L'ASSEDIO DI FIRENZE[1]

L'ASSEDIO DI FIRENZE[1]DIISIDORO DEL LUNGO.

DI

ISIDORO DEL LUNGO.

Signore e Signori,

La storia della democrazia fiorentina è fin dai primi periodi storia di fazioni e di gare, alle quali sovrappone le sue virtù benefiche e conservatrici il sentimento della grandezza del Comune; l'amore, il culto, per la “nobil patria„ della quale i Fiorentini, appartengano ad una o ad altra fazione, sono tutti a un modo orgogliosi e fieri. Guelfi e Ghibellini presto passano: rimane nello Stato la tradizione Guelfa, perchè la più consentanea al reggimento popolare: ma in quanto Guelfi ha voluto dir Chiesa, e Ghibellini Impero, Firenze ha conservata intatta e immota la pietra angolare dello stato suo, Popolo e Libertà. Bonifazio VIII ci ha spuntate sopra le armi della frode e della violenza teocratica; Arrigo VIIc'intoppa nel suo passaggio italico, e le armi imperiali cingono d'inutile assedio le mura della città, che riman chiusa a Cesare e al suo Poeta. Alle ambizioni ecclesiastiche Firenze tributa cauto ossequio e, occorrendo, fiorini; ma libertà, no: alle violenze, risponde con la Guerra degli Otto Santi. I Cesari venturieri possono alleggerirle l'erario; ma nel palagio del Popolo l'aquila non annida. Fu forse vendetta di questa sconfitta imparziale, in cui Firenze repubblicana avvolse entrambi la Chiesa e l'Impero, che per l'alleanza appunto di queste due grandi forze dominatrici invitte del mondo medievale, la libertà di Firenze rimanesse schiacciata. Ma che per ischiacciarla non ci volesse meno di quell'alleanza, e che fosse alleanza funesta universalmente alla libertà umana; e che il saccheggio di Roma papale, perpetrato dagli scherani dell'Impero, precedesse, e quasi preludesse, alla caduta della nostra Repubblica, come apparecchio mostruoso d'una catastrofe scellerata: questa è gloria, quale solo accompagna la rovina di quelle grandezze il cui ricordo rimane nella storia della civiltà augusto e venerando; nè su pagina più luminosa e più tragica potevano scriversi gli ultimi fasti della libertà fiorentina.

Tali, da quelle origini, per quello svolgimento, a quella caduta, sono i pensieri che dinanzi a Firenze assediata e designata vittima nobilissima dei bastardi di casa Medici, si suscitano nell'animo di noi, che in condizioni di tempo del tutto diverse, toccate come gli Eneadi dopo tanti casi e vicissitudini le spiagge della terra santa d'Italia, consideriamo quei fatti e quelli uomini, de' quali il suono e quasi lo spirito aleggia tutto intorno alla cara nostra città. Ma fra il 1512 e il 1527, fra la restaurazione de' Medici per le armi di Chiesa e Spagna insanguinate nel Sacco di Prato, del quale si fa colpevole Giovanni de' Medici che poi sarà papa Leone; e la ultima loro cacciata, dopo il Sacco di Roma nel qualeè vittima delle armi spagnuole il secondo papa mediceo Clemente VII, fra il 12 e il 27, che è l'ultimo periodo di signoria non ancor principesca della famiglia fatale; Firenze non ripensava quelle origini, non avvisava lo svolgimento, non presentiva la catastrofe. Aveva, in quei quindici anni, sentito soffocar la Repubblica, sopravvissuta, nel Gonfalonierato a vita, al rogo generoso di frate Girolamo; aveva sperimentate di nuovo, con Lorenzo duca d'Urbino, con Giulio cardinale, le arti eleganti della supremazia civile Medicea: aveva veduto, l'opera del magnifico Lorenzo, di appoggiar la grandezza della Casa al braccio della Chiesa, coronarsi il più splendidamente possibile, mediante que' due triregni; sul capo di Leone, e sul capo, sebbene non legittimo, di Clemente. E quando questi, fin allora cardinal Giulio, assunto all'altezza suprema del Pontificato, avea lasciato in Firenze, quasi sualonga manuse simulacro di Medici alla cittadinanza, due altri illegittimi, Ippolito e Alessandro, sotto la tutela d'un Cardinal da Cortona. Firenze, abbagliata da quell'apoteosi papale di Casa Medici, aveva quasi dissimulato a sè stessa la meschinità e l'indecenza di questo giovanile duumvirato di spurii, che, sotto i non dissimili auspicii di Sua Beatitudine, raccoglieva la splendida eredità di Cosimopater patriaee del magnifico Lorenzo. Del resto, Giulio de' Medici, lasciando, nel divenir papa Clemente VII, la supremazia dinastica cittadina, non l'avrebbe mai, in quello stremarsi del maggior ramo Mediceo, consegnata ad alcuno dell'altra diramazione (destinata fra pochi anni al ducato e granducato), la quale aveva con quel ramo vecchi dissidii, e che sola ormai era, ne' maschi, stirpe di Medici legittima; non si sarebbe mai, Giulio, rivolto a quei Medici là, sebbene proprio un d'essi, e appunto in quelli anni, empisse del suo nome l'Italia: Giovanni, il prode condottiero delle Bande Nere. E così assettata, com'eglicredeva, Firenze, il novello Papa si gettava e presto si perdeva, nelle ambagi della politica Europea: avverso a Spagna dapprima; poi, avvenuto il rovescio dei Francesi nella battaglia di Pavia e l'imprigionamento del Re, si affretta a mercanteggiare (e l'oro fiorentino pagava) col novello e già potentissimo imperatore Carlo V la ponderosa sua protezione; l'anno appresso, a fidanza di Francesco che si è spacciato dal carcere e dai patti, si fa auspicatore d'una Lega (Santa, al solito) di Francia, Venezia, Chiesa, Firenze, contro gli Spagnoli; e finalmente, lungo il tramite di queste ingloriose e insipienti altalene, rimane assediato, poi prigione, in Castel Sant'Angelo, mentre la povera Roma va a sacco, e le armi del Sacro Impero che pur da Roma s'intitola; vi rinnovano le gesta selvagge dei Barbari sotto il cui urto millecinquant'anni prima l'Impero è caduto: e il successore di Carlo Magno adempie le giustizie di Dio sul Papato mondano, che coi restaurati Cesari ha menata per sette secoli una tresca, interrotta da rare e sopraffatte virtù.

E già quando questo a' primi di maggio dell'anno 1527 seguiva, lo Stato de Medici in Firenze era scosso, e inchinava rapidamente a rovina. I due eserciti: quel della Lega, guidato da Francesco Maria della Rovere restituito duca d'Urbino, e quello di Spagna, col duca Carlo di Borbone alla testa, traditore egli e Filippo di Châlons principe d'Orange del loro re; dalla devastata Lombardia, quello sulle péste di questo, tenevano, quel della Lega, il Mugello, e il Borbone il Valdarno dalla parte d'Arezzo, dispostissimo a rovesciare su Firenze le ordedi que' suoi ladroni. La cittadinanza, così pericolante, balenava: la gioventù chiedeva armi, che voleva dir libertà: il papa, denari: non era possibile durare lungamente a quel modo. Un primo tumulto insorto nella città il 26 d'aprile, toltone occasione dall'essere i giovinetti Medici usciti fuori per abboccarsi coi capitani della Lega, scopriva gli umori de' Fiorentini, che subito, per prima cosa, in Palazzo Vecchio tramutato quasi in arnese da guerra, deliberavano il bando della famiglia fatale. Impediva a tale deliberazione l'effetto lo essere quel giorno stesso rientrati in città i giovinetti, portando seco lo spauracchio di tirarsi dietro, pronto da amico a diventare nemico, l'esercito della Lega. Ma dopo che, fermato quel bollore, l'esercito ebbe proseguito verso Roma, senz'alcun pro nè allora nè poi, la sua strada, perchè il Borbone, dinanzandolo con ispedita mossa, precipitò le cose; quando l'11 maggio la nuova del sacco atroce di Roma giunse a Firenze, portata da un parente de' Medici e loro consorte ed emulo nelle civili ambizioni, Filippo Strozzi; tentatasi dai Medicei un'ultima resistenza, mediante la proposta di Consigli più o meno larghi, pe' quali, pur rimanendo i Medici, si rintegrasse la partecipazione de' cittadini alla vita pubblica quasi ne' termini del governo popolare savonaroliano; agitandosi tuttavia più torbido e cupo il risentimento non meno degli ottimati che del popolo; il dì 17, Ippolito e Alessandro col loro Cortona sgombravano dal palagio di Via Larga e dalla città. Firenze tornava ad essere di sè medesima, e guardava in faccia gli eventi.

Padrona di sè, ma non degli svariati umori che serpeggiavano nel corpo della cittadinanza irrequieto e mal disposto a unità di voleri e di stato: alla quale veramente gli amatori di libertà non si acconciarono che dinanzi all'estremo pericolo, e quando, perdute le occasioni e le maniere di appoggiare il proprio buon dirittoad un saldo patteggiamento con qualche generale interesse od ambizione assicurati dalla forza, altro non rimase se non morire per quella libertà e con essa. Del resto, la libertà fiorentina conteneva in sè fatalmente i germi della propria dissoluzione: nè era possibile che il Comune, persistito così medievalmente democratico in Firenze anche Medicea, conservasse forze vitali, dopo l'evoluzione che il Rinascimento avea maturata, in Italia e fuori, degli ordinamenti civili a formare lo Stato nel moderno senso politico della parola. Sopravvissero al Medioevo le repubbliche più o men gagliardamente aristocratiche, per le affinità maggiori che questo loro carattere aveva col concentramento delle forze informativo del nuovo ente Stato: e la più longeva, e di gloriosa vecchiezza, salvo l'aver poi dovuto estinguersi decrepita, fu quella dove il corpo aristocratico, saldata da secoli col terrore la propria compagine, era quasi pervenuto alla concentrazione di un reggimento oligarchico, senza di questo le pericolose emulazioni: Venezia. Ma Firenze bisognava morisse. Forse, se si fosse trovato fra lo stato popolare e l'assorbente supremazia civile dei Medici un giusto mezzo, che assicurasse ad un tempo la libertà e sodisfacesse e limitasse la loro ambizione, poteva, forse questa città, che era ormai e per più rispetti tanta cosa nella vita d'Italia, continuarvi le sue funzioni, rimanendo repubblica: bensì repubblica, per così dire, in accomandita; quale appunto può dirsi che se la fosse ridotta il magnifico Lorenzo. Ma l'arte, o meglio il genio, di un tale sistema di governo non si trasmette per eredità: e bisognava altresì che le Alpi, al che pure Lorenzo aveva badato, rimanessero chiuse alla cupidigia straniera. Il governo popolare, adunque, fin da quando sulla rovina de' Medici l'avea rintegrato il Savonarola, era di per sè una ragione di debolezza alla città nelle sue relazioni politiche esteriori: massime ora che si trattava, non purdi vivere, ma difender la vita; e che il contrasto coi Medici non era più una mena interna cittadinesca, ma scoperta guerra nella italiana palestra dischiusa alle armi di Francia e di Spagna; non più un covare, essi i Medici, e ravvolgere per coperte vie, le ambizioni liberticide; ma alla luce del sole drappellarle sugli stendardi della Chiesa, che è divenuta cosa loro: portarle innanzi sulla punta, oggi delle labarde di Spagna, domani, se meglio torna, delle lance francesi, sempre contro una città dattorno alla quale il proprio congegno politico, in sè stesso pericoloso e ora poi antiquato e disadatto, crea solitudine o diffidenza o avversione.

Questo noi oggi teorizziamo e lumeggiamo comodamente a distanza di tre secoli e mezzo: questo, per l'occhio vigilante de' suoi ambasciatori, vedeva in atto l'austera Venezia, al cui Serenissimo Principe scrivevano da Firenze quei clarissimi che — in una repubblica popolare come la fiorentina signoreggiava la plebe, la quale attendendo alle arti meccaniche, non può sapere il modo del vero governo; e che, tra per cosiffatta meccanicità e per le dissensioni intestine, la era una repubblica che aveva sempre avuto bisogno d'esser retta da altri —: ma questo stesso, e le difficoltà che ne emergevano a governare, sentiva altresì, come per istinto, una delle fazioni che si contrastavano il reggimento della recuperata libertà; quella fazione appunto, che nella persona di Niccolò Capponi fu assunta al governo. Niccolò era degli Ottimati, cioè di quella parte, propaggine dell'antico Popolo grasso, la quale, anche amando la libertà, non procedeva scevra da ambizioni personali. A quella parte, in cotesta riforma di governo, si erano accostati i molti ne' quali tale amore di moderata libertà, la libertà ormai tradizionale a Firenze, si conciliava con l'affezione ai Medici patroni, e con la disposizione a riaverli cittadini principali senza tirannide. V'erano poi iPiagnoni, memori seguaci del Frate e in lui credenti, e avversari ai Medici, ma che la severità del costume e il vivo sentimento religioso segregava dagli Arrabbiati o Adirati, già contradittori delle santimonie fratesche e perciò più o meno Medicei, ma ora finiti in fazione, essi e i Libertini (i quali erano più che altro giovani e persone meglio di fatti che di parole), feroce contro il nome Mediceo, e ostile al Capponi e a quella sua maggioranza cauta e riguardosa dell'avvenire e non aliena dal patteggiare per la conservazione della libertà.

Il Capponi, fatto e poi confermato gonfaloniere a lungo termine dopo cacciati i Medici, fu il primo de' tre cittadini, nelle cui mani, l'uno dopo l'altro, l'insegna della Giustizia, rizzata fra il popolo da Giano della Bella nel 1293, sventolasse per gli ultimi anni dal 1527 al 1530 sopra libera cittadinanza. E se i due gonfalonierati successivi, di Francesco Carducci e di Raffaello Girolami, segnano il periodo eroico della resistenza e lo suggellano col loro sangue, ha la sua triste grandezza anche la magistratura di quel figliuolo di Pier Capponi. Il quale non facendosi illusioni sulle condizioni di Firenze e d'Italia, tenta valersi della fiducia che la cittadinanza ripone nell'integrità sua, per equilibrare nel governo quelli umori discordi: va bilanciando, tra Francia e Spagna, i partiti più favorevoli alla salvezza della città; dalla prudenza sua attirato verso la Spagna (come fu pure, ma felicemente, il magnanimo Andrea Doria), dalle simpatie popolari e guelfe del Comune sospinto a cercare la Francia: di Clemente stesso, che ravversa le sgominate fila della sua bieca politica papale, non rifugge dall'accogliere e ascoltare, anche con pericolo di morte e d'infamia, segrete ambasciate, le quali, chi sa?, potrebbero anche distornare i pericoli del buttarsi Firenze sia a Spagna sia a Francia, caso mai riuscisse con patti accettevoli, e non lesivi della libertà, farsi amico il Pontefice;ma sopratutto gl'incombe sull'anima lo sgomento angoscioso della impotenza della Repubblica, non a combattere sibbene a vincere, e del non saper egli o evitare il combattimento, o procacciare alla sua Firenze condizioni di buona guerra. E intanto, lui gonfaloniere, la gioventù si arma, e i retori fiorentini nelle chiese de' quattro quartieri arringano per la prima volta gl'inscritti nella “nuova milizia„ cittadina, esaltando i “civili ordini fortificati coi militari„; mescolando le sentenze Aristoteliche, dai libri della Politica, con gli esempi delle romane virtù e con le memorie del libero Comune da Giano alle violenze del 1512; e nella difesa della libertà fiorentina rappresentando una difesa della libertà e dell'onore di tutta Italia, dell'Italia “pigra„ (esclama un d'essi) ed “ingrata„; e sulle armi cittadine evocando l'augusta imagine della patria, e la benedizione invocando di Cristo re. Perocchè la Repubblica, solita pur troppo, ne' grandi cimenti, a dover costringere la morbosa espansione della sua libertà mediante il correttivo d'un patronato principesco, ha questa volta cercato il suo patrono fuor de' principi della terra malfidi e venali; e sulla fronte di Palazzo Vecchio, il re di tremenda maestà Cristo ha impresso il raggiante suo stemma; e dal popolo che occupa in armi la piazza dove la curia dei Borgia ha dato ad ardere il Savonarola, dalla cittadinanza che siede legislatrice nella Sala del grande Consiglio restituita agl'intendimenti di lui, si leva il superstite canto di trionfo del Martire e Profeta:

Viva ne' nostri cor, viva, o Fiorenza,Viva Cristo il tuo re.

Viva ne' nostri cor, viva, o Fiorenza,Viva Cristo il tuo re.

Viva ne' nostri cor, viva, o Fiorenza,

Viva Cristo il tuo re.

Ma fuori del cerchio che sempre più dappresso chiude e stringe Firenze isolata, fra le cui mura già serpeggia, come in altre parti della povera Italia, la pestilenza chequelle masse d'armi e di luridume trascorrenti e le stragi campali e lo strazio delle plebi affamate portavano seco, fuori di cotesto cerchio che presto sarà di ferro, le cose d'Italia s'avvolgono in nuove complicanze, sempre più minacciose alla vittima destinata. Clemente VII, sottrattosi fin dal dicembre del 27, fuggiasco o lasciato fuggire, alla prigionia di Castel Sant'Angelo, si ravvicina al Cesare saccheggiatore; e il trattato di Barcellona (giugno 29, il giorno di San Pietro) ferma le basi della nuova amicizia; e la suggellano, sinistramente per Firenze, le nozze che si patteggiano fra una bastarda di Carlo V e Alessandro de' Medici figliuolo, come fosse, del Papa. Da un altro lato la pace, così detta delle Dame (Margherita d'Austria per Carlo V, e Luisa di Savoia per Francesco I), ricongiunge a Cambrai (agosto del 29) i due emuli, segnando, col disonore del re cavaliere, l'abbandono de' suoi amici e alleati, primi i Fiorentini, che egli séguita, per maggior vergogna, ad affidare di vane e bugiarde speranze. E intanto le armi Spagnuole e quelle Francesi o della Lega, dove conserva tuttavia soldatesche proprie Firenze, hanno in Lombardia e nelle Puglie e intorno a Napoli continuato con varia vicenda la desolazione d'Italia, terminando col raffermarsi su di essa la prevalenza, che ormai sarà secolare, dello sconcio giogo spagnuolo. Spagnuola, ma però indipendente, da oligarchica pacificandosi in aristocrazia, si è fatta, pel grande animo del Doria, Genova; mentre l'altra gloriosa marinara d'Italia, trent'anni dopo la Lega di Cambrai, dopo retto all'urto di tutta Europa collegata a' suoi danni dalla ferocia di papa Giulio, si ritrae intatta con l'arme al piede nel vecchio territorio di San Marco, e ammaina nell'Arsenale le vele che aspettano i superbi venti della giornata di Lepanto.

Ed ecco, da' due estremi della penisola così bene assettata a non essere ormai più di sè stessa, Filibertod'Orange, sesto dei trentotto Vicerè spagnuoli ai quali è condannata Napoli, sale con Ferrante Gonzaga verso Toscana; e di Lombardia, le masnade di Antonio de Leyva si apparecchiano a scendere l'Appennino; mentre l'Imperatore a piccole e caute giornate, costeggiando Spagna e Francia, approda a Genova, e prosegue verso Piacenza, e il Papa, già restituitosi da Viterbo in Roma, muove verso la Romagna per aspettarlo in Bologna. E colà convengono nel novembre del 29 Imperatore e Pontefice, per la pacificazione (così annunziano) e l'assetto d'Italia: che vuol dire, aggiunzione della corona di Napoli alla corona imperiale; patteggiamento di ambizioni ecclesiastiche con gli Estensi e con Venezia; transazioni per le signorie di Milano, d'Urbino, di Mantova; composizione con Genova, Savoia, Lucca, Siena; conseguente cancellazione di quella che seguitava ad aver nome di Lega, sebbene già da tempo non fosse più cosa: e sola, abbandonata all'ira cesarea e all'impazienza conquistatrice di Carlo, segno ormai sicuro all'odio filiale di papa Clemente, profferta alle brutali cupidigie delle soldatesche, disconosciuta da tutti, tradita dal Re Cristianissimo, sola e disperata di salvezza, sul suo capo accogliendo il fato della libertà italiana che muore, rimane Firenze. I suoi ambasciatori a Cesare, non ascoltati in Genova, respinti in Piacenza, riportano indietro le sorti non deprecabili della città; e nel ritorno, un d'essi, il Capponi già gonfaloniere, si ammala in Garfagnana, e vi muore; muore esclamando: “Dove abbiamo noi condotto questa misera patria!„

Ve l'avevan condotta, non tanto forse gli errori dei cittadini suoi, quanto, come abbiamo visto, necessità di tempi e degli ordinamenti statuali. Ma errori avevan pure, meno forse di altri l'onesto e avvisato Capponi!, da rimproverare i Fiorentini a sè stessi: nè tutti li scusa quella difficoltà di pronti e risoluti partiti, in che li metteva la loro democrazia, per ciò appunto dispregiata dai togati Veneziani. Essi avrebber dovuto, subito dopo liberatisi dai Medici, disimpacciarsi altresì dalle pastoie e dalle ambiguità della Lega; ritirare da que' suoi pressochè disutili e ingloriosi scorazzamenti verso Roma e Napoli le gagliarde milizie che Firenze ci aveva, le Bande Nere, forti del nome e della disciplina del loro fiorentino condottiero Giovanni de' Medici; preparar subito la difesa del dominio, pur troppo malfido perchè servile da Pisa ad Arezzo e Cortona; continuare alacremente l'afforzamento strategico della città, incominciato dallo stesso Giulio de' Medici per opera del Sangallo; e in tale condizione ed assetto, fortificato dall'innato amore della libertà, ottenere che Firenze fosse un valore politico guerresco e morale, guarentito poi da' bei fiorin d'oro de' suoi mercatanti: un valore, che Venezia, gli Este, i Della Rovere, il Doria, e quanto di meglio disposto era nella penisola, potessero debitamente apprezzare, rispetto al loro stesso interesse: un valore che Spagna e Francia dovessero bilanciare ne' loro maneggi col Papa, fiorentino e Medici, e perciò nemico. A tutto questo furono incuranti o insufficienti i Fiorentini: così che di essi non rimase valor vivo e operante, se non l'amore della libertà, che li fece eroi, ma solamente per una gloriosa caduta.

Se nella critica storica fosse lecito avventurare divinazioni di possibili conseguenze da fatti i quali si suppongano accadere diversamente da quello che in realtà sono accaduti, vorrei farvi pensare: la morte, fra il 1526 e il 27, rapiva alla gloria d'Italia una spada valente, Giovanni de' Medici; un poderoso intelletto, il Machiavelli; ambedue fiorentini: — vorrei che immaginassimo, Niccolò Machiavelli, nel luogo del probo e dotto messer Donato Giannotti, essere, in servigio di Firenze pericolante, il segretario dei Dieci di Libertà, e portare a quell'ufficio il genio dello statista, la fedeltà passiva dell'instrumento di governo, l'animo donde usciva l'invocazione al Principe liberatore d'Italia: immaginassimo Giovanni de' Medici, rampollo dei malveduti da papa Clemente, spendere alla difesa di Firenze assediata quella sua prodezza guerriera, che fece scolpire sul marmo “esser egli morto, più che per suo proprio, per fato d'Italia„: — e una superba visione mi pare sorgerebbe dinanzi ai nostri occhi: Italia nostra, che vince la seconda grande vittoria repubblicana, dopo la veneta contro i congiurati di Cambrai, la seconda vittoria repubblicana contro le forze della tirannide dinastica, che calava oscura e pesante sulla libertà delle nazioni.

Ahimè, ben diversa è la realtà dei fatti consegnati alla storia! L'avanzarsi di Filiberto d'Orange, per la Toscana, dopo fermata in Roma l'impresa col Papa (il 12 agosto 1529,) fu un agevole abbattimento di non preparate e mal ordinate resistenze. Patteggiata, dopo breve sebben vigoroso contrasto, Perugia con Malatesta Baglioni (il sinistro nome di quest'uomo, già fin dall'aprile condotto agli stipendi de' Fiorentini, ci si fa troppo presto dinanzi), il principe s'impossessa di Cortona, luogo quasi inespugnabile che i soldati difendono bravamente ma i terrazzani tradiscono; prende Castiglione Aretino e lo saccheggia; Arezzo gli è abbandonata, esultante come di liberazionepropria, dal Commissario fiorentino, il quale si ritira perchè si crede che Firenze voglia raccogliere intorno a sè stessa la sua difesa: e l'Orange, assicuratosi anche del Casentino, entra nel Valdarno di sopra, e dal campo di Montevarchi, il 23 settembre, scrive all'Imperatore: “Non mi rimane più dunque a prendere se non Firenze, di che prego Dio voglia darmi felice esito.„

Firenze intanto, di Consiglio in Consiglio, di Pratica in Pratica, bada pure a confidare nel suo buon diritto, e accordatasi finalmente seco stessa a mandarne, ne' suoi ambasciatori: ne manda con facoltà, prima limitate, poi più larghe, via via che l'acqua è più o meno presso alla gola; e anche allora i Consigli discutono di questo più e del meno: ne manda al Principe, fino al campo sotto Cortona, che lo seguono, di tenda in tenda, nel suo venire innanzi sino a Figline: ne manda, dopo fallita l'opera di quelli messi ai fianchi di Carlo V da Genova a Piacenza, e perchè l'Imperatore ha detto che al Papa si rivolgano, ne manda al Papa: al Papa in Roma, al Papa in Romagna, dopo ch'e' si è mosso verso Bologna incontro all'Imperatore. E il Papa, in Roma, all'oratore concittadino, un Portinari, che gli rammenta la patria comune, e i sensi d'umanità, e la condizione di Vicario di Cristo, risponde: — averci colpa Firenze; lui essere tanto buon cittadino quanto qualunque altro. Perchè non si mossero prima? Si presenta ora l'ambasciatore di Firenze con piena balìa di trattare; ma salva la libertà e il governo a popolo. Che ci può egli? Egli, dopo il trattato di Barcellona, è legato con Cesare. (E Cesare, avete sentito, li aveva rimandati che s'intendessero col Papa). Egli ora vuol salvo l'onor suo. Confidino in lui: della libertà e del modo di governo si potrà discorrere. Farà premure al D'Orange, che soprattenga le soldatesche. — E questi sensi confermava con lettera amorevole alla Signoria. Ma in Cesena, ad altra ambasciata fiorentina diquattro, in sul punto d'essere egli con l'Imperatore a Bologna, — Si tratta dell'onor mio! — risponde bruscamente — voglio che i Fiorentini si rimettano in me senza patti nè condizioni. Mostrerò poi io a tutto il mondo che son fiorentino ancor io, e che amo la patria mia. — La patria! Come potevano gli ambasciatori raccogliere tal nome da quelle labbra? Si ritraevano scorati. Ma pur troppo rimaneva un di loro, e il più valente: Francesco Vettori; ingegno di statista, amicissimo e confidente del Machiavelli. Francesco Vettori, “da ambasciator fiorentino, si rimase consigliere del Papa„; così scrive il Varchi: e quando, nella pagina accanto, egli stesso accenna a Francesco Guicciardini, che la “grandissima intelligenza ne' governi degli Stati„, in quelle strette della Repubblica la quale egli aveva pure servito, distorna, malcontento di non soddisfatte ambizioni, dalle cose presenti e la rivolge al passato, e ritiratosi in villa scrive laStoria; riserbandosi a' nuovi tempi ch'e' si fa certi della ristorazione Mediceo, noi, su codesta linea del Varchi, onestissimo narratore, rimpiangiamo quella maledizione di sorti italiane, che incatenava a rancori privati, a ignobili gelosie, a cupidigie non confessabili, le virtù vive del pensiero e del braccio nostri, e ci lasciava montar sul collo la brutale furibonda forza straniera; quel furore sopravvissuto di barbarie nordica, che la grande anima latina di Francesco Petrarca aveva già da due secoli rampognato all'Italia essere “peccato nostro e cosa contro natura„, “vincesse d'intelletto„ i figliuoli di Roma.

E che Carlo V, il Cesare de' nostri statisti e de' nostri principi e de' poeti cortigiani di quella splendida età, fosse, in pieno secolo XVI, un legittimo discendente degli Unni e de' Vandali, e degnissimo d'aver collegato il suo nome al sacrilego sacco di Roma, sentite a prova parole di lui: “Strigliate bene„ scriveva appunto l'annodel Sacco, al suo Vicerè di Napoli “strigliatemeli bene cotesti Italiani: chè se non sono bene strigliati e ridotti sulle cigne, non c'è da ripromettersene nulla di buono. Bisogna, del cuoio d'Italia, farsene striscio ai fianchi.... E non mi dimenticate i Fiorentini: a quelli là, ci vuole un castigo che se ne ricordino per un pezzo; e anche se se la cavano così, sarà sempre a buon mercato.„ Secondo la qual prosa imperiale, che io vi traduco fedelmente perchè il più trivialmente che posso, Firenze non avrebbe avuto il suo avere, che a sradicarla dalle fondamenta e far divenire un fatto le leggendarie rovine di Totila. Sul capo di questo Cesare consacrava il Pontefice in Bologna le corone del Regno d'Italia e dell'Impero di Roma.

La difesa della città, preparata sin dalla primavera di quell'anno 29, non potrebbe avere cominciamento più glorioso: vi è segnato il nome di Michelangelo Buonarroti. Il por mano alle operazioni di guerra, mentre pure pendono que' negoziati d'ambasciatori che continueranno anche troppo, non potrebbe avere dimostrazione più magnanima: il 29 di settembre, avvicinandosi l'esercito imperiale, per impedire che, riparato dai borghi e dalle ville suburbane, si avvicini troppo alle mura, si delibera di distruggere borghi e ville: e la deliberazione è senza indugio eseguita, guidando spesso i padroni medesimi l'abbattimento e la desolazione de' propri possessi. Così rispondeva la città “di mercanti„ ai motteggi di papa Clemente, che la si sarebbe arresa per non disertare le sue botteghe dentro e vedersi guastare fuori i suoi belli“orticini„: nè a quella distruzione mancarono Careggi ed altre superbe ville de' Medici, ed altresì de' Salviati e di altri Medicei. L'ambasciatore veneziano Carlo Cappello, il quale stava per la Serenissima in Firenze consigliatore (non altro però che consigliatore) di resistenza, scriveva a' suoi Signori: “Unitamente fu deliberato, più presto che devenire alla volontà del Pontefice, non solamente sostener la ruina del contado e la iattura delle facoltà, ma eziandio ponervi la propria vita, offerendo ognuno volontariamente quella quantità di denari che comportano le forze sue.„ E nei Consigli sonavano parole di tal sorta; parole autentiche, non di romanzieri e nemmeno di storici, ma dagli atti originali di quelle adunanze: “Gustata la libertà, è da posporsi a lei ogni cosa umana.„ Alla proposta “se si ha a rimetterci nella discrezione del Papa, o vero difenderci„, i Gonfalonieri delle Compagnie sono risoluti “difendersi, e mettere la roba e figliuoli, e non si dare a discrezione di chi non ha mai avuto fede alcuna„. E ancora: “confidare in Dio, consigliarsi, aver fiducia nelle forze proprie e nella causa giusta, ma non cedere, perchè chi scende un gradino della scala la scende tutta.„ E alla Maestà di Cesare deliberavano che gli ambasciatori già mandati presso il Papa “facessero intendere, quanto la città nostra sia bene disposta verso quella, e quanto noi siamo desiderosi di essere suoi fedeli servitori e buoni figliuoli di Santa Chiesa: e perciò non dovrebbe, per satisfare alle ingiuste voglie di chi desidera ridurci sotto la sua tirannide, perseguitarci con sì crudele guerra, guastando e rovinando tutto il paese nostro, con la uccisione e vituperio di infiniti uomini e donne; cosa non solo aliena da sua Maestà Cesarea, ma ancora da ogni scellerato principe. Mostrarle la ingiustizia della causa, il disonore che ne risulta alla sua Corona, il danno che ne séguita non solo a noi,ma a tutta la Cristianità, avendo sulle spalle il nemico universale de' cristiani, con sì potente esercito, e dovendosi quelle forze voltare contra lui.„ Cioè contro il Turco, le cui armi, guidate da Solimano, devastata prima e poi fattasi vassalla l'Ungheria, sovrastavano minacciose alle mura di Vienna; mentre la Santità di Clemente spingeva le armi del Sacro Impero contro le mura di Firenze e la libertà d'Italia.

Ritorno alla lettera dell'orator veneto: “Questa mattina, nel Consiglio degli Ottanta, hanno deliberato di non tardar più, e che dimani si rovinino e si abbrucino tutti li borghi di questa città, non avendo rispetto a molti bellissimi palazzi e luoghi religiosi.„ A proposito de' quali, è sempre grande e bella ricordanza, che pervenuta quella magnanima distruzione al monastero di San Salvi, e propriamente al refettorio, dinanzi al cenacolo mirabile di Andrea del Sarto, a un tratto tutti quanti erano, cittadini e contadini e soldati, “tutti quanti„, racconta il Varchi, “quasi fossero cadute loro le braccia e la lingua, si fermarono e tacquero, nè vollero andare più oltre con la rovina.„ Episodio di guerra, condegno ad una città che alle sue fortificazioni avea saputo preporre, senza uscire dal novero de' suoi cittadini, il divino Michelangiolo; e con parole degne d'essere risapute ne' secoli: “Li magnifici signori Dieci, desiderando che la munizione e fortificazione della nostra città..., giudicata non solo utile ma necessaria a resistere agli imminenti pericoli che si veggono ogni giorno, non solo a noi ma a tutta Italia, per le frequenti inondazioni de' Barbari, soprastare; e veduto tale e così importante impresa non si poter al desiderato fine e alla debita perfezione conducere senza l'ordine e indirizzo d'alcuno eccellente architettore, che e' concetti suoi alti secondo la disciplina di quella arte, come peritissimo uomo sappia, e come amorevole versoquesta patria voglia, mettere in opera;.... giudicarono, dove abondano e' propri e domestici tesori, esser cosa superflua delli esterni andar cercando. Pertanto, considerata la virtù e disciplina di Michelagnolo di Lodovico Buonarroti nostro cittadino, e sapendo quanto egli sia eccellente nella architettura, oltre alle altre sue singolarissime virtù et arti liberali, in modo che per universale consenso delli uomini non trova oggi superiori; et appresso, come per amore e affezione verso la patria è pari a qualunque altro buono e amorevole cittadino; ricordandosi della fatica per lui durata e diligenzia usata nella sopradetta opera sino a questo dì gratis e amorevolmente; e volendo per lo avvenire per li sopradetti effetti servirsi dell'industria e opera sua;.... detto Michelagnolo condussono in generale governatore e procuratore costituto sopra alla detta fabrica e fortificazione delle mura, e qualunque altra spezie di fortificazione e munizione della città di Firenze.„

Michelangiolo (è cosa ormai nota, e vessata d'accuse e di difese) non restò sempre fermo al suo posto: nè solamente perchè fu dalla Repubblica inviato a Pisa e in altri luoghi del dominio per sopravvedere all'afforzamento, e a Ferrara, dove quel duca, che avevano sperato di avere Capitano generale delle milizie, gli mostrasse le fortificazioni della sua città, per le quali era celebratissimo; ma proprio perchè (noi dobbiamo a tale uomo tutta intera la verità) proprio perchè Michelangiolo Buonarroti volle lasciare Firenze mentre era assediata, trafugarsi a Venezia, uscire d'Italia. E la Repubblica, che in quel decreto nobilissimo avea esaltato il genio e la fede cittadina di lui, dovè imbrancarlo, col bando di ribelle, fra i Medicei che disertavan la patria. Ma non questa sola è la verità dei fatti; sì anche quest'altra. A spingere come avrebbe voluto il lavorìo difortificazione di San Miniato al Monte, egli incontra ripugnanze ed ostacoli durante il tempo che si trascinano, fra le incertezze e le fallaci speranze tutto il gonfalonierato del Capponi, e ne' tentativi diplomatici i primi mesi di quello del Carducci. Egli diffida, forse prima d'ogni altro, di Malatesta Baglioni capitano generale: e vede l'inconsulto starsene, dinanzi a tale e tanto pericolo, del Carducci stesso e degli altri, anzi quella diffidenza gli è dal Carducci rimproverata. Allora Michelangiolo chiede più volte, sgomento, la sua licenza, e non l'ha; e vuole a ogni modo andar via, andarsene in Francia: ma l'amore della patria sua lo trattiene, ed è “resoluto„ (sia lui che vi ripeta ciò che da Venezia scriveva agli amici) “resoluto, senza paura nessuna, di vedere el fine della guerra. Ma martedì mattina, a dì ventuno di settembre, venne uno fuora della porta a San Niccolò dov'io ero a' bastioni, e nell'orecchio mi disse, che e' non era da star più, a voler campar la vita; e venne meco a casa, e quivi desinò, e condussimi cavalcature; e non mi lasciò mai che e' mi cavò di Firenze, mostrandomi che ciò fussi el mio bene. O Dio o 'l diavolo, quello che sia stato, io non lo so.„ E o Dio o il diavolo che fosse, e chiunque si fosse (che non si è potuto trovare) quel tale che lo trascinò in mal punto a commettere ciò che mai non avrebbe dovuto, non potremmo che condannarlo, s'egli avesse persistito, come in quella lettera persisteva, nel voler varcare le Alpi, e lasciar Firenze a consumare, poichè così era destino, la sua lenta e dolorosa agonia. Ma lo sconsigliato impeto che lo ha travolto, sbollisce d'un tratto: in quel fiero animo e pronto a' subitanei trasporti e alle commozioni affettive, rientra il sentimento del dovere e dell'onore; all'artista sdegnoso prevale il cittadino amorevole verso la patria: e non è passato un mese dalla sua fuga, che egli già chiede, e lo chiede (avvertite) proprio mentrele masnade imperiali calano dalle colline a circondare Firenze, chiede di tornare a' bastioni; e sapendo di avere errato, domanda ai magistrati della sua patria, egli, Michelangiolo, “misericordia„, e promette che “giusta el posser suo, non mancherà alla sua città„. E alla città sua, desiderato, ritorna, ed in essa rimane, e per essa combatte sino all'ultimo giorno: e quando Firenze cade, Michelangiolo si sottrae, fra i vinti e i perseguitati, alle vendette della scellerata vittoria; finchè l'oscurità del suo rifugio non sarà traversata dalla luce, che dovunque egli stia, lo circonda e lo irraggia. Ma nell'anima del grande artista rimangono, dopo la rovina della patria, le tenebre: e ne son figura ilPensierotriste e laNotte, che egli scolpisce sulle tombe Medicee, e li fa nel verso scabro e potente rimpiangere “il danno e la vergogna„ della servitù.

“Apareja brocados, senõra Florentia, que venemos a mercarlos a medida de pica„: Prepara broccati, signora Fiorenza, chè noi venghiamo a comperarli a misura di picca. — Così, brandendo le armi, gridavano le masnade spagnole il 12 ottobre 1529, quando superata l'altura di San Donato in Collina si affacciarono dall'Apparita al maraviglioso spettacolo che offre da quello sbocco la nostra città. Sulla destra dal lato d'oriente, la catena di monti che discende ripida dalla Vallombrosa in Val di Sieve, e poi dolcemente continuandosi, lungo la striscia d'argento dell'Arno, da Rignano e Nipozzano per Settignano e Maiano, in fiorenti colline, risale verso il giogo di Fiesole etrusca, a tramontanadella città: disopra al quale il boscoso Mugello si attesta con l'appennino pistoiese nereggiante in massa lontana, protratta di là da Lucca sino alle cime vaporose dell'alpi apuane. Da occidente, la distesa del Valdarno inferiore che pianeggia a perdita d'occhio verso Pisa e il mare, costeggiata verso mezzodì dai colli fertili e incastellati del Chianti che nascondono Siena. Nel centro dell'anfiteatro, adagiata sopr'ambedue le sponde del fiume che i suoi quattro ponti superbamente cavalcano, in mezzo a una festa di verde per entro al quale spiccano le popolose borgate, i grossi paesi, le ville superbe, casette sparse, monasteri, casolari, castelli; adornata dai tesori de' suoi commerci e del suo ingegno; cinta dalle grosse mura merlate, donde levano la fronte guernita le sue undici porte e si protendono minacciosi i bastioni; torreggiante d'ognintorno di palagi e di chiese, e dal cuore suo dritti verso il cielo i miracoli d'Arnolfo di Giotto e del Brunellesco: si distendeva sotto i bramosi sguardi delle soldatesche di Cesare, splendida di sole e di libertà, la Firenze del popolo.

Tutto l'oltrarno (la parte donde s'avanzavano di proprio cammino i nemici, e nella quale le colline immediatamente sovrastanti davano ad essi il maggior vantaggio sulla città) era stato apparecchiato a fronteggiare l'assedio. Dal colle di San Miniato, capo della difesa, circondato tutto di grossi bastioni, calavano le fortificazioni esterne, a modo d'argine, verso levante da un lato, dall'altro verso ponente, facendo con ambedue le diseguali braccia termine all'Arno, il quale era come la corda sottesa di questo grand'arco da porta San Niccolò, per le altre di San Miniato, San Giorgio, Romana, a quella di San Frediano. Il quartiere del Capitan generale era su' Renai nelle case dei Serristori. E di rimpetto alle difese de' Fiorentini Filiberto d'Orange, posto il suo quartiere sulle colline d'Arcetri, avea parimentedistese le proprie forze, dalla sua dritta, occupando, sotto i diversi colonnelli, il poggio del Gallo, Giramonte e Giramontino, Gamberaia, Santa Margherita a Montici, e discendendo fino a Rusciano nel pian di Ripoli sull'Arno; e quello era il campo degl'Italiani; donde le artiglierie fulminavano il campanile di San Miniato, e Michelangiolo l'avea fasciato di balle di lana: a sinistra, dal poggio de' Baroncelli o Imperiale per San Gaggio e le Campora fin a Marignolle e Bellosguardo, e più oltre distaccandosi verso Montoliveto fin a toccare Scandicci, era l'accampamento degli Spagnuoli e de' Tedeschi. Rimase non circondata la città di qua d'Arno, dalla porta alla Croce insino a quella del Prato, tanto che seguitarono i Fiorentini ad uscire verso Fiesole anche per diporto (anche a caccia, racconta il Varchi), poco o nulla disturbati da qualche brigata di nemici che si avventurava a guadare il fiume: finchè rassicurato l'Imperatore de' pericoli che avean sovrastato dal Turco, scesero per l'appennino bolognese, invocate e pagate dal Papa, le soldatesche soprattenute sin allora in Lombardia; e prima che l'anno 29 spirasse, un campo di Tedeschi trincerato, posto a San Donato in Polverosa, e l'attendamento delli Spagnuoli alla Badia di Fiesole e lungo le colline adiacenti ebbero finito di accerchiare Firenze; e poco dipoi un ponte di barche congiunse a ponente dalla città, i due eserciti, rimanendo però il forte della guerra sulla riva sinistra del fiume.

Per tal modo le forze degli assediatori salirono, a mano a mano, fino a trentamila uomini tra gente a piede e a cavallo. Firenze di mercenarii aveva poco più che diecimila dentro alle mura; un cinquemila nel dominio. Di milizia cittadina, istituita con scarsa fiducia (la fiducia si riponeva tutta ne' mercenarii; e non tanto, doloroso a dirsi! negli italiani, quanto nei lanzi e negli svizzeri), appena quattromila da principio: ma quando la istituzionefu veduta procedere vigorosamente, come aveva auspicato Niccolò Machiavelli, e la gioventù raccolta sotto i sedici gonfaloni, quattro per quartiere, assidua agli esercizi di guerra, indefessa la notte al servizio de' bastioni, pronta ad ogni cenno di pericolo; quando alla retorica delle dicerie con che si arringavano nelle chiese que' cittadini armati, si accompagnarono ne' Consigli, dove si parlava la lingua de' fatti, provvisioni gagliarde che dicevano “esser venuto il tempo che la milizia abbia a sanare o dar la morte alla città„; “esser tempo che ognuno mostri la virtù sua„, “si séguiti ad armare il popolo, a ciò che i nemici veggano che si vuole prima morire tutti che abbandonare la città„, allora la milizia cittadina salì dapprima a cinquemila, e via sempre più allargandosi la inscrizione ne' ruoli quanto più incalzavano i bisogni della difesa, giunse a toccare i diecimila, nè diminuì se non quando la decimarono onoratamente i disagi o le armi degli inimici.

Del dominio fiorentino, tutto quello che pel Valdarno di sopra l'esercito dell'Orange aveva trascorso, era, come vedemmo, perduto. Nei possessi di Romagna e in Mugello, commissari e castellani valenti tenevan alta tuttavia qua e colà la bandiera di Firenze; ma il paese, attraversato dalle masnade che scendevano di Lombardia, corso e rubato dai partigiani, era pressochè perduto esso pure, con grave danno e pericolo alla città anche per le provvigioni da bocca. Pistoia, l'antica tana delle sanguinose discordie, rinfocolati gli odii fra parte Cancelliere, fedele a Firenze, e la Panciatica avversa, dalle mani di commissari inetti veniva, essa e Prato, in poter de' Medicei, o, come dicevano, si riduceva a devozione del Papa. Rimaneva in fede e signoria di Firenze il Valdarno inferiore sino a Pisa, e il sottostante paese fino a Volterra: ma anche da cotesto lato presto si perdeva il passo importante della Lastra a Signa, e dalcampo assediante parecchi colonnelli erano discesi per la Valdelsa assicurandosi fortilizi e terre, sino a Poggibonsi e a Colle; mentre emissari a nome del Papa, ammaestrati da un buon maestro di tradimenti, il cancelliere Morone, svolgevano, come venisse lor fatto, le popolazioni. E queste mosse del nemico erano appoggiate con piena fidanza al territorio di Siena, la quale soccorreva d'artiglieria e di guastatori, e di provvigioni d'ogni sorta, l'oste imperiale contro l'odiata Firenze. E, pure dal senese, si avanzava verso il confine, mirando a Volterra, la compagnia di Fabrizio Maramaldo, ladroneggiando e come uomini di ventura: ma doveva dal valore di quell'ignobile condottiero essere eccitata e quasi ventilata a risplendere, la virtù d'un mercatante fiorentino. Il Ferruccio, che le supreme necessità della patria e il santo amore della libertà trasformeranno in eroe.

Le forze della Repubblica erano nelle mani del Capitano generale: chi questo Capitano si fosse, lo sa pur troppo la storia. Se l'assedio avesse trovato già radicata e accreditata la milizia cittadina, e i suoi ordinamenti allargati a tanta parte della gioventù del dominio, quanto fosse possibile in quell'assetto politico tuttavia medievale, pel quale lo Stato, anzi la nazione, si rinchiudeva dentro le mura della città; od anche solamente, se nei concetti del Machiavelli sull'armamento cittadino, che mediante cotesta milizia si attuavano, avesse più vigorosamente alitato quel senso di libertà, che vegliò sempre nell'animo di lui, ma che egli non ebbe la virtù di serbare intatto alle intuite idealità lontane, anzichè ripiegarloalle contingenze, quali che si fossero, de' fatti, e alle qualità degli uomini, chiunque questi si fossero e checchè operassero, purchè operassero con mano gagliarda e sagace; se insomma l'esercito d'uno Stato, e d'uno Stato costituito da una cittadinanza devota da secoli alla libertà, avesse potuto, l'esercito di cotesto Stato, assumere negli anni di grazia 1529-30, il concetto non d'una forza solamente, ma d'una forza morale; la Repubblica fiorentina avrebbe risparmiato alla storia la vergogna del capitanato di Malatesta Baglioni. E che anche dalle botteghe de' suoi mercanti potessero uscire capitani, cosicchè il capitano fosse altresì, e innanzi tutto, un cittadino che per la città sua combattesse, lo avea mostrato, pur troppo in odiosa guerra come quella di Pisa, Antonio Giacomini; ed era per darne documento, anche per la santità della causa nobilissimo, Francesco Ferrucci.

Par certo, che, nello scegliere i conducitori della guerra imminente, Firenze volgesse l'occhio a tali, che avessero più o men forti ragioni domestiche e personali e politiche di inimicare o almeno contrastare nelle sue ambizioni principesche il Pontefice: nè poteva vederne di meglio disposti che quei signorotti o tirannelli o principi delle città che la Chiesa era, via via, venuta affermando sue, e n'avea composto il proprio Stato, ed aveva le relazioni fra l'autorità propria e quelle tirannidi o supremazie civili regolato con transazioni diverse, ma sempre in mezzo a fieri e sanguinosi contrasti, massime dopo che la gesta del dominio temporale, bandita con auspicii degni del Valentino, si era continuata alle mani guerriere di Giulio II e per le arti diplomatiche di Leone X.

Con tale intendimento si era da Ferrara chiamato Capitano generale un Estense; e sotto la sua dipendenza, Governatore generale delle genti a piede e a cavallo unBaglioni da Perugia. Ma su Malatesta Baglioni si fece maggiore assegnamento per più rispetti: perchè condottiero provato, e di famiglia di condottieri (che voleva bensì dire, anche con tutte le brutture di quella sorta di gente): poi, perchè il padre suo Giampaolo era stato fatto morire a tradimento da un Papa e Medici, Leone X; e Orazio, il fratello di Malatesta, aveva per la Repubblica capitanato bravamente le Bande Nere nell'esercito della Lega; e ora un altro Baglioni, Sforza, cugino ed emulo di Malatesta, e fuoruscito, appoggiava al favore del Papa le proprie ambizioni: e soprattutto, perchè Perugia, posta in sulla via dell'esercito assalitore, poteva offerire efficace resistenza all'avanzarsi di questo, e tener discosta da Firenze la guerra; anzi avrebbe anche potuto la guerra stessa trasportarsi addirittura su quel confine tosco-umbro, guernito di città nostre forti e munite, come Cortona, Castiglione, Arezzo, Montepulciano, e colaggiù per l'Umbria in fazioni fortunate disperdersi.

Può affermarsi che così la pensasse, e lealissimamente perchè secondo l'interesse suo, il Baglioni; e così nell'aprile del 29, quando, a Michelangiolo si affidava la fortificazione delle mura, accettasse il comando: così la pensasse, del resto, solamente rispetto alla possibilità delle cose; perchè allora le armi, che già si cominciavano a muovere dal vicereame di Napoli, non si sapeva verso dove si sarebbero scaricate; nè l'impresa di Firenze era deliberata, e non ancora stretti i patti di Barcellona. Tantochè esso Baglioni, ricevute le profferte dei Fiorentini, incominciava, come suddito della Chiesa, dal chiedere a papa Clemente la licenza di accettarle; mentre ai Fiorentini chiedeva che la sua elezione fosse altresì ratificata dal re di Francia. Quando poi il possibile diventò fatto, e la minacciata dalle armi imperiali fu proprio Firenze, Malatesta pregò e insistette per essere gagliardamente soccorso a muover contro gli assalitoriin quelle prime lor mosse, e innanzi che ingrossassero, e mentre l'esercito dell'Orange non arrivava a ottomila uomini. Fu grave errore della Repubblica rimandare, al solito, di Consiglio in Consiglio, di Pratica in Pratica, l'esecuzione di questo che pur sembrava a tutti utile e ragionevol partito: e ne avvenne, che quando in giugno, sovrastando l'Orange a Perugia, espugnata da lui Spello, Malatesta aveva avuto a più riprese il soccorso fiorentino di circa tremila fanti, egli reputò ormai più vantaggioso al proprio interesse accettare i patti onorevoli che gli si facevano da parte del Papa: consegnasse la città, promettendoglisi non vi sarebbe rimesso Sforza Baglioni; e ne uscisse liberamente con le genti sue, portandole seco alla difesa di Firenze. Per tal modo Firenze, dopo avere alla elezione del suo condottiero fatto concorrere come motivo la condizione di suddito indocile e malsicuro al Pontefice, veniva ora ad averlo, patteggiato in certo modo col Pontefice medesimo, contro il quale egli si accingeva a difender Firenze: e da questo punto incomincia quel che, prima di equivoco, poi di anormale, e alla perfine di vituperosamente sleale, ebbero i portamenti di cotesto uomo, per le cui mani doveva finire strangolata la libertà fiorentina.

“Diletto figlio, salute e apostolica benedizione. Godiamo della tua desiderata resipiscenza, ratifichiamo la tua capitolazione col principe d'Orange e con gli agenti nostri, confermiamo i privilegi della casa tua de' Baglioni: ti assolviamo e liberiamo da qualsivoglia pregiudizio, così della presente ribellione, come di delitti quali si fossero, anche di lesa maestà, omicidii, rapine, per quanto gravi ed enormi, da te o da altri per tuo mandato commessi. Dato in Roma, a San Pietro, sotto l'anello del Pescatore, il dì 13 settembre 1529, del nostro Pontificato anno sesto.„ Con questo benservito papale, da un lato, e con la elezione di Governator generaledelle armi della Repubblica nostra, dall'altro, veniva Malatesta Baglioni a Firenze.

Trova in Arezzo il commissario fiorentino Antonfrancesco degli Albizzi, e con lui delibera (errore capitale) di abbandonarla e ritirarsi pel Valdarno. È in Firenze; e fa la “lista delle genti e provvisioni che bisognano alla città; e„ (sentite la sua parola) “far venire quei bovi di che è stato ragionato, e far provvisione di vettovaglie, di carne e di strami più che possibil sia, e mandar fuori le bocche inutili; e soprattutto, che si abbiano munizioni per l'artiglieria, cioè polvere e palle, e tutte queste cose si domandano a Vostre Eccelse Signorie: le quali facendosi, prometto sicuramente difender la città dal nemico esercito, e non esser mai per mancare del mio debito e della mia fede, e spender la propria vita in servigio di essa città e di Vostre Eccelse Signorie.„

“Difendere la città dal nemico esercito„, voleva anche dire solamente preservarla dal sacco, che dopo l'esempio di Roma, e con l'appetito di sè che in quei ladroni metteva la grassa Firenze, e con le recenti prove che strada facendo avean dato su Spello e Castiglione Aretino, si credeva da tutti avrebbe accompagnata l'espugnazione. Anche Michelangiolo, in quel suo iroso e trasognato abbandono della patria, avea stimato “impossibile che Firenze non andasse a sacco„; e il crepacuore febbrile, di che, appunto incontrando il grande fuggiasco, era morto per via Niccolò Capponi, era stato dopo avergli sentito dire questa atroce parola, “il sacco„. Preservare Firenze dal saccheggio, per consegnarla intatta all'Imperatore. Il quale, dal canto suo, stretto dalle altre universali occorrenze politiche, e dalla penuria di denari, e dalle sollecitazioni incessanti di Clemente, raccomandava all'Orange, che in un modo o in un altro si venisse a pronto fine dell'impresa; e meglio (scriveva ad esso Imperatorela zia Margherita d'Austria, governatrice per lui e fida consigliera) “meglio, per mio piccolo avviso (pour mon petit advis), se si finisse accordandosi coi Fiorentini, senza usar loro forza, ma cavandone qualche discreta non però disonesta somma di denari, e non avendo poi troppo riguardo„ (brava e buona duchessa!) “alle passioni vendicative del Papa, che dovràprendre raison en paiement.„ E lo stesso D'Orange si mostrava impensierito del come si finirebbe, fra l'accanimento mediceo del Pontefice che esigeva i patti sanciti a Barcellona, e la fermezza dei Fiorentini di non arrendersi se non salva la libertà: perchè (scriveva il principe all'Imperatore), o Firenze non si prende; e vegga egli, e vegga anche il Papa, che scorno per le armi di Cesare! “o s'io la prendo,ella andrà a sacco; il che sarà male per ambedue loro, poichè sarà la distruzione di una delle migliori città d'Italia, e luogo nativo del Papa; e senza pro, perchè il denaro, che farebbe comodo all'Imperatore, andrà sperperato fra la soldataglia, la quale non per questo cesserà di tirare le sue paghe.„ In questi conteggi che si facevano sul capo della misera Firenze, il Baglioni veniva a portare una nuova coefficienza: ed era la disposizione alla quale i suoi interessi perugini, testè accomodati così bene col Papa, dovevano inclinarlo, di non precipitare le cose dei Fiorentini verso quella guerra a oltranza, così di difesa come d'attacco, che egli stesso, sulle prime mosse, aveva, ma senza effetto, consigliata e voluta fare per sè e per loro; e che, dopo non averla potuta attuare per sè, gli era oggimai espediente non attuare, e procurare non fosse attuata, nemmeno nella città delle cui armi assumeva il governo. Come i Fiorentini non videro ciò? Altro che le colonne del porfido, per le quali il Poeta avea proverbiato “vecchia fama nel mondo li chiama orbi!„ Bisogna dire che l'ultim'ora di Firenze e della libertàfosse segnata ne' decreti di Dio, e che allo strazio d'Italia, il quale era incominciato col secolo, non dovesse mancare, per prima vittima, la città nella quale, con la lingua divina, con le arti, con gli ordinamenti della più popolare fra le sue repubbliche, l'Italia aveva, nel cospetto del mondo rinascente, affermata per la seconda volta sè stessa!

Degli undici mesi che durò l'assedio, in que' due memorabili anni 1529 e 1530, l'inverno, sino all'aprile, è occupato da fazioni di varia importanza e fortuna degli assedianti e degli assediati, senza troppo mutare le respettive condizioni: dall'aprile all'agosto, la storia dell'assedio è la epopea guerriera di Francesco Ferrucci, la quale si conchiude con la morte di lui e morte della Repubblica.

Il mantenersi, durante l'inverno, immutate quelle condizioni, era necessaria conseguenza dell'equilibrio in che si trovavano le due osti nemiche: forti di mura e di soldatesche e di cuore gli assediati; forti gli assedianti, di posizioni (poichè Malatesta ve li avea lasciati accomodare e distendere a tutto lor agio), e di armi, e del nome di Cesare e di Chiesa, il quale proiettava pur troppo l'ombra sua anche dentro alla città; sul Baglioni, nel modo, che abbiamo veduto; e sopra una parte altresì, fosse pur la minore, della cittadinanza deliberante. Il cominciamento delle ostilità somiglia a una prova cavalleresca di duellanti cortesi: nè col Principe personalmente Firenze cessò mai da dimostrazioni di cortesia, accompagnate spesso da splendidi donativi.Acquartieratosi l'Orange, e postosi in guardia, Malatesta si presenta da San Miniato, e fa sonare le trombe, e manda fuori un trombetto, come invitando a battaglia. Nessuno del campo esce dalle trincee. La città scarica le artiglierie, e dà nei tamburi. Succedono, ne' giorni appresso, scaramuccie: in una sortita i Fiorentini bruciano parecchie case occupate dal nemico. Poi una fazione notturna del Principe, che tenta di scalare le mura, ed è respinto. Poi la così detta “incamiciata„, pure notturna, delle milizie cittadine, guidate dal prode Stefano Colonna, che escono addosso al campo girandogli dietro nascostamente da Rusciano e da Santa Margherita a Montici, nel punto stesso che un altro assalto gli si fa incontro dalla città: il campo va all'aria: accorre l'Orange, rinfrancando gli ordini e la resistenza: Malatesta, dalla città, dà nelle trombe: gli assalitori si ritirano, guardando in faccia il nemico, protetti dalle artiglierie.

E di là da Firenze, mentre la città finisce d'essere circondata, si combatte l'altra guerra, forse la più importante perchè più netta, per la conservazione di quella parte del dominio non perduta, e la sicurezza dei valichi; certo la più bella, perchè guerreggiata dal Ferruccio, commissario prima a Prato ma con le mani legate alla superior volontà d'un inetto presuntuoso, e Prato si perde; poi a Empoli: e qui comincerà la gloria di lui.

Termina intanto il gonfalonierato di Francesco Carducci, l'uomo della resistenza e della guerra, ma non saputosi, come poteva e doveva, destreggiare in quella sempre, anche nella comunanza del pericolo, discordevole cittadinanza: e gli succede, con l'entrare del nuovo anno, Raffaello Girolami, amatore di libertà, più destro, ma per ciò stesso assai men diritto e gagliardo. Ed è lui che si trova a consegnare a Malatesta Baglioni, il quale ha chiesto e ottenuto il grado supremo del comandonon accettato da Ercole d'Este, consegnargli il bastone di Capitan generale, e con esso dargli in pugno le redini della guerra. Era il 26 gennaio; una scura e malinconica giornata: pioveva. La milizia cittadina tutta sulla piazza; i soldati a' bastioni: la Signoria, i Dieci, gli altri magistrati, sulla ringhiera a piè del Palazzo; Marzocco, il Leon fiorentino, ha in capo la corona d'oro delle grandi solennità. Il novello capitano della Repubblica, brutto e contraffatto, nonostante la sua bravura soldatesca, e malconcio omicciuolo, suntuosamente vestito e sulla berretta di velluto un'impresa sfolgorante il cui motto èlibertas, scendeva da cavallo, e dinanzi al gonfaloniere, riceveva, inginocchione, uno stendardo quadrato ricamato a gigli, un elmetto d'argento smaltato pure a gigli, “e questo scettro„ (proseguiva il gonfaloniere, quale è fatto parlare dal Varchi) “questo scettro d'abeto così rozzo e impulito com'egli è, in segno, secondo il nostro costume antico, della superiorità e maggioranza tua sopra tutte le genti, munizioni e fortezze nostre; ricordandoti che in queste insegne, quali tu vedi, è riposta, insieme con la salute o rovina nostra, la fama o l'infamia tua sempiterna.„ Ma il Baglioni aveva già scelto.

L'equilibrio materiale delle forze armate si sarebbe potuto sperare che avesse effetto sulle condizioni diplomatiche, e le volgesse alla meglio; invece queste andarono sempre peggiorando pei Fiorentini. Il re di Francia, nel quale hanno follemente continuato a sperare, li abbandona affatto a sè stessi. I Veneziani fermano saldamente con Carlo e con Clemente la pace, e la riparativa politica d'astensione. In Genova è presso Andrea Doria e di suo proprio moto si adopera, fedele alla patria, nobile e geniale agente, Luigi Alamanni il poeta: ma il Doria ha consigliato a tempo i partiti dell'uomo forte e savio; quelli, co' quali egli ha assicurato la suaGenova; non ascoltato, la generosa follia di Firenze gli è venuta ora in fastidio. Alfonso duca di Ferrara, dopo non aver voluto, anche perchè diffidente di quel Malatesta, che il figlio suo Ercole accetti d'essere il Capitan generale de' Fiorentini, finisce col mandare agli assediatori quelle artiglierie che avea mostrate amichevolmente sulle sue fortezze a Michelangiolo. E il Papa, a un'ultima ambasceria che, prima di lasciare Bologna, riceve dai Fiorentini, infelice ambasceria, favorita, come ogni altro temperamento e andamento di mezzo, da Malatesta, e accolta in corte e in città poco meno che con ischerno, risponde, il Papa, rovesciandosi contro il popolo che gli ha mandati, dopo avergli distrutto, a lui e a' suoi, le splendide ville, e minacciato di spianare il palazzo e farne piazza con nome d'infamia, e messe le mani sui beni e tesori ecclesiastici, e lui stesso vituperato in ogni maniera, sino a impiccarlo in effigie. E poco appresso, tornati l'Imperatore in Germania e il Papa in Roma, il Papa, a un vescovo francese, che dopo essere stato in Firenze, e ammirata la difesa magnanima, gli parla alto e severo di questa scellerata guerra contro figliuoli suoi in Cristo e di patria terrena fratelli, e “Veda Vostra Santità,„ gli dice “veda, La supplico siccome cristiano e prete e vescovo, lo sfrenamento da Voi legittimato di quelle feroci soldatesche al mal fare, e cotesto vostro abuso del ministero sacerdotale a mondane ambizioni„, risponde il Papa, turbato, “Oh non fosse Firenze stata mai al mondo!„ Tremenda parola: dice degnamente un moderno istorico. Ed io aggiungo: Terribile cosa, che sulla bocca del Papa, così imbragatosi nelle cupidigie di principe, quella sola potesse oggimai essere (ed era un'imprecazione!) la parola nella quale l'amor della patria gli si rifacesse vivo dalla rimorsa coscienza!

Ma contro i fati che incombono alla moritura Repubblica, legittimo e degno figliuolo di lei, uscito da quel popolo di lavoratori che l'han fatta grande nel mondo, soldato della patria e della libertà, si leva Francesco Ferruccio. Quando nella storia delle umane colpe e sventure, di mezzo al male fatto o sofferto, fra i dolorosi contrasti di chi piange e di chi fa piangere, s'innalzano, da questa polvere del mondo sozza e cruenta, le figure luminose dei pochi che in quel contrasto hanno eletta la parte migliore, che hanno sposata con amplesso potente e puro alcuna delle grandi idealità dell'anima immortale, la carità, la scienza, la fede, la libertà umana, la patria; e a codesta sposa del cuor generoso si sono devoti e per lei hanno combattuto, e per lei sono caduti trionfatori; allora sentiamo che quelle sante idealità, librate nell'alto, sono state qualche volta, quaggiù basso, il reale; allora racquistiamo la fiducia nel bene, e la virtù di operarlo; allora la storia non è più solamente la maestra, sì anco la poesia, della vita. È di questi il Ferruccio.

Cominciato, come mercante ch'egli era, dall'esser pagatore delle Bande Nere che Firenze aveva nella Lega alla guerra di Napoli, uomo dirotto all'operare e intinto anche nel men bello di quella tramescolata vita del Cinquecento, fatto soldato dalle contingenze di quell'ufficio, e da naturale inclinazione, e dal vagheggiar la guerra nelle antiche storie che leggeva in volgare, si era trovato in Valdichiana e a Perugia mentre si avanzava il nemico, e da Perugia era venuto con Malatesta, che ancor egli aveva in grande concetto; ma sempre, e allora e poi a Prato, in condizione subordinata e con piccola o nessuna balìa di agire, sinchè la Repubblica lo ebbe messo a Empoli, nel cuore del dominio che solo le erarimasto, commissario in quella terra munitissima e chiave del Valdarno pisano e dirimpetto ai pericoli, da un lato, di Siena nemica, dall'altro di Pistoia e Prato rivoltate. Ciò nell'inverno: ed era subito stata opera sua il racquisto di San Miniato al Tedesco, sanguinoso sugli Spagnuoli che l'avean preso e sui terrazzani che avevano favoreggiato; e lo avere, in campo aperto, con strage, spazzati dal paese quelli scorridori e ribellatori delle terre della Repubblica. Ma quando di queste terre, una, troppo importante, Volterra, si dette al Papa, rimanendo ai Fiorentini la ròcca, ma nella città afforzandosi gagliardamente i ribelli, allora il Ferruccio, chiesto e avuto da Firenze un rinforzo, si spicca rapido e inaspettato da Empoli, dopo averla lasciata sicurissima; è a Volterra, penetra con le sue genti nella fortezza, da quella si getta sulla città, la riguadagna ferocemente alla Repubblica, schiaccia non che domare la cittadinanza colpevole; poi afforzatosi a sua volta, sostiene gli assalti, prima del Maramaldo venuto da Siena, poi di lui stesso e del Marchese del Vasto soprarrivato da Empoli (caduta intanto, pur troppo, per vilissimo tradimento, in mano ai Cesarei), e ributta ambedue gli assalitori con furibonda resistenza di armi, sassi, olio bollente; resistenza, che ferito e con la febbre addosso, egli séguita a comandare e spingere sino all'ultimo, facendosi portare a braccia, sopr'una seggiola, finchè il nemico è costretto, non pure a ritirarsi ma a levare per disperato l'assedio. A Fabrizio Maramaldo inasprivano la sconfitta i trattamenti usatigli siccome a venturiero fuor delle leggi di guerra (ed egli affettava dispregio di capitano pel Ferruccio mercatante); gliela inaspriva lo scherno, solito allora negli assedi, della gatta esposta sulle mura:


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