
Imperò che si dice avergli tolto
E alienato un Re, che gli era amico,
E poscia averlo indotto a prender l'arme
Contra di lor precipitosamente:
Sì ch'io non posso di costei disporre.
Dunque, senza tardar ne la mandate;
Ne più cercate a così fatto modo
Aver per forza le Romane spoglie.
Ma se di lor vorrete alcuna cosa
Dimandatela pur, che scriveremo
A Roma, e pregheremo, che 'l Senato
Per le vostre virtù vi la conceda.
Mass.Poscia ch'io vedo esser la voglia vostraD'aver costei, più non farò contrasto;Ma vo', che ancor di questa mia personaPossiate sempre far quel che v'aggrada.Ben io vi priego assai, che non vi spiacciaS'io cerco aver rispetto a la mia fede:La qual troppo obligai senza pensarvi;E promessi a costei, di mai non darlaIn potestà d'altrui, mentre che viva.
Mass.Poscia ch'io vedo esser la voglia vostra
D'aver costei, più non farò contrasto;
Ma vo', che ancor di questa mia persona
Possiate sempre far quel che v'aggrada.
Ben io vi priego assai, che non vi spiaccia
S'io cerco aver rispetto a la mia fede:
La qual troppo obligai senza pensarvi;
E promessi a costei, di mai non darla
In potestà d'altrui, mentre che viva.
Scip.Questa risposta è veramente degnaDi Massinissa; or fate dunque comeVi pare il meglio, purchè abbiam la donna.
Scip.Questa risposta è veramente degna
Di Massinissa; or fate dunque come
Vi pare il meglio, purchè abbiam la donna.
Mass.Anderò dentro, e penserò d'un modo,Che servi il voler vostro, e la mia fede!
Mass.Anderò dentro, e penserò d'un modo,
Che servi il voler vostro, e la mia fede!
Massinissa avendo promesso a Sofonisba che non andrebbe viva nelle mani dei Romani, le mandò un veleno, dicendole, che altro modo non aveva di mantenerle fede; e Sofonisba lo prese. A me sembra che questa scena sia molto dignitosa, profondamente eloquentee filosofica.... sebbene odori un poco di un fare rettorico. Se dovessi rilevare tutti i pregi che si raccolgono nei molteplici componimenti del Trissino, bisognerebbe a lui solo dedicare più tempo che non mi è concesso, e trascurare di troppo altri, che pur voglionsi almeno ricordare. Del satirico, mordace, e venale Pietro Aretino, il cui ingegnoso spirito s'impose al mondo in modo, che si temeva più assai la punta della sua penna, che un'aguzza spada, abbiamo una Tragedia, intitolataOraziache venne giudicata una delle migliori che a' quei tempi fosse stata scritta. Rispetto il parere dei dotti critici, in quanto riguarda il valore poetico e letterario, ma credo di non errare, asserendo, essere questa Tragedia priva affatto di effetto scenico, e per la massa del pubblico, d'un linguaggio astruso. Le sue commedie poi sono un'evidente riproduzione della corrotta società in cui viveva e mostra delle figure, acutamente sì, ma rozzamente disegnate, ma che servirono di norma ad altri autori ne' secoli posteriori. Uomo, in superlativo grado immaginoso, si servì del suo naturale ingegno, non sempre lodevolmente, e visse, in vero, com'ei dice:del sudore degli inchiostri, e tanto ne adoprò, cred'io, da macchiarne anco l'anima.
L'autorevole scrittore Adolfo Gaspary, acconcia spietatamente il fiorentino Giovanni Rucellai (che fu secondo a scrivere Tragedie regolari in idioma volgare) criticando la sua TragediaOresteche giudica composta di cattivi versi e di fare sentenzioso e rettorico, dove la falsa sentimentalità, e il falso eroismo, prendono il posto dalla vera passione. Io non oso pronunciarmi su tal giudizio, bensì mi sembra, che almeno il merito di una potente efficacia descrittiva poteva esser notata dal severo critico. Il racconto che vi leggerò sarà sufficiente a farvi persuasi che non fu vana la mia osservazione. Il coro rappresentato da una donna, racconta ad Ifigeniasorella d'Oreste, come furon scoperti, da un Pastore, due stranieri, che furtivamente venivano per mare, ad impadronirsi dell'effige di Diana, come dall'oracolo di Delfo fu ordinato per placare le infernali furie che invadevano Oreste, dopo l'uccisione dell'adultera madre.
Coro.Io vi dirò per ordin da principioA ciò che vo' ntendiate il caso a punto,Se già la lingua, mentre io narro a voi,La lubrica memoria non inganna.Ifige.Ditela: che gran cosa esser può questa?Coro.Questa mattina, all'apparir dell'alba,Andand'io per far mondi, alquanto innanzi,Gli erbosi sassi del liquido fonte,Che scendesser laggiù le mie compagneA 'mbiancar de la Diva i sacri veli,Veder mi parve, e non mi parve, andareDue giovan di nascoso dietro il tempio.Poscia, un pastor, che capre ivi guardava,E stava sopra 'l vertice del monte,Li discoperse a me primieramente;E 'n un tratto le labbra al corno pose,E suonò tanto forte che d'intornoOgnun concorse con gran furia al suono.Com'e' s'avvider ch'eran discoperti,Si ritrasson guardando verso noiCome Leon c'han visto i cacciatori;E quando parve lor non esser visti,Si misero a fuggir come due cerviLà oltre per la via de la marina.I Pastor pel cammin di sopra al litoLi seguitaron tuttavia gridando.Allor salii sovr'un piscoso scoglio,Com'altri sempr'è vago di vedere.Era la barca lor quivi nascosa,Non so ben dove, ma la nuova formaSembrava a gli occhi miei ch'esterna fosse.Questa, un da poppa, e l'altro dalla prora,Come s'una cassetta d'Api fosse,Con mirabil destrezza in mar gettaro;E quel che di persona era più grande,Vi saltò sopra, e nel saltar la manoPorgea sempre, quell'altro confortando,Ma quei che del Pastor corsero al suonoEran già scesi in su l'asciutta arenaCon bastoni, con grida, dardi e sassiOr di sotto, or di sopra, ed or dai fianchi,Facendo a quelli una spietata guerra.Già erano ambedue entr'a la barca,Ed amendue a gran forza di remiTentavan dall'arena di spiccarla,Nè si potea per la vadosa piaggiaMuover la barca fra l'arena e l'acqueChe, decrescendo il flusso venian meno;Il che sentendo il giovin, quel maggioreCh'ancor fu 'l primo a saltar nel battello,Saltò ne l'arenose onde marine,Armato con la spada e con lo scudo;Poi poggiò il petto e tutta la persona,E spinse il legno: e fu sì grande l'urto,Ch'andar lo fece un lungo tratto in mare.Ei non trovando resistenza alcunaA la sua possa, per che l'acqua cede,Cadde implicato in su le negre arene;Nè pria fu 'n terra, che gli furo addosso.Chi gli prese le gambe e chi le braccia,Chi lo tenea per le bagnate chiome.Quando l'amico suo, ch'era portatoDal legno a forza in la contraria parte,Si gettò tutt'armato in mezzo al mareCome tigre che 'nanzi a gli occhi suoiVisti i figliuoli al predator in grembo,Con gran furor si getta a questi addosso:E quando fu là 'v'era il suo compagno,Alzò la spada, e già feriva i nostri,Se non ch'a mezza via, ritenne il colpo,Per non ferir quel che salvar volea.Insomma, tanta fu la sua possanza,Che lo trasse per forza a quei di mano.Allor più che mai, fu la forza grandeDi tronchi, dardi, sassi, e d'ogn'altr'armeCh'a chi cerca, il furor ministra e l'ira —Dir no 'l saprei: sembrava un popol d'ApiO una negra schiera di formicheD'un antic'elce e di sotterra uscite,Contr'a due Calabroni aspri e pungenti.La gente tutt'addosso era a quel solo,Ch'avea salvo colui che cadde in terra.Costui sostenne l'aspra furia tanto,Che vide lo suo amico ritto in piede;Poi, per un colpo ch'egli ebbe nel braccio,Fu costretto lo scudo abbandonare,Ov'era fitta una selva di strali;Onde 'l gran petto e largo, scuopre e nuda;Visto questo, il compagno prestamenteIl soccorre, e fra quello e fra la turbaSi pone, e fagli col suo proprio petto,Per esser grato, sì pietoso scudo,E disse: “Or ecco, Pilade, ch'io sono“Venuto qui, o Pilade, o mia vita,“Pilade, vita mia, per darti ajuto.„E poi rivolto a noi gridava forte:“Non date a lui, o gente empia e crudele,“Non date a lui; in me voltate il ferro,“In me, che cagion son di tutti i mali,“In me, per cui 'l misero combatte.“Eccovi 'l corpo aperto, ecco la fronte,“Eccovi 'l collo ignudo, eccovi il petto!„Così diss'egli; e la risposta loroFur mille punte, e più, di lance e spadeChe gli voltaro al volto, al corpo, al petto:Ed ei, nulla prezzando la sua vita,Attendèa solo a ricoprir l'amico —Ma che può, Un contra 'l furor di tanti?Molto potè l'amor, lo sdegno e l'ira,E la virtù che sè stessa conosce,Il dolor, la vergogna de l'amico,Che gli parea veders'innanzi morto.Ma che val forza contr'a maggior forza?Già il fiato che 'n quei corpi non capèa,Con gran singulti gli anelanti fianchiScotèa, fumando un vapor negro e grosso,Bagnando tutte l'affannate membra;Onde pure alla fine, stanchi e vinti,Ma di difender non già sazî ancora,Da' Pastor nostri sono stati presi,Che gli conducon qui d'innanzi a voi.Non credo mai che 'n giovin, tal bellezzaSplendesse sì nè tanta grazia in volto;E non credo, ch'a pena il primo fioreDe la bionda lanugine ancor vestaLe belle guance, quasi fresche riveFiorite, di giacinti e di viole!
Coro.Io vi dirò per ordin da principioA ciò che vo' ntendiate il caso a punto,Se già la lingua, mentre io narro a voi,La lubrica memoria non inganna.
Coro.Io vi dirò per ordin da principio
A ciò che vo' ntendiate il caso a punto,
Se già la lingua, mentre io narro a voi,
La lubrica memoria non inganna.
Ifige.Ditela: che gran cosa esser può questa?
Ifige.Ditela: che gran cosa esser può questa?
Coro.Questa mattina, all'apparir dell'alba,Andand'io per far mondi, alquanto innanzi,Gli erbosi sassi del liquido fonte,Che scendesser laggiù le mie compagneA 'mbiancar de la Diva i sacri veli,Veder mi parve, e non mi parve, andareDue giovan di nascoso dietro il tempio.Poscia, un pastor, che capre ivi guardava,E stava sopra 'l vertice del monte,Li discoperse a me primieramente;E 'n un tratto le labbra al corno pose,E suonò tanto forte che d'intornoOgnun concorse con gran furia al suono.Com'e' s'avvider ch'eran discoperti,Si ritrasson guardando verso noiCome Leon c'han visto i cacciatori;E quando parve lor non esser visti,Si misero a fuggir come due cerviLà oltre per la via de la marina.I Pastor pel cammin di sopra al litoLi seguitaron tuttavia gridando.Allor salii sovr'un piscoso scoglio,Com'altri sempr'è vago di vedere.Era la barca lor quivi nascosa,Non so ben dove, ma la nuova formaSembrava a gli occhi miei ch'esterna fosse.Questa, un da poppa, e l'altro dalla prora,Come s'una cassetta d'Api fosse,Con mirabil destrezza in mar gettaro;E quel che di persona era più grande,Vi saltò sopra, e nel saltar la manoPorgea sempre, quell'altro confortando,Ma quei che del Pastor corsero al suonoEran già scesi in su l'asciutta arenaCon bastoni, con grida, dardi e sassiOr di sotto, or di sopra, ed or dai fianchi,Facendo a quelli una spietata guerra.Già erano ambedue entr'a la barca,Ed amendue a gran forza di remiTentavan dall'arena di spiccarla,Nè si potea per la vadosa piaggiaMuover la barca fra l'arena e l'acqueChe, decrescendo il flusso venian meno;Il che sentendo il giovin, quel maggioreCh'ancor fu 'l primo a saltar nel battello,Saltò ne l'arenose onde marine,Armato con la spada e con lo scudo;Poi poggiò il petto e tutta la persona,E spinse il legno: e fu sì grande l'urto,Ch'andar lo fece un lungo tratto in mare.Ei non trovando resistenza alcunaA la sua possa, per che l'acqua cede,Cadde implicato in su le negre arene;Nè pria fu 'n terra, che gli furo addosso.Chi gli prese le gambe e chi le braccia,Chi lo tenea per le bagnate chiome.Quando l'amico suo, ch'era portatoDal legno a forza in la contraria parte,Si gettò tutt'armato in mezzo al mareCome tigre che 'nanzi a gli occhi suoiVisti i figliuoli al predator in grembo,Con gran furor si getta a questi addosso:E quando fu là 'v'era il suo compagno,Alzò la spada, e già feriva i nostri,Se non ch'a mezza via, ritenne il colpo,Per non ferir quel che salvar volea.Insomma, tanta fu la sua possanza,Che lo trasse per forza a quei di mano.Allor più che mai, fu la forza grandeDi tronchi, dardi, sassi, e d'ogn'altr'armeCh'a chi cerca, il furor ministra e l'ira —Dir no 'l saprei: sembrava un popol d'ApiO una negra schiera di formicheD'un antic'elce e di sotterra uscite,Contr'a due Calabroni aspri e pungenti.La gente tutt'addosso era a quel solo,Ch'avea salvo colui che cadde in terra.Costui sostenne l'aspra furia tanto,Che vide lo suo amico ritto in piede;Poi, per un colpo ch'egli ebbe nel braccio,Fu costretto lo scudo abbandonare,Ov'era fitta una selva di strali;Onde 'l gran petto e largo, scuopre e nuda;Visto questo, il compagno prestamenteIl soccorre, e fra quello e fra la turbaSi pone, e fagli col suo proprio petto,Per esser grato, sì pietoso scudo,E disse: “Or ecco, Pilade, ch'io sono“Venuto qui, o Pilade, o mia vita,“Pilade, vita mia, per darti ajuto.„E poi rivolto a noi gridava forte:“Non date a lui, o gente empia e crudele,“Non date a lui; in me voltate il ferro,“In me, che cagion son di tutti i mali,“In me, per cui 'l misero combatte.“Eccovi 'l corpo aperto, ecco la fronte,“Eccovi 'l collo ignudo, eccovi il petto!„Così diss'egli; e la risposta loroFur mille punte, e più, di lance e spadeChe gli voltaro al volto, al corpo, al petto:Ed ei, nulla prezzando la sua vita,Attendèa solo a ricoprir l'amico —Ma che può, Un contra 'l furor di tanti?Molto potè l'amor, lo sdegno e l'ira,E la virtù che sè stessa conosce,Il dolor, la vergogna de l'amico,Che gli parea veders'innanzi morto.Ma che val forza contr'a maggior forza?Già il fiato che 'n quei corpi non capèa,Con gran singulti gli anelanti fianchiScotèa, fumando un vapor negro e grosso,Bagnando tutte l'affannate membra;Onde pure alla fine, stanchi e vinti,Ma di difender non già sazî ancora,Da' Pastor nostri sono stati presi,Che gli conducon qui d'innanzi a voi.Non credo mai che 'n giovin, tal bellezzaSplendesse sì nè tanta grazia in volto;E non credo, ch'a pena il primo fioreDe la bionda lanugine ancor vestaLe belle guance, quasi fresche riveFiorite, di giacinti e di viole!
Coro.Questa mattina, all'apparir dell'alba,
Andand'io per far mondi, alquanto innanzi,
Gli erbosi sassi del liquido fonte,
Che scendesser laggiù le mie compagne
A 'mbiancar de la Diva i sacri veli,
Veder mi parve, e non mi parve, andare
Due giovan di nascoso dietro il tempio.
Poscia, un pastor, che capre ivi guardava,
E stava sopra 'l vertice del monte,
Li discoperse a me primieramente;
E 'n un tratto le labbra al corno pose,
E suonò tanto forte che d'intorno
Ognun concorse con gran furia al suono.
Com'e' s'avvider ch'eran discoperti,
Si ritrasson guardando verso noi
Come Leon c'han visto i cacciatori;
E quando parve lor non esser visti,
Si misero a fuggir come due cervi
Là oltre per la via de la marina.
I Pastor pel cammin di sopra al lito
Li seguitaron tuttavia gridando.
Allor salii sovr'un piscoso scoglio,
Com'altri sempr'è vago di vedere.
Era la barca lor quivi nascosa,
Non so ben dove, ma la nuova forma
Sembrava a gli occhi miei ch'esterna fosse.
Questa, un da poppa, e l'altro dalla prora,
Come s'una cassetta d'Api fosse,
Con mirabil destrezza in mar gettaro;
E quel che di persona era più grande,
Vi saltò sopra, e nel saltar la mano
Porgea sempre, quell'altro confortando,
Ma quei che del Pastor corsero al suono
Eran già scesi in su l'asciutta arena
Con bastoni, con grida, dardi e sassi
Or di sotto, or di sopra, ed or dai fianchi,
Facendo a quelli una spietata guerra.
Già erano ambedue entr'a la barca,
Ed amendue a gran forza di remi
Tentavan dall'arena di spiccarla,
Nè si potea per la vadosa piaggia
Muover la barca fra l'arena e l'acque
Che, decrescendo il flusso venian meno;
Il che sentendo il giovin, quel maggiore
Ch'ancor fu 'l primo a saltar nel battello,
Saltò ne l'arenose onde marine,
Armato con la spada e con lo scudo;
Poi poggiò il petto e tutta la persona,
E spinse il legno: e fu sì grande l'urto,
Ch'andar lo fece un lungo tratto in mare.
Ei non trovando resistenza alcuna
A la sua possa, per che l'acqua cede,
Cadde implicato in su le negre arene;
Nè pria fu 'n terra, che gli furo addosso.
Chi gli prese le gambe e chi le braccia,
Chi lo tenea per le bagnate chiome.
Quando l'amico suo, ch'era portato
Dal legno a forza in la contraria parte,
Si gettò tutt'armato in mezzo al mare
Come tigre che 'nanzi a gli occhi suoi
Visti i figliuoli al predator in grembo,
Con gran furor si getta a questi addosso:
E quando fu là 'v'era il suo compagno,
Alzò la spada, e già feriva i nostri,
Se non ch'a mezza via, ritenne il colpo,
Per non ferir quel che salvar volea.
Insomma, tanta fu la sua possanza,
Che lo trasse per forza a quei di mano.
Allor più che mai, fu la forza grande
Di tronchi, dardi, sassi, e d'ogn'altr'arme
Ch'a chi cerca, il furor ministra e l'ira —
Dir no 'l saprei: sembrava un popol d'Api
O una negra schiera di formiche
D'un antic'elce e di sotterra uscite,
Contr'a due Calabroni aspri e pungenti.
La gente tutt'addosso era a quel solo,
Ch'avea salvo colui che cadde in terra.
Costui sostenne l'aspra furia tanto,
Che vide lo suo amico ritto in piede;
Poi, per un colpo ch'egli ebbe nel braccio,
Fu costretto lo scudo abbandonare,
Ov'era fitta una selva di strali;
Onde 'l gran petto e largo, scuopre e nuda;
Visto questo, il compagno prestamente
Il soccorre, e fra quello e fra la turba
Si pone, e fagli col suo proprio petto,
Per esser grato, sì pietoso scudo,
E disse: “Or ecco, Pilade, ch'io sono
“Venuto qui, o Pilade, o mia vita,
“Pilade, vita mia, per darti ajuto.„
E poi rivolto a noi gridava forte:
“Non date a lui, o gente empia e crudele,
“Non date a lui; in me voltate il ferro,
“In me, che cagion son di tutti i mali,
“In me, per cui 'l misero combatte.
“Eccovi 'l corpo aperto, ecco la fronte,
“Eccovi 'l collo ignudo, eccovi il petto!„
Così diss'egli; e la risposta loro
Fur mille punte, e più, di lance e spade
Che gli voltaro al volto, al corpo, al petto:
Ed ei, nulla prezzando la sua vita,
Attendèa solo a ricoprir l'amico —
Ma che può, Un contra 'l furor di tanti?
Molto potè l'amor, lo sdegno e l'ira,
E la virtù che sè stessa conosce,
Il dolor, la vergogna de l'amico,
Che gli parea veders'innanzi morto.
Ma che val forza contr'a maggior forza?
Già il fiato che 'n quei corpi non capèa,
Con gran singulti gli anelanti fianchi
Scotèa, fumando un vapor negro e grosso,
Bagnando tutte l'affannate membra;
Onde pure alla fine, stanchi e vinti,
Ma di difender non già sazî ancora,
Da' Pastor nostri sono stati presi,
Che gli conducon qui d'innanzi a voi.
Non credo mai che 'n giovin, tal bellezza
Splendesse sì nè tanta grazia in volto;
E non credo, ch'a pena il primo fiore
De la bionda lanugine ancor vesta
Le belle guance, quasi fresche rive
Fiorite, di giacinti e di viole!
Che ve ne sembra? La parte descrittiva non è toccante, efficace e ben colorita? Quello in cui appariscono, a mio avviso, difettosi questi scrittori è la poca curanza nel complesso dell'effetto scenico. Abusavano di frasi altosonanti, di rettoriche riflessioni, di concetti filosofici, e chi più ne aveva più ne metteva; poco o nulla curandosi della misura scenica, della complicanza dell'intreccio, della dipintura dei caratteri, e di quell'inaspettato nell'argomento, tanto necessario per produrre maggiore impressione nella catastrofe. — Ed ora lasciamo il coturno, per trattare del socco. L'Ariosto fu il primo a comporre delle commedie regolari italiane, ma non offrono molta originalità. Egli stesso confessa d'aver imitato gli antichi e d'essersi ispirato nelle commedie di Plauto e Terenzio. Le più commendevoli commedie del XVI secolo, sono al certo, pe' nostri tempi, di pocoonesti costumi, e di parole arrischiate e sconvenienti; se ne togli certe allusioni satiriche alle condizioni pubbliche, il piccante si cercava di preferenza in equivoci indecenti.
Lo permetteva la libertà del frasario di quell'epoca, e forse a torto in oggi biasimiamo ciò che allora si accettava senza porvi importanza, nè trovarvi offesa al buon costume. Tutte quelle produzioni che oggi chiamiamo indecenti, e che lo sono di fatto, furono in massima parte dedicate ai Papi, ai Principi, che le accettarono e fecero sontuosamente rappresentare, prendendovi tanto diletto, da farne delle matte risate. Qual meraviglia se le donne non se ne scandalizzavano. Quelle donne stesse che senza ritrosìa facevansi ritrattare col bel seno scoperto, e lo esponevano all'ammirazione dei visitatori ed amici, nelle loro sale. Chi potrebbe asserire che nella sostanza, la società di allora fosse più corrotta, con le sue frasi lascive, che non sia la nostra, sotto la forma vereconda e pudica?
L'osceno era considerato quale ingrediente necessario all'arte comica, e si trova sparso in quasi tutta la letteratura drammatica del secolo XVI. La commediaCalandradel Cardinal di Bibiena è impudica da capo a fondo, e le particolarità destinate a promuovere il riso, ributtano; eppure Leone X lo creò Cardinale, molto per gli importanti servigi resi allo Stato, e un poco per le scandalose brighe che operava alla Curia. Una delle commedie che affascina per la profondità e la verità del quadro di costumi e dei caratteri di quell'epoca, è laMandragoladel Machiavelli. Essa è di certo la più importante ed originale commedia di quel secolo. Della sua immoralità non si aveva coscienza: tutti vi partecipavano.... anche l'autore stesso. Soffocare la passione per riguardo alla morale, era un precetto da leggersi, ma non da seguirsi; obbedire a gl'impulsi dell'amore, chesenza esitare, per diritto di natura, va al suo scopo sensuale, era un concetto esaltato e difeso dalle massime dell'Aretino, ed accettate dalla società di allora. Di rado la passione sfrenata fu descritta con maggiore vivacità che in questa commedia del Machiavelli. Forse l'azione comparisce artificialmente ordinata, ma i personaggi sono interamente moderni, e vi è nel dialogo tale freschezza, tali sprazzi di luce sulle condizioni famigliari, da farla supporre una commedia scritta da ieri. Non mi permetto citarne alcun passo per non fare arrossire il bel volto delle mie amabili ascoltatrici, ma leggerò soltanto il prologo di questa commedia, ed una scena assai famigliare dellaClizia, altro componimento comico del Machiavelli, perchè possiate riconoscere il simpatico scrittore, non scamiciato, ma vestito decentemente e con i guanti bianchi.... non però candidi del tutto!
Il Ciel vi salvi, benigni Uditori;Quando e' par che dependaQuesta Benignità dall'esser grato.Se voi seguite di non far rumori,Noi vogliam che s'intendaUn novo caso in questa terra nato.Vedete l'apparato,Quale or vi si dimostra.Questa è Firenze vostra.Un'altra volta sarà Roma o PisaCosa da smascellarsi dalle risa.Quell'uscio che mi è qui in su la man ritta,La casa è di un dottore,Che 'mparò in sul Buezio leggi assai:Quella via che è là in quel canto fitta,È la via dell'Amore,Dove chi casca non si rizza mai.Conoscer poi potraiAll'abito d'un FrateQual priore, o abbateAbiti in tempio, che all'incontro è posto,Se di qui non ti parti troppo tosto —— Un giovane, Callimaco Guadagni,Venuto or da ParigiAbita là in quella sinistra porta.Una giovane accortaFu da lui molto amata:E per questo, ingannataFu, come intenderete; et io vorrei,Che voi fussi ingannato come lei.— La favola, Mandragola si chiama:La cagion voi vedreteNel recitarla, com'io m'indovino.Non è 'l compositor di molta fama:Pur se voi non ridete,Egli è contento di pagarvi el vino.Un amante meschino,Un dottor poco astuto,Un frate mal vissuto,Un parasito di malizia el cuccoFien questo giorno il vostro badalucco.— E se questa materia non è degna,Per esser pur leggeri,D'un uom che voglia parer saggio e grave,Scusatelo con questo, che s'ingegnaCon questi van pensieriFare el suo tristo tempo più suave:Perchè altrove non aveDove voltare el viso;Chè gli è stato intercisoMonstrar con altre imprese altra virtue,Non sendo premio alle fatiche sue.El premio che si spera, è che ciascunoSi sta dacanto, e ghigna,Dicendo mal di ciò che vede o sente.Di qui depende, senza dubbio alcuno,Che per tutto tralignaDall'antica virtù el secol presente:Imperocchè la genteVedendo che ognun biasma,Non s'affatica e spasmaPer far con mille suoi disagi un'opra,Che 'l vento guasti o la nebbia ricuopra.— Pur se credesse alcun dicendo male,Tenerlo pe' capegli,E sbigottirlo, o ritirarlo in parte,Io l'ammonisco, e dico a questo taleChe sa dir male anch'egli,E come questa fu la sua prim'arte;E come in ogni parteDel mondo, ove il sì suona,Non istima persona;Ancor che faccia el sergieri a colui,Che può portar miglior mantel di lui.— Ma pur lasciam dir male a chiunque vuole;Torniamo al caso nostroAcciocchè non trapassi troppo l'ora.Far conto non si de' delle parole,Ne stimar qualche mostro,Che non sa forse se si è vivo ancora.Callimaco esce fuora,E Siro con seco haSuo famiglio, e diràL'ordin di tutto. Stia ciascuno attento;Nè per ora aspettate altro argomento.
Il Ciel vi salvi, benigni Uditori;Quando e' par che dependaQuesta Benignità dall'esser grato.Se voi seguite di non far rumori,Noi vogliam che s'intendaUn novo caso in questa terra nato.Vedete l'apparato,Quale or vi si dimostra.Questa è Firenze vostra.Un'altra volta sarà Roma o PisaCosa da smascellarsi dalle risa.Quell'uscio che mi è qui in su la man ritta,La casa è di un dottore,Che 'mparò in sul Buezio leggi assai:Quella via che è là in quel canto fitta,È la via dell'Amore,Dove chi casca non si rizza mai.Conoscer poi potraiAll'abito d'un FrateQual priore, o abbateAbiti in tempio, che all'incontro è posto,Se di qui non ti parti troppo tosto —— Un giovane, Callimaco Guadagni,Venuto or da ParigiAbita là in quella sinistra porta.Una giovane accortaFu da lui molto amata:E per questo, ingannataFu, come intenderete; et io vorrei,Che voi fussi ingannato come lei.— La favola, Mandragola si chiama:La cagion voi vedreteNel recitarla, com'io m'indovino.Non è 'l compositor di molta fama:Pur se voi non ridete,Egli è contento di pagarvi el vino.Un amante meschino,Un dottor poco astuto,Un frate mal vissuto,Un parasito di malizia el cuccoFien questo giorno il vostro badalucco.— E se questa materia non è degna,Per esser pur leggeri,D'un uom che voglia parer saggio e grave,Scusatelo con questo, che s'ingegnaCon questi van pensieriFare el suo tristo tempo più suave:Perchè altrove non aveDove voltare el viso;Chè gli è stato intercisoMonstrar con altre imprese altra virtue,Non sendo premio alle fatiche sue.El premio che si spera, è che ciascunoSi sta dacanto, e ghigna,Dicendo mal di ciò che vede o sente.Di qui depende, senza dubbio alcuno,Che per tutto tralignaDall'antica virtù el secol presente:Imperocchè la genteVedendo che ognun biasma,Non s'affatica e spasmaPer far con mille suoi disagi un'opra,Che 'l vento guasti o la nebbia ricuopra.— Pur se credesse alcun dicendo male,Tenerlo pe' capegli,E sbigottirlo, o ritirarlo in parte,Io l'ammonisco, e dico a questo taleChe sa dir male anch'egli,E come questa fu la sua prim'arte;E come in ogni parteDel mondo, ove il sì suona,Non istima persona;Ancor che faccia el sergieri a colui,Che può portar miglior mantel di lui.— Ma pur lasciam dir male a chiunque vuole;Torniamo al caso nostroAcciocchè non trapassi troppo l'ora.Far conto non si de' delle parole,Ne stimar qualche mostro,Che non sa forse se si è vivo ancora.Callimaco esce fuora,E Siro con seco haSuo famiglio, e diràL'ordin di tutto. Stia ciascuno attento;Nè per ora aspettate altro argomento.
Il Ciel vi salvi, benigni Uditori;
Quando e' par che dependa
Questa Benignità dall'esser grato.
Se voi seguite di non far rumori,
Noi vogliam che s'intenda
Un novo caso in questa terra nato.
Vedete l'apparato,
Quale or vi si dimostra.
Questa è Firenze vostra.
Un'altra volta sarà Roma o Pisa
Cosa da smascellarsi dalle risa.
Quell'uscio che mi è qui in su la man ritta,
La casa è di un dottore,
Che 'mparò in sul Buezio leggi assai:
Quella via che è là in quel canto fitta,
È la via dell'Amore,
Dove chi casca non si rizza mai.
Conoscer poi potrai
All'abito d'un Frate
Qual priore, o abbate
Abiti in tempio, che all'incontro è posto,
Se di qui non ti parti troppo tosto —
— Un giovane, Callimaco Guadagni,
Venuto or da Parigi
Abita là in quella sinistra porta.
Una giovane accorta
Fu da lui molto amata:
E per questo, ingannata
Fu, come intenderete; et io vorrei,
Che voi fussi ingannato come lei.
— La favola, Mandragola si chiama:
La cagion voi vedrete
Nel recitarla, com'io m'indovino.
Non è 'l compositor di molta fama:
Pur se voi non ridete,
Egli è contento di pagarvi el vino.
Un amante meschino,
Un dottor poco astuto,
Un frate mal vissuto,
Un parasito di malizia el cucco
Fien questo giorno il vostro badalucco.
— E se questa materia non è degna,
Per esser pur leggeri,
D'un uom che voglia parer saggio e grave,
Scusatelo con questo, che s'ingegna
Con questi van pensieri
Fare el suo tristo tempo più suave:
Perchè altrove non ave
Dove voltare el viso;
Chè gli è stato interciso
Monstrar con altre imprese altra virtue,
Non sendo premio alle fatiche sue.
El premio che si spera, è che ciascuno
Si sta dacanto, e ghigna,
Dicendo mal di ciò che vede o sente.
Di qui depende, senza dubbio alcuno,
Che per tutto traligna
Dall'antica virtù el secol presente:
Imperocchè la gente
Vedendo che ognun biasma,
Non s'affatica e spasma
Per far con mille suoi disagi un'opra,
Che 'l vento guasti o la nebbia ricuopra.
— Pur se credesse alcun dicendo male,
Tenerlo pe' capegli,
E sbigottirlo, o ritirarlo in parte,
Io l'ammonisco, e dico a questo tale
Che sa dir male anch'egli,
E come questa fu la sua prim'arte;
E come in ogni parte
Del mondo, ove il sì suona,
Non istima persona;
Ancor che faccia el sergieri a colui,
Che può portar miglior mantel di lui.
— Ma pur lasciam dir male a chiunque vuole;
Torniamo al caso nostro
Acciocchè non trapassi troppo l'ora.
Far conto non si de' delle parole,
Ne stimar qualche mostro,
Che non sa forse se si è vivo ancora.
Callimaco esce fuora,
E Siro con seco ha
Suo famiglio, e dirà
L'ordin di tutto. Stia ciascuno attento;
Nè per ora aspettate altro argomento.
Ora il nostro autore vi si è annunziato convenientemente con la sua carta. La scena che segue sarà la sua prima visita.
La posizione dei personaggi è questa.
Un vecchio libertino e il suo figliuolo, sono tutti e due innamorati di Clizia, giovane che da piccola venne allevata nella lor casa. Il padre vorrebbe dare la ragazza in moglie ad un Pirro, devoto ed esoso suo servo,per poi approfittarne. La moglie del vecchio che conosce le mire poco oneste del marito, vorrebbe invece far sposare la giovane con un Eustachio loro fattore, uomo rozzo, sì, ma onesto e denaroso.
Sofronia(moglie del vecchio libertino entra in scena). Io ho rinchiuso Clizia e Doria in camera. E' mi bisogna guardare questa fanciulla dal figliuolo, dal marito e da' famigli; ognuno le ha posto il campo intorno!Nicomano(il vecchio marito). Sofronia, ove si va?Sofr.Alla messa.Nicom.Et è pur carnasciale; pensa quel che tu farai di quaresima.Sofr.Io credo che s'abbia a far bene d'ogni tempo; e tanto più accetto sia farlo in quelli tempi, che gli altri fanno male. E' mi pare che a far bene, noi ci facciamo da cattivo lato.Nicom.Come? Che vorresti tu che si facesse?Sofr.Che non si pensasse a chiacchiere; e poi che noi abbiamo in casa una fanciulla bella, buona e d'assai, e abbiamo durato fatica ad allevarla, che si pensasse di non la gittare or via, che dove prima ogn'uomo ci lodava, ogn'uomo ora ci biasimerà, veggendo che noi la diamo a un ghiotto senza cervello, che non sa far altro che un poco radere, che non ne vivrebbe una mosca.Nicom.Sofronia mia, tu erri. Costui è giovane di buon aspetto, e se non sa, è atto ad imparare, e vuol bene a costei; che sono tre gran parti in un marito, oltre gioventù e amore. A me non pare che si possa ir più là, nè di questi partiti se ne trovi a ogni uscio. Se non ha roba, tu sai che la roba viene e va, e costui è uno di quelli ch'è atto a farne venire; e io non lo abbandonerò, perchè io fo pensiero (a dirti il vero) di comperargli quella casa che per ora ho tolta a pigion da Damone nostro vicino, e empierolla di masserizie: e di più, quando mi costasse quattro cento fiorini per mettergliene....Sofr.Ah, ah, ah.Nicom.Tu ridi?Sofr.Chi non riderebbe?Nicom.Sì; che vuoi tu dire? per mettergliene su una bottega: non sono per guardarvi....Sofr.È egli possibile però che tu voglia con questo partito strano, tôrre al tuo figliuolo più che non si conviene, e dare a costui più che non merita? Io non so che mi dire; io dubito che non ci sia altro sotto....Nicom.Che vuoi tu che ci sia?....Sofr.Se ci fusse che tu non lo sapessi, io te 'l direi; ma perchè tu lo sai, io non te lo dirò.Nicom.Che so io?Sofr.Lasciamo ire. Che ti muove a darla a costui? Non si potrebbe con questa dota o minore, maritarla meglio?Nicom.Sì, credo; nondimeno e' mi muove l'amore che io porto all'una e all'altro, che avendoceli allevati tuttadua, mi pare di beneficarli tuttadua.Sofr.Se cotesto ti muove, non ti hai tu ancora allevato Eustachio tuo Fattore?Nicom.Sì, ho; ma che vuoi tu che la faccia di cotestui, che non ha gentilezza veruna e è uso a stare in villa tra buoi e le pecore? Oh, se noi gliene dessimo, la si morrebbe di dolore.Sofr.E con Pirro si morrà di fame. Io ti ricordo che le gentilezze degli uomini consistono nell'avere qualche virtù, saper fare qualche cosa, come sa Eustachio, che è uso alle faccende, in su i mercati, a far masserizia e aver cura delle cose d'altri e delle sue: e è un uomo che vivrebbe in su l'acqua, tanto più che tu sai ch'egli ha un buon capitale. Pirro, dall'altra parte, non è mai se non in su le taverne, su per li giuochi, un Cacapensieri che morrà di fame nell'altopascio.Nicom.Non ti ho detto quello ch'io li voglio dare?Sofr.Non ti ho risposto che tu lo getti via? Io ti concludo questo, Nicòmaco: che tu hai speso in nutrire costei, et io ho durata fatica in allevarla; e per questo, avendoci io parte, io voglio ancora io intendere come queste cose hanno andare: o io dirò tanto male e commetterò tanti scandali che ti parrà essere in mal termine; chè non so come tu alzi il viso. Va: ragiona di queste cose con la maschera.Nicom.Che mi di' tu? Se' tu impazzata? Or mi fai tu venir voglia di dargliene in ogni modo; e per cotesto amore, voglio io che la meni stasera e meneralla s'e' ti schizzassi gli occhi!Sofr.O la mérrà, o e' non la mérrà.Nicom.Tu mi minacci di chiacchiere; fa che io non dica.... Tu credi forse ch'io sia cieco, e che io non conosca e' giuochi di queste tue bagattelle? Io sapevo bene che le madri volevano bene ai figliuoli; ma non credevo che le volessero tenere le mani alle loro disonestà.Sofr.Che di' tu? Che cosa è disonestà?Nicom.Deh! non mi far dire. Tu intendi, et io intendo: ognuno di noi sa a quanti dì è San Biagio. Facciamo per tua fe' le cose d'accordo; chè se noi entriamo in cètere noi saremo la favola del popolo.Sofr.Entra in che entrare tu vuoi. Questa fanciulla non si ha gittar via; o io manderò sottosopra, non che la casa, Firenze.Nicom.Sofronia, Sofronia, chi ti pose questo nome non sognava; se tu sei una soffiona, e se' piena dì vento.Sofr.Al nome di Dio. Io voglio ire alla messa; noi ci rivedremo.Nicom.Odi un poco. Sarebbeci modo a raccapezzar questa cosa, e che noi non ci facessimo tenere pazzi?Sofr.Pazzi no, ma tristi sì.Nicom.E' ci sono in questa terra tanti uomini da bene, noi abbiamo tanti parenti, e ci sono tanti buoni religiosi: di quello che noi non siamo d'accordo, domandiamne loro, e per questa via, o tu o io ci sganneremo.Sofr.Che vogliamo noi cominciare a bandire queste nostre pazzie?Nicom.Se noi non vogliamo tôrre o amici o parenti, togliamo un religioso, e non si bandiranno, e rimettiamo in lui questa cosa in confessione.Sofr.A chi andremo?Nicom.E non si può andare a altri che a fra Timoteo, ch'è nostro confessore di casa, et è un santarello, et ha già fatto qualche miracolo.Sofr.Quale?Nicom.Come quale? Non sai tu, che per le sue orazioni, monna Lucrezia di messer Nicia Calfucci, che era sterile....
Sofronia(moglie del vecchio libertino entra in scena). Io ho rinchiuso Clizia e Doria in camera. E' mi bisogna guardare questa fanciulla dal figliuolo, dal marito e da' famigli; ognuno le ha posto il campo intorno!
Nicomano(il vecchio marito). Sofronia, ove si va?
Sofr.Alla messa.
Nicom.Et è pur carnasciale; pensa quel che tu farai di quaresima.
Sofr.Io credo che s'abbia a far bene d'ogni tempo; e tanto più accetto sia farlo in quelli tempi, che gli altri fanno male. E' mi pare che a far bene, noi ci facciamo da cattivo lato.
Nicom.Come? Che vorresti tu che si facesse?
Sofr.Che non si pensasse a chiacchiere; e poi che noi abbiamo in casa una fanciulla bella, buona e d'assai, e abbiamo durato fatica ad allevarla, che si pensasse di non la gittare or via, che dove prima ogn'uomo ci lodava, ogn'uomo ora ci biasimerà, veggendo che noi la diamo a un ghiotto senza cervello, che non sa far altro che un poco radere, che non ne vivrebbe una mosca.
Nicom.Sofronia mia, tu erri. Costui è giovane di buon aspetto, e se non sa, è atto ad imparare, e vuol bene a costei; che sono tre gran parti in un marito, oltre gioventù e amore. A me non pare che si possa ir più là, nè di questi partiti se ne trovi a ogni uscio. Se non ha roba, tu sai che la roba viene e va, e costui è uno di quelli ch'è atto a farne venire; e io non lo abbandonerò, perchè io fo pensiero (a dirti il vero) di comperargli quella casa che per ora ho tolta a pigion da Damone nostro vicino, e empierolla di masserizie: e di più, quando mi costasse quattro cento fiorini per mettergliene....
Sofr.Ah, ah, ah.
Nicom.Tu ridi?
Sofr.Chi non riderebbe?
Nicom.Sì; che vuoi tu dire? per mettergliene su una bottega: non sono per guardarvi....
Sofr.È egli possibile però che tu voglia con questo partito strano, tôrre al tuo figliuolo più che non si conviene, e dare a costui più che non merita? Io non so che mi dire; io dubito che non ci sia altro sotto....
Nicom.Che vuoi tu che ci sia?....
Sofr.Se ci fusse che tu non lo sapessi, io te 'l direi; ma perchè tu lo sai, io non te lo dirò.
Nicom.Che so io?
Sofr.Lasciamo ire. Che ti muove a darla a costui? Non si potrebbe con questa dota o minore, maritarla meglio?
Nicom.Sì, credo; nondimeno e' mi muove l'amore che io porto all'una e all'altro, che avendoceli allevati tuttadua, mi pare di beneficarli tuttadua.
Sofr.Se cotesto ti muove, non ti hai tu ancora allevato Eustachio tuo Fattore?
Nicom.Sì, ho; ma che vuoi tu che la faccia di cotestui, che non ha gentilezza veruna e è uso a stare in villa tra buoi e le pecore? Oh, se noi gliene dessimo, la si morrebbe di dolore.
Sofr.E con Pirro si morrà di fame. Io ti ricordo che le gentilezze degli uomini consistono nell'avere qualche virtù, saper fare qualche cosa, come sa Eustachio, che è uso alle faccende, in su i mercati, a far masserizia e aver cura delle cose d'altri e delle sue: e è un uomo che vivrebbe in su l'acqua, tanto più che tu sai ch'egli ha un buon capitale. Pirro, dall'altra parte, non è mai se non in su le taverne, su per li giuochi, un Cacapensieri che morrà di fame nell'altopascio.
Nicom.Non ti ho detto quello ch'io li voglio dare?
Sofr.Non ti ho risposto che tu lo getti via? Io ti concludo questo, Nicòmaco: che tu hai speso in nutrire costei, et io ho durata fatica in allevarla; e per questo, avendoci io parte, io voglio ancora io intendere come queste cose hanno andare: o io dirò tanto male e commetterò tanti scandali che ti parrà essere in mal termine; chè non so come tu alzi il viso. Va: ragiona di queste cose con la maschera.
Nicom.Che mi di' tu? Se' tu impazzata? Or mi fai tu venir voglia di dargliene in ogni modo; e per cotesto amore, voglio io che la meni stasera e meneralla s'e' ti schizzassi gli occhi!
Sofr.O la mérrà, o e' non la mérrà.
Nicom.Tu mi minacci di chiacchiere; fa che io non dica.... Tu credi forse ch'io sia cieco, e che io non conosca e' giuochi di queste tue bagattelle? Io sapevo bene che le madri volevano bene ai figliuoli; ma non credevo che le volessero tenere le mani alle loro disonestà.
Sofr.Che di' tu? Che cosa è disonestà?
Nicom.Deh! non mi far dire. Tu intendi, et io intendo: ognuno di noi sa a quanti dì è San Biagio. Facciamo per tua fe' le cose d'accordo; chè se noi entriamo in cètere noi saremo la favola del popolo.
Sofr.Entra in che entrare tu vuoi. Questa fanciulla non si ha gittar via; o io manderò sottosopra, non che la casa, Firenze.
Nicom.Sofronia, Sofronia, chi ti pose questo nome non sognava; se tu sei una soffiona, e se' piena dì vento.
Sofr.Al nome di Dio. Io voglio ire alla messa; noi ci rivedremo.
Nicom.Odi un poco. Sarebbeci modo a raccapezzar questa cosa, e che noi non ci facessimo tenere pazzi?
Sofr.Pazzi no, ma tristi sì.
Nicom.E' ci sono in questa terra tanti uomini da bene, noi abbiamo tanti parenti, e ci sono tanti buoni religiosi: di quello che noi non siamo d'accordo, domandiamne loro, e per questa via, o tu o io ci sganneremo.
Sofr.Che vogliamo noi cominciare a bandire queste nostre pazzie?
Nicom.Se noi non vogliamo tôrre o amici o parenti, togliamo un religioso, e non si bandiranno, e rimettiamo in lui questa cosa in confessione.
Sofr.A chi andremo?
Nicom.E non si può andare a altri che a fra Timoteo, ch'è nostro confessore di casa, et è un santarello, et ha già fatto qualche miracolo.
Sofr.Quale?
Nicom.Come quale? Non sai tu, che per le sue orazioni, monna Lucrezia di messer Nicia Calfucci, che era sterile....
Non finisco il dialogo perchè lo giudico non confacente all'ambiente in cui mi trovo; nè istigo il nostro autore a ripetervi la sua visita, per tema che vi si presenti co' guanti sucidi. Molti altri scrittori seguirono le tracce del Machiavelli, del Bibiena e dell'Aretino, ma nessuno raggiunse l'eleganza di questi. De' Fiorentini, che per la lingua portano il vanto, si vogliono specialmente ricordare il Gelli, il Varchi, il Firenzuola, Lorenzino de' Medici, il Giannotti, il Nardi, ma superiori a tutti, il Lasca e il Cocchi, de' quali vorrei pur citarvi qualche brano, se il tempo concessomi me lo permettesse, ma con mio rammarico debbo rinunciarvi.
La Commedia regolare letteraria aveva sempre di preferenza la sua sede nelle Corti, nelle case dei ricchi, e nelle Accademie. Fra il popolo si usava genere più modesto, e forse più morale, ma più rozzo. Le Farse, volgarmente detteCavajole, genere antico, ma plebeo, erano graditissime al popolo, perchè fondate principalmente sulla vivacità dei lazzi, sul frizzo delle espressioni, sull'opportunità degli argomenti; e come le canzoni e rappresentazioni maggesi di variato genere e di più avariato pregio, erano il diletto del contado, così le rappresentazioni sacre e le Farse, erano la gioia del popolo. Solo alla metà del XVI secolo comparvero le donne sul palco scenico, e quando nacque la così dettaCommedia dell'Arte, che consisteva nell'ideare il soggetto, stabilire la distribuzione delle scene, prefiggere i personaggi, lasciando all'improvvisazione, assoluta libertà dei concetti e delle parole. Quando s'incominciò a praticare questo, per me, riprovevole sistema, la buona commedia regolare, ed in special modo la tragedia, sparirono dalla scena a danno e disdoro dell'arte. Non per tanto ci resta la gloria d'essere stati i primi a comporre produzioni sceniche regolate; e già più centinaia se ne contava prima che Stefano Jodelle, sessant'anni dopo, neponesse una, sulle scene di Francia, sotto Enrico III. Due altri motivi concorsero a far dimettere in Italia le tragedie nei teatri. Il primo fu l'uso introdotto di recitare in musica, e il compiacersi che fece il mondo de' Drammi musicali, ed il secondo fu l'introduzione de' varî dialetti e delle maschere. Fino al secolo XVI, nelle società, le maschere non si usavano che nelle feste, e per coprirsi il volto onde prender parte ai giuochi d'azzardo; di poi, le donne portarono, per preservare la pelle, una maschera di velluto, che si chiamavaLupo. Venuto in moda il rossetto ed i nei, le donne non portarono più i lupi (sul viso, s'intende!), così le maschere non furono più adoperate che nel travestimenti carnevaleschi e sulle scene.
Dopo aver parlato degli autori, desidero trattenervi su gli attori, come parte necessaria, e direi quasi indivisibile dei primi. Una rigogliosa e ben vestita pianta si potrà ammirare, ma quella, adorna di frutta, si ammira e si gusta; la pianta è l'autore, il frutto, l'attore. Fra quelli più famosi del secolo cui tratto, vi presento un Sebastiano Clarignano, che il Giraldi chiamò il Roscio e l'Esopo del tempo. Eccovi un Angelo Beolco, dettoRuzzante, che sebbene provenisse da bassissima estrazione (che il nome di Ruzzante gli fu appropriato da ragazzo perchè ruzzava sempre con un cane che gli guardava il bestiame), pur nullameno fu attore ed autore pregiatissimo. Altro stimato artista fu Niccolò Campani, dettolo Strascino, che compose diverse farse. Un altro distintissimo lo abbiamo in Andrea Calmo, anch'egli attore ed autore comico. Insigne artista fu il Valerini Adriano autore di rime e di tragedie; ma di lui ricorderò in appresso. Nè si devono dimenticare G. B. Verati, che dopo morto, fu commemorato con un epitaffio, composto da Torquato Tasso: nè il Ponzoni, nè il Flaminio; e per chiudere va ricordato il Ganossa, che tanto in Franciache in Germania e specialmente in Spagna, non solo fu acclamato e desiderato da quei regnanti, ma raccolse pur anco ricchezza con l'arte sua!
Ed ora al sesso gentile! Si fa menzione di una Flaminia, romana, che, formosissima donna, nella tragedia era valente. Si esalta la Andreini Isabella che fu decoro delle scene: spettacolo superbo non meno di virtù che di bellezza; e si onora altamente una Virginia Rotari, detta Lidia, già amante del Valerini Adriano, gentile e piena di grazie, che ispirò, nel momento della sua partenza, ad un poeta che l'amava, questi versi: