“Uscite fuor dei favolosi intrichi,Accordate la lira ai pianti, ai gridi,Di tanti orfani, vedove e mendichi!Dite senza timor gli orridi stridiDella terra, che invan geme abbattuta,Spolpata affatto da tiranni infidi.Dite la vita infame e dissolutaChe fanno tanti Roboà m moderni,La giustizia negata o rivenduta.Dite che ai tribunali ed ai governiSi mandan solo gli avvoltoi rapaci.. . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . .Dite che sol dai principi si pensaA bandir pésche e cacce, onde gli avariSu la fame comune alzan la mensa.. . . . . . . . . . . . . . . . .Dite che ognor degli Epuloni al soglioI Lazzeri cadenti e semiviviMangian pane di segala e di loglio.Dite che il sangue giusto scorre a rivi,Che esenti dalle pene in faccia al cieloSon gl'iniqui, ed i rei felici e vivi.Queste cose v'inspiri un santo zelo,Nè state a dir quanto diletta e piaceChioma dorata sotto un bianco velo!
“Uscite fuor dei favolosi intrichi,Accordate la lira ai pianti, ai gridi,Di tanti orfani, vedove e mendichi!Dite senza timor gli orridi stridiDella terra, che invan geme abbattuta,Spolpata affatto da tiranni infidi.Dite la vita infame e dissolutaChe fanno tanti Roboà m moderni,La giustizia negata o rivenduta.Dite che ai tribunali ed ai governiSi mandan solo gli avvoltoi rapaci.. . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . .Dite che sol dai principi si pensaA bandir pésche e cacce, onde gli avariSu la fame comune alzan la mensa.. . . . . . . . . . . . . . . . .Dite che ognor degli Epuloni al soglioI Lazzeri cadenti e semiviviMangian pane di segala e di loglio.Dite che il sangue giusto scorre a rivi,Che esenti dalle pene in faccia al cieloSon gl'iniqui, ed i rei felici e vivi.Queste cose v'inspiri un santo zelo,Nè state a dir quanto diletta e piaceChioma dorata sotto un bianco velo!
“Uscite fuor dei favolosi intrichi,
Accordate la lira ai pianti, ai gridi,
Di tanti orfani, vedove e mendichi!
Dite senza timor gli orridi stridi
Della terra, che invan geme abbattuta,
Spolpata affatto da tiranni infidi.
Dite la vita infame e dissoluta
Che fanno tanti Roboà m moderni,
La giustizia negata o rivenduta.
Dite che ai tribunali ed ai governi
Si mandan solo gli avvoltoi rapaci.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Dite che sol dai principi si pensa
A bandir pésche e cacce, onde gli avari
Su la fame comune alzan la mensa.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Dite che ognor degli Epuloni al soglio
I Lazzeri cadenti e semivivi
Mangian pane di segala e di loglio.
Dite che il sangue giusto scorre a rivi,
Che esenti dalle pene in faccia al cielo
Son gl'iniqui, ed i rei felici e vivi.
Queste cose v'inspiri un santo zelo,
Nè state a dir quanto diletta e piace
Chioma dorata sotto un bianco velo!
È una voce isolata e magnanima,clamans in deserto. Poi la notte s'addensa anche più buia, e l'Italia per quasi due secoli sembra morta. Per quanti lunghi anni parlarono con insultante leggerezza di lei, come di persona profondamente sepolta fra i morti! “Sì, essa fu, essi dicevano, — così il poeta diAtalantae diMary Stuart— essa fu, quando i tempi eran giovani; ma ora più non è. I brandelli del suo sudario tremolano nell'aria sepolcrale: remote stagioni di anni immemorabili avvolgono ormai il suo antico e freddo cadavere, su cui son passati tanti vènti d'inverno, e tante pallide primavere; essa non è più una cosa di questo mondo. Nè importa che la sua morta testa conservi sempre, come una viva ghirlanda, l'aurea lunga chioma che le scorre giù sul petto fino ai piedi. Morte regine, la cui vita era stata lieta e trionfale, furon trovate così fredde, così composte, così coronate, con ogni cosa appassita addosso e d'attorno, eccetto una sola cosa bella, — la loro antica chioma immortale, — mentre la carne e l'ossa diventavan polvere, appena esposte alla luce. E l'Italia è morta come loro!.... Ma mentre essi parlavan così, l'Italia riebbe a un tratto il suo possente respiro; e il latino sangue gentile ricircolò nelle esauste sue vene.„
Ed ora concludendo, o signori, queste mie rapide impressioni, questacauseriesul Barocchismo, permettetemi un'ultima considerazione; discutibile, discutibilissima, lo so; ma a che serve una Conferenza, se non eccita qualche discussione; se non è una suggestione, un invito, a esaminare, a riflettere, a conversare sopra un dato argomento?
Questo barocchismo, di cui vi ho esposto qualcuno dei molteplici aspetti che ha nelle varie sue fasi del grandioso e dell'ardito, dello stravagante e del ridicolo, del molle e del triste; è essenzialmentemoderno, nella sua passionata ricerca delnuovoa ogni costo: e certe sue espressioni, prima che essodeliriassolutamente, ci simpatizzano più della inappuntabilesymmetria prisca. Dimenticate per un momento iManuali, le lezioni, leGuide, e quel chesi devedire, e quel chesi deveammirare; guardate coi vostri occhi, pensate con la vostra testa, sentite col vostro cuore; eforsevi parrà d'essere più vicini alla Dafne del Bernini, che alla Giunone di VillaLudovisi; alla Santa Teresa, che alla Venere Capitolina. Forse Gœthe, il Foscolo, e Keats, son stati gliultimiche hanno sentito od espresso in plastici versi la divinaEuritmia. Noi siamo oggi tutti un po' barbari, un po' bizantini, un po' barocchi.... Nelle statue greche perfette, vediamo eternato nel marmo il felice equilibrio dei sensi e dei sentimenti: queste statue ci rammentano la primavera del mondo. L'anima umana era sana e giovine allora; non era ancora venuta meno sotto l'oppressione dei propri sogni: nè ancora l'intelligenza era stata torturata da trenta secoli di precetti, di sistemi, e di dubbi: nè il cuore affranto da trenta secoli di dolori. Nessuna penosa dottrina, nessuna crisi interiore, avevan alterato la felice armonia della vita e della forma umana, e il bel corpo cresceva come una bella pianta sempre esposta alla luce. Oggi invece, la nostra vita è tutta artificiale e sempre agitata: l'organismo nervoso è continuamente sovreccitato, e rimane sempre irrequieto e assetato di sensazioni nuove, strane, eccessive. La lampada della vita non è più una fiamma pura e tranquilla, nutrita di liquore d'oliva, ma una face resinosa e fumosa che manda torbide e rosse faville.... Tu avevi visto poco dell'immenso universo, poco amato e poco sofferto, e però, o divina Euritmia, il tuo volto è così calmoe sereno! Ma noi moderni, sentiamo qua dentro qualche cosa che mancava agli antichi; che è il tormentoso, eppur glorioso, nostro retaggio: il sentimento dell'Infinito, e la coscienza dell'umanità . L'uomo moderno è meno egoista; e non sa godere e sperare senza, un palpito di fratellanza. Non ha limitato il suo ideale della Vita e dell'Arte a poche leghe di terra privilegiata, ma indaga ed ama ogni plaga dove un altro uomo respiri, soffra, ed ami. Secolari dolori hanno umanizzato il nostro cuore: e nelle voci stesse della Natura, noi ascoltiamo la solenne e malinconica musica dell'Umanità .