IIISalvatore Donadei stava scorrendo un fascio di giornali, che ingombravano la sua larga scrivania, quando l'usciere della redazione entrò per la seconda volta ad annunziargli che due signori, dei quali teneva in mano i biglietti da visita, chiedevan con insistenza d'esser ricevuti per una comunicazione urgentissima. Salvatore Donadei sollevò il capo selvoso, interruppe il segno azzurro che stava tracciando con una matita sul margine d'un articolo e domandò nervosamente:— Ma insomma, chi sono costoro? Cosa vogliono?L'usciere s'avanzò verso la scrivania e vi depose i due biglietti da visita, che il Donadei sbirciò in fretta: — «Saverio Metello, giornalista» — «avv. Tancredo Salvi»— Quest'ultimo, — illustrò l'usciere con un forte accento meridionale, — si dice fratellastro del defunto ingegnere Giorgio Fiesco. Vennero ieri e tornaron stamane; si dicono latori di una notizia che deve interessarla molto e rifiutano di abboccarsi con un qualsiasi redattore. Fanno anticamera dalle tre, ossia da un'ora e venti minuti. Mi sembran due persone pulite... — aggiunse con sussiego l'usciere loquace, il quale per tal modo si rivelava un profondo conoscitore d'uomini.— Seccature! — mormorò il Donadei, carezzandosi la barba quadrata.Rilesse attentamente i due biglietti da visita, indi soggiunse:— Via, sbrighiámoci! Fáteli entrare.[pg!261] E per non perder tempo riprese la lettura dell'articolo che andava sottolineando. Salvatore Donadei non credeva molto alle cose importanti, sopra tutto quando v'eran di mezzo un giornalista ed un avvocato; laonde alzò appena lo sguardo sopra gli occhiali d'oro per osservare que' due sconosciuti che, varcando la soglia, si piegavan automaticamente in un profondo inchino.— Onorevole! Onorevole!... — dissero insieme.Il Direttore della «Crociata», organo del partito cattolico, ch'egli rappresentava al Parlamento, rispose con un cenno lieve del capo ed in modo vago additò loro due seggiole. Saverio Metello si sentiva meno impacciato che non il suo compare Tancredo, forse perch'era più piccolo ed occupava meno spazio. Ma infine sedettero, il Metello a destra, Tancredo a sinistra della scrivania, e precisamente Saverio alla sinistra ed il Salvi alla destra dell'onorevole Salvatore Donadei, il quale faceva scivolare dall'uno all'altro un lento sguardo lumacoso dietro i suoi convessi occhiali d'oro.Tancredo che, poverino, era di nervi ultrasensibili ed aveva il brutto vizio d'analizzar le persone, anzi d'immaginarle a modo suo, non era punto soddisfatto della prima impressione che gli diede quella faccia. Il Metello invece se ne infischiava.Siccome il silenzio durava oltre quell'attimo che prepara ogni esordio, il Donadei raccolse i due biglietti da visita e li lesse ad alta voce con aria interrogativa.— L'avvocato Tancredo Salvi?— Son io! — esclamò costui, dando un piccolo sobbalzo su la sedia.— Saverio Metello? — fece il Donadei, volgendo il capo a sinistra.— Per servirla.Il direttore della «Crociata» li squadrò una seconda volta, serrandosi nel pugno la quadrata barba castana, e li esortò nervosamente:— Dicano, dicano pure.La mano grassa e villosa dell'onorevole tamburellava [pg!262] su la scrivania, facendo splendere un grosso brillante, che dava noia a Tancredo. La catenella d'oro degli occhiali gli dondolava sul rovescio della giacchetta nera. Infine Saverio trovò l'esordio.— È una cosa delicata, — incominciò con somma cautela, — così delicata che mi trovo impacciato nell'esporla, essendo questa la prima volta che ho l'onore di parlare con lei.— Per quanto delicata sia, loro han certo interesse a farmela sapere, dal momento che han sollecitato un convegno per parlarmi, — osservò l'onorevole, con l'urbana ironia d'un sorriso che gli scivolava giù dai labbri tumidi nella barba liscia.— Onorevole, — disse il Metello con un sottil riso, — mi permetta un breve preambolo ancora, poichè la ragione che ci persuase a venire da lei riuscirà certo ad interessarla più di quanto ella supponga. Nell'alta sua posizione politica e come Direttore d'un grande giornale cattolico, ella è forse troppo sovente assediato da importuni e da sollecitatori d'ogni genere perchè due sconosciuti non muovano in lei un senso di naturale diffidenza.— Affatto, affatto, — credè opportuno inframmettere l'onorevole Donadei.Ed il Metello con assoluta padronanza continuava:— Ecco, mi spiegherò in due parole. È avvenuto un fatto assolutamente imprevedibile, del quale siamo i primi ed i soli depositari. Fra tutte le persone alle quali questa rivelazione potrebbe interessare — e sono a un di presso tutti i più cospicui personaggi della politica e del giornalismo italiano — abbiamo scelto, onorevole, di far capo a lei.Tancredo ammirava senza limiti la disinvoltura del suo compagno e l'ascoltava guardandolo a bocc'aperta, quasi ch'egli stesse per rivelare un fatto a lui medesimo sconosciuto. Salvatore Donadei s'affondò mollemente nella poltrona di cuoio, e sollevando gli occhiali per la catenella d'oro se li riappinzò sul naso.[pg!263] — Ma, ecco, veda, egregio signor... egregio signor... — cercò il biglietto da visita e soggiunse: — Metello! Da quanto ella mi dice non comprendo bene due cose: nè qual genere di fatto «assolutamente imprevedibile» sia potuto accadere, nè per qual ragione loro abbiano scelto di dirigersi proprio a me.E con la sua bocca dolciastra fece un sorriso che non mancava d'arguzia.— Vuol permettermi, onorevole, ch'io cominci col rispondere alla sua seconda domanda?— Scelga lei, — fece l'onorevole con l'aria di chi deve prepararsi ad una lunga pazienza. Ed il Metello riprese:— Capitanare un partito politico vuol dire necessariamente avere un'idea da difendere, una da combattere; non solo, ma certi uomini da spalleggiare, altri da colpire, e da colpire, poichè son nefasti, quanto più si possa nel cuore.— L'uomo, l'uomo... — interruppe quietamente il Donadei, — è una faccenda secondaria. Non è mai contro gli uomini che si deve infierire.— Sì, certo. Ma quando è appunto un uomo, con la sua forza, con la sua potenza, con la sua dura volontà, quegli che rende inespugnabile tutto un ordine d'idee contro le quali si combatte, allora diventa inevitabile un duello del capo contro il capo, finchè il più forte vinca. Le pare?...Egli disse così dolcemente questo: — Le pare?... — che il Donadei lo guardò tre volte consecutive con una specie di maraviglia. Poi si risollevò alquanto su la poltrona dov'erasi affondato, la trasse un poco avanti contro la scrivania, su la quale si appoggiò con un gomito. Infine ammise, come per condiscendenza:— Già, già...Tancredo in quel mentre osservò che su l'anulare sinistro egli portava l'anello nuziale; onde si mise ad immaginare come poteva essere la moglie di quell'uomo capelluto e barbuto. Chissà per qual ragione, se la [pg!264] figurò alta, ossuta, ferrea, vestita severamente, con la pelle un po' giallastra, certe maniere brusche, una pettinatura stretta, la voce quasi virile. Nel medesimo tempo invidiava la genialità di Saverio Metello e si sentiva così lontano dal poter prender parte al discorso, che avrebbe quasi preferito non trovarsi lì.— Allora? — fece l'onorevole per spinger oltre quella conversazione che non gli pareva del tutto oziosa. Il Metello abbassò la faccia, quasi per dar prova di una rara modestia.— Non vorrei presumere troppo delle mie forze, — disse con umiltà, — se io credessi di poterla menomamente aiutare, dirò meglio secondare, in quella magnifica lotta che da molti anni ella sostiene con una tenacità coraggiosa ed infaticabile. Ho detto secondare, ma non è questa nemmeno la parola: dovrei dire «servirla», dovrei dire «mettere nelle sue mani quella terribile arma, di cui la sorte ci rese possessori e padroni.»L'onorevole aggrottò le ciglia e si passò una mano sui lisci capelli, d'un denso color castano, ch'eran divisi nel mezzo da una fina scriminatura. Così barbuto e capelluto, con gli occhiali a cerchi d'oro ed il compassato abito nero, aveva un aspetto indeciso fra il bibliotecario ed il prete armeno, con qualcosa d'ispirato e di subdolo nell'incerta fisionomia.— Egregi signori, — disse in tono declamatorio, — se andassimo avanti un pezzo con tali preamboli vedo che si rischierebbero due cose: la prima, di perdere gran tempo, la seconda, di non comprenderci affatto.— Ella infatti ha ragione, onorevole. Non abbiamo alcun interesse a perder tempo, ed ancor meno a tardare oltre nel comprenderci.Sorse in piedi, e puntando ambe le mani su la scrivania si protese un poco innanzi, verso l'uomo che l'ascoltava, poi disse con una specie di crudeltà sarcastica:— Onorevole Donadei, mi permetta una immagine. Come alla figlia di Erode, noi veniamo a portarle [pg!265] sopra un vassoio d'argento la testa recisa del suo nemico. In altre parole, noi siamo in grado di produrre istantaneamente la più clamorosa e più doverosa demolizione della quale possa oggi divenir spettatrice l'Italia!Poi si ritrasse con un moto repentino, e tornò a sedere, fissando co' suoi lucidi occhi bigi Tancredo che impallidiva. Egli non lo aveva seguito che parzialmente, ed era rimasto indietro a raccapezzarsi con la figlia di Erode. Ma, durante quel grave discorso, la faccia dell'onorevole si era fatta rossa e concitata, forse di maraviglia, forse di sdegno, sicchè il Metello temette di aver precipitate le cose. Infatti Salvatore Donadei durava uno sforzo, visibile in ogni muscolo della sua faccia, o per dominare una repentina collera o per riaversi da un eccessivo stupore. Come un uomo colto in fallo, cercò dapprima di schermirsi.— Non ho il bene di comprendere le sue similitudini, egregio signor Metello! — esclamò con sussiego. — Ma per sua regola mi pregio avvertirla che non son uso a barattare la testa di chicchessia sopra vassoi d'argento nè di alcun altro metallo!Saverio chinò la faccia e tacque. Solo, dopo una pausa, rispose:— Certamente mi sono espresso male.— Molto male! — asserì con intendimento l'onorevole Donadei. — Ed in primo luogo mi piacerebbe sapere per qual verso ella supponga di conoscere i miei giurati avversari, e mi presti l'idea di volerli sbaragliare con ferro e con fuoco?Saverio tacque ancora, ma un risolino beffardo increspò la sua bocca. La voce dell'onorevole si fece più sardonica nel chiedere ambiguamente:— E il nome? Quale mai sarebbe il nome di questo San Giovanni Decollato?— Credevo, — spiegò il Metello con audacia, — che si trattasse di Andrea Ferento.— Ah, vedo... — fece l'onorevole con una voce bianca. E ripetè ancora due volte: — Vedo, vedo...[pg!266] Il Metello s'accorse che la sua temerità non era stata vana e pensò d'incalzare.— Ho preferito entrar in argomento con parole esplicite, anzichè tergiversare. Comprendo che la mia sincerità possa parerle un'indiscrezione, tuttavia...— Tuttavia sono stupefatto ch'ella voglia insistere! — l'interruppe il Donadei, senza un soverchio sdegno.— Tuttavia, — insistè il Metello, — mi permetto di farle osservare, a mia difesa, che, se mi sono ingannato nell'attribuirle un nemico immaginario, dieci anni di attenzione indefessa alla sua opera valorosa eran là per convincermi di questo errore, poichè la vita degli uomini che governano i partiti cade necessariamente in dominio del pubblico e sopra tutto dei loro partigiani. Le passioni, gli odî, gli amori, le sconfitte o le vittorie d'un capo non appartengono a lui solo.— Ma, scusi, — l'interruppe il Donadei con un vibrato risentimento, — io non mi sono ancor presa licenza di chiederle chi ella sia veramente, nè sotto qual veste si arroghi la libertà di parlarmi in tal modo!— Io sono stato fino ad oggi un semplice spettatore, onorevole Donadei! Ma uno spettatore che di punto in bianco s'alza dalla platea ed affronta la scena per rappresentarvi una parte capitale.Tancredo non aveva mai conosciuto al suo compare uno stile così altisonante, e ne restava sbalordito, soggiogato, come di fronte ad una rivelazione. Lo stesso Donadei parve sorpreso d'una così tranquilla sicurezza, ed avrebbe voluto rivolgergli un gran numero di domande, che ancora gli parvero inopportune.Saverio Metello si stropicciò le mani, le sue mani aride, giallastre, che parevan due nervosi artigli, quindi ricominciò:— L'uomo che non è stato finora alla mercè di nessuno aveva, come il Colosso di Rodi, i piedi d'argilla. Ora è nelle nostre mani, e possiamo d'un colpo stenderlo a terra, per sempre.[pg!267] La sua faccia splendeva d'un malvagio lume; le palpebre raggrinzite gli battevano sui piccoli occhi bigi.Salvatore Donadei si raccolse di nuovo nel palmo la fosca barba quadrata, ed insaccando il collo nel largo solino ammiccava di qua, di là, fuggevolmente, quasi per dissimulare la sua tentazione di scendere a patti con que' due sconosciuti.— Ma tutto questo non è possibile! — esclamò, dopo una lunga pausa, guardando con una specie di compassione que' due meschini uomini che pretendevano di aver catturata una così bella preda.— Impossibile! assurdo! — esclamò ancora, scrollando le spalle, e con la voce dell'uomo il quale rinunzi a nutrire un'illusione troppo diversa dalla realtà.Questo era il punto cui lo attendeva Saverio. Lo stesso Tancredo si gonfiò d'un tal sorriso di sufficienza e di potenza che avrebbe da sè solo debellata la più tenace incredulità.— È quello che vedremo! — disse a fior di labbro, aggrottando la fronte.— Tutto questo infatti, — ammise il Metello, — ha l'aria d'una favola, o per lo meno d'una millanteria. Ma so che il suo tempo è prezioso, onorevole, e non sarei certo venuto a farglielo sprecare inutilmente. Inoltre so di trovarmi dinanzi ad un uomo il quale ha bisogno di prove, non di sussurri, e non vuole daghe di cartapesta ma buone lame da combattimento. Insomma, onorevole Donadei, se io le dessi la prova tangibile di quel che ora le affermo?— Sarebbe un altro conto, — si lasciò sfuggire il Direttore della «Crociata». Ma si riprese tosto, ed aggiunse un: «Ossia...», cui dovette cercare il sèguito. — Ossia, come Direttore d'un giornale cattolico, mi presterei volentieri all'esame di questa faccenda.— Esaminiamo, — disse il Metello pacatamente, con un respiro di sollievo.— Ma no, ma no, ella precipita!— Non precipito affatto, onorevole: io comincio appena. E comincerò con un'ipotesi... Vuole?[pg!268] Salvatore Donadei, con il palmo della sua mano grassa e villosa carezzava il bracciuolo della poltrona di cuoio; la barba gli nascondeva il mento poggiato su l'ampia cravatta nera; la catenella d'oro degli occhiali, passata dietro l'orecchio sinistro, gli dondolava su la spalla mal costrutta e pesante.Saverio, a sua volta, si abbandonò contro la spalliera della seggiola, e, diméntico dell'ipotesi, fece quest'affermazione tranquillamente recisa:— Noi due, qui presenti, l'avvocato Tancredo Salvi ed io stesso in persona, il giornalista Saverio Metello, abbiamo quel tanto che basta per denunziare Andrea Ferento al Procuratore del Re.Avessegli fatto scoppiare un petardo sotto la poltrona, l'onorevole non avrebbe dato un simile sobbalzo.— Cosa diavolo? cosa diavolo?... — cominciò a balbettare. Divenne rosso apoplettico ed arrotolò la sua barba quadrata in una specie di lungo pungiglione, che gli sfuggiva dalle dita sparpagliandosi a ciuffi. Poi disse: — Zitti ... zitti! — E levatosi, andò ad accertarsi che le due porte fossero ben serrate, quella sopra tutto che immetteva nel corridoio ed era una porta vetrata. Il Metello profittò di quella pausa per strizzare l'occhio a Tancredo.— Anzi, è una cosa certa, — soggiunse. — Noi denunzieremo Andrea Ferento al Procuratore del Re.— Zitto, zitto... — suggeriva l'onorevole, tornando verso la scrivania. Tancredo l'osservava nel frattempo con una specie d'avversione invincibile.Era piuttosto alto e tozzo, con il capo leggermente piegato su la spalla sinistra, molto più larga e più bassa dell'altra, la quale invece gli si raggruppava contro il collo dandogli così un'apparenza, non di gobbezza, ma di estrema goffaggine. La marsina, sciupata nelle falde, gli faceva molte grinze al sommo del dorso incurvato; il bavero gli entrava sotto la folta capigliatura, che impolverava la schiena d'una forfora biancastra. I [pg!269] polsi grassi occupavan interamente i polsini rotondi, ch'erano chiusi da un largo bottone di corniola, mentre una doppia catena d'oro, passando per un occhiello del panciotto, scendeva con due curve abbondanti a nascondersi nei taschini opposti.La faccia, tra capelli e barba, era quasi tutta occupata da un'alta fronte convessa, che pareva gonfia di cervello ed esprimeva una certa quale potenza bovina e quadrata, la quale metteva un non so che di spazioso in quella ingrata fisionomia.Egli tornò a sedere nella poltrona di cuoio, e chinatosi verso il Metello, con un sorriso viscido si mise l'índice su la bocca.— Non parliamo forte, mi raccomando...Il Metello accennò di aver compreso e tacque. Allora il Donadei si rivolse a Tancredo come per interrogarlo, poi di nuovo si piegò verso il Metello, bisbigliando:— Ma è poi vero quello che loro mi dicono? È mai possibile che la loro denunzia contenga un fondamento serio?— Dica una certezza, onorevole! O, volendo essere prudenti all'eccesso, dica una presunzione di verità così forte, che ne' suoi effetti equivale ad una prova inconfutabile.— Ah, ma queste prove... queste prove per ora mancano?...— Ne abbiamo ad usura! Prove indiziarie e testimoniali, s'intende, ma che basteranno allo scopo, non dubiti.— Insomma ella si diverte a trascinarmi per un labirinto nel quale non vedo che tenebra!— Eppure, — disse il Metello con prontezza, — lei solo può tendermi quel filo d'Arianna che ci condurrà verso la luce.— Sarebbe?... — interrogò l'onorevole con una voce opaca.Il Metello rispose con soavità:[pg!270] — Quando si è nel buio, e si vuol entrambi andare verso una meta, è qualche volta necessario tendersi la mano anche fra sconosciuti.— Le sue metafore, signor Metello, sono abbastanza eloquenti!— Non è colpa mia, onorevole! — si scusò il Metello col suo più modesto sorriso. — Che vuole? Abbiamo condotta un'istruttoria lunga, laboriosa, pericolosa; da un piccolo indizio, da un fatto quasi trascurabile, che sarebbe sfuggito ad altri, noi ci siamo accinti ad una impresa che poteva parere, non dico assurda, ma cento volte pazza e fantastica. Siamo stati in un certo senso i Cavalieri dell'Ideale, abbiamo incatenate le ali dei mulini a vento... Ed ora, éccoci qui a dirle che la nostra opera è compiuta, l'istruttoria è chiusa, e noi siamo arbitri, sia di abbattere quest'uomo che di accordargli l'impunità... Ed abbiamo risolto di far scegliere a lei quale, fra le due cose, preferisca.Da uomo astuto il Donadei certo comprese quel mercato che gli si proponeva, ma finse di non avvedersene e disse in tono declamatorio:— Io non ho, signor Metello, altra preferenza che quella di seguire in tutte le mie azioni l'onestà e la giustizia.— Per questo appunto siamo venuti ad importunarla, onorevole Donadei, — rispose il Metello con tanta naturalezza, che la sottile ironia delle sue parole parve inafferrabile.— Sicchè? — fece il Donadei, grattandosi la fronte. — Concludiamo.— Volontieri, — disse il Metello. — Si tratta...— Si tratta innanzi tutto, — lo interruppe l'onorevole con una voce sbrigativa, — di dimostrarmi che i fatti stanno come loro affermano, cioè che non si siano per caso fatta un'illusione qualsiasi, nè involontariamente, nè...[pg!271] — Va bene, — rispose con semplicità il Metello davanti a quella pausa.— Questa è sopra tutto la cosa che m'interessa, — incalzò nervosamente il Donadei. — Perch'ella mi vorrà concedere che, davanti ad un fatto così enorme, io debba sollevare i miei legittimi dubbi e creda necessario di appurare in modo concreto le sue affermazioni.Saverio Metello si guardò le unghie, simulando una specie di esitazione, poi disse con aria pudica:— Ella comprenderà bene, onorevole, che appunto perchè siamo depositari, non di cose fantastiche, ma di assolute verità, lo scopo che ci condusse qui non poteva essere uno scopo semplicemente, come direi?... platonico.Di nuovo l'onorevole preferì non comprendere. Trasse dal taschino del panciotto un cronometro d'oro voluminoso, ed appressátolo all'orecchio l'ascoltò con attenzione.— I documenti che sono in nostro possesso, — precisò il Metello, — e l'azione che noi, anzi noi due soli, possiamo svolgere, assumendone intera la responsabilità, rappresentan un valore altrettanto ragguardevole, quanto è spaventoso l'effetto che sono destinati a produrre.— Ella vuol alludere, se non erro, ad un valore finanziario? — disse deliberatamente l'onorevole Donadei.— Voglio alludere, — spiegò il Metello senza turbarsi, e valendosi d'un'amabile perifrasi, — alla certezza in cui siamo di poter scegliere a nostro beneplacito fra l'accusa ed il silenzio. Ella sola è arbitra fra le due soluzioni e può, come le aggrada, persuaderci a volere sia la rovina come la salvezza di quell'uomo.— Perdoni, perdoni... — l'interruppe ancor più nervoso l'onorevole Donadei, — ma non è questo il [pg!272] luogo per parlare di simili cose, tanto più che il tempo stringe.Si passò le dita fra i capelli, con l'attitudine di una persona che stia dibattendosi fra la diffidenza e la tentazione; poi disse con frasi veloci:— Certo, certo, quanto ella è qui venuto a riferire non manca d'impensierirmi gravemente... Non ho luogo di sospettare ch'ella si faccia illusioni, tanto più che uno di loro, se bene intesi, deve appartenere alla famiglia d'un uomo che ho molto apprezzato e venerato: Giorgio Fiesco.— Io, per l'appunto. Eravamo fratelli, fratellastri... — precisò Tancredo, con modestia e con malinconia.— Ottimamente, ottimamente! E poi non vedo quale scopo li avrebbe indotti a venire da me, se le cose non fossero quali mi affermano... Però, ecco, vedano, a me preme anzi tutto far loro una dichiarazione. Ed è questa: che nessun motivo d'animosità privata, nessuna ragione d'odio, nè di rancore, nè di passione mia propria, mi spinge ad accanirmi contro quest'uomo cui loro si propongono di muover guerra. In lui non vidi finora che l'avversario del mio principio, il negatore della mia fede, ma anzi un bello e nobile avversario. Non potrei dunque partecipare a tutto ciò, se non nella mia veste di uomo politico e per quel dovere imprescindibile che mi viene imposto dalla mia qualità di Direttore d'un giornale cattolico.— S'intende... — mormorò il Metello con un fil di voce.— Insomma sentano, — concluse il Donadei; — sarebbe assai meglio se loro potessero venire a casa mia, dove si discuterebbe con maggiore tranquillità.I suoi occhi profondi guizzavano dietro gli occhiali, con una rapidità sinistra.— A' suoi ordini, onorevole, — rispose il Metello. — E quando?— Per esempio, se loro son liberi, anche stasera...[pg!273]
IIISalvatore Donadei stava scorrendo un fascio di giornali, che ingombravano la sua larga scrivania, quando l'usciere della redazione entrò per la seconda volta ad annunziargli che due signori, dei quali teneva in mano i biglietti da visita, chiedevan con insistenza d'esser ricevuti per una comunicazione urgentissima. Salvatore Donadei sollevò il capo selvoso, interruppe il segno azzurro che stava tracciando con una matita sul margine d'un articolo e domandò nervosamente:— Ma insomma, chi sono costoro? Cosa vogliono?L'usciere s'avanzò verso la scrivania e vi depose i due biglietti da visita, che il Donadei sbirciò in fretta: — «Saverio Metello, giornalista» — «avv. Tancredo Salvi»— Quest'ultimo, — illustrò l'usciere con un forte accento meridionale, — si dice fratellastro del defunto ingegnere Giorgio Fiesco. Vennero ieri e tornaron stamane; si dicono latori di una notizia che deve interessarla molto e rifiutano di abboccarsi con un qualsiasi redattore. Fanno anticamera dalle tre, ossia da un'ora e venti minuti. Mi sembran due persone pulite... — aggiunse con sussiego l'usciere loquace, il quale per tal modo si rivelava un profondo conoscitore d'uomini.— Seccature! — mormorò il Donadei, carezzandosi la barba quadrata.Rilesse attentamente i due biglietti da visita, indi soggiunse:— Via, sbrighiámoci! Fáteli entrare.[pg!261] E per non perder tempo riprese la lettura dell'articolo che andava sottolineando. Salvatore Donadei non credeva molto alle cose importanti, sopra tutto quando v'eran di mezzo un giornalista ed un avvocato; laonde alzò appena lo sguardo sopra gli occhiali d'oro per osservare que' due sconosciuti che, varcando la soglia, si piegavan automaticamente in un profondo inchino.— Onorevole! Onorevole!... — dissero insieme.Il Direttore della «Crociata», organo del partito cattolico, ch'egli rappresentava al Parlamento, rispose con un cenno lieve del capo ed in modo vago additò loro due seggiole. Saverio Metello si sentiva meno impacciato che non il suo compare Tancredo, forse perch'era più piccolo ed occupava meno spazio. Ma infine sedettero, il Metello a destra, Tancredo a sinistra della scrivania, e precisamente Saverio alla sinistra ed il Salvi alla destra dell'onorevole Salvatore Donadei, il quale faceva scivolare dall'uno all'altro un lento sguardo lumacoso dietro i suoi convessi occhiali d'oro.Tancredo che, poverino, era di nervi ultrasensibili ed aveva il brutto vizio d'analizzar le persone, anzi d'immaginarle a modo suo, non era punto soddisfatto della prima impressione che gli diede quella faccia. Il Metello invece se ne infischiava.Siccome il silenzio durava oltre quell'attimo che prepara ogni esordio, il Donadei raccolse i due biglietti da visita e li lesse ad alta voce con aria interrogativa.— L'avvocato Tancredo Salvi?— Son io! — esclamò costui, dando un piccolo sobbalzo su la sedia.— Saverio Metello? — fece il Donadei, volgendo il capo a sinistra.— Per servirla.Il direttore della «Crociata» li squadrò una seconda volta, serrandosi nel pugno la quadrata barba castana, e li esortò nervosamente:— Dicano, dicano pure.La mano grassa e villosa dell'onorevole tamburellava [pg!262] su la scrivania, facendo splendere un grosso brillante, che dava noia a Tancredo. La catenella d'oro degli occhiali gli dondolava sul rovescio della giacchetta nera. Infine Saverio trovò l'esordio.— È una cosa delicata, — incominciò con somma cautela, — così delicata che mi trovo impacciato nell'esporla, essendo questa la prima volta che ho l'onore di parlare con lei.— Per quanto delicata sia, loro han certo interesse a farmela sapere, dal momento che han sollecitato un convegno per parlarmi, — osservò l'onorevole, con l'urbana ironia d'un sorriso che gli scivolava giù dai labbri tumidi nella barba liscia.— Onorevole, — disse il Metello con un sottil riso, — mi permetta un breve preambolo ancora, poichè la ragione che ci persuase a venire da lei riuscirà certo ad interessarla più di quanto ella supponga. Nell'alta sua posizione politica e come Direttore d'un grande giornale cattolico, ella è forse troppo sovente assediato da importuni e da sollecitatori d'ogni genere perchè due sconosciuti non muovano in lei un senso di naturale diffidenza.— Affatto, affatto, — credè opportuno inframmettere l'onorevole Donadei.Ed il Metello con assoluta padronanza continuava:— Ecco, mi spiegherò in due parole. È avvenuto un fatto assolutamente imprevedibile, del quale siamo i primi ed i soli depositari. Fra tutte le persone alle quali questa rivelazione potrebbe interessare — e sono a un di presso tutti i più cospicui personaggi della politica e del giornalismo italiano — abbiamo scelto, onorevole, di far capo a lei.Tancredo ammirava senza limiti la disinvoltura del suo compagno e l'ascoltava guardandolo a bocc'aperta, quasi ch'egli stesse per rivelare un fatto a lui medesimo sconosciuto. Salvatore Donadei s'affondò mollemente nella poltrona di cuoio, e sollevando gli occhiali per la catenella d'oro se li riappinzò sul naso.[pg!263] — Ma, ecco, veda, egregio signor... egregio signor... — cercò il biglietto da visita e soggiunse: — Metello! Da quanto ella mi dice non comprendo bene due cose: nè qual genere di fatto «assolutamente imprevedibile» sia potuto accadere, nè per qual ragione loro abbiano scelto di dirigersi proprio a me.E con la sua bocca dolciastra fece un sorriso che non mancava d'arguzia.— Vuol permettermi, onorevole, ch'io cominci col rispondere alla sua seconda domanda?— Scelga lei, — fece l'onorevole con l'aria di chi deve prepararsi ad una lunga pazienza. Ed il Metello riprese:— Capitanare un partito politico vuol dire necessariamente avere un'idea da difendere, una da combattere; non solo, ma certi uomini da spalleggiare, altri da colpire, e da colpire, poichè son nefasti, quanto più si possa nel cuore.— L'uomo, l'uomo... — interruppe quietamente il Donadei, — è una faccenda secondaria. Non è mai contro gli uomini che si deve infierire.— Sì, certo. Ma quando è appunto un uomo, con la sua forza, con la sua potenza, con la sua dura volontà, quegli che rende inespugnabile tutto un ordine d'idee contro le quali si combatte, allora diventa inevitabile un duello del capo contro il capo, finchè il più forte vinca. Le pare?...Egli disse così dolcemente questo: — Le pare?... — che il Donadei lo guardò tre volte consecutive con una specie di maraviglia. Poi si risollevò alquanto su la poltrona dov'erasi affondato, la trasse un poco avanti contro la scrivania, su la quale si appoggiò con un gomito. Infine ammise, come per condiscendenza:— Già, già...Tancredo in quel mentre osservò che su l'anulare sinistro egli portava l'anello nuziale; onde si mise ad immaginare come poteva essere la moglie di quell'uomo capelluto e barbuto. Chissà per qual ragione, se la [pg!264] figurò alta, ossuta, ferrea, vestita severamente, con la pelle un po' giallastra, certe maniere brusche, una pettinatura stretta, la voce quasi virile. Nel medesimo tempo invidiava la genialità di Saverio Metello e si sentiva così lontano dal poter prender parte al discorso, che avrebbe quasi preferito non trovarsi lì.— Allora? — fece l'onorevole per spinger oltre quella conversazione che non gli pareva del tutto oziosa. Il Metello abbassò la faccia, quasi per dar prova di una rara modestia.— Non vorrei presumere troppo delle mie forze, — disse con umiltà, — se io credessi di poterla menomamente aiutare, dirò meglio secondare, in quella magnifica lotta che da molti anni ella sostiene con una tenacità coraggiosa ed infaticabile. Ho detto secondare, ma non è questa nemmeno la parola: dovrei dire «servirla», dovrei dire «mettere nelle sue mani quella terribile arma, di cui la sorte ci rese possessori e padroni.»L'onorevole aggrottò le ciglia e si passò una mano sui lisci capelli, d'un denso color castano, ch'eran divisi nel mezzo da una fina scriminatura. Così barbuto e capelluto, con gli occhiali a cerchi d'oro ed il compassato abito nero, aveva un aspetto indeciso fra il bibliotecario ed il prete armeno, con qualcosa d'ispirato e di subdolo nell'incerta fisionomia.— Egregi signori, — disse in tono declamatorio, — se andassimo avanti un pezzo con tali preamboli vedo che si rischierebbero due cose: la prima, di perdere gran tempo, la seconda, di non comprenderci affatto.— Ella infatti ha ragione, onorevole. Non abbiamo alcun interesse a perder tempo, ed ancor meno a tardare oltre nel comprenderci.Sorse in piedi, e puntando ambe le mani su la scrivania si protese un poco innanzi, verso l'uomo che l'ascoltava, poi disse con una specie di crudeltà sarcastica:— Onorevole Donadei, mi permetta una immagine. Come alla figlia di Erode, noi veniamo a portarle [pg!265] sopra un vassoio d'argento la testa recisa del suo nemico. In altre parole, noi siamo in grado di produrre istantaneamente la più clamorosa e più doverosa demolizione della quale possa oggi divenir spettatrice l'Italia!Poi si ritrasse con un moto repentino, e tornò a sedere, fissando co' suoi lucidi occhi bigi Tancredo che impallidiva. Egli non lo aveva seguito che parzialmente, ed era rimasto indietro a raccapezzarsi con la figlia di Erode. Ma, durante quel grave discorso, la faccia dell'onorevole si era fatta rossa e concitata, forse di maraviglia, forse di sdegno, sicchè il Metello temette di aver precipitate le cose. Infatti Salvatore Donadei durava uno sforzo, visibile in ogni muscolo della sua faccia, o per dominare una repentina collera o per riaversi da un eccessivo stupore. Come un uomo colto in fallo, cercò dapprima di schermirsi.— Non ho il bene di comprendere le sue similitudini, egregio signor Metello! — esclamò con sussiego. — Ma per sua regola mi pregio avvertirla che non son uso a barattare la testa di chicchessia sopra vassoi d'argento nè di alcun altro metallo!Saverio chinò la faccia e tacque. Solo, dopo una pausa, rispose:— Certamente mi sono espresso male.— Molto male! — asserì con intendimento l'onorevole Donadei. — Ed in primo luogo mi piacerebbe sapere per qual verso ella supponga di conoscere i miei giurati avversari, e mi presti l'idea di volerli sbaragliare con ferro e con fuoco?Saverio tacque ancora, ma un risolino beffardo increspò la sua bocca. La voce dell'onorevole si fece più sardonica nel chiedere ambiguamente:— E il nome? Quale mai sarebbe il nome di questo San Giovanni Decollato?— Credevo, — spiegò il Metello con audacia, — che si trattasse di Andrea Ferento.— Ah, vedo... — fece l'onorevole con una voce bianca. E ripetè ancora due volte: — Vedo, vedo...[pg!266] Il Metello s'accorse che la sua temerità non era stata vana e pensò d'incalzare.— Ho preferito entrar in argomento con parole esplicite, anzichè tergiversare. Comprendo che la mia sincerità possa parerle un'indiscrezione, tuttavia...— Tuttavia sono stupefatto ch'ella voglia insistere! — l'interruppe il Donadei, senza un soverchio sdegno.— Tuttavia, — insistè il Metello, — mi permetto di farle osservare, a mia difesa, che, se mi sono ingannato nell'attribuirle un nemico immaginario, dieci anni di attenzione indefessa alla sua opera valorosa eran là per convincermi di questo errore, poichè la vita degli uomini che governano i partiti cade necessariamente in dominio del pubblico e sopra tutto dei loro partigiani. Le passioni, gli odî, gli amori, le sconfitte o le vittorie d'un capo non appartengono a lui solo.— Ma, scusi, — l'interruppe il Donadei con un vibrato risentimento, — io non mi sono ancor presa licenza di chiederle chi ella sia veramente, nè sotto qual veste si arroghi la libertà di parlarmi in tal modo!— Io sono stato fino ad oggi un semplice spettatore, onorevole Donadei! Ma uno spettatore che di punto in bianco s'alza dalla platea ed affronta la scena per rappresentarvi una parte capitale.Tancredo non aveva mai conosciuto al suo compare uno stile così altisonante, e ne restava sbalordito, soggiogato, come di fronte ad una rivelazione. Lo stesso Donadei parve sorpreso d'una così tranquilla sicurezza, ed avrebbe voluto rivolgergli un gran numero di domande, che ancora gli parvero inopportune.Saverio Metello si stropicciò le mani, le sue mani aride, giallastre, che parevan due nervosi artigli, quindi ricominciò:— L'uomo che non è stato finora alla mercè di nessuno aveva, come il Colosso di Rodi, i piedi d'argilla. Ora è nelle nostre mani, e possiamo d'un colpo stenderlo a terra, per sempre.[pg!267] La sua faccia splendeva d'un malvagio lume; le palpebre raggrinzite gli battevano sui piccoli occhi bigi.Salvatore Donadei si raccolse di nuovo nel palmo la fosca barba quadrata, ed insaccando il collo nel largo solino ammiccava di qua, di là, fuggevolmente, quasi per dissimulare la sua tentazione di scendere a patti con que' due sconosciuti.— Ma tutto questo non è possibile! — esclamò, dopo una lunga pausa, guardando con una specie di compassione que' due meschini uomini che pretendevano di aver catturata una così bella preda.— Impossibile! assurdo! — esclamò ancora, scrollando le spalle, e con la voce dell'uomo il quale rinunzi a nutrire un'illusione troppo diversa dalla realtà.Questo era il punto cui lo attendeva Saverio. Lo stesso Tancredo si gonfiò d'un tal sorriso di sufficienza e di potenza che avrebbe da sè solo debellata la più tenace incredulità.— È quello che vedremo! — disse a fior di labbro, aggrottando la fronte.— Tutto questo infatti, — ammise il Metello, — ha l'aria d'una favola, o per lo meno d'una millanteria. Ma so che il suo tempo è prezioso, onorevole, e non sarei certo venuto a farglielo sprecare inutilmente. Inoltre so di trovarmi dinanzi ad un uomo il quale ha bisogno di prove, non di sussurri, e non vuole daghe di cartapesta ma buone lame da combattimento. Insomma, onorevole Donadei, se io le dessi la prova tangibile di quel che ora le affermo?— Sarebbe un altro conto, — si lasciò sfuggire il Direttore della «Crociata». Ma si riprese tosto, ed aggiunse un: «Ossia...», cui dovette cercare il sèguito. — Ossia, come Direttore d'un giornale cattolico, mi presterei volentieri all'esame di questa faccenda.— Esaminiamo, — disse il Metello pacatamente, con un respiro di sollievo.— Ma no, ma no, ella precipita!— Non precipito affatto, onorevole: io comincio appena. E comincerò con un'ipotesi... Vuole?[pg!268] Salvatore Donadei, con il palmo della sua mano grassa e villosa carezzava il bracciuolo della poltrona di cuoio; la barba gli nascondeva il mento poggiato su l'ampia cravatta nera; la catenella d'oro degli occhiali, passata dietro l'orecchio sinistro, gli dondolava su la spalla mal costrutta e pesante.Saverio, a sua volta, si abbandonò contro la spalliera della seggiola, e, diméntico dell'ipotesi, fece quest'affermazione tranquillamente recisa:— Noi due, qui presenti, l'avvocato Tancredo Salvi ed io stesso in persona, il giornalista Saverio Metello, abbiamo quel tanto che basta per denunziare Andrea Ferento al Procuratore del Re.Avessegli fatto scoppiare un petardo sotto la poltrona, l'onorevole non avrebbe dato un simile sobbalzo.— Cosa diavolo? cosa diavolo?... — cominciò a balbettare. Divenne rosso apoplettico ed arrotolò la sua barba quadrata in una specie di lungo pungiglione, che gli sfuggiva dalle dita sparpagliandosi a ciuffi. Poi disse: — Zitti ... zitti! — E levatosi, andò ad accertarsi che le due porte fossero ben serrate, quella sopra tutto che immetteva nel corridoio ed era una porta vetrata. Il Metello profittò di quella pausa per strizzare l'occhio a Tancredo.— Anzi, è una cosa certa, — soggiunse. — Noi denunzieremo Andrea Ferento al Procuratore del Re.— Zitto, zitto... — suggeriva l'onorevole, tornando verso la scrivania. Tancredo l'osservava nel frattempo con una specie d'avversione invincibile.Era piuttosto alto e tozzo, con il capo leggermente piegato su la spalla sinistra, molto più larga e più bassa dell'altra, la quale invece gli si raggruppava contro il collo dandogli così un'apparenza, non di gobbezza, ma di estrema goffaggine. La marsina, sciupata nelle falde, gli faceva molte grinze al sommo del dorso incurvato; il bavero gli entrava sotto la folta capigliatura, che impolverava la schiena d'una forfora biancastra. I [pg!269] polsi grassi occupavan interamente i polsini rotondi, ch'erano chiusi da un largo bottone di corniola, mentre una doppia catena d'oro, passando per un occhiello del panciotto, scendeva con due curve abbondanti a nascondersi nei taschini opposti.La faccia, tra capelli e barba, era quasi tutta occupata da un'alta fronte convessa, che pareva gonfia di cervello ed esprimeva una certa quale potenza bovina e quadrata, la quale metteva un non so che di spazioso in quella ingrata fisionomia.Egli tornò a sedere nella poltrona di cuoio, e chinatosi verso il Metello, con un sorriso viscido si mise l'índice su la bocca.— Non parliamo forte, mi raccomando...Il Metello accennò di aver compreso e tacque. Allora il Donadei si rivolse a Tancredo come per interrogarlo, poi di nuovo si piegò verso il Metello, bisbigliando:— Ma è poi vero quello che loro mi dicono? È mai possibile che la loro denunzia contenga un fondamento serio?— Dica una certezza, onorevole! O, volendo essere prudenti all'eccesso, dica una presunzione di verità così forte, che ne' suoi effetti equivale ad una prova inconfutabile.— Ah, ma queste prove... queste prove per ora mancano?...— Ne abbiamo ad usura! Prove indiziarie e testimoniali, s'intende, ma che basteranno allo scopo, non dubiti.— Insomma ella si diverte a trascinarmi per un labirinto nel quale non vedo che tenebra!— Eppure, — disse il Metello con prontezza, — lei solo può tendermi quel filo d'Arianna che ci condurrà verso la luce.— Sarebbe?... — interrogò l'onorevole con una voce opaca.Il Metello rispose con soavità:[pg!270] — Quando si è nel buio, e si vuol entrambi andare verso una meta, è qualche volta necessario tendersi la mano anche fra sconosciuti.— Le sue metafore, signor Metello, sono abbastanza eloquenti!— Non è colpa mia, onorevole! — si scusò il Metello col suo più modesto sorriso. — Che vuole? Abbiamo condotta un'istruttoria lunga, laboriosa, pericolosa; da un piccolo indizio, da un fatto quasi trascurabile, che sarebbe sfuggito ad altri, noi ci siamo accinti ad una impresa che poteva parere, non dico assurda, ma cento volte pazza e fantastica. Siamo stati in un certo senso i Cavalieri dell'Ideale, abbiamo incatenate le ali dei mulini a vento... Ed ora, éccoci qui a dirle che la nostra opera è compiuta, l'istruttoria è chiusa, e noi siamo arbitri, sia di abbattere quest'uomo che di accordargli l'impunità... Ed abbiamo risolto di far scegliere a lei quale, fra le due cose, preferisca.Da uomo astuto il Donadei certo comprese quel mercato che gli si proponeva, ma finse di non avvedersene e disse in tono declamatorio:— Io non ho, signor Metello, altra preferenza che quella di seguire in tutte le mie azioni l'onestà e la giustizia.— Per questo appunto siamo venuti ad importunarla, onorevole Donadei, — rispose il Metello con tanta naturalezza, che la sottile ironia delle sue parole parve inafferrabile.— Sicchè? — fece il Donadei, grattandosi la fronte. — Concludiamo.— Volontieri, — disse il Metello. — Si tratta...— Si tratta innanzi tutto, — lo interruppe l'onorevole con una voce sbrigativa, — di dimostrarmi che i fatti stanno come loro affermano, cioè che non si siano per caso fatta un'illusione qualsiasi, nè involontariamente, nè...[pg!271] — Va bene, — rispose con semplicità il Metello davanti a quella pausa.— Questa è sopra tutto la cosa che m'interessa, — incalzò nervosamente il Donadei. — Perch'ella mi vorrà concedere che, davanti ad un fatto così enorme, io debba sollevare i miei legittimi dubbi e creda necessario di appurare in modo concreto le sue affermazioni.Saverio Metello si guardò le unghie, simulando una specie di esitazione, poi disse con aria pudica:— Ella comprenderà bene, onorevole, che appunto perchè siamo depositari, non di cose fantastiche, ma di assolute verità, lo scopo che ci condusse qui non poteva essere uno scopo semplicemente, come direi?... platonico.Di nuovo l'onorevole preferì non comprendere. Trasse dal taschino del panciotto un cronometro d'oro voluminoso, ed appressátolo all'orecchio l'ascoltò con attenzione.— I documenti che sono in nostro possesso, — precisò il Metello, — e l'azione che noi, anzi noi due soli, possiamo svolgere, assumendone intera la responsabilità, rappresentan un valore altrettanto ragguardevole, quanto è spaventoso l'effetto che sono destinati a produrre.— Ella vuol alludere, se non erro, ad un valore finanziario? — disse deliberatamente l'onorevole Donadei.— Voglio alludere, — spiegò il Metello senza turbarsi, e valendosi d'un'amabile perifrasi, — alla certezza in cui siamo di poter scegliere a nostro beneplacito fra l'accusa ed il silenzio. Ella sola è arbitra fra le due soluzioni e può, come le aggrada, persuaderci a volere sia la rovina come la salvezza di quell'uomo.— Perdoni, perdoni... — l'interruppe ancor più nervoso l'onorevole Donadei, — ma non è questo il [pg!272] luogo per parlare di simili cose, tanto più che il tempo stringe.Si passò le dita fra i capelli, con l'attitudine di una persona che stia dibattendosi fra la diffidenza e la tentazione; poi disse con frasi veloci:— Certo, certo, quanto ella è qui venuto a riferire non manca d'impensierirmi gravemente... Non ho luogo di sospettare ch'ella si faccia illusioni, tanto più che uno di loro, se bene intesi, deve appartenere alla famiglia d'un uomo che ho molto apprezzato e venerato: Giorgio Fiesco.— Io, per l'appunto. Eravamo fratelli, fratellastri... — precisò Tancredo, con modestia e con malinconia.— Ottimamente, ottimamente! E poi non vedo quale scopo li avrebbe indotti a venire da me, se le cose non fossero quali mi affermano... Però, ecco, vedano, a me preme anzi tutto far loro una dichiarazione. Ed è questa: che nessun motivo d'animosità privata, nessuna ragione d'odio, nè di rancore, nè di passione mia propria, mi spinge ad accanirmi contro quest'uomo cui loro si propongono di muover guerra. In lui non vidi finora che l'avversario del mio principio, il negatore della mia fede, ma anzi un bello e nobile avversario. Non potrei dunque partecipare a tutto ciò, se non nella mia veste di uomo politico e per quel dovere imprescindibile che mi viene imposto dalla mia qualità di Direttore d'un giornale cattolico.— S'intende... — mormorò il Metello con un fil di voce.— Insomma sentano, — concluse il Donadei; — sarebbe assai meglio se loro potessero venire a casa mia, dove si discuterebbe con maggiore tranquillità.I suoi occhi profondi guizzavano dietro gli occhiali, con una rapidità sinistra.— A' suoi ordini, onorevole, — rispose il Metello. — E quando?— Per esempio, se loro son liberi, anche stasera...[pg!273]
Salvatore Donadei stava scorrendo un fascio di giornali, che ingombravano la sua larga scrivania, quando l'usciere della redazione entrò per la seconda volta ad annunziargli che due signori, dei quali teneva in mano i biglietti da visita, chiedevan con insistenza d'esser ricevuti per una comunicazione urgentissima. Salvatore Donadei sollevò il capo selvoso, interruppe il segno azzurro che stava tracciando con una matita sul margine d'un articolo e domandò nervosamente:
— Ma insomma, chi sono costoro? Cosa vogliono?
L'usciere s'avanzò verso la scrivania e vi depose i due biglietti da visita, che il Donadei sbirciò in fretta: — «Saverio Metello, giornalista» — «avv. Tancredo Salvi»
— Quest'ultimo, — illustrò l'usciere con un forte accento meridionale, — si dice fratellastro del defunto ingegnere Giorgio Fiesco. Vennero ieri e tornaron stamane; si dicono latori di una notizia che deve interessarla molto e rifiutano di abboccarsi con un qualsiasi redattore. Fanno anticamera dalle tre, ossia da un'ora e venti minuti. Mi sembran due persone pulite... — aggiunse con sussiego l'usciere loquace, il quale per tal modo si rivelava un profondo conoscitore d'uomini.
— Seccature! — mormorò il Donadei, carezzandosi la barba quadrata.
Rilesse attentamente i due biglietti da visita, indi soggiunse:
— Via, sbrighiámoci! Fáteli entrare.
[pg!261] E per non perder tempo riprese la lettura dell'articolo che andava sottolineando. Salvatore Donadei non credeva molto alle cose importanti, sopra tutto quando v'eran di mezzo un giornalista ed un avvocato; laonde alzò appena lo sguardo sopra gli occhiali d'oro per osservare que' due sconosciuti che, varcando la soglia, si piegavan automaticamente in un profondo inchino.
— Onorevole! Onorevole!... — dissero insieme.
Il Direttore della «Crociata», organo del partito cattolico, ch'egli rappresentava al Parlamento, rispose con un cenno lieve del capo ed in modo vago additò loro due seggiole. Saverio Metello si sentiva meno impacciato che non il suo compare Tancredo, forse perch'era più piccolo ed occupava meno spazio. Ma infine sedettero, il Metello a destra, Tancredo a sinistra della scrivania, e precisamente Saverio alla sinistra ed il Salvi alla destra dell'onorevole Salvatore Donadei, il quale faceva scivolare dall'uno all'altro un lento sguardo lumacoso dietro i suoi convessi occhiali d'oro.
Tancredo che, poverino, era di nervi ultrasensibili ed aveva il brutto vizio d'analizzar le persone, anzi d'immaginarle a modo suo, non era punto soddisfatto della prima impressione che gli diede quella faccia. Il Metello invece se ne infischiava.
Siccome il silenzio durava oltre quell'attimo che prepara ogni esordio, il Donadei raccolse i due biglietti da visita e li lesse ad alta voce con aria interrogativa.
— L'avvocato Tancredo Salvi?
— Son io! — esclamò costui, dando un piccolo sobbalzo su la sedia.
— Saverio Metello? — fece il Donadei, volgendo il capo a sinistra.
— Per servirla.
Il direttore della «Crociata» li squadrò una seconda volta, serrandosi nel pugno la quadrata barba castana, e li esortò nervosamente:
— Dicano, dicano pure.
La mano grassa e villosa dell'onorevole tamburellava [pg!262] su la scrivania, facendo splendere un grosso brillante, che dava noia a Tancredo. La catenella d'oro degli occhiali gli dondolava sul rovescio della giacchetta nera. Infine Saverio trovò l'esordio.
— È una cosa delicata, — incominciò con somma cautela, — così delicata che mi trovo impacciato nell'esporla, essendo questa la prima volta che ho l'onore di parlare con lei.
— Per quanto delicata sia, loro han certo interesse a farmela sapere, dal momento che han sollecitato un convegno per parlarmi, — osservò l'onorevole, con l'urbana ironia d'un sorriso che gli scivolava giù dai labbri tumidi nella barba liscia.
— Onorevole, — disse il Metello con un sottil riso, — mi permetta un breve preambolo ancora, poichè la ragione che ci persuase a venire da lei riuscirà certo ad interessarla più di quanto ella supponga. Nell'alta sua posizione politica e come Direttore d'un grande giornale cattolico, ella è forse troppo sovente assediato da importuni e da sollecitatori d'ogni genere perchè due sconosciuti non muovano in lei un senso di naturale diffidenza.
— Affatto, affatto, — credè opportuno inframmettere l'onorevole Donadei.
Ed il Metello con assoluta padronanza continuava:
— Ecco, mi spiegherò in due parole. È avvenuto un fatto assolutamente imprevedibile, del quale siamo i primi ed i soli depositari. Fra tutte le persone alle quali questa rivelazione potrebbe interessare — e sono a un di presso tutti i più cospicui personaggi della politica e del giornalismo italiano — abbiamo scelto, onorevole, di far capo a lei.
Tancredo ammirava senza limiti la disinvoltura del suo compagno e l'ascoltava guardandolo a bocc'aperta, quasi ch'egli stesse per rivelare un fatto a lui medesimo sconosciuto. Salvatore Donadei s'affondò mollemente nella poltrona di cuoio, e sollevando gli occhiali per la catenella d'oro se li riappinzò sul naso.
[pg!263] — Ma, ecco, veda, egregio signor... egregio signor... — cercò il biglietto da visita e soggiunse: — Metello! Da quanto ella mi dice non comprendo bene due cose: nè qual genere di fatto «assolutamente imprevedibile» sia potuto accadere, nè per qual ragione loro abbiano scelto di dirigersi proprio a me.
E con la sua bocca dolciastra fece un sorriso che non mancava d'arguzia.
— Vuol permettermi, onorevole, ch'io cominci col rispondere alla sua seconda domanda?
— Scelga lei, — fece l'onorevole con l'aria di chi deve prepararsi ad una lunga pazienza. Ed il Metello riprese:
— Capitanare un partito politico vuol dire necessariamente avere un'idea da difendere, una da combattere; non solo, ma certi uomini da spalleggiare, altri da colpire, e da colpire, poichè son nefasti, quanto più si possa nel cuore.
— L'uomo, l'uomo... — interruppe quietamente il Donadei, — è una faccenda secondaria. Non è mai contro gli uomini che si deve infierire.
— Sì, certo. Ma quando è appunto un uomo, con la sua forza, con la sua potenza, con la sua dura volontà, quegli che rende inespugnabile tutto un ordine d'idee contro le quali si combatte, allora diventa inevitabile un duello del capo contro il capo, finchè il più forte vinca. Le pare?...
Egli disse così dolcemente questo: — Le pare?... — che il Donadei lo guardò tre volte consecutive con una specie di maraviglia. Poi si risollevò alquanto su la poltrona dov'erasi affondato, la trasse un poco avanti contro la scrivania, su la quale si appoggiò con un gomito. Infine ammise, come per condiscendenza:
— Già, già...
Tancredo in quel mentre osservò che su l'anulare sinistro egli portava l'anello nuziale; onde si mise ad immaginare come poteva essere la moglie di quell'uomo capelluto e barbuto. Chissà per qual ragione, se la [pg!264] figurò alta, ossuta, ferrea, vestita severamente, con la pelle un po' giallastra, certe maniere brusche, una pettinatura stretta, la voce quasi virile. Nel medesimo tempo invidiava la genialità di Saverio Metello e si sentiva così lontano dal poter prender parte al discorso, che avrebbe quasi preferito non trovarsi lì.
— Allora? — fece l'onorevole per spinger oltre quella conversazione che non gli pareva del tutto oziosa. Il Metello abbassò la faccia, quasi per dar prova di una rara modestia.
— Non vorrei presumere troppo delle mie forze, — disse con umiltà, — se io credessi di poterla menomamente aiutare, dirò meglio secondare, in quella magnifica lotta che da molti anni ella sostiene con una tenacità coraggiosa ed infaticabile. Ho detto secondare, ma non è questa nemmeno la parola: dovrei dire «servirla», dovrei dire «mettere nelle sue mani quella terribile arma, di cui la sorte ci rese possessori e padroni.»
L'onorevole aggrottò le ciglia e si passò una mano sui lisci capelli, d'un denso color castano, ch'eran divisi nel mezzo da una fina scriminatura. Così barbuto e capelluto, con gli occhiali a cerchi d'oro ed il compassato abito nero, aveva un aspetto indeciso fra il bibliotecario ed il prete armeno, con qualcosa d'ispirato e di subdolo nell'incerta fisionomia.
— Egregi signori, — disse in tono declamatorio, — se andassimo avanti un pezzo con tali preamboli vedo che si rischierebbero due cose: la prima, di perdere gran tempo, la seconda, di non comprenderci affatto.
— Ella infatti ha ragione, onorevole. Non abbiamo alcun interesse a perder tempo, ed ancor meno a tardare oltre nel comprenderci.
Sorse in piedi, e puntando ambe le mani su la scrivania si protese un poco innanzi, verso l'uomo che l'ascoltava, poi disse con una specie di crudeltà sarcastica:
— Onorevole Donadei, mi permetta una immagine. Come alla figlia di Erode, noi veniamo a portarle [pg!265] sopra un vassoio d'argento la testa recisa del suo nemico. In altre parole, noi siamo in grado di produrre istantaneamente la più clamorosa e più doverosa demolizione della quale possa oggi divenir spettatrice l'Italia!
Poi si ritrasse con un moto repentino, e tornò a sedere, fissando co' suoi lucidi occhi bigi Tancredo che impallidiva. Egli non lo aveva seguito che parzialmente, ed era rimasto indietro a raccapezzarsi con la figlia di Erode. Ma, durante quel grave discorso, la faccia dell'onorevole si era fatta rossa e concitata, forse di maraviglia, forse di sdegno, sicchè il Metello temette di aver precipitate le cose. Infatti Salvatore Donadei durava uno sforzo, visibile in ogni muscolo della sua faccia, o per dominare una repentina collera o per riaversi da un eccessivo stupore. Come un uomo colto in fallo, cercò dapprima di schermirsi.
— Non ho il bene di comprendere le sue similitudini, egregio signor Metello! — esclamò con sussiego. — Ma per sua regola mi pregio avvertirla che non son uso a barattare la testa di chicchessia sopra vassoi d'argento nè di alcun altro metallo!
Saverio chinò la faccia e tacque. Solo, dopo una pausa, rispose:
— Certamente mi sono espresso male.
— Molto male! — asserì con intendimento l'onorevole Donadei. — Ed in primo luogo mi piacerebbe sapere per qual verso ella supponga di conoscere i miei giurati avversari, e mi presti l'idea di volerli sbaragliare con ferro e con fuoco?
Saverio tacque ancora, ma un risolino beffardo increspò la sua bocca. La voce dell'onorevole si fece più sardonica nel chiedere ambiguamente:
— E il nome? Quale mai sarebbe il nome di questo San Giovanni Decollato?
— Credevo, — spiegò il Metello con audacia, — che si trattasse di Andrea Ferento.
— Ah, vedo... — fece l'onorevole con una voce bianca. E ripetè ancora due volte: — Vedo, vedo...
[pg!266] Il Metello s'accorse che la sua temerità non era stata vana e pensò d'incalzare.
— Ho preferito entrar in argomento con parole esplicite, anzichè tergiversare. Comprendo che la mia sincerità possa parerle un'indiscrezione, tuttavia...
— Tuttavia sono stupefatto ch'ella voglia insistere! — l'interruppe il Donadei, senza un soverchio sdegno.
— Tuttavia, — insistè il Metello, — mi permetto di farle osservare, a mia difesa, che, se mi sono ingannato nell'attribuirle un nemico immaginario, dieci anni di attenzione indefessa alla sua opera valorosa eran là per convincermi di questo errore, poichè la vita degli uomini che governano i partiti cade necessariamente in dominio del pubblico e sopra tutto dei loro partigiani. Le passioni, gli odî, gli amori, le sconfitte o le vittorie d'un capo non appartengono a lui solo.
— Ma, scusi, — l'interruppe il Donadei con un vibrato risentimento, — io non mi sono ancor presa licenza di chiederle chi ella sia veramente, nè sotto qual veste si arroghi la libertà di parlarmi in tal modo!
— Io sono stato fino ad oggi un semplice spettatore, onorevole Donadei! Ma uno spettatore che di punto in bianco s'alza dalla platea ed affronta la scena per rappresentarvi una parte capitale.
Tancredo non aveva mai conosciuto al suo compare uno stile così altisonante, e ne restava sbalordito, soggiogato, come di fronte ad una rivelazione. Lo stesso Donadei parve sorpreso d'una così tranquilla sicurezza, ed avrebbe voluto rivolgergli un gran numero di domande, che ancora gli parvero inopportune.
Saverio Metello si stropicciò le mani, le sue mani aride, giallastre, che parevan due nervosi artigli, quindi ricominciò:
— L'uomo che non è stato finora alla mercè di nessuno aveva, come il Colosso di Rodi, i piedi d'argilla. Ora è nelle nostre mani, e possiamo d'un colpo stenderlo a terra, per sempre.
[pg!267] La sua faccia splendeva d'un malvagio lume; le palpebre raggrinzite gli battevano sui piccoli occhi bigi.
Salvatore Donadei si raccolse di nuovo nel palmo la fosca barba quadrata, ed insaccando il collo nel largo solino ammiccava di qua, di là, fuggevolmente, quasi per dissimulare la sua tentazione di scendere a patti con que' due sconosciuti.
— Ma tutto questo non è possibile! — esclamò, dopo una lunga pausa, guardando con una specie di compassione que' due meschini uomini che pretendevano di aver catturata una così bella preda.
— Impossibile! assurdo! — esclamò ancora, scrollando le spalle, e con la voce dell'uomo il quale rinunzi a nutrire un'illusione troppo diversa dalla realtà.
Questo era il punto cui lo attendeva Saverio. Lo stesso Tancredo si gonfiò d'un tal sorriso di sufficienza e di potenza che avrebbe da sè solo debellata la più tenace incredulità.
— È quello che vedremo! — disse a fior di labbro, aggrottando la fronte.
— Tutto questo infatti, — ammise il Metello, — ha l'aria d'una favola, o per lo meno d'una millanteria. Ma so che il suo tempo è prezioso, onorevole, e non sarei certo venuto a farglielo sprecare inutilmente. Inoltre so di trovarmi dinanzi ad un uomo il quale ha bisogno di prove, non di sussurri, e non vuole daghe di cartapesta ma buone lame da combattimento. Insomma, onorevole Donadei, se io le dessi la prova tangibile di quel che ora le affermo?
— Sarebbe un altro conto, — si lasciò sfuggire il Direttore della «Crociata». Ma si riprese tosto, ed aggiunse un: «Ossia...», cui dovette cercare il sèguito. — Ossia, come Direttore d'un giornale cattolico, mi presterei volentieri all'esame di questa faccenda.
— Esaminiamo, — disse il Metello pacatamente, con un respiro di sollievo.
— Ma no, ma no, ella precipita!
— Non precipito affatto, onorevole: io comincio appena. E comincerò con un'ipotesi... Vuole?
[pg!268] Salvatore Donadei, con il palmo della sua mano grassa e villosa carezzava il bracciuolo della poltrona di cuoio; la barba gli nascondeva il mento poggiato su l'ampia cravatta nera; la catenella d'oro degli occhiali, passata dietro l'orecchio sinistro, gli dondolava su la spalla mal costrutta e pesante.
Saverio, a sua volta, si abbandonò contro la spalliera della seggiola, e, diméntico dell'ipotesi, fece quest'affermazione tranquillamente recisa:
— Noi due, qui presenti, l'avvocato Tancredo Salvi ed io stesso in persona, il giornalista Saverio Metello, abbiamo quel tanto che basta per denunziare Andrea Ferento al Procuratore del Re.
Avessegli fatto scoppiare un petardo sotto la poltrona, l'onorevole non avrebbe dato un simile sobbalzo.
— Cosa diavolo? cosa diavolo?... — cominciò a balbettare. Divenne rosso apoplettico ed arrotolò la sua barba quadrata in una specie di lungo pungiglione, che gli sfuggiva dalle dita sparpagliandosi a ciuffi. Poi disse: — Zitti ... zitti! — E levatosi, andò ad accertarsi che le due porte fossero ben serrate, quella sopra tutto che immetteva nel corridoio ed era una porta vetrata. Il Metello profittò di quella pausa per strizzare l'occhio a Tancredo.
— Anzi, è una cosa certa, — soggiunse. — Noi denunzieremo Andrea Ferento al Procuratore del Re.
— Zitto, zitto... — suggeriva l'onorevole, tornando verso la scrivania. Tancredo l'osservava nel frattempo con una specie d'avversione invincibile.
Era piuttosto alto e tozzo, con il capo leggermente piegato su la spalla sinistra, molto più larga e più bassa dell'altra, la quale invece gli si raggruppava contro il collo dandogli così un'apparenza, non di gobbezza, ma di estrema goffaggine. La marsina, sciupata nelle falde, gli faceva molte grinze al sommo del dorso incurvato; il bavero gli entrava sotto la folta capigliatura, che impolverava la schiena d'una forfora biancastra. I [pg!269] polsi grassi occupavan interamente i polsini rotondi, ch'erano chiusi da un largo bottone di corniola, mentre una doppia catena d'oro, passando per un occhiello del panciotto, scendeva con due curve abbondanti a nascondersi nei taschini opposti.
La faccia, tra capelli e barba, era quasi tutta occupata da un'alta fronte convessa, che pareva gonfia di cervello ed esprimeva una certa quale potenza bovina e quadrata, la quale metteva un non so che di spazioso in quella ingrata fisionomia.
Egli tornò a sedere nella poltrona di cuoio, e chinatosi verso il Metello, con un sorriso viscido si mise l'índice su la bocca.
— Non parliamo forte, mi raccomando...
Il Metello accennò di aver compreso e tacque. Allora il Donadei si rivolse a Tancredo come per interrogarlo, poi di nuovo si piegò verso il Metello, bisbigliando:
— Ma è poi vero quello che loro mi dicono? È mai possibile che la loro denunzia contenga un fondamento serio?
— Dica una certezza, onorevole! O, volendo essere prudenti all'eccesso, dica una presunzione di verità così forte, che ne' suoi effetti equivale ad una prova inconfutabile.
— Ah, ma queste prove... queste prove per ora mancano?...
— Ne abbiamo ad usura! Prove indiziarie e testimoniali, s'intende, ma che basteranno allo scopo, non dubiti.
— Insomma ella si diverte a trascinarmi per un labirinto nel quale non vedo che tenebra!
— Eppure, — disse il Metello con prontezza, — lei solo può tendermi quel filo d'Arianna che ci condurrà verso la luce.
— Sarebbe?... — interrogò l'onorevole con una voce opaca.
Il Metello rispose con soavità:
[pg!270] — Quando si è nel buio, e si vuol entrambi andare verso una meta, è qualche volta necessario tendersi la mano anche fra sconosciuti.
— Le sue metafore, signor Metello, sono abbastanza eloquenti!
— Non è colpa mia, onorevole! — si scusò il Metello col suo più modesto sorriso. — Che vuole? Abbiamo condotta un'istruttoria lunga, laboriosa, pericolosa; da un piccolo indizio, da un fatto quasi trascurabile, che sarebbe sfuggito ad altri, noi ci siamo accinti ad una impresa che poteva parere, non dico assurda, ma cento volte pazza e fantastica. Siamo stati in un certo senso i Cavalieri dell'Ideale, abbiamo incatenate le ali dei mulini a vento... Ed ora, éccoci qui a dirle che la nostra opera è compiuta, l'istruttoria è chiusa, e noi siamo arbitri, sia di abbattere quest'uomo che di accordargli l'impunità... Ed abbiamo risolto di far scegliere a lei quale, fra le due cose, preferisca.
Da uomo astuto il Donadei certo comprese quel mercato che gli si proponeva, ma finse di non avvedersene e disse in tono declamatorio:
— Io non ho, signor Metello, altra preferenza che quella di seguire in tutte le mie azioni l'onestà e la giustizia.
— Per questo appunto siamo venuti ad importunarla, onorevole Donadei, — rispose il Metello con tanta naturalezza, che la sottile ironia delle sue parole parve inafferrabile.
— Sicchè? — fece il Donadei, grattandosi la fronte. — Concludiamo.
— Volontieri, — disse il Metello. — Si tratta...
— Si tratta innanzi tutto, — lo interruppe l'onorevole con una voce sbrigativa, — di dimostrarmi che i fatti stanno come loro affermano, cioè che non si siano per caso fatta un'illusione qualsiasi, nè involontariamente, nè...
[pg!271] — Va bene, — rispose con semplicità il Metello davanti a quella pausa.
— Questa è sopra tutto la cosa che m'interessa, — incalzò nervosamente il Donadei. — Perch'ella mi vorrà concedere che, davanti ad un fatto così enorme, io debba sollevare i miei legittimi dubbi e creda necessario di appurare in modo concreto le sue affermazioni.
Saverio Metello si guardò le unghie, simulando una specie di esitazione, poi disse con aria pudica:
— Ella comprenderà bene, onorevole, che appunto perchè siamo depositari, non di cose fantastiche, ma di assolute verità, lo scopo che ci condusse qui non poteva essere uno scopo semplicemente, come direi?... platonico.
Di nuovo l'onorevole preferì non comprendere. Trasse dal taschino del panciotto un cronometro d'oro voluminoso, ed appressátolo all'orecchio l'ascoltò con attenzione.
— I documenti che sono in nostro possesso, — precisò il Metello, — e l'azione che noi, anzi noi due soli, possiamo svolgere, assumendone intera la responsabilità, rappresentan un valore altrettanto ragguardevole, quanto è spaventoso l'effetto che sono destinati a produrre.
— Ella vuol alludere, se non erro, ad un valore finanziario? — disse deliberatamente l'onorevole Donadei.
— Voglio alludere, — spiegò il Metello senza turbarsi, e valendosi d'un'amabile perifrasi, — alla certezza in cui siamo di poter scegliere a nostro beneplacito fra l'accusa ed il silenzio. Ella sola è arbitra fra le due soluzioni e può, come le aggrada, persuaderci a volere sia la rovina come la salvezza di quell'uomo.
— Perdoni, perdoni... — l'interruppe ancor più nervoso l'onorevole Donadei, — ma non è questo il [pg!272] luogo per parlare di simili cose, tanto più che il tempo stringe.
Si passò le dita fra i capelli, con l'attitudine di una persona che stia dibattendosi fra la diffidenza e la tentazione; poi disse con frasi veloci:
— Certo, certo, quanto ella è qui venuto a riferire non manca d'impensierirmi gravemente... Non ho luogo di sospettare ch'ella si faccia illusioni, tanto più che uno di loro, se bene intesi, deve appartenere alla famiglia d'un uomo che ho molto apprezzato e venerato: Giorgio Fiesco.
— Io, per l'appunto. Eravamo fratelli, fratellastri... — precisò Tancredo, con modestia e con malinconia.
— Ottimamente, ottimamente! E poi non vedo quale scopo li avrebbe indotti a venire da me, se le cose non fossero quali mi affermano... Però, ecco, vedano, a me preme anzi tutto far loro una dichiarazione. Ed è questa: che nessun motivo d'animosità privata, nessuna ragione d'odio, nè di rancore, nè di passione mia propria, mi spinge ad accanirmi contro quest'uomo cui loro si propongono di muover guerra. In lui non vidi finora che l'avversario del mio principio, il negatore della mia fede, ma anzi un bello e nobile avversario. Non potrei dunque partecipare a tutto ciò, se non nella mia veste di uomo politico e per quel dovere imprescindibile che mi viene imposto dalla mia qualità di Direttore d'un giornale cattolico.
— S'intende... — mormorò il Metello con un fil di voce.
— Insomma sentano, — concluse il Donadei; — sarebbe assai meglio se loro potessero venire a casa mia, dove si discuterebbe con maggiore tranquillità.
I suoi occhi profondi guizzavano dietro gli occhiali, con una rapidità sinistra.
— A' suoi ordini, onorevole, — rispose il Metello. — E quando?
— Per esempio, se loro son liberi, anche stasera...
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