BAROCCHISMOCONFERENZADIEnrico Nencioni.
CONFERENZADIEnrico Nencioni.
Signore e signori,
Il barocco è la caratteristica del secolo XVII, più particolarmente in Spagna e in Italia; e non solo nella Letteratura e nell'Arte, ma nella Vita; nei costumi, nelle mode, nel cerimoniale, negli spettacoli, nella religione, nell'amore, nella guerra, perfin nei delitti.... Due cose essenziali bisogna però ricordare quando si parla del barocchismo letterario ed artistico; cioè, che nei suoi principii, nel Bernini, per esempio, esso fu una reazione del genio individuale contro il sistematico classicismo accademico e dottrinario degli ultimi anni delRinascimento. “Meglio ippogrifi che pecore!„ parvero dirsi quei primi arditi nuovatori. Bisogna poi ben distinguere fra barocchi e barocchi: fra quelli fioriti nella prima metà del secolo XVII, e quelli della seconda: non confondere gli audaci coi deliranti, il Bernini colBorromino, il padre Bartoli col padre Orchi. Certo, un po' di barocchismo è in tutti quanti i Secentisti: unica e gloriosa eccezione, il gran Galileo. Ma gli stessi discepoli di Galileo non ne sono affatto immuni. Il Torricelli, per esempio, scrive che “la forza della percussione porta sulla scena delle maraviglie la corona del principato„. Ma il vero delirio, nella lirica, nel teatro, nell'architettura, comincia nella seconda metà del Seicento. Tipi supremi, la facciata del San Moisè del Tremignone, a Venezia; e le prediche del padre Orchi.
Queste sono il verocolmodel barocchismo letterario, e disgradano gli stessi Preti e Achillini. E notate che destarono l'entusiasmo degli uditori e furono applaudite nel Duomo di Milano. Bastano i titoli soli delle prediche per esilararci. Eocone uno: “Le bevande amatorie date a bevere alla sposa dal suo servitore, per farla adulterare„ che vuol dire i diletti del corpo che distaccano l'anima da Dio. È lui che in un panegirico di Santa Maria Maddalena, disse che, prima di udire la parola di Cristo, essa era “sollevata di fronte, sfrontata di faccia, e sfacciata d'aspetto„ ma dopo ascoltato il Salvatore, “le si svegliò nel meriggio del cuore l'austro piovoso del tenero compungimento, e sollevando i vapori dei confusi pensieri, le strinse nel cielodella mente i nuvoli del dolore„. Questo bravo padre Orchi farebbe oggi furore a Parigi fra certisimbolisti, non meno stravaganti, e più sibillini di lui.
Un giorno paragonò la confessione a una lavandaia, la quale “nudata il gomito, succinta il fianco, prende il panno sucido, ginocchione si mette presso d'una fiumara, curva si piega su d'una pietra pendente, insciuppa il panno nell'acqua, lo stropiccia coi pugni, con le palme lo batte, lo sciacqua, lo aggira, lo avvolge, lo scuote, lo aggroppa, lo torce; indi, postolo entro un secchione, poi al fervore del fuoco in un caldaio, fatto nell'acqua con le ceneri forti un mordente liscìo, bollente glielo cola di sopra; giuoca di nuovo di schiena, rinforza le braccia, rincalza la mano, liberale di sudore non meno che di sapone; e finalmente, fattasi all'acqua chiara, in quattro stropicciate, tre scosse, due sciacquature, una storta, candido più che prima e delicato ne cava il pannolino„.
L'uditorio proruppe in applausi, ed egli, il giorno dopo, riconoscente, confessò che “non poteva più contenere in seno il grande amore pei suoi ascoltatori....„ “La vostra attenzione, esclamava, ha fatto da balia a questo amore; lo ha fasciato e cullato; e ora, divezzato dal poppare mercè l'aloe amaro della partenza, si pasceràcol solido cibo delle memorie. La brama di tornare a voi è una gravidanza matura, sicchè io sto con la doglia del parto, finchè la grazia del Cielo non mi servirà da Lucina, per figliare un nuovo maschio Quaresimale.„
Ora io domando: sarebbe giusto confondere sotto la stessa denominazione di barocche queste prediche del padre Orchi e quelle contemporanee del padre Segneri? le pagine descrittive, sovrabbondanti, ma pittoresche e musicali, del Bartoli, coi leziosiDisingannidel Lancellotti? le enfatiche ma possenti strofe del Testi e del Filicaia, con le insulsaggini del Ceva? Eppure anche il Segneri e il Bartoli e il Filicaia sono, in gran parte,barocchi. E barocco, ma sempre grandioso e geniale anche nel suo barocchismo, è spesse volte il Bernini. Ora chi oserebbe confonderlo coi Tremignoni, i Borromini, i Buonvicino e i Rusconi? Il Bernini è artista unico nel suo genere: l'ultimo veramente grande e originale artista italiano: con lui l'Italia abdica gloriosamente il suoprimatonell'Arte, e assume quello scientifico con Galileo.
Nel secolo XVII, come nel XVI e poi nel XVIII, Roma è città sterile d'arte e di artisti proprii; ma è come il gran mercato dove si eseguivano, o si trasportavano, le opere dei più insigni artisti italiani e stranieri: un gran centro di ecletticismo. Lorenzo Bernini, nato di famiglia fiorentina a Napoli, visse e lavorò quasi sempre in Roma. Fa spavento il pensare quanti sono i lavori di lui nella sola Roma; fra chiese, palazzi, colonnati, archi, fontane, scale, statue, gruppi, busti, mausolei.... Si direbbe una legione di artisti. Nella prodigiosa fecondità gli sono solo paragonabili Rubens e il Tintoretto. Genio veramente creatore e moderno, dipinse nel marmo, e mise nei suoi ritratti la vita ed il movimento; rilevando con possente efficacia la fisonomia caratteristica dei personaggi. Nell'architettura, spirò una trionfale grandezza. Le sole fontane basterebbero a immortalare il suo nome. Prima di lui, nessuno, nè antichi nè moderni, avevan capito la poesia e il carattere dell'acqua, messa in movimenti armonici e pittoreschi. Chi non èstato a Roma non ha idea di fontane. Le più celebri fuori di Roma, e in Italia e all'estero, non sono che spruzzi d'acqua, o docce da bagno, o saliere. Vuotatele, e potrete figurarvele, senz'alcuna repugnanza, piene di qualunque altro materiale; — vuotate quelle del Bernini, e a nessuno verrà il minimo dubbio che lì c'era, e doveva essere, il fluido irrequieto elemento — la fresca abbondante e sonante acqua romana. Alcuni critici d'arte chiamanobella ma baroccala fontana di Piazza Navona, dove sono le grandi statue del Danubio, del Nilo, del Gange, del Rio della Plata, in attitudini ondeggianti e serpentine come l'acqua. Se veramente questa fontana èbarocca, vuol dire allora che l'ideale di una fontana è il barocchismo, — che una fontana per essere bella e caratteristica e pittoresca,deveesser barocca. Ma vi son taluni pei quali ogni nuovità, ogni ardimento è barocchismo.
A proposito delle statue del Bernini, e ne ha delle stupende e perfette come la Santa Bibiana ed il Davide, si è fatto un gran declamare contro gli svolazzi dei manti del suo Apollo, dei suoi Angioli del Colonnato. Ma hanno mai pensato cotesti rigidi censori che Apollo è in atto di inseguire una Ninfa, e che questo Apollo inseguente Dafne, era destinato a una villa, all'aria aperta, e non alla sala di un Museo come lo vediamoora, fra le dee greche dai pepli corretti e dalle tuniche aderenti? Era possibile e logico che il manto del Dio non svolazzasse? L'Apollo è ammirabile nel suo movimento impetuoso, come la Dafne nello stupore di sentirsi conversa in pianta, e i piedi tramutarsi in radici, e fiorirle i capelli, e il sangue aggelarsi, e la carne attonita diventar vegetale. E quei santi e angeli sui culmini di San Pietro, del Colonnato, di San Giovanni Laterano, campati in aria, dai gesti drammatici violenti, agitanti delle croci gigantesche con movimenti aerei, saranno barocchi quanto volete, malì dove sonostanno bene, e spiccano a cinque miglia di distanza, e armonizzano con la Cupola e con la immensa campagna. Metteteci invece delle belle figure corrette e composte, non si vedrebber nemmeno. I barocchi, anche i più decadenti, ebbero un vivo sentimento dell'ambiente, come i grandi artisti moderni. Così leSusannedel Bernini bisognerebbe vederle là per dove eran fatte, presso la vasca di una villa romana, all'ombra verdastra delle elci secolari, e non nelle sale d'un Museo. Come certi grandi vasi da fiori delSecento, ammirabili come decorazione (i Barocchi e i Giapponesi sono i più insigni decoratori del mondo), non si possono giudicare vedendoli vuoti, e in una collezione — ma bisognerebbe vederli sulle scalee di una villa, oin un grande giardino dell'epoca e pieni di fiori, non vuoti. Ogni opera d'arte, o signori, anche se perfetta in sè stessa, perde di pregio, quando la contempliamo in un ambiente troppo diverso da quello nel quale e per il quale fu fatta. Pochi giorni fa, in una visita al nostro Museo Nazionale, vidi murate alle grandi pareti di due immense sale, una moltitudine di Madonne dei Robbia; bellissime e adorabili ciascuna per sè, ma lì tutte in fila, mi parvero a un certo momento, Dio mi perdoni, tanti soldatini delle scatole di Nurimberga.... E pensavo all'effetto grande, inevitabile e delizioso, che una sola di quelle Madonnine faceva quando era dove doveva essere, in un chiostro solitario dell'Appennino, o nella penombra mistica di una chiesa.
Anche per apprezzare equamente la Santa Teresa del Bernini, bisogna rammentare e il carattere religioso della Riforma Cattolica, e il misticismorêveurdel Secento, e Molinos e Madama Guyon. Questa Santa Teresa non è una santa del Medio Evo, ma una gran dama devota del secolo XVII; avvezza ai grandi cerimoniali liturgici delGesùe diSan Pietro, all'odore degl'incensi, al sacro lume dei ceri, alle melodie dell'organo, all'oro dei piviali, alla penombra mistica del confessionale, al monotono gemito delle salmodie. Guardatela sotto questo aspetto e la trovereteammirabile. Dicono troppo adulto ed equivoco l'angelo che la ferisce con lo strale del divino amore. Sarà. Però, è abbastanza curioso, che per giudicare della bellezza della santa, si debba prima esaminare la fede di nascita di quell'angelo, il quale, qualunque età abbia, è piuttosto bruttino. Ma che ardor di passione in questa Santa Teresa! “Elle a séchè dans le feu, dans les larmes„, attendendo lo Sposo celeste. Svenuta d'amore, gli occhi semichiusi, è caduta in un'estasi dolorosa e voluttuosa ad un tempo. Il bel viso è magro, la bocca sospira, le mani sono languidamente abbandonate. Vista una volta, non si dimentica più. Il Taine, credibilissimo giudice, e piuttosto severo per il Bernini, ha scritto di questa statua: “Bernini a trouvé ici la sculpture moderne, toute fondée sur l'expression.„
E che dire della gran piazza diSan Pietro, tutta opera del Bernini? Lo Shelley scriveva: “Più vedoSan Pietroe più mi sembra inferiore alla sua fama; ma la piazza è stupenda.„ E il Taine: “Non v'è una piazza eguale, o solamentecomparabile a questa, in tutta Italia e in tutta Europa. Nessuna bellezza più solida, più sana di questa: il nostro Louvre, la piazza della Concordia non sono al suo confronto che decorazioni daOpera. Essa monta leggermente, e si abbraccia tutta in un colpo d'occhio. Due superbe colonnate in triplice linea la cingono con la loro curva. Un obelisco nel centro, e ai lati due fontane che agitano i loro pennacchi di schiuma popolano soli la sua immensità.„ Ma l'interno della grande Basilica apparve al Taine come allo Shelley, al Ruskin ed al Symonds, una enorme combinazione di effettibarocchi: grandiosa ma teatrale, possente ma enfatica. “Una grande opera architettonica dev'essere, dice il Taine, una parola sincera, come un grido che esprima immediatamente un sentimento.„ E il Taine ha ragione: ed è anche innegabile che il carattere cristiano di dolore e di sacrifizio è meglio espresso dai chiaroscuri, dalle tenebre mistiche, dai vetri colorati, dalle selve di colonne e di guglie di una cattedrale gotica; che, senza uscir d'Italia, come opere d'arte una e omogenea, Santa Maria del Fiore, San Marco di Venezia, il Duomo di Pisa, il Duomo di Milano, son superiori alSan Pietro. Ma guardiamoSan Pietroda un altro punto di vista. Non vi cerchiamo nè i terrori, nè le mistiche tenerezze della Chiesa militante e sofferente:cerchiamoci invece lo splendore e la magnificenza della Chiesa trionfante ecattolica; e allora essa ci apparirà, come apparve a Byron e a Chateaubriand, a Browning e a Hawthorne, la veraCattedrale del mondo. Anch'essa ha una parola sincera, esprimente un sentimento vero: solamente, questa parola, questo grido, non sono unMiserere, o una profetica lamentazione — ma un gloriosoTe Deumespresso in pietra ed in marmo, in oro ed in bronzo.
La grande basilica sembra sorridere ai suoi critici, nella sua calma serenità; e dire per tutta risposta: “Guardatemi!„ e ridirlo con una continua, insistente ripetizione: “Guardatemi, guardatemibene, insilenzio, senza preconcetti e senza prevenzioni, e poi giudicatemi!„
In certe giornate di rito solenne essa ci appare sovrumanamente sublime — per esempio quando la sua immensità è piena e animata dai canti liturgici del Palestrina — o nella notte di Natale, o per Pasqua di Risurrezione. Eccola descritta dal poeta diChristmas-Eve and Easter-Day, appunto nel giorno di Pasqua:
“Che cosa è questa mole che si eleva su colonne di prodigiosa larghezza? È realmente sulla terra, questo stupendo Duomo di Dio? Il metro misuratore dell'Angiolo che, gemma per gemma, numerò i cubiti della Nuova Gerusalemme, lo haforse misurato, e i figliuoli dell'uomo hanno eseguito ciò ch'egli delineò? — disponendo così in giro i fusti del colonnato, che apre le grandi braccia come invitando l'umanità a cercare un rifugio in questo tempio?... A quest'ora io vedo la intera Basilica piena e vivente come un popoloso alveare. Uomini ai balaustri, nel centro, nelle navate; uomini sugli architravi delle colonne, sulle statue, sulle tombe che chiudono papi e re nel loro grembo di porfido — tutti ansiosamente aspettando il momento della consacrazione dall'altar maggiore: perchè, vedete, il gran momento è vicino in cui al più puro fromento della terra si mescola il cielo: i grandi ceri palpitano, le enormi spire di bronzo sollevano più superbo il baldacchino; i respiri dell'incenso finora compressi, esalano in nuvole; l'organo muggendo e trascinandosi in bassi suoni, trattiene la voce possente come se il dito di Dio lo acchetasse, sfiorandolo; ed ecco, al suono argentino del campanello, il pavimento improvvisamente è coperto dalle facce adoranti della moltitudine prosternata.„
Roma è la città unica che simboleggia e comprende le cose più disparate. Vi sono in Roma cinque o sei Rome che hanno il loro carattere particolare e i loro speciali visitatori ed ammiratori. Winckelmann e Overbeck, Goethe e Chateaubriand, Shelley e Lamartine, Byron e Ruskin, Veuillot e Mazzini, l'hanno adorata con eguale entusiasmo. Dall'Apollo di Belvedere ai mosaici bizantini; dal semplice altare scavato nel tufo delle catacombe, alle magnificenze liturgiche diSan Pietro; dal palazzo dei Cesari, dal Colosseo e dalle Terme, alle chiese dei gesuiti e ai palazzi e fontane del Bernini; dalla desolata e pittoresca solitudine dellaCampagna, aiparterresricamati e agli alberi pettinati delle ville principesche; esistono in Roma i più spiccati contrasti. È la cittàdialetticaper eccellenza: concilia tutte le espressioni della storia e della vita, nella solenne unità della sua grandezza, e nella infinita malinconia delle sue memorie.
Ma la Roma delbaroccograndioso, non ancora delirante, ma ardito e solenne, è quella che piùapparisce, e direi quasis'impone, a chi visita per la prima volta l'eterna città. Nè la democratica vita contemporanea, nè il movimento sociale e politico di capitale del Regno, hanno minimamente alterato quel carattere di una grandissima parte di Roma. Noi rivediamo anche oggi tal quale la Roma delle vecchie stampe, che facevan tanto fantasticare Gœthe fanciullo: anzi, nelle vecchie incisioni ritroviamo Roma più vera e rassomigliante che nelle moderne fotografie. Una fotografia è cosa troppo elegante, troppo nuova, troppo lustra, per rappresentarci la vecchia Roma barocca, pontificale e blasonica. Quelle immense piazze con un obelisco e una fontana nel mezzo, traversate da carrozzoni stemmati a sei cavalli, e da qualche cavaliere in cappa, spada e parrucca — quelli scaloni popolati di mendicanti — quei muraglioni di convento a cui s'affaccia la punta di qualche cipresso — quei palazzi enormi, dai cui cancelli di ferro arrugginito s'intravedono delle rose e si ode il murmure di una fontana — quelle rovine di acquedotti tra cui sono sdraiati dei ciociari e dei bufali — quelle architetture strane ma sempre grandiose e indimenticabili; periodi ciceroniani scanditi in pietra ed in marmo — tutte questeromanitànon si possono sentire e gustare che nelle vecchie stampe.
E questa Roma barocca o baroccheggiante(scusate il vocabolo) è quella che meglio mi riesce di ripopolare, di risuscitare con la mia immaginazione. Passeggiando in certe ville romane ho rivisto quei principi, quelle dame, quei cardinali antiquari e latinisti, quelle file di servi gallonati, quelle grandi carrozze dorate fin su le ruote. Queste ville sono come il guscio di un animale sparito, lo scheletro fossile di una vita durata più di due secoli, vita che consisteva quasi tutta nella rappresentazione cerimoniosa, nella decorazione pomposa, nella etichetta di anticamera e di Corte. Essi non s'interessavano nè alla natura nè all'arte per sè medesime, nè a un bell'albero o a un bel tramonto, nè a una bella statua o a un bel quadro, per un sentimento disinteressato e istintivo di ammirazione; ma li riguardavano come elementi necessari alla decorazione, e ne facevano come l'appendice della propria vita. Ville fatte non per viverci in libertà, per amare orêver, ma per passeggiare e conversare inbuona compagnia, scambiandosi riverenze e saluti.
Che abisso, o signori, fra quella gente e noi! La Rivoluzione francese, come un formidabile terremoto, ha spezzato e separato due mondi: di mezzo, vi corre oggi un terribile mare, che non sarà mai superato.
O cavalieri e dame del Secento, dal gran sussiegoe dalla scrupolosa etichetta, principi di baldacchino, grandi di Spagna, Conti zii e Cardinali nipoti, Eccellenze e Eminenze!... E voi incipriati,rubantése profumati cicisbei del Settecento, dame dai nèi e daipoufs, daivolantse dai guardinfanti. Come vi ritrovo in queste ville romane! In villa Albani ho sentito l'eco delletoccatedel Galluppi e dei duettini dello Scarlatti. — Dillo, o caro.... — Dillo, o cara.... — Se tu m'ami — S'io t'adoro — e la voce esciva dal torace di un cicisbeo che potea far da modello per Ercole, e dalla superba abbondanza di un petto di donna che pareva quello della madre Cibèle. Ah! essi non logoravano la vita quei cari nostri antenati.... Non avevano nè letteratura naturalista, nè romanzi estetici e psicologici, nè teatro educatore, nè discorsi delle Camere, nè musica dell'avvenire.... e prima che la ipocondria di Rousseau mettesse di moda l'aurora, si levavano sempre a mezzogiorno. Le passioni eran capricciosivolani, scambiati a leggeri colpi di racchetta. Il buon Goldoni lo attesti.
Subito dopo le prime opere del Bernini, e lui ancor vivente, il barocco trionfò, divenuto un contagioso delirio, nelle lettere, nelle arti e nella vita: nei poemi, nei drammi, negli edifizi, nelle statue, nei quadri, nel lusso, negli spettacoli, nelle mode, nelle questioni d'onore, nel cerimoniale, a Corte, in chiesa, nei conventi, in casa, dappertutto. Chiese e palazzi a piante poligone, come ilSan Francesco di Paolain Milano, che rappresenta un violoncello; colonne festonate e bistorte, un perpetuo aborrire dalle linee rette, ondulazioni che danno il capogiro, come se i marmi patissero di convulsioni; frontispizi rotti, e sul loro pendìo santi e angeli coricati; figure sedenti sui cornicioni a gambe spenzolate, che è una passione a vederle....
Fu allora che i cantanti si cominciarono a chiamarvirtuosi, e Ferdinando di Mantova spese per una bellavirtuosaquanto aveva ricavato dal vender Casale! Il macchinismo teatrale era veramente prodigioso nel suo barocchismo. Nel 1648 nel giorno natalizio di Madama Reale in Torinosi rappresentò ilVascello della Felicità. — “Allo scuoprirsi della sala regia, con musica strepitosa comparvero in Cielo gli Dei propizi, ciascun dei quali cantava un recitativo, a cui rispondeva il coro: venivan poi gli Elementi, simboleggiati l'acqua in un vascello, in un teatro la terra, nel Mongibello il fuoco, nell'iride l'aria. Ed ecco il palco riempirsi d'acqua a guisa di mare, e un vascello lentamente inoltrarsi portando a prora un ricchissimo trono per la Corte; ai lati di qua e di là gli stemmi delle provincie soggette al duca di Savoia, e in mezzo una tavola per cinquanta persone, che invitate dal dio del mare furon servite di sontuosa cena dai Tritoni portanti le vivande sul dorso di mostri marini.„ (Cantù,Storia di Milano. Vol. III).
Dopo le prediche del P. Orchi un esempio veramente unico, ilcolmodel barocchismo dell'epoca, ce lo danno i libri sulle questioni d'onore, sulpunto d'onore, come dicevano. In uno di quei libri intitolatoConclusioni del duello e della pace, evangelisti della umana reputazione, le cui parole servono ad empire di tanti dogmi di fede d'onore i margini delle cavalleresche scritture, si comincia da sottili definizioni dell'onore e delle sue opere, e se stia nell'onorante o nell'onorato; altrettanto si fa dell'ingiuria, considerata nella qualità, quantità, relazione, azione, passione, tempo, luogo,moto, distinguendo le ingiurie voltate, rivoltate, compensate, raddoppiate, propulsate, ritorte, necessitate, volontarie, volontario-necessitate, e miste. Suprema era la dottrina delcarico, cioè dell'obbligo di risentirsi, ributtare, ripulsare, provare, riprovare; ed era aforismo che ilcaricoalcune volte nasce dalla ingiuria, ma non mai l'ingiuria dalcarico. Altrettanto si sottilizza nel distinguere e definire l'inimicizia e il risentimento; e qui figurano la vendettatrasversale, il vantaggio, la soperchieria, l'assassinio. Cardine di questa scienza era lamentita, la quale può essere affermativa, negativa, universale, particolare, condizionata, assoluta, privativa, positiva, negante, infinitante, certa, sciocca, singolare; generale per la persona, generale per l'ingiuria, generale per l'una e per l'altra; cadente sulla volontà, sulla affermazione, sulla negazione; valida, invalida, sdegnosa, ingiuriosa, suppositiva, circoscritta, coperta, vana, nulla, scandalosa; vera, data veramente, falsa, data falsamente; ve n'ha di legittime, ve n'ha d'impertinenti o ridicole, o disordinate, o universali di cosa particolare, o particolari di cosa universale.... (V.Cantù—Storia degl'Italiani, Vol. III). E credo vi basterà.
Questopunto d'onoree le leggi del cerimoniale e dell'etichetta intralciavano tutti gli affari di Stato e di municipio. Muore in Napoli una Principessanel 1658, e le esequie sono impedite da Commissari regi, perchè ha stemmi e insegne da più del suo grado; e bisogna deporre in disparte il cadavere, finchè arrivino le decisionida Madrid! A una solennità, il vicerè si leva indispettito di chiesa, perchè vede posare due cuscini sotto i piedi dell'Arcivescovo, che avea diritto a un cuscino solo. Ottantadue anni contesero ai tribunali e nei libri Cremona e Pavia, qual delle due dovesse avere il passo su l'altra; finchè il Senato di Milano “dopo gravissima consideratone ed maturità de consilio„ decise.... di non decidere nulla. Contagiosissimo esempio, e fedelissimamente imitato anche da altri Senati!
Vien da ridere a pensare all'effetto che dovean fare su questi schiavi dell'etichetta, del lusso barocco, e del sussiego spagnuolo, le selvaggie abitudini dei principi Moscoviti, quando passavan d'Italia.
In un recente libro di Francesco Pera, intitolatoCuriosità Livornesi, si legge una Relazione sugli Ambasciatori Moscoviti in Livorno che è una delle più curiose Curiosità del volume. L'ambasciata si componeva di trentadue persone; ma i veri capi eran due:il gran Principe, bel vecchio di settant'anni, e il Segretario dell'Ambasciata. Fra i componenti il corteggio vi è unPapassoche porta sempre attaccato al collo ungran tabernacolo con le immagini della Madonna e di San Nicolò, da cui volevan le grazie per forza, sino a frustarne l'effigie se non le ottenevano. Mangiavan tanto caviale, anche fuori dei pasti consueti, che di dove passavano lasciavan traccio così acute, da dovere adoprare potenti profumi per dissiparle. Erano avarissimi. Agli schiavi delBagnoche andaron loro incontro per festeggiarli “con pive e strumenti alla Turca„ dettero in tutti quindici crazie; e ad altri musicisti che si trattennero assai suonando e cantando sotto le loro finestre, due paoli. Invitati a pranzo da Sua Eccellenza il Governatore, vedendo che questi mangiava la minestra col cucchiaio, essi non assuefatti a quell'arnese, la prendevano con le mani, poi la mettevan nel cucchiaio, e quindi in bocca. Ecco un saggio di barocchismo.... gastronomico moscovita. Nè, quasi cent'anni dopo, i Reali di Russia erano meno selvatici e primitivi. Pietro il Grande mentre disciplinava eserciti, fondava scuole, dettava codici, organizzava tribunali, edificava città nei deserti, congiungeva mari distanti per mezzo di fiumi artificiali, tracciava strade di migliaia di miglia, e creava uno dei più potenti Imperi del mondo, viveva nel suo palazzo come un maiale in una stalla. Racconta il Macaulay che quando lo Czar era ospitato da altri Sovrani, lasciava sempresulle tappezzate pareti e nei letti di trine e velluto “non dubbi segni che vi era stato un selvaggio„. La principessa Wilhelmina di Prussia scriveva: “Oggi lo Czar ha voluto prendermi in collo, e mi ha baciata in modo da spellarmi il viso con la sua barba di tre giorni.„ La Czarina lo accompagnava con un corteggio di quattrocento dame in ricchissimi e sudicissimi abiti. Queste dame d'onore facevano il bucato, cucinavano, facevano anche qualche altra cosa.... In una adunanza di gran cerimonia, alla Corte di Berlino, lo Czar alla vista della bella e grassissima duchessa di Magdeburgo, non sa più contenersi, la prende fra le braccia.... ma basta, è cosa troppo....Samoieda, per insistervi sopra.
Gli anni che corsero dal 1670 al 1715, anno in cui finalmente si spense la funesta luce delroi-soleil, son gli anni più lugubri, i più pesanti, i più inumani, perchè i più artificiosi, che ci presenti la storia. Una cupa, severa e monotona etichetta sembra dirigere tutte le azioni umane. Un mostruoso barocchismo invade la letteratura,l'arte, il teatro, le mode, il mobiliare.... persino i sepolcri. Uno sbadiglio enorme va da un capo all'altro d'Europa. Guerre freddamente sterminatrici, senza il pittoresco movimento e la passione dell'epoche precedenti; lotte di casuisti e di teologi; una religione diventata una idolatrica superstizione, imposta e mantenuta col nerbo, la galera, ledragonnadese gliauto-da-fè; conventi-prigione e terribiliin pacesoffoganti i gemiti di lunghe agonie; amori galanti ed equivoci, Gomorra rivivente tra le dorate alcove di Versailles e delBuen Retiro, tra i veleni della Voisin e il confessionale della Maintenon: tale è la seconda metà del Secento.
Tutto quell'odioso secolo decimosettimo, anche prima di precipitare al mostruoso suo fine, è un secolo falso e barocco. I suoi più illustri uomini di guerra, eccetto Gustavo Adolfo, hanno tutti un non so che di sinistro nella calcolata ferocia, dal demonio Wallenstein al lupo Louvois. Nessuno fra i grandi scrittori di Luigi XIV si avvicina alla sublime altezza di un Eschilo, di un Dante, di uno Shakespeare, di un Cervantes. In tutti sembra pesare l'incubo del proprio tempo. Come son tristi tutti quei grandi! Molière e Pascal muoiono di nera malinconia: nessuno ha la gioia serena e il riso divino degli eroi del Rinascimento, dei veri inventori e creatori. Hobbese Molinos, la paralisi ed ilfatalismoin politica ed in morale, sono i veri rappresentanti di quell'epoca tenebrosa.
E da noi, che contraccolpo continuo di miserie inaudite e di ridicole e pompose vanità! Che cosa sia stata l'Italia nel primo quarto di quel secolo, lo ha descritto in modo sovrano, e immortalmente inciso nella memoria degl'Italiani, Alessandro Manzoni: ma l'Italia della fine del secolo XVII, aspetta ancora la sua resurrezione; e verrà lo storico, il romanziere, il poeta che la dipinga. I materiali non mancano.
Entrate nella galleria di un principe Romano. Fra i tanti ritratti di famiglia, tra le belle e nobili, fiere e minacciose, franche ed ardite figure dipinte dal Tiziano e dal Veronese, guardate là in fondo quei quadri buî, dove la sola cosa visibile a primo aspetto sono due grandi facciole di un bianco sudicio. Osservate meglio, e vedrete che quelle tenebre sono una toga, e una parrucca enorme, sotto cui apparisce il viso cachettico di un magistrato, che appoggia il gomito a una catasta di libroni, e nella destra tiene un foglio chenonlegge, benchè lo guardi con due occhi, spenti di pesce morto.... Ecco il Secento.
E avete notato quei libroni? Li potete rivedere se volete, alla Casanatense o alla Magliabechiana,fra i libri di Legge e di Teologia di quel secolo. Son volumi che per levarli dallo scaffale ci vuole un facchino, e fanno scricchiolare la sedia o la tavola su cui si depongono. Scritti per lo più in un barocco latino, irti di testi, corazzati di argomenti, velenosi di invettive, sono di mille pagine l'uno....
Vi siete mai trovati per caso, in certi quartieri di Roma, di Napoli, o di Milano, dove la strada è come incassata fra una doppia linea di enormi edifizi grigi, con poche finestre mezze murate, e da cui sembra colarvi addosso una nebbia di tedio? Sono i muraglioni dei conventi del Secento, dove annualmente si seppellivano migliaia di ardenti giovinette, a benefizio delgiovin signore, l'orgoglioso e spesso stupido erede dei titoli e della fortuna. Quei cupi casoni hanno tutti l'aspetto di spedale o di carcere. Non un segno d'arte, non un fiore del Rinascimento, ne interrompe e consola la spietata monotonia; e vi sentite mancare il respiro, attraversando quei deserti e desolati quartieri.
E finalmente, se volete avere un'idea complessiva di quell'epoca odiosamente barocca, guardate di quali immagini, di quali simboli, di quali forme, circondavano il luogo dell'ultimo riposo; di quale immenso catafalco di pesanti vanità e di dorate menzogne volevan coperti i loronobili scheletri! Non vi è grande chiesa di Roma, di Napoli, di Venezia, di Milano e di Firenze, che non sia profanata (è la vera parola) da uno di questi monumenti pomposi della vanità impotente, e della ridicola adulazione. Sono ammassi di marmo e di stucco dorato, cariatidi di Mori orribili in marmo nero, draghi impossibili che sorreggono un barocco sarcofago, e sopra, in alto, l'eroe guerriero o magistrato o erudito, in armi o in toga, ma sempre in parrucca, stendente il braccio con un gesto di attore applaudito, sotto un gran tendone di marmo giallo o sanguigno. Ai suoi lati, figure allegoriche vestite alla Romana, la Virtù, il Valore, la Vittoria, la Giustizia con le solite bilancie da droghiere, la Fama con la solita tromba di saltimbanco, gesticolano e si contorcono come prese da un attacco di epilessia. La iscrizione in pomposo latino, incisa a lettere cubitali, è anche più barocca del monumento.
E quali i quadri, quali le statue, di quella grottescafin de siècle! Una decrepita galanteria, che vorrebbe sorridere, e fa dei versacci; delle occhiate ridicole, dei gesti da manicomio. Artisti senza ideale, grossolanamente carnali, e che non sanno più rappresentare la carne: le loro opere sono la loro condanna. Grazie al cielo,l'arte almeno è inaccessibile alla menzogna. Figlia del cuore e della ispirazione, l'arte non si lascia violentare e violare dal falso; e quando questo trionfa, essa muore.
Non vi è parola bastante ad esprimere fino a che punto fu in quelli anni barocco e ridicolo il cerimoniale di Corte. Pare accertato che Filippo IV morisse di una resipola perchè un braciere troppo ardente e troppo vicino gli infiammò il viso, e il grande di Spagna incaricato della custodia del monarca in quel giorno, non fu lì pronto ad allontanare il caldano, nè alcunoosòfarlo in sua vece. Madama d'Aulnoy, testimone oculare, racconta nella famosa suaRelazioneche “quando suonan le dieci, se la Regina è sempre a cena, le sue dame cominciano a spettinarla; altre sotto la tavola, le levan le scarpe; poi l'alzano, la spogliano e la mettono a letto come una bambola, mantenendo un religioso silenzio.„ Il levarsi e vestirsi, o meglio farsi levare e vestire, del re, durava due ore. Un vero dramma, diviso in quattro atti. Venti personaggi, principidel sangue e grandi di Spagna, agiscono nella grande scena dellacamisa, e nel lavargli le mani. Vi sono quattroentratedi spettatori titolati, durante la reale toeletta, e tutto ciò si compie in unsepolcralesilenzio....
Eppure, tra questo stupido formalismo e tra questo putridume — come tra il fermento del concime e tra l'erba grassa dei cimiteri, si vedono talvolta spuntare dei fiori strani, dalle foglie lustre e metalliche — brillavano i grandi occhi neri e le svelte figure delle più pericolose donne del mondo. Le loro toelette, le loro abitudini, hanno del barocchismo orientale. Eccole descritte da madama D'Aulnoy: “Elles sont plutôt maigres et fort brunes, et c'est une beauté parmi elles de n'avoir point de gorge. Elles disparaissent sous une profusion de jupes qui traînent par devant et sur les côtés, en etoffes fort riches et chamarrées de galons et de dentelles d'or et d'argent, jusqu'à la ceinture. Tout cela bouffe et tombe à terre autour d'elles, quand elles sont assises, les jambes croisées, sur des carreaux. Les petites mains fluettes sortent des grandes manches en étoffe d'or et d'argent mêlé de rouge et de vert. La ceinture est bosselée de réliquaires et de médailles. Sur leurs manches et leurs épaules sont desagnus deiet des petites images.... An dessus de cet échafaudagecompliqué et éblouissant, se dresse la tête, maigre et ardente, constellée de mouches de diamants et de papillons de pierrerie. Les cheveux noirs et superbes sont si brillants qu'on pourrait s'y mirer. Le visage, lavé avec un mélange de blanc d'oeuf et de sucre candi, est si luisant qu' il semble vernissé. Les sourcils, peints, se rejoignent au milieu du front. Les joues, le menton, le dessous du nez, le dessus des sourcils, le bout des oreilles, la paume des mains, les doigts, les épaules, sont avivés de rouge. Une fumée de pastilles brûlées, et la pénétrante odeur de la fleur d'oranger, s'exhalent des robes et de la personne.„ Lo strano e tremendo fascino di Faustina e di Teodora doveva somigliar quello di queste spagnuole.
In Francia, negli ultimi anni del Secento, prevaleva e si ammirava un tipo femminile affatto opposto. Quelle grandi dame a cui predicava Bossuet, sono un olimpo di classiche divinità: dee giunonesche dalla fronte bassa e stretta che contrasta col turgidissimo seno: naso leonino, labbra carnose: lo sguardo duro e incisivo indica, più che il desiderio voluttuosamente passionato, l'acre ardor sensuale; ed hanno tutte una inesorabile salute di ferro.
In pochi anni, che differenza di tipi e di mode! Guardavo pochi giorni fa certiStudi di donnadel Watteau. Gracili, svelte, hanno tutte dei grandi occhi ardenti che sembrano illuminare i loro volti espressivi: il naso è affilato, e sulla bocca sottile erra quel sorriso magnetico che Leonardo fermò immortalmente sulle labbra dellaGioconda: sorriso ineffabile, che accusa tanti dolori, e avviva tante speranze! Qui veli e trine aeree, invece delle pesanti stoffe e dei plumbei velluti: qualche fiore fresco tra i capelli, o sul seno — unnégligépiù adorabile di ogni raffinata toeletta, e la grazia e la voluttà che respirano in tutta l'attitudine della persona.
Son veramente belle? No: le grandi dame di Luigi XIV sono senza dubbio più scultorie e più belle: ma ad eccezione della Vallière e della Longueville, son piuttosto belle statue che belle donne. Parlando delle nervose e simpatiche donne dellaReggenza, —Sono dei piccoli scheletri— disse un vecchio marchese. E c'è del vero nell'epigramma. Ma in compenso, che passione e che vita! Com'è rapido e grazioso ogni movimento, com'è ritmico e alato il passo di quelle parigine dellaReggenza! Al piombo, succedon le ali; alla paralisi, il volo.
E l'azione, il movimento, lacauserie, succedono alle sonnolente sieste dopo i pantagruelici pasti di Versailles, e ai tedî dello stupido cerimoniale. I letti immensi rimpiccoliscono, si mobilizzano.La signoraricevedi mattina non più da letto, ma alla sua toeletta e nel suoboudoir. Essa si alza e si muove alla fine: non è più sempre sdraiata sopra un divano, e intirizzita in un busto-corazza: si asside sopra una sedia manevole ed elegante, s'interessa a tutto, discute di tutto, (anche di politica, ohimè!), e vuol tutto sapere, con avida e intelligente curiosità. Isalonsdiventano il focolare che riflette e rimanda, riceve ed emana, e mantiene sempre viva la corrente simpatica della opinione pubblica.
Dopo laReggenzaeLouis quinze, torna di moda un altro barocco anche più inestetico di quello della fine del regno diLouis quatorze. Prima c'era il torturantebusto-corazzadella Montespan, e i plumbei abiti della Maintenon. Ma nei primi anni del regno di Luigi XVI, l'assurdo, l'inaudito, il mostruoso, predominano. Guardate le stampe delle mode dell'epoca (1774-84). O deliri del gusto! o epopee del capriccio! È l'epoca in cui la duchessa di Chartres nella colossale architettura dei suoi capelli porta un ritratto, un pappagallo, un mazzo di ciliegie, un piccolo negro, e una nave a vele spiegate... è l'epoca in cui nellacoiffure à la circonstancele signore eleganti hanno in testa un cipresso, e un fastelletto di grano; e in quellaà l'inoculation, un serpente, un sole levante, e due olivi. È l'epoca incui la marchesa di Boufflers regge in capo unmappamondoche disegna sui suoi capelli le cinque parti del mondo; e in cui la contessa di Lamballe (che dovea poi morire così pietosamente, così tragicamente, cosìeroicamente), scuote unoZodiacofra le sue chiome d'oro, e porta in testa il sole, la luna, e le stelle... È l'epoca in cui le donne galanti somigliavano a delle acquaiole che abbiano dei secchi sotto le sottane; e in cui ipaniersdavano alle signore tali circonferenze, da render necessario che per ogni dama fosser destinatetresedie.
Ma torniamo alSeicento.
I delitti stessi sembrano in quell'epoca funesta assumere qualcosa di strano, di raffinato, stavo per dire dibarocco... Chi non ricorda la storia di Virginia de Leyva, di Lucrezia Buonvisi, del Monaldeschi? Chi non ripensa con fremiti d'orrore al terribile lusso di supplizi in quel tempo, a quel che patirono i poveriUntori, alle migliaia e migliaia di streghe — cioè di innocenti — torturate e arse vive? e a quei pedanteschi e diabolici libri di Martino del Rio e di Giacomo Sprenger —LeDisquisizioni Magiche—Il Martello delle Streghe, che costarono più vite umane di tutte le guerre napoleoniche? Come nota abbastanza caratteristica, ecco un passo delDiariodel Ghezzi, citato dall'Ademollo nel suo libro delleGiustizie a Roma.
“Quando un condannato moriva in carcere, la sentenza si eseguivasul cadavere: ma ad evitare quanto fosse possibile questo caso, pei condannati in procinto di morte naturale si affrettava il supplizio e si mandavano al patiboloanche moribondi, facendoli portare in una sedia d'appoggio con stanghe, da uominimascherati, e si tiravano su per la forcacon le girelle.„
Che dire degli uominimascheratiin una processione funerea? Nè si creda che fosse una maschera purchessia, tanto da celare il viso. “Un giovane chenon voleva acconciarsi a morire, scrive lo stesso Ghezzi, fu trascinato sopra la carretta, perchè si era indebolito; e dietro gli andavano due mascherati, conmaschere di traccagnino et abito di pulcinella, con girelle e corde per tirarlo sul patibolo se bisognava.„ Pare però che quella volta non vi fosse bisogno dell'aiuto deipulcinelli.... Peccato per altro che si fosse in quaresima! Se invece era di carnevale, i pulcinelli dal patibolo potevano andare a far baccano nel Corso senza cambiar di vestiario.
Cristina di Svezia è un tipo di donna che riassume tutto lo stravagante, l'ingegnoso, il ridicolo, il pomposo, il falso, il barocco e il crudele di quell'epoca: dai suoi primi studii, alla sua conversione e ingresso trionfale in Roma; dal freddo e barbaro assassinio di Monaldeschi, alla sua morte teatrale. Piena d'ingegno, di spirito e di dottrina — un po' gobba e calva — nera come una talpa — superba come Lucifero — intrigante e prepotente, simulatrice e sfacciata — omicida e devota — un veromaschiaccio, come la chiamavano i trasteverini. E che avesse più aria di maschio che di femmina, lo attesta un ammirabile busto di lei, scolpito dal Bernini, e che si vede in Firenze in casa del marchese Piero Azzolino. — E dire che il povero Bernini; moribondo, supplicò che si facesse pregare per lui da S. M. la regina Cristina di Svezia “stimando, diceva, che quella gran signora avesse unlinguaggio suo particolarecon Dio, da essere sempre intesa„. (V. Baldinucci). Questo è veramente il re deicolmi: il Bernini morente che spera nella intercessione e nei meriti di Cristina di Svezia, e nelvolapukdi questa nuova santa col Padre Eterno!...
Tre insigni paesisti del secolo XVII dimorarono lungamente in Roma: Poussin, Claude Lorrain, Salvator Rosa. Il paesaggio dei primi due, sopratutto del primo, ha carattere essenzialmente romano. Poussin, benchè metta troppa architettura e troppa archeologia nelle sue tele, ebbe vivissimo il sentimento della campagna romana. Claudio mise primo nei suoi paesaggi effetti di sole e di luce, prospettive aeree, la diversa poesia dei cieli, i fasci di raggi luminosi, le rose dell'aurora, gli incendî del tramonto, le forme varie e incessantemente mutabili delle nuvole. Salvatore è il pittore delle foreste — misteriose, sinistre, minacciose — popolate di banditi, e di querci fulminate o atterrate. Lo accusan perciò di non essere abbastanza meridionale: ma l'accusa non ha fondamento; perchè i boschi e molti paesaggi meridionali sono in realtà più sinistri e paurosi dei paesaggi del Nord. Sparse di spenti vulcani e di viventi solfatare, certe selve meridionali somigliano alla selva dei suicidi di Dante; e gli alberi sembrano agonizzare in attitudini disperate. Salvatore li vide così, e così li dipinse.
Ce damnnè Salvator, come lo chiama Michelet, è il pittore delle selvagge solitudini, del furore degli elementi scatenati, dei boschi tormentati dalla bufera, delle piagge flagellate dai flutti sconvolti, delle irte scogliere, degli antri tenebrosi, delle battaglie feroci combattute su terreni desolati, o fra selve incendiate....
Ha talvolta del manierato, del barocco; verissimo; ma noi ci troviamo dinanzi a una possente personalità. Tale l'artista. L'uomo poi era superbo, violento, chiuso ai domestici affetti — ma rimane nonostante uno dei pochissimi caratteri virili e sinceri in un'epoca di falsità e di barocchismo. Ha una fierezza indomabile in quel secolo adulatore e cortigianesco: e nelle sue satire strappa il velo a tutte le piaghe civili, sociali, ed artistiche: attacca la triplice tirannia feudale, sacerdotale, e soldatesca, con generosi rabbuffi, con invettive larghe ed eloquenti, con un impeto tribunesco, che se talora diventa un po' declamatorio, è sempre di una penetrante efficacia.
Quest'uomocredea qualche cosa; è come ammalato alla vista delle miserie e delle vergogne di quella Italia Spagnola; dell'agonia delle plebi, languenti negli stenti e nella fame.... Ha un ideale religioso, un ideale patriottico, un ideale estetico, fra tutti quei contemporanei che non credono a nulla; è un uomo-realtà fra tutti quelliuomini-fantasmi. Tra il fracidume d'allora sente l'alito dei tempi nuovi; e sembra stender la mano al Parini ed al Beccaria.
Di alcune sue satire può dirsi davvero chefacit indignatio versum. Ecco come egli apostrofa i poeti contemporanei, cortigiani e voluttuosi, e che facevan dell'arte un trastullo o un pervertimento: