LA DONNA FIORENTINAnel Rinascimento e negli ultimi tempi della libertà

LA DONNA FIORENTINAnel Rinascimento e negli ultimi tempi della libertàDIISIDORO DEL LUNGO.

DI

ISIDORO DEL LUNGO.

Pel San Giovanni del 1473, al consueto festeggiar cittadino si aggiungeva la solennità del ricevimento fatto, come la Repubblica artigiana soleva e i Medici favorivano, con principesca magnificenza a Eleonora d'Aragona figliuola del Re di Napoli, la quale andava sposa ad Ercole d'Este, duca di Ferrara e di Modena. Entrata in Firenze il 22 giugno, ella trovava nel suo massimo sfoggio la mostra che delle proprie ricchezze avevano apparecchiata le botteghe dei mercatanti; assistè alla processione delle Compagnie co' fanciulli vestiti di bianco in forma di “agnoletti„; vide i “dificii„ o macchine fantasmagoriche, che in sulla Piazza della Signoria rappresentavano Storie dell'Antico Testamento e del Nuovo; vide l'offerta che al tempio del Santo Patrono portavano la Signoria e gli altri magistrati del Comune e delle Arti, le Compagnie del Popolo coi gonfaloni, parte Guelfa, e poi i Signori e Comuni sottoposti o raccomandati, recanti palii, ossia drappi, di gran pregio e bellezza e grandi ceri istoriati e fioriti; e con l'olivo in mano l'offerta de' prigioni e de' condannati (quella a cui Dante non si sottomesse); e finalmente, nel pomeriggio del dì 24, i barberi, già prima offerti ancor essi, che correvano il palio di San Giovanni, un palio ricchissimo dibroccato d'oro, dal Prato su per la Vigna pel Mercato e pel Corso verso Porta alla Croce, tal quale noi che non siam più giovani possiamo ricordarci d'aver veduto. Ma nessun di noi potrebbe da' ricordi suoi giovanili evocare ciò che nel 1473 fu dato a godere, in quelle feste, a madonna Eleonora: un ballo, là su que' prati donde i barberi pigliavan le mosse, un ballo alla dolce aria profumata de' giardini e delle loggie, in uno de' palagi, quello de' Lenzi, dov'è oggi la Galleria Pisani, che fronteggiavano coteste estreme parti della città verdeggianti lungo le rive dell'Arno. Tacciono di quel ballo i diarii: sulle cui aride pagine, a ogni modo, voi cerchereste inutilmente, signore gentili, descriversi dal giornalista di quattro secoli fa gli abbigliamenti delle vostre antenate; e sotto quali colori d'abito e con qual dottrina di linee, presentassero esse al desiderio de' loro innamorati quelle bellezze, che all'ammirazione nostra sopravvivono nelle tavole del Botticelli e negli affreschi del Ghirlandaio. Un ballo fiorentino de' tempi del Rinascimento; non dominato e quasi sopraffatto dallo scintillio de' doppieri, ma lumeggiato soavemente dal sole che di là dal Pignone tramonta; nè turbinato fra le vorticose battute orchestrali, ma sposato sulle corde flebilmente amorose del liuto e della viuola alle gentili baldanze ottonarie della Canzonetta che appunto dal Ballo s'intitola; meritava cronista un poeta. Permettetemi ch'io vi traduca dal latino di Angelo Poliziano quel Corriere del mondo elegante d'allora: distici levigatissimi, dove le realtà della vita s'intrecciano con le concezioni dell'arte, il vero col fantastico, il fiorentino, il cristiano, con la classica paganità; circola l'aria che respiravano i letterati nella Firenze del magnifico Lorenzo.

“Apollo con la rosea faccia ha menato il giorno che riconduce la festa del selvaggio Batista san Giovanni; quando alla città che fu colonia di Silla ferma le candidevestigia, per riposarsi dal lungo cammino, la figlia del Re, che, lasciata la città delle Sirene, va sposa ad Ercole. Festeggiano a gara il suo arrivo fanciulli, giovani e vecchi, e le matrone e splendide di fresca bellezza le spose: tutta la città si anima, d'ogni dove rumoreggia l'allegria. V'è una strada che i Sillani (i Fiorentini, parafrasati in latino) chiamano Pantagia (Borgognissanti, ribattezzato in greco), dove sorge splendido un tempio dedicato a tutti i Celesti. Colà s'inalza superbo il palagio de' Lenzi: ivi presso ride la verde distesa de' prati, e de' colori primaverili si dipinge fiorito il terreno. Quivi, mentre i corsieri scalpitanti aspettano, in sulle mosse, il canoro segnale della tromba Tirrena, la regal fanciulla si abbandona ai sollazzi delicati della danza; ed ecco atteggiarsi le gentili donne al tempo misurato e all'intreccio de' balli. Innanzi alle altre ninfe risplende Albiera bellissima, e di sua bellezza sparge a sè dintorno il tremulo splendore. Mossi dal vento diffondonsi i capelli sulle candide spalle, i neri occhi raggiano di luce soave: pare, fra le sue compagne, la stella del mattino il cui rossore purpureo vince gli astri minori. Giovani e vecchi ammirano Albiera: sarebbe di ferro chi non si commovesse a quella verginale bellezza: lietamente, plaudendo, col cenno, con gli sguardi, con la voce, tutti lodano Albiera.„

Albiera di Maso degli Albizzi era una giovinetta fra i quindici e i sedici anni, fidanzata a Gismondo della Stufa. S'ammalò, subito dopo quel ballo, e in capo a pochi giorni morì. “Ahi povera Albiera!„ sentite ancora il suo poeta: “così giovinetta, rubata ai genitori, allo sposo! Va' ora, e confida nelle umane fortune! Ecco disfatte da morte crudele, o Albiera, le tue bellezze: disfatto il tuo viso di gigli e rose; i tuoi occhi gioiali, dove Amore accendeva le sue fiaccole; i capelli, che o scioglievi abbondanti, e parevi Diana cacciatrice,o raccoglievi in diadema d'oro, ed era l'acconciatura di Citerea: gli Amorini, le carezzevoli Grazie, ti facevano bella, senza che tu il sapessi: ogni virtù ti adornava, modestia e serietà di contegno, senno, pudore, lealtà, gioialità, bel costume, bel tratto, schiettezza: tutto ormai divenuto un pugno di cenere!„

In altre parti della elegia lunghissima è mitologizzata la malattia e la morte d'Albiera. La sua bellezza ha attirato il bieco sguardo di Nemesi, la dea che con misteriosi decreti governa le umane vicende. Ritirasi la giovinetta alle sue case, finito il ballo, in sull'annottare; nell'ora, o Signore, nella quale a voi, pe' balli vostri, cominciano appena le operazioni della toeletta. E coricata ch'ella è, si appressa al suo letto la Febbre, nume orribile, del quale e del suo corteggio vi risparmio la descrizione, e che Nemesi ha sospinto verso quella povera casa. I genitori, i fratelli, lo sposo, pendono per dieci giorni ansiosi dal viso dell'inferma, pallido e trasfigurito. Ella dà gli estremi addii a que' suoi cari e alla vita, che, incominciatale appena, sente sfuggirle; e muore fra il pianto disperato della sua casa. Il lutto e la pietà de' cittadini circondano il corpo inanimato. La morte ha ricomposto il suo volto a pace soave: pare che dorma. La ninfa, vittima della dea Nemesi e della dea Febbre, ha esequie cristiane; e il distico ovidiano di messer Angelo colorisce anche quelle. Ecco il trasporto; ecco con la nera coltre la bara: ella distesavi su, coi capelli recisi, e in capo una umile ghirlanda. Le salmeggiano intorno i preti; le campane suonano a morto: segue, in veste di lutto, la cittadinanza; fra quella, lo sposo, che tutti si mostrano a dito, compassionando. La chiesa di San Pier Maggiore arde di ceri, è profumata d'incensi: si fa l'assoluzione e la benedizione: e le tombe degli Albizzi, in quella stessa chiesa, si aprono a ricevere la giovine fidanzata; forse, come si soleva, in abitodi monacella: il che non dice il Poeta; ma que' capelli tagliati ce ne danno, a mio avviso, argomento più che probabile. La musa latina dell'umanismo fiorentino consacrò, non con la sola elegia e con altri minori epicedii del Poliziano, il nome d'Albiera: elegiaci e ricordanze su quella morte e quei funerali abbondano, in copia anche maggiore che pei funerali della bella Simonetta, morta soli due anni dopo la fanciulla degli Albizzi.

Ma alla Simonetta Cattaneo, genovese, venuta nel 69 sedicenne sposa in Firenze a Marco Vespucci pur sedicenne, e mancata di mal sottile nel 76, l'arte dette anche in altre forme gli onori dell'apoteosi. E mentre delle fattezze verginali di Albiera non ci è rimasta testimonianza (salvo se qualche benemerito investigatore riuscisse a trovare il busto marmoreo nel quale sappiamo dal Poliziano averla fatta rivivere lo sposo), per la Simonetta, invece, si è impacciati a scegliere fra più d'uno il ritratto vero: o vuoi quello che è nella Galleria de' Pitti, attribuito al Botticelli, di una bionda delicata, dal collo assai lungo, dal viso intento e gentilmente pensoso, in acconciatura modesta e casalinga, da riferirsi piuttosto a un mezzo secolo innanzi; o vuoi l'altro, sotto il quale è stato apposto il nome di lei, e che si conserva a Parigi nella galleria del Duca d'Aumale, creduto del Pollaiuolo o di Piero di Cosimo, ed è essa pure una figurina delicata e gentile, ma di gaia e vivace bellezza, nudi il collo (anche di questa assai lungo) e il seno e le spalle, i capelli tirati all'indietro o avvolti in giri artificiosi con grande intrecciamento di perle e pietre, e pendente sul petto un monile intorno al quale si rigira un aspide; o che dobbiamo infine ravvisarla, come altri propone,[94]in una delle figure allegoriche di quella misteriosaPrimavera del Botticelli, guidati da certi singolari riscontri che la composizione del fantasioso maestro offre con leStanzedel Poliziano, dove è ritratta e designata per nome (pur nell'atto di trasfigurarla in Ninfa delle più autentiche), e poeteggiata, con buona pace del marito Vespucci, come innamoratrice di Giuliano de' Medici, appunto la Simonetta Cattaneo. Or qualunque ella si fosse la giovane sposa, certamente bellissima, che nell'aprile del 76 moriva, basti a noi, pur lasciando d'altri suoi celebratori in latino e questa volta anche in volgare, che il Poliziano facesse di lei la mitologica eroina delle sueStanze; che per la morte sua scrivesse pure epigrammi funebri, d'alcuno de' quali il magnifico Giuliano de' Medici, il bel “Iulio„ delleStanze, proponeva il concetto; e che Lorenzo, a sua volta (il che mostra del tutto ideale e poetico il culto dei due fratelli alle bellezze della Vespucci), tragga, o finga d'aver tratto, dalla morte di lei il motivo a platonizzare poeticamente sull'anima ritornata alle stelle. Lorenzo era a Pisa, e dai Vespucci medesimi riceveva di giorno in giorno le dolorose notizie. Morta, un suo famigliare gli scriveva: “La benedetta anima della Simonetta se ne andò a paradiso, come avrete inteso. Puossi ben dire, che sia stato il secondo Trionfo della Morte: chè veramente, avendola voi vista così morta come la era, non vi saria parsa manco bella e vezzosa che si fosse in vita.Requiescat in pace„; e Lorenzo, essendo (così ci racconta) una serena nottata primaverile, e andando con un amico a diporto, e parlando di quella morta, si affisa a un tratto in una stella che mai non gli par d'avere veduta così lucente, e “L'anima di quella gentilissima„ esclama “o è trasformata in questa nuova stella, o si è congiunta con essa„; e un'altra volta, pure in cotesta primavera, passeggiando per una delle sue splendide ville, osserva il girasole, anzi Clizia, l'antica innamorata delsole, “la sera restar col viso vòlto verso l'orizzonte occidentale, che è quello che le ha tolto la visione del sole, insino che la mattina il sole la rivolge all'oriente„; e ci vede una immagine del nostro destino quando perdiamo chi si ama, che è di rimanere “col pensiere vòlto all'ultima impressione„ della “visione„ perduta; ma l'orizzonte nostro occidentale, donde il tramonto non ha ritorno, è la morte.

È, del resto, notabile come in que' tempi che tante erano, e così vigorosamente svolte, e così spesso violente, le energie della vita, la morte circondasse di tanta poesia, sebbene caricata di tanta oziosa mitologia, agli occhi e al cuore di cotesti uomini la idealità femminile: notabile come quei travestimenti di donne viventi in ninfe posticcie, pe' quali l'imitazione artistica del vero perdeva miseramente tanto tesoro di realtà, si arrestassero, cotesti travestimenti, o s'impacciassero dinanzi alla santità delle tombe; quando, secondo la figurazione Polizianesca (nelleStanze) della morte della Simonetta, l'amante, o il poeta,

Vedea sua ninfa, in trista nube avvolta,Dagli occhi crudelmente essergli tolta.

Vedea sua ninfa, in trista nube avvolta,Dagli occhi crudelmente essergli tolta.

Vedea sua ninfa, in trista nube avvolta,

Dagli occhi crudelmente essergli tolta.

In uno degli epigrammi funebri di messer Angelo per la Simonetta, e proprio in quello a cui dette il concetto Giuliano de' Medici, “tranquilla in sul punto di morte, si volge, la ninfa, a Dio, in lui confidando„; curiosa ninfa, a dir vero, che si raccomanda l'anima: come singolar mortorio, altresì, quello che portava verso la chiesa d'Ognissanti, alla cappella de' Vespucci, la Simonetta, se intanto, strada facendo, Amore, proprio il figliuolo di Venere piovuto non si sa come in quell'accompagnamento, saettava tuttavia, standocene a un altro di cotesti epigrammi, saettava da' chiusi occhi di lei pur col ricordo del loro splendore.

Meglio ispirato il poeta mediceo faceva da un'altra tomba di sposa ventenne (cominciammo da un ballo, o Signore, e ci siam persi fra le tombe; ma il geniale argomento, ancorachè caduto, come vedete nelle mani d'un conversamorti, ci ricondurrà, vi prometto, alle gioie e ai travagli della vita), da un'altra tomba di giovine sposa, minor sorella dell'Albiera, e ancor essa bellissima, Giovanna degli Albizzi moglie a Lorenzo Tornabuoni, morta nel dare alla luce il secondo figliuolo, faceva il Poliziano uscire la voce di lei, così: “Gentilezza di sangue, bellezza, un figliuolo, ricchezze, amor coniugale, ingegno, costume, animo, mi facevan felice: felicità, che la Parca, perfida, a viepiù inacerbirmi la morte, mi addimostrò piuttosto che darmi.„ Ma buona e pietosa forse possiamo noi oggi dire la Parca; che risparmiò a Giovanna di vedere soli nov'anni appresso, nel 97, ne' tempi del terrore Piagnone, decapitato a ventinove anni il suo Lorenzo come cospiratore mediceo: memorie d'infinita pietà a chi guardi, sulle medaglie coniate in onore di lei, le sue forme gentili, e ne' rovesci simboleggiate le sue virtù, o con le tre Grazie, sottovi scritto Castità, Amore, Bellezza, o con la figura virgiliana della ninfa cacciatrice; a chi nella cappella che fu de' Tornabuoni, in Santa Maria Novella, la riconosce, nei meravigliosi affreschi di Domenico Ghirlandaio, in quella bionda giovanissima gentildonna, che riccamente vestita di broccato d'oro campeggia nella storia della Visitazione; a chi potesse pur di Giovanna rivedere un altro ritratto, della stessa mano del Ghirlandaio, che col nome della madonna Laura petrarchesca da un palagio fiorentino trasmigrò ad altri lidi; o a chi rimpianga certi preziosi affreschi, che in una villa suburbana del pian di Mugnone tornarono, pochi anni or sono, alla luce, solamente per essere divelti e travalicati e (sento dire) sciupati oltr'Alpe.

Quanta gentilezza del Rinascimento fiorentino dovette accogliersi fra le pareti di quella villa, che nei Tornabuoni rimase dal 1469 al 1541, e fu dunque villa di Giovanni Tornabuoni, quando questi e in Firenze e in Roma, quasi ambedue egualmente medicee, era forse il principale agente della fortuna sì mercantile e sì politica della poderosa famiglia; quando ei faceva nel 1490 scoprire quella magnifica sua cappella, e ci faceva scrivere dal Poliziano la data, “anno 1490, nel quale la città bellissima, nobile per ricchezze, vittorie, arti, edificii, godeva di abbondanza, di salute, di pace„; quando nel giugno dell'86 le nozze del suo Lorenzo con la bella Giovanna erano festa non pur domestica ma cittadina. Veniva la sposa a Santa Maria del Fiore, in mezzo a un cortèo di cento fanciulle delle maggiori famiglie, e di quindici giovinetti vestiti d'un'assisa: assistevano al darsi l'anello cavalieri così cittadini come di fuori, e un ambasciatore di Spagna al Pontefice. Un Guicciardini e un Castellani accompagnavano la sposa alle case de' Tornabuoni, presso alle quali la piazza di San Michele Berteldi (oggi piazza San Gaetano) era “messa a palco„ per uso di festeggiamento e di ballo: e di là tornati gli sposi alle case degli Albizzi, s'imbandiva suntuosamente la cena, essendo messo il terreno del palagio egualmente a palco pel ballo, che a lume di doppieri si alternava, durante l'intera notte, co' virili giuochi d'una sfarzosa armeggeria. Più riposate dolcezze offriva ai giovani sposi la villa. Qui viene ad essi il Poliziano, tenerissimo del giovane Lorenzo fin quasi a ieri suo valente discepolo; il Poliziano che con affetto quasi paterno si compiace d'ogni suo trionfo, così nelle lettere classiche, specialmente greche (delle quali spera che toccherà presto la cima); come nel poetar volgare, magari anche all'improvviso; come nelle giostre della piazza di Santa Croce: viene l'umanista dottissimo a intertenersi de' caristudi, a leggere que' suoi stupendi poemetti latini le Selve, una delle quali l'Ambra, d'argomento omerico insieme e mediceo, è dovuta a te (scrive dedicandogliela) per l'un titolo e l'altro: viene a esaminare e interpretare le antiche medaglie, della cui raccolta in casa Medici il numismatico erudito e diligente è appunto Lorenzo Tornabuoni: al quale, e al maestro suo, chi dubiterebbe (certi di ciò) d'attribuire, con altre, le medaglie fatte eseguire in onore della sposa diletta? Ma il vecchio Tornabuoni, che guarda con occhio d'immenso affetto que' giovani capi, ahimè destinati sì da presso alla morte, non pago che il Ghirlandaio li ritragga nelle mirabili storie della cappella, in un'altra di quelle meraviglie dell'arte li vuole, sulle mura di quella stessa sua villa, consacrati alla ricordanza de' secoli. “Dipignetemi, o maestro, questa sala a buon fresco; e il Poliziano nostro, qui, darà, come suole, il concetto d'alcuna di quelle esquisite allegorie nelle quali sì fieramente vi compiacete.„ E il Botticelli, in due storie sulla medesima parete della sala, come sulla medesima parete della cappella in due separate storie il Ghirlandaio, ritraeva i giovani sposi.

Nell'una, il cui fondo è una selva assai folta, che ricorda quello dell'altra allegoria di Sandro polizianesca, la Primavera, Lorenzo Tornabuoni, vestito dell'abito civile fiorentino, con la folta e morbida capigliatura distesa, si avanza, condotto per mano da una donna di modesto e gentil portamento, verso un circolo di altre sette donne, acconciate (come anche l'introduttrice) fantasticamente, e che pe' vari emblemi di che ciascuna d'esse è fornita simboleggiano certamente le sette Arti liberali; delle quali quella che alle altre sovrasta e par che presegga, fa a lui cenno di accoglienza amorevole. Nell'altra storia, Giovanna, cara figura delle più vivamente lumeggiate di verità bella che siano uscite da pennello di quattrocentista, con un viso che dice davveroquelle virtù che leggemmo scritte sul suo sepolcro, atteggiata a semplicità affabile e graziosa, porge con ambe le mani e le braccia protese un pannolino spiegato, nel quale quattro gentili giovinette, che si avvicinano a lei sono per deporre fiori. E anche questa volta, vestita del costume fiorentino del tempo la persona della sposa; ma a fantasia le quattro che probabilmente son figurate per virtù proprie di lei.

In tali imagini il sentimento e l'arte, che da questo s'informa, effigiavano, mentre infieriva l'umanismo mediceo, la donna. Alla quale, nelle realtà della vita e dell'esser suo, sola, io credo, di tali omaggi era accessibile e gustata e compresa quella parte che prendeva consistenza in figure consacrate dalla religione, sotto le vôlte maestose delle chiese d'Arnolfo e di Brunellesco, piovente la luce misteriosa, per le grandi bifore da' vetri colorati in istorie, sugli affreschi e le tavole di Masaccio di Benozzo, de' Lippi e de' Ghirlandai, d'Alessio Baldovinetti e di Piero di Cosimo, sui marmi e sui bronzi di Mino, di Donatello, del Ghiberti, del Verrocchio, del Pollaiuolo. Da quelle figure genuflesse alla preghiera, o nel sonno della morte distese, o atteggiate vive all'azione delle leggende evangeliche, sollevavansi le pie e gagliarde anime femminili a ciò che nel tempo è di qua e di là dal momento che si vive; congiungevansi i ricordi, gli affetti, le glorie umane della famiglia, con le speranze immortali. E questa poesia, sentita nel cuore, sapeva anche trovar forma nella parola, la forma paesana e casalinga della Lauda e della sacra Rappresentazione, per opera di Antonia Pulci e di Lucrezia Tornabuoni ne' Medici. L'Antonia nata dei Tanini, moglie e cognata di poeti, in famiglia che tutti erano cosa de' Medici,potè con madonna Lucrezia madre del magnifico Lorenzo conferire le sue ascetiche ispirazioni nell'atto di fermarle in quello stampo fra drammatico ed epico, pel quale la Rappresentazione ha corrisposto con tanta pienezza all'istinto plastico della fantasia popolare; e madonna Lucrezia, fra un canto e l'altro che Luigi Pulci le recitasse del suoMorgante, e altresì fra l'una e l'altra delle provvide cure per le quali casa Medici le dovè tanto, scriveva senza pretensione di letterata le religiose canzonette pe' Laudesi, o riduceva in ottave o in ternari le istorie bibliche, delle quali poi facevan delizia negli ozi fiesolani e di Careggi i suoi nipotini.

Gentili donne non letterate, nello stretto senso, professionale e (con vostra buona grazia, e senza che troppo debba rincrescervene) non femminile, della parola; le quali serbando nette d'erudizione le mani delicate, coglievano dall'arte il fior dell'affetto, e pur conversando coi dotti umanisti e coi barbassori che la caduta di Costantinopoli aveva addotto fra noi, si stavano col popolo nel vestire delle forme, che egli intende e crea, il pensiero e l'affetto; dalla realtà, quale il popolo per linea diritta la vede, cavar fuori e animare il fantasma. Le giovinette istruite nel latino e nel greco, non difficile trovarle nelle case principesche di Lombardia e di Romagna: era una, fra le altre, delle splendidezze cortigiane di quelle regioni. Ma i grandi cittadini della nostra Firenze, anche della oligarchia più elevata, e molto più i Medici che a combattere quell'oligarchia, e sulle ambizioni di lei insediare la propria, usavano artifizi democratici, rimasero (dico gli Albizzi, i Ricci, gli Strozzi, i Rucellai, ed essi i Medici), anche attraverso agli splendori dell'umanismo, principalmente e visibilmente mercanti: e la donna, nelle loro case, fu sempre e soprattutto la donna di grandi mercanti, donna massaia, avvisata, e più che della libreria e del medagliere curatrice dell'azienda domestica,o, se volete anco, della credenza, del celliere (com'allora dicevasi), della colombaia, del pollaio.

Una letterata, anzi letteratissima (che però non ha lasciato libri), ebbe Firenze in quel secolo, ma non da alcune delle grandi famiglie, sibbene nella figliuola d'un Cancelliere della Repubblica, venuto, come tanti altri, dal contado alla città, e qui arricchitosi e fatta fortuna. Ella fu la bella Alessandra di messer Bartolommeo Scala: alla quale due di quei barbassori greci, il Lascari e il Calcondila, furon maestri; un altro, venuto in Italia umanista e soldato, Michele Tarcaniota Marullo, fu suo marito; e spasimato di lei il Poliziano (nonostante tutti i canonicati e priorati e pievanie di cui poco degnamente lo rincalzavano i Medici; e nonostante, altresì, il suo collo torto e l'occhio losco, e il naso sformato e gli anni ormai quasi quaranta), spasimato di lei, e per cagion di lei nemico feroce e con terribili giambi laceratore del marito e del padre. Non vi meraviglierete che una passione amorosa fra persone di questo calibro si sfoghi in greco. Si rappresenta nientemeno che una tragedia di Sofocle, l'Elettra: protagonista, Alessandra Scala; cronista teatrale, con tutti addosso gli entusiasmi d'una passione, ahimè, non corrisposta, il povero Poliziano in sei distici di squisita fattura, che vi traduco liberamente: “Una mirabile Elettra, la giovinetta Alessandra: mirabile nel pronunziare, essa italiana, la lingua d'Atene, nella intonazione vera della voce, nel curare l'artificio della scena, nel ritrarre fedelmente il carattere, regolare lo sguardo, il gesto, il movimento; nel conservare al linguaggio della passione il decoro, nel suscitare col volto in lacrime la pietà degli spettatori. Tutti ne fummo percossi; ma oh che invidia sentii io nel cuore, quand'ella, stringendo al seno Oreste, gli dice: — T'ho io fra le braccia? — ed egli: — Ohcosì tu m'abbia sempre!„ Un passo ancora, ossia un altro epigramma greco, e il critico drammatico, l'ammiratore entusiasta, si scuopre amante. “Ho trovata, ho trovata, quella che volevo, che sempre cercavo; l'amor mio sospirato, quella che vedevo ne' sogni: una fanciulla d'integra bellezza, di adornezza non accattata ma naturale; una fanciulla, culta di greco e di latino, eccellente nella danza, eccellente nella musica; de' cui pregi, velati dalla modestia, contendono a gara le Grazie. L'ho trovata; ma a che pro, se appena una volta l'anno posso io, che di lei ardo, vederla?„ Ma l'Alessandra era in grado, non solamente di ricevere omaggi in greco, sì anco in greco rispondere, e risponder a così: “Nulla di più bello, che la lode d'un valentuomo; ed oh qual gloria a me dalla lode tua! Quanto ai tuoi sogni, bada, interpretali bene: tu non puoi aver trovato in me quanto dici. È sentenza del divino Omero: — Avvicina un Dio i consimili. — Or troppa è fra te e me la dissomiglianza. Imperocchè tu sei come il Danubio, che da occidente a mezzodì, e poi di nuovo verse oriente, diffonde largo corso di acque. Glorioso filologo, tu discacci le tenebre dai monumenti di più lingue: greca, romana, ebraica, etrusca. Ercole dell'erudizione sei a gara chiamato, per le tue fatiche intorno a testi di astronomia, di fisica, di aritmetica, di poesia, di leggi, di medicina. I miei scritti di fanciulla son cosette leggiere, come i fiori e la rugiada. Io accanto a te, perchè so un poco di lettere! Ma sarebbe com'a dire, secondo il proverbio, la zanzara accanto all'elefante, perchè han la proboscide tutt'e due; la gatta accanto a Minerva, per via degli occhi cerulei.„ Che ve ne pare? Fu mai con maggior dottrina, o con più squisita crudeltà, rimesso al suo posto un adoratore stagionato? Non credete voi che messer Angelo abbia questa volta dovuto imprecare alle similitudini, alle perifrasi,alle antonomasie, e a tutto il resto dell'arsenale retorico? mandare al diavolo i proverbi greci, e magari anche le sentenze del divino Omero? Persiste tuttavia, come pur troppo avviene, le più volte in simili casi; e persiste, il che è assai meno frequente, in greco: “Tu mi mandi, o Sandra, le pallide violammamole: e io nell'amore di te impallidisco e mi struggo. Fiori e foglie, imagine gentile della tua primavera; ma il dolce frutto io vorrei.„ Al che Alessandra non risponde; anzi: “Nè vederti, o Alessandra, mi è permesso più, nè ascoltarti: ma almeno, due versi di risposta.„ E finalmente (del buon gusto poi di questa pensata lascio a Voi, Signore e Signorine, il giudizio): “O giovinetta, gradisci per la tua chioma questo pettine d'osso; così potessi io avere i capelli del tuo bel capo.„ I capelli d'Alessandra Scala come già quelli dell'Albiera sul feretro che la portava in San Pier Maggiore, furono (questa credo non ve l'aspettereste) recisi più tardi sulle soglie di quello stesso convento, dove, rimasta vedova del suo greco, ella si fece monaca benedettina, e vi morì giovanissima nel 1506.

Se non che l'arte, la poesia, non sono esse la poesia della vita: possono, della vita, adombrare con le loro imagini, e idealizzare, la realtà; ma quelle imagini dalla realtà si distaccano, hanno propria esistenza, alla quale la realtà rimane estranea od anco può contraddire. Beatrice è donna; addiviene angelo, simbolo, ente: Laura è moglie e madre; la poesia la restituisce, libera, alle idealità dell'amore. Le idealità del Trecento, paesane e cristiane, e umane almen tanta parte quanta è umano lo spirito, il Rinascimento le aveva, sin dove potè, sopraffatte con l'umanesimo della materia, con la sua mitologia, co' suoi ninfali, co' suoi baccanali, incominciando asvolgere dal dischiuso gomitolo dell'antichità classica quel filo che, sottile ma tenace, si continuò poi per tutta la poesia italiana non pure sino alleGrazied'Ugo Foscolo, che al rito delle sue Dee consacrava sacerdotessa anche una gentildonna fiorentina, ma sino sull'Uraniadel Manzoni che precede gl'Inni sacrie iPromessi Sposi. Nella poesia del Quattrocento, dal Boccaccio al Poliziano e a Lorenzo, le ninfe Simonetta e Ambra non sono che due figure spiccate dall'idillio fiesolano, nel quale messer Giovanni ha classicizzato e paganeggiato, con gli amori d'Affrico e di Mensola, le origini di Firenze. Da Poggio a Caiano per Careggi e Montughi fino a Settignano e Maiano, lungo tutto questo nostro sub-appennino gentile, le Driadi e le Amadriadi, le Naiadi e le Napee, con tutta quanta la fauna del loro corteo mascolino, danzano allegramente alla luce misteriosa dei plenilunii, che pur si diffonde sulla Badia medicea di Brunellesco, e da' finestroni della vecchia cattedrale di Fiesole investe le animate sculture di Mino, lumeggia della cristiana aureola la Vergine e i Santi di frate Giovanni Angelico. Muore in una sua villa, forse a Quarto, una giovine gentildonna, che a prezzo della propria salva la vita al suo bimbo pericolante nel crollare d'una tettoia del contadino. E la cronaca cittadina, compilata sulla cetra dei latinisti, esalta questa devozione di madre alla sua creatura, sapete come? con inveire contro gli Dei Lari che non hanno sorretta quella tettoia, contro le divinità campestri le quali hanno attratta in villa la bella Alba (un'altra Albiera), che Venere avrebbe dovuto proteggere: e tutto questo, pur descrivendo, e non senza efficacia, lo strazio del marito, che, lontano da Firenze, torna quando la sua povera moglie è ormai sotterra, e vuole a forza alzare la pietra di quella sepoltura, e che le care contraffatte sembianze siano restituite una suprema volta al suo disperato dolore. La famosa brigatadelle gentili donne fiorentine, che fuggendo i dolori e i pericoli della pestilenza del 1348 è dal gran novelliere immaginata ritrarsi in una di quelle vallette, ci perde i nomi con che sono state battezzate in San Giovanni, per divenire Pampinee o Neifili, e le loro fantesche Misia Licisca Stratilia, e Sisisco il cuoco, e Panfilo Filostrato Dioneo la fauna de' loro amatori: con tanta verità, quanta ne è in cotesto calunniare la donna, sia di quello sia di qualunque altro secolo, apponendole che dove si soffre e si muore ella se ne vada in campagna, invece di rimanere ferma e fedele al suo posto. Tanta verità in ciò (Voi non mel concedereste se lo affermassi, o donne gentili), quanta nella bizzarria germogliata, non si sa come, in testa al buon Franco Sacchetti, d'unaBattaglia delle belle donne di Firenze con le vecchie, le giovani schierate sotto il gonfalone di Venere, le vecchie sotto quello dell'infernale Proserpina; il tutto in quattro cantàri d'ottave mal connesse, con volgare strazio d'ogni nobile affetto e un pocolino anche del buon senso, che informa invece così finamente le novelle di quel medesimo Franco. Tanta verità in ciò, quanta (per tacer d'altre siffatte volgarità) nella fantasia, incarnatasi bensì in una delle più belle prose di nostra lingua,Le bellezze delle donne; le quali bellezze don Agnolo Firenzuola immagina, in un'altra brigata boccaccevole, siano da quel suo Celso, che è poi lui stesso senza la cherica, analizzate pezzo per pezzo, più o meno velati, sulla persona di quelle sue (al solito sbattezzate) monna Lampiada, monna Amorrorisca, e Verdespina, e Selvaggia, ascoltatici e interlocutrici: anatomia estetica, possibile forse ad eseguirsi laggiù nella Magna Grecia in servigio di Zeusi quando dipingeva la sua Elena, ma non già in Prato, nell'orto della badia di Grignano, l'anno di grazia millecinquecento tanti, in una veglia, quale quella vuole pur essere, di donne non dimentiche di sè medesime.

Non era quella, nè poteva essere, la poesia della vita fiorentina fra il XIV e il XVI secolo. Fantasticata sui libri, e in libri foggiata, essa non attinge nè attiene alla vita vera di quell'età; nè vera è la donna che su quel mitico fondo, tutto romano e greco, nulla medievale, campeggia. Meglio dalle descrizioni, o siano poetiche o meglio se in prosa schietta fiorentina, de' conviti nuziali, delle armeggerie, delle giostre, viva ci sorride, e onestamente baldanzosa, e di quelle cavalleresche e cortigiane onoranze seco medesima sodisfatta e superba, la donna. Non mancano anche in cotesti suntuosi apparati lo iddio Amore, gli Amorini (convertiti bensì, il che ha un po' del trovadorico, in spiritelli), le Ninfe; sibbene come ornamento esteriore, fregio posticcio, parvenza fugace; non come espressione mitologica d'un sentimento, o quasi (direi co' filosofi) espressione essoterica d'una dottrina. Ma la figurazione dominante e caratteristica è dalla cavalleria medievale, e s'atteggia e si drappeggia nelle persone e nelle foggie di castellani e di principi, d'uomini d'arme, di donzelli, d'araldi e di paggi, di dame crudeli e di servi d'amore, con seco le grandi o gentili memorie delle crociate, de' passaggi imperiali, della santa gesta de' Paladini: “le donne (ha cantato Dante), le donne, i cavalier, gli affanni e gli agi, che ne invogliava amore e cortesia„.

Siamo in piazza Santa Croce il 7 febbraio del 1468; e si fa la giostra della quale Lorenzo de' Medici scriverà ne' suoiRicordi: “Per eseguire e far come gli altri, giostrai in sulla piazza di Santa Croce„; e ne noterà la spesa in fiorini diecimila di suggello: “e benchè e di colpi non fussi molto strenuo, mi fu giudicato il primo onore, cioè un elmetto fornito d'ariento, con un“Marte per cimiero.„ Entrano in campo i giostratori: Medici, Pitti, Pucci, Vespucci, Benci, Pazzi, e altri molti; qual più qual meno riccamente forniti: con magnificenza più che regale, Lorenzo alla divisa de' gigli d'oro di Francia e in sua compagnia il fratello Giuliano, coperti d'oro, d'argento, di perle, di pietre d'ogni sorta preziose: ciascun cavaliere accompagnato da trombetti e paggi e uomini d'arme, e giovani gentiluomini a cavallo tutti vestiti sfarzosamente alla divisa di quello; brigate per ciascuno di poco meno che un centinaio di persone; e ciascun cavaliere col suo stendardo, nel quale fra emblemi e segni diversi, e per lo più tra verde di prati e fiori di verzieri, la dama del cuore. Questa, leggermente velata di bianco, con ghirlanda di quercia in mano, e a' piedi legato con catene d'oro un leopardo; quella, in abito di ninfa, che riceve nel grembo le foglie d'un faggio battuto dalla tempesta, e le dà mangiare ad un daino; quell'altra, vestita di bianco e di verde, che le saette d'Amore infocate spenge nel fonte che scorre a' suoi piedi; un'altra, vestita di paonazzo, che quelle stesse saette fa in pezzi e ne semina il prato; ma la dama di Lorenzo, irraggiata dal sole traverso ai colori dell'iride, vestita di drappo alessandrino ricamato a fiori d'oro e d'ariento, coglie d'un ramo di lauro rinverdito sull'arido tronco, e ne fa ghirlanda, e ne sparge foglie all'intorno; il suo motto, in lettere di perle grosse da gioiellare,le tems revient. E molto lontano da Firenze, in Roma, nell'austerità baronale del palagio degli Orsini, pensava a lui in quel giorno una giovane donna, che non era nè forse le rincresceva di non essere la dama del suo stendardo, perchè si apparecchiava ad essere la madre dei suoi figliuoli. “Lorenzo è molto occupato in questa giostra, chè già da tempo non ò avuto sue lettere„; ha detto ella, la Clarice, un mese innanzi, a uno de' Tornabuoni venuto a recarle le nuove di lui; ed ora, appenacorrono a farle sapere “come Lorenzo à fatto la giostra, e n'è uscito sano e con grandissimo onore„, e che “s'è aoperato tanto degnamente quanto sia possibile di dire„, e che “giammai fu paladino facessi quello à fatto Sua Magnificenza„, risponde soavemente, “Ora s'è fatto la giostra, non avrà più scusa da recare, che non venga a Roma questa quaresima„. E in occasione della quaresima, la madre le ha fatto “levare panno pagonazo di Londra per una gonna a la romanesca„, che crede quel fidato Francesco Tornabuoni “non istarà punto male„; e così si propongono, madre e figliuola, di “andare vicitando tutti questi perdoni, pregando Iddio per Lorenzo„; ma la madre insiste ch'e' venga, perchè “vuole che voi vegiate la vostra mercanzia, avanti l'abbiate a casa; la quale ogni giorno migliora„: della qual locuzione figurata non so se proprio si abbellisse il parlare della nobilissima matrona, o s'ella fiorisse spontanea nella lettera del mercante cliente al mercante magnifico.

Un anno e quattro mesi dipoi, il 4 giugno del 69, le nozze di Lorenzo e di Clarice si celebravano in Firenze con grande solennità, la quale incominciava con due interi giorni di offerte a casa Medici dal contado e dalle città di Toscana; offerte la cui consistenza sommò, per citar qualche cifra a un centocinquanta vitelle, paia di capponi paperi e pollastri più di duemila, vini nostrali e forestieri a botti, e simili altre gentilezze, che Lorenzo partecipava largamente alla cittadinanza, anche prima d'imbandire, dalla domenica al martedì, ben cinque conviti, che empivano le loggie e i giardini del palagio di via Larga, con le mense distribuite fra giovani donne in compagnia della sposa (“cinquanta giovani da danzare„ dice l'informazione), e le donne di più età con madonna Lucrezia; e così in tavole separate i “giovani che danzavano„, e gli uomini di più età. Dalla domenica mattina,quando la sposa, partitasi dalla casa degli Alessandri “a cavallo, in sul caval grosso che donò a Lorenzo il re di Napoli„ entrava fra nobilissimo corteo nella casa maritale, mentre festeggiato di musica lieta si tirava su alla finestra il simbolico ulivo; sino alla mattina del martedì, quando “andò a udire messa a San Lorenzo„, con in mano uno de' mille doni nuziali, “uno libriccino di Nostra Donna, maraviglioso, scritto a lettere d'oro in carta d'azzurro oltramarino, coverto di cristallo e d'ariento lavorato„; Clarice Orsini, trasportata, avvolta, sollevata in quel profumo di gioventù, di bellezza, di grazia, di forza; ricevuta nelle sale che Cosimo, Piero e Lorenzo avevano impreziosite dei tesori dell'antica arte e della risorta; circondata, sovraccarica, dagli splendori d'una ricchezza che, anche non ostentata anzi voluta dissimulare, tuttavia impacciava quasi sè medesima; regina degli omaggi che il fiore delle intelligenze di tutto il mondo tributava a questa famiglia, la cui potenza era soprattutto l'ingegno; potè ben comprendere ch'ella era venuta sposa al primo cittadino, non che di Firenze, d'Italia.

E lasciamo stare se a quella gaiezza un po' sbrigliata della città popolana, allo scetticismo elegante di quei letterati già bell'e cortigiani, a quelle transazioni fra il cittadino e il cliente che corrompevano intorno al patrono tanto vecchio sangue repubblicano, se a questo e ad altro che poi dovette offendere la sua romana alterezza e i suoi sentimenti di moglie e di madre, ella ripugnò sin da principio, e ne contrasse quel malinconico cruccio che avvolse tutta la sua virtuosa esistenza domestica; lasciam pure che invece del Poliziano, il quale ella giunse perfino a cacciare di casa, preferisse di vedersi intorno ser Matteo Franco, buona pasta di cappellano e di sonettiere faceto, nelle cui fiorentinissime lettere madonna Clarice, circondata da' suoi figlioletti, èviva e parlante figura; ma non saprei tuttavia credere, che giovinetta sposa, ella non abbia dovuto gustare, di quella popolana gaiezza, di quella eleganza addottrinata, di quei cortigiani ritrovi, quanto parlava così vivacemente ai sensi e alla fantasia, in feste, per esempio, simili a questa, che pochi anni avanti, nel 64, aveva empito del suo fragore gioioso un'intera notte del carneval fiorentino.

“Notizia d'una festa fatta la notte di carnasciale, per una dama la quale fu figliuola di Lorenzo di messer Palla degli Istrozi. La detta festa fu fatta da Bartolomeo Benci, come innamorato della detta dama.„ Ve la riassumo, il più che potrò con le parole stesse dellaNotiziacontemporanea, che sono una pittura. Bartolomeo Benci ha ordinato, con altri otto giovani di principali famiglie, un'armeggeria notturna, l'ultima notte di carnevale, in onoranza, prima alla dama sua, poi, come sentirete, a ciascheduna delle otto respettive dame de' suoi compagni. Ciascuno di essi otto è a cavallo, ricchissimamente forniti; ciascuno ha trenta giovani intorno a sè, vestiti alla propria divisa, con torchi in mano, e altri otto intorno alla briglia. Il Benci poi, col bastone di “Signore e Capitano della Compagnia,„ è “in su 'n uno cavallo che la natura nollo potre' fare più bello; con fornimento e sella e briglia tutto di chermisi, ricamato di molte argenterie tanto riccamente quanto fare si potè: e lui in su detto cavallo, con uno giubone di perle ricamato e gioie, con due alle alle spalle, d'oro e più altri colori. E intorno al detto Signore era quindici gentili giovani a piè; tutti con gonnellini di raso chermisi foderati d'ermellini, con calze pagonaze: a' quali esso Signore donò a ciascuno. E oltre a questo, avea intorno detto Signore centocinquanta giovani, tutti vestiti a una sua divisa, cioè gonnellini e calze verdi, con falconi nel petto e di dietro, d'ariento, chegittavano penne per tutto el gonnellino: e' quali centocinquanta giovani ciascuno aveva un torchio acceso in mano„. Portatori e pifferi circondano il Trionfo d'Amore, che è alla testa: un Trionfo “alto braccia venti, composto in modo che, guardandolo, si rimaneva abagliato: co' molti ispiritegli d'amore con archi in mano; e in alcune parti l'arme de' Benci, e in altri luoghi la divisa del padre di detta dama; co' molte campanellette a sonagli d'ariento, e varie cose. Era composto detto Trionfo d'alloro, mòrtina, arcipresso, abeto e scope, cose tutte verdi e calde, apropriate all'amore. E, per abreviare, in sulla cima di detto Trionfo era un cuore sanguinente, aceso in fiamme di fuoco, che del continovo ardevano; con certi razi„ che a suo tempo dovevano esser lanciati. Muove la brigata (tutto ben computato, oltre un cinquecento persone) dalla Piazza de' Peruzzi, dopo una lauta cena in casa di Bartolomeo, e va alle case degli Strozzi da Santa Trinita: due Benci e due Strozzi regolano a cavallo l'andata. La Signoria ha fatto bandire, che nessuno quella notte giri a cavallo per la città, fuor di cotesta armeggeria; e che in essa o a cagion d'essa, “se per disgrazia alcuno fusse morto, chi l'ammazza sia sanza pena e sanza bando„: il che è detto “un obviare a' casi cattivi che potrebbero nascere„. E così, “giunti a casa della dama, feciono la mostra. E apresso, ciascuno corse ritto in sulla sella, secondo uso d'armeggeria, con un dardo in mano, dorato. E dipoi ancora, ciascuno corse con una lancia busa, dorata, e ruppono a piè della finestra dov'era detta dama. La quale si mostrava in mezo di quattro torchi acesi, con tanta graziosa onestà che una Lucrezia basterebbe. E fatto questo, el Trionfo era fermo sulla piaza, dirimpetto alla finestra dov'era detta dama: e al Signore fu ispiccate l'alie e gittate in sul Trionfo; e in quel punto, era ordinato che a detto Trionfo s'apiccassiel fuoco: e così arse, con tante grida e suoni che insino alle stelle andava el romore. E i razi che v'erano su erano artificiati in modo, che pareva che quegli ispiritegli d'amore, ch'erano in su detto Trionfo, co' l'arco che gli avevano in mano, gli saettassono. E così accesi per l'aria volavano appresso alla dama: alcuno n'andava in casa della detta dama, che si istima glien'entrassi alcuno nel cuore, per compassione del detto amante. E fatto questo, el detto Signore Amante, partendosi con tutta la compagnia, per non volgere le spalle a detta dama, fece che sempre el cavallo andava indietro, tanto che più nulla potè vedere. E partiti di quivi, andarono a rompere le lancie e armeggiare a casa le Dame di ciascuno de' suoi Compagni, cioè degli otto nominati. Dipoi tornarono tutti dalla Dama del Signore, e feciolle una mattinata co' molti suoni e gra' magnificenza: e questo si dice mattinata, perch'era presso a dì. E dipoi si partirono, e accompagnarono el Signore, cioè Bartolomeo Benci, a casa, nel modo e forma come s'erano partiti nel prencipio. E 'l detto Signore aveva ordinato molte confezioni, e e fece tutti convitare co' gra' magnificenza„. A chi poi rimanesse la curiosità (mi sia permesso, gentili ascoltatrici, supporla), se a que' nove armeggiamenti sotto le finestre delle nove case abitate dalle nove dame, corrisposero a suo tempo nove bei matrimoni, rispondo: che quanto ad alcuna delle amorose coppie, no certo, per la ragione molto stringente che il cavaliere aveva moglie, il che fa altresì lecito ammettere che anche qualcheduna delle rispettive dame avesse, per ultimo respettivo, marito: quanto a qualche altra coppia, potrebb'anch'essere; ma a chiarirlo, bisognerebbe, come de' cavalieri, avere i nomi delle otto dame; e questi laNotizia, che vi ho riassunta, non ce li dà; quanto poi alla coppia che più forse vi preme, mi rincresce dovervi notificare,che la Marietta Strozzi, nonostante tutta quella bersagliatura di razzi amorosi fra la quale le finì il carnevale del 1464, sette anni dopo andava sposa (e già aveva seguita fuor di Firenze la madre) ad un Calcagnini di Ferrara; e l'anno appresso, nel 72, l'aligero, e poi spennacchiato, capitano Bartolomeo Benci sposava la Lisabetta Tornabuoni, una sorella di quel confidente a Roma tra la Clarice Orsini e Lorenzo de' Medici.

Molte dolci memorie, del resto, dovè lasciare la bella Marietta Strozzi nella città nostra, lontano dalla quale il padre suo esule (come per lungo tempo, dopo il trionfo de' Medici, furono, di generazione in generazione, gli Strozzi) era morto di ferro, e per l'esilio di lui aveva dovuto pure starsene fuori la madre, virtuosissima e austera donna, Alessandra de' Bardi: e in questa quasi orfanezza la fanciulla si trovò forse più libera che alla condizione sua non convenisse: almeno in quell'inverno del '64, nel quale, poche sere avanti l'armeggeria, sentite quest'altra sua avventura carnevalesca, e che cosa era possibile a farsi, senza scandalo, da una giovinetta fiorentina in que' tempi. Vi traduco (liberamente anche questa volta) da una lettera, elegantemente latina, di amichevoli confidenze giovanili tra Filippo Corsini e Lorenzo de' Medici: “.... E mentre ti scrivo, la neve cuopre quasi tutta la città: tedio per molti e cagion di starsene; ma per altri cagione di darsi moto e piacere. Sappi infatti che Lottieri Neroni, Priore Pandolfini e Bartolommeo Benci (daccapo il nostro allegro Capitano). Cogliamo il destro, hanno detto, di usare qualche bel tratto. E subito, a due ore circa di notte, si son presentati alla casa della Marietta Strozzi, seguiti da una gran moltitudine accorsa da ogni dove, per fare a gettarsi la neve con lei. Gliene han data la sua porzione, e hanno incominciato. Immortali Dei, che spettacolo! e come descrivertelo, Lorenzo mio, con questadebole prosa? Gran pompa d'innumerevoli fiaccole; squillar di trombe, dolcezza di flauti; pubblico appassionato e plaudente. E che trionfo, quando alcuno degli assalitori riusciva a sparger di neve il viso, come neve candido, della fanciulla! Ma che dico sparger di neve? un vero e proprio trarre al bersaglio era quello, e di tiratori valentissimi! La Marietta poi, così leggiadra e destra in quel giuoco, bella come tutti sanno, ne uscì con immenso onore. Ma i gentili giovani non si partirono da lei, che prima non le donassero molto nobilmente per loro ricordo. E così, con grande contentezza di tutti, il piacevole giuoco ebbe fine„. Un epigramma del Poliziano (l'ultimo che vi citerò da quel florilegio aneddotico del Quattrocento fiorentino che sono, più assai che le volgari, le sue Poesie greche e latine) dice così: “Neve sei, o fanciulla, e giuochi con la neve. Giuoca: ma deh, prima che la nevi s'imbratti, fa' che si sgeli„. L'erudito, che oggi legge queste complimento amoroso, ricorda i molti altri, d'antichi e d'umanisti, che sul medesimo argomento si contengono nell'Antologia latina, e l'ha per un'imitazione a freddo (è proprio il caso di dir così) dall'antichità classica. L'aneddoto che vi ho narrato mostra invece, che questa almeno fra le tante imitazioni umanistiche aveva riscontro nel vero attuale; ossia, che quel bizzarro costume era spontaneamente rifiorito, come anche altre parti della vita antica, nell'allegra democrazia del Rinascimento: finchè la inamidata prammatica delle Corti, la Riforma protestante correggitrice e il conseguente reattivo disciplinamento della morale cattolica, più tardi infine la filosofia civile e la rivoluzione bandita e guerreggiata in nome di principii universali, non ebber mutata la faccia del mondo.

Ma finchè quelle gazzarre, quelle feste davvero popolari, que' fantastici apparati, que' simboli abbaglianti, ebber vita, nè corteo di spose, nè armeggiamento per dame,nè giostra di amorosi cavalieri, ebbe mai tanta cittadina solennità, quanto uno sposalizio, ben diverso da tutti gli altri dall'ora e di poi: lo sposalizio dell'abbadessa di San Pier Maggiore; sposalizio che si ripetè tante volte (salve eccezioni) quanti Vescovi ebbe per secoli parecchi la Firenze e del Medioevo e del Rinascimento ed anche del Principato Mediceo, poichè lo sposo della badessa era (honni soit qui mal y pense) messere lo Vescovo.

Quella chiesa e monastero di San Pier Maggiore, che furono delle maggiori antichità sacre di Firenze, se, come pare, nella lor forma primitiva risalivano al secolo quarto; che detter nome a una porta e a un sestiere della città, abitato e maledetto da Dante, non sono più. Si restauravano nel secolo XI, e si afforzavano con addossarli alle mura del secondo cerchio: si abbelliva la chiesa, a mezzo il secolo XIV: si sconciava, come tante altre, mediante le cappelle patrizie a marmi e stucchi di tutti i colori, nei secoli del barocco. E tutto oggi è sparito. E il tempo, che “traveste l'uomo e le sue tombe„, a mala pena ha rispettato nell'Arco di San Piero (salvo i possibili attentati onomastici dei moderni edili) il nome del titolare. Quali rovine, quali ossa, calpestiamo noi, passando da quell'arco! Delle nostre conoscenze d'oggi, le due belle Albizzi si sono fatte polvere colaggiù sotto: e si addormentò in pace con esse la monacella grecista, la quale, se morendo ancor ella giovine, non ebbe tempo di maturarsi, arcigna e rugosa superiora, per quelle nozze episcopali, potè bensì esercitare la sua mondana erudizione, ahimè non più sulle immortali pagine d'Omero e di Sofocle, ma sul grosso notarile latino degli autentici privilegi di coteste mistiche nozze, che risalivano (dicono que' notari) “a tanto tempo quanto è di là da memoria d'uomini„. L'ingresso del novello sposo della Chiesa fiorentina si faceva ritualmente dalla porta di San Pier Gattolini, oggi Romana: due famiglie,di grandi e tradizionali attinenze (da Dante proverbiate) con la mensa vescovile, avevano, i Tosinghi e i Visdomini, il privilegio di riceverlo e accompagnarlo sino al monastero, dove, simbolo della Chiesa fiorentina lo attendeva la badessa. Si celebravano nella chiesa le nozze, inanellando il Vescovo la sposa con un ricchissimo anello, e questa offrendogli in dono un letto suntuosamente montato nella camera stessa di lei, che per quel giorno, durante intere ventiquattr'ore, uscendone lei, diveniva la camera del Vescovo novello, sin che, la mattina appresso, i soliti Visdomini e Tosinghi gli venivano incontro col clero, e lo conducevano in Domo e lo insediavano. Tutta Firenze accorreva a quelle nozze. Oltre le due ricordate famiglie, altre ancora, e delle principalissime, Albizzi, Pazzi, Strozzi, rivestite di privilegi e diritti di questa o quella parte del cerimoniale, avevano quasi a ogni Sposalizio occasione di contestazioni, di proteste e di gare. Alla badessa rimaneva il cavallo col quale era venuto il Vescovo: agli Strozzi, con gran trionfo di tutto il parentado, la sella. La Chiesa fiorentina aveva avuto il suo pontefice, e la città una festa di più; nella quale era toccata la sua parte, e che parte essenziale!, alla donna.

Ma traverso a tutte quelle ideali trasformazioni che l'arte le apponeva, e a questa vissuta poesia di festeggiamenti e di pompe, quale fu poi nel segreto della vita reale, fra le pareti domestiche, figliuola e sorella, moglie e madre, quale, nella Firenze di quell'età, fu la donna? Scoperchiare i tetti delle case, e sorprendere senz'essere introdotti la gente che attende tranquillamente a' fatti suoi, e peggio poi le signore, si è creduto, fino a pochi anni fa, un privilegio di quel personaggio che sapete,leDiable boiteux, sollevato da Renato Le Sage alla cattedra d'uno de' più grandi e maligni professori di filosofia morale che il mondo abbia avuto. Fino a pochi anni fa, quando a me, sfogliando con paziente amore le carte dei Medici avanti il Principato, occorse di scoprire un'anticipazione del Diavolo Zoppo di Le Sage nella persona d'un cortigiano de' più cari a Lorenzo e a' figliuoli suoi, e che con uno di questi, divenuto papa Leone X, finì cardinale di Santa Chiesa: l'autore dellaCalandra, il Bibbiena; che in un Prologo a cotesta sua famosa commedia, rimasto inedito anzi fra le cancellature del primo getto, immagina di fare un giro da camera a camera femminili, invisibile per forza d'incanto, e mette al nudo una serie di scenette bizzarre che accadono in questa o in quella, sul punto del recarsi le donne a una veglia che si fa quella sera in Firenze. Rassicuratevi: io non voglio entrar terzo fra il giulivo Cardinale e il diavolo; se già non vi pare che sia ormai posto preso da messer Guido Biagi, quando l'altro giorno v'introdusse con sì garbata erudizione, e così intimamente, nelle segrete cose della vita privata de' nostri vecchi[95].

E qui cade un'avvertenza e una dichiarazione. Quel tanto che la novella e la commedia fiorentina del Quattrocento e (molto più largamente) del Cinquecento potrebber dare al ritratto della donna, io credo contenga troppa meschianza o di classico, o di boccaccevole, o di idealmente satirico: nè ebbe quell'età, come nel Sacchetti ebbero il Due e il Trecento da Giano ai Ciompi, un novelliere storico. Io non so in verità, quanto a buon dritto si possano accettare anche solo come tipi della famiglia in un dato momento della storia di Firenze i personaggi dellaMandragora; ma è poi certissimo che labuona Marietta Corsini moglie di Niccolò Machiavelli nulla ebbe, povera donna, di simile con quella alla quale egli, nel suoBelfagor, fa sposare il diavolo, e poi ridurlo a tale disperazione, ch'e' se ne torna a rotta di collo all'inferno.

E una leggenda di amor coniugale e materno, delle più poetiche e commoventi, parrebbe, se non fosse dramma pur troppo vero e dramma sanguinoso, il fatto di Annalena, che lo stesso grande istorico consacrò alla memoria de' posteri con parole di somma reverenza. Giunge un messo alle case di Annalena Malatesta, oltrarno, là dove il popolo memore dice ancora “da Annalena„, e le annunzia “Madonna, il marito vostro messer Baldaccio, l'hanno morto a ghiado nel Palagio de' Signori, e precipitato dalla finestra, e mozzagli la testa come a traditore e malfattore„. Ed ella, che al venturiero d'Anghiari, valoroso e brutale come condottiero ch'egli è, ha dato, sposa poco più che dodicenne, il cuore e la fede, e piegata sul suo petto di ferro l'alterezza gentilizia del sangue che le scende nelle vene da Paolo Malatesta, il cognato a cui la poesia di Dante fa eterni l'amore e la pena, il bacio colpevole e l'amplesso infernale; essa, l'Annalena, che da quel Baldaccio è già madre d'un bambinello, corre, povera donna, a' Signori, al magistrato crudele che l'ha vedovata, e per quella creatura innocente riesce a salvare, col pianto, da confisca i suoi beni. Poi quel figliuolo, il suo Guidantonio, nel quale tutta la vita della madre fanciulla si era raccolta, le muore; ed ella, ancor giovanissima, si trova sola, e già vissuta, nel mondo. E allora Annalena, fatta donna dal dolore, di quella sua casa in lutto fa chiostro, in quelle mura chiude per sempre e consacra il breve romanzo della sua giovinezza, le sue nozze e la sua maternità, le amorose imagini e le micidiali, i ricordi d'una culla e di due bare; nelle stanze stesse dove fu madre, ritorna verginea Dio, e madre di vergini invecchia soavemente. Affettuosa madre, e compassionevole agli splendori e alle lusinghe del mondo; se uno degli umanisti celebratori di Albiera, proprio a lei, ad Annalena ormai quasi cinquantenne, rivolgeva una di quelle elegie latine, e le chiedeva la preghiera sua e delle sue monacelle per la morta degli Albizzi, “per la giovinetta„, le dice “che tu hai amato come una tenera madre ama l'unico suo„: parole non so dire se pietose o crudeli, che il latinista forse scandiva senza pensarci su, ma che dal cuore della vecchia monaca avran fatte risalire agli occhi le lacrime della giovine madre. Il monastero d'Annalena, la quale morendo a sessantaquattr'anni lo raccomandava a Lorenzo de' Medici, fu sin da' suoi principii tutto cosa della potente famiglia: e nelle stanze abitate già dalla fondatrice, dalla vedova del condottiero, ebbe asilo e salvezza, ne' tempi grossi pel nome mediceo, un fanciullo che doveva essere il principe di quelli armigeri, Giovanni delle Bande Nere.

Ma se cerchiamo la donna, a cui la sventura non invidia nè rapisce la famiglia, la donna che della famiglia è ornamento e conforto, esempio e ispirazione, forza e provvidenza, la donna di casa, la moglie e la madre; alla storia di lei danno tipi ideali, però in necessaria relazione con la realtà, come pel medioevo più alto i libri di “reggimento o costume o castigamento„ femminili, così per questo secolo XV i trattati diGoverno della famiglia: o con intendimento piuttosto civile e secolare, quale è nel libro che si abbellisce de' nomi di Agnolo Pandolfini e di Leon Battista Alberti, e in quella parte che è didattica delle care pagine di Vespasiano cartolaio; o con prevalenza del sentimento religioso, siccome nellaCura familiaredel beato Giovanni Dominici, diretta a una valente gentildonna Bartolommea degli Alberti. Quel tipo ideale, o, diciam meglio, tradizionalee derivato dalle memorie delle “buone e care„, delle “care compiute et oneste„ donne, che tanta fragranza di gentili virtù spargono nelleCronache domestichedel Trecento, Vespasiano lo effigiò, e anche con un po' di retorica a suo modo lo colorì tra le figure illustri dell'età sua, in Alessandra de' Bardi, la moglie di Lorenzo di messer Palla Strozzi, e madre della vispa Marietta. L'Alessandra è ritratta da Vespasiano “bellissima e venustissima del corpo quanto gnuna n'avesse la città di Firenze„; vantaggiata di statura tanto, da fare a meno delle “pianelle„, supplemento prezioso, pare, per altre fanciulle men favorite di proporzioni: educata dalla madre sua “con ogni diligenzia„ (maggiore, forse è da credere, che l'esilio del marito e le altre vicende della famiglia non consentissero poi a lei nell'educazione di quella sua figliuola): dall'“amare e temere Iddio indótta a uno moralissimo vivere„: avvezza a “mai perdere tempo che ella non fosse occupata„, a “mai colle serve di casa non parlare, se non in presenza della madre„; e “la prima a levarsi la mattina in casa esser lei„: ammaestrata in “tutte le cose s'appartengono sapere a una donna, ch'abbia aver cura di famiglia; e massime a lavorare d'ogni cosa, e di seta e d'altro, come s'appartiene alle donne„, e “imparare tutto quello che, bisognando, potesse viverne„, e a “saper fare ogni cosa e sapere insegnare„, dal leggere sino a “ogni minima cosa„ attinente alle faccende domestiche. “Rarissime volte era mai veduta all'uscio o a finestra„, (ah Marietta!) “sì perchè non se ne dilettava, e perchè occupava il tempo in cose laudabili. Menavala la madre il più dei dì la mattina a una grandissima ora, a udire la messa, tutte col capo coperto, e col viso ch'appena si vedevano„. Ma questa stessa, che comincia forse quasi a parervi una monachina di casa, fatta poi sposa, e venendo a Firenzeun'ambasciata imperiale, sentite se sapeva, come le faccende femminili, altrettanto far bene gli onori, non pur della casa, ma della città, e d'una città che si chiamava Firenze, la quale “in questo tempo„ dice il buon Vespasiano “era abbondante e di virtù e di ricchezze, e la fama sua era per tutto il mondo„; città che “a quelli ambasciadori parve un altro mondo, rispetto alla grande quantità di uomini nobili e degni v'erano in quel tempo, e non meno donne bellissime del corpo e non meno della mente; perchè, sia detto con pace di tutte le donne e terre d'Italia, Firenze in quel tempo aveva le più belle e le più oneste donne fussino in Italia, e di loro per tutto il mondo n'era tal fama„. E descrive un ballo che a quei gentiluomini dell'Imperatore fu offerto dalla Signoria, in Piazza, sopra un palco dal lato del Palazzo verso Condotta, con grande apparato di spalliere, e pancali, e arazzi, e festoni; e i primi giovani della città, vestiti tutti a un'assisa di drappi verdi ricchissimi, e calzatura di pelle sino a' fianchi; e le fanciulle e le spose, con ricche vesti accollate fregiate di perle e di gioie. Alla onoranza di ciascun ambasciatore deputate due dame: che pel primo di essi sono l'Alessandra, maritata in quello stesso anno (era il 1482, ed ella n'aveva appena diciotto), e una Francesca Serristori. Dopo il ballo, si porta in giro la colezione; ed ecco l'Alessandra servire ella stessa gli ambasciatori, “con una tovagliuola di rensa in sulla spalla.... con una ismisurata gentilezza.... facendo riverenza con inchini in fino in terra, naturali e non isforzati, che pareva non avesse fatto mai altro„. Poi, ballo di nuovo; e, infine, accompagnamento degli ambasciatori all'albergo, ciascuno d'essi dando di braccio alle due belle fiorentine, una di qua e una di là, Alessandra alla diritta: e giunti alla porta dell'albergo, “il primo ambasciatore si cavò uno bellissimo anello di dito, e donollo all'Alessandra;di poi se ne cavò un altro, e donollo alla compagna„. Dopo di che, “salutati le giovani e i giovani, gli ambasciadori accompagnarono le giovani alle case loro„.

Il biografo quattrocentista, che sul declinare del secolo scriveva di questa e d'altre donne fiorentine della generazione antecedente, non finisce mai di far paragoni tra esse e le donne fiorentine del tempo suo, deplorando lo scadimento del costume e delle consuetudini più virtuose e severe. In questi lamenti, un po' di parte va fatta certamente all'abito che fu e sarà sempre di tutti i tempi, del rimpiangere, per questo o quel rispetto, il passato; un'altra poca, inoltre, alla disposizione di Vespasiano a trovar che ridire su troppe cose (figuratevi che una volta vuole e prescrive che le donne “imparino a non parlare, massime in chiesa„, egli dice; e poi, come se fosse poco, soggiunge “e in ogni altro luogo„): pur tuttavia, fatte queste eccezioni, e lasciando lo scherzo, io credo che que' suoi lamenti, specialmente quando li formula, com'è spesso, in osservazioni positive, attengano a condizioni reali; e propriamente a quella mutazione che anche nella vita domestica, di cui la donna è custode e gli atti suoi sono specchio, avevano indotto le splendidezze, a un poco per volta sempre più cortigiane, di quei Medici, la cui potenza attraeva oramai, volere o non volere, con l'interesse e la fortuna delle famiglie, anche gli affetti, le speranze, i disegni, che più disposta e inchinevole ad accogliere, in pro della famiglia, e fomentare è la donna.

“Ricòrdati che chi sta co' Medici sempre ha fatto bene, e co' Pazzi el contradio; che sempre sono disfatti„: così scriveva (e s'era solamente al 1461, diciassette anni prima della sanguinosa congiura) un'altra Alessandra pur maritata negli Strozzi, e che essa pure come la Bardi dagli esilii di quella famiglia ebbe lunghi dolori al suo cuore di moglie e di madre, ma altresì la consolazione,prima che morisse, di veder restituiti alla patria, e molto per la efficace materna opera di lei, i figliuoli, e il maggior d'essi gettare alla grandezza della sua famiglia quelle fondamenta delle quali è superbo monumento il loro meraviglioso palazzo: Alessandra Macinghi negli Strozzi, alla quale un altro monumento con la pubblicazione delle sueLettere a' figliuoli esuli, che io vorrei avere autorità di raccomandarvi e farvi care, o Signore, componeva, ne' dì nostri, Cesare Guasti, erudito e scrittore degno d'interpretare que' dolori, quelle consolazioni, quelle grandezze.

Lo avvicinarsi ai Medici anime elette come quelle della Macinghi Strozzi, matrona del cui costume e pietà avrebber potuto compiacersi la bontà di Antonino arcivescovo o la fierezza di Girolamo Savonarola (e a qualche pratica durezza piuttosto de' tempi che sua, confido che, ripensandoci, il nostro Biagi[96]si farà più indulgente), lo avvicinarsi, dico, di tali anime e famiglie (ne cito un'altra, i Rucellai) ai Medici, mostra che l'opera di questi era stata non tanto di corruzione, quanto di acquistare potenza fra i cittadini, prendere dello stato (è la frase del Machiavelli, e del tempo) quanto a mano a mano ne veniva ad essi concesso, cosicchè la forza loro sormontasse invincibilmente su tutte le altezze, preponderasse su tutte le resistenze, schiacciasse quasi fatalmente tutto ciò che si levasse contro di loro. “Co' Medici, e non co' Pazzi!„: a quell'affettuoso ammonimento materno risponde tragicamente, a distanza d'anni, nel maggio del 78, un'altra voce di donna, anzi lo schianto d'un cuore, d'un cuore di figliuola, ne' giorni che l'uccisione di Giuliano de' Medici e le ferite di Lorenzo erano, nel sangue de' congiurati e di chiunque paresse averli comecchessia favoriti, vendicati come delitti contro la patria.La figliuola d'uno di costoro, giovane sposa di vent'anni, Ginevra di Piero Vespucci (cognata della bella Simonetta; e Piero, uomo, del resto, di poco senno, era stato un tempo deditissimo a Lorenzo, e giostratore nel 64 in Santa Croce con lui, e armeggiatore col Benci sotto le finestre della Marietta), scrive, la Ginevra a Lorenzo, queste parole spezzate dal pianto: (la lettera è inedita e sfuggita alle ricerche e curiosità erudite): “Amantissimo in luogo di buon padre. La cagione di questi dolorosi versi si è perchè ieri non vi potei parlare come desideravo, per potervi pregare e ricordare l'amore e benivoglienza avete portata in questa casa, e le parole e promesse fatte a me, e l'umanità dimostrami, quando mi chiamasti sorella: e però vi priego vogliate accettare e mie' prechi, e ogni amore e promesse rivolere in questo, e avere misericordia e compassione di noi tutti. Vorrei vi fussi di piacere considerare la condizione di mio padre, e specchiarvi in me, e non considerare quello che fa in ogni suo caso, che non è solo in questo. E priegovi quanto più posso mi facciate questa grazia; e questo si è, me lo rendiate senza altro segno, e che la penitenza di questo peccato sia quella che à avuta: chè quando penso, della età ch'egli è e poco sano, come è stato buon pezo, e ora di nuovo, colla febbre, essere dove egli è, e avere e' ferri in piè; che quando ci penso, mi scoppia el cuore. Priegovi abiate pazienza se questi versi vi danno tedio, e priegovi per l'apportatore mi mandiate qualche buona risposta; però che chi misericordia fa, misericordia aspetti: e priego Idio vi metta in cuore, me lo rimandiate istasera: e se io fussi con Voi, tanto vi pregherei me lo renderesti: e ora di nuovo ò inteso à avuta della fune. Priegovi non ci vogliate fare disperare più. Ginevra isventurata.„

Invero, la vita di quelle donne, quale la rivelano el'aureo volume del Guasti (che, potendo essere a mano di tutte, io mi son proposto di lasciare pressochè intatto alla curiosità del cuor vostro, Signore e Signorine) e lo pubblicazioni che di altri documenti femminili si sono venute facendo, non solamente si vede essere tutta per la famiglia; ma che quelle poderose famiglie, Medici, Strozzi, Salviati, Rucellai, Guicciardini, Soderini, Ridolfi, debbono a coteste donne non piccola parte della forza che ebbero, a fare quello che fecero. Il Savonarola, che sulla caduta della supremazia Medicea tentò costruire saldamente l'edificio del governo popolare, sentì quanto importasse al suo intendimento avere a ciò profonde basi nella famiglia: pensò, come la prima delle sue riforme, la riforma del costume; e si rivolse alle donne. E non tanto, intendo, alle mistiche, quali erano una Visdomini, una Gianfigliazzi, una anzi due Rucellai; com'a dire le Giacobine di quello che poc'anzi ho chiamato Terrore Piagnone; giacobine, bensì, che poi finivano monache, anzi una di esse Beata. Ma alle madri proprio di famiglia, il Savonarola si rivolgeva: alle donne e a' fanciulli, che è quanto dire alle forze dell'affetto materno, si rivolgeva, come a instrumenti politici, con la fede, con cui l'avversario suo papa Borgia si appoggiava alla spada e al pugnale del suo Valentino. “O donne e fanciulli, la vostra riforma non è ancora vinta. Dite da mia parte alla Magnifica Signoria, che questa non è cosa umana, ma di Dio; e fateli questa imbasciata: che la racconcino se vi è cosa che non stia bene, e che gli diano la sua perfezione; e che se non lo faranno, e si faranno beffe delle opere di Dio o le contradieranno, che il Re gli punirà. E ditegli che non sono Signori, ma ministri del Signore e del Re nostro Cristo.... A voi, padri e madri, dico: confermate questa cosa a' vostri figliuoli, perchè non vi è dentro se non buon vivere. Altrimenti Dio ha apparecchiata la punizione a chicontradirà alle cose sue. Io ve lo dico certo, e tenetelo a mente.„ Il magnanimo frate fu arso; e il profeta, smentito dai fatti: ma molta parte di quella generazione informata da lui rimase fedele aPopolo e Libertà, l'antico grido del Comune glorioso: e que' fanciulli, che ne' carnevali de' Piagnoni avean ballato intorno al Bruciamento delle vanità (cotesto bruciamento altra cosa è approvarlo, ed altra intenderlo pel suo verso), que' fanciulli, fatti uomini sostennero e combatterono, dalle mura di Firenze assediata, contro il Papa e l'Imperatore, le ultime battaglie della libertà italiana.

Un'egual gagliardia di sentimenti e di opere; un intenso sforzo di tutte le energie morali, e un cupo raccoglierle e quasi appuntarle alla vita pratica, al riuscire; durante que' trentacinqu'anni, che intercedono fra il rivolgimento popolare nel 1494 e la caduta della Repubblica nel 1530, animano del pari l'un campo e l'altro: gli eredi e rivendicatori della libertà manomessa; e gli eredi e sostenitori delle splendide ambizioni di chi la vuole ormai sopraffatta. Anche sulle manifestazioni dell'arte, e nella elaborazione del pensiero, incombe il travaglio dell'ignoto avvenire. Il giardino Mediceo di San Marco, dove il Poliziano erudiva ne' miti ellenici i pittori e gli scultori, e nella storia carlovingia Luigi Pulci, e il Ficino cercava in Platone conciliazioni feconde tra la civiltà pagana e la fede di Cristo, quel giardino è deserto. Ora è il Machiavelli che nelle conversazioni degli Orti Oricellarii idealizza le togate figure di Roma antica, e ne entusiasma i giovani che congiureranno contro i Medici, mentr'egli da quella grande nostra storia romana dedurrà dottrina di Stato, destinata a chi, in tristi tempi con tristi mezzi, sappia far trionfare, per la salvezza d'Italia, un'idea generosa. Ma i Medici, ne' quali egli vagheggia il suo principe, muoiono giovani: e sulle loro tombe Michelangiolo scolpisce ilPensiero doloroso e la Notte. Ben diverso trionfo, e non generoso, alla fortuna della loro famiglia preparano, fattone strumento le Somme Chiavi, Leone X e Clemente VII: ma per tutto cotesto periodo, di resistenza e di contrasto, durante il quale difesa, ritorni, congiure, cacciate, si alternano, per poi conchiudersi in quella caduta da eroi sulla quale irraggia la sua luce il Ferruccio, la vita civile e la domestica non sono più nè possono essere il gaio vivere, a sicura letizia intonato, nel quale, da Cosimo a Lorenzo, Firenze aveva sorbito lentamente la dissuetudine dalla libertà. I carnevali del magnifico Lorenzo vecchio de' Medici, come lo chiamano i contemporanei del nipote suo Lorenzo, che col ducato d'Urbino anticipa ai Medici il titolo ond'è per coronarsi in Firenze la loro secolare cupidigia, quei carnevali non tornano più: nè valgono a rattizzarli le Compagnie del Broncone e del Diamante, nelle quali, sotto le imprese e i motti e l'auspicio di que' passati splendori, si raccoglie a darsi piacere la gioventù pallesca. I tempi non sono più quelli, nè per Firenze, nè pur troppo, dopo la calata di Carlo VIII, per tutto il resto d'Italia.

E la donna? Fedele custode delle sue tradizioni, in cotesta vita che è divenuta tutta una guerra guerreggiata di foschi interessi, essa ha vegliato e veglia agl'interessi del focolare: specialmente la madre. Quando il magnifico Lorenzo perdette la sua, “Ho perduto„ scrisse “un unico refugio di molti mia fastidii e sollevamento di molte fatiche, uno instrumento che mi levava di molte fatiche„. “Tornate a vostra madre che con tanto desiderio vi aspetta„; scriveva la Macinghi Strozzi: e ai figliuoli esuli la voce di quella valente vecchia era come la voce cara della patria, della patria che riapriva loro le braccia, per tanti anni sì crudelmente serrate. E così la Lucrezia come l'Alessandra hanno quasi con le loro proprie mani fatto i matrimoni de' loro figliuoli; sottoponendoal sindacato del loro occhio materno, nelle possibili nuore, tutto, dalla persona all'animo, ai costumi, al parentado, alla dote: e fra le passate in rivista dall'Alessandra è, con non troppo favore, la bella Marietta delle armeggerie e della neve. Ora la Maria Salviati vedova del gran capitano Giovanni delle Bande Nere, attende alla futura grandezza del suo Cosimo, che a diciott'anni improvvisamente duca di Firenze, saprà, educato da quella donna di alto animo, sottomettere o schiacciare i nemici, se anche si chiamino Filippo e Piero Strozzi, deludere o respingere le pericolose ambizioni de' partigiani, se anche si chiamino Francesco Guicciardini. Al buon avviamento, prima, poi alla salvezza del suo sciagurato figliuolo Lorenzino de' Medici, si adopera inutilmente la Maria Soderini: ed essa e le figliuole bellissime, entrate negli Strozzi, la Laudomia e la Maddalena, e dagli Strozzi entrata nei Ridolfi la Maria figliuola di Filippo, il gran gentiluomo del secolo, parteciperanno, con gli accorgimenti animosi e le ispirazioni de' loro cuori di madre, di sorella, di moglie, all'affaticarsi infruttuoso, non però ingeneroso, de' fuorusciti, contro l'afforzamento del principato Mediceo. Protesterà, contro la violenza e il tradimento che lo hanno insediato, la figliuola d'uno di quei fuorusciti, Giulia di messer Salvestro Aldobrandini; che nella corte d'Urbino, richiesta da Fabrizio Maramaldo di ballare con lui, “Levatemivi dinanzi„, gli risponde “chè ammazzaste così vigliaccamente il Ferruccio„. Ma tra le vittime del novello principe cadrà una gentile di quella schiera, Luisa Strozzi; sulla cui tragedia, e su quella che pochi anni appresso involge nel mistero la morte del padre suo Filippo, aleggiano sinistramente le parole dell'ava veggente: Chi è contro a' Medici, sarà disfatto. Parole, del resto, che nella casa degli Strozzi non ha ascoltate una Medici stessa, la madre della Luisa, la Clarice moglie di Filippo e cospiratricezelante alle fortunose ambizioni di lui; anima, piuttosto che di donna, d'uomo e dei più fieri di quel fiero Cinquecento: la quale ai giovinetti bastardi, nelle cui mani, sotto i non dissimili auspicii di papa Clemente, il moto popolare del 1527 trova le redini della signoria Medicea, ha rinfacciato la passata grandezza de' suoi antenati, fondata sul favore del popolo; e in nome di questo, nel palagio de' Medici, essa una Medici autentica, ha loro additata e quasi intimata la via dell'esilio.


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