LA LIRICA DEL CINQUECENTO

“Morte sol, mi darà fama eriposo.„

“Morte sol, mi darà fama eriposo.„

“Morte sol, mi darà fama eriposo.„

LA LIRICA DEL CINQUECENTODIGUIDO MAZZONI.

DI

GUIDO MAZZONI.

Signore e Signori,

Se volessi richiamare con mezzi che direi illeciti la vostra attenzione a un argomento, come questo è, che non merita molta curiosità, nè può sperare di destarla, comincerei audacemente, con un paradosso, così: la miglior maniera per rappresentare fedelmente una persona è farle la caricatura. E forse con due o tre sofismi me la caverei abbastanza bene, quanto alla dimostrazione della sentenza affermata. Ma nè io mi compiaccio di tali gherminelle, nè voi siete un pubblico che vi resti preso, e per ciò restringo il paradosso in questa verità: nessun ritratto dà così vive le caratteristiche d'una persona, come la sua caricatura. Perfino la fotografia ha malizie di chiaroscuri e di ritocchi, e dissimula; la matita del caricaturista mette in luce senza pietà.

Non vi sembrerà strano, per ciò, ch'io vi presenti qui subito un caricaturista insigne, messer Mariano Buonincontro da Palermo. Costui, mentre era studente a Ferrara, ne' primi decennii del Cinquecento, se la godeva a verseggiare i più bei sonetti del mondo, chi li giudicasse dall'elocuzione e dal suono; ma elocuzione e suono non erano che una maschera vuota; sotto neppure un briciolo di senso! Dato a questi suoi versi un titolo bensonante, li spacciava fuori come opera di pellegrini ingegni: inescato l'amo, stava a vedere se i pesciolini abboccavano.

I più lievi che tigre pensier mieiScorgendo il cor che tra duoi petti intieroTiene un pensier, poi che gl'ingombra il neroE folle error, fuggono i casi rei.E benchè da gli antichi semideiBiasmato fosse ovunque ogni altro e fieroMonte d'orgogli, ahi lasso, io già non speroGioir in quel disir che aver vorrei.

I più lievi che tigre pensier mieiScorgendo il cor che tra duoi petti intieroTiene un pensier, poi che gl'ingombra il neroE folle error, fuggono i casi rei.E benchè da gli antichi semideiBiasmato fosse ovunque ogni altro e fieroMonte d'orgogli, ahi lasso, io già non speroGioir in quel disir che aver vorrei.

I più lievi che tigre pensier miei

Scorgendo il cor che tra duoi petti intiero

Tiene un pensier, poi che gl'ingombra il nero

E folle error, fuggono i casi rei.

E benchè da gli antichi semidei

Biasmato fosse ovunque ogni altro e fiero

Monte d'orgogli, ahi lasso, io già non spero

Gioir in quel disir che aver vorrei.

Son le quartine di un sonetto in morte dell'illustrissima signora duchessa d'Urbino. Le terzine andremo a pigliarle, tanto fa!, da un altro sonetto:

Ahi giustizia divina, come puoiNon far quel che far dèi? qual fiero spirtoFu quel che indusse questa peste al mondo?Deh fuss'io stato allor posto nel fondoDell'Acheronte, che fui giunto al mirtoCh'ombra mortal mi fa co' rami suoi!

Ahi giustizia divina, come puoiNon far quel che far dèi? qual fiero spirtoFu quel che indusse questa peste al mondo?Deh fuss'io stato allor posto nel fondoDell'Acheronte, che fui giunto al mirtoCh'ombra mortal mi fa co' rami suoi!

Ahi giustizia divina, come puoi

Non far quel che far dèi? qual fiero spirto

Fu quel che indusse questa peste al mondo?

Deh fuss'io stato allor posto nel fondo

Dell'Acheronte, che fui giunto al mirto

Ch'ombra mortal mi fa co' rami suoi!

Ma quel bizzarro palermitano non si contentava di vedere ammirate le rime sue dai tanti che le leggevano, come si fa, senza curarsi d'intenderle: fingendo aver dubbii sul senso, provocava il parere di cappati maestri; e vi fu un dotto senese che s'infiammò così da scrivere sul sonetto per la duchessa un commento diviso in quattro libri. Nè valse che l'autore dicesse poi la verità: il senese e gli altri non si dettero per vinti, e messer Buonincontro fu agli occhi loro uno sfacciato plagiario.

La caricatura ci dà a questo modo, con una linea comicamente sforzata, la immagine viva della lirica del Cinquecento in uno dei suoi aspetti più notevoli: la povertà della materia poetica, e la necessità che ne seguivadi celare quella povertà col paludamento delle rime e coi fronzoli della rettorica. Rammentatevi il parlare ambiguo, il tacere significativo, il restare a mezzo, lo stringer d'occhio, il soffiare del conte zio ne' Promessi Sposi: “come quelle scatole, dice il Manzoni, che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c'è nulla.„ Tale gran parte di quella lirica. Ma, salvo messer Buonincontro, gli autori non si confessavano; anzi, come il conte zio, s'industriavano a far sì che la verità stessa prendesse una certa apparenza di mistero, con accrescimento della loro autorità; e per ciò, quando non si commentavano da sè, procuravano che altri li commentasse; e attorno a quattordici versi crescevano così quei commenti ponderosi di che ci ha dato or ora un esempio il dotto senese. Degli esempii eccone un altro, che scelgo a bella posta tra i più famosi; è di Torquato Tasso sopra un sonetto del Della Casa: “Sarà questa mia Lezione in due parti divisa; e nella prima si cercherà, in che sorte di stile sia questo sonetto composto; e trovatala, alcune cose communi a quella maniera di stile si considereranno, movendo, ove l'occasione il ricerchi, qualche dubitazione. Nella seconda parte poi, solo a quello che è proprio di questa particolar composizione s'avrà riguardo, e nella esposizione d'esso alquanto mi spazierò.„ Parole che, col debito rispetto alla memoria del Tasso, vorrei vi riuscissero d'un qualche conforto; perchè tali erano, Dio ne scampi, le pubbliche letture del secolo decimosesto!

Chiome d'argento fine, irte e attorteSenz'arte intorno a un bel viso d'oro;Fronte crespa, u' mirando io mi scoloro,Dove spunta i suoi strali Amore e Morte;Occhi di perle vaghi, luci torteDa ogni obbietto diseguale a loro,

Chiome d'argento fine, irte e attorteSenz'arte intorno a un bel viso d'oro;Fronte crespa, u' mirando io mi scoloro,Dove spunta i suoi strali Amore e Morte;Occhi di perle vaghi, luci torteDa ogni obbietto diseguale a loro,

Chiome d'argento fine, irte e attorte

Senz'arte intorno a un bel viso d'oro;

Fronte crespa, u' mirando io mi scoloro,

Dove spunta i suoi strali Amore e Morte;

Occhi di perle vaghi, luci torte

Da ogni obbietto diseguale a loro,

e via dicendo, con le ciglia di neve, le mani grosse, le labbra di latte, i denti d'ebano rari e pellegrini, erano le bellezze della donna immaginata da Francesco Berni per deridere il formulario poetico col quale i divini servi d'Amore, cioè i poeti petrarcheggianti, usavano celebrare il fantasma femminile che, da Laura in poi, ondeggiava vaporoso a mezza costa del Parnaso italiano. Per i conti zii la gravità enigmatica; pei don Rodrighi e gli Attilii, epiteti già scelti, rime già suggerite, frasi bell'e fatte, ai ritratti, alle preghiere, ai lamenti, ai vanti d'amore. Come oggi per le signorine saper toccare il pianoforte, era allora, non solo pei gentiluomini e i valentuomini, ma anche per le gentildonne e, chiamiamole così, per le donne valenti, una parte necessaria della coltura il rimare. Ma del pianoforte non soffrono che i vicini; dei versi soffrivano tutti, perchè tosse, amore e versi non si celano. Onde il Berni medesimo usciva in questo sospiro di desiderio: “S'io son mai signore, dove gli altri sogliono per quiete e mantenimento del buon vivere mandar bandi e proibizioni che non si porti arme per la terra, io voglio mandarli, non si mostrino versi, e sopra ciò costituire un bargello particulare, che non attenda ad altro, dì e notte, che andar per la terra cercando le maniche e il seno a' poeti per li versi, come si fa dell'arme; e tutti quanti ne truova in fallo, tanti ne meni in prigione, dia la corda, e li impicchi ancora.„ Chè se intanto non si potesse, proponeva almeno che i convinti di poesia portassero in testa una berretta verde, per segno d'infamia, sì che la gente avesse modo di guardarsene a tempo.

Le forme dell'una e dell'altra maniera, della lirica amorosa e della lirica d'argomento civile e filosofico, che la caricatura ci ha mostrate con l'ingrossamento satirico dei difetti eran venute al secolo decimosesto per antica eredità di famiglia: belle masserizie, onde si erano adornati riccamente un tempo i palazzi degli avi, ma stinte ormai nelle stoffe, annerite negli ori, scrostate nelle impiallacciature, e anche qua e là tarlate nel legno; non più adatte, per giunta, senza un po' di disagio, ai mutati usi del vivere. Nè per la storia dell'arte accadde in diverso modo che per quella della natura: il frutto che giunse a perfetta maturità deve necessariamente guastarsi; può aver grazia un po' acerbo, fa nausea putrefatto. La lirica amorosa, civile, religiosa, della scuola che mosse da Guittone d'Arezzo, e fu de' Bolognesi e de' Toscani, e fu di Dante, aveva toccato l'estremo della sua virtù nel Canzoniere del Petrarca; nel Canzoniere che potrebbe per ciò dirsi a ragione il capolavoro deldolce stil nuovo. Ma il capolavoro d'un genere d'arte non si ha senza scelta, rimondamento, politura; e ciò che in esso è perfezione diviene negli imitatori estenuazione e progressivo esaurimento. Onde a mano a mano, nella lirica nostra della fine del secolo decimoquarto e di tutto il decimoquinto, fu un batter monete d'argento e di rame su quella forma stessa dove il Petrarca avea battuto le sue d'oro con l'effigie di Laura; e l'effige riusciva sempre più sbavata ne' contorni, da non potersi in fine riconoscere più. Tanto che il pubblico cominciò a brontolare contro la zecca; e Pietro Bembo dovè, sempre con l'effigie di Laura, rifare i punzoni, e ingannar l'occhio con argento dorato.

Non vorrei stancarvi con le metafore, e dico alla buona la cosa. Il Petrarca, cantando Laura viva, cantando Laura morta, aveva accomodato al gusto comune quell'idealismo filosofico, onde era assurta alla vita sempiterna dell'arte la Beatrice dantesca: il Canzoniere, non è infatti, a ben considerarlo, che un volgarizzamento della Divina Commedia. Beatrice, troppo sublime negli splendori de' cieli teologici, fu subito vinta nell'ammirazione popolare da Laura: la quale pur essa scorge il suo poeta a Dio, e nel cospetto di Lui lo precede, quasi a insegnargli la via; ma resta anche lassù donna vera, sì che il primo pensiero ch'ella ha, giunta in Paradiso, è di dare un'occhiata agli angeli più belli, per vedere se siano più belli di lei. Non altrimenti per la lirica civile e filosofica il Petrarca faceva gradite a tutti le intonazioni più elette dei suoi predecessori, schivando sempre la pedanteria de' sillogismi e l'astruseria delle dottrine scolastiche. Stile e lingua egli, nato in Toscana, ma educato e cresciuto e vissuto fuori, si compose con quanto il toscano avesse di più colto e letterario, senza crudi latinismi sintattici, da un lato, senza bassi idiotismi fiorentini, dall'altro: il che vuol dire che pur qui mise in pratica, e fe' accettare ai rimatori d'ogni parte d'Italia, l'intendimento di Dante, il volgare illustre che fosse a tutti i nostri comune. Determinò pertanto alla lirica gli argomenti, i metri, lo stile, la lingua; e fece testo.

Fu un bene o un male? È la solita domanda; e, mentre io la muovo, le date voi stessi una risposta assennata. Fu un bene in sè, nell'opera del Petrarca; fu un male per gli effetti, nell'opera dei tanti che trovarono aperta e spianata la via ai loro esercizii in rima: ma del bene la lode è di messer Francesco; del male non va a lui il biasimo. Que' tanti che imitarono lui non si sarebbero mica astenuti dal far versi, perchè fosse loro mancato il modello del Canzoniere! Sia pure che non avremmoavuti i petrarchisti; ma senza quel modello puro, avremmo avuto chi sa quale altra ciurmaglia di rimatori; nè migliori nè peggiori, forse, pe' concetti poetici; certo, più rozzi nell'esecuzione. Tanto è vero che quando il petrarchismo, per una parte del secolo decimoquinto, venne quasi a mancare, o per lo meno degenerò, poi che non sorgeva un intelletto possente a rinnovare, minor male fu che il Bembo richiamasse all'origine sua il petrarchismo medesimo e lo ritemprasse. Insieme coi goffi verseggiatori che faticavano a guadagnarsi il tozzo di pane per gli accampamenti de' capitani di ventura, dando loro a tutto spiano dell'Alessandro, del Cesare, dell'Augusto; insieme con gl'ingegnosi rimatori di concettuzzi amorosi per le corti de' principi; il Bembo tolse via, quasi di contraccolpo, anche i facili cantori che sugli esempii del Giustinian e del Poliziano traevano dal popolo e al popolo restituivano le rime delle ballate e degli strambotti. Ma, siamo giusti, il danno non fu grave: dopo i veneti e i toscani, anche i napoletani si erano ormai provati e riprovati su que' pochi motivi popolari delle benedizioni, delle maledizioni, delle disperazioni amorose; e non perdemmo proprio nulla nel cambio, se uno strambotto si mutò in un sonetto, una ballata si mutò in una canzone. Poesia schietta, di vena, non zampillava più, nè per questi nè per quelli: tra le rozze rime de' petrarchisti antiquati, le raffinatezze di concetto de' petrarchisti più recenti, le sguaiataggini de' poeti popolareggianti, pareva che all'anima italiana non dicessero più nulla le mille voci della natura e dell'affetto.

Eppure le primavere nostre fiorivano, come già agli occhi del Petrarca quelle di Provenza; stormivano le selve nostre, come la pineta che Dante fe' degna di raffigurare il Paradiso Terrestre; tremolavano le marine lungo le coste d'Italia; le Alpi si ergevano candide nell'azzurro del cielo o si coprivano di tempeste. Nè gli odiie gli amori erano men caldi d'un tempo; chè il desiderio, la gelosia, l'invidia, il furore, la carità, movevano ancora nel bene e nel male gli uomini tutti, e grandi imprese si compievano intanto di guerre e di paci; e grande, più grande che mai, era il dissidio delle coscienze. Perchè dunque non avemmo un'alta poesia lirica? Guardiamoci dall'errore in cui caddero quelli che troppo filosofeggiando confusero le ragioni dell'arte con quelle della vita: non mancò mai nella vita, nè mai potrà mancare, la materia poetica, ma soltanto a distanza di secoli sorgono i grandi che a una qualche parte della vita san dare l'espressione del bello. E quando un dato modo di esprimere la vita, che è come dire una data forma letteraria, fu adoperato da l'un di loro, è vano l'industriarvisi su, e conviene aspettare; verrà poi un altro eroe dell'arte, e con altri modi rappresentando un altro aspetto della vita, che si trasmuta senza posa nelle sue sembianze, lo donerà eterno alla gioia del genere umano.

La lirica medievale, addestrata dai trovadori di Provenza, aveva rappresentato mirabilmente nella Vita nuova e nel Canzoniere, l'ideale neolatino dell'amore e della fede; e l'officio suo era compiuto. Altri aspetti della vita del Medio Evo e del Rinascimento dovevano esser colti ora e perpetuati dall'arte; e nel romanzo preparato dai troveri di Francia, ecco il Boiardo, l'Ariosto, Torquato Tasso, esprimere l'ideale cavalleresco. Ma già la sottile analisi delle passioni incominciava anch'essa a chiedere chi l'addestrasse ai capilavori di Shakespeare e di Molière; e i comici e i tragici nostri, e più i novellieri,vi si affaccendavano intorno: cominciava già a chiedere un'espressione piena e viva nella lirica il sentimento della natura e quello della storia; e, non sapendo far di meglio, alcuni studiavano come si potessero almeno rimutare per ciò le corde del liuto, ed altri, più arditi, mutare a dirittura l'istrumento. Vedremo, tra breve, a che riuscissero. Mi giova intanto sperare di aver mostrato che, se pur il vecchio liuto medievale del Petrarca non era tutto scordato, ben poco vi potevano ormai cantar su con novità ed efficacia i lirici del secolo decimosesto.

Camuffatisi più o men bene da messer Francesco, costoro atteggiavano la donna amata a somiglianza di madonna Laura; e sè e le belle ricantavano con quei modi che duecento anni prima erano piaciuti principalmente per virtù del sentimento, e piacevano ora principalmente negli effetti dell'elocuzione. È stato detto che quando l'uomo si contenta di chiedere a Dio un po' di periodi, Dio non glieli nega mai: credo che nella sua infinita larghezza non gli si mostri meno prodigo pe' versi; e i versi è anche più facile comporli, se lo scioperato non si studia di esprimervi schietto e aperto l'animo suo, ed ha in mente soltanto un modello da imitare, e innanzi sul tavolino ha i vocabolarii e i rimarii che gli agevolino i riscontri. Il Canzoniere era in tutte le menti; i vocabolarii e i rimarii dedotti dal Canzoniere, su tutti i tavolini dei poeti. Da quel cerchio magico i più non sapevano uscire: lascivi, scettici, partigiani, nei palazzi, nelle corti, ne' campi; platonici, cristiani ferventi o contriti, invocatori di pace, nei sonetti e nelle canzoni; mentivano agli altri e a sè stessi. In ciò la colpa di quella lirica, ed il castigo. Perchè, se pure una troppo breve esperienza sembri qua e là accennare il contrario, non è dubbio che, alla fine, tanto nella vita politica quanto nella intellettuale, la vittoria spetta agli uomini e alle imprese di buona fede.Quella lirica non fu in buona fede, e per ciò morì quasi intiera nella coscienza della nazione.

Dell'imitazione scrupolosa e meticolosa del Petrarca fu, come già ebbi ad accennare, iniziatore Pietro Bembo. Nè qui vorrei ritogliergli la lode, se lode fu, che dianzi gli ho data, di aver rifatti a nuovo i punzoni per l'effigie di Laura, e di aver battuto le monete di argento dorato: un minor male è pur esso un bene. Ma confermando con l'autorità sua di filosofo platonico, di legislatore grammaticale, di verseggiatore elegante, l'imitazione del Canzoniere, non è dubbio che egli ritardò lo svolgimento verso forme nuove e più rispondenti ai tempi mutati; non è dubbio che egli diè, con un insigne esempio di correttezza nello stile e nella lingua, un esempio non meno insigne di ciò che ho potuto dire mala fede, perchè parlavo del fenomeno letterario in generale, e dirò ora invece scetticismo estetico, perchè parlo di un uomo che nella storia delle lettere nostre non merita oltraggio. Fatto sta che, a quarantatrè anni, egli s'innamora di una fanciulla di sedici, la fa sua (non con la mano destra), vive con lei, ne ha tre figli. Al futuro cardinale di Santa Chiesa, preconizzato pontefice, non faremo rimprovero acerbo di ciò che pareva a' suoi tempi scusabile; ma al poeta possiamo ben chiedere perchè i sorrisi della sua Morosina, perchè i sorrisi de' figli suoi, non trovarono in tante rime un accento solo che li legittimasse, se non nella vita, nell'arte. Perchè? perchè Laura De Sade aveva sempre respinti gli omaggi di messer Francesco Petrarca, ed aveva dati i figli, non a lui, al marito. Ma il Bembo avrebbe dovuto considerare che messer Francesco cantò soltanto quelle repulse vere, e i pentimenti suoi veri; nè mai invece recò nei versi platonici, mentendo, la donna che l'amò e che lo fe' padre.

La Morosina morì, giovane ancora, a trentotto anni; e l'amico suo, che ne aveva ormai sessantacinque, piansein rima, con più sonetti, tanta sciagura. Que' sonetti posson muovere a riso chi li scorra cercandovi una qualche testimonianza di affetto sentito, e vi s'imbatta invece in sospiri di questa fatta:

O per me chiaro e lieto e dolce soloQuel dì (nè può tardar s'ella m'ascolta)Che squarcerà questa povera gonna!

O per me chiaro e lieto e dolce soloQuel dì (nè può tardar s'ella m'ascolta)Che squarcerà questa povera gonna!

O per me chiaro e lieto e dolce solo

Quel dì (nè può tardar s'ella m'ascolta)

Che squarcerà questa povera gonna!

O trovi lodi di quest'altro genere:

Spenta colei ch'un sol fu tra le belleE tra le sagge, or è mio nembo interno,Forme d'orror mi sembra quant'io scerno;Esser cieco vorrei per non vedelle.Ch'i' non so volger gli occhi a parte, ov'ioNon scorga lei fra molte meste, o lasso!,Chiuder morendo le sue luci sante.

Spenta colei ch'un sol fu tra le belleE tra le sagge, or è mio nembo interno,Forme d'orror mi sembra quant'io scerno;Esser cieco vorrei per non vedelle.Ch'i' non so volger gli occhi a parte, ov'ioNon scorga lei fra molte meste, o lasso!,Chiuder morendo le sue luci sante.

Spenta colei ch'un sol fu tra le belle

E tra le sagge, or è mio nembo interno,

Forme d'orror mi sembra quant'io scerno;

Esser cieco vorrei per non vedelle.

Ch'i' non so volger gli occhi a parte, ov'io

Non scorga lei fra molte meste, o lasso!,

Chiuder morendo le sue luci sante.

O legga riflessioni come queste:

Come a sì mesto e lacrimoso puntoNon ti divelli e schianti, afflitto cuore,Se ti rimembra che alle tredici oreDel sesto dì d'agosto il sole è giunto?In questa uscìo de la sua bella spogliaNel mille cinquecento trenta cinqueL'anima saggia; ed io, cangiando il pelo,Non so però cangiar pensieri e vogliaCh'omai si affretti l'altra e s'appropinque,Ch'io parta quinci e la rivegga in cielo.

Come a sì mesto e lacrimoso puntoNon ti divelli e schianti, afflitto cuore,Se ti rimembra che alle tredici oreDel sesto dì d'agosto il sole è giunto?In questa uscìo de la sua bella spogliaNel mille cinquecento trenta cinqueL'anima saggia; ed io, cangiando il pelo,Non so però cangiar pensieri e vogliaCh'omai si affretti l'altra e s'appropinque,Ch'io parta quinci e la rivegga in cielo.

Come a sì mesto e lacrimoso punto

Non ti divelli e schianti, afflitto cuore,

Se ti rimembra che alle tredici ore

Del sesto dì d'agosto il sole è giunto?

In questa uscìo de la sua bella spoglia

Nel mille cinquecento trenta cinque

L'anima saggia; ed io, cangiando il pelo,

Non so però cangiar pensieri e voglia

Ch'omai si affretti l'altra e s'appropinque,

Ch'io parta quinci e la rivegga in cielo.

Ma stringono invece il cuore, se torna la mente ai sospiri, alle lodi, alle riflessioni consimili che al Petrarca aveva ispirato l'amore non corrisposto per la moglie di Ugo De Sade; se torna la mente al realismo (proprio così, perchè il Petrarca fu anch'egli un grande realista) di que' versi famosi:

Tornami a mente, anzi v'è dentro, quellaCh'indi per Lete esser non può sbandita,Qual io la vidi in su l'età fioritaTutta accesa de' raggi di sua stella.Sì nel mio primo occorso onesta e bellaVeggiola, in sè raccolta, e sì romita,Ch'io grido: Ell'è ben dessa! ancor è in vita!E in don le chieggio sua dolce favella.Talor risponde, e talor non fa motto.Io, com'uom ch'erra e poi più dritto estima,Dico a la mente mia: Tu se' ingannata:Sai che 'n mille trecento quarant'otto,Il dì sesto d'april, ne l'ora prima,Del corpo uscìo quell'anima beata.

Tornami a mente, anzi v'è dentro, quellaCh'indi per Lete esser non può sbandita,Qual io la vidi in su l'età fioritaTutta accesa de' raggi di sua stella.Sì nel mio primo occorso onesta e bellaVeggiola, in sè raccolta, e sì romita,Ch'io grido: Ell'è ben dessa! ancor è in vita!E in don le chieggio sua dolce favella.Talor risponde, e talor non fa motto.Io, com'uom ch'erra e poi più dritto estima,Dico a la mente mia: Tu se' ingannata:Sai che 'n mille trecento quarant'otto,Il dì sesto d'april, ne l'ora prima,Del corpo uscìo quell'anima beata.

Tornami a mente, anzi v'è dentro, quella

Ch'indi per Lete esser non può sbandita,

Qual io la vidi in su l'età fiorita

Tutta accesa de' raggi di sua stella.

Sì nel mio primo occorso onesta e bella

Veggiola, in sè raccolta, e sì romita,

Ch'io grido: Ell'è ben dessa! ancor è in vita!

E in don le chieggio sua dolce favella.

Talor risponde, e talor non fa motto.

Io, com'uom ch'erra e poi più dritto estima,

Dico a la mente mia: Tu se' ingannata:

Sai che 'n mille trecento quarant'otto,

Il dì sesto d'april, ne l'ora prima,

Del corpo uscìo quell'anima beata.

Son versi che voi sapete a mente, e potevo risparmiarmi di ripeterli; ma a far palese che la copia d'un quadro è cattiva, non c'è miglior modo del porla lì accanto al quadro stesso. E delle cose belle è sempre vero quel che il Petrarca diceva di Laura, non averla veduta ancora tante volte che non le trovasse bellezza nuova; e non volevo io, petrarchista fervente, lasciarmi sfuggire l'occasione di rammentare, innanzi a voi, uditorio intelligentissimo, il torto, il gran torto, che fa alla memoria d'un alto poeta chi lo confonde, nel biasimo e nel disprezzo insiem con la turba de' suoi ricantatori.

Dopo il Bembo, i ricantatori del Petrarca imperversarono, nel Veneto prima, di lì nel resto d'Italia, su tutti i toni; meglio e peggio, s'intende, secondo l'ingegno e l'arte di ciascuno. Imperversarono perchè è più facile copiare da una copia che da un originale. E a gente chenon voleva tanto esprimere l'animo suo quanto far opera di stile e di suono leggiadro, non è meraviglia piacessero, del Petrarca e del Bembo, piuttosto i difetti che i pregi; onde gli strani concetti e le antitesi a freddo; tutti i giochetti insomma del pensiero e della parola. Madonna ha un pappagallo? ecco il poeta pregare il vago augelletto dalle verdi piume a riferirgli quel che Madonna dirà; nè fin qui, salvo l'indiscrezione, è gran male; il male sta nel resto:

E parte dal soave e caldo lumeDe' suoi begli occhi l'ali tue difendi,Chè il fuoco lor (se, com'io fei, t'accendi)Non ombra o pioggia e non fontana o fiumeNè verno allentar può d'alpestri monti.

E parte dal soave e caldo lumeDe' suoi begli occhi l'ali tue difendi,Chè il fuoco lor (se, com'io fei, t'accendi)Non ombra o pioggia e non fontana o fiumeNè verno allentar può d'alpestri monti.

E parte dal soave e caldo lume

De' suoi begli occhi l'ali tue difendi,

Chè il fuoco lor (se, com'io fei, t'accendi)

Non ombra o pioggia e non fontana o fiume

Nè verno allentar può d'alpestri monti.

Il diluvio universale ci vorrebbe dunque per le ali d'un pappagallo! E Madonna “ghiaccio avendo i pensier suoi„ se la gode tranquilla dell'incendio degli altri. Non m'incolpate d'essere andato a scegliere l'esempio da un poeta dozzinale; l'autore, quasi mi vergogno a confessarlo, è uno de' migliori di quel secolo, è Giovanni Della Casa. Un altro autore, non illustre oggi, ma illustre allora, Luigi Groto, ci darà l'esempio tipico per le antitesi; rampolli tralignanti, anche questi, della Musa petrarchesca.

Se il cor non ho, com'esser può ch'io viva?E se non vivo, come l'ardor sento?Se l'amor m'ange, come ardo contento?Se contento ardo, il pianto onde deriva?S'ardo, ond'esce l'umor ch'a gli occhi arriva?Se piango, come il foco non è spento?Se non moro, a che ognor me ne lamento?E se moro, chi sempre mi ravviva?S'agghiaccio, come porto il foco in seno?

Se il cor non ho, com'esser può ch'io viva?E se non vivo, come l'ardor sento?Se l'amor m'ange, come ardo contento?Se contento ardo, il pianto onde deriva?S'ardo, ond'esce l'umor ch'a gli occhi arriva?Se piango, come il foco non è spento?Se non moro, a che ognor me ne lamento?E se moro, chi sempre mi ravviva?S'agghiaccio, come porto il foco in seno?

Se il cor non ho, com'esser può ch'io viva?

E se non vivo, come l'ardor sento?

Se l'amor m'ange, come ardo contento?

Se contento ardo, il pianto onde deriva?

S'ardo, ond'esce l'umor ch'a gli occhi arriva?

Se piango, come il foco non è spento?

Se non moro, a che ognor me ne lamento?

E se moro, chi sempre mi ravviva?

S'agghiaccio, come porto il foco in seno?

Mi fermo qui, ed è anche troppo per ciò che mi proponevo: mostrare in che modo cercassero sovente la poesia non nel pensiero, sì nel contrapposto delle parole. L'uno esempio e l'altro, quel del pappagallo e questo delle domande, ridevoli tutt'e due, scoprono il vizio esterno di grandissima parte della lirica petrarchesca rimessa a nuovo dal Bembo: l'esagerazione. Vizio esterno rispondente all'interno, che già v'indicai, della falsità. Se a chi sente non è facile, nell'esprimere il sentimento proprio, guardarsi dall'ingrandirlo, è impossibile, a chi dice diversamente da ciò che sente, guardarsi dalle spiritose invenzioni, come le chiamava Arlecchino, con frase di cui egli critico letterario non avrebbe saputo trovare una migliore per le bugie in rima di tutti i secoli. Perciò l'esagerazione, nei petrarchisti del Cinquecento, guasta anche quello che avrebbe potuto riuscire garbatamente. Un di loro vede la donna sua (Filli; notate il nome; l'Arcadia ha le radici, nelle rime idilliche e pastorali, fin lassù) Filli che innaffia il giardino. Oh finalmente! vien voglia di esclamare; ecco un po' d'aria aperta, ecco un atto colto dal vero, ecco un oggetto umile, l'innaffiatoio, che ottiene anch'esso, non a torto, un po' di luogo nella poesia, sia pure mascherato dacavo rame, e con un'elsa invece del semplice manico. Coraggio, o Celio Magno, o poeta gentiluomo; se sai vincere la difficoltà, noi vanteremo poi il tuo sonetto come un gaio annunzio dei Lieder di Volfango Goethe. Ah, dove mi va a cascare! I fiori non vogliono essere innaffiati; e dicono alla bella:

. . . . .tua man candida e tersaCessi l'onda spruzzar, chè noi ricreaSol la virtù che 'l tuo bel ciglio versa.

. . . . .tua man candida e tersaCessi l'onda spruzzar, chè noi ricreaSol la virtù che 'l tuo bel ciglio versa.

. . . . .tua man candida e tersa

Cessi l'onda spruzzar, chè noi ricrea

Sol la virtù che 'l tuo bel ciglio versa.

E così il Magno, che d'ingegno non mancava, corruppe miseramente altre poesie sue, di mossa ardita e promettente.

Sembrin le piume tue pungenti spineA chi 'l corpo ti crede e pace spera,Ingrato letto!

Sembrin le piume tue pungenti spineA chi 'l corpo ti crede e pace spera,Ingrato letto!

Sembrin le piume tue pungenti spine

A chi 'l corpo ti crede e pace spera,

Ingrato letto!

L'intonazione non potrebbe esser migliore: avrà fiato il poeta per arrivar fino in fondo? Non gli regge neppure a compiere la prima quartina:

. . . .e in te sanguigna schieraDi sozzi, avidi vermi il ciel destine.

. . . .e in te sanguigna schieraDi sozzi, avidi vermi il ciel destine.

. . . .e in te sanguigna schiera

Di sozzi, avidi vermi il ciel destine.

Il dir troppo è gran nemico del dir bene. Talvolta non si fermavano a tempo, tale altra s'indugiavano ne' preparativi. Un confratello del Magno, Orsatto Giustinian, chiude un sonetto di domande alle varie parti del corpo, con le risposte loro, a questo modo eccellente: ha un ritrovo con la donna sua, tra breve la rivedrà, la udirà parlare; e domanda al cuore:

Ma tu, cor, perchè vai così tremanteA tanta gioia? — Perch'io temo, lasso!Di perir per dolcezza a lei davante. —

Ma tu, cor, perchè vai così tremanteA tanta gioia? — Perch'io temo, lasso!Di perir per dolcezza a lei davante. —

Ma tu, cor, perchè vai così tremante

A tanta gioia? — Perch'io temo, lasso!

Di perir per dolcezza a lei davante. —

Prima di questa, buona, altre tre domande ci sono, agli occhi, agli orecchi, ai piedi:

Piedi, ond'è ch'or sì pronto avete il passo?— Perchè n'andremo a quelle luci sante,Ch'avrian virtù di far movere un sasso. —

Piedi, ond'è ch'or sì pronto avete il passo?— Perchè n'andremo a quelle luci sante,Ch'avrian virtù di far movere un sasso. —

Piedi, ond'è ch'or sì pronto avete il passo?

— Perchè n'andremo a quelle luci sante,

Ch'avrian virtù di far movere un sasso. —

Tutt'e tre veneti, il Groto, il Magno, il Giustinian; e da loro ho scelto, perchè il petrarchismo bembiano, chiamiamolo così, furoreggiò specialmente nel Veneto, auspici Girolamo Molin e Domenico Venier, che Bernardo Tasso, da loro beneficato, metteva poi insieme nel suoAmadigi:

Il Veniero e 'l Molin cui l'Indo e 'l MauroAmmira, e qual più fama e grido tiene.

Il Veniero e 'l Molin cui l'Indo e 'l MauroAmmira, e qual più fama e grido tiene.

Il Veniero e 'l Molin cui l'Indo e 'l Mauro

Ammira, e qual più fama e grido tiene.

E sembra lode comica; ma più comica quella del Venier per la morte del Bembo, in un sonetto apposito:

Per la morte del Bembo un sì gran piantoPiovea da gli occhi de l'umana gente.Ch'era per affogar veracemente,Come diluvio, il mondo in ogni canto.

Per la morte del Bembo un sì gran piantoPiovea da gli occhi de l'umana gente.Ch'era per affogar veracemente,Come diluvio, il mondo in ogni canto.

Per la morte del Bembo un sì gran pianto

Piovea da gli occhi de l'umana gente.

Ch'era per affogar veracemente,

Come diluvio, il mondo in ogni canto.

A questo modo, l'un l'altro, in vita e in morte, si celebravano tutti, anche se non si fossero veduti mai; anche se non conoscevano, del lodato, che un qualche povero sonetto di proposta; anche se nulla sapevano ch'egli avesse detto o fatto. I cimiteri, si sa, sono la reggia della Bugia; ma le fandonie scolpite sulle lapidi dall'amore o dalla riconoscenza han pure una ragione ed una scusa: ragione e scusa non hanno, nè verso la verità nè verso l'arte, gli encomii rimati dei più tra i cinquecentisti. Volevano, dovevano comporre versi; ogni occasione, ogni pretesto era buono. Posso qui fare a meno dell'esempio, perchè voi rammentate il sonetto di messer Buonincontro per la morte della duchessa d'Urbino, e la caricatura disse meglio che la verità non direbbe su que' trionfi di vane parole.

Quando erano stanchi di descrivere madonna, di supplicare madonna, di piangere madonna; quando non sapevano cui rispondere in rima, o chi celebrare; quando avevano finito, per quella volta, di lagnarsi seco stessi del tempo gittato via nelle vanità del mondo; due altri argomenti restavano loro: l'Italia e la fede; l'Italia decaduta ancella da donna di provincie; la fede di Cristo minacciata da Lutero e dai Turchi. Non che fosse tutta retorica: anzi, devo qui espressamente richiamarmi alla distinzione che stimai prudente di fare tra l'uomo e l'artista; l'uomo amava ed odiava veramente quando anche, nell'arte, si ostinava a mentire vestendo di colori falsi gli odii e gli amori suoi. E il sentimento della grandezzadella patria, quale un tempo era stata, doveva spesso scuotere gli animi, col balzare dai libri de' Latini, su cui si venivano fin da' primi anni educando; e il sentimento della fede doveva spesso muovere i cuori, allora che la Riforma sottraeva a Roma tanta parte d'Europa e il vessillo mussulmano correva le nostre marine, con tanto danno di rapimenti e di prede, con tanta minaccia di peggiori conquiste. Onde da un lato il fantasma dell'Impero che s'imponeva ancora alla coscienza italiana; dall'altro, le scomuniche, i tormenti, e l'ultimo sforzo vittorioso di Lepanto. Non solo v'era dunque, pure in ciò, materia altamente poetica; ma nella vita politica e nella religiosa durava e si manifestava non di rado poeticamente un sentimento verace. Ne facciano testimonianza i nomi di Francesco Burlamacchi e di Pietro Carnesecchi, morti ne' supplizi, l'uno per l'Italia, l'altro per la fede, con fermezza romana e cristiana. Se non che la patria, come accadeva dell'amore, soltanto di rado era cantata con rispondenza vera al sentimento del poeta, il quale parteggiava per Carlo, per Francesco, per Venezia, pel pontefice, soltanto nella vita; nell'arte non sapeva che volgersi quasi per esercizio di scuola, a quelle “antiche mura che ancor teme ed ama e trema il mondo„, che il Petrarca aveva salutate con lagrime nel grido della sua ammirazione. A guardar la cosa secondo politica, ben dicevano i tanti Lamenti sullo stato miserando d'Italia, e ben diceva il Venier. Così cominciava un Lamento, famoso a metà del secolo:

Io son l'afflitta Italia, anzi pur fui,Che piango la mia gloria in terra scesa,E doler mi vorrei, nè so di cui.Deh, poi ch'io non son forte a far difesa,Perchè non posso almen morire, e a un'oraFinir mia doglia e l'altrui rabbia accesa?

Io son l'afflitta Italia, anzi pur fui,Che piango la mia gloria in terra scesa,E doler mi vorrei, nè so di cui.Deh, poi ch'io non son forte a far difesa,Perchè non posso almen morire, e a un'oraFinir mia doglia e l'altrui rabbia accesa?

Io son l'afflitta Italia, anzi pur fui,

Che piango la mia gloria in terra scesa,

E doler mi vorrei, nè so di cui.

Deh, poi ch'io non son forte a far difesa,

Perchè non posso almen morire, e a un'ora

Finir mia doglia e l'altrui rabbia accesa?

E quasi con le stesse parole il Venier:

Mentre, misera Italia, in te divisaDa strane genti ogni soccorso attendi,Contra te stessa in man la spada prendi,E vinca o perda, hai te medesma uccisa.

Mentre, misera Italia, in te divisaDa strane genti ogni soccorso attendi,Contra te stessa in man la spada prendi,E vinca o perda, hai te medesma uccisa.

Mentre, misera Italia, in te divisa

Da strane genti ogni soccorso attendi,

Contra te stessa in man la spada prendi,

E vinca o perda, hai te medesma uccisa.

Ma nè questi erano versi buoni, nè poteva la considerazione politica (fosse pure, come qui è, piena di rammarico e di mestizia) procacciare di per sè sola un'alta poesia patriottica. Quanto alla fede, le toccò meno ancora che alla patria; e ripensando alle condizioni nostre nel secolo decimosesto, nessuno ne stupirà. Del papato ci curavamo, istituzione mondana; della Riforma germanica avemmo terrore o sogghignammo; nè il concilio di Trento durò fatica tra noi a piegare nella disciplina apparente le forze della fede vivace. Perchè la poesia politica potesse rinnovarsi, convenne che l'Italia si destasse, sotto la voce aspra di Vittorio Alfieri, e nelle scosse de' nuovi invasori; perchè potesse innovarsi la poesia religiosa, convenne che il filantropismo del Voltaire rinfrescasse i precetti di Cristo negli Inni sacri di Alessandro Manzoni.

Non vorrei sembrarvi Minosse, che esamina le colpe in sull'entrata, e giudica e manda secondo che avvinghia; così io, nel condannare alla spiccia que' poveri lirici, tutti quanti. Se in cambio d'un'occhiata generale avessi agio di dare insieme con voi a ciascuno di loro particolarmente l'attenzione debita, saremmo indotti, non è dubbio, a distinzioni ed eccezioni: perchè il Tansillo, Galeazzo di Tarsia, il Rota, Angelo di Costanzo, per l'Italia meridionale, il Guidiccioni e il Della Casa per la centrale, il Molza per la settentrionale, e la schiera gentiledelle poetesse, la Colonna, la Stampa, la Gambara, per tacere di troppi altri e di alcune altre, hanno ciascuno fattezze proprie, e meriterebbero censure e lodi appropriate. Ma ben può dirsi che nessuno, neppure il Tansillo, ch'è forse di tutti il migliore, seppe infondere durevolmente spiriti nuovi alla decrepita poesia petrarchesca, vanamente rimbellettata dal Bembo. Oggi, per l'arte, non si può attribuire importanza vera se non a ciò che rientra nello svolgimento de' generi letterari fino al capolavoro; sia esso stato prodotto in quella o in questa parte del mondo civile. Con uno scambio continuo d'imitazione le genti europee alle quali si aggiunsero di recente le sorelle d'America, collaborano tutte ad una grande arte comune; e il poeta dell'una è gioia e gloria di tutte, non solo perchè tutte lo ammirano, ma perchè possono secondo i casi vantarsi tutte di averlo più o meno efficacemente preparato e vaticinato. Shakespeare è un frutto del Rinascimento che mosse da noi; Molière non sarebbe stato senza la commedia letteraria nostra e senza quella, pur nostra, che fu detta dell'arte; i Promessi Sposi non potevano sorgere se la Scozia non avesse dato Gualtiero Scott al romanzo storico. Ora in questo nobile avvicendamento, la lirica petrarchesca del Cinquecento ha troppo lieve importanza: imitata fu anch'essa, perchè l'arte nostra, levigata dal Rinascimento, precedeva e ammaestrava le altre più recenti; imitata fu, ma non recò sangue nuovo nella poesia europea; e chi la guardi, con occhio medico, quale si presenta nell'insieme de' sintomi, riconosce subito che sangue nuovo non poteva darne, perchè ella stessa si moriva d'anemia.

Quel che è peggio, moriva tra gl'improperii e gli sghignazzamenti d'una turba sguaiata, che le aizzavano contro Pietro Aretino e Nicolò Franco; incapaci d'un'alta parodia estetica, quale fu poi pe' romanzi il romanzo del Cervantes, ma capacissimi di satire mordaci. Garbo nonebbe forse che un poeta vero, il Berni; dico in tali battaglie contro il petrarchismo; il Berni, di cui rammentai il sonetto sulle bellezze della donna sua, e che chiudeva così in pochi versi la sentenza giusta e ragionata, contrapponendo ai pedissequi del Petrarca Michelangelo Buonarroti, poeta vero anche lui:

Ho visto qualche sua composizione:Sono ignorante, e pur direi d'avelleLette tutte nel mezzo di Platone;Sì, ch'egli è nuovo Apollo e nuovo Apelle:Tacete unquanco, pallide viole,E liquidi cristalli e fere snelle;Ei dice cose, e voi dite parole.

Ho visto qualche sua composizione:Sono ignorante, e pur direi d'avelleLette tutte nel mezzo di Platone;Sì, ch'egli è nuovo Apollo e nuovo Apelle:Tacete unquanco, pallide viole,E liquidi cristalli e fere snelle;Ei dice cose, e voi dite parole.

Ho visto qualche sua composizione:

Sono ignorante, e pur direi d'avelle

Lette tutte nel mezzo di Platone;

Sì, ch'egli è nuovo Apollo e nuovo Apelle:

Tacete unquanco, pallide viole,

E liquidi cristalli e fere snelle;

Ei dice cose, e voi dite parole.

Questo unico poteva essere il rimedio; in ciò soltanto la guarigione. Ma a dir cose non basta, nell'arte, la buona volontà; bisogna averle nel pensiero, sentirle entro sè, saperle esprimere in modo che appariscano cose anche agli altri. Per ciò, fu tentativo inefficace, sebbene lodevole, quello del Della Casa e del Guidiccioni che, sperando migliorare la musica, si contentarono di riaccordare l'istrumento. Il Petrarca, come nel resto dell'arte sua, era stato anche nei metri non tanto inventore quanto purificatore; che è, del resto, legge costante nei grandissimi e perfetti per tutti i generi e per tutte le forme estetiche: non si era valso che della canzone e del sonetto semplice, con qualche sestina, qualche ballata, qualche madrigale; e la scelta severa fu dalla riforma del Bembo consacrata agli imitatori. Di più, in quei metri stessi, l'orecchio squisito del maestro aveva fissate le pause, con rispondenza continua tra il ritmo e la sintassi, il suono ed il pensiero: da ciò, come accade, la monotonia de' seguaci. Onde dovè apparire al Della Casa un gran fatto quando osò, contro le pause determinate dagli esemplari e dall'uso, svolgere i suoi periodi, nelsonetto, dall'una all'altra quartina, dalle quartine nelle terzine, e rompere il verso con quello che i romantici francesi chiamarono, in una riforma consimile, glienjambements.

O dolce selva solitaria, amicaDe' miei pensieri sbigottiti e stanchi,Mentre Borea ne' dì torbidi e manchiD'orrido giel l'aere e la terra implica;E la tua verde chioma ombrosa, antica,Come la mia par d'ogn'intorno imbianchi;Or che 'n vece di fior vermigli e bianchi,Ha neve e ghiaccio ogni tua piaggia aprica;A questa breve e nubilosa luceVo ripensando, che m'avanza; e ghiaccioGli spirti anch'io sento e le membra farsi:Ma più di te dentro e dintorno agghiaccio;Chè più crudo Euro a me mio verno adduce,Più lunga notte, o di più freddi e scarsi.

O dolce selva solitaria, amicaDe' miei pensieri sbigottiti e stanchi,Mentre Borea ne' dì torbidi e manchiD'orrido giel l'aere e la terra implica;E la tua verde chioma ombrosa, antica,Come la mia par d'ogn'intorno imbianchi;Or che 'n vece di fior vermigli e bianchi,Ha neve e ghiaccio ogni tua piaggia aprica;A questa breve e nubilosa luceVo ripensando, che m'avanza; e ghiaccioGli spirti anch'io sento e le membra farsi:Ma più di te dentro e dintorno agghiaccio;Chè più crudo Euro a me mio verno adduce,Più lunga notte, o di più freddi e scarsi.

O dolce selva solitaria, amica

De' miei pensieri sbigottiti e stanchi,

Mentre Borea ne' dì torbidi e manchi

D'orrido giel l'aere e la terra implica;

E la tua verde chioma ombrosa, antica,

Come la mia par d'ogn'intorno imbianchi;

Or che 'n vece di fior vermigli e bianchi,

Ha neve e ghiaccio ogni tua piaggia aprica;

A questa breve e nubilosa luce

Vo ripensando, che m'avanza; e ghiaccio

Gli spirti anch'io sento e le membra farsi:

Ma più di te dentro e dintorno agghiaccio;

Chè più crudo Euro a me mio verno adduce,

Più lunga notte, o di più freddi e scarsi.

Bel sonetto; ma più bello nel suono che nel concetto, e non senza peccato di ridondanza nello stile. E poi, fossero pur perfetti questo e l'altro al Sonno

O Sonno, o de la queta umida ombrosaNotte, placido, figlio.

O Sonno, o de la queta umida ombrosaNotte, placido, figlio.

O Sonno, o de la queta umida ombrosa

Notte, placido, figlio.

pochi sonetti e poche canzoni armonicamente temprate, non basterebber a far poeta il Della Casa, che fu soltanto un artista, non di rado, felice. E valga, ciò che dico di lui, anche pel Guidiccioni, e per gli altri della scuola loro: alla quale il massimo onore fu fatto da Torquato Tasso, che nella lirica vi militò da per suo. Ma neppure Torquato (sul quale meglio ch'io non saprei vi parlò il Nencioni, e ciò mi scusi se accenno a lui così di passaggio) neppure Torquato fu lirico rinnovatore. Infuse, è vero, talvolta la gentile anima sua nel sonetto e nella canzone, con effetti mirabili; cesellò madrigali finissimi;ma quelle sue rime buone mischiò fra troppe altre lambiccate in servigio de' signori e delle signore, o a loro sollazzo, con sì poca serietà artistica che non di rado, contro il precetto del Vangelo, fece servire a due padroni un componimento medesimo. Nondimeno, dove fu schietto, anche in quella ultima maniera della lirica petrarchesca riuscì grande; perchè grande era l'anima sua di poeta: e se la lode allo Stigliani è pur essa un tristo esempio della mala fede con la quale si celebravano l'un l'altro a vicenda.

Stiglian, quel canto onde ad Orfeo similePuoi placar l'ombre dello stigio regno,Suona tal che ascoltando ebro ne vegno,Ed aggio ogni altro e più 'l mio stesso a vile,

Stiglian, quel canto onde ad Orfeo similePuoi placar l'ombre dello stigio regno,Suona tal che ascoltando ebro ne vegno,Ed aggio ogni altro e più 'l mio stesso a vile,

Stiglian, quel canto onde ad Orfeo simile

Puoi placar l'ombre dello stigio regno,

Suona tal che ascoltando ebro ne vegno,

Ed aggio ogni altro e più 'l mio stesso a vile,

come dolcemente suonano invece in sospiro gli ultimi versi dello stesso sonetto, dopo l'incoraggiamento al giovane che salga l'aspro Elicona!

Ivi pende mia cetra ad un cipresso:Salutala in mio nome, e dàlle avvisoCh'io son da gli anni e da Fortuna oppresso.

Ivi pende mia cetra ad un cipresso:Salutala in mio nome, e dàlle avvisoCh'io son da gli anni e da Fortuna oppresso.

Ivi pende mia cetra ad un cipresso:

Salutala in mio nome, e dàlle avviso

Ch'io son da gli anni e da Fortuna oppresso.

E così sempre quando parlò di sè e de' casi suoi, o quando in argomento degno si volse da gentiluomo, con un cotal suo garbo di libera devozione, ai principi onde era beneficato, alle dame che ammirava e che amava. Meglio ancora nei cori dell'Aminta; dove la sua naturale mestizia, che direi volentieri di epicureo, se non fosse voce abusata in senso non buono, si compiacque di tutta la dolcezza ch'è nel rimpianto; nel rimpianto ai tempi favolosi dell'età dell'oro, quando l'Amore non aveva da contrastare con l'Onore, e tra le erbe fiorite, senza sospetti nè rimorsi,

Sedean pastori e ninfeMeschiando a le paroleVezzi e sussurri, ed ai sussurri i baciStrettamente tenaci.

Sedean pastori e ninfeMeschiando a le paroleVezzi e sussurri, ed ai sussurri i baciStrettamente tenaci.

Sedean pastori e ninfe

Meschiando a le parole

Vezzi e sussurri, ed ai sussurri i baci

Strettamente tenaci.

Amiamo, concludeva catullianamente il voluttuoso poeta della corte estense, che a mano a mano doveva macerarsi e distruggersi, combattendo sè stesso con gli scrupoli religiosi, combattendo l'arte sua con gli scrupoli critici:

Amiam, chè non ha treguaCon gli anni umana vita, e si dilegua.Amiam, chè 'l Sol si muore, e poi rinasce:A noi sua breve luceS'asconde, e 'l sonno eterna morte adduce.

Amiam, chè non ha treguaCon gli anni umana vita, e si dilegua.Amiam, chè 'l Sol si muore, e poi rinasce:A noi sua breve luceS'asconde, e 'l sonno eterna morte adduce.

Amiam, chè non ha tregua

Con gli anni umana vita, e si dilegua.

Amiam, chè 'l Sol si muore, e poi rinasce:

A noi sua breve luce

S'asconde, e 'l sonno eterna morte adduce.

L'arte del Tasso, per la sterminata ammirazione che suscitò, ebbe molta parte a determinare la poesia del Seicento: ma, come nella Gerusalemme così nella lirica, egli, anzi che indurre a forme nuove, chiuse e consacrò forme antiche. Con lui morì il poema epico-romanzesco, con lui morì la lirica petrarchesca. Quel molto di vitale che egli trasse dall'anima sua, anima di uomo e di poeta moderno, e depose in quelle nobili forme, non germogliò se non quando ne fu tratto fuori, e in altre forme ridestato: a quel modo che si narra dei chicchi di grano rimasti inerti ne' secoli entro il chiuso delle Piramidi; che, ridonati alla terra ed al sole, germogliarono vivi.

Cerchiamo altrove i principii delle forme nuove, della lirica nuova. E perchè il tempo stringe, mettiamo subito da parte ciò che il Cinquecento, fuor della lirica petrarchesca, ebbe di eccellente in sè, ma senza accenni all'avvenire: l'elegia in terza rima dell'Ariosto, il poemettoin ottava rima del Molza. Destinato a farvi da guida per una Galleria men buona ma più lunga di quella degli Uffizi, con l'obbligo di farvela correre tutta in un termine prestabilito, voi non potreste senza ingiustizia rimproverarmi, o signori, ch'io non vi lasci il tempo d'ammirare, il tempo di respirare: ne soffro più di voi pensando che sono costretto, in qualsiasi modo, a spiacervi. Si passi dunque da una sala all'altra, dalla Scuola petrarchesca, alla scuola classicheggiante. Non vi aspettate miracoli: in quella trovammo le prove estreme d'una maniera invecchiata, abbiamo in questa le prime prove d'una maniera troppo giovane ancora.

O come virtute ben posasi in alta Colonna!O come chiaro nome, salda Colonna, m'hai!Or qual sostegno come questo poteva trovareVirtù? qual'ombra, qual riposato nido?Or qual caro dono più che virtude poteaA te dintorno porsi, Colonna sacra?Degna è la virtù di te, alta onorata Colonna;Tu de la virtude degna Colonna sei....

O come virtute ben posasi in alta Colonna!O come chiaro nome, salda Colonna, m'hai!Or qual sostegno come questo poteva trovareVirtù? qual'ombra, qual riposato nido?Or qual caro dono più che virtude poteaA te dintorno porsi, Colonna sacra?Degna è la virtù di te, alta onorata Colonna;Tu de la virtude degna Colonna sei....

O come virtute ben posasi in alta Colonna!

O come chiaro nome, salda Colonna, m'hai!

Or qual sostegno come questo poteva trovare

Virtù? qual'ombra, qual riposato nido?

Or qual caro dono più che virtude potea

A te dintorno porsi, Colonna sacra?

Degna è la virtù di te, alta onorata Colonna;

Tu de la virtude degna Colonna sei....

Non vi spaventate: mi fermo qui. Nel 1441 l'Amicizia, per opera di Leonardo Dati, era scesa dal cielo nella nostra Santa Maria del Fiore, a mostrare, nel così detto Certame coronario, l'eccellenza del volgare nostro, capace di emulare il latino con le armi sue stesse, cioè con gli esametri, i pentametri, i saffici, e via dicendo. Ma per allora i nuovi metri, sebbene li sperimentasse anche Leon Battista Alberti, non ebbero nè molti nè ostinati cultori; e soltanto nel 1539, col libroVersi et regole de la nuova poesia toscana, Claudio Tolomei e i suoi amici e seguaci li presentarono al pubblico di tutta Italia arditamente. Già vi dissi: il liuto del Petrarca, a forza di sonarvi su, era tutto scordato; mentre alcuni cercavano riaccordarlo, questi altri tentavano rimettereinvece in onore l'antica lira. L'intendimento, a parer mio, era buono; l'esecuzione fu pessima: il libro del 1539 è tutto pieno di versi sul genere di quelli che avete ora saggiati in lode di monsignor Francesco Colonna, che in sua casa ospitava l'Accademia della Virtù fondata dal Tolomei. Perchè imitavano i latini, credevano costoro di poter dai latini dedurre non soltanto il ritmo apparente dei versi antichi, quale resulta a noi barbari dagli accenti delle parole, ma quello altresì sostanziale della quantità relativa delle sillabe. Non basta; stimavano lecito nei versi all'antica sforzare all'antica la sintassi nostra, troppo più che non avrebbero fatto nei versi di tradizione italiana. Onde un viluppo spinoso di suoni dal quale soltanto una poesia alta e altamente espressa avrebbe potuto balzare a ogni costo incolume, se pure non senza sgraffiature. Ma poesia alta non avevano essi in sè, più de' confratelli petrarchisti, nè altamente esprimevano, più di loro, quel che avevano dentro l'animo. Uno de' più politi cinquecentisti, Dionigi Atanigi, ebbe il coraggio di volgersi al Tolomei in questo bel modo:


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