Chapter 8

Cantiam cantiamo il fortunato giornoDe le nostre vittorie alme e felici

Cantiam cantiamo il fortunato giornoDe le nostre vittorie alme e felici

Cantiam cantiamo il fortunato giorno

De le nostre vittorie alme e felici

esclamò un de' nostri poeti, e un altro subito:

Suonin le cetre, gli organi, e ogni coro,Canti il basso, il tenor, l'alto e il soprano;Rida il pianto, il dolor si faccia sano,Et l'Adice ci innondi arene d'oro.

Suonin le cetre, gli organi, e ogni coro,Canti il basso, il tenor, l'alto e il soprano;Rida il pianto, il dolor si faccia sano,Et l'Adice ci innondi arene d'oro.

Suonin le cetre, gli organi, e ogni coro,

Canti il basso, il tenor, l'alto e il soprano;

Rida il pianto, il dolor si faccia sano,

Et l'Adice ci innondi arene d'oro.

Come furono esauditi, ho detto sopra: non solo le cetre e gli organi veneziani ma le chitarre e gli organetti bresciani, bergamaschi, pavani e friulani gareggiarono fra loro a chi facesse più chiasso. I poeti dialettali, toccando le note che a noi suonan burlesche, non riescono, almeno, tediosi. Chi legga ilPianto et Lamento de Selim, cheper disperazione dà a Maometto del “busaro, iniquo e can„ e si vuol convertire al Cristianesimo, se non ammira il poeta, sente qualcuna delle risate sarcastiche, che a Venezia doveron prorompere quando, undici giorni dopo la battaglia, fu vista entrare nel bacino di San Marco la galea che ne recava la novella, sparando a festa le artiglierie e strascicando per l'acqua le conquistate bandiere. — Il leone ha graffiato sul vivo questa volta! Selim si pensava venir qua a “piar cappe longhe e tuor melloni„: viva San Marco! — Invece se, lasciando da parte con gli altri minori e minimi ilTrionfo di Cristodi Celio Magno, che fu più che altro un pretesto a sfoggiare apparati, vi ponete innanzi la canzone di uno dei migliori che poetassero allora, Giovanni Andrea dell'Anguillara, e cominciate:

Apollo, se gioir unqua s'udioPe' dolci accenti tuoi Cinto e Parnaso,Esci del sacro vasoDi Teti, e scopri il tuo bel carro d'oro.E cantando vien poi verso l'occasoU' n'invita Talia Polimnia e Clio,Acciò del vero DioGli eletti orniam di trionfale alloro

Apollo, se gioir unqua s'udioPe' dolci accenti tuoi Cinto e Parnaso,Esci del sacro vasoDi Teti, e scopri il tuo bel carro d'oro.E cantando vien poi verso l'occasoU' n'invita Talia Polimnia e Clio,Acciò del vero DioGli eletti orniam di trionfale alloro

Apollo, se gioir unqua s'udio

Pe' dolci accenti tuoi Cinto e Parnaso,

Esci del sacro vaso

Di Teti, e scopri il tuo bel carro d'oro.

E cantando vien poi verso l'occaso

U' n'invita Talia Polimnia e Clio,

Acciò del vero Dio

Gli eletti orniam di trionfale alloro

c'è il caso che gettiate via il libro press'a poco come fece l'Alfieri quando s'imbattè in quel primo “conciosiafossecosachè„ di MonsignorDella Casa. L'autunno del 1571 diede (e parve presagio miracoloso) non solo rose in copia come se fosse estate, “ma i pomi, le ciriegie, le pera, gli armillini ed i prugni„: a dar fiori di poesia ci vogliono miracoli troppo maggiori di una stagione ben temprata di caldo! Ciò che noi chiamiamo a torto il secentismo, era già allora in pieno vigore. Dopo il Paruta cheIn laude de' morti nella vittoriosa battaglia contro a' Turchirinnovò l'eloquenza di Pericle pe' morti del Peloponneso, uno di quei poeti, Luigi Groto, ebbe il coraggio di affermare, innanzi al Doge e alla Signoria, che egli aveva profetizzato il successo, traendolo dai penetrali della cabala, coll'ordinare le lettere della dataMILLE CINQUECENTO SETTANTA UNOcosì:IL LEON VENETO VA A LE TESTE OTTOMANE E VINCE QUEI CANI.E chiedeva costui: “E perchè crediam noi che le piove sian sute questa primavera e questa state sì rare? Non per altro, se non perchè essendo queste un pianto dell'aria, ella, di tanta vittoria presaga, non potea piangere.„ Pensate ora di che fosse capace costui, in versi!

Le feste pel ritorno de' collegati furono infinite: il Colonna ebbe a Roma gli antichi onori del trionfo, di che Spagna si adombrò. Ma i soldati, licenziati, come allora si usava, prima di essere ricondotti in patria, furono costretti per giungervia vendere le armi e a mendicare; Michele Cervantes, che a Lepanto era rimasto storpio d'una mano, altro guadagno non ne ebbe che quella viva testimonianza del suo valore. E poi già troppo si era vinto; Venezia ripigliava le forze; meglio era lasciarla ancora alle prese col Turco.

E il secolo decimosesto, che a Lepanto avea dato l'estrema prova del valore medievale, la rinnegò. Quanto esso aveva avuto di poesia negli avvenimenti, può infatti considerarsi come una conseguenza di tradizioni, di costumanze, di affetti medievali: i poeti educati alla scuola retorica del Rinascimento, non erano forse più capaci di raccogliere dalla storia la poesia, il che vuol dire interpretare e rappresentare la storia nella sua rispondenza col sentimento umano; e forse è in ciò la spiegazione del perchè que' casi epici non trovarono a celebrarli la voce che meritavano. Acuto scrutatore delle ragioni de' fatti, non poteva il Machiavelli trasformarli in fantasmi poetici ne' suoiDecennali: i lirici d'arte, che cantavano della patria a diletto, non potevano esserne la voce viva. Quando, ad esempio, il Coppetta esortava i signori d'Italia a unirsi insieme per difenderla, non pensava tanto al bene di lei quanto alle lodi che avrebbe da Guidobaldo d'Urbino, capitano generale della Chiesa, cui eglisi volgeva. L'Italia, per bocca della Notte di Michelangelo, diceva allora:

Grato m'è il sonno....Infin che il danno e la vergogna dura;Non veder, non sentir m'è gran ventura.

Grato m'è il sonno....Infin che il danno e la vergogna dura;Non veder, non sentir m'è gran ventura.

Grato m'è il sonno....

Infin che il danno e la vergogna dura;

Non veder, non sentir m'è gran ventura.

L'anima italiana aveva bisogno di due secoli di riposo per risvegliarsi ancora gagliarda.


Back to IndexNext