IL PENSIERO ITALIANONEL SECOLO XVII

IL PENSIERO ITALIANONEL SECOLO XVIICONFERENZADIGiovanni Bovio.

CONFERENZADIGiovanni Bovio.

Ad Andrea Cesalpino medico del Papa non fu dato a leggere in Roma l'Erbariodel Brunfelsius senza licenza dell'inquisitore e senza aggiungervideletis delendis. Oggi a Roma sono convenuti seimila medici da tutte le parti del mondo a parlare — senza licenza — delle leggi della materia e della vita. Un congresso di tutta questa dottrina mondiale in Roma era più che un desiderio una previsione del secolo XVII e un filosofo di quel tempo lo prefiniva quasi Concilio dell'umanità a correzione del Concilio di Trento.

Il presagio di quel filosofo, sepolto vivo per 27 anni, è adempito, proprio per opera di quelli che egli deputava a migliorare la razza umana. È forse il solo vaticinio adempito della filosofia di quel secolo?

Delirava quel secolo — scrisse Alfieri. — Delirava come lui, o signori, e sono i grandi delirii che rinnovano la storia, spoltriscono il pensiero e preparano l'avvenire. Se voi ripetete con Bruno che l'Unonel quale coincidono i contrarî non ètrascendente, ma immanente nella natura, voi delirate. E delirate, se, allogandovi nel tempo e nella sede di Galilei, affermate che più mondi rotano e la terra con quelli. E così circola — delira Sarpi — il sangue intorno al cuore. E così tutta l'umanità circolerà intorno ad una mente, ad un pensiero solo — questo era il delirio del filosofo calabrese indicatore di un Concilio pensante. Tu, o Vittorio, posando austero in Santa Croce, t'inspiravi ne' magnanimi delirî tu, e delirando evocavi tempi che ti parevano passati e non erano stati mai. Vedesti vacillare la libertà da te eretta sopra un trofeo di pugnali, e ti accorgesti che c'era stato un delirio più chiaroveggente del tuo — quello che l'avea fondata sulla scienza.

Tal era il pensiero dominante del secolo XVII. — Fissiamolo ben chiaro; fissiamolo fuori degli aneddoti e degli episodî, prendendo la massa della produzione scientifica, letteraria e politica di quel tempo, interrogando le istorie, scrutando attraverso i tanti dissidî e contraddizioni l'idea che vince, quella cioè che sopravvive e si trasmette.

Par troppo per una conferenza? Il tema è vostro, ed è segno che vi basta l'animo di decuplicare il pensiero in ogni parola e di preoccupare con la mente i sottintesi.

Entriamo in questo secolo dando uno sguardo alla produzione politica. E chi primamente incontriamo in questa Firenze che dettò con Machiavelli le regole dello Stato e con Guicciardini le regole dell'io, che in mezzo alla decadenza comune cerca in sè rifugio e indipendenza? Incontriamo qui nel 1603 un Lorenzo Ducci che c'insegna l'arte di farci cortigiani, indicandoci — modello inaspettato — Sejano.

Tutta la scienza della viltà vi è messa innanzi, perchè questo cortigiano del Ducci non si propone a suo fine lo Stato o il Principe ma l'io; e questo non è l'iodi Guicciardini — un ultimo rifugio alla indipendenza — ma è l'estratto del servilismo utilitario, secondo il quale si può essere cittadino disonorato purchè si resti avveduto cortigiano.

E poichè Ducci ha da Firenze capovolto Tacito per presentarvi un Sejano rifatto, perchè venti anni dopo non sarà lecito da Bologna a Matteo Pellegrini capovolgere Platone per rifare nella politica il tipo del filosofo? Orsù, mano all'opera: il filosofo non sarà più il capo dello Stato, il fondatore della libertà sulla virtù, il disprezzatore della momentanea fortuna, il modello aglialtri; ma capirà una buona volta che il mondo è fuori, non dentro di lui, e che bisogna a due mani pigliarlo come va. Servi vuole e servi bisogna farsi, eruditamente, graziosamente, giovialmente servi, e servendo si domina, si comanda al padrone, si è più liberi di chi comanda, con meno responsabilità e talvolta con più gloria e ricchezza. Ecco il savio.

Ma per salire a tanto bisogna che egli sappia adulare. Quale forma di adulazione sarà più penetrante? Ci è la ristucchevole e ci è la disdegnosa. Questa è la buona — rispondono entrambi — e questa era già stata consigliata nel secolo precedente da Agostino Nifo, filosofo adulatore di Carlo V. Avevano questi scrittori trovato in Tacito un esempio mirabile.Doversi ogni anno rinnovare il giuramento a Tiberio— proponeva Messala cortigiano in Senato.Te l'ho chiesto io?domandava Tiberio. E il cortigiano:Ho parlato spontaneo e del mio cervello userò nelle cose dello Stato, anche a rischio di spiacerti.Oh, dice Tacito:Ea sola species adulandi supererat!È appunto la specie buona, soggiungono Nifo, Ducci e Pellegrini.

E c'è la specie migliore — osserva Sigismondi. — Ancora? la logica della viltà non ha detto l'ultima parola? Voi non avete provveduto al migliore trinciante, al più svelto pincerna del Principe,alle più belle... E questa che si chiama l'adulazione muta sarà sempre in Corte la più eloquente.

Ora, signori, non sono tre che parlano così all'aprirsi dei seicento; que' tre ho indicato per saggio; la lista ignominiosa è lunga; dal tipo Sejano al trinciante presenta tutta la scala dell'abiezione e presenta qualche altra cosa: il colore politico del tempo. Ma ricordate che il colore politico non tinge mai tutto l'orizzonte. E spieghiamoci.

Quella, è la produzione politica perchè quella è la storia politica di quel tempo. Non mi parlate del Boccalini, del Tassoni, del conte Verna, perchè il riso, demolitore più potente del sillogismo, non costruisce. C'è più costruzione nel paradosso di Rousseau che nel sarcasmo di Voltaire.

Il secolo XVII è partito a mezzo dal gran fatto della pace di Westfalia, che dopo un secolo e mezzo di lotte religiose, significa finite per sempre le guerre di religione. Il secolo XVIII potrà presentare guerre di successione, il secolo XIX guerre di nazionalità, il secolo imminente guerre non guerreggiate bensì ideali, ma il vanto di aver chiuso il ciclo delle guerre religiose tocca al secolo XVII.

Fu picciol vanto? E che significa aver chiuso il periodo delle guerre di religione senza consenso del Papa e per grido di popoli? Significa che la vittoria, pur non proclamata, restò ad un gran principio, alla libertà di coscienza, che fu vittoria del pensiero.

Significa anche più: che se nelle nazioni cattoliche il potere — troppo assoluto ancora — riusciva ad asservire la politica, a creare i Ducci, i Sigismondi, i Pellegrini, voci roche ed ultime della Ragion di Stato, il pensiero n'era fuori del tutto, tanto fuori da non essere nè cattolico nè protestante, ed ivi più libero dove più cattolico durava il culto, più assoluto il potere.

Quindi accanto alla logica della viltà scorre nel medesimo tempo e luogo la logica de' supremi ardimenti, nella città medesima dove Ducci scrive Galilei insegna, in Roma dove Sigismondi è ospite di un cardinale, Campanella è ricoverato dall'ambasciatore di Francia, per Bologna dove Pellegrini serpe passa Paolo Sarpi verso Roma, e in mezzo ai più umili precetti di ossequio simulanti la politica erompe l'utopia più larga ed audace che resterà codice a qualunque cervello impaziente. La politica potè riuscire a testimoniare servilmente il potere indiscutibile d'ignoti signori, il pensiero ad indicare nel trattato di Westfalia le clausole della propria indipendenza;e dove l'una consiglia l'esecuzione muta di qualunque ordine superiore, l'altro condanna Arrigo VIII protestante e Aldobrandini papa se l'uno consegna alla mannaia Tommaso Moro cattolico e l'altro al rogo Bruno eresiarca.

La più vasta e più cattolica potenza era la Spagna; il paese su cui più incumbeva era l'Italia; qui più servile era la politica, qui più tenace la resistenza del pensiero. In nessun tempo forse come nel seicento fu così spiccato il dissidio tra quelli che chiamano uomini pratici ed i pensatori.

Questo dissidio, nella letteratura, che non vuol servire e non arriva a pensare, che spagnuola non vuol essere ed italiana non può, diventa la più strana licenza formale; e nella filosofia, dove il pensiero è destinato ad affermarsi o a spegnersi, diventa quella magnanima eresia intellettuale che sconvolse le scienze, segnando le conclusioni massime al naturalismo aperto da Telesio nel secolo precedente.

Non è però soltanto estrinseco il dissidio che tormenta la filosofia in quel secolo, è più grave, è intimo. Non trovate nessun pensatore de' più celebrati che mentre lotta contro la Chiesa e la scuola, contro la Spagna e i politici che la rappresentano non lotti con più affanno contro sè stesso. E contro sè deve difendersi assai più chedall'inquisitore, dal pedante aristotelico, dal cortigiano, dal vicerè. Questo contrasto intimo ne' pensatori del seicento è degno di uno studio speciale che tocca davvero meno alla critica logicale che all'esame psicologico e storico.

In fatti il secolo che metteva innanzi arditamente i più grandi problemi naturali e non ancora poteva chiaramente vederne la soluzione, e che nella posizione istessa de' problemi presenta lo spirito nuovo e ribelle sotto la soma delle vecchie forme, crea negli animi quella contraddizione che non è più l'irresolutezza — paralisi degli animi fiacchi — ma è l'antilogia, tormento degli animi forti, che accolgono in sè le due grandi voci dell'epoca, e in sè rifanno il dialogo dell'età loro. Un medesimo uomo allora vi par due, con due lingue e due tendenze, come se doppia fosse la coscienza sua, che è pure la più semplice ed elevata.

Questo fenomeno, signori, è veramente d'ogni tempo e di ogni cervello poderoso. Nessuno di voi può sottrarsi a questa influenza delle due voci che vi fanno pensosi su problemi già risoluti facilmente dal volgo che da un lato guarda le cose. In ogni mente ogni giorno si ripete la tenzone tra il sì e il no, tra il vecchio e il nuovo, tra l'educazione e l'osservazione, e chi, per saltare, si affretta a risolvere è condannato a tornareindietro. Il certo è che questa doppiezza è umana, ed ogni valentuomo in sè porta sè stesso e qualche altro, e più porta di sè quanto ei più comporti dell'altro.

Questo dissidio intimo fu maggiore nel secolo XVII, il quale nella prima metà rappresentò il secondo periodo del risorgimento e nella seconda il transito dal risorgimento all'età moderna.

Confrontate, per esempio, lo spiritismo de' tempi nostri col mistagogismo campanelliano e avvertirete meglio le differenze di più e di meno. Voi incontrerete un darvinista che vi parlerà della legge evolutiva onde la materia sale sino alla dignità e funzione di pensiero, e a lui potete negare i santi e Dio senza che la terra e i cieli se ne commovano; ma gli spiriti ci hanno a restare. Non per testimonio altrui egli li conosce: li ha veduti, ha parlato, è in buona dimestichezza con un mondo ignoto. Negate ancora? Ed egli vi dice che la vostra esperienza è incompleta, la vostra incredulità è metafisica. Lo spiritismo, dunque, è un capitolo del suo metodo sperimentale, il mondo ignoto non è una superstizione nata sulla rovina di una religione, è invece una continuazione del mondo noto, un ultimo grado quasi della evoluzione superorganica. Egli ha sentito la contraddizione e credeaverla superata; egli può affermare che veramente Amleto ha parlato col re morto di Danimarca, ma nella tendenza ei resta monista.

Non così Campanella. Per lui la contraddizione tra il mondo delle credenze e il mondo dell'esperienza resta intatta. Egli non la turba, non sa se siavi un punto verso cui le due linee convergano, non vuol saperlo, non sogna il monismo. Possiede tutta l'ispirazione de' profeti ed è uno; esercita tutta l'osservazione dello sperimentalista ed è un altro. Può avere nella sua cella sotterranea l'uno accanto all'altro i ritratti di Telesio e di Santa Brigida; e può tentare una congiura calabrese con la fede ne' miracoli di Giovanna d'Arco.

Questo dissidio intimo non è vinto da lui, ma forse dall'ultima parola del suo secolo.

Io apro una delle tante opere di Campanella, l'Atheismus triumphatus, e vi leggo che la famiglia degl'increduli è composta di filosofi osservatori della legge naturale, e che di questi appena quattro egli ha sospettato nel secolo suo, e venticinque ne ha veduto in tutta la storia universale.

I venticinque non ci riguardano. I quattro chi sono? Ei non li nomina e ci sforza a moltiplicare il suo sospetto. Se egli guarda fuori Italia, sarà difficile seguirlo; se all'Italia del suo secolo, ognuno corre con la mente a Sarpi, a Galilei, a Bruno, a Campanella istesso, i quattro singrafi del nuovo vangelo naturale.

Consentite che io rapidamente delinei queste quattro figure.

E comincio da Sarpi. Non è un individuo nè una scienza, è uno Stato. Quello che fu, che doveva essere lo Stato di Venezia, la sua ragione di essere, quello è in atto la mente di Fra Paolo.

Egli conosce tutte le scienze, ma sotto nessuna scoperta, sotto nessuna dottrina egli ha posto il suo nome. Per via di amplificazioni arriverete a dargli il titolo di precursore, ma il nome d'inventore, di sistematore non tocca a lui.... Se lo sottraete allo Stato di Venezia, voi non troverete più il nome di Sarpi.

E la storia del Concilio di Trento? Svela il Concilio — il cui disegno era noto ai principi del tempo — e se non un cattolico, un protestante l'avrebbe scritta; ma nessuna idea nuova balena, non una idea che possiate aggiungere a Machiavelli, non una da aggiungere al Bellarmino.

Scritto chiaro, schietto dal consultore de' dieci, frate cattolico per giunta, il libro corre pel mondo.Un protestante poteva accettarlo, un cattolico non poteva condannarlo. Ma dov'è Fra Paolo veramente?

Sia o no suo, certo ispirato da lui è l'Opinione del come si abbia a governare la repubblica di Venezia per avere il perpetuo dominio. Voi non siete più innanzi al Ducci e al Sigismondi, voi finalmente comprendete come una capitale sorta sul fango e senza soldati proprii potè alzarsi gigante tra due imperi.Venezia è l'Anti-Roma: in questo motto la missione è definita, e s'intende nella grande rivoluzione la catastrofe contemporanea del papato e di Venezia.

Venezia è l'Anti-Roma; è la repubblica del rinascimento; la mente n'è Fra Paolo. Il suo andare, il suo vivere ti mostra il servita; il suo occhio ti dice il consultore di stato; la sua discussione ti apre tutte le parti del rinascimento. La contraddizione in lui è muta; egli non ve la svelerà mai; e il suo labbro è chiuso a voi come in Cosenza la bocca di Telesio era per sempre chiusa a Campanella.

In Venezia Sarpi discute con Galilei intorno alle nuove applicazioni delle matematiche, ed in Venezia Bruno era prigioniero della Inquisizione.Come!... nella repubblica del rinascimento è carcerato — proprio in quel tempo — il più gran filosofo del rinascimento? Signori, ricordate che l'Inquisizione di Venezia non voleva consegnarlo a quella di Roma; ricordate che la consegna avvenne nell'assenza di Sarpi; e ricordate pure che anche le repubbliche più indipendenti sottostanno all'ora della ragion di Stato. Potete fingere la scoperta di un'isola introvabile, ma non la fingerete separata dal mondo.

Ciò che tra Sarpi e Galilei era un dialogo, in Bruno era già un sistema; e ciò che tra que' due si discorreva sommesso l'altro aveva già divulgato nel mondo.

Lunga e crudele fu l'espiazione, e grande dovè essere il peccato. Certo, quando avete affermato che i mondi sono innumerabili e che l'assoluto è nell'universo, avete detto l'ultima bestemmia.

Ne uscì la natura divinizzata e l'uomo, sciolto dalle contemplazioni monastiche, restituito alle virtù civili. Mai forse, da Lucrezio in fuori, la natura fu celebrata con versi così belli, fusione mirabile di filosofia e poesia; mai forse come in lui si avverò che la filosofia è una poesia sistemata e la poesia è una filosofia intuita; mai l'universalità del genio fu così contemperata coll'indole meridionale, che è di filosofi poeti. L'indicazione istessa della filosofia è in lui una poesiache sgara qualunque poema filosofico antico. Bisogna udirlo:Nuda è la divina Sofia, e nuda irradia luce da tutto il corpo.... Deh! non la velate, chè gran peccato è velare questo santo corpo. Essa fa fede di sè.

Nuda est illa, nublis circumque stipula maniplis,Nudaque de toto jaculatur corpore lucem,Magna est velari sanctum hoc injuria corpus.Ipsa fidem facit ipsa sibi. . . . . . . . . . . .De Univer. et Immen.

Nuda est illa, nublis circumque stipula maniplis,Nudaque de toto jaculatur corpore lucem,Magna est velari sanctum hoc injuria corpus.Ipsa fidem facit ipsa sibi. . . . . . . . . . . .

Nuda est illa, nublis circumque stipula maniplis,

Nudaque de toto jaculatur corpore lucem,

Magna est velari sanctum hoc injuria corpus.

Ipsa fidem facit ipsa sibi. . . . . . . . . . . .

De Univer. et Immen.

De Univer. et Immen.

La sua spiccata natura di filosofo poeta dovea dargli una qualità che dicono esclusiva della gente nordica, specialmente dell'anglo-sassone; l'umore. Non credo che in Italia ve ne siano due, vedo che in lui questa facoltà scintilla quando ei si mette di fronte al pedante. Quali motti e quanta finezza! Ciò che in Socrate era ironia di fronte al sofista, in Bruno è umore in faccia al pedante. La brevità non mi consente allargarmi in questo esame, che non è senza importanza.

Pur non manca in lui la contraddizione del suo tempo: non sono le due correnti di Campanella, ma è un dissidio intimo tra l'uomo nuovo e molte vecchie reminiscenze, attraverso le quali il morto soprannaturale tenta miracoli di resurrezione. I ricordi tomistici, la difficoltà di certesoluzioni, l'oscurità di certi problemi, e que' freni che qualunque età impone anche ai fortissimi più d'una volta insidiano la trama della ragione.

Il dissidio però in Bruno è raro e più alla superficie che nella cosa. Il monismo in lui è sostanziale e questa forte unità dell'intelletto in contrasto coi poteri costituisce il suo carattere eroico.

Il carattere, signori, non è qualcosa di sovrapposto alla mente, è la mente istessa, e nel filosofo è il testimonio della sua filosofia. Se oscilla, se volta qua e là la faccia, se sale per la via men buona, se gonfia o supplica, sarà erudito, abile, avveduto, sarà politico pure, filosofo no. Le opere di Bruno sono filosofia e poesia, e sono un autobiografia: vi si legge l'universo e l'uomo. In quella autobiografia è il suo destino, i trionfi, il carcere, la sentenza. Prima che i giudici la firmassero, ei l'aveva scritta, e quella de' giudici ei poteva sprezzarla.

Telesio vi dice che il libro della filosofia è la natura; Bruno afferma che questo libro è infinito; Galilei conchiude che il libro è scritto in “caratteri assoluti cioè matematici. Quindi voi doveteleggere in quel libroe non parlar voi prima di aver letto, perchè la natura prima fece le cose a suo modo e poi i discorsi umani, che saranno sinceri o falsi secondo l'accorgimento del lettore. Quando la natura fu fatta parlare per voce di teologi, fu medio evo; quando per voce di metafisici, fu il primo periodo del risorgimento; ora deve parlare per voce propria, cioè di naturalisti, ed è il periodo conclusivo del risorgimento.

L'inizio dunque dev'essere sperimentale e matematica la conclusione. Così egli sale agile dall'oscillare di una lampada all'isocronismo del pendolo, dalla caduta di una grandine alla caduta de' gravi, dal fischio di un ferro raschiato alle proporzioni delle onde sonore. È un relativista dunque Galilei come sono molti positivisti di oggi? No: se la conclusione è matematica è del pari necessaria per Dio e per l'uomo, per l'oggi e pel domani, per Pisa e pel mondo. La differenza sarà di estensione e di numero, non di valore.

Vi è chiaro già il carattere dell'uomo: potrà inginocchiarsi, non disdirsi; potrà accettare da Aristotile l'universo fondato sul moto, ma inducendo non costruendo, trasformando cioè il moto, creando la meccanica terrestre, sgombrando la via della meccanica celeste all'angloche tanta ala vi stese.

Nondimeno egli il gran matematico della natura, per questo appunto forse che è troppo matematico, riesce dualista, dando alle scienze naturaligeometrizzateun valore di necessità e a tutte le altre scienze un valore, dirò, troppo ipotetico. Si potrebbe dire che il nome di scienza a quelle altre è una concessione di uso, un traslato quasi. E come, se quelle altre sono capitoli di quel libro unico, almeno un'appendice? e se le leggi matematiche sono universali, chi ne limita l'applicazione qua o là? Non intravide egli ne'Dialoghi delle Scienze nuovela possibilità di una Scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni? Vico è vivo non meno di Galilei e ledegnitàdell'uno possono essere un riflesso degliassiomidell'altro. Il certo è che il concetto dell'unità naturale nel tempo stesso si traduce nel concetto della unità umana, e siamo già di fronte all'utopia di Campanella.

Ecco la grande utopia del secolo XVII. La parola è del 1516 —De nova insula utopia— ma il concetto è antico, è della Grecia, dove il pensiero nato come pensiero, supera le istituzioni contemporanee; e si determina dal VII libro inpoi dellaRepubblicadi Platone. Dal comunismo platonico alla pace universale di Kant, dall'imperatore universale di Dante al pontefice universale di Campanella voi non incontrate nessun grande ingegno senza una utopia. Ma l'utopia che vince le altre di estensione e di ardimento è laCittà del Sole, che il frate di Stilo oppone al dominio universale della Spagna e all'oligarchia universale della Compagnia di Gesù.

Questa del frate calabrese resterà codice ai comunisti di ogni tempo.

Contro tutte le utopie sorgerà laRagion di Stato— opera di un abate — il codice della mediocrità, che si adagia sempre sul presente.

I caratteri comuni alle più grandi utopie sono la oosmopolitia e il comunismo; i caratteri comuni ai politici di Stato, sono il particolarismo politico e l'individualismo economico.

Differiscono altresì i metodi.

Il metodo degli utopisti è evolutivo, accettando anche la rivoluzione come un momento dell'evoluzione istessa; il metodo della Ragion di Stato è preservativo, e ne' casi pericolosi ricorre a Sallustio:Imperium his artibus facile retinetur, quibus initio partum est.

L'Italia è la terra classica delle utopie, che nascono spontanee in un paese che ebbe dominio universale e cadde nella peggiore servitù. Mal'utopia tipica — come ho detto — è quella che nasce nel secolo XVII, sotto la servitù ispana e in mezzo ai politici servili.

Entrando nella Città del Sole, che è un'isola oceanica, troviamo a guida un pontefice che non è il papa, un culto che non è quello di Roma, armi che non sono un esercito stanziale, una libertà che non è eretta sopra un trofeo di pugnali, un bilancio che non è quello dello Stato, e magistrati che non rappresentano il diritto, ma la morale, i costumi, l'igiene. E che città è questa? È il miluogo dove la scienza, la libertà, la morale fanno uno, fanno l'uomo.

Con Platone fece comuni tante cose che il diritto romano fece private, ma oltre Platone, oltre gli Stoici, oltre i cristiani primitivi corse verso l'universalità umana. Oltre i socialisti de' nostri tempi corse verso la misura del lavoro: questi vogliono otto ore, egli quattro: il resto all'educazione della mente. Tanto è vero che nessuna utopia è più liberale della filosofia. Chi oserebbe dire che Galilei, Bruno, Campanella, furono borghesi? Il pensiero non è una classe, è l'uomo.

Quei quattro furono invece il manipolo più eroico della tragedia del nostro pensiero; e niente i più arditi potranno desiderare che la mente di quelli non abbia o affermato o intraveduto.

Dove sono più, o signori, i nomi de' Ducci, de' Sigismondi, del Pellegrini? Cancellateli pure, e se toglierete qualche cosa alla legge de' contrasti, non toglierete nulla alla storia del nostro pensiero. Possiamo dire altrettanto del Bruno, di Galilei, di Campanella? Toccateli: la mano vi trema. Ben ci è chi vorrebbe cancellarli, ma le sillabe del pensiero sono immortali, e ciascuna fa parte di quel discorso continuo che si chiama progresso. Trasferendovi, in fatti, col pensiero dal secolo XVII ai seguenti, voi trovate che il principio di causalità, come fu integrato da Bruno diviene la legge di evoluzione de' nostri tempi. Evolversi è causarsi. Trovate che la matematica di Galilei si estende a poco a poco nel campo delle altre scienze, che non possono essere pagine sparse di un libro insignificante, ma debbono farsi capitoli e corollarî del libro unico indicato da Telesio e misuratamente determinato da Galilei. Già il tentativo di allargare la matematica alle altre scienze fu cominciato immediatamente nella scuola istessa di Galilei, dal suo discepolo Vincenzo Viviani. Trovate, in ultimo, che l'unità umana vaticinata da Campanella diventadichiarazione de' diritti dell'uomonel secolo passato e dichiarazione de' doveri dell'uomonel secolo nostro. Al secolo che si avvicina — voi lo presentite — non toccano dichiarazioni ma soluzioni, e questa, prima di ogni altra, l'equilibrio tra' doveri e i diritti, il quale si chiama giustizia.

Tra il comunismo del filosofo calabrese e l'individualismo della prudenza conservatrice la lotta fu e durerà lunga. Ma considerate che la storia non ha dato assolutamente ragione a nessuna delle due parti, e che il secolo nostro cerca una risultante, ora col nome di collettivismo, ora con altri nomi e provvedimenti. Non curate il nome, certo è che la risultante s'impone.

Comunisti no, individualisti neppure, e il secolo nostro si affatica alla ricerca di un equilibrio, di un contemperamento. Ma di risultante non si parlerebbe, se già que' due termini estremi non fossero stati posti dal pensiero, il quale quello è che dopo aver tocco gli estremi si adagia nel medio.

Badiamo, dunque, alla parolamodernità. Se è fondata sulla evoluzione, deve riconoscere i germi ond'è formata, e non può ignorare i pensieri e le fatiche de' nostri grandi: se no, è moda, è leggerezza, non è modernità. Con quale animo eleveremo un monumento a Galilei a Pisa, a Brunoin Roma, ad Arnaldo in Brescia, a Dante in Ravenna, senza averli prima allogati nella série dei nostri pensieri, senza avere inteso il significato della Città terrena in Petrarca, della Città filosofica in Campanella, insomma delregnum hominisdi Bacone?

Troppo — tenuto conto del tema così vasto e del poco tempo — io sento i vuoti dell'esposizione, ma sento non inutili le poche faville, come voi sentite che ho parlato di cose che ho letto con amore e per molti anni. Compirò il mio pensiero a Pisa, parlando di Galilei.

Altrove sarei riuscito oscuro. A Firenze no: qui parla l'aria, ogni pietra commenta ed illustra le mie parole. E parlando di quelli, io mi esalto e mi sottraggo all'oscurità di questa ora. Sul pensiero di quelli è fondata l'Italia e non può perire. Nel nome di quelli in me in voi è incrollabile la fede nella missione, nell'avvenire del nostro paese. Chi dubita, chi insidia non ha vissuto la vita del nostro pensiero, non conosce l'eredità trasmessaci e che dobbiamo, aumentata, trasmettere. La crisi è momentanea. Noi siamo appena all'alba della nostra giornata.


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