Forti donne, alle quali può l'uomo di cui portano il nome commettere con fede le faccende domestiche, de' figliuoli e del patrimonio, della casa e della villa; come messer Luigi Guicciardini, mentr'è fuori Commissario pe' Medici, alla sua monna Isabella, una massaia stupenda, che io mi onoro d'aver rivelata dalle sue lettere campagnuole: commettere e raccomandare la custodia del palagio, e il decoro della casata; che alle mani della moglie di Pierfrancesco Borgherini, madonna Margherita, saranno sicuri. E quando un Della Palla, incettatore per re Francesco di Francia di tesori artistici dalle case della nostra città, si presenta con mandato (pur troppo!) dei Priori alla casa di monna Margherita a mercanteggiare una sua camera, meravigliosa pe' lavori di Iacopo da Pontormo, quella davvero nobilissima gentildonna lo riceve così: “Adunque vuoi essere ardito tu Giovambattista, vilissimo rigattiere, mercantuzzo di quattro denari, di sconficcare gli ornamenti delle camere de' gentiluomini, e questa città delle sue più ricche ed onorevoli cose spogliare, come tu hai fatto e fai tuttavia per abbellirne le contrade straniere ed i nemici nostri? Io di te non mi meraviglio, uomo plebeo e nimico della tua patria; ma dei magistrati di questa città, che ti comportano queste scelerità abominevoli. Questo letto che tu vai cercando per lo tuo particolare interesse e ingordigia di danari, come che tu vadail tuo mal animo con finta pietà ricoprendo„, cioè di conciliare a Firenze assediata la benevolenza del Re “è il letto delle mie nozze, per onor delle quali Salvi mio suocero fece tutto questo magnifico e regio apparato, il quale io riverisco per memoria di lui e per amore di mio marito, ed il quale io intendo col proprio sangue e con la stessa vita difendere. Esci di questa casa con questi tuoi masnadieri, Giovambattista; e va', di' a chi qua ti ha mandato comandando che queste cose si lievino dai luoghi loro, che io son quella che di qua entro non voglio che si muova alcuna cosa: e se essi, i quali credono a te uomo dappoco e vile, vogliono il re Francesco di Francia presentare, vadano e sì gli mandino, spogliandone le proprie case, gli ornamenti e letti delle camere loro. E se tu sei più tanto ardito che tu venga per ciò a questa casa, quanto rispetto si debba da' tuoi pari avere alle case de' gentiluomini, ti farò con tuo gravissimo danno conoscere„. La conversazione o, se anche vogliamo, l'amplificazione di queste generose parole di donna in una pagina del buon Vasari, mi pare debba riconciliarci alquanto con l'oratoria dei Cinquecentisti. Ma voi, quando nel Palagio del Potestà passate innanzi ad un mirabile cammino in pietra di Benedetto da Rovezzano, che da una sala appunto delle case che furono de' Borgherini colà trasferito, è ormai assicurato al patrimonio intangibile della nazione italiana, siate superbe, o gentildonne fiorentine, della vostra concittadina; e se mai occorresse, ricordatevi dell'esempio ch'ella vi ha dato.
Che se la Margherita e l'Isabella favoreggiano, e la Maria Salviati Medici rappresenta essa stessa potentemente quella parte Medicea dalla quale, almeno in quel truce epilogo delle sue ambizioni, rifuggono le simpatie di noi tutti (compreso, senza dubbio, l'apologista dotto e sagace, per la cui eloquenza ha in questa sala rivissutouna genialissima ora di vita il magnifico Lorenzo)[97]; se la Clarice Medici Strozzi, e le gentildonne de' fuorusciti, agitano in petto, insieme con altre passioni più nobili, gl'interessi altresì e i rancori di ambizioni men della Medicea fortunate; non mancano poi alla libertà che muore, non mancano dal popolo che per lei combatte senz'altra ambizione nè amore che non sia essa stessa la libertà, le sue eroine. Eroine anonime, come le dà la plebe, generosa de' nomi non meno che del sangue (così non ne fosse prodiga anche a chi la inganna e la sfrutta!); anonime, e nella veglia del malinconico inverno de' casolari affigurate in leggenda. Tale la Lucrezia Mazzanti figlinese, che nei gorghi del suo Arno cerca scampo alle brutali violenze della soldataglia imperiale e papale: matura sposa quarantenne, ma che il popolo vuole restituita alla poesia dell'intatta giovinezza, mentre alla novella Lucrezia romana dedicano il loro latino gli ultimi umanisti del Rinascimento, che il Bruto cesaricida esalteranno in Lorenzino de' Medici. E dalle popolari memorie, nella storia del tempo raccolte, effigiò modernamente il Guerrazzi, quando ne' duri anni della servitù d'Italia volle essere l'Omero della libertà fiorentina, quella che egli denominò monna Ghita setaiuola in Borgo San Friano: “alta della persona, magra, adusta dal sole, sicchè sembrava di colore del rame; i muscoli del collo grossi e protuberanti, le vene turgide, le labbra vermiglie, e comunque tacessero, agitate; le narici ansose, gli occhi fulgidissimi, perpetuamente volgentisi da un lato all'altro; i contorni del volto squadrati, la faccia ossuta„; una Parca di Michelangiolo: la quale, vedova e povera, dà alla difesa della patria le buccole d'oro delle dónora maritali, e il figliuolo unico: “il mio Ciapo di sedici anni e otto mesi, perchè deve entrare ne' diciassettecome si arriva alla festa di San Zanobi„; dopo fattogli giurare sul Crocifisso il giuramento con che la Spartana consegnava al figliuolo lo scudo: O con questo, o su questo. Ultima espansione da cuore di madre popolana, dell'amor di patria nel sacrifizio della famiglia. Succederanno i tempi ne' quali il popolo italiano dovrà dimenticare d'avere una patria, cercar nelle gride (povero Renzo!) il diritto d'avere una famiglia: e agli oppressi dalla doppia tirannide, politica e sociale, non rimarrà altra voce, se non il pianto di Lucia che dice addio a' suoi monti.
La libertà repubblicana è caduta: e su quelle rovine han fatto le loro paci, la Chiesa di Roma, che per entro alla corruzione secolare e alle pagane eleganze ha giocata la sua unità, e il sacro Romano Impero, le cui idealità medievali son fatte così una brutta cosa, nella greve signoria di Carlo V spagnuolo, del monarca su' dominii del quale il sole non tramonta. Splendori di corti, di pensiero e di roghi, illumineranno l'età che incomincia, della quale il mio tema varca sfiorando le soglie, e destinata, o Signore, alle conferenze del prossimo anno. Nei sozzi e atroci drammi coniugali dei duchi e granduchi Medici e de' loro cortigiani, ultima che ritragga dell'antico “femminile„ fiorentino, bella, culta di lettere, esercitata nella poesia, nella musica, nell'uso di più lingue, del volgar nostro intendentissima, gentile d'animo, è l'infelice Isabella Medici Orsini. Altre gentili ospita il chiostro; il chiostro, talvolta cercato e invocato, troppo più spesso destinato alla inconsapevole innocente fanciullezza da quelle tirannidi gentilizie, scellerate e codarde, delle cui vittime la Geltrude del Manzoni è vendetta immortale. E nel chiostro, da uno ad un altro trafugandolagelosamente, i repubblicani fiorentini dell'Assedio avean custodita Caterina de' Medici: come utile ostaggio, speravano; e non sapevano di serbarla a ben altre fortune. “Andate, e dite a que' miei padri e signori, che io intendo d'essere monaca, e di starmi in perpetuo con queste mie reverende madri„; mandava ella a dire alla Signoria: l'aspettavano invece il trono di Francia, e le guerre civili di religione, e laSaint-Barthélemy.
Ma ai dolci silenzi della meditazione pietosa sulle umane colpe e sventure, agli entusiasmi verso Dio buono, ai terrori di Lui giusto, era nata Caterina de' Ricci, che in San Vincenzio di Prato si chiude giovanissima, negli anni durante i quali per un'altra di quel casato, la Marietta Ricci Benintendi, duelli di non degno amore intermezzano le battaglie della libertà, e il nome d'un'altra Ricci, Cassandra, è vituperato fra le tresche e nel sangue. Caterina nel chiostro riceverà le ultime tradizioni e gli affetti de' seguaci di frate Girolamo; appiè dell'altare, sul quale ella un dì sarà santa, consacra la religione del martirio di lui: e dal chiostro, non ripudiata l'umana fraternità, a' suoi di casa parla, nelleLettere, parole di pace, di conforto, d'amore; ai prelati suoi superiori, di reprensione reverente, ove occorra; agli uomini, che tra le cure civili o mercantili si travagliano, parole di virtù operosa e che si affisa nell'alto; di giustizia, ai principi; di miti e caritatevoli affetti, alle donne; e delle due che furono le mogli di Francesco de' Medici, ama Giovanna d'Austria infelice, prega e fa pregare Dio per Bianca Cappello.
Nè con l'infoscarsi, sempre più cupo, de' tempi, col sempre più gravemente incombere sulla libertà politica e del pensiero la domestica e la straniera tirannide, manca ne' chiostri, alla pietà verso chi rimane nel mondo, il cuor della donna: o l'abbiano esse lasciato, o esso ilmondo le abbia allontanate da sè, quelle buone sentono e fanno suoi i dolori della famiglia alla quale appartennero. Sulla collina d'Arcetri si raccoglie a morire, quasi prigioniero, il grande liberatore del pensiero moderno, Galileo: ma presso alla villa del Gioiello, che oggi nel suo nome ci è sacra, vegliano su lui, dal convento di San Matteo, l'affetto e la preghiera d'una santa creatura, che data a lui dall'amore, egli è forse colpevole di avere, sin dalle fasce, destinata all'espiazione; della sua Virginia, che egli ha voluto sia suor Celeste: ed ora ella viene a lui, non potendo di persona, con leLetterenelle quali quella cara anima è sopravvissuta anche a noi: e si accuora de' suoi dolori, e trepida delle sue malattie; e si prostra reverente al suo divino intelletto che “penetra i cieli„; e in una rosa, che gli manda nel cuor dell'inverno, vuole intravvegga, di là dal “breve e oscuro inverno della vita presente, la primavera dell'eternità„; e s'addossa ella le penitenze spirituali impostegli dal Sant'Ufizio; e al ricevere un suo libro, o al sapere di onoranze resegli, esulta; e vorrebb'essere “in una carcere assai più stretta di quella in che si trova„, per far libero lui; nè le duole di esser monaca, se non quando sente ch'egli è malato, per non potere assisterlo; e dovendo come le altre monache scegliere fra i Santi il Santo “suo devoto„, non altri sa scegliere, con sublime profanità di figliuola, che il padre suo, il padre che prega Dio le sia conservato, “perchè dopo di lui non mi resta altro bene nel mondo„. E quando cotesto martirio di amor filiale incarcerato ha il suo termine, e a trentatrè anni ella muore, il povero glorioso vecchio sentirà spezzato il più caro vincolo che ancora lo congiungesse col mondo; più dura e crudele gli pesa ora la guerra indegna che in lui è fatta ai diritti e all'avvenire dell'umanità: e di lì a breve, cieco, infermo, degnato di concessioni umilianti come a colpevole ravveduto,fattogli elemosina di licenza e di permessi come a tollerato dai potenti della terra, egli che ha rivelato i misteri del cielo, nel presentire la morte: “Mi sento„ esclama “continuamente chiamare dalla mia diletta figliuola„. Nè so se la donna abbia mai scritta nella propria storia una pagina che valga cotesto grido paterno, uscito dal cuore di Galileo.
Le libertà repubblicane caddero, e successero i tempi infausti della servitù: ma al terzo secolo da quella caduta, il sepolcro si è dischiuso, e la libertà d'Italia risuscitò da morte. E la donna italiana, così da Firenze come da ogni altra città e villaggio e borgata della patria che è nostra, ha dato a quel risorgimento i dolori del sacrificio e del martirio, le ansietà delle trepidanti speranze, il pensiero e il lavoro degli uomini ch'ella ha amato e ispirato, la vita propria, il sangue de' suoi figliuoli; da Eleonora Fonseca a Teresa Confalonieri, dalla madre dei Ruffini alla madre dei Cairoli: all'Italia han dato il fior dell'ingegno la Guacci, la Turrisi Colonna, la Ferrucci, la Brenzoni, la Paladini, la Percoto, la Milli, la Mancini, la Fusinato. O madri toscane, o spose, o sorelle, o figliuole, che da Curtatone e Montanara alla rivendicazione di Roma le sante battaglie della libertà orbarono de' vostri cari; o gentildonne animose, o buone popolane, della nostra Firenze; la tradizione con le forti donne dell'antica nostra istoria è per voi ricongiunta.
Nè più tardi d'ieri, da una collina le cui vigne e gli oliveti ombreggiavano una tomba recente, è disceso un feretro, che da quella tomba trasferiva, così volendo la nazione, in Santa Croce, e restituiva al sepolcro degli avi suoi, de' Priori e Gonfalonieri della nostra Repubblica,la salma di Ubaldino Peruzzi, nella cui persona, il 27 aprile di trentadue anni fa, Palazzo Vecchio tornò al suo antico signore, il Popolo fiorentino. Pia custode di quella tomba gloriosamente vuota, è rimasta una Donna: che tanto seppe, tanto potè, nei pensieri e negli affetti di lui; che lo animò, lo aiutò, alle onorate fatiche, ne' dubbi lo consigliò, gli confortò i patimenti, gli consolò le ingiustizie, gli allietò i trionfi. Storia, che in tutti i paesi civili, in tutte l'età, è la storia vostra, o Signore: che compendia i diritti e i doveri vostri verso le due grandi non distruggibili società, delle quali voi siete l'anima immortale: la famiglia e la patria.