GALILEOLA SUA VITA E IL SUO PENSIERO(1564-1642)

GALILEOLA SUA VITA E IL SUO PENSIERO(1564-1642)CONFERENZADIIsidoro Del Lungo

CONFERENZADIIsidoro Del Lungo

Letta la prima volta in Roma, dinanzi alla Maestà della Regina d'Italia, nell'Aula del Collegio Romano, per laSocietà per la Istruzione della Donna; poi letta a Firenze nelle Conferenze sulla Vita Italiana.

Maestà,

Signore e Signori,

Il 18 di febbraio del 1564 moriva in Roma, glorioso nonagenario, Michelangelo Buonarroti. Il corpo, trasferito, o si può dire piuttosto trafugato, a Firenze, vi ebbe onori solenni: l'Accademia de' pittori e scultori, istituita pochi anni innanzi con lui per primo accademico, ne adornava l'esequie in San Lorenzo con apparati e figure, prestandovi l'opera loro, pei pittori il Bronzino e il Vasari, per gli scultori il Cellini e l'Ammannati; oratore, il Varchi; Vincenzio Borghini, rappresentante il Duca: al trasporto in Santa Croce, fatto a spalla dai giovani artisti, tutti essi gli artisti, tutta Firenze. Erano leesequie alla grande arte italiana, che in sè aveva raccolto le possenti ispirazioni medievali del risorgimento dalla barbarie, e le splendide visioni del rinascimento assorgente all'antico: — l'arte che seppe avere le intuizioni dello spirito oltreveggenti, e le apprensioni vigorose del senso; — che alle più remote idealità conciliava, senza discendere, la plasticità più rilevata; — l'arte, alla quale era stato istinto irraggiare di bellezza l'umano, umanizzare il divino; e che nel baldo giovanile esercizio della sua potenza avea toccata quella suprema linea di là dalla quale è lo sforzo, generatore d'una bellezza che può esser compresa dall'intelletto, ma non trova le vie del cuore. Dante e Giotto, Tommaso d'Aquino e i Pisani, il Petrarca e il Boccaccio, Leonardo e Raffaello, il Tiziano e l'Ariosto, erano stati i sommi artefici dell'ingegno italiano in quest'opera di civiltà universale, alla quale un altro dei grandissimi nostri, il Colombo, dischiudeva le regioni di un nuovo mondo, acquistava la porzione ignorata dell'umanità. Michelangelo, signore delle tre arti e poeta; — cittadino e propugnatore di repubblica, e avuto in luogo di eguale o di maggiore da sovrani e da pontefici; — scultore del David al Palagio del Popolo, e del Mosè pel sepolcro d'un papa agitatore di popoli e guerriero; — che impronta il fato pagano nell'omerica trinità delleParche, e le vendette di Cristo giudice sulle pagine dantesche della Sistina; — che disegna con severità claustrale la libreria Medicea ai tesori del senno antico, e nel palazzo Farnese attua le dottrine di Vitruvio con la più fiorita adornezza che forse si sia mai posata su linee di palazzo regale; — che passa tra quella corruzione di ordini politici e di anime, di Stato e di Chiesa, ripensando al Savonarola e amando Vittoria Colonna; — che sulle tombe dei Medici scolpisce il Pensiero del tenebroso avvenire, e verso Dio onnipotente solleva nel sereno de' cieli le curve superbe della cupola Vaticana; — Michelangelo, avea quasi assommato in sè le energie, i contrasti, i lutti, i trionfi, di quei tre secoli della vita d'Italia, e circondato dal loro splendore scendeva nella tomba.

Tre giorni prima ch'egli morisse, un altro fiorentino aveva, in Pisa, veduto la luce: Galileo Galilei.

In quella età media, che occupano successivamente il Risorgimento e il Rinascimento, l'arte, atto immediato dello spirito verso i tre connaturati amori, ciò che è bello, ciò che è buono, ciò che è, aveva dominato le manifestazioni della vita intellettuale, era stata essa il verbo della civiltà e dell'umano progresso. La scienza, la quale di ciò che è cerca e dimostra le ragioni, non aveva potuto più che questo, ed era già molto: raccogliere ed assumere la tradizione che la barbarie aveva spezzato; e dalla sapienza antica, che il genio universale d'Aristotile avea piena di sè, derivare, lungo le traccie luminose impresse dai Padri e dai Dottori della Chiesa benemerita conservatrice, una filosofia, la quale, innanzi tutto, era un conserto di autorità e testimonianze intorno alla verità delle cose, ai problemi nella cui soluzione si è sempre affaticato, in qualsivoglia età, per sua gloria e tormento, il pensiero degli uomini. Questo conserto era bensì stato solidato ed eretto in maestosoedificio dalla mano poderosa di San Tommaso, l'Aristotile cristiano; e la scolastica, nella gran mente di lui, fu invero un organismo di propria vita animato, nel quale la ragione naturale delle cose e l'ordine ideale che ad esse sovrasta, i postulati della scienza e i dommi della fede, avevano ricevuto coesione e armonia di sistema. Ma quella filosofia teologica, già fin dal suo nascere rumorosa di dispute e molteplice di sette; — disdegnata dagli eruditi del Rinascimento, i quali, risalendo alle fonti dell'antichità classica, sovrapponevano al contenuto disputabile lo studio positivo del testo, al modo stesso che nelle vagheggiate conciliazioni di Aristotile con Platone cercavano un cristianesimo geniale, a cui meglio si adattasse la latinità di Cicerone e di Virgilio; — la filosofia teologica, che con frate Rogero Bacone e il cardinale Cusano si era pure inoltrata fin sulle soglie della indagine sperimentale; — sopraffatta per gli assalti di quello che, dal Pomponazzi al Bruno, mi sembra possa chiamarsi il reagire del misticismo negativo; conchiudeva il periodo della sua attività, feconda, ne' secoli pe' quali cosiffatto filosofare fu proprio, e benefica. Non però che se a tale sua attività cessava il favore delle condizioni esteriori e storiche, la filosofia teologica potesse essa stessa cessare. Ella rimaneva, perchè congiunta ad una funzione naturale dellospirito, che è la fede, e ad una istituzione di fatto, la Chiesa: ma in atteggiamento rimaneva di difesa (tanto più sospettoso ed ostile, in quanto la grande e possente unità della Chiesa Romana era stata smembrata, ed era tuttavia minacciata, dalla Riforma), in atto di difesa e di repugnanza contro il procedimento ulteriore del pensiero, e disgraziatamente, in comunione d'interessi e in coalizione colla tirannide civile, che nella rovina delle libertà di Comune veniva costituendo, e duramente calcando sulle nazioni e sulla società, un diritto che si usurpava il titolo di divino. E il procedimento ulteriore dello spirito, fu la filosofia del dubbio; dico del dubbio, non della negazione, che è anch'essa una servitù del pensiero: fu la filosofia del dubbio, disciplinato dal metodo, e applicato alla enciclopedia dello scibile: — furono, la induzione che Francesco Bacone vuole applicata, mediante l'esperienza, alle cose reali; e la deduzione, le cui affermazioni il Cartesio chiede al proprio pensiero: — realismo e idealismo critici, che atteggiati in varietà di sistemi (e sopr'essa si librano le visioni radiose del Leibnitz e del Vico), faranno capo al Kant, dal quale, o contro il quale, si svolge, per diversi rami, tutta la filosofia moderna.

Ma a cotesto procedimento chi assicurò, non per teoria e come verità di senso comune eapriori, sibbene con l'opera e l'esempio propri, l'istrumento e il beneficio dell'esperienza; — il filosofo che attuò il metodo sperimentale, così sui fatti e fenomeni più semplici attinenti alle cose che tocchiamo, come per lo studio e la rivelazione della macchina universale, di cui ciascuno degli esseri umani non attinge che una menoma particella; — il dialettico, che ridusse a impotenza perpetua gli arbitrii dei sofisti e i delirii degli allucinati, che il ragionevole ossequio all'autorità subordinò alla legittima confidenza dell'umano intelletto nelle proprie forze; — il pensatore che fece della logica una matematica, e restituì alla metafisica lo studio dei fatti interni e della idealità, togliendole l'abusivo ingerimento nell'argomentazione dagli effetti naturali alle cause; — che alla voce effimera degli uomini sostituì quella immortale delle cose e di Dio; — questo, più che filosofo, liberatore del pensiero, fu Galileo.

Invitato a dire di lui, in Roma, dinanzi alla maestà e al fiore della gentilezza italiana, — fra queste pareti, dove aleggia quasi la voce che v'è risonata del gran pensatore e incombe il peso e il delitto della sua persecuzione, — ritrarrò rapidamente dai fatti l'idealità della sua vita, quale si disegna, con tanta gloria d'Italia, nella storia dell'umano pensiero. Un altro studio, più riccodi particolari e d'analisi, che rimarrebbe da farsi sul filosofo e lo scrittore — La mente e l'arte di Galileo, — aspetterà, non uditorio più degno, ma un oratore che possa affrontare con minor trepidanza il soggetto, nobilissimo ed arduo sempre.

Studente di medicina, e già male accetto ai Peripatetici dello Studio di Pisa, de' quali se esemplava fedelmente (in un latino tutt'altro che aureo) il dettato dalla cattedra, non si asteneva tuttavia dall'opporre ai loro assiomi le evidenze de' fatti, Galileo non da quelle scuole fallaci, sibbene nel silenzio delle segrete comunicazioni fra l'anima e l'infinito, ha, sotto le vôlte austere del duomo, la prima vocazione alla scienza vera; e misura ai battiti del polso le oscillazioni isòcrone della lampada sacra. E pochi anni dopo, fatta prova di sè in attuazioni diritte e ingegnose de' principii di Archimede, del suo “divino„ Archimede, torna in Pisa lettore di Matematiche: è collega non meglio accetto, di quel che fosse discepolo;e mentre quei barbassori strascicano pe' loro atrii la toga professorale, egli motteggia loro dietro giovenilmente in versi bernieschi, e a cotesta scienza umbratile sostituisce la scienza interrogatrice delle cose in piena luce solare, e aspirante a larghi polmoni la libertà, fra le bellezze della natura, le meraviglie dell'arte, le realtà della vita. Inventa la cicloide; e dimostra a dito, pel disegno del nuovo ponte sull'Arno, com'ella sia da applicarsi nel dar forma agli archi dei ponti: espone il trattatodel moto, di Aristotile; e dopo averne dalla cattedra, con la reverenza dovutagli, combattuto le conchiusioni, lascia il libro in iscuola, e, seguito dagli scolari e dagli stessi attoniti cattedranti, sperimenta dall'alto del campanile pendente la caduta de' gravi: séguita a conversare amichevolmente con gli studiosi, e discendendo lungo le rive del fiume sino a Bocca d'Arno, là dinanzi al mare immenso e raggiante, traccia con platonica genialità le prime linee di quelli che fra cinquant'anni, nello sconsolato tramonto della sua vita, saranno iDialoghi di Scienza Nuova, il primo codice legislativo della dinamica.

Ma teatro della sua gloria cattedratica era destinata Padova. Nello Studio padovano, l'alto e geloso sentimento che la Serenissima aveva di sè e di quanto emanasse da lei, produceva effetti sommamente benefici alla scienza e al pensiero. Sotto il dominio di San Marco, come la ragion di Stato era, per secolari tradizioni, tirannica, così, nel giro ben chiuso e inviolabile di questa, tutto si moveva con una libertà, che negli altri Stati italiani, o la tradizione politica personale e irresponsabile, in un d'essi teocratica, — o la recente loro e artificiosa costituzione e le eventualità inerenti alla forma, sia dinastica sia subordinata, de' loro governi, — rendevano malagevole o addirittura impossibile. Galileo, che fin da quando, dismessi gli studi della Medicina, si era dato alla speculazione matematica, aveva aspirato ad una Lettura, dapprima nello Studio di Bologna (e furono forse quelle pratiche l'occasione, perchè egli nell'87 venne la prima volta a Roma), poi nello Studio appunto di Padova; dovè riflettere comein questo allo sperimentare (fosse pure non metodico) nelle cose naturali si lasciava agevolezza che altrove non era consentita; come l'Aristotelismo vi aveva manifestazioni originali e sino a un certo grado non vincolate da preconcetti; — come la vita scolastica, massime per la frequenza di studiosi da ogni nazione d'Europa, vi era la più gagliardamente animata, e la più geniale altresì, che forse in nessun altro degli Studi d'Italia; — ed infine, quanto desiderabil signore ad un filosofo che cercava le applicazioni della scienza al mondo sensibile e alla vita, fosse il Senato d'una Repubblica, i cui gentiluomini e reggitori sedevano uditori negli scanni della scuola, e le sue navi portavano ancora pe' mari di tutto il mondo la memoria e il retaggio d'una potenza cooperatrice gagliarda di civiltà.

E gli anni del soggiorno padovano, dal 1592 al 1610, furono, com'egli poi ebbe a dire, “li diciotto anni migliori di tutta la sua vita.„ Glieli fecero tali la lieta giovinezza, e il mescolarsi coi giovani che accorrevano volenterosi alla sua scuola e, come a luogo di studio domestico, alla sua mensa ospitale; — l'agiatezza, quasi signorile, che il lavoro procurava a lui, bisognoso non tanto per sè quanto per la famiglia paterna, al suo cuore buono dilettissima sempre (e la famiglia gli fu sempre, per tutta la vita, cagione dicure e travagli); — la scienza, che da lui restituita alla retta osservazione de' fatti e fenomeni naturali, rivelava per la prima volta a' veggenti suoi occhi i misteri del cielo; — la indipendenza fatta al suo speculare, o, come que' gentiluomini sovrani gli dicevano con frase caratteristica, “la libertà e monarchia di sè stesso„, a tutti, ma più ad un pensatore e più ancora in que' duri tempi, preziosa; — la splendida cortesia, la gaia cordialità, la socievolezza letteraria, di quella cittadinanza; — l'amicizia, l'amore. Egli insegna meccanica, idraulica, fortificazioni, cosmografia: e le sue lezioni si moltiplicano, di copia in copia, per le mani degli studiosi: e nella sua casa, in Borgo de' Vignali, presso al Santo, agiata di spazio, amena di sito, circondata d'orto e di vigna, che lo stesso giovane filosofo si diletta a coltivare, sono ospitati quelli che egli chiama “scolari domestici„, la più parte oltramontani, e v'alloggia un meccanico per la fabbricazione degli strumenti, il compasso, l'armatura delle calamite, il termometro. L'Università e le Accademie si onorano del suo nome: la Repubblica lo rafferma nella Lettura delle Matematiche, con partiti di volta in volta più onorevoli e vantaggiosi. La stessa filosofia Aristotelica, che nello Studio di Pisa annebbiava i cervelli con la esegesi vaporosa e pesante del già suo maestro Buonamico,in Padova almeno gli s'impersona dinanzi in un cattedrante di vasto e valido ingegno, il Cremonino, il quale, con l'assolutezza rigorosa e la pertinace bizzarria della sua fede sistematica contro tutto e tutti, compresi anche, occorrendo, i teologi e l'Inquisizione, nega sì all'avversario la sodisfazione del combattere con le armi sperimentali, ma gli procura quella di sostenere in faccia ad un carattere d'uomo, a una coscienza di ragionatore, sia pur deviata, propugnare, contro l'autorevolezza d'una fama non immeritata, i diritti del vero e prepararne l'irrepugnabil vittoria.

Quando nel 1604 una nuova stella comparve in cielo con grande spavento dei Peripatetici, che da simili apparizioni vedevano messa in pericolo la teoria del loro Aristotile, che il cielo fosse “inalterabile ed esente da qualunque accidentaria mutazione„, Galileo dai sentimenti di terrore superstizioso e di curiosità umana suscitati negli animi, prese opportunità per esporre dalla cattedra, a un uditorio d'oltre mille persone, i principii dell'esperienza applicati alle cose celesti; e dalle sciocchezze che si venivan filosofando su tale argomento, per combattere quella falsa scienza anche popolarmente, fino a collaborare ad una arguta scrittura in dialetto padovano contadinesco. Era la rivendicazione, scientifica a un tempo e sanamente democratica, nonpure della indagine sperimentale ma del senso comune, dalla tirannia di quella che egli soleva chiamare “speculazione cartacea„; ed era altresì il primo rivolgersi espressamente del grande osservatore verso le regioni del cielo. Ma con quale animo Galileo si sia affacciato alla contemplazione, ben si può dire, dell'universo, quando costruito nel 1609, sull'esempio venutone d'oltremonti, l'occhiale o cannocchiale; e per prima cosa sperimentatolo ad uso semplicemente topografico coi patrizi veneti dal campanile di San Marco, e donatane alla Repubblica quella prima costruzione; — perfezionatolo pochi mesi appresso, e fattolo essere il telescopio; — quando potè rivolgere la mirabile virtù del nuovo istrumento verso le regioni luminose del cielo stellato, rimaste sino a quel momento a disperata distanza da' nostri occhi mortali; lo dica, non la inefficace parola nostra, ma il grido suo di trionfo che suona e tripudia nel titolo della scrittura, latina perchè fosse di universale intelligenza fra i dotti, con la quale annunziava al mondo le cose vedute: “Sidereus Nuncius, Il messaggero del cielo stellato, che manifesta grandi e altamente ammirabili vedute, e le presenta alla osservazione di ciascuno, massime de' filosofi e degli astronomi; le quali da Galileo Galilei, patrizio fiorentino, pubblico Matematico dello Studio diPadova, mediante l'occhiale testè ritrovato da lui, sono state osservate nella faccia della luna, nelle stelle fisse innumerevoli, nella Via Lattea, nelle nebulose; principalmente poi in quattro pianeti che intorno alla stella di Giove a intervalli e periodi dispari con celerità maravigliosa si avvolgono; i quali, a nessuno conosciuti sin oggi, l'autore ha per primo testè scoperti, e imposto loro il nome di Stelle Medicee.„ Ed invero il nuovo satellizio, che la scoperta di Galileo dava a Giove, spostava i termini assegnati dal sistema Tolemaico alla costituzione dell'universo; inquantochè la centralità assoluta ed immobile della Terra, intorno alla quale siccome la Luna così anche girassero gli altri corpi celesti, veniva ad essere sostanzialmente infirmata dal vedere che uno di questi era esso medesimo il centro d'una circolazione. NelMessaggero, odAvviso sidereo, è senza dubbio piena di attrattiva, anche per noi profani alla scienza degli astri, la narrazione di quanto il telescopio, “il mio scopritore„ com'ei lo chiamava “delle novità celesti„, gli vien rivelando; sia nella Luna, dove le parti oscure e le chiare gli raffigurano le acque e le terre di quel corpo “similissimo alla Terra„, divinato tale dai Pitagorici; sia nelle Stelle, il cui numero gli si dimostra dieci volte maggiore di quello creduto, e il loro corpogli apparisce limitato e spoglio della criniera luminosa, e tra i pianeti e le fisse esser diversità di semplice irradiazione e di scintillazione; sia nella Via Lattea, favoleggiamento perpetuo e non di soli poeti, ora nel fatto non altro che “una congerie di innumerevoli stelle insieme ammucchiate.„ Ma quando la narrazione, che par quella d'un viaggiatore nell'avanzarsi per regioni inesplorate, assume andamento di diario, dal 7 gennaio 1610, che per la prima volta gli appariscono, piccole ma lucidissime, quella notte tre, due in altre notti, finalmente quattro, le stelle di Giove; e successivamente di notte in notte, fino alla seconda del marzo, teniam dietro non tanto alle osservazioni dello scienziato, quanto alle ansietà dell'uomo, che dinanzi a' suoi occhi vede decifrarsi il mistero dell'universo, e i cieli narrare, secondo il sublime concetto biblico, narrare a lui pel primo, la gloria del Creatore; — e pensiamo che questo scienziato conquistava la riprova del ragionato e sostenuto da lui, la conferma del suo metodo, il coronamento del suo pensiero; — che quest'uomo, al quale la fede al vero fruttava già tante molestie, e che forse presentiva quanto per quella sua fede era destinato a soffrire, che quest'uomo, pieno di ardore per la scienza e della religione degli alti intelletti verso il principio delle cose supremo, potevain quella maravigliosa rivelazione riconoscere, col resultato dell'opera propria, anche il premio di Dio; — allora dalla vivace e pittoresca latinità delNuncius Sidereuscorriamo col cuore commosso a poche linee d'una sua lettera scritta il dì 30 di quel gennaio memorabile, da Venezia, che dicon così: “Rendo grazie a Dio, che si sia compiaciuto di far me solo primo osservatore di cosa così ammiranda e tenuta a tutti i secoli occulta.„

Il rumore levato dalla scoperta galileiana fu immenso da ogni parte del mondo civile: “il moto„ scriveva Galileo “è stato ed è grandissimo.„ I Peripatetici avevano un bell'alzar le spalle, e sorridere di commiserazione, alle audacie di costui che affrontava la natura delle cose senza stillare i ragionamenti pel lambicco delle autorità; avean voglia di polemizzare con opuscoli e diatribe più o men velenose; avevano un bell'ingegnarsi (così lo stesso Galileo al Keplero) di sconficcare, a forza d'argomenti loici, come per arte magica, i nuovi pianeti dal cielo: i pianeti seguitavano la loro danza giuliva; e i Peripatetici restavano a vedere. Anzi a non vedere: perchè il Cremonino, il terribile Cremonino, sempre lo stesso, ricusava di volgervi gli occhi, dicendo: “Quel mirare per quelli occhiali m'imbalordisce la testa„; e seguitava imperturbato,dalla cattedra e per la stampa, le sue argomentazioni più che mai aristotelichesulla faccia della Luna, sullaVia Lattea, sulDenso e 'l Rado, preparando volumi preziosi (“semilibri„ li chiamava Galileo) per la biblioteca del dottissimo don Ferrante, destinati ad esumarsi fra due secoli dall'arte maestra di Alessandro Manzoni. Della cui signorile ironia era degno questo motto che usciva in que' giorni dalla bocca di Galileo: “Cotesti filosofi non vogliono in terra veder le mie ciancie: le vedranno forse nel passarsene al cielo.„ Meno ostinati, o più accorti, de' Peripatetici i Teologi, da queste mura stesse del Collegio Romano, a Galileo, che attendeva trepidando, mandavano per bocca del gesuita Clavio (valentuomo, ma poc'anzi ancor egli motteggiatore), sul cadere pur del 1610, dopo osservazioni fatte con occhiali che Galileo medesimo aveva loro provvisti, la dichiarazione d'aver veduto, e “veduto distintamente,„ riconoscendogli “la gran lode dell'aver egli osservato pel primo.„ Ma ricognizione più degna era la parola del Keplero, il grande scienziato alemanno, col quale fin dal 1597, quando questi pubblicava la sua Cosmografia, aveva Galileo avuta opportunità di manifestare la convinzione, comune ad entrambi, delle dottrine Copernicane: e l'uno aveva salutato l'altro fraternamente, siccome “valorosocompagno nell'indagare e amare la verità„; e avevano augurato il trionfo del sistema di Copernico “maestro nostro„, essi dicono “nel cui sistema son rivissute le tradizioni platoniche e pitagoriche„; e il Keplero a Galileo, che con presago sgomento guardava nell'augurato avvenire, si era profferto per la divulgazione delle comuni dottrine: ed ora, fedele alla promessa, curava una ristampa delNunciuscon una sua propria dissertazione; e appena potuto drizzare il telescopio verso i nuovi pianeti, manifestava con un motto storico:Galilæe, vicisti!(o Galileo, vincesti!), la sua esultanza per quella che davvero era una vittoria della esperienza sull'affermazione, della scienza sulle opinioni, della verità sull'errore. E alla vittoria non mancavano i cantici: canzoni toscane, odi latine; e da Napoli, di dentro alle carceri spagnuole, un'allocuzione entusiastica di frate Tommaso Campanella. Galileo fissava pure il cielo col suo telescopio: e a quella de' Satelliti di Giove aggiungeva la scoperta di Saturno tricorporeo, delle macchie solari, delle fasi di Venere.

Ma intanto le Stelle Medicee, proprio esse, lo riconducevano, non con propizio influsso, in Toscana. Non trattenuto dalla conferma a vita fattagli con abbondante stipendio dal Senato Veneto; non dalla affettuosa venerazione che in quella sua miglior patria lo circondava; non dall'amicizia di alti e liberi intelletti, il Sarpi; di nobilissime anime, Gianfrancesco Sagredo; non dall'avere Venezia e Padova dato a lui le ebbrezze dell'amore e le cure soavi della paternità; Galileo, che alienatosi dallo Studio di Pisa aveva bensì conservate co' propri Principi, e alimentate d'anno in anno nel suo recarsi a Firenze, relazioni non pur di suddito ma di scienziato, in quello stesso anno 1610 rinunziava alla cattedra padovana, e accettava da Cosimo II, recente successore di Ferdinando I, l'ufficio e il titolo di “Primario Matematico dello studio di Pisa e Primario Matematico e Filosofo del Granduca di Toscana.„ Tale era da qualche tempo (come il cuore degli uomini è a' loro danni irrequieto!)la segreta ambizione del sommo filosofo: aveva preso a stancarlo la cattedra, lo allettava la Corte; e in capo a questo precoce riposo dalle fatiche dell'insegnamento, negli agi d'una condizione indipendente dal servigio pubblico, travedeva egli la comodità di attendere alle grandi opere il cui disegno gli occupava la mente, e i modi più efficaci di assicurare al suo pensiero la combattuta via della conoscenza e del consentimento fra gli uomini. Non era certamente (e come avrebbe potuto essere?) una volgare ambizione la sua: il che non toglie però che la Corte, questo barbaglio adescatore di cuori e d'ingegni, delle cui illusioni la grande e tragica vittima era stata pochi anni innanzi Torquato Tasso, la Corte, prima quella di Mantova (ed erano state pratiche vuote d'effetto), poi quella della sua Firenze, attirasse anche questa grande anima di pensatore, vincolasse a sè l'opera di questo spezzator di catene. A tali disposizioni dell'animo suo non fu certamente estraneo il pensiero di denominare dai Medici quelle stelle, che meglio avrebber portato il nome stesso del loro rivelatore: e fu certamente questo omaggio, graditissimo al giovane principe già suo alunno, che affrettò la conchiusione alla pratica del suo rimpatriare. Tornava Galileo a Firenze, lieto (sono queste le sue parole) “di non più servire al pubblico„dalla cattedra, di non dover più nel privato insegnamento “esporre le sue fatiche al prezzo arbitrario d'ogni avventore„: lieto della comodità a' propri studi, che “solo un principe assoluto poteva dargli„, e di aver così “messo il chiodo allo stato futuro della vita che gli avanzava„. “Condurrò a fine tre opere grandi che ho alle mani„ (due di queste erano certamente iMassimi Sistemie leNuove Scienze): “darò forma ai segreti particolari, de' quali ho tanta copia, che la sola troppa abbondanza mi nuoce ed ha sempre nociuto: conferirò a Sua Altezza tante e tali invenzioni, che forse niun altro principe ne ha delle maggiori; delle quali io non solo ne ho molte in effetto, ma posso assicurarmi di esser per trovarne molte ancora alla giornata, secondo le occasioni che si presentassero:magna longeque admirabilia apud me habeo; grandi e altamente ammirabili cose ho io presso di me....„ Ahimè, non pensava il povero grand'uomo, che diciotto anni innanzi, tanto meno glorioso, la Repubblica Veneta lo aveva ricevuto onorevolmente, senza infliggergli l'affanno di tante profferte; non gli si affacciava alla mente che quella libertà filosofica, per la quale il Keplero, facendosi incontro a' suoi timori, gli si era esibito, avrebbe all'occorrenza trovato tanto più valida e già da altri sperimentataprotezione nell'invisibile e paventato braccio di San Marco, che dallo scettro gemmato d'un principe. Il suo Sagredo rimpiangeva l'immensa perdita che esso e gli amici avean fatta; gli augurava felicità con parole piene, verso il nuovo padrone dell'amico, di veneta ossequente magnificenza; ma, con l'occhio proprio altresì di que clarissimi, gli rammentava “la libertà e monarchia di sè stesso„, le miserie cortigiane, e per ultimo i pericoli, diciamo con una sola parola, teologici, disegnandogli come in lontana prospettiva la sinistra figura, dal veneto orizzonte sbandita, dei Gesuiti.

I Gesuiti, la forte e compatta e valorosa milizia della Curia Romana dopo la scissione della unità della Chiesa; il sodalizio che ne' nuovi tempi proseguiva, con modi secondo l'età diversa mutati, quell'impero sulle menti e sui cuori, che altri ordini religiosi di tutt'altro stampo avevano esercitato nella età media; non derogarono neanche questa volta al loro istituto, di seguire attentamentee far suoi, adattandoli a' propri intendimenti, i portati dell'umano intelletto, tenersi in prima fila nel procedimento della scienza verso la verità, e, a tutti gli effetti, disciplinarlo. Così è che nella primavera del 1611 noi troviamo Galileo, qui in questa loro poderosa cittadella, assistere, festeggiato e acclamato, alla lettura d'unNuncio Sidereo del Collegio Romano, in persona del quale il padre Clavio e i suoi valenti discepoli parlavano latinamente agli uditori in tal forma: — Essere condizione degli uomini il dubitare della verità delle grandi scoperte; le prime e più frettolose notizie voler essere confermate dalle posteriori, che arrivino magari a piè zoppo. A confermar quelle recate pel mondo dal Messaggero di Galileo, eccomi qua io, secondo corriere, ancor io dalle stelle, che vi riferisco ed attesto il veduto palesemente da noi. — Ciò avveniva dopo che essi medesimi, i Gesuiti, interrogati dal loro cardinale Bellarmino, valente ed erudito ed anche comprensivo ingegno, ma subordinatore assoluto de' resultati scientifici al criterio dell'autorità, avevano riconosciute le scoperte galileiane. Le quali poichè si collegavano strettamente col sistema Copernicano, che poneva il sole centro d'attrazione de' pianeti, compresa fra questi la Terra, e de' loro satelliti; — col sistema Copernicano, che non ancora condannato,oscillava però sul dubbio e pericoloso limitare di una possibile apparenza di contradizione con la lettera delle Sacre Scritture; — così, fin dal principio, Galileo più che de' Peripatetici aveva avuto apprensione de' teologi, la cui potenza, non obbligata non che a cimento di esperienze ma quasi neanco a dibattito di argomentazioni, costituitapro tribunali, aveva per propri istrumenti l'ammonizione, il divieto, la condanna, fino all'estremo atto del sostituirsi al braccio secolare e punire col carcere, con la corda, col rogo. E per ciò stesso, appena rimpatriato, egli avea chiesto al Granduca la licenza di questo viaggio romano (il suo secondo), non con altro proposito che di far palesi ed accette ai potenti della città eterna, e sicure per l'ulteriore svolgimento, le sue scoperte e le dottrine che ne conseguivano. Ora egli poteva, tornando al suo Principe, chiamarsi sodisfatto di quei più che due mesi di soggiorno in Roma. Il Collegio Romano; — il Quirinale, ne' cui giardini aveva a cardinali ed altri prelati e a gentiluomini mostrato col telescopio i Pianeti Medicei; — il principe Federico Cesi, e l'Accademia de' Lincei che si era onorata del suo nome; — la conversazione amichevole specialmente de' cardinali Dal Monte e Maffeo Barberini, suo anche encomiaste poetico; — infine, la presentazione fatta di lui a papa Paolo Vdall'ambasciatore toscano; — erano i lieti ricordi del suo trionfo. Tale invero possiamo chiamarlo, quando in una lettera di quel cardinale Dal Monte al Granduca leggiamo: “Se noi fussimo ora in quella repubblica Romana antica, credo certo che gli sarebbe stata eretta una statua in Campidoglio, per onorare l'eccellenza del suo valore.„ Ma in “quella repubblica Romana antica„ non si era più; la via trionfale del Campidoglio metteva erba da un pezzo: e da un'altra via, assai più battuta, là dietro la Basilica di San Pietro, la Sacra Romana Inquisizione, in que' giorni stessi che Galileo era in Roma, mandava una lettera all'Inquisizione di Padova, la quale avea dovuto mescolarsi nelle trascendenze aristoteliche del Cremonino, una lettera che dimandava: “Veggasi se nel processo del Cremonino sia nominato Galileo.„ In quel terribile registro, scienza vecchia e scienza nuova, Aristotile e Archimede, Cremonino e Galileo, erano scritti sulla medesima linea: ma Cesare Cremonino era sempre filosofo e pubblico lettore della Serenissima; e le vicende alle quali si congiunge il nome di fra Paolo Sarpi, erano storia recente.

Giova, a questo punto del nostro rapido discorso sopr'una delle più nobili vite che mai abbiano onorata ed esaltata l'umana natura, soffermarsi un tratto, e considerare. Galileo, non ancora toccato il suo cinquantesimo anno, aveva ormai in pugno l'intento nobilissimo di tutte le sue fatiche. Aveva dissotterrato dalla congerie de' vacui e speciosi filosofemi il principio sovrano dell'esperienza, e del ragionamento matematico sui dati genuini di lei; e dopo molte e varie e squisite applicazioni di tale principio ai fenomeni naturali, aveva, sempre mediante l'uso di quello, resa sensibile, al lume della razionale evidenza e dello splendore degli astri, invitta a qualsiasi impugnamento, la costituzione dell'universo. D'ora innanzi, ed era nel vigore d'una sana e ben complessa virilità, la parte ch'egli aveva da Dio verso gli uomini era la divulgazione della nuova dottrina, il suo svolgimento compiuto, la dimostrazione de' particolari, le riprove molteplici del già dimostrato o argomentato, le induzioni ulteriori;ed inoltre, come genialmente egli concepiva il proprio ufficio, l'abbellimento di quella verità coi lumi dell'arte, con le attrattive del sentimento: che fu il creare la prosa scientifica italiana. A ciò fare gli erano sembrate meno atte od anguste le aule della scuola, e aveva traveduto mezzo più efficace la immediata dipendenza da un Principe: aveva presentito ostacoli da Roma, e si era subito mosso a remuoverli o prevenirli. Questa parte, che egli teneva da Dio, doveva essergli contrastata dagli uomini; e più duramente da quelli, fra gli uomini, che parlavano nel nome di Dio.

Le maggiori opere di quei tre ultimi decennii della sua vita, le “grandi opere„ che gli abbiam sentito annunziare, non tanto al desiderato Principe quanto con gioiosa fiducia a sè stesso, nel trasferirsi da Padova a Firenze, furono ilDialogo de' Massimi Sistemie iDialoghi delle Scienze Nuove: — ilDialogo de' Massimi Sistemi, in dichiarazione e dimostrazione del sistema Copernicano comparato al Tolemaico, interlocutori i due suoi grandi amici e patroni, il Sagredo veneto e il fiorentino Filippo Salviati, e un buon diavolo di peripatetico, che da uno de' commentatori di Aristotile ha il nome, al quale fa molto onore, di Simplicio: — l'altra opera, iDialoghi delle Scienze Nuove, pur co' medesimi interlocutori,lavoro eroico de' suoi estremi anni, da cieco infermo e perseguitato, dove, ripigliando i suoi giovanili studi sul Moto, “suggetto eterno„ son sue parole “e principalissimo in natura, speculato da tutti i gran filosofi„, su questo, e “sulla resistenza de' corpi solidi ad essere per violenza spezzati„, pone i principii o, com'egli dice quasi affacciandosi all'avvenire, “apre le prime porte di due nuove scienze, che gl'ingegni speculativi ne' seguenti secoli accresceranno con progresso e trapasso da quelle proposizioni ad altre infinite.„ Insomma, ne'Massimi Sistemila costituzione della macchina mondiale: nelleNuove Scienzele fondamenta della fisica moderna. E frammezzo a queste monumentali opere, il cui concepimento occuperebbe esso solo degnamente la vita intera d'un uomo, s'interpongono, materia adeguata all'operosità di tutta intera la vita d'un altro, gli studi (e le incresciose ma pur feconde controversie che li conseguitano) sulle macchie solari, quelli sulle cose galleggianti, quelli sul flusso e riflusso del mare, la trasformazione del telescopio in microscopio e il perfezionamento di questo, il ritrovato per la determinazione delle longitudini in mare, gli studi sulle comete, e da questi quella maraviglia di scrittura polemica che è ilSaggiatore: nè la enumerazione è completa: e vi si aggiunge unimmenso indefesso carteggio, prezioso del pari per quant'altro contiene di contributo alla scienza, e per essere in troppe pagine il desolato giornale d'un sublime martirio.

Martirio, che può dirsi incominciato segretamente fin da quando tutto nell'ordine e nel progresso mirabile de' suoi studi lo portava a confermare e proclamare le verità Copernicane; e tutto, nel triste ambiente che lo avvolgeva, contrastava e ricacciava indietro questa libera espansione della sua coscienza scientifica. A Pisa, nella degna conversazione del filosofo e letterato Iacopo Mazzoni, a Padova nella altrettanto degna corrispondenza col Keplero, questo sentimento avea sempre pesato su lui: “non oso„ scriveva al Keplero “non oso pubblicare quanto potrei su tale argomento; la sorte di quel nostro maestro mi sgomenta.„ Ma la vittoria delNunzio Sidereogli dette animo, lo sospinse, gl'impose: quel suo prospero viaggio a Roma lo confortò: il consenso e l'affetto de' suoi seguaci, fra' qualiuomini di Chiesa rispettabilissimi, il favore del giovine Principe e della madre sua Cristina di Lorena, parvero quasi dischiudergli la via. E mentre dal pulpito volgari cerretani della pietà profanavano essi la parola di Dio che accusavano lui d'impugnare, e contro di lui la appuntavano, vociando “Uomini Galilei, che state voi a guardare nel cielo?,„ e contro di lui eccitavano la falange de' semplici, de' timorati e degli ignoranti; egli in lettere, che erano manifesti e programmi della sua dottrina stupendi, in lettere al padre Castelli suo benaffetto discepolo, a monsignore Piero Dini, alla granduchessa Cristina, designava con mano sicura i limiti fra la scienza e la fede: — rivendicava “ai sensi, al discorso, all'intelletto„ il diritto e il dover loro di strumenti datici da Dio per conoscere il vero; alla scienza astronomica il privilegio di essere la libera dimostratrice de' misteri (sono sue parole) di quella “gloria e grandezza del Creatore, che mirabilmente si scorge in tutte le sue fatture, e divinamente si legge nell'aperto libro del cielo„: avere lo Spirito Santo, per comune sentenza de' Padri e Dottori, raccolta in un'arguta frase dal dottissimo cardinale Baronio, voluto ammaestrarci “come si vada al cielo, e non come vada il cielo„: doversi ben guardare dall'erigere “ad articoli di fede le conclusioni naturali che sono in balía delsenso e delle ragioni dimostrative„; — e protestandosi cattolico migliore e più provvido che non i suoi detrattori, scongiurava, come atto malaugurato e funesto, la minacciata condanna del libro di Copernico. La quale infatti può dirsi avere, nella storia del pensiero, inaugurato formalmente il dissidio tra la fede e la scienza; tardi, e inefficacemente riparato dai condannatori stessi, ne' primi lustri del secolo che ora volge al suo termine, con la cancellazione di quel marchio inconsulto dai libri e di Copernico e di Galileo.

Il marchio fu impresso sul libro di Copernico; e Galileo, generosamente accorso a Roma alla difesa, ben si può dire oggi, non solamente della scienza ma anche della religione, fu dal cardinale Bellarmino, per commissione del Sant'Ufizio, ammonito che abbandonasse quella dottrina: come a dire, che abbandonasse la coscienza del proprio pensiero. Era il 26 febbraio del 1616; e Galileo si trattenne ancora alcuni mesi, non per altro forse se non perchè la personale benevolenza che papa Paolo gli addimostrava lo illudesse a credere di poter egli, restando qua, favorito anche come si vedeva dai possenti Barberini, attenuare le conseguenze del fatto ormai consumato, ad impedire il quale anche Tommaso Campanella, il filosofo prigioniero, aveva assunto volonteroso, ma senza alcun pro, l'apologia e di Copernico edi Galileo. Nè tornò in Roma (poichè tali stazioni segnano ormai la sua via dolorosa) che nel 1624, per rendere omaggio al nuovo Pontefice Maffeo Barberini, asceso l'anno innanzi sulla cattedra di San Pietro col nome di Urbano VIII. Quel suo ritorno avveniva dopo pubblicato, in occasione della disputa sulle Comete, ilSaggiatore, cioè dopo perduta la grazia de' Gesuiti, uno de' quali, il padre Grassi, era in quel capolavoro di dialettica e d'ironia staffilato fieramente: e cotesta conversione di animi ne' filosofi del Collegio Romano, i quali Galileo riconosceva “sapere assai sopra le comuni lettere de' frati,„ cotesta mutazione d'aura in queste sale che risonavano ancora delle festose accoglienze alNunzio Sidereo, doveva pur troppo, volgendo “i lieti onori in tristi lutti„, ridondare in maligni influssi sull'ardimentoso censore. Tenne sospesi tali influssi l'amicizia che Maffeo Barberini conservava da papa per l'uomo che da cardinale avea favorito, da poeta aveva esaltato, e che, attestata a Galileo dalla continuazione di non scarsi favori, pe' quali egli forse s'illuse oltre il ragionevole, gli giovò tuttavia ad ottenere nel 1630, tornato a Roma la quinta volta, la licenza di stampa alDialogo de' Massimi Sistemi. Ma quando nel 1632 il Dialogo fatale fu pubblicato; e che in esso, di sotto al tormento del trattarsi come mere ipotesi, accompagnateda epifonemi di esteriore disapprovazione, le conchiusioni più evidenti che logica umana abbia mai elaborate dai fatti; di sotto allo strazio di quella pressione indegna; la povera angustiata verità balzava fuori più intera e gagliarda che mai, e circondata altresì dalla possente attrattiva della patita violenza; e con altrettanto disdoro per la caparbietà de' violentatori; — e peggio poi, dopo che una pia calunnia ebbe insinuato a papa Urbano, come l'antica sua affettuosa ammirazione verso il filosofo fiorentino fosse ricambiata nel modo più sleale ed abietto, perchè fra i personaggi del Dialogo l'interlocutore dalle opposizioni per lo più inconcludenti e dalle inani sottigliezze scolastiche, l'uomo di paglia della conversazione, il “buon peripatetico„ Simplicio, era proprio lui Maffeo Barberini; — e badasse bene Sua Santità, che “quel libro di Galileo era più esecrando e più pernicioso a Santa Chiesa che le scritture di Lutero e di Calvino„; — allora il Pontefice, nel cui animo (non volgare nè cattivo, fiero bensì quanto di qualsivoglia altro de' Pontefici più tempestosi) facevano magnifica e pericolosa alleanza tutto il fastoso orgoglio d'un Principe del secolo XVII, e l'irritabile vanità d'un letterato..... di tutti i secoli; e che si sentiva parlare a nome sì de' suoi doveri spirituali e sì delle sue passioncellemortali; trapassò dall'affezione reverente al più fiero risentimento: e da quel giorno la rovina di Galileo fu irrevocabile. Perocchè la questione era addivenuta, non tanto della condanna o assoluzione, quanto della esemplarità del gastigo su quest'uomo, che sapeva il modo di vincere anche disarmato, e che dai decreti del tribunale Romano si appellava tacitamente, e trionfalmente, a quelli della umana coscienza.

Il 1632 è, nella vita di Galileo, l'anno che segna, insieme con la pubblicazione del Dialogo immortale, il suo ammalarsi in quello de' sensi che gli avevan partecipate le meraviglie del cielo, e sul declinare dell'anno l'intimazione del Commissario generale del Sant'Ufizio a comparire in Roma dinanzi a lui, ripetuta, poichè egli indugiava a muoversi, con la minaccia di esservi condotto prigioniero e in catene. Inutili le pratiche e le rimostranze del suo Principe, che era il novello Granduca Ferdinando II: nè, del resto, dal Granduca di Toscana poteva Galileo attendersi quella più efficace difesa di resistenza, che sola forse degli Stati italiani la Repubblica Veneta avrebbe potuta e voluta; la Repubblica, che l'anno innanzi ovviava volonterosa alle difficoltà da lui incontrate per la stampa del Dialogo, offrendoglisi per tale pubblicazione e per ricondurlo Lettore nel mal abbandonato Studiodi Padova. Nel cuor del verno, fra i disagi del crudo gennaio e i sospetti vessatorii della moría, infermo e prostrato, Galileo per la sesta ed ultima volta era in cammino verso Roma: non più apportatore di nuovi trovati e di scoperte celesti, maestro di osservazione e di metodo; non più gratulante al Pontefice, e dai pontificali favori animato ad alte speranze per l'intento supremo della sua vita: ma in qualità di colpevole, contravventore alle ammonizioni del 1616, divulgatore di dottrina ormai condannata, esposto ai rigori del tribunale più universalmente temuto. De' quali se fu mitigata sulle membra cadenti del misero vecchio l'applicazione materiale, consentendogli, nei cinque mesi che qua dimorò, il più lungo soggiorno nel palazzo dell'Ambasciata toscana a Villa Medici, e a sola una ventina di giorni, in due volte, riducendo la sua stanza a modo di prigioniero nel palazzo stesso dell'Inquisizione; e risparmiandogli la tortura, che quasi certamente lo avrebbe ucciso; — se, evidentemente, la sodisfazione di vederselo a' piedi, dovuto dal suo stesso Principe a malincuore commettere alla mercè della onnipotenza teocratica, portò nel successivo procedimento, più miti consigli; — rimane poi sempre, che questa menomissima parte di giustizia salvatagli fu congiunta e subordinata all'atroce tortura, cheegli da sè medesimo dovesse infliggersi, di ritrattare le verità conquistate, mentire a sè medesimo, sconfessare l'opera sua rivelatrice dell'universo. Fra quelle mani inflessibili, il venerando settuagenario discese tutta la china dolorosa delle proteste sulla sua retta “intenzione„, che la logica autoritaria e grossolana de' giudicatori convertiva in altrettante rinnegazioni del suo pensiero scientifico; fino alla profferta, discese pur troppo, di profanare il Dialogo, con l'apposizione d'una quinta e una sesta giornata, nelle quali avrebbe ripigliato gli argomenti già recati a favore della opinione falsa e dannata, per confutargli “in quel più efficace modo che da Dio benedetto mi verrà somministrato.„ La sciagurata profferta non fu (sia detto, imparzialmente, a lode di coloro) non fu raccolta; e il Dialogo non patì l'indegna profanazione: ma se questa si adempiva, non Dio benedetto, che è fonte di luce, l'avrebbe “somministrato„, sì lo spirito delle tenebre che in quella ora nefasta vinceva. E quando in altro interrogatorio, e fu il terzo, di pochi giorni appresso, dalla bocca di Galileo, dopo fatto presente il peso degli anni e delle infermità, i disagi del viaggio, la vita da quelle amarezze scorciatagli, uscirono parole come queste — “aver egli fede nella clemenza e benignità degli Eminentissimi giudici; con speranza che quello che potesse“parere alla loro intera giustizia, che mancasse a tanti patimenti per adeguato gastigo de' miei delitti, lo siano, da me pregati, per condonare alla cadente vecchiezza, che pur anch'essa umilmente se gli raccomanda„; — queste parole, da quella bocca, le riceveva, cancelliere invisibile, l'Angelo di giustizia e di misericordia, che avvolgeva delle sue ali l'augusto imputato, e scriveva sopra un libro che non era quello della Sacra Inquisizione Romana. Per tal modo l'infelicissimo filosofo seguiva le istruzioni ricevute, a sua salvezza, dal pietoso ambasciatore Niccolini; il buono e zelante ambasciatore toscano, che lui confortò, insieme con la gentildonna sua moglie, delle più amorevoli cure, per lui spese presso la Curia e presso il Papa quei più valevoli uffici, che dalla condizion delle cose e dalla qualità delle persone erano consentiti. A Galileo, che, nella onesta baldanza del sovrano intelletto, “si confidava di difender molto bene„ le sue opinioni scientifiche, le quali egli, sinceramente cattolico, non riputava, nè voleva per nulla, contraddicenti alle locuzioni figurate e interpretabilissime della Sacra Scrittura, aveva il Niccolini, con la premura di salvarlo a ogni costo, raccomandato che, “per finirla più presto„, non si curasse di sostener quelle opinioni: “sottomettersi„ gli diceva “a quel che vegga cheposson desiderare sia veduto o tenuto da lei.„ Parole non meno piene di intimo dispregio pei tormentatori, che di affannosa pietà pel tormentato. Ma al primo riceverle, al vedersi con esse, inesorabilmente, posta la menzogna prezzo della salvezza, il misero vecchio era precipitato in tale turbamento e abbandono, “che„ avea scritto l'Ambasciatore, “da ieri in qua si dubita grandemente della sua vita.„ Quella notte di supremo strazio, alla quale appartiene la vera tortura di Galileo; e lo aver sopravvissuto a dettare iDialoghi delle Nuove Scienze; lo assolvono dinanzi ad ogni anima generosa, e il disonore della violenta menzogna fanno cader tutto sopr'altro capo che il suo.

Era il 21 giugno 1633; e in un ultimo interrogatorio, agli assalti dell'“inquirente„, Galileo dichiarava l'opinione sua essere quella de' “Superiori„, cioè stabile la Terra, mobile il Sole: — contestatogli il tenore e il procedimento del Dialogo incriminato, replicava essere in quello, “esplicazion di ragioni„ dall'una e dall'altra parte, non “conchiusione dimostrativa„; questa essere riserbata “a più sublimi dottrine„: cioè alle dottrine di coloro dinanzi ai quali si trovava condotto: — per la terza volta incalzato, aversi forte presunzione del contrario; “e perciò, se non si risolva a confessare la verità, si deverrà“contro di lui agli opportuni rimedi di diritto e di fatto„, risponde: “Io non tengo nè ho tenuta questa opinione del Copernico, dopo che mi fu intimato con precetto che io dovessi lasciarla. Del resto son qua nelle loro mani: faccino quello gli piace:„ — e minacciatogli in ultimo, che “dica la verità; se no, si deverrà alla tortura„, il suo rispondere si estingue lamentosamente così: “Io son qua per far l'obedienza, e non ho tenuta questa opinione dopo la determinazione fatta, come ho detto.„ E l'obbrobrioso dramma ha lì fine. Ma la sottoscrizione di Galileo, su quella carta 453 del processo, è questa volta vergata con mano tremante.

Il giorno dipoi, nella gran Sala dei Domenicani alla Minerva, gli era data lettura della sentenza che proibiva il suo libro, e a lui infliggeva il carcere ad arbitrio, nelle prigioni del Tribunale; e ricevevano, stando lui inginocchione, l'abiura impostagli, che egli recitava di parola in parola, e sottoscriveva. Il motto sdegnoso “Eppur si muove!„ è una postuma vendetta della umana coscienza. Galileo non lo pronunziò. Ma il Galileo che abiurava i diritti imprescrittibili del pensiero, non era più lui! Il vero, l'autentico Galileo, che ancora per nove anni sopravvisse a quel povero vecchio conculcato e disfatto, nulla abiurò, nullarinnegò, non mentì mai a Dio e a sè stesso: e i personaggi del Dialogo maledetto rivissero (proprio lo stesso Sagredo, lo stesso Salviati, lo stessissimo Simplicio) in un altro Dialogo,Le Nuove Scienze; rivissero imagini fedeli e immutate del suo alto pensiero, testimoni per lui e accusatori immortali contro i giudici suoi.

Ma la vita di que' nove anni! — La prigionia nella propria casa; la segregazione dalla cittadinanza e dal mondo; l'essergli o vietata, o sospettata, o largita a misura, o minacciosamente redarguitagli, la comunicazione del pensiero con gli amici, coi discepoli, coi pensanti le medesime cose: — e la sua villa del Gioiello in Arcetri, sperato e sudato rifugio e conforto alla stanca vecchiaia, vicina a un povero convento che accoglie monache, ombre del sogno della vita, le due sue figliuole, convertitagli in luogo di gastigo, fatta, com'egli ne data più lettere, “la mia carcere d'Arcetri„: — e non giovargli l'obbedienza,la sottomissione, il baciar la mano che lo percuote; non il remuover da sè la gloria che scende da ogni parte di mondo civile a illuminare de' suoi raggi que' bianchi capelli; non l'aver ricusato (con sodisfazione del Papa) dagli Stati d'Olanda la collana d'oro, omaggio agli studi e proposte per la determinazione delle longitudini; nulla giovargli, perchè quella schiavitù, nonostante il tre e quattro volte raccomandarsi, sia tolta; anzi minacciarglisi, se persisterà in tali suppliche che “mi faranno tornare, là, al carcere vero del Santo Ufizio„: — a mala pena, e solamente dopo bene accertato, e con visita dell'Inquisitore e del medico, il suo progressivo declinare verso il sepolcro, ottenere di trasferirsi nella sua casetta di città, concederglisi la preghiera in chiesa; ma solamente i giorni festivi, e alla chiesuola vicina, e che non ci sia gente: — intanto, prima da uno poi da tutt'e due gli occhi, accecare: “talmente che quel cielo, quel mondo è quell'universo, ch'io con mie maravigliose osservazioni e chiare dimostrazioni aveva ampliato per cento e mille volte più del comunemente creduto da' sapienti di tutti i secoli passati, ora per me si è diminuito e ristretto, ch'e' non è maggiore di quello che occupa la persona mia„: — e intanto, ancora, morirgli a trentatrè anni la sua suor Maria Celeste,un angelo di figliuola, che ne' silenzi del chiostro, ha della vita di lui fatta la vita sua; che dal gentile e pronto ingegno ha derivato tesori d'ammirazione per la paterna grandezza, e dal suo cuore di santa tesori d'affetto e di consolazione per le sventure di lui; che gli annunziava, povera monacella, aver prescelto lui, il processato per veemente sospezion d'eresia, a suo Patrono nella corte di que' cieli “i quali Vossignoria ha penetrati„; che aveva attratta a sè la condanna del Santo Ufizio, e addossatasene le penitenze spirituali; che mandandogli fiori di dicembre, “Le siano„ gli dice “simbolo di primavera celeste di là dal breve e oscuro inverno della vita presente„: — morirgli una tale figliuola, morirgli d'accoramento per quella inesorabile persecuzione, e rimanergli nell'anima la voce di lei, “della mia figliuola diletta,„ scrive egli piangendo, “che mi chiama, mi chiama continuamente„: — così, lungo questa agonia di vita, finir di morire; o veramente “mutar la mia presente carcere in quella comune, angustissima ed eterna„: — ecco i nove ultimi anni della vita di Galileo!

Eppure anche durante que' nove anni, anche fra quelle ombre che gli avvolgono l'anima, e di mezzo alle tenebre che gli si aggravano sulle spente pupille, quale eroico combattere con l'armeinvitta del pensiero pel trionfo, sia pur lontano, sia pur disperato, della verità! Eppure appartengono a que' nove ultimi anni: iDialoghi delle Scienze Nuove, coronamento del suo pensiero scientifico, che si pubblicano, come se di contrabbando, in Leida nel 1638; — il continuamento delle pratiche per la determinazione delle longitudini in mare; un catalogo delle operazioni astronomiche; gli studi sulla titubazione del disco lunare e sul candore o luce secondaria della luna; l'applicazione del pendolo all'orologio; — le risposte ai quesiti, incessanti e molteplici, dei curiosi e dei dotti; — le oneste e liete accoglienze, quando e quanto era possibile in quella sua condizione di custodito e sospetto, verso i visitatori (un d'essi, giovane non ancora trentenne, eternò poi il ricordo di quella visita in una linea d'un suo Poema, ilParadiso perduto!); — la ripresa e continuazione del carteggio con vigore e genialità giovanile sino agli ultimi giorni; — i disegni suoi, e il conferir sugli altrui, per la pubblicazione di tutti i suoi scritti; — la trasmissione e conferma, o diciam meglio la consacrazione, del suo pensiero ne' giovani (e quali giovani! Evangelista Torricelli, Vincenzio Viviani!), che vegliavano e scrivevano accanto a cotesto letticciuolo di martirio. Insomma, nel supremo sfolgorare di quel gran lume d'anima umana,par quasi che ella si sdoppi; rimanendo la parte affettiva sotto il peso di que' dolori ineffabili, e la intellettuale perdurando sino all'ultimo non alterata e non doma.

Forse il segreto di questo trionfo che in lui ebbe sulla umana la particella nostra divina, è nelle memorabili parole, che ad uno de' nobili spiriti adoperatosi inutilmente a mitigargli i rigori della condanna, con severa rassegnazione e con alterezza degna scriveva: “Non spero sollevamento alcuno; e questo, perchè non ho commesso delitto nessuno.... Sopra uno innocentemente condannato conviene, per coperta d'avere operato giuridicamente, mantenere il rigore.... Due conforti mi assistono perpetuamente: non aver mai declinato dalla pietà e dalla reverenza alla Chiesa; e la mia propria coscienza, da me solo pienamente conosciuta in terra, e in cielo da Dio.„ E ad un altro: “La rabbia de' miei potentissimi persecutori si va continuamente inasprendo: i quali finalmente hanno voluto per sè stessi manifestarmisi„: e ciò (prosegue) mediante le parole di un matematico del Collegio Romano, il quale aveva dichiarato, che “s'egli si avesse saputo mantenere l'affetto dei Padri di questo Collegio, nulla sarebbe stato delle sue disgrazie, e avrebbe potuto scrivere ad arbitrio suo cosìdel moto della Terra come d'ogni altra materia. — Sì che non è questa nè quella opinione quello che mi ha fatto e mi fa la guerra, ma l'essere in disgrazia de' Gesuiti.„

Morì perdonando. Una lettera al fido Castelli, che incomincia da filosofo “Il dubitare in filosofia è padre dell'invenzione, facendo strada allo scoprimento del vero„, finisce da cristiano: “Gli ricordo il continuare le orazioni appresso il Dio di misericordia e d'amore, per l'estirpazione di quelli odii intestini, de' miei maligni infelici persecutori.„ Così la benedizione di papa Urbano, che l'8 gennaio del 1642 si posava sul suo capezzale, nel carcere di Arcetri, vi trovò consumato il sacrifizio della vittima, intatta la coscienza del pensatore, non un sentimento di rancore nè d'odio.

Nel dicembre di quel medesimo anno nasceva il Newton, che sarà l'autore deiPrincipii matematici di filosofia naturale. Dei grandi sacerdoti dell'umanità, l'uno consegna all'altro, di secolo in secolo, la lampada inestinguibile:lampada tradunt!

I funerali e la tumulazione di Galileo furono celebrati novantacinque anni dopo la morte: perchè la degna onoranza, alla quale subito si era profferto il fiore degli ingegni e de' cuori di Firenze, fu impedita, presso il debole Principe, dalla parola del Papa, di papa Urbano VIII sempre, che ricordò Galileo esser morto condannato dall'Inquisizione e durante la pena. Tentatosi di negargli financo la sepoltura ecclesiastica, Santa Croce, dov'eran le tombe de' suoi, e nel cui monastero sedeva l'Inquisizione, non fu permesso gli offrisse se non un oscuro angolo, fuori, si può dir, della chiesa, in uno stanzino annesso alla cappella del Noviziato, dove qualche anno appresso la pietà d'un buon francescano osò porgli un ricordo. Passati i novantacinque anni che ho detto, nel 1737, mutata di Medicea in Lorenese la dinastia, e nel secolo che doveva fra breve vedere la soppressione de' Gesuiti, gli avanzi suoi e del suo più figliuolo che discepolo Vincenzio Viviani, che aveva voluto esser sepoltocon lui, e lasciato agli eredi l'obbligo di un monumento al Maestro, furono trasportati condegnamente al loro proprio luogo. Come al trasferimento di Michelangelo, così a questo di Galileo, nella medesima Santa Croce, destinata tempio della gloria italiana, partecipava, ne' suoi migliori intelletti, la cittadinanza: ma quale abisso, di quanto maggiore spazio che del tempo numericamente intercesso, si frappone tra que' due secoli, il XVI e il XVIII! Di là, l'ingegno italiano, non ancora dalla servitù mortificato, che percorsa fra gli splendori dell'arte una curva sempre più alto ascendente, ha improntato del suo stampo la civiltà del mondo. Di qua, una discesa cupa e rovinosa, dove la brutal forza de' pochi, abusato il cieco e oblioso assentimento de' molti, ha trascinato e compresso, sempre più giù, sempre più giù, con la libertà le coscienze, con la ispirazione gl'ingegni. Ma disotto a quelle rovine, ribelle indomita, fra le catene non mai ribadite vittoriosamente, per entro alla cenere de' roghi vivificatrice, si agita la scienza: e per virtù di lei risorgeranno l'ingegno, le coscienze, la libertà.

E allora, non che il dovuto sepolcro, ma a Galileo, presso la reggia che fu de' suoi Medici, sorgerà, tempio suo e della Scienza, la Tribuna che s'intitolerà dal suo nome: nel suo nome, sulcompirsi del secondo secolo dalla morte, converrà in quella Tribuna, dinanzi alla sua statua e alle effigie de' suoi discepoli e continuatori, il terzo di quei Congressi, per la cui opera il fato provvidenziale d'Italia, dalle prigioni e dai patiboli, penetrava nelle aule de' sovrani e de' dotti: e del raccogliere splendidamente le carte galileiane, e del promuoverne e patrocinarne la pubblicazione, l'ultimo dei Granduchi farà gloria al principato civile. Ma quanto più caro, noi lo sentiamo, quanto più caro alla tua ombra placata, o padre della scienza italiana, quanto più degno e della scienza e della patria, che il tuo pensiero abbia oggi l'omaggio del culto nazionale nella Edizione (così ella risponda alla grandezza dell'assunto!) nella Edizione delle tue opere che porta in fronte, col tuo, il santo nome d'Italia, scrittovi, e scritto in Roma, dalla mano auspicatrice del Re d'Italia!


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