LA COMMEDIA DELL'ARTE

LA COMMEDIA DELL'ARTECONFERENZADIMichele Scherillo.

CONFERENZADIMichele Scherillo.

Quel fiorentino bizzarro del Lasca fu tra i pochissimi italiani che nel secolo decimosesto avessero un concetto chiaro e concreto di ciò che fosse e di ciò che dovess'essere il genere drammatico. Non che riuscisse a scriver lui delle commedie vitali; ma, pur non avendo scritta nè unaDrammaturgianè unNathan il saggio, egli ebbe in sè qualcosa del Lessing: una scarsa vena poetica, cioè, e un'acuta vista critica, snebbiata dagli uggiosi e letali pregiudizi della imitazione classica. E fu una nuova iattura per l'arte nostra che gli sprazzi di luce, emananti dai prologhi delle sue commedie o dalle poesie burlesche, non valessero a trattenere qualcuno dei nostri tanti commediografi dall'inoltrarsi per quella via senza uscita della imitazione di Plauto e di Terenzio.

Poichè, mi preme dirvelo subito, noi abbiamo speciale obbligo a codeste due nostre glorie passate se siamo privi d'un vero teatro nazionale.Come fummo gli ultimi a tollerare che un nuovo volgare si sostituisse a quella lingua con cui i nostri maggiori avean governato il mondo; così ancora noi non sapemmo staccarci in tempo da quelle tradizioni letterarie, che il mondo ancor venerava e c'invidiava. E mentre una gente nuova, senza scrupoli e senza doveri, ci guadagnava la mano, noi, con gli scrupoli ed i doveri di eredi d'una nobile razza, ci attaccammo al passato; e nella poesia drammatica ci persuademmo che s'avessero a prendere a modello le commedie degli antichi anzichè la natura e la vita che ci s'agitava d'intorno.

Quando da un poeta come l'Ariosto ci sentiamo dire nel prologo dei suoiSuppositi: “vi confessa l'autore havere in questo et Plauto et Terentio seguitato...., perchè non solo nelli costumi, ma nelli argumenti anchora delle fabule vuole essere degli antichi et celebrati poeti a tutta sua possanza imitatore; et come essi Monandro et Appollodoro et gli altri greci nelle lor latine comedie seguitaro, egli così nelle sue volgari i modi et processi de' latini scrittori schifar non vuole„; quando, dico, ci sentiamo dichiarar di codeste cose dal poeta che con un sorriso tra scettico e bonario ravvivò la già stracca materia cavalleresca mettendone in rilievo il lato comico senza sdrucciolare nella caricatura, da quel virtuosodella forma che illuminò della luce della rinascenza tutto un informe e caotico mondo germogliato nelle fantasie medievali: ci si stringe il cuore, e ci corre sulle labbra l'angosciosa esclamazione del falconiere dantesco: “ohimè, tu cali!„ E l'Ariosto calava davvero; giacchè nel prologo della prima sua commedia, laCassaria, egli aveva levato baldo il volo e bravamente affrontati quei pregiudizi dov'ora s'impigliava:

Nova commedia v'appresento, pienaDi varii giochi, che nè mai latineNè greche lingue recitarno in scena.Parmi veder che la più parte inclineA riprenderla, subito ch'ho dettoNova, senza ascoltarne mezzo o fine;Chè tale impresa non li par suggettoDelli moderni ingegni, e solo stimaQuel che li antiqui han detto esser perfetto.È ver che nè volgar prosa nè rimaHa paragon con prose antique o versi,Nè pari è l'eloquentia a quella prima;Ma gl'ingegni non son però diversiDa quel che fûr; ch'ancor per quell'artistaFansi, per cui nel tempo addietro fêrsi!

Nova commedia v'appresento, pienaDi varii giochi, che nè mai latineNè greche lingue recitarno in scena.Parmi veder che la più parte inclineA riprenderla, subito ch'ho dettoNova, senza ascoltarne mezzo o fine;Chè tale impresa non li par suggettoDelli moderni ingegni, e solo stimaQuel che li antiqui han detto esser perfetto.È ver che nè volgar prosa nè rimaHa paragon con prose antique o versi,Nè pari è l'eloquentia a quella prima;Ma gl'ingegni non son però diversiDa quel che fûr; ch'ancor per quell'artistaFansi, per cui nel tempo addietro fêrsi!

Nova commedia v'appresento, piena

Di varii giochi, che nè mai latine

Nè greche lingue recitarno in scena.

Parmi veder che la più parte incline

A riprenderla, subito ch'ho detto

Nova, senza ascoltarne mezzo o fine;

Chè tale impresa non li par suggetto

Delli moderni ingegni, e solo stima

Quel che li antiqui han detto esser perfetto.

È ver che nè volgar prosa nè rima

Ha paragon con prose antique o versi,

Nè pari è l'eloquentia a quella prima;

Ma gl'ingegni non son però diversi

Da quel che fûr; ch'ancor per quell'artista

Fansi, per cui nel tempo addietro fêrsi!

Ohimè! dopo, egli dovea rimetter le mani su questa medesimaCassaria, e, per renderla meglio rispondente agl'ideali classici, ritoglierle la nativa freschezza e quel colorito giovanile onde a un giudice ben difficile e competentissimo,al Machiavelli, era parsa “una gentil composizione„, traducendone perfino il dialogo in quei fastidiosi versi sdruccioli che avrebbero dovuto arieggiare i giambi! Il pubblico fu poco grato al poeta per codeste nuove cure; e il Lasca dava ragione al pubblico:

In fino ad oggi non s'è recitataCommedia in versi mai che sia piaciuta;E laCassaria, in versi trasmutata,Nel recitarsi non fu conosciuta.

In fino ad oggi non s'è recitataCommedia in versi mai che sia piaciuta;E laCassaria, in versi trasmutata,Nel recitarsi non fu conosciuta.

In fino ad oggi non s'è recitata

Commedia in versi mai che sia piaciuta;

E laCassaria, in versi trasmutata,

Nel recitarsi non fu conosciuta.

Ma l'Ariosto aveva della poesia drammatica un concetto troppo aristocratico,per preoccuparsi del giudizio di spettatori che non fossero al caso di apprezzar degnamente le finezze e l'arte squisita ond'egli l'avea trapiantata sul suolo italiano dai verzieri fiorenti del mondo classico. Per festeggiare la seconda discesa in Italia di Carlo V, il duca di Mantova richiese l'Omero ferrarese di qualche nuova commedia; ed egli si affrettò a mandargliene quattro, scusandosi se le sue occupazioni non gli permettessero di correggerle “delli errori circa la lingua„. Ma gli furono rimandate tutte e quattro, accompagnate da una letterina del Duca, nella quale dichiarava che “avenga che l'inventione de tutte siano belle, et scritte benissimo, nondimeno a me non piace de farle recitare in rima„; e gli chiedeva: “se havete le due ultime scritte inprosa, ed anche laCassariareconcia et mutata com'è questa in versi, haverò piacer me ne facciate copia; et aggiongerò questo all'obbligo che vi ho de haverle mandate a questo modo, quale è veramente de maggior arte e scienza, ma nel recitar pare non reuscisca, come fa la prosa„. L'Ariosto dovette rimanerci male. Al Duca si contentò di rispondere, con un laconismo che mal cela il dispetto: “a me pareva che stessero così meglio che in prosa; ma i giudicii sono diversi„. Questa volta però il giudicio del Duca aveva per sè il suffragio del maggior numero; e, questa volta almeno, il senso comune era equivalente a buonsenso!

Che stanchezza a quelle monotone rifritture dell'angusto repertorio classico! Perchè dalla folla che vi accorreva si sbaglierebbe ad argomentare ch'esse divertissero molto. Avidi di spettacoli, a quegli spassoni dei nostri bisnonni non si concedeva libertà di scelta. E del resto non era davvero la commedia che li attirasse, bensì la magnificenza e la sontuosità dell'apparato scenico,lo sfarzo delle dame e dei cavalieri che v'intervenivano, e le fantastiche pantomime ed i graziosi balletti che tramezzavan la recita. Che questa poi, nel più dei casi, annoiasse, non si osava dire, sia pel timore di passar per dappochi ed ignoranti, sia per non parere ingrati verso gli splendidi signori che avean data la festa. Tuttavia, nella intimità, quanti sfoghi di sbadigli repressi! Nel 1502, la marchesana di Mantova era tornata nella casa paterna di Ferrara per prender parte alle nozze di suo fratello con Lucrezia Borgia; e, avendo assistito a una rappresentazione dellaBacchideplautina, scriveva al marito che questa “fu tanto longa et fastidiosa et senza balli intramezzi, che più volte me augurai a Mantua„. Lo stesso diletto è presumibile le abbian dato le altre quattro commedie, pur di Plauto, recitate in quella occasione; le quali, a buon conto, non serviron che di pretesto al duca di Ferrara per isfoggiare la sua ricchissima guardaroba. “Dopo desnar„, racconta l'Isabella Gonzaga, “levassimo la sposa da camera, et se reducessimo in la sala grande, dove era tanta moltitudine di persone, che non li restava loco da ballare: pure, al meglio che si potè, si ballò dui balli. Poi, il Signor mio padre fece la monstra de tutti li vestimenti che intrano in cinque Comedie, a fine che se conoscesse che livestimenti fussero facti a posta, et che quelli de una Comedia non havessero ad servir le altre. Sono in tutto cento diece, fra uomini e donne: li habiti sono de cendale, et qualche uno di zambellotto a la morescha. Inanzi era uno in forma de Plauto, che recitò il sogetto di tutte. La prima deEpidico, la seconda laBachide, la terza ilSoldato glorioso, la quarta laAsinaria, et la quinta laCasina. Facto questo, andassimo in su l'altra sala, et inanti un'hora de nocte se principiò loEpidico, el quale de voci et versi non fu già bello, ma lemorescheche fra li atti furono facte, comparsero molto bene et cum grande galanteria„.

Lemorescheerano appunto i balletti e le pantomime, interamente estranee al dramma; e la marchesana si ferma lungamente a descriverle, come la parte meglio gustata. Se vi piace averne un'idea, state a sentire ancora un brano d'una di codeste lettere. L'Isabella parla delle due sole moresche tramezzate allaBacchide:

Una de dece homini, fincti nudi, cum un velo a traverso, il capo capillato di stagnolo, cum corni de divicia in mano, cum quatro dopiroli accesi dentro, pieni de vernice, quali nel movere de li corni se avampavano. Nanti a questa era uscita una giovene che passò spaventosamente senza sono, et andò in capo de la scena. Uscitte poi uno dracone, et andò per divorarla; ma appresso lei era uno homo d'arme a pede che la difese, etcombattendo col dracone, lo prese, et menandolo ligato, la giovene a brazo cum uno giovene lo seguitava; et intorno andavano quelli nudi, ballando et gettando in foco quella vernice. La seconda fu de matti, cum una camisa indosso, cum le calze loro, in testa uno scartozo, in mane una vesica schionfa, cum la quale batendosi, fecero triste spettaculo.

Una de dece homini, fincti nudi, cum un velo a traverso, il capo capillato di stagnolo, cum corni de divicia in mano, cum quatro dopiroli accesi dentro, pieni de vernice, quali nel movere de li corni se avampavano. Nanti a questa era uscita una giovene che passò spaventosamente senza sono, et andò in capo de la scena. Uscitte poi uno dracone, et andò per divorarla; ma appresso lei era uno homo d'arme a pede che la difese, etcombattendo col dracone, lo prese, et menandolo ligato, la giovene a brazo cum uno giovene lo seguitava; et intorno andavano quelli nudi, ballando et gettando in foco quella vernice. La seconda fu de matti, cum una camisa indosso, cum le calze loro, in testa uno scartozo, in mane una vesica schionfa, cum la quale batendosi, fecero triste spettaculo.

In Firenze, dove — non ve ne abbiate a male — un tanto lusso di apparati non era possibile, la commedia, non potendo contare che sulle forze proprie, dovè venire a patti, se volle vivere. Ed essa si rivolse, con filiale fiducia, al più insigne autor comico che abbia mai avuto la nostra letteratura; e nelle cento novelle trovò una larga copia di argomenti, d'intrecci, di scene, di caratteri, di caricature, di tipi, di motti, di arguzie. Lo stampo in cui i comici gettaron codesta nuova materia era sempre il plautino e il terenziano; ma l'antica monotonia era insomma interrotta. Così, laCalandria, se da un lato non è che una ricucinatura dei popolarissimiMenechmi(così popolari che si finivan generalmente col chiamarei Menechini!),dall'altro essa è tutta rinfronzolita di episodi desunti dalDecamerone; e laMandragola, la più squisita certo delle nostre antiche commedie, se in fondo non fa che sceneggiare e ravvivare intrecci e personaggi creati o coloriti da quel nostro grande parigino del secolo decimoquarto che l'ammirazione per Dante e pel Petrarca ribattezzò italiano, nel magistero scenico non si stacca dai modelli latini.

Un Amante meschino,Un Dottor poco astuto,Un Frate mal vissuto,Un Parassito di malizia il cucco,Fien questo giorno il vostro badalucco:

Un Amante meschino,Un Dottor poco astuto,Un Frate mal vissuto,Un Parassito di malizia il cucco,Fien questo giorno il vostro badalucco:

Un Amante meschino,

Un Dottor poco astuto,

Un Frate mal vissuto,

Un Parassito di malizia il cucco,

Fien questo giorno il vostro badalucco:

diceva il poeta nel Prologo.

Non crediate però che a Firenze mancassero i pedanti, i quali facevano il viso dell'armi a ogni più piccola condiscendenza verso i nuovi gusti. Il Varchi, ch'era il Varchi, nel prologo dellaSuoceraosava ancora dire che la sua commedia non era “nè del tutto antica, nè moderna affatto, ma parte moderna e parte antica„; e, aggiungeva, “benchè ella sia in lingua fiorentina, è però cavata in buona parte dalla latina: cavata dico e non tradotta, se non in quel modo che traducevano i Latini dai Greci„. E il Salviati, che non era il Varchi, declamava nel prologo delGranchio:

NuovaDunque è questa Commedia, e a tuttoPotere di colui, che l'ha fatta,Fatta a imitazione delle antiche;Di quelle antiche però che gli antichiChiamavan nuove: adunque non in prosa,Ma in versi..........

NuovaDunque è questa Commedia, e a tuttoPotere di colui, che l'ha fatta,Fatta a imitazione delle antiche;Di quelle antiche però che gli antichiChiamavan nuove: adunque non in prosa,Ma in versi..........

Nuova

Dunque è questa Commedia, e a tutto

Potere di colui, che l'ha fatta,

Fatta a imitazione delle antiche;

Di quelle antiche però che gli antichi

Chiamavan nuove: adunque non in prosa,

Ma in versi..........

Figuriamoci le smanie di chi, essendo venuto per divertirsi, dovea invece succhiarsi di codeste insipide ed ambiziose filastrocche! Anche allora però il buon pubblico sapea far valere i suoi diritti:

E Lionardo Salviati muor di duoloPerchè il suoGranchiofu tanto schernito!

E Lionardo Salviati muor di duoloPerchè il suoGranchiofu tanto schernito!

E Lionardo Salviati muor di duolo

Perchè il suoGranchiofu tanto schernito!

ci fa sapere il Lasca.

Si desiderava veder riprodotta sul teatro la vita contemporanea, e magari le piazze e le vie della propria città; si era stufi di assistere a garbugli tramati da servi astuti a padroni goffi, ad amorazzi di soldati vanagloriosi, a nauseanti vanterie di parassiti, a riconoscimenti che pur quando fossero verosimili in astratto erano lontani oramai dalla realtà. E si applaudiva al Gelli che nel prologo dellaSporta, rompendola con la tradizione ed ormeggiando il Machiavelli, diceva: “La commedia, per non essere elleno altro che uno specchio di costumi della vita privata e civile, sotto una immagine di verità non tratta d'altro che di cose che tutto il giorno accaggiono al viver nostro.... Il luogo, ov'ella si finge, è Firenzevostra; e questo ha fatto l'autore per due cagioni: l'una, perchè e' non saprebbe eleggere luogo dov'ei credesse che a voi e a lui piacesse più la stanza, l'altra, perchè la maggior parte dei casi, che voi vedrete, sono a suo tempo corsi e forse corrono in Firenze, e, quando bisognasse, vi saprebbe dire a chi e come.„ E si faceva festa a un altro comico calzaiuolo

(Apollo vuol che sempre un calzaiuoloPer lui tenga in Firenze il principato,E sia nel far commedie unico e solo,

(Apollo vuol che sempre un calzaiuoloPer lui tenga in Firenze il principato,E sia nel far commedie unico e solo,

(Apollo vuol che sempre un calzaiuolo

Per lui tenga in Firenze il principato,

E sia nel far commedie unico e solo,

osservava il Lasca), a Lotto,

Ch'Ulisse e Turno da parte lasciando,Dimostra solo a questa età presenteRuggier, Gradasso, Marfisa ed OrlandoE Menandro e Terenzio ha per nïente,Ma sol Giovan Boccaccio va imitando;Onde moderne fa con gran ragioneCommedie che non hanno paragone.

Ch'Ulisse e Turno da parte lasciando,Dimostra solo a questa età presenteRuggier, Gradasso, Marfisa ed OrlandoE Menandro e Terenzio ha per nïente,Ma sol Giovan Boccaccio va imitando;Onde moderne fa con gran ragioneCommedie che non hanno paragone.

Ch'Ulisse e Turno da parte lasciando,

Dimostra solo a questa età presente

Ruggier, Gradasso, Marfisa ed Orlando

E Menandro e Terenzio ha per nïente,

Ma sol Giovan Boccaccio va imitando;

Onde moderne fa con gran ragione

Commedie che non hanno paragone.

E si levava a cielo il fecondissimo Cecchi, in ispecie quando coll'Assiuolopresentò una commedia, non iscevra per verità di elementi boccacceschi, ma ch'egli affermava “nuova nuova„ e “non cavata nè da Terenzio nè da Plauto, ma da un caso nuovamente accaduto in Pisa tra certi giovani studianti e certe gentildonne„.

A giudizio del popol fiorentinoE delle donne, che più pesa e grava,Il Cecchi ha vinto e superato il CinoChe prima era un poeta a scaccafava.

A giudizio del popol fiorentinoE delle donne, che più pesa e grava,Il Cecchi ha vinto e superato il CinoChe prima era un poeta a scaccafava.

A giudizio del popol fiorentino

E delle donne, che più pesa e grava,

Il Cecchi ha vinto e superato il Cino

Che prima era un poeta a scaccafava.

Ma — che è, che non è? — mentre codesta gara ferveva tra' letterati fiorentini, ecco che cápita qui una compagnia d'istrioni. Il popolo corse subito in frotta allaStanza(chiamavano così il loro povero teatro), lasciando in asso e il Cecchi e Lotto e il Cino e il Buonanni. I quali rimasero con tanto di naso quando il nuovo salone della commedia fu concesso da inaugurare a quegl'istrioni vagabondi. Il Lasca se ne frega le mani e ride alle loro spalle.

Tutti i comici nostri fiorentiniSon per questa cagione addolorati:Prima il Buonanni e la casa de' CiniSì favoriti e tanto adoperati;E Lotto e il Cecchi alfin, piccin piccini,Con tutti gli altri dotti, son restati,Parendo questa sorba loro arcigna,E il Lasca chiude l'occhiolino e ghigna.Pensando il primo ognuno esser richiesto,La sua commedia aveva apparecchiato:Chi l'avea mostra a quello e chi a questo,Sperando d'ora in ora esser chiamato;Ma il popol poi veggendo manifestol'onor dei Zanni in fino al cielo alzato,Senza più altro intendere o sapere,Altre commedie non vuol più vedere.Sì che chi n'ha composte ne dia loro.Pregando che le vogliano accettare;Poi che ne fanno tanto buon lavoro,Ch'ogni cosuzza una gran cosa pare.La voce, gli atti e i gesti di costoroSì grazïosi fan maravigliareLa gente alfin fuor d'ogni umana guisa,quasi quasi crepar delle risa.Non credo mai che gl'istrion passati,Volete in Roma o volete in Atene,Sì capricciosi giuochi e sì garbatiRappresentasser nell'antiche scene.Se quei fur buon, questi son vantaggiati,Questi fan meglio se quei fecer bene;Onde assai più di lor fieno iGelosiNei secoli avvenir sempre famosi.

Tutti i comici nostri fiorentiniSon per questa cagione addolorati:Prima il Buonanni e la casa de' CiniSì favoriti e tanto adoperati;E Lotto e il Cecchi alfin, piccin piccini,Con tutti gli altri dotti, son restati,Parendo questa sorba loro arcigna,E il Lasca chiude l'occhiolino e ghigna.Pensando il primo ognuno esser richiesto,La sua commedia aveva apparecchiato:Chi l'avea mostra a quello e chi a questo,Sperando d'ora in ora esser chiamato;Ma il popol poi veggendo manifestol'onor dei Zanni in fino al cielo alzato,Senza più altro intendere o sapere,Altre commedie non vuol più vedere.Sì che chi n'ha composte ne dia loro.Pregando che le vogliano accettare;Poi che ne fanno tanto buon lavoro,Ch'ogni cosuzza una gran cosa pare.La voce, gli atti e i gesti di costoroSì grazïosi fan maravigliareLa gente alfin fuor d'ogni umana guisa,quasi quasi crepar delle risa.Non credo mai che gl'istrion passati,Volete in Roma o volete in Atene,Sì capricciosi giuochi e sì garbatiRappresentasser nell'antiche scene.Se quei fur buon, questi son vantaggiati,Questi fan meglio se quei fecer bene;Onde assai più di lor fieno iGelosiNei secoli avvenir sempre famosi.

Tutti i comici nostri fiorentini

Son per questa cagione addolorati:

Prima il Buonanni e la casa de' Cini

Sì favoriti e tanto adoperati;

E Lotto e il Cecchi alfin, piccin piccini,

Con tutti gli altri dotti, son restati,

Parendo questa sorba loro arcigna,

E il Lasca chiude l'occhiolino e ghigna.

Pensando il primo ognuno esser richiesto,

La sua commedia aveva apparecchiato:

Chi l'avea mostra a quello e chi a questo,

Sperando d'ora in ora esser chiamato;

Ma il popol poi veggendo manifesto

l'onor dei Zanni in fino al cielo alzato,

Senza più altro intendere o sapere,

Altre commedie non vuol più vedere.

Sì che chi n'ha composte ne dia loro.

Pregando che le vogliano accettare;

Poi che ne fanno tanto buon lavoro,

Ch'ogni cosuzza una gran cosa pare.

La voce, gli atti e i gesti di costoro

Sì grazïosi fan maravigliare

La gente alfin fuor d'ogni umana guisa,

quasi quasi crepar delle risa.

Non credo mai che gl'istrion passati,

Volete in Roma o volete in Atene,

Sì capricciosi giuochi e sì garbati

Rappresentasser nell'antiche scene.

Se quei fur buon, questi son vantaggiati,

Questi fan meglio se quei fecer bene;

Onde assai più di lor fieno iGelosi

Nei secoli avvenir sempre famosi.

Era dunque giunta allora a Firenze nientemeno che la Compagnia deiGelosi! A quanti di voi questo nome riesce indifferente, e parrà fors'anco ridicolo! Eppure, codesta fu la Compagnia più famosa di quante per due secoli recitarono in Italia e fuori la Commedia dell'arte; ed ebbe per insegna un Giano bifronte col motto che dava ragione del suo nome:

Virtù, fama ed onor ne fêr Gelosi.

Virtù, fama ed onor ne fêr Gelosi.

Virtù, fama ed onor ne fêr Gelosi.

“Trappola mio,„ — esclamava in un suo dialogo chine fu per molti anni il condottiero — “di quelle compagnie non se ne trovano più; e ciò sia detto con pace di quelle che hanno solamente tre o quattro parti buone e l'altre sono de pochissimo, valore, e non corrispondono alle principali,come facevano tutte le parti di quella famosa compagnia, le quali erano tutte singolari. Insomma ella fu tale che pose termine alla drammatica arte, oltre del quale non può varcare niuna moderna compagnia de comici„, e mostrò “a i comici venturi il vero modo di comporre e recitar commedie, tragicomedie, tragedie, pastorali, intermedii apparenti, et altre inventioni rappresentative, come generalmente si veggono nelle scene„.

Com'è tristamente efimera la gloria di chi valse per un momento a scuotere la nostra anima o ad allietare la nostra vita, ricreandone sulla scena una immaginaria e dando corpo e voce a' fantasimi che parevan fiochi nelle pagine dei poeti! Che resta ora più di quell'arte onde Gustavo Modena rapiva ed inebbriava i nostri padri? E pensate che nella storia iGelosilasciarono una traccia più profonda che non il grande attore del nostro secolo; anche per questo, che la Compagnia del Modena rassomigliò sempre a una monarchia assoluta, mentre quella deiGelosifu come un consesso di pari. Povero Andreini! che amara delusione lo aspetterebbe se potesse levare il capo dal suo sepolcro mantovano, egli che nel suo stile enfatico, espressione però sincera del suo entusiasmo, avea vaticinato che il grido deiGelosinon avrebbe mai vista “l'ultima notte!„

Purtroppo a noi non è giunta che l'eco degli applausi; poichè il meglio della Commedia dell'arte, ciò che veramente deliziava gli ascoltatori, è stato portato via, com'un mondan rumore, da un fiato di vento! Del dramma non era tracciata che la sceneggiatura, loscenario; il resto era affidato all'improvvisazione dei comici. E il resto era tutto. Gl'intrecci per lo più si desumevan da novelle, o addirittura dalle commedie sostenute e perfin dalle classiche; e invece il dialogo ogni attore lo improvvisava ogni volta, così che riusciva necessariamente diverso pur da una replica all'altra della stessa commedia. Una parola, un accento, un gesto dell'interlocutore poteva suggerire un motto o un'uscita nuova ed inaspettata; un avvenimento della giornata, la presenza in teatro d'un signore amico o d'una dama.... che non fosse una dama, poteva ispirare lì per lì un'allusione piccante; l'esser di buono o di cattivo umore poteva all'attore accendere o smorzare l'estro. Ogni attore era un poeta estemporaneo; anzi, soggiunge il comicoBeltrame, al secolo Nicolò Barbieri, “i comici italiani partecipano del compositore e del rappresentante, poi che inventano favole, e molti le adornano con discorsi partoriti da' loro talenti„. Perciò la Commedia dell'arte non fu possibile che in Italia. E in verità non fu chiamatadell'arteper significare che la fosse la perfetta tra le commedie, ilnec plus ultradell'arte, come affermò Maurice Sand, bensì perchè, a differenza della commedia scritta, essa non era e non poteva esser rappresentata che da attori di mestiere.

Non ce ne restano che gliscenari, lo scheletro: “il più divin s'invola!„ E innanzi a quelle mute liste di attori, a quelle scarne indicazioni d'un'azione che s'intreccia e si snoda, proviamo quel senso di malinconia che faceva esclamare al poeta contemplante l'effigie sepolcrale d'una bella donna:

Tal fosti: or qui sotterraPolve e scheletro sei!

Tal fosti: or qui sotterraPolve e scheletro sei!

Tal fosti: or qui sotterra

Polve e scheletro sei!

Ascoltate, per saggio, il primo atto d'uno dei migliori scenari del repertorio deiGelosi. È intitolatoIl Cavadenti.

“Atto primo.—Pantalonedice aPedrolino(servo) l'amor che porta adIsabellavedova, e dubitar cheOratiosuo figlio non gli sia rivale, e che di ciò dubitando haver risoluto di mandarlo allo studio. —Pedrol.lo riprende, tenendo da quella d'Oratio; s'attaccano di parole e di fatti.Pant.dà aPedrol., et egli le morde unbraccio, mostrando d'haverlo morduto forte.Pant., minacciando, parte, dicendo che per suo conto parli conFranceschina(serva). Via. —Pedrol., di vendicarsi del morso che gli ha datoPant.— In quello,Franc.va per cercarOratioper ordine della sua padrona; vedePedrol.e da lui intende la cagione del suo dolor del braccio; s'accordano di fingere che aPant.puzzi il fiato, per vendicarsi. —Franc.in casa,Pedrol.rimane. — In quelloFlavio(fratello d'Isabella) scopre aPedrol.l'amor suo, urtandolo nel braccio.Pedrol.grida; poi s'accordano di finger che aPant.puzzi il fiato.Flaviovia,Pedrol.rimane. — In quello,Dottoreche ha d'haver d. 25 daPant., pigliaPedrol.per lo braccio, e gli grida, e seco fa l'istesso accordo del fiato puzzolente, promettendoli farli havere i suoi d. 25.Dott.via,Pedrol.va per trovarOratio. Via.Capitano Spavento, l'amor d'Isab.e le sue bravure. — In quello,Arlecchinoservo d'Isab.fa seco scena ridicolosa, et entra per far venir fuoraIsab.—Cap.aspetta.Flaminia(figlia diPant.), che dalla finestra ha veduto ilCap.da lei amato, lo prega all'amor suo. — In quello,Isab.fuora credendosi di trovarOratio.Cap.la prega all'amor suo; ella lo scaccia, et egli fa il simile conFlam., facendo scena interzata. Alla fineIsab.entra in casa scacciando ilCap.Egli fa il simile conFlam., e parte. Ella riman dolente. — In quello,Pedrol., che in disparte ha sentito il tutto, minaccia dirlo a suo padre; poi s'accordano della cosa del fiato con suo padre. Ella se n'entra.Pedrol., che li duole il braccio più che mai, se bene s'è fatto medicare, e di volersi vendicare a tutte le vie. — In quello,Arlecch.arriva.Pedrol.con dinari l'induce a fingersi cavadenti; lo manda a vestirsi;Arlecch.via.Pedrol.si ferma. — In quello,Oratiointende daPedrol.comePant.suo padre concorre seco nell'amarIsab., e che lo vuol mandar allo studio.Oratio, dolente di cotai nuove, si raccomanda aPedrol., il qual le prometteaiuto, e s'accordano della cosa del fiato.Oratio, che vorrebbe ragionar conIsab.Pedrol.la chiama.Isab.intende dell'amor suo e della sua dura dipartenza. Ella se ne attrista. — In quello,Pant.parlando forte.Isab., sentendolo, se n'entra.Pedrol.brava conOratioperchè non vuole andare a Perugia.Pant.vede il figlio, al quale ordina che si vada a metter all'ordine subito subito, perchè vuole che vada a Perugia.Oratio, tutto timoroso, entra per mettersi all'ordine, guardandoPedrol.—Pant.intende comePedrol.ha parlato conFranc.; poi sentePedrol.che dice: ohibò, padrone, il fiato vi puzza fuor di modo!Pant.se ne ride. — In quello,Franc.fa il simile, dicendo che se il fiato non le puzzasse, cheIsab.l'amerebbe; et entra.Pant.si maraviglia. — In quello,Flaviopassa et, a' cenni diPedrol., fa il simile conPant., e via.Pant.si maraviglia di tal mancamento. — In quello,Dott.arriva.Pedrol.li fa cenno della cosa del fiato.Dott.fa il simile, et via.Pant., di voler domandar a sua figlia s'è vero di quel puzzore. La chiama. —Flam.confessa a suo padre come li puzza il fiato fuor di modo; et entra. Essi rimangono. — In quello,Oratio, di casa, conferma l'istesso, poi ritorna in casa. —Pant.si risolve farsi cavar quel dente che cagiona il fetore. Ordina aPedrol.che li conduca un cavadenti, et entra.Pedrol.rimane.Arlecch.vestito da cavadenti.Pedrol.ordina adArlecch.che cavi tutti i denti aPant., dicendoli che sono guasti. Si ritira.Arlecch.sotto le fenestre grida: chi ha denti guasti? — In quello,Pant.dalla fenestra lo chiama. Poi esce fuora.Arlecch.cava fuora i suoi ferri, i quali sono tutti ferri da magnano, nominandoli ridicolosamente. Lo fa sedere, e con la tenaglia li cava quattro denti buoni.Pant., dal dolore, s'attacca alla barba del cavadenti, la quale, essendo posticcia, li rimane in mano.Arlecch.fugge.Pant.li tira dietro la sedia. Poi, lamentandosi del dolore dei denti, entra in casa.E qui finisce l'atto primo.„

“Atto primo.—Pantalonedice aPedrolino(servo) l'amor che porta adIsabellavedova, e dubitar cheOratiosuo figlio non gli sia rivale, e che di ciò dubitando haver risoluto di mandarlo allo studio. —Pedrol.lo riprende, tenendo da quella d'Oratio; s'attaccano di parole e di fatti.Pant.dà aPedrol., et egli le morde unbraccio, mostrando d'haverlo morduto forte.Pant., minacciando, parte, dicendo che per suo conto parli conFranceschina(serva). Via. —Pedrol., di vendicarsi del morso che gli ha datoPant.— In quello,Franc.va per cercarOratioper ordine della sua padrona; vedePedrol.e da lui intende la cagione del suo dolor del braccio; s'accordano di fingere che aPant.puzzi il fiato, per vendicarsi. —Franc.in casa,Pedrol.rimane. — In quelloFlavio(fratello d'Isabella) scopre aPedrol.l'amor suo, urtandolo nel braccio.Pedrol.grida; poi s'accordano di finger che aPant.puzzi il fiato.Flaviovia,Pedrol.rimane. — In quello,Dottoreche ha d'haver d. 25 daPant., pigliaPedrol.per lo braccio, e gli grida, e seco fa l'istesso accordo del fiato puzzolente, promettendoli farli havere i suoi d. 25.Dott.via,Pedrol.va per trovarOratio. Via.

Capitano Spavento, l'amor d'Isab.e le sue bravure. — In quello,Arlecchinoservo d'Isab.fa seco scena ridicolosa, et entra per far venir fuoraIsab.—Cap.aspetta.

Flaminia(figlia diPant.), che dalla finestra ha veduto ilCap.da lei amato, lo prega all'amor suo. — In quello,Isab.fuora credendosi di trovarOratio.Cap.la prega all'amor suo; ella lo scaccia, et egli fa il simile conFlam., facendo scena interzata. Alla fineIsab.entra in casa scacciando ilCap.Egli fa il simile conFlam., e parte. Ella riman dolente. — In quello,Pedrol., che in disparte ha sentito il tutto, minaccia dirlo a suo padre; poi s'accordano della cosa del fiato con suo padre. Ella se n'entra.Pedrol., che li duole il braccio più che mai, se bene s'è fatto medicare, e di volersi vendicare a tutte le vie. — In quello,Arlecch.arriva.Pedrol.con dinari l'induce a fingersi cavadenti; lo manda a vestirsi;Arlecch.via.Pedrol.si ferma. — In quello,Oratiointende daPedrol.comePant.suo padre concorre seco nell'amarIsab., e che lo vuol mandar allo studio.Oratio, dolente di cotai nuove, si raccomanda aPedrol., il qual le prometteaiuto, e s'accordano della cosa del fiato.Oratio, che vorrebbe ragionar conIsab.Pedrol.la chiama.

Isab.intende dell'amor suo e della sua dura dipartenza. Ella se ne attrista. — In quello,Pant.parlando forte.Isab., sentendolo, se n'entra.Pedrol.brava conOratioperchè non vuole andare a Perugia.Pant.vede il figlio, al quale ordina che si vada a metter all'ordine subito subito, perchè vuole che vada a Perugia.Oratio, tutto timoroso, entra per mettersi all'ordine, guardandoPedrol.—Pant.intende comePedrol.ha parlato conFranc.; poi sentePedrol.che dice: ohibò, padrone, il fiato vi puzza fuor di modo!Pant.se ne ride. — In quello,Franc.fa il simile, dicendo che se il fiato non le puzzasse, cheIsab.l'amerebbe; et entra.Pant.si maraviglia. — In quello,Flaviopassa et, a' cenni diPedrol., fa il simile conPant., e via.Pant.si maraviglia di tal mancamento. — In quello,Dott.arriva.Pedrol.li fa cenno della cosa del fiato.Dott.fa il simile, et via.Pant., di voler domandar a sua figlia s'è vero di quel puzzore. La chiama. —Flam.confessa a suo padre come li puzza il fiato fuor di modo; et entra. Essi rimangono. — In quello,Oratio, di casa, conferma l'istesso, poi ritorna in casa. —Pant.si risolve farsi cavar quel dente che cagiona il fetore. Ordina aPedrol.che li conduca un cavadenti, et entra.Pedrol.rimane.

Arlecch.vestito da cavadenti.Pedrol.ordina adArlecch.che cavi tutti i denti aPant., dicendoli che sono guasti. Si ritira.Arlecch.sotto le fenestre grida: chi ha denti guasti? — In quello,Pant.dalla fenestra lo chiama. Poi esce fuora.Arlecch.cava fuora i suoi ferri, i quali sono tutti ferri da magnano, nominandoli ridicolosamente. Lo fa sedere, e con la tenaglia li cava quattro denti buoni.Pant., dal dolore, s'attacca alla barba del cavadenti, la quale, essendo posticcia, li rimane in mano.Arlecch.fugge.Pant.li tira dietro la sedia. Poi, lamentandosi del dolore dei denti, entra in casa.

E qui finisce l'atto primo.„

Sunt lacrimæ rerum!Codesta non è che la trama, ilcanavaccio, d'un tessuto che da chi lo vide sentiam celebrare per la squisita varietà, vivezza e contrasto delle tinte; non è che la feccia d'un vino inebriante da cui si sia evaporato lo spirito; non è che la pianta topografica d'una città, famosa nella storia, oramai distrutta. Anzi, uno scenario rispetto alla sua rappresentazione è qualcosa di meno che la moderna Pompei comparata alla deliziosa città che s'adagiava, fidente nei suoi vezzi, ai piedi dell'infido Vesuvio. Là dove, per esempio, è semplicemente detto:Capitano Spavento, l'amor d'Isabella e le sue bravure, nella rappresentazione Francesco Andreini sfoggiava uno di quei suoi monologhi che bastavan da sè soli ad assicurare il successo alla commedia, e che il dotto comico distese per iscritto e tramandò ai posteri col titolo:Le bravure del Capitano Spavento divise in molti ragionamenti in forma di dialogo(Venezia, 1624). Sono stramberie, esagerazioni, goffaggini, inventate ed accozzate insieme da un fanfarone che ha una grande paura, e che mentre si vanta d'avere sfondato l'Inferno, riceve le bastonate da Arlecchino. A leggerle non ci fanno più ridere; anzi ci fa quasi dispetto che un tempo si sia potuto ridere a sentir, per esempio, quest'ordine del Capitano al cartolaio: “perfoglio di carta mi mandi la pelle del dragone Hesperio, per penna il corno del rinoceronte, per inchiostro il pianto del coccodrillo, per polvere il mar della sabbia, per cera la schiuma di Cerbero e per sigillo la sassifica testa di Medusa„. Ma non bisogna dimenticare e che i nostri gusti letterari son molto mutati, e che certe allusioni o ci sfuggono o ci arrivan fredde, e che soprattutto quelle goffaggini non ci è dato sentirle della bocca, e accompagnate dagli atti e versacci, di quei comici ch'eran maestri di mimica. Si può ad ogni modo indovinare quanto riuscisse saporito per un pubblico della fine del Cinquecento l'ordine del Capitano al cuoco perchè gli prepari da pranzo tre piatti di carne: “il primo sia di carne d'Hebrei, il secondo di carne di Turchi, ed il terzo di carne di Luterani„; o il racconto che, quante volte si era “trovato a desinare e a cena con Plutone re dell'inferno, tante volte gli era toccato a mangiare qualche Luterano arrosto e qualche Calvinista a guazzetto„.

La Commedia dell'arte è specialmente opera di attori, i quali erano autori ed interpreti della propria parte. Sceglievano quella per cui credevano di aver maggiori attitudini, e con essa s'identificavano così che il dramma doveva adattarsi a loro, non essi al dramma. Ritenevano ilnome con cui eran la prima volta riesciti accetti al pubblico; e nello scenario che abbiam letto, come in tutti gli altri deiGelosi,Flavioindicava Flaminio Scala, ilCapitano SpaventoFrancesco Andreini,OrazioOrazio Nobili,IsabellaIsabella Andreini. Poichè spesso il nome scelto pel teatro era quello di battesimo. Quando si diceva che nella commedia prendeva parteFlavioo l'Isabella, non s'indicava solo che ci sarebbero stati quei personaggi ma quegli attori. I quali, anche nella vita privata e nelle loro corrispondenze coi prìncipi e coi loro segretari, finivano con l'adoperare il nomignolo teatrale, spesso da solo, spesso aggiungendolo al proprio casato. E del resto anche ora voi tutti conoscete il nomignolo di Molière, ma non tutti forse il suo nome di famiglia.

Quando la parte assunta non avea nulla di veramente caratteristico, come quella dell'innamorato più o meno smanceroso o ardito o cavalleresco, il nomignolo tramontava con l'attore: e non c'è stato che unFlavio, unOrazio, un'Isabella. Ma spesso il comico sapeva felicemente cogliere una caricatura locale, o il tipo d'una certa classe di persone; e allora il personaggio sopravviveva all'attore, e quel primo nomignolo si perpetuava. E chi, dopo, avesse voluto rappresentare il vecchio veneziano o il servo bergamascoo il pedante bolognese o il contadino napoletano, avea l'obbligo di chiamarsiPantalone,BrighellaoArlecchino,Dottor Graziano,Pulcinella, di vestirsi nel modo tradizionale, di parlar quello speciale dialetto con quelle speciali inflessioni di voce, di dir perfino certi motti e di far certi movimenti e certe smorfie. Così la Commedia dell'arte veniva a mancare di varietà, e i comici degeneravano in marionette. Un bel giorno, anzi, gli attori di carne e d'ossa non sembreranno più necessari, e saranno sostituiti dai fantocci. Voi lo sapete: è appunto nel casotto dei burattini che oramai agonizza la gloriosa Commedia che dovea rendere immortale il nome deiGelosi!

Ma torniamo indietro, a tempi più lieti. Quando, nel 1578, la celebre Compagnia venne a Firenze con tanto piacere del Lasca e tanto dispetto degli altri commediografi, essa tornava dalla Francia, dove aveva mietuta una larga messe di allori. Vi era stata invitata da una regina italiana, Caterina de' Medici, che nella Corte francese avea portati i suoi gusti e la sua coltura di dama fiorentina della Rinascenza.

Ci si rispettava come sovrani nel regno dell'arte pure allora che ci si vedeva così bassi politicamente! E chi oltre monti ed oltre mare avesse cuore gentile, apprendeva con la lingua dei nostri avi la nostra, per poter gustare l'armonia del periodo del Boccaccio o del Machiavelli, la melodia soave dei sonetti del Petrarca o del Bembo, la cadenza arguta o malinconica delle ottave dell'Ariosto e fra poco del Tasso. Che stupore in quel popolo, che ora pare arrogarsi il monopolio d'ogni cosa che si riferisca al teatro, quando, nel 1548, potette assistere alla rappresentazione dellaCalandria, che la “natione fiorentina„ fece dare a Lione dai migliori comici che vivessero allora in Italia, e che essa avea fatti venire con grandi spese per onorare la regale concittadina! Il testimone Brantôme confessa quello spettacolo essere “chose que l'on n'avoit encores veu, et rare en France, car paradvant on ne parloit que des farceurs, des connardz de Rouan, des joueurs de la Basoche, et autres sortes de badins et joueurs de badinages, farces, mommeries et sotteries„. Che incanto quegli apparati e quelle prospettive di Firenze, dipinte dal fiorentino Nannoccio! E che maraviglia quei commedianti, e specialmente quelle commedianti “qui estoient très-belles, parloient très-bien et de fort bonne grâce!„Dopo quell'anno, nel 1555, erano stati recitati alla Corte, da alcuni gentiluomini, iLucididel Firenzuola e laFloradell'Alamanni; e nel '60, dalle figliuole stesse del Re e da altre dame e damigelle, laSofonisbatradotta dal Saint Gelais. Ma su codesta tragedia la Regina “eut opinion qu'elle avoit porté malheur aux affaires du royaume„, e di tragedie non volle più saperne; “mais ouy bien des comédies et tragicomédies, et mesmes celles deZannietPantalons, y prenant grand plaisir, et y rioit son saoûl comme une autre, car elle rioit volontiers„.

Correva l'anno 1571 allorchè questa prima Compagnia di comici dell'arte passò in Francia, chiamatavi in occasione delle feste per l'entrata in Parigi del re Carlo IX con la sua sposa. La vivacità e gaiezza dei nuovi comici, la facilità e spontaneità della loro improvvisazione, i vezzi delle servette e le virtuose galanterie delle prime donne, conquistaron tutti, prìncipi e cortigiani; e l'ambasciatore d'Inghilterra si affrettò a darne conto, in un dispaccio ufficiale, alla sua Regina, che tra' suoi sudditi contava già il giovanetto Shakespeare. In Francia però le rappresentazioni teatrali eran di privativa di alcune confraternite religiose; e, profittando dell'assenza del Re, queste si querelarono ai magistrati. I quali, troppo timorati di coscienza per voler partecipare all'ammirazionedei loro sovrani per gl'istrioni d'oltremonti, furon lieti di fulminar contro di essi multe ed ostracismo. La protezione regale bastò appena a quella povera gente per salvarla dalle multe.

Sennonchè l'anno appresso riapparvero a Parigi, per allietare le nozze del re di Navarra con una delle sorelle del Re. La Compagnia, che sembra avesse già allora il titolo deiGelosi, era condotta da un bergamasco Alberto, noto pel suo nome o soprannome diGanassa; al quale oltre tutto il resto, si deve fors'anche l'invenzione della parte e del nome del secondo Zanni, cioè dell'Arlecchino. A Mantova, prima di passar le Alpi, avea dovuto, per volere del Duca, fondere la sua antica Compagnia con l'altra condotta daPantalone; onde il Brantôme accennava alle loro commedie come “celles de Zanni et Pantalons„, e un signor De la Fresnaye Vauquelin immortalerà nei suoi versi

Ou le bonPantalon, ouZanydont GanasseNous a représenté la façon et la grâce.

Ou le bonPantalon, ouZanydont GanasseNous a représenté la façon et la grâce.

Ou le bonPantalon, ouZanydont Ganasse

Nous a représenté la façon et la grâce.

È d'un effetto tragicomico il leggere, con una data anteriore di solo qualche giorno alla terribile tragedia di San Bartolomeo, una nota di pagamento del Tesoriere di Corte “à Albert Ganasse,' joueur de commédies...., tant à luy que à ses compaignons, en considération du plaisir qu'ilzont donné à Sa Majesté.... en plusieurs commédies qu'ilz ont représentées par diverses fois devant sa dicte Majesté„.

Nell'ottobre, la Compagnia era ancora a Parigi. Poi sembra si riscindesse; chè, nel 1572, sentiam parlare diGelosia Genova e, nel '74, a Venezia, e intanto il Ganassa va a cercar fortuna di là dai Pirenei. Egli che avea fatto tanto ridere i francesi contraffacendo un borioso gentiluomo spagnuolo col nomignolo dibaron de Gueneschea cui faceva parlare un misto di bergamasco e di spagnuolo, ora va alla Corte di Filippo II, a far ridere, se non il Re che dicon non ridesse mai, appunto quei baronivalamediós!

Da qualche anno un misterioso dramma si era chiuso in quella Corte: la primogenita di Caterina de' Medici, promessa sposa al principe don Carlos ma sposata poi dal re Filippo, si era spenta d'un male arcano nella fiorente giovinezza di ventitrè anni; e con lei era stato spento il principe amante. Isabella o Elisabetta di Francia avea fatto da spettatrice e da attrice nelle recite che s'eran date nella Corte francese; e in Ispagna, per quegli anni che vi rimase, fece forse brillare il sorriso delle Muse che s'eran ridestate così vezzose nel fiorito nido del suo casato materno. Certo, la compagnia “des comediantes italianos, cuya cabeza y autor era AlbertoGanassa„, vi ebbe lieta accoglienza. Rappresentava “comedias italianas, mímicas por la mayor parte y bufonescas de asuntos triviales y populares„, nelle quali figuravano “las personas deArlequin, delPantalon, delDotore, etc.„ E un contemporaneo ci fa fede che, sebbene il Ganassa non vi fosse “bene e perfettamente inteso, nondimeno, con quel poco che s'intendeva, faceva ridere consolatamente la brigata; onde guadagnò molto in quelle città, e dalla pratica sua impararono poi gli Spagnuoli a fare le commedie all'uso hispano, che prima non facevano„.

Non vogliate credere che codesta sia una vuota vanteria. La commedia popolare italiana fece colà l'effetto d'una folata di vento che spazzasse via la nebbia dei pregiudizi. E non è forse senza merito del Ganassa se Lope de Vega, che allorchè questi andò in Ispagna era sui dodici anni, potè dire: “Quand'io mi metto a scrivere una commedia, chiudo le regole sotto dieci chiavi e mando fuori della mia stanza Plauto e Terenzio per paura che non mormorino contro di me. Scrivo seguendo la maniera che hanno inventata quelli che ricercano gli applausi del pubblico. Giacchè infine, visto ch'è lui che paga, mi sembra giustissimo parlargli, magari da ignorante, sempre però in modo da divertirlo.„

Quei compagni del Ganassa che non lo aveano seguito di là dai Pirenei, recitarono nel carnevale del 1574 a Venezia, e nella primavera trapiantaron le tende a Milano, dove concorsero alle feste che la città celebrò in onore di don Giovanni d'Austria, l'eroe di Lepanto. Ma nel luglio erano richiamati sulle lagune.

Doveva passar per Venezia il secondogenito di Caterina de' Medici, Enrico re di Polonia, che, morto il fratello Carlo, correva ad occupare il trono ereditario. La Serenissima si diede un gran da fare per riceverlo degnamente; e, tra l'altro, mandò ai confini quattro patrizi per sapere dalla bocca del Re quali divertimenti gli andassero più a sangue. E quel principe, ch'era fuggito di notte, per una porticina segreta, dalla reggia di Varsavia, venendo così meno ai suoi regali impegni verso quel popolo generoso che se l'era eletto a sovrano; quel principe, a cui la madre ingiungeva di affrettarsi per venire ad impadronirsi della corona più temuta d'Europa; tra le cure e le ansie d'un viaggio fortunoso, trovò il modo difar sapere al governo della Repubblica che egli aveva un ardente desiderio di sentir recitare i commedianti che erano stati a Venezia nell'inverno: specialmente la prima donna, della quale la fama era giunta sino a lui! Particolare degno della fantasia di Shakespeare! E com'è comico quel futile affaccendarsi dell'ambasciatore repubblicano perchè non manchi la bramata donna agli svaghi del Re Cristianissimo; e del residente milanese perchè i commedianti si trovin pronti a Venezia pel giorno dell'arrivo!

Non ci fu tempo che di rappresentar due commedie improvvise e una “molto grata et gratiosa„ tragicommedia. Anche di questa dicono sentisse “mirabil piacere„ quel re tragicomico. Ma non pare che della donna rimanesse molto sodisfatto. Eppure, che perfezione quella signora Vittoria! “Divina Vittoria„ — esclama un contemporaneo — “che fa metamorfosi di sè stessa in scena; .... bella maga d'amore che alletta i cori di mille amanti con le sue parole; .... dolce sirena che ammaglia con soavi incanti l'alma dei suoi divoti spettatori; e senza dubbio merita d'esser posta come un compendio dell'arte, avendo i gesti proportionati, i moti armonici e concordi, gli atti maestevoli e grati, le parole affabili e dolci, i sospiri leggiadri ed accorti, i risi saporiti e soavi, il portamento altiero e generoso, e in tuttala persona un perfetto decoro, quale spetta e s'appartiene a una perfetta commediante„. E un altro contemporaneo che fece da cronista di quelle feste, Thomaso Porcacchi, la disse “unica„. Tuttavia il re Enrico, quando qualche anno dopo ebbe dato assetto agli affari di Stato e potè ripensare ai bei giorni trascorsi a Venezia, non richiese più di lei con l'antico entusiasmo; scrisse invece di suo pugno all'ambasciatore francese presso la Repubblica questo biglietto:

Maintenant que la paix est faite en mon royaume, je désire faire venir par de ça leMagnifiquequi est celuy qui me vint trouver à Venise lors de mon retour de Pologne avec tous les comédiens de la compagnie desGelosi. Je vous prie faire chercher le ditMagnifique, et luy dire qu'il me vienne trouver suivant la lettre que je luy escris, laquelle vous luy ferez bailler: vous luy ferez aussy fournir l'argent qui luy sera nécessaire pour son voyage et me mandant ce que vous luy aurez baillé. Je commanderay à ceux de mes finances qu'il vous soit aussy tost rendu...Henry.

Maintenant que la paix est faite en mon royaume, je désire faire venir par de ça leMagnifiquequi est celuy qui me vint trouver à Venise lors de mon retour de Pologne avec tous les comédiens de la compagnie desGelosi. Je vous prie faire chercher le ditMagnifique, et luy dire qu'il me vienne trouver suivant la lettre que je luy escris, laquelle vous luy ferez bailler: vous luy ferez aussy fournir l'argent qui luy sera nécessaire pour son voyage et me mandant ce que vous luy aurez baillé. Je commanderay à ceux de mes finances qu'il vous soit aussy tost rendu...

Henry.

Giulio Pasquati era in verità unMagnificonon soltanto di nome. Il cronista aveva già detto di star in dubbio, nella sua maniera di recitare “qual sia maggiore in lui, o la gratia o l'acutezza de' capricci spiegati a tempo et sententiosamente„. Per il momento però non era a tiro: deliziava un altro monarca, l'imperatore d'Austria; e bisognò aspettare che terminassecolà i suoi impegni. Ad ogni modo, il 25 gennaio del 1577 egli insieme coiGelosiera a Blois, dove il re Enrico aveva convocati gli Stati Generali; e quella stessa sera recitarono, innanzi al miglior fiore dell'aristocrazia francese e nella medesima sala, superbamente addobbata con arazzi istoriati a fil d'oro, dove si radunavano i rappresentanti della nazione. Giungevan con un po' di ritardo, anche perchè per via, nelle vicinanze della Charité sur Loire, eran caduti nelle mani degli Ugonotti, che avean preteso ed ottenuto dal Re un considerevole riscatto; ma sempre in tempo per far girar la testa a quegli affaccendati oziosi. Nè valse che un ardimentoso predicatore della Corte spingesse la sua audacia sino a biasimare, alla presenza stessa del Re, chi interveniva a quegli spettacoli profani e scandalosi; poichè quel giorno medesimo i sovrani e la Corte si recarono alla commedia!

Condottiero della Compagnia sembra che fosse Flaminio Scala, insigne, come dice il suo biografo, “per essere stato il primo che alle commedie dell'arte improvvisa abbia dato un ordine aggiustatissimo con tutta la buona regola, ed avendone inventate un gran numero„. Suo è lo scenario delCavadenti, di cui vi ho letta una parte; e suoi son pure gli altri quarantanove, che compongono tutti insiemeIl teatro delle favolerappresentative overo la ricreatione comica boscareccia e tragica divisa in cinquanta giornate, ch'è la più antica raccolta di scenari e il fior fiore del repertorio deiGelosi.

Chiusi il 7 marzo gli Stati Generali, lo Scala, prima di tornare in Italia, diede delle rappresentazioni a Parigi, in quella sala del Petit-Bourbon dove alcuni anni dopo, nel 1614, si sarebbero tenuti gli ultimi Stati Generali della Francia monarchica anteriore all'Ottantanove, e dove fra meno d'un secolo il figlio del tappezziere Poquelin avrebbe inaugurata la vera commedia moderna, cementando le macerie scomposte della nostra Commedia dell'arte. Ma la Compagnia si attirò anch'essa contro le ire delle confraternite e dei magistrati. E questa volta con maggior ragione, perchè i comici attiravano ai loro spettacoli tanta folla quanta non era quella che accorreva alle prediche dei quattro migliori predicatori di Parigi messa insieme! Lo attesta, brontolando nel segreto del suo diario, un membro del Parlamento. Il Re però fece sentire la sua voce e pesare la sua protezione; e quel magistrato brontolone notò: “la corruption de ce temps estant telle que les farceurs, bouffons, mignons,... avaient tout crédit auprès du roi„.

Era codesta Compagnia appunto che nei primi giorni del 1578 veniva a Firenze a metter lo scompiglio tra quei commediografi rivali. Il Lasca compose una specie di cartello per annunziarne l'arrivo, e sempre a strazio dei suoi prosuntuosi colleghi:


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