Ma torniamo alle nozze. Giovanna dei Medici venne a marito quel giorno stesso, accompagnata, com'era costume, da quattro cavalieri de' maggiori della città, messer Manno Temperani, messer Carlo Pandolfini, messer Giovanozzo Pitti e messer Tommaso Soderini.Veniamcioèverròera scritto, secondo l'uso d'allora su certe cartellette appiccate alle panche parate d'arazzi che eran disposte sotto al padiglione fiorito; e la sposa vi venne, e in su quel palco soffice per i ricchi tappeti si danzò e si festeggiò a suon di musiche, aspettando i desinari e le cene.
Convennero alle nozze 50 gentildonne riccamente vestite e similmente 50 giovani in abiti bellissimi. Durarono le feste dalla domenica mattina alla sera del martedì successivo, e i conviti si tenevano due volte al giorno. Comunemente si convitavano a ciascun pasto cinquanta tra parenti e amici e cittadini de' principali, per modo che alla prima tavola, contando le donne e lefanciulle di casa, i pifferi ed i trombetti, mangiavano 170 persone. E alle seconde e terze tavole dette “tavole basse„, mangiava gente assai, tantochè ad un certo pasto s'ebbero fin 500 persone. Le vivande, che eran quelle prescritte dall'uso, furono squisite e abbondanti: la domenica mattina si dettero capponi lessi e lingue, e un arrosto di carne grossa, e uno di pollastrini dorati con lo zucchero e l'acquarosa: la sera la gelatina, l'arrosto grosso e quello di pollastrini con frittellette. Il lunedì mattina, bianco mangiare, coi capponi lessi e salsicciuoli e arrosto grosso di pollastrini; la sera le solite portate, e più una torta di pappa, mandorle e zucchero che dicevasitartara. Il martedì mattina, arrosto di carne grossa e di quaglie, e la sera i consueti arrosti e la gelatina. Alle colazioni uscivano fuori in sul palchetto venti confettiere di pinocchiati e di zuccherati, che si distribuivano a profusione.
La spesa di questi conviti ascese a più che 6000 fiorini (circa 150000 lire), somma per quel tempo ingentissima. Si comprarono settanta staia di pane, duemilaottocento pani bianchi, quattromila cialdoni, cinquanta barili di trebbiano, tremila capi di pollame, mille e cinquecento uova, quattro vitelli, venti catini di gelatina; e si arsero in cucina dodici cataste di legna. — Pareva addirittura il regno dell'abbondanza.
Il martedì sera, parte dei giovani che erano stati invitati alle nozze fecero gli armeggiamenti secondo l'usanza, movendosi dal Palazzo Rucellai fino al canto dei Tornaquinci, e di poi in Via Larga sotto il Palazzo dei Medici.
La sposa, chi voglia sapere il corredo e i regali che ebbe, ricevè da diversi parenti non meno di venti anelli; e sei dallo sposo, due quando la tolse, duedello sposalizio, due nella mattina che si donavano le anella. Da Bernardo ebbe cento fiorini e più altre monete: le sifecero ricchi vestimenti: uno di velluto bianco ricamato di perle, di seta e d'oro con maniche aperte foderate di candide pellicce: uno dizetani, drappo di seta molto massiccio, guernito di perle con le maniche foderate d'ermellino.
Ebbe poi unacottao vestito di damaschino bianco broccato d'oro fiorito, con maniche adorne di perle, e un'altra cotta di seta con maniche di broccato d'oro cremisi ed altri vestiti e sopravvesti, chiamate alloragiornee. — Fra le altre gioie ebbe una ricca collana con diamanti, rubini e perle del valore di 1200 fiorini, e uno spillo da testa, e un vezzo di perle che avea per pendente un grosso diamante a punta, e un cappuccio ricamato di perle e una reticella di perle grosse. — La dote, che oggi parrebbe scarsa, fu di 2500 fiorini (circa 60 000 lire), compreso il corredo, nel quale si notano un paio di forzieri con le spalliere riccamente lavorati, e dieci fracioppe,gamurreegiornee, cioè vestiti lunghi di varia forma di finissime stoffe, e sontuosi ricami d'oro e di perle: una camicia direnso(tela bianca fine operata proveniente da Reims), una cuffia o testiera di stoffa cremisi lavorata di perle, due berrette con argento, perle e diamanti, unlibriccinoda messa miniato con fermagli d'argento e unBambinoGesù in cera con la veste di damasco ricamata di perle. Inoltre stoffe in pezza, rasi, damaschi, velluti, guanciali ricamati, cinture, borse, anelli da cucire, agorai, pettini d'avorio, 4 paia di guanti, uncappelloalla milanese con frangie, otto paia di calze, tre specchi, un bacino e un mesciacqua a smalto d'argento, un ventaglio ricamato orosta, e molte altre cose che non si contano.
Tre anni appresso, nel giugno 1469, le nozze sfolgorate, da vero principe, di Lorenzo dei Medici con Clarice Orsini, che riuscirono una pubblica festa, un vero carnasciale. “Tu felix, Florentia nube!„
Non c'indugeremo a descriverle, sulla traccia dell'informazione che ne dette Piero Parenti a Filippo di Matteo Strozzi, suo zio materno, che allora stava in Napoli, ed è il fondatore del bel palazzo di Firenze, monumento della grandezza di questa famiglia. Quei conviti, quelle magnificenze ponevano in grave impaccio le gentildonne che vi erano invitate e dovevan comparirvi, secondo la dignità della casata, con robe e cotte di broccato di gran valuta. Mentre il “Babbo„ era “a Napi„[75], come aveva imparato a balbettare il piccolo Alfonso, figlio di Filippo Strozzi e della bella e buona Fiammetta di Donato Adimari, la giudiziosa donna volle piuttosto far l'ammalata, e non v'intervenne[76].
Anche noi vogliamo seguirne l'esempio, e piuttosto cercare ne' documenti contemporanei alcun accenno alle intimità della vita domestica, che fra tanto pubblico scialo, si facevan sempre più rare. E ci sarà grato trovarlo nelle letterine che il figlio di quelli sposi, Piero de' Medici, scriveva a suo padre, mentr'era in villa o altrove, raccomandato alle cure del suo pedagogo Messer Agnolo Poliziano. Le ha tratte dagli originali del nostro Archivio di Stato, il Del Lungo che saprà a' loro luoghi ricollocarle nellaVitadell'Ambrogini, antica promessa ringiovanita con lui.
A Piero de' Medici molto si perdonerebbe in grazia di queste letterine, vergate con mano incerta dai cinqueanni in poi, e dei primi latinucci che il maestrononcorreggeva. Nel 1476, appena cinquenne, scriveva di villa alla nonna Lucrezia Tornabuoni, con la petulanza d'un nipotino guastato dalle carezze. “Rimandateci parecchi fichi, chè quegli mi piacquono; dico di quelli brugiotti: et mandateci delle pesche col nocciolo, et delle altre cose che voi sapete che ci piacciono, zuccherini et berlingozzi ed altre coselline.„ Nel '78 avvertiva il padre d'aver “apparato già molti versi di Virgilio, e so quasi tutto il primo libro di Teodoro a mente, e parmi d'intenderlo„, cioè la grammatica greca di Teodoro Gaza (ilCurtius, d'allora). “El maestro mi fa declinare et mi examina ogni dì.„
L'anno appresso scrive più franco: “Vorrei che Voi ci mandassi qualche segugio de' migliori che vi sono. Non altro. La brigata, ognuno si raccomanda a voi, massime io. Priegovi che vi guardate dalla moría, e che voi vi ricordiate di noi, perchè noi siamo piccini e abbiamo bisogno di voi.„ Un'altra volta, passato alcun tempo, cerca profittare del latino imparato per chiedere cose maggiori: “Quel cavallino non si vede.Nondum venit equulus ille, magnifice pater„ e già comincia a far da sopracciò ai fratellini. “Giuliano pensa a ridere.... la Lucrezia cuce, canta e legge; la Maddalena batte le capate pe' muri, ma senza farsi male; la Luisa dice già parecchie cosine; la Contessina fa un gran chiasso per tutta la casa.„ E appresso: “Io, che per dar più tono alla mia scrittura, ho scritto sempre in latino, non ho ancora ottenuto il cavallino che m'avete promesso; cosicchè tutti mi danno la baia.„ Ma ilcavallinonon veniva. “Al cavallino ho paura gli sia incolto qualche malanno; perchè, se fosse sano, so che me l'avreste già mandato, come m'avevate promesso.... Caso mai quello non possa venire, vi piaccia mandarne un altro.„ Finalmente arrivò, e un'ultima lettera,ch'è di ringraziamento e tutta piena di buone promesse, chiude quest'infantile carteggio.
Ma il curioso bozzetto domestico di vita medicea, che ha per isfondo la campagna e per scena una di quelle ville dove i Medici si riducevano per dimenticare le noie della politica, anche ci ricorda un altro aspetto della vita d'allora. Il desiderio della quiete campestre, l'amore per la villa, il sentimento della natura è una spiccata caratteristica degli uomini della Rinascenza. Già ne troviamo cenni in Ser Lapo Mazzei che usava andare a Grignano a far le faccende della ricolta e della vendemmia[77], accomodava da sè la vigna, e voleva in casa un po' di buon aceto. Buonaccorso Pitti, come il Petrarca, gode a noverare tutti gli alberi del suo giardino[78]; il Rucellai è più superbo della sua villa di Quaracchi, di cui ci porge una descrizione amorosa, che del suo palagio magnifico[79]; i trattatisti delGoverno della famiglia[80]cantano le lodi della vita rustica: il Poliziano ne compone una prosetta da far voltare in latino a' discepoli[81], e nello sfondo di un paesaggio fiorito disegna l'immagine della bella Simonetta Cattaneo[82].
Lorenzo de' Medici (mediocre marito), anche in mezzo alle grandezze della sua condizione d'ottimate e quasi di principe, seppe conservare una certa bonarietà tutta casalinga e fiorentina; nè gli dispiacque incanagliarsi col volgo, all'osteria della Porta a San Gallo, e celebrarle bellezze dellaNenciarusticana, e serbare nel fasto una sobrietà cittadina.
Racconta il Borghini che Franceschetto Cibo, cui dava in isposa la figliuola, fu da Lorenzo trattato con grande semplicità e parsimonia, mentre i suoi compagni, cavalieri e baroni romani, ebbero sontuose accoglienze. E a lui, impensierito per la figura che avrebbe fatta con loro, rispose rassicurandolo: “Onorai que' signori come ospiti e forestieri; te invece accolsi come uno di mia famiglia[83].„ A' clienti dava udienza per istrada, o al canto del fuoco, o passeggiando amichevolmente per le vie di Firenze[84]. Fiorentino nell'anima, non gli dispiaceva d'essere e di mostrarsi faceto. Vedendo a Pisa uno scolare guercio, disse che e' sarebbe il più valente di quello Studio. E domandato perchè, rispose: “perchè e' leggerà a un tratto le due facce del libro, e così potrà imparare a doppio„[85].
Ma sotto coteste semplici apparenze covavano i disegni del politico astuto che, come scrive il Vettori, “non istudiò in altro se non in ridurre gli uomini alle arti e ai piaceri„, e la protezione alle arti e agli artisti volle strumento a futura dominazione. Col denaro mediceo si alzavano palazzi e conventi, e dentro vi si raccoglievano antichità e libri; ne' giardini si radunavano gli artisti; alle cene accorrevano i poeti; si bandivano giostre e giuochi del calcio, concorsi poetici e feste religiose: la clientela politica del palazzo era resa più gagliarda da quella dei sommi artisti delle umili botteghe. Il Savonarola che del tiranno aveva indovinato i segreti pensieri, diceva: “occupa il popolo in spettacoli e feste, acciocchè pensi a sè, non a lui„. Firenze a' suoi tempivide nascere, o crescere più rigogliose, molte forme di costume e molti generi di poesia; dai trionfi e dalle mascherate per le vie ai simposj platonici di Careggi; dal canto carnascialesco e dalle ballate a rigoletto, alle Sacre Rappresentazioni. La gaiezza spensierata e il facile appagamento dei desiderj, così negli ordini dello spirito come in quelli della materia, servirono a compensare la diminuzione delle pubbliche libertà[86].
La città gaudente, che da un pezzo risonava di clamori festivi, accolse lieta il gran carnevale mediceo, que' sontuosi apparati, quelle processioni ordinate dalle confraternite de' vari quartieri e dirette da artisti. La paganità rinascente invadeva le feste religiose e le trasformava a' suoi fini. In carnevale si facevan carri e trionfi “per parere (dice mestamente il Cambi) che la città fussi in festa e in buono stato„. In Mercato Nuovo si danzava, nella Piazza de' Signori si facevano combattimenti d'animali, e fra essi si sguinzagliarono i leoni sperando ne seguissero terribili scene. Ma il leone fiorentino era così mansuefatto, che “come fosse un agnel si stava cheto„[87]. In via Larga, dinanzi al palazzo de' Medici, correvano a gara gli armeggiatori e si celebrava il trionfo d'amore. Per la venuta di Franceschetto Cibo, novamente maritato alla Maddalena di Lorenzo il Magnifico, si fecero in tutte le botteghe “mostre di cose gentili e ricche e drappi, e broccati, e gioie di perle e argenterie, che è stato cosa stupenda e miranda bellezza„. Per San Giovanni, s'apparecchiò “una bella festa di nugoli e di spiritelli e carri ed altri festivi edifici e ingegni popolari da passar tempo, e con tutte l'altre cose festive, ordinarie altre volte„. Si correvano palii di sfoggiata magnificenza, e la torre delPalagio rosseggiava tra i fuochi delle scoppiettanti girandole.
Nel far cavalieri e ricevere oratori, l'eccelsa Signoria, usava cerimonie solenni di cui troviamo ricordo nel libro di Francesco Filarete, araldo della Repubblica[88].
Nel 1491, per la festa di San Giovanni, Lorenzo fece fare 15 edifizi o trionfi, rappresentanti il trionfo di Paolo Emilio, reduce dalla Macedonia, quando tornò con tanto tesoro che i Romani per molti e molti anni non pagarono nessuna gravezza[89].
Pareva rinnovarsi l'età dell'oro! Le giostre medicee, che aveano inspirato le ottave del Poliziano, stimolavano anche gli altri cittadini a largheggiare nelle spese più pazze. Benedetto Salutati, nipote di Messer Coluccio, per quella del 1467, “nella sopravveste, testiera ed altri paramenti di due cavallimise170 libbre di fino argento, che volle sottilmente lavorato per mano d'Antonio del Pollajuolo. E ne' ricami dei detti paramenti, nella sopravveste sua e nelle cioppette de' sergenti mise intorno a 30 libre di perle, la più parte di maggior pregio„[90].
Firenze, abbellivasi di sontuosi palagi. Filippo Strozzi incominciava, il 6 agosto '89, a fondare il suo, e Giuliano Gondi poco appresso ne imitava l'esempio. Il popolo ne andava orgoglioso, e il buon Tribaldo De Rossi, per memoria del fatto, si fece mandare dalla Nannina sua donna, tutti rivestiti i suoi due figliuoli e menatilia vedere i fondamenti del palazzo Strozzi “prese Guarnieri in collo e guatava colaggiù, e dettili un quattrin gigliato, e gittollo laggiù, e un mazzo di roselline di Damasco c'aveva in mano ve li feci gittar drento. E dissi: Ricorderàitene tu? Disse, sì. Insieme con la Tita nostra serva erano, e Guarnieri aveva appunto detto di anni 4, e avevali fatto la Nannina una gabbanella di taffetà cangiante, verde e gialla, nuova„[91].
I ragazzi, come i cittadini più grandi, dovevano esser colpiti dalle sorprendenti meraviglie, a cui li avvezzavano le magnificenze medicee. Ogni giorno cose nuove e singolari: feste, processioni, cortei principeschi. E il De Rossi, semplice cronista, di quegli avvenimenti, ci ha conservato il ricordo. Nel 1488, donata dal Soldano di Babilonia a Lorenzo, venne in Firenze una giraffa alta sette braccia, ch'era menata a mano da un di quei Turcimani. Grande curiosità in tutti, perfin nelle monache; onde furon costretti a mandarla attorno pei monasteri[92]. “Mangiava d'ogni cosa, nelle ceste d'ogni forese metteva il capo; a un fanciullo arebbe tolto una mela di mano, tanto era piacevole. Morì a' dì 2 di gennaio 1489„ e tutti la piansero, “perchè era sì bello animale„.
Ma, d'un tratto, tutta questa serena giocondità di vita, tutto questo abbagliante splendore d'arte, di poesia, di spensierata gaiezza, si spegne sinistramente. La tempesta rumoreggia lontano, la collera celeste, profetizzata dal fiero domenicano che nel convento di San Marco, fra lo strepito del carnevale, medita solitario, minaccia i rinnovellati trionfi del paganesimo. L'8 di aprile 1492, come di una pubblica calamità, giunse la nuova della morte di Lorenzo de' Medici. “Lo splendore di tutta Italia, nonche di Toscana,„ come scriveva il Dei, era scomparso. La sera appresso, la compagnia de' Mazzi riponeva il corpo nella sagrestia di San Lorenzo, e l'altro dì si fece l'onoranza, “non con molta pompa, come i loro antichi son consueti, ma onestamente e senza drappelloni, con tre regole di frati e una di preti solo; che in vero, non si poteva tanta pompa fare, che maggiore non fosse stata poca a un tanto uomo„[93].
Con così lugubri esequie, nel gelo de' sepolcri laurenziani si chiudevano, con le spoglie del Magnifico, i ricordi di tutta una età che apparve radiante di gloria e di giovinezza. Il mondo della Rinascenza scompariva, e poco dopo, scrive Tribaldo De Rossi, “venne una lettera alla Signoria che certi giovani, iti con caravelle, arrivarono a cert'isole grandissime, che mai più vi si navigò per nazione umana, popolate d'uomini e donne assai, tutti ignudi„.
Un nuovo mondo era stato scoperto!
Signore e Signori.
Rotta la terza cerchia delle sue mura, Firenze, fatta italiana, piantò, sotto la folgorata torre di San Miniato, come un segnacolo di libertà il David di Michelangiolo, glorioso mutilato nei tumulti del 527, testimone immortale delle miserie antiche e delle future grandezze. Dalla cima del colle e' guarda Firenze nuova, Firenze aperta da ogni lato, senz'altra difesa di mura, di bastioni o di torri; perchè Firenze, cuore d'Italia, si difende oggi dalle Alpi e dal mare.
La patria, un tempo ristretta nel Comune, nel piccoloStato, ha abbattuto le vecchie mura e i vecchi confini, e si distende per ogni plaga dove suoni la lingua di Dante. Così la ragione de' popoli e la civiltà, si sono affermate nel diritto e nella carità umana.
Tornare indietro nè si può nè si vuole: la semplice vita de' nostri antichi, con la gioconda serenità che le fu propria, più non ci alletta. Il pensiero moderno, che ci travaglia e tortura coi dubbi tormentosi, con le aspirazioni insoddisfatte, lo redammo da tante sublimi e nobili intelligenze: è una conquista superba cui non possiamo rinunziare.
In esso è la forza che muove la scienza e che solleva i cuori e gli spiriti verso un ideale più alto, l'ideale del perfezionamento umano: il nuovo sole che irradia le vette eccelse della carità e dell'amore.
Firenze, 17 aprile 1892.