VI.

Pastor famoso e degno di gloriaChe d'alti sensi e d'unico stil raroVinci o pareggi quanti AteneViddene con Roma più lodati:Per te si pregia l'inclita patria,Per te s'adorna d'ogni valor vero:Tu primo scorgi in quella l'almeMuse da' colli latini tolte;Onde gli etruschi carmi divengonoPiù gravi ed alti, e fuor di viottoliImparano anch'essi vagandoGirsene per la diritta strada.

Pastor famoso e degno di gloriaChe d'alti sensi e d'unico stil raroVinci o pareggi quanti AteneViddene con Roma più lodati:Per te si pregia l'inclita patria,Per te s'adorna d'ogni valor vero:Tu primo scorgi in quella l'almeMuse da' colli latini tolte;Onde gli etruschi carmi divengonoPiù gravi ed alti, e fuor di viottoliImparano anch'essi vagandoGirsene per la diritta strada.

Pastor famoso e degno di gloria

Che d'alti sensi e d'unico stil raro

Vinci o pareggi quanti Atene

Viddene con Roma più lodati:

Per te si pregia l'inclita patria,

Per te s'adorna d'ogni valor vero:

Tu primo scorgi in quella l'alme

Muse da' colli latini tolte;

Onde gli etruschi carmi divengono

Più gravi ed alti, e fuor di viottoli

Imparano anch'essi vagando

Girsene per la diritta strada.

Credeva di fare, a questo bel modo, un'alcaica! quel metro, cioè, che, ripreso dall'arte di Giosuè Carducci, suona a' giorni nostri così:

Salve, dea Roma! Chinato a i ruderiDel Foro, io segno con dolci lacrimeE adoro i tuoi sparsi vestigi,Patria diva, santa genitrice.Son cittadino per te d'Italia,Per te poeta, madre di popoli,Che desti il tuo spirito al mondo,Che Italia improntasti di tua gloria.

Salve, dea Roma! Chinato a i ruderiDel Foro, io segno con dolci lacrimeE adoro i tuoi sparsi vestigi,Patria diva, santa genitrice.Son cittadino per te d'Italia,Per te poeta, madre di popoli,Che desti il tuo spirito al mondo,Che Italia improntasti di tua gloria.

Salve, dea Roma! Chinato a i ruderi

Del Foro, io segno con dolci lacrime

E adoro i tuoi sparsi vestigi,

Patria diva, santa genitrice.

Son cittadino per te d'Italia,

Per te poeta, madre di popoli,

Che desti il tuo spirito al mondo,

Che Italia improntasti di tua gloria.

Dopo i quali versi io non oserei davvero recarne altri a documento della scuola del Tolomei. Meglio dell'alcaica trattarono, di rado, la saffica, quasi sempre il distico elegiaco; ma tutta la raccolta dei versi barbari (chiamiamoli pur così, chè se lo meritano!) non offerse alla lirica nostra un'ode sola di che possa vantarsi. Gli esempii buoni cominciarono soltanto con Gabriello Chiabrera, che non fu grande anima di poeta, bensì fu artista di arditi intendimenti e di eleganze squisite. Se non che il Chiabrera, sebbene nato nel 1554, appartiene nei modi e nell'efficacia dell'opera sua piuttosto al decimosettimo che al secolo decimosesto; come Ottavio Rinuccini che, insieme con lui, mirando da un lato ai Greci, dall'altro ai Francesi, iniziò il melodramma a imitazione di quelli, e la canzonetta leggiera, melodica, variata di rime in parole tronche, a imitazione di questi. Dei metri barbari uno solo riuscì nel Cinquecento a tale bontà da vincere la forza della tradizione e ottenere la cittadinanza italiana: il metro dell'Eneide del Caro, del Giorno del Parini, dei Sepolcri del Foscolo, delle Ricordanze del Leopardi: l'endecasillabo sciolto.

La canzonetta alla francese non durò fatica a vincere, con le altre forme, il pindarismo arcaico, preparato da quel critico egregio e poeta miserrimo che fu il Trissino, e proseguito da Luigi Alamanni; anche perchè fe' sua l'imitazione d'Anacreonte. Le odicine che vanno a torto sotto il nome del vecchio di Teo, furono edite per laprima volta nel 1554; e subito imitate in Francia dalla scuola di Pietro Ronsard. Che piacere dovè essere per quegli avi nostri, tediati a morte dalla gravità concettosa della lirica medievale ne' suoi ultimi sforzi, leggere le invenzioncelle minuscole, in versi brevi, tutti rose, pampani, colombe ed Amori! Le credevano opera di pura classicità; e ciò faceva legittima e rinfocolava l'ammirazione. Anche gli antichi dunque non si erano sempre dilettati della poesia noiosa, e si poteva dunque imitarli in un genere che fosse di sollievo alla mente e all'orecchio! Ma i nostri, nel secolo decimosesto, non osarono andare oltre, la parafrasi nelle forme medievali del sonetto e della canzone, o al più nella forma nuova dell'ode oraziana.

Quello che accadeva ad Anacreonte, era accaduto ad Orazio, tradotto in sonetti e canzoni. Innanzi di vestirlo di panni a lui convenienti, gli avevano cacciato addosso, per forza, la tonaca e il cappuccio del canonico messer Francesco Petrarca: strane vesti, di cui da buon pagano si vergognava, senza aver troppa consolazione del vedersi accanto camuffati a quel modo Tibullo e Properzio. Qualche anima buona pensò poi a trarlo di lì, e gli procacciò un abito tagliato alla peggio, come si potè allora, sull'uso antico: non che Orazio ci si sentisse a suo agio e si lodasse del sarto, ma insomma e' non faceva più ridere le brigate. Codeste anime buone furono, nell'intenzione, il Trissino; nell'esecuzione, Bernardo Tasso, padre di Torquato, e Benedetto Del Bene, con più altri, traduttori e imitatori. Onde le strofe brevi di endecasillabi e settenarii rimati, disgiunte l'una dall'altra, le strofe che saranno poi care a Giuseppe Parini, e perfette per virtù di lui; e con le strofe nuove, rinnovati di sull'antico i motivi della lirica encomiastica, convivale, amorosa, mordace. Anche in ciò non vi debbo nascondere che non poco giovò l'esempio del Ronsard; dal quale il Del Benesi lagnava non essere ricambiato delle lodi che gli aveva profuse.

Ecco un esempio, singolare, di questa lirica neo-oraziana; e ce l'offre il Del Bene medesimo in un'odeAd un signore vecchio innamorato, che non riusciva a fare innamorare la bella: l'ode, dopo altri ammonimenti, chiude così, invitando costui a dimenticare tutto nel vino:

Invan con lieti panniEt oscurato peloTi sforzi ogn'or de gli anniVelar le nevi e quell'arido geloChe non si scioglie al varïar del cielo.Lascia di mirto omaiAd altri la corona,E de' tuoi giorni gaiSendo omai giunto a vespro, non che a nona,D'edera le tue chiome orna e corona,E di grato liquoreCingi la mensa e ingombra,Ivi obliando Amore.

Invan con lieti panniEt oscurato peloTi sforzi ogn'or de gli anniVelar le nevi e quell'arido geloChe non si scioglie al varïar del cielo.Lascia di mirto omaiAd altri la corona,E de' tuoi giorni gaiSendo omai giunto a vespro, non che a nona,D'edera le tue chiome orna e corona,E di grato liquoreCingi la mensa e ingombra,Ivi obliando Amore.

Invan con lieti panni

Et oscurato pelo

Ti sforzi ogn'or de gli anni

Velar le nevi e quell'arido gelo

Che non si scioglie al varïar del cielo.

Lascia di mirto omai

Ad altri la corona,

E de' tuoi giorni gai

Sendo omai giunto a vespro, non che a nona,

D'edera le tue chiome orna e corona,

E di grato liquore

Cingi la mensa e ingombra,

Ivi obliando Amore.

Ma queste voci vivaci son troppo rare nella lirica sì di Benedetto Del Bene, sì degli altri oraziani. Anch'essi nè sentivano dentro di sè le sacre fiamme della poesia, nè seppero destare e alimentare con arte sottile quel po' di brace accesa che avevano. Iniziarono: nulla più.

Ci è lecito ormai voltarci addietro e chiudere in uno sguardo solo la via faticosa per la quale salimmo. Nel secolo decimosesto l'Italia non ebbe una lirica tale di che possa vantarsi nel cospetto delle sorelle europee. Due scuole vi si provarono: ma l'una, di derivazione medievale, che venerava nume protettore il Petrarca, e onorava sommo sacerdote di lui in terra Pietro Bembo, non diè frutto perchè senilmente fiacca; l'altra, nata dal Rinascimento, si divise in due, e non diè frutto perchè, nella prima gioventù, troppo gracile ancora. Lavecchia pianta, sorretta con artificii dal Della Casa, potè nondimeno sbocciar fiori un'ultima volta nelle liriche di Torquato Tasso: la pianta giovine mise sotterra le radici, per merito del Tolomei, di Bernardo Tasso, del Chiabrera, del Rinuccini; e ne sorsero poi con rigoglio stupendo la canzonetta melica del secolo scorso, le odi del Parini, le odi barbare del Carducci.

Nella decadenza del vecchio, nella preparazione del nuovo, s'intende come ben poco avemmo che abbia importanza oltre la storia. Ma la poesia non era morta nella vita: quante volte l'arte ebbe il coraggio di rappresentarla schiettamente, tante riapparve, così nelle forme vecchie come nelle nuove, e ci commuove pur oggi. Cose non parole diceva Michelangelo; e ne' suoi versi duri palpita ancora il suo gran cuore per gli alti ideali dell'amore, della patria, dell'arte: egli a Dante risaliva, su dal petrarchismo, e Dante riabbracciava con ardore di concittadino e di confratello:

Di Dante mal fur l'opre conosciuteE 'l bel desio, da quel popolo ingratoChe solo ai giusti manca di salute.Pur foss'io tal! Ch'a simil sorte nato,Per l'aspro esilio suo con la virtute,Darei del mondo il più felice stato.

Di Dante mal fur l'opre conosciuteE 'l bel desio, da quel popolo ingratoChe solo ai giusti manca di salute.Pur foss'io tal! Ch'a simil sorte nato,Per l'aspro esilio suo con la virtute,Darei del mondo il più felice stato.

Di Dante mal fur l'opre conosciute

E 'l bel desio, da quel popolo ingrato

Che solo ai giusti manca di salute.

Pur foss'io tal! Ch'a simil sorte nato,

Per l'aspro esilio suo con la virtute,

Darei del mondo il più felice stato.

Un sentimento vero moveva l'Alamanni esule a riaffacciarsi dalle Alpi sulle terre d'Italia; e per ciò diceva anch'egli cose e non parole:

Io pur, la Dio mercè, rivolgo il passoDopo il sest'anno a rivederti almeno,Superba Italia, poi che starti in senoDal barbarico stuol m'è tolto, ahi lasso!E con gli occhi dolenti e 'l viso bassoSospiro e inchino il mio natio terreno,Di dolor, di timor, di rabbia pieno,Di speranza, di gioia, ignudo e casso.Poi ritorno a calcar l'Alpi nevose.

Io pur, la Dio mercè, rivolgo il passoDopo il sest'anno a rivederti almeno,Superba Italia, poi che starti in senoDal barbarico stuol m'è tolto, ahi lasso!E con gli occhi dolenti e 'l viso bassoSospiro e inchino il mio natio terreno,Di dolor, di timor, di rabbia pieno,Di speranza, di gioia, ignudo e casso.Poi ritorno a calcar l'Alpi nevose.

Io pur, la Dio mercè, rivolgo il passo

Dopo il sest'anno a rivederti almeno,

Superba Italia, poi che starti in seno

Dal barbarico stuol m'è tolto, ahi lasso!

E con gli occhi dolenti e 'l viso basso

Sospiro e inchino il mio natio terreno,

Di dolor, di timor, di rabbia pieno,

Di speranza, di gioia, ignudo e casso.

Poi ritorno a calcar l'Alpi nevose.

Non mentiva il Guidiccioni, quando al tempo del sacco di Roma, rammentava le glorie del passato dinanzi alla enorme miseria del presente; e per ciò il rimpianto gli usciva facondo dal labbro:

Tal, così ancella, maestà riserbi,E sì dentro al mio cor suona il tuo nome,Ch'i' tuoi sparsi vestigi inchino e adoro.Che fu a vederti in tanti onor superbiSeder reina, e 'ncoronata d'oroLe glorïose e venerabil chiome?

Tal, così ancella, maestà riserbi,E sì dentro al mio cor suona il tuo nome,Ch'i' tuoi sparsi vestigi inchino e adoro.Che fu a vederti in tanti onor superbiSeder reina, e 'ncoronata d'oroLe glorïose e venerabil chiome?

Tal, così ancella, maestà riserbi,

E sì dentro al mio cor suona il tuo nome,

Ch'i' tuoi sparsi vestigi inchino e adoro.

Che fu a vederti in tanti onor superbi

Seder reina, e 'ncoronata d'oro

Le glorïose e venerabil chiome?

Non mentiva Vittoria Colonna, quando nel piangere il marito lo ricordava ne' suoi trionfi e ne' ritorni felici; ricordava di averlo pregato a narrarle le venture sofferte e i rischi e le ferite:

Vinto da' prieghi miei, poi mi mostravaLe belle cicatrici, e 'l tempo e 'l modoDe le vittorie sue tante e sì chiare.Quanta pena or mi dà, gioia mi dava;E in questo e in quel pensier piangendo godoTra poche dolci e assai lagrime amare.

Vinto da' prieghi miei, poi mi mostravaLe belle cicatrici, e 'l tempo e 'l modoDe le vittorie sue tante e sì chiare.Quanta pena or mi dà, gioia mi dava;E in questo e in quel pensier piangendo godoTra poche dolci e assai lagrime amare.

Vinto da' prieghi miei, poi mi mostrava

Le belle cicatrici, e 'l tempo e 'l modo

De le vittorie sue tante e sì chiare.

Quanta pena or mi dà, gioia mi dava;

E in questo e in quel pensier piangendo godo

Tra poche dolci e assai lagrime amare.

Nè Gaspara Stampa mentiva quando osava confessare nel verso di aver ceduto all'amore che, vilipeso, la uccise; e si volgeva al suo Collatino, e lo confortava a lasciare le guerre. A che guerreggiare, se si può vivere amando?

Perchè tante fatiche e tanti stentiFan la vita più dura, e tanti onoriRestan per morte subito spenti.Qui coglieremo a tempo e rose e fioriEd erbe e frutti, e con dolci concentiCanterem con gli uccelli i nostri amori.

Perchè tante fatiche e tanti stentiFan la vita più dura, e tanti onoriRestan per morte subito spenti.Qui coglieremo a tempo e rose e fioriEd erbe e frutti, e con dolci concentiCanterem con gli uccelli i nostri amori.

Perchè tante fatiche e tanti stenti

Fan la vita più dura, e tanti onori

Restan per morte subito spenti.

Qui coglieremo a tempo e rose e fiori

Ed erbe e frutti, e con dolci concenti

Canterem con gli uccelli i nostri amori.

Ma anche più schietta di loro, nella percossa immediata e recente, riuscì Barbara Torelli; e il suo sonetto è per ciò la miglior poesia ch'io mi sappia di donna italiana. Era vedova; amava un gentil cavaliere e poeta, Ercole Strozzi; ma lei desiderava e voleva Alfonso duca di Ferrara, il marito di Lucrezia Borgia. Per sottrarla alla insistenza del duca, lo Strozzi la sposò; e tredici giorni dopo, una mattina, fu trovato per terra, con aperte le canne della gola, e ventidue ferite su la persona. Non fu fatto processo di sorta. La Torelli, mentre tutti tacevano si alzò vendicatrice del suo diletto, e additò, chè non poteva nominarlo, l'assassino:

Spenta è d'Amor la face, il dardo è rottoE l'arco e la faretra e ogni sua possa,Poi c'ha morte crudel la pianta scossaA la cui ombra cheta io dormia sotto.Deh, perchè non poss'io la breve fossaSeco entrar dove hallo il destin condotto,Colui che a pena cinque giorni et ottoAmor legò pria de la gran percossa?Vorrei col foco mio quel freddo ghiaccioIntepidire, e rimpastar col piantoLa polve, e ravvivarla a nuova vita.E vorrei poscia baldanzosa e arditaMostrarlo a lui che ruppe il caro laccio,E dirgli: Amor, mostro crudel, può tanto!

Spenta è d'Amor la face, il dardo è rottoE l'arco e la faretra e ogni sua possa,Poi c'ha morte crudel la pianta scossaA la cui ombra cheta io dormia sotto.Deh, perchè non poss'io la breve fossaSeco entrar dove hallo il destin condotto,Colui che a pena cinque giorni et ottoAmor legò pria de la gran percossa?Vorrei col foco mio quel freddo ghiaccioIntepidire, e rimpastar col piantoLa polve, e ravvivarla a nuova vita.E vorrei poscia baldanzosa e arditaMostrarlo a lui che ruppe il caro laccio,E dirgli: Amor, mostro crudel, può tanto!

Spenta è d'Amor la face, il dardo è rotto

E l'arco e la faretra e ogni sua possa,

Poi c'ha morte crudel la pianta scossa

A la cui ombra cheta io dormia sotto.

Deh, perchè non poss'io la breve fossa

Seco entrar dove hallo il destin condotto,

Colui che a pena cinque giorni et otto

Amor legò pria de la gran percossa?

Vorrei col foco mio quel freddo ghiaccio

Intepidire, e rimpastar col pianto

La polve, e ravvivarla a nuova vita.

E vorrei poscia baldanzosa e ardita

Mostrarlo a lui che ruppe il caro laccio,

E dirgli: Amor, mostro crudel, può tanto!

Nulla di più alto di questo immaginato miracolo d'amore: in faccia all'odio che distrusse, amore restituisce la vita e gliela ostenta con un grido di felicità, ch'è vendetta e castigo. Così talvolta la poesia della vita faceva anch'ella un miracolo d'amore, risuscitando le voci dell'arte.

E poesia, come l'amore, è l'indignazione; dalla quale il Berni traeva versi come quelli contro il Malatesta e quelli, migliori, contro i preti corrotti:

Godete, preti, poi che 'l vostro CristoV'ama cotanto che, se più v'offende,Più da Turchi e Concilii vi difendeE più felice fa quel ch'è più tristo.Ben verrà tempo ch'ogni vostro acquisto,Che così bruttamente oggi si spende,Vi leverà: chè Dio punirvi intende,Col folgor che non sia sentito o visto.

Godete, preti, poi che 'l vostro CristoV'ama cotanto che, se più v'offende,Più da Turchi e Concilii vi difendeE più felice fa quel ch'è più tristo.Ben verrà tempo ch'ogni vostro acquisto,Che così bruttamente oggi si spende,Vi leverà: chè Dio punirvi intende,Col folgor che non sia sentito o visto.

Godete, preti, poi che 'l vostro Cristo

V'ama cotanto che, se più v'offende,

Più da Turchi e Concilii vi difende

E più felice fa quel ch'è più tristo.

Ben verrà tempo ch'ogni vostro acquisto,

Che così bruttamente oggi si spende,

Vi leverà: chè Dio punirvi intende,

Col folgor che non sia sentito o visto.

Ma il Berni aveva anche lui il torto di nuocere ai costumi con l'equivoco osceno delle sue rime giocose o, quando a ciò non scendesse, di sperdere in risate l'ingegno e l'arte che aveva mirabili. Meglio ad ogni modo il comico de' suoi lazzi, che il vaniloquio degli strambotti popolareggianti, come quelli di Olimpo da Sassoferrato, che giunse fino agliStrambotti di nomi senza conclusionee agliStrambotti tutti di verbi:

Pianti, singulti, gemiti, dolori,Suspiri, isdegni, pena, angoscia, stenti, ecc., ecc.

Pianti, singulti, gemiti, dolori,Suspiri, isdegni, pena, angoscia, stenti, ecc., ecc.

Pianti, singulti, gemiti, dolori,

Suspiri, isdegni, pena, angoscia, stenti, ecc., ecc.

Quando un sentimento le inspirò, anche in queste forme popolareggianti la morta poesia risurse. Rozzi versi sono quelli dei Padovani contro gl'imperiali, fuggiti di sotto al bastione donde Citolo da Perugia li aveva sbeffeggiati, come allora si usava, agitando sur una picca la gatta:

Su su su, chi vuol la gataVenghi innanti al bastïone,Dove in cima d'un lanzoneLa vedete star legata....Su, Todeschi onti e bisonti,Su su su, fòr de la paglia;Voi mai più passati i montiSe verete a dar battaglia:Vostre arme poco taglia,Se la faza v'è mostrata.

Su su su, chi vuol la gataVenghi innanti al bastïone,Dove in cima d'un lanzoneLa vedete star legata....Su, Todeschi onti e bisonti,Su su su, fòr de la paglia;Voi mai più passati i montiSe verete a dar battaglia:Vostre arme poco taglia,Se la faza v'è mostrata.

Su su su, chi vuol la gata

Venghi innanti al bastïone,

Dove in cima d'un lanzone

La vedete star legata....

Su, Todeschi onti e bisonti,

Su su su, fòr de la paglia;

Voi mai più passati i monti

Se verete a dar battaglia:

Vostre arme poco taglia,

Se la faza v'è mostrata.

Rozzi versi; ma nella bilancia della Musa non pesano più di certi sonetti del Bembo? Venezia, sui primi del Cinquecento, incarnava, di contro alla Lega, l'indipendenza d'Italia; e i canti che nacquero da quella gloriosa difesa son voce fatidica dei canti nei quali i volontarii nostri pugneranno dal 1848 al 66 contro lo stesso nemico, e lassù fra le strette delle Alpi venete, nel 48-49, con la stessa bandiera. Lassù fra le strette, tre secoli prima dell'inno garibaldino, medesimi sensi avevano echeggiato con quasi il ritornello nostro: Va' fuori, o straniero.

Ritornati, o discortese,Imbriaghi e vil canaglia;Vostre arme sì non tagliaA voler con nui contese.

Ritornati, o discortese,Imbriaghi e vil canaglia;Vostre arme sì non tagliaA voler con nui contese.

Ritornati, o discortese,

Imbriaghi e vil canaglia;

Vostre arme sì non taglia

A voler con nui contese.

Ma delle canzoni del Bembo, io non so quante ne darei per laCanzone in laude dei Venzonesi. Nel luglio del 1509 Enrico di Brunswick entrò per la Pontebba in Italia con mille fanti e duecentocinquanta balestrieri tedeschi. I nobili veneziani che comandavano la piccola fortezza di Chiusa, stimando non poterla difendere, l'abbandonarono; ma il popolo li costrinse a tornare a' posti che la patria voleva difesi; e un dottore di Venzone, con quaranta de' suoi concittadini, sorresse per tre giorni, ne' ripetuti assalti del nemico, le scorate milizie marchesche: venendo meno le munizioni, una gentildonna fuse in proiettili le scodelle di stagno, e con rischio della vita le recava ella medesima a' combattenti.

Su su su, Venzon, Venzone,Su fideli e bon Furlani,Su legittimi Italiani,Fate che 'l mondo risuoneDi gridar Venzon Venzone!Su su, Chiusa, Chiusa, Chiusa,Ognun gridi ad alta voce.Chè la gente cruda e atroceFuor d'Italia ha spinta e exclusaTanto piccol bastïone.Su su su, Venzon, Venzone!...Non si teman più TedeschiPoi ch'è fatta esperïenziaChe la barbara violenziaCon fideli e ver MarcheschiNon può stare a paragone.Su su su, Venzon, Venzone.Eran gionti al stretto passoNove millia e più Germani:Avean preso il monte i cani!;Ma cacciati fôro al bassoDa quaranta di Venzone.Su su su, Venzon Venzone....

Su su su, Venzon, Venzone,Su fideli e bon Furlani,Su legittimi Italiani,Fate che 'l mondo risuoneDi gridar Venzon Venzone!Su su, Chiusa, Chiusa, Chiusa,Ognun gridi ad alta voce.Chè la gente cruda e atroceFuor d'Italia ha spinta e exclusaTanto piccol bastïone.Su su su, Venzon, Venzone!...Non si teman più TedeschiPoi ch'è fatta esperïenziaChe la barbara violenziaCon fideli e ver MarcheschiNon può stare a paragone.Su su su, Venzon, Venzone.Eran gionti al stretto passoNove millia e più Germani:Avean preso il monte i cani!;Ma cacciati fôro al bassoDa quaranta di Venzone.Su su su, Venzon Venzone....

Su su su, Venzon, Venzone,

Su fideli e bon Furlani,

Su legittimi Italiani,

Fate che 'l mondo risuone

Di gridar Venzon Venzone!

Su su, Chiusa, Chiusa, Chiusa,

Ognun gridi ad alta voce.

Chè la gente cruda e atroce

Fuor d'Italia ha spinta e exclusa

Tanto piccol bastïone.

Su su su, Venzon, Venzone!...

Non si teman più Tedeschi

Poi ch'è fatta esperïenzia

Che la barbara violenzia

Con fideli e ver Marcheschi

Non può stare a paragone.

Su su su, Venzon, Venzone.

Eran gionti al stretto passo

Nove millia e più Germani:

Avean preso il monte i cani!;

Ma cacciati fôro al basso

Da quaranta di Venzone.

Su su su, Venzon Venzone....

Un popolo che opera così, e che canta le sue glorie così, meritava lirici d'arte migliori di quelli del secolo decimosesto; e perchè li meritava, mutati i criterii dell'arte, li ebbe.


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