IVOrmai la denuncia era stata deposta in mani al Procuratore del Re; da ventiquattr'ore i giornali divulgavano a grosse lettere la notizia stupefacente; l'infamia stava per assalirlo impreparato e solo.Una mattina, d'improvviso, lo si avvertì per telefono della denunzia. Credette ancora d'essere in tempo a salvarsi, od almeno ad evitare lo scandalo pubblico, allorchè, la sera del giorno stesso, nel tornare verso la propria casa, dove ignara e nascosta l'amante lo attendeva, udì gridare dagli strilloni l'accusa irremediabile, che trascinava nel rumor della strada l'alto potere del suo nome.«La Crociata» era uscita con un supplemento, poche ore dopo il mezzodì; conteneva un articolo scaltro e feroce firmato «Ergo», ch'era il nome giornalistico del Donadei. L'edizione andò a ruba; gli altri giornali, usciti a breve distanza l'un dall'altro, furono saccheggiati; la vita cittadina s'interruppe, la strada cominciò a guerreggiare di partigiani e d'avversari.Tutto ciò era come l'ondata che soverchia la diga ed ogni cosa travolge; accadeva nella vita uniforme d'ogni giorno il tragico fatto clamoroso che innamora e spaventa la folla.Un giorno viene, in cui l'uomo destinato ad essere troppo solo deve dare la sua battaglia. Era l'ora, ed egli lo sentì.Lo sentì con una specie di riso convulso che gli torse l'anima, con una specie di piacere selvaggio e d'implacabile crudeltà. S'apparecchiò alla lotta in un momento, in un baleno fu pronto.Allora s'accorse d'aver avuta infatti l'oscura intuizione che già da tempo qualcosa pur s'andasse tramando [pg!274] nell'ombra contro di lui. Ma quando s'avvide che ormai era tardi per ogni riflessione, più che stupore e stordimento, n'ebbe un senso quasi febbrile di gioia. Gioia di sentirsi affrontato, gioia di potersi difendere, gioia di vincere quello stato d'animo, indeciso e pressochè aspettante, nel quale si era sentito sperdere in que' giorni pieni d'ambiguità che seguirono il suo delitto. Ma ora, d'un tratto, si ritrovava come una volta l'uomo cui era necessario aver molti nemici ed implacabili, avere davanti a sè una forza infuriata e serrata, contro la quale misurarsi a viso aperto.Bellissimo era, benchè orrido, questo giorno che lo toglieva dal suo torpore! Adesso finalmente gli era necessario difendersi contro mille: questo lo lavava dall'aver infierito, egli, così forte, contr'un uomo solo.V'eran ancora intorno a lui nemici attenti e gagliardi, persone che di soppiatto avevano spiata la sua ombra, ed apertamente ora si radunavano per abbatterlo dal suo piedestallo, poichè li molestava! Il morto, quegli che la sua mano aveva ucciso, non era più un povero fratello buono ed esausto, ma una moltitudine selvaggia, piena di muscolo e di potenza che dalla violenta strada si avventerebbe contro lui per sopraffarlo, per contendergli la vita, per esercitare contro l'uomo incurvabile una vendetta soffocante.Ma egli non avrebbe indietreggiato! Poichè gli pareva che tutto fosse lecito nel mondo, tranne che indietreggiare.Senza dubbio, davanti un'assemblea d'uomini avrebbe potuto arrogarsi di giudicare l'opera sua? Qual'era la giustizia umana che chiamerebbe Andrea Ferento a sottomettersi come un reo?Orbene, ancora una volta questo si vedrebbe fra lui e loro, da uomo ad uomo, i mille contr'uno! Ancora una volta egli griderebbe loro in faccia la sua parola magnifica: «No!»Senza dubbio, davanti un'assemblea d'uomini suoi pari, si sarebbe alzato e avrebbe detto: — «Sì, ho ucciso.»[pg!275] Ad uomini capaci di comprenderlo avrebbe fatta la storia breve, barbara, del suo delitto:«Ascoltate. Uccidere perchè si odia, è facile; uccidere perchè si teme, più facile ancora. Ma spegnere la creatura che si ama, la creatura fraterna, indifesa e debole, spegnere l'uomo al quale si darebbe la propria vita serenamente se questo fosse necessario, non vi sembra, o giudici, l'estremo più insuperabile della volontà umana? Uccidere perchè il vostro cervello, nitido, sicuro, vi dice: — «Sì, lo puoi. Sì, lo devi!» — mentre il cuore convulsamente si rifiuta e mentre sapete, o giudici, che in quell'atto rinnegherete l'intera vostra vita, l'intera opera vostra... non è forse una prova di volontà così possente che pare non la contenga e non la possa compiere il cuore d'un uomo?Eppure io lo feci, con questa mano che ancor oggi non trema.Lo feci, perchè dovetti risolvere da me stesso un dilemma invero terribile: — O affrettare appena l'agonia d'un fratello condannato, o lasciare che finisse con un dramma la vita radiosa e fertile della donna che amavo.Qui è tutto il problema, o giudici sereni: — Abbiamo noi il diritto, noi che studiammo la morte come una scienza precisa, noi che salvammo tante creature, le quali non appartenevano al nostro cuore, noi che vediamo il segno infallibile delinearsi nella materia moritura, abbiamo noi il diritto, in certi casi, d'impadronirci della morte?E chi me lo vieta, se io non credo nell'uomo divino, come non credo nel miracolo che nessuno mai vide? Perchè dunque rimarrei spettatore neghittoso d'un breve indugio davanti al sepolcro inevitabile, quand'esso deve trascinare con sè, nel suo calamitoso cerchio, un'altra vita gonfia di albore, la quale ambisce a splendere con libertà e con gioia?La natura non m'insegnò a rispettare ciò che vive; tanto meno ciò che muore. Io, che studiai me stesso [pg!276] e le ragioni del mio essere con aperti occhi, son nato dalla strage, son venuto al mondo in mezzo alla strage, sarò afferrato nel dissolvimento perpetuo che sta nell'atomo e nell'immenso come una bufera universale.Nella distruzione di tutte le cose non ho fatto che accelerare d'un lieve attimo il rumore fuggevole d'un'agonìa.Per compiere questo atto infinitesimo di libertà ho dovuto lottare con disperazione contro tutte le assurde paure che incatenano la coscienza dell'uomo; ho vinto, perchè ho saputo esserne più forte.O giudici sereni, rispondete per me a quella turba urlante, che soltanto la mia coscienza è sopra l'opera mia, poichè appartengo alla dinastìa che promulga le leggi ma non le soffre, che inventa il bene ed il male, ma non può in alcun modo esserne disciplinata.Se venuta è l'ora ch'io mi nomini, vi dirò che sento gravare su le mie spalle il peso della porpora imperatoria.Non camminai fuori dalla strada; naturalmente mio, per forza di cose, doveva essere il privilegio del quale mi cinsi.Dunque perchè condannereste l'uomo che solo accelerò di qualche istante una inguaribile agonìa, quando quest'uomo, per i legami che l'uniscono al suo stato, al suo tempo, alla sua razza, già si è reso complice di mille uccisioni? Perchè mai sarebbe criminosa quella volontà singola dell'uomo, che, divenuta una volontà collettiva, non lo sarebbe invece più?Infatti non comprendo perchè domani mi sia lecito, anzi mi sia doveroso, abbattere con un colpo di fucile, anche proditorio, un essere umano il quale non ebbe in mio confronto altra colpa se non quella di nascere due palmi al di là dal mio confine, mentre sarà impedito, a me scienziato, curvo sopra un morituro che vedo già cadavere, d'instillargli nell'arteria quella goccia rapida che lo toglierà dal suo tormento, quand'io, libero uomo, lo stimi necessario, quand'egli, libero [pg!277] uomo, parimenti a me lo chieda, e quando — ascoltátemi bene, perchè in questo è l'essenziale, — quando l'affrettare di così pochi attimi una sicura morte, vuol dire schiudere ad altre creature la via della implacabile vita e della umana felicità.In verità non vi sono ideali: l'uomo è solamente un rapinatore.E poi dirvi ancor questo: «Mi sono arrogato il mio naturale arbitrio di ribelle che a nessuno ubbidisce. Ho ucciso, perchè fui certo anzi tutto che questo privilegio fosse degno di me. Ho ucciso, perchè il saper dare quella morte fu l'atto di coraggio più spaventoso ch'io potessi compiere; ed il coraggio mi piace, perch'esso è veramente un istinto della natura, la quale è tutta coraggiosa, da' suoi oceani alle sue tempeste.Ed ho inoltre ucciso perchè, in un minuto secondo, ho sentito di amare più una donna che la ragione totale di me stesso, più una donna che l'infinito errore umano, più una donna che il mondo...O giudici sereni, io sono medico e gli uomini ho curati con amore; molti medici dopo di me insegneranno a vivere fisicamente felici; un profeta è in cammino verso il domani, dal quale sarà cantato il dio che muore con l'uomo, dal quale sarà benedetta la magnifica Inutilità della vita...Questo dio, nel quale io credo, assolve, o giudici, il mio delitto»Sì, certo: così avrebbe parlato Andrea Ferento, davanti un'assemblea d'uomini suoi pari.Ma chi lo chiamava per iscolparsi era l'ubbriaco volgo messo in tumulto da un pugno d'aizzatori, era, una volta di più nell'immutabile storia, la ciurma contro il capitano.A costoro, a tutti costoro, poco importava di vendicare un morto. Ma che davanti all'opaca uniformità dei loro istinti plebei un uomo inflessibile osasse divenire [pg!278] il più solo ed il più alto ribelle; questo non si voleva. Che davanti all'immensa titanica marea di servitù baldanzosa, — la quale, dopo aver decretati a suo piacimento quelli ch'essa ritiene i veri diritti dell'uomo, sotto le bandiere mendaci della fratellanza e dell'uguaglianza, con forsennata rabbia, si scaglia all'assalto del potere, — un tale osasse affermar loro che non erano in verità nè liberi nè uguali, nè degni men che mai di esercitare sul mondo la loro disgregata e povera tirannìa: questo non si voleva.Ebbene, egli si sentiva pieghevole ancora come a' suoi primi vent'anni! Una sete di vivere e di vincere lo stringeva soffocantemente alla gola.Bastava solo provocarlo: e questa era la provocazione. Chi fossero i sobillatori, poco gl'importava conoscere, tanto li disprezzava. Erano avversari, e bisognava combattere.Confessare a questi giudici: — «Sì, ho ucciso,» — voleva dire arrendersi.Ma egli non s'arrenderebbe che morto.Era un laido e piccolo episodio della sua guerra: nondimeno bisognava passar oltre. Nasceva novamente l'equivoco singolare che già era sorto all'inizio del suo cammino, quando coloro che avevan nel ribelle intravveduta la figura del tribuno, e supposto ch'egli si facesse l'alfiere delle lor piccole pretensioni, s'accorsero di scoprire in lui, nel medesimo tempo, il repressore, il despota, l'uomo che adoperava le folle anzichè portarne le bandiere, — e l'accusarono di tradimento.Per contro egli sapeva di aver ubbidito a sè stesso in un modo magnifico ed orrendo. Ma ora verrebbe una folla amorfa, che si radunava solo per poter tiranneggiare, che solo coesisteva in forza del suo selvaggio istinto micidiale, verrebbe una folla nemica d'ogni temerità solitaria, per contestargli quell'atto supremo d'indipendenza, del quale s'era creduto degno come d'un rosso mantello di porpora, come d'un privilegio terribile inerente alla sua sovranità.[pg!279] Davanti a questa folla ostile, che cercava solo un pretesto per abbatterlo, sarebbe stato vano sostenere il diritto che a lui sovranamente apparteneva.A tali giudici egli direbbe: — «Non è vero: non ho ucciso.»Poich'essi non potrebbero mai ammettere nè comprendere il suo delitto, bisognava negarlo; poichè, di fronte alla legge da essi dettata, Andrea Ferento non valeva più che l'ultimo ed il più briaco degli spazzaturai, bisognava ch'egli riuscisse a debellare questa legge assurda, nel solo modo che aveva in suo potere, cioè negando.Era un tragico momento, nel quale non si poteva concedere il lusso di affermare la verità; non poteva tendere inanemente i polsi, e dire: — «Incatenátemi!» — poi camminare fra due sgherri in mezzo alla folla sibilante.Forse ancor lontano per essi era il giorno del trionfo, e per lui della sua fine. Se costoro possedevan le lor plebi, e con parole capziose le infocavano per avventarle nella piazza, egli a sua volta ritroverebbe la sua schiera, minore forse di numero, ma temeraria e bene apparecchiata. Guerra per guerra, egli si sentiva capace tuttavia di mietere nelle lor stesse file, di farsi camminare dietro il popolo, solo perchè passava: maravigliosa virtù che posseggono i capitani. Si sentiva capace ancora d'affrontare il linciaggio e tramutarlo in ovazione, come al tempo de' suoi primi vent'anni, quand'egli amava, più che la potenza, il potere.Non puranco venuto era il giorno che Andrea Ferento si riducesse a vivere nella tebaide, nè recisi aveva i legami tessuti fortemente in altre ore di battaglia, quando si accinse a dare quella scalata che poi gli parve inutile; non era del tutto un condottiero senza esercito, un capitano senza bandiere.Si voleva la testa di Andrea Ferento?Egli non darebbe la sua testa. Era necessario mentire? E mentirebbe. Era necessario far pesare il suo [pg!280] pugno di ferro su le amministrazioni arrendevoli? E questo si farebbe.Se un bando era gridato contro la testa del ribelle, per infiggerla sopra un'asta e portarla in giro ad ammonimento dei servi riottosi, egli non darebbe la sua testa! Ma, per un'ultima volta, nella iraconda gioia del pericolo, griderebbe loro in faccia la sua parola magnifica: «No!» La testa di Andrea Ferento valeva ben altra battaglia, e non la porterebbe in trionfo, per trastullo dei chierici e di liberti, la lancia di un Salvatore Donadei!Tali furono le parole ch'egli si disse, con quella terribile volontà che in lui sopraffaceva ogni altro spirito e che poteva ugualmente renderlo capace così d'un eroismo come d'un delitto.Udita la notizia volare di bocca in bocca per le strade in tumulto, egli era tornato a piedi verso la propria casa ed aveva salite le scale, pallido, ma senz'affrettarsi. Ella già lo attendeva da oltre mezz'ora; lo attendeva sdraiata con pigrizia sopra un lungo divano, immersa nella quiete azzurra del crepuscolo che addormentava la stanza. Da qualche settimana ella ormai passava i giorni, talvolta le notti, nascosta nella casa dell'amante; non era per nulla preparata, nulla sapeva del repentino dramma.Egli entrò, accese il lume, si guardarono, si baciarono, poi Andrea le tese un giornale, dicendo: — Leggi.Il suo dito, nel segnare il titolo a grossi caratteri, nemmeno tremava. Ella, súbito, non comprese. Da prima credette forse ad una celia, poi si mise a leggere affannosamente, sbarrando vieppiù gli occhi, senza trovare in sè la voce per emettere un grido, finchè rimase soggiogata da un enorme terrore.Egli non disse parola; solamente la guardò a lungo, la guardò intensamente, quasi per scendere nel suo più recondito pensiero. Ella taceva; l'ostinazione di quel [pg!281] silenzio era per lui come un'oscura nube che tutta l'avvolgesse. Ebbe d'un tratto la sensazione d'una distanza enorme che s'andasse interponendo fra loro; anzi gli parve di misurare per la prima volta il valore dell'accusa lanciata contro il suo nome.Si ricordò in quell'attimo, con una lucidità singolare, di averla veduta in ginocchio presso il letto del morto, e sopra tutto ricordava il suo piede scalzo, con il tallone roseo, le dita flesse, nella pianella dall'orlo d'ermellino...La medesima paura di quel momento l'assalse, il medesimo bisogno di trascinar lei pure nel delitto consumato, e farla consapevole in tal guisa, che mai più non potesse disciogliersi da una tale complicità.Si risovvenne di lei, seminuda, nella notte che vegliarono fino all'alba, e s'accorse che, infatti, un non so che di mortale, da quella notte in poi, si emanava dal suo corpo insieme con il profumo tormentoso della sua nudità, nè poteva ormai baciarla senza sentire, frammisto nei baci della sua bocca, un sapore nefasto ed ubbriacante, che gli percorreva le vene, dandogli un senso inscindibile di paradiso e d'agonìa.La guardava senza dir parola; ne' suoi grandi occhi fermi si condensava una specie di vacuo terrore, d'immobile ombra, che alterava i suoi lineamenti e rendeva più fredda, più sigillata, l'espressione del suo volto. Egli non poteva comprendere se quel terrore fosse pietà di lui, o fosse il dubbio invincibile della sua colpevolezza. Voleva domandarlo, e non osava; un'ansietà grande nasceva tra i loro cuori distanti, sebbene in tutto ciò, infuori, al di sopra d'ogni cosa, l'uno e l'altra non vedessero, non temessero in fondo che il pericolo nuovo sovrastante al loro amore.Egli temeva di perderla, ella di perdere lui; il resto era quasi una storia d'altre persone, un cupo avvenimento che tuttavia non li feriva nel cuore.Anch'ella, inconsapevolmente, amava nell'uomo il suo delitto. I suoi vigili sensi d'amante avvertivano la [pg!282] straordinaria potenza ch'era imprigionata nel fascio de' suoi nervi, e quasi godeva nel sentirsi amata d'un amore siffatto, che, non solo rendeva possibile quest'accusa lanciatagli a viso aperto, ma gli dava pure la forza di sopportarla tranquillamente, come se infatti anche d'uccidere fosse per lei capace. Tutta la sua femminilità si genufletteva davanti a questa magnificenza. Mentr'egli supponeva ch'ella stesse agitando in sè un dubbio, forse un vero sospetto, ella non faceva che abbandonarsi femminilmente a non so quale vertigine fatta d'orgoglio e di stupefazione, ov'eran commiste la paura e la gioia di sentirsi con lui ravvolta nel pericolo.Per un poco lottò co' suoi pensieri, ma infine il suo cuore d'amante la vinse. Fu come un'ondata soverchia d'amore che le salisse fino alla gola, e non potè non sorridere, anzi gli sorrise, gli aperse le braccia, lo guardò con gli occhi lucenti, mormorandogli una parola d'amore.Che potevano altro dirsi? Che bisogno avevano ancora d'interrogarsi a vicenda? Non era questa una parola di perdono, d'oblìo, di promessa? Non era, su la bocca lieve dell'amante, una parola di complicità?Ed a lui parve necessario inginocchiarsi, per baciare le sue mani profumate. Le sue mani eran colpevoli di tutta la gioia che gli avevan prodigata, e così la bocca, la gola, il seno, il grembo, la dolce capigliatura di lei, che non soltanto gli apparivano come le forme belle d'una creatura viva, non soltanto erano quel poco di polvere animata che poi si disgrega e si disperde, ma per lui divenivan l'accesso all'eterna felicità della vita, la sintesi nella quale possedere l'infinita bellezza del mondo.Questo egli pensava con chiaroveggenza, questo ella confusamente sentiva. Il morto, l'accusa, le conseguenze, il domani, tutto era in quel momento così lontano da loro... A dispetto d'ogni legge convenuta, eran due giovinezze feconde, gioconde, che liberamente si [pg!283] amavano; erano l'amore giovine che nasce dall'amore spento, e vuole per sè la vita, la gioia crudele della vita, che sgorga nel domani con impeto, come il fiume felice nel vivo mare...Allora si ricordò, fino alle radici dei capelli, della sensazione che gli dava il suo corpo nudo, e particolarmente si rammentò le fisionomie che il suo volto assumeva nella sofferenza del piacere.Ella, che si sentiva così amata, ne aveva nella gola gonfia qualche tremito di gioia, e si lasciò sopraffare dalla sua forza, inertemente, supinamente, senza chiedersi perchè, in quell'ora tragica, egli la volesse, nè perchè l'uomo che un paese intero aggrediva dimenticasse tanta battaglia per colmare d'una voluttà insensata la paura intima che li stringeva nell'ombra del medesimo delitto.Ma ella pure sentiva un uguale bisogno de' suoi baci aspri ed il bisogno d'incriminar quell'ora, fra tutte più pavida, con una memoria di orrendo pericolo e d'inebbriata voluttà.. . . . . . .Poi la fece sedere su le sue ginocchia, ed incominciò a raccontare.Ella era un poco ansante ancora, con la fronte leggermente sudata, le labbra umide, una specie d'innamorato abbandono, quasi di addormentata lascivia nelle sue calde spalle. Ora lo ascoltava senza rispondere, con la faccia china, il collo ingombro di capelli, che scintillavano, attenta e quasi distratta.Egli aveva sempre ragione; qualsiasi cosa dicesse, aveva sempre ragione. Non ammetteva ella nemmeno di poter esaminare le sue parole, tanto le piaceva di somigliare a lui, di pensare come lui, d'essere fisicamente in suo possesso anche quando parlava. Non era necessario affatto ch'egli spendesse tante parole per dimostrare le ragioni di quest'accusa... Ella sapeva bene di amare un uomo temuto e sapeva che i vili odiano a questo modo; non era necessario ch'egli le spiegasse [pg!284] come si sarebbe difeso; era certa che si sarebbe difeso con facilità, certa che avrebbe vinto.Ma il vederla così lontana del sospetto, lo empiva insieme di dolcezza e di spavento. Avrebbe preferito avere davanti a sè una donna risoluta, che l'afferrasse per i polsi e gli dicesse, guardandolo dirittamente negli occhi: — «No, tu hai ucciso! Tu, con la tua stessa mano, hai veramente ucciso!»Invece gli pareva di vederla ignara, lontana dal sospetto, aliena dal macchiare di una simile complicità la sua perfetta innocenza; e mentre s'accorgeva che per sempre avrebbe dovuto portare in sè l'orribile silenzio di quella morte, pensava che l'amore d'una donna è cosa troppo lieve per dividere una così grande colpa.Egli anzi temeva che l'ombra del delitto giungesse a pervadere ogni altro senso nel timido cuor femminile; e mentre un desiderio invincibile di confessione gli saliva dall'anima sino al fiore dei labbri, egli, con una strana duplicità, si perdeva ne' più sottili ragionamenti per distruggere in lei fin le radici del sospetto.Così passarono la notte, vicini, avvinti. Mentre la città urlava il suo nome per ogni quadrivio, e sin nella più tarda sera dappertutto infierivano lo stupore ed il tumulto, essi erano insieme, sotto il medesimo tetto, insieme avvolti nel dramma sovrastante, chiusi nell'ignoto e nell'ombra che si levavan dal sepolcro di laggiù.
IVOrmai la denuncia era stata deposta in mani al Procuratore del Re; da ventiquattr'ore i giornali divulgavano a grosse lettere la notizia stupefacente; l'infamia stava per assalirlo impreparato e solo.Una mattina, d'improvviso, lo si avvertì per telefono della denunzia. Credette ancora d'essere in tempo a salvarsi, od almeno ad evitare lo scandalo pubblico, allorchè, la sera del giorno stesso, nel tornare verso la propria casa, dove ignara e nascosta l'amante lo attendeva, udì gridare dagli strilloni l'accusa irremediabile, che trascinava nel rumor della strada l'alto potere del suo nome.«La Crociata» era uscita con un supplemento, poche ore dopo il mezzodì; conteneva un articolo scaltro e feroce firmato «Ergo», ch'era il nome giornalistico del Donadei. L'edizione andò a ruba; gli altri giornali, usciti a breve distanza l'un dall'altro, furono saccheggiati; la vita cittadina s'interruppe, la strada cominciò a guerreggiare di partigiani e d'avversari.Tutto ciò era come l'ondata che soverchia la diga ed ogni cosa travolge; accadeva nella vita uniforme d'ogni giorno il tragico fatto clamoroso che innamora e spaventa la folla.Un giorno viene, in cui l'uomo destinato ad essere troppo solo deve dare la sua battaglia. Era l'ora, ed egli lo sentì.Lo sentì con una specie di riso convulso che gli torse l'anima, con una specie di piacere selvaggio e d'implacabile crudeltà. S'apparecchiò alla lotta in un momento, in un baleno fu pronto.Allora s'accorse d'aver avuta infatti l'oscura intuizione che già da tempo qualcosa pur s'andasse tramando [pg!274] nell'ombra contro di lui. Ma quando s'avvide che ormai era tardi per ogni riflessione, più che stupore e stordimento, n'ebbe un senso quasi febbrile di gioia. Gioia di sentirsi affrontato, gioia di potersi difendere, gioia di vincere quello stato d'animo, indeciso e pressochè aspettante, nel quale si era sentito sperdere in que' giorni pieni d'ambiguità che seguirono il suo delitto. Ma ora, d'un tratto, si ritrovava come una volta l'uomo cui era necessario aver molti nemici ed implacabili, avere davanti a sè una forza infuriata e serrata, contro la quale misurarsi a viso aperto.Bellissimo era, benchè orrido, questo giorno che lo toglieva dal suo torpore! Adesso finalmente gli era necessario difendersi contro mille: questo lo lavava dall'aver infierito, egli, così forte, contr'un uomo solo.V'eran ancora intorno a lui nemici attenti e gagliardi, persone che di soppiatto avevano spiata la sua ombra, ed apertamente ora si radunavano per abbatterlo dal suo piedestallo, poichè li molestava! Il morto, quegli che la sua mano aveva ucciso, non era più un povero fratello buono ed esausto, ma una moltitudine selvaggia, piena di muscolo e di potenza che dalla violenta strada si avventerebbe contro lui per sopraffarlo, per contendergli la vita, per esercitare contro l'uomo incurvabile una vendetta soffocante.Ma egli non avrebbe indietreggiato! Poichè gli pareva che tutto fosse lecito nel mondo, tranne che indietreggiare.Senza dubbio, davanti un'assemblea d'uomini avrebbe potuto arrogarsi di giudicare l'opera sua? Qual'era la giustizia umana che chiamerebbe Andrea Ferento a sottomettersi come un reo?Orbene, ancora una volta questo si vedrebbe fra lui e loro, da uomo ad uomo, i mille contr'uno! Ancora una volta egli griderebbe loro in faccia la sua parola magnifica: «No!»Senza dubbio, davanti un'assemblea d'uomini suoi pari, si sarebbe alzato e avrebbe detto: — «Sì, ho ucciso.»[pg!275] Ad uomini capaci di comprenderlo avrebbe fatta la storia breve, barbara, del suo delitto:«Ascoltate. Uccidere perchè si odia, è facile; uccidere perchè si teme, più facile ancora. Ma spegnere la creatura che si ama, la creatura fraterna, indifesa e debole, spegnere l'uomo al quale si darebbe la propria vita serenamente se questo fosse necessario, non vi sembra, o giudici, l'estremo più insuperabile della volontà umana? Uccidere perchè il vostro cervello, nitido, sicuro, vi dice: — «Sì, lo puoi. Sì, lo devi!» — mentre il cuore convulsamente si rifiuta e mentre sapete, o giudici, che in quell'atto rinnegherete l'intera vostra vita, l'intera opera vostra... non è forse una prova di volontà così possente che pare non la contenga e non la possa compiere il cuore d'un uomo?Eppure io lo feci, con questa mano che ancor oggi non trema.Lo feci, perchè dovetti risolvere da me stesso un dilemma invero terribile: — O affrettare appena l'agonia d'un fratello condannato, o lasciare che finisse con un dramma la vita radiosa e fertile della donna che amavo.Qui è tutto il problema, o giudici sereni: — Abbiamo noi il diritto, noi che studiammo la morte come una scienza precisa, noi che salvammo tante creature, le quali non appartenevano al nostro cuore, noi che vediamo il segno infallibile delinearsi nella materia moritura, abbiamo noi il diritto, in certi casi, d'impadronirci della morte?E chi me lo vieta, se io non credo nell'uomo divino, come non credo nel miracolo che nessuno mai vide? Perchè dunque rimarrei spettatore neghittoso d'un breve indugio davanti al sepolcro inevitabile, quand'esso deve trascinare con sè, nel suo calamitoso cerchio, un'altra vita gonfia di albore, la quale ambisce a splendere con libertà e con gioia?La natura non m'insegnò a rispettare ciò che vive; tanto meno ciò che muore. Io, che studiai me stesso [pg!276] e le ragioni del mio essere con aperti occhi, son nato dalla strage, son venuto al mondo in mezzo alla strage, sarò afferrato nel dissolvimento perpetuo che sta nell'atomo e nell'immenso come una bufera universale.Nella distruzione di tutte le cose non ho fatto che accelerare d'un lieve attimo il rumore fuggevole d'un'agonìa.Per compiere questo atto infinitesimo di libertà ho dovuto lottare con disperazione contro tutte le assurde paure che incatenano la coscienza dell'uomo; ho vinto, perchè ho saputo esserne più forte.O giudici sereni, rispondete per me a quella turba urlante, che soltanto la mia coscienza è sopra l'opera mia, poichè appartengo alla dinastìa che promulga le leggi ma non le soffre, che inventa il bene ed il male, ma non può in alcun modo esserne disciplinata.Se venuta è l'ora ch'io mi nomini, vi dirò che sento gravare su le mie spalle il peso della porpora imperatoria.Non camminai fuori dalla strada; naturalmente mio, per forza di cose, doveva essere il privilegio del quale mi cinsi.Dunque perchè condannereste l'uomo che solo accelerò di qualche istante una inguaribile agonìa, quando quest'uomo, per i legami che l'uniscono al suo stato, al suo tempo, alla sua razza, già si è reso complice di mille uccisioni? Perchè mai sarebbe criminosa quella volontà singola dell'uomo, che, divenuta una volontà collettiva, non lo sarebbe invece più?Infatti non comprendo perchè domani mi sia lecito, anzi mi sia doveroso, abbattere con un colpo di fucile, anche proditorio, un essere umano il quale non ebbe in mio confronto altra colpa se non quella di nascere due palmi al di là dal mio confine, mentre sarà impedito, a me scienziato, curvo sopra un morituro che vedo già cadavere, d'instillargli nell'arteria quella goccia rapida che lo toglierà dal suo tormento, quand'io, libero uomo, lo stimi necessario, quand'egli, libero [pg!277] uomo, parimenti a me lo chieda, e quando — ascoltátemi bene, perchè in questo è l'essenziale, — quando l'affrettare di così pochi attimi una sicura morte, vuol dire schiudere ad altre creature la via della implacabile vita e della umana felicità.In verità non vi sono ideali: l'uomo è solamente un rapinatore.E poi dirvi ancor questo: «Mi sono arrogato il mio naturale arbitrio di ribelle che a nessuno ubbidisce. Ho ucciso, perchè fui certo anzi tutto che questo privilegio fosse degno di me. Ho ucciso, perchè il saper dare quella morte fu l'atto di coraggio più spaventoso ch'io potessi compiere; ed il coraggio mi piace, perch'esso è veramente un istinto della natura, la quale è tutta coraggiosa, da' suoi oceani alle sue tempeste.Ed ho inoltre ucciso perchè, in un minuto secondo, ho sentito di amare più una donna che la ragione totale di me stesso, più una donna che l'infinito errore umano, più una donna che il mondo...O giudici sereni, io sono medico e gli uomini ho curati con amore; molti medici dopo di me insegneranno a vivere fisicamente felici; un profeta è in cammino verso il domani, dal quale sarà cantato il dio che muore con l'uomo, dal quale sarà benedetta la magnifica Inutilità della vita...Questo dio, nel quale io credo, assolve, o giudici, il mio delitto»Sì, certo: così avrebbe parlato Andrea Ferento, davanti un'assemblea d'uomini suoi pari.Ma chi lo chiamava per iscolparsi era l'ubbriaco volgo messo in tumulto da un pugno d'aizzatori, era, una volta di più nell'immutabile storia, la ciurma contro il capitano.A costoro, a tutti costoro, poco importava di vendicare un morto. Ma che davanti all'opaca uniformità dei loro istinti plebei un uomo inflessibile osasse divenire [pg!278] il più solo ed il più alto ribelle; questo non si voleva. Che davanti all'immensa titanica marea di servitù baldanzosa, — la quale, dopo aver decretati a suo piacimento quelli ch'essa ritiene i veri diritti dell'uomo, sotto le bandiere mendaci della fratellanza e dell'uguaglianza, con forsennata rabbia, si scaglia all'assalto del potere, — un tale osasse affermar loro che non erano in verità nè liberi nè uguali, nè degni men che mai di esercitare sul mondo la loro disgregata e povera tirannìa: questo non si voleva.Ebbene, egli si sentiva pieghevole ancora come a' suoi primi vent'anni! Una sete di vivere e di vincere lo stringeva soffocantemente alla gola.Bastava solo provocarlo: e questa era la provocazione. Chi fossero i sobillatori, poco gl'importava conoscere, tanto li disprezzava. Erano avversari, e bisognava combattere.Confessare a questi giudici: — «Sì, ho ucciso,» — voleva dire arrendersi.Ma egli non s'arrenderebbe che morto.Era un laido e piccolo episodio della sua guerra: nondimeno bisognava passar oltre. Nasceva novamente l'equivoco singolare che già era sorto all'inizio del suo cammino, quando coloro che avevan nel ribelle intravveduta la figura del tribuno, e supposto ch'egli si facesse l'alfiere delle lor piccole pretensioni, s'accorsero di scoprire in lui, nel medesimo tempo, il repressore, il despota, l'uomo che adoperava le folle anzichè portarne le bandiere, — e l'accusarono di tradimento.Per contro egli sapeva di aver ubbidito a sè stesso in un modo magnifico ed orrendo. Ma ora verrebbe una folla amorfa, che si radunava solo per poter tiranneggiare, che solo coesisteva in forza del suo selvaggio istinto micidiale, verrebbe una folla nemica d'ogni temerità solitaria, per contestargli quell'atto supremo d'indipendenza, del quale s'era creduto degno come d'un rosso mantello di porpora, come d'un privilegio terribile inerente alla sua sovranità.[pg!279] Davanti a questa folla ostile, che cercava solo un pretesto per abbatterlo, sarebbe stato vano sostenere il diritto che a lui sovranamente apparteneva.A tali giudici egli direbbe: — «Non è vero: non ho ucciso.»Poich'essi non potrebbero mai ammettere nè comprendere il suo delitto, bisognava negarlo; poichè, di fronte alla legge da essi dettata, Andrea Ferento non valeva più che l'ultimo ed il più briaco degli spazzaturai, bisognava ch'egli riuscisse a debellare questa legge assurda, nel solo modo che aveva in suo potere, cioè negando.Era un tragico momento, nel quale non si poteva concedere il lusso di affermare la verità; non poteva tendere inanemente i polsi, e dire: — «Incatenátemi!» — poi camminare fra due sgherri in mezzo alla folla sibilante.Forse ancor lontano per essi era il giorno del trionfo, e per lui della sua fine. Se costoro possedevan le lor plebi, e con parole capziose le infocavano per avventarle nella piazza, egli a sua volta ritroverebbe la sua schiera, minore forse di numero, ma temeraria e bene apparecchiata. Guerra per guerra, egli si sentiva capace tuttavia di mietere nelle lor stesse file, di farsi camminare dietro il popolo, solo perchè passava: maravigliosa virtù che posseggono i capitani. Si sentiva capace ancora d'affrontare il linciaggio e tramutarlo in ovazione, come al tempo de' suoi primi vent'anni, quand'egli amava, più che la potenza, il potere.Non puranco venuto era il giorno che Andrea Ferento si riducesse a vivere nella tebaide, nè recisi aveva i legami tessuti fortemente in altre ore di battaglia, quando si accinse a dare quella scalata che poi gli parve inutile; non era del tutto un condottiero senza esercito, un capitano senza bandiere.Si voleva la testa di Andrea Ferento?Egli non darebbe la sua testa. Era necessario mentire? E mentirebbe. Era necessario far pesare il suo [pg!280] pugno di ferro su le amministrazioni arrendevoli? E questo si farebbe.Se un bando era gridato contro la testa del ribelle, per infiggerla sopra un'asta e portarla in giro ad ammonimento dei servi riottosi, egli non darebbe la sua testa! Ma, per un'ultima volta, nella iraconda gioia del pericolo, griderebbe loro in faccia la sua parola magnifica: «No!» La testa di Andrea Ferento valeva ben altra battaglia, e non la porterebbe in trionfo, per trastullo dei chierici e di liberti, la lancia di un Salvatore Donadei!Tali furono le parole ch'egli si disse, con quella terribile volontà che in lui sopraffaceva ogni altro spirito e che poteva ugualmente renderlo capace così d'un eroismo come d'un delitto.Udita la notizia volare di bocca in bocca per le strade in tumulto, egli era tornato a piedi verso la propria casa ed aveva salite le scale, pallido, ma senz'affrettarsi. Ella già lo attendeva da oltre mezz'ora; lo attendeva sdraiata con pigrizia sopra un lungo divano, immersa nella quiete azzurra del crepuscolo che addormentava la stanza. Da qualche settimana ella ormai passava i giorni, talvolta le notti, nascosta nella casa dell'amante; non era per nulla preparata, nulla sapeva del repentino dramma.Egli entrò, accese il lume, si guardarono, si baciarono, poi Andrea le tese un giornale, dicendo: — Leggi.Il suo dito, nel segnare il titolo a grossi caratteri, nemmeno tremava. Ella, súbito, non comprese. Da prima credette forse ad una celia, poi si mise a leggere affannosamente, sbarrando vieppiù gli occhi, senza trovare in sè la voce per emettere un grido, finchè rimase soggiogata da un enorme terrore.Egli non disse parola; solamente la guardò a lungo, la guardò intensamente, quasi per scendere nel suo più recondito pensiero. Ella taceva; l'ostinazione di quel [pg!281] silenzio era per lui come un'oscura nube che tutta l'avvolgesse. Ebbe d'un tratto la sensazione d'una distanza enorme che s'andasse interponendo fra loro; anzi gli parve di misurare per la prima volta il valore dell'accusa lanciata contro il suo nome.Si ricordò in quell'attimo, con una lucidità singolare, di averla veduta in ginocchio presso il letto del morto, e sopra tutto ricordava il suo piede scalzo, con il tallone roseo, le dita flesse, nella pianella dall'orlo d'ermellino...La medesima paura di quel momento l'assalse, il medesimo bisogno di trascinar lei pure nel delitto consumato, e farla consapevole in tal guisa, che mai più non potesse disciogliersi da una tale complicità.Si risovvenne di lei, seminuda, nella notte che vegliarono fino all'alba, e s'accorse che, infatti, un non so che di mortale, da quella notte in poi, si emanava dal suo corpo insieme con il profumo tormentoso della sua nudità, nè poteva ormai baciarla senza sentire, frammisto nei baci della sua bocca, un sapore nefasto ed ubbriacante, che gli percorreva le vene, dandogli un senso inscindibile di paradiso e d'agonìa.La guardava senza dir parola; ne' suoi grandi occhi fermi si condensava una specie di vacuo terrore, d'immobile ombra, che alterava i suoi lineamenti e rendeva più fredda, più sigillata, l'espressione del suo volto. Egli non poteva comprendere se quel terrore fosse pietà di lui, o fosse il dubbio invincibile della sua colpevolezza. Voleva domandarlo, e non osava; un'ansietà grande nasceva tra i loro cuori distanti, sebbene in tutto ciò, infuori, al di sopra d'ogni cosa, l'uno e l'altra non vedessero, non temessero in fondo che il pericolo nuovo sovrastante al loro amore.Egli temeva di perderla, ella di perdere lui; il resto era quasi una storia d'altre persone, un cupo avvenimento che tuttavia non li feriva nel cuore.Anch'ella, inconsapevolmente, amava nell'uomo il suo delitto. I suoi vigili sensi d'amante avvertivano la [pg!282] straordinaria potenza ch'era imprigionata nel fascio de' suoi nervi, e quasi godeva nel sentirsi amata d'un amore siffatto, che, non solo rendeva possibile quest'accusa lanciatagli a viso aperto, ma gli dava pure la forza di sopportarla tranquillamente, come se infatti anche d'uccidere fosse per lei capace. Tutta la sua femminilità si genufletteva davanti a questa magnificenza. Mentr'egli supponeva ch'ella stesse agitando in sè un dubbio, forse un vero sospetto, ella non faceva che abbandonarsi femminilmente a non so quale vertigine fatta d'orgoglio e di stupefazione, ov'eran commiste la paura e la gioia di sentirsi con lui ravvolta nel pericolo.Per un poco lottò co' suoi pensieri, ma infine il suo cuore d'amante la vinse. Fu come un'ondata soverchia d'amore che le salisse fino alla gola, e non potè non sorridere, anzi gli sorrise, gli aperse le braccia, lo guardò con gli occhi lucenti, mormorandogli una parola d'amore.Che potevano altro dirsi? Che bisogno avevano ancora d'interrogarsi a vicenda? Non era questa una parola di perdono, d'oblìo, di promessa? Non era, su la bocca lieve dell'amante, una parola di complicità?Ed a lui parve necessario inginocchiarsi, per baciare le sue mani profumate. Le sue mani eran colpevoli di tutta la gioia che gli avevan prodigata, e così la bocca, la gola, il seno, il grembo, la dolce capigliatura di lei, che non soltanto gli apparivano come le forme belle d'una creatura viva, non soltanto erano quel poco di polvere animata che poi si disgrega e si disperde, ma per lui divenivan l'accesso all'eterna felicità della vita, la sintesi nella quale possedere l'infinita bellezza del mondo.Questo egli pensava con chiaroveggenza, questo ella confusamente sentiva. Il morto, l'accusa, le conseguenze, il domani, tutto era in quel momento così lontano da loro... A dispetto d'ogni legge convenuta, eran due giovinezze feconde, gioconde, che liberamente si [pg!283] amavano; erano l'amore giovine che nasce dall'amore spento, e vuole per sè la vita, la gioia crudele della vita, che sgorga nel domani con impeto, come il fiume felice nel vivo mare...Allora si ricordò, fino alle radici dei capelli, della sensazione che gli dava il suo corpo nudo, e particolarmente si rammentò le fisionomie che il suo volto assumeva nella sofferenza del piacere.Ella, che si sentiva così amata, ne aveva nella gola gonfia qualche tremito di gioia, e si lasciò sopraffare dalla sua forza, inertemente, supinamente, senza chiedersi perchè, in quell'ora tragica, egli la volesse, nè perchè l'uomo che un paese intero aggrediva dimenticasse tanta battaglia per colmare d'una voluttà insensata la paura intima che li stringeva nell'ombra del medesimo delitto.Ma ella pure sentiva un uguale bisogno de' suoi baci aspri ed il bisogno d'incriminar quell'ora, fra tutte più pavida, con una memoria di orrendo pericolo e d'inebbriata voluttà.. . . . . . .Poi la fece sedere su le sue ginocchia, ed incominciò a raccontare.Ella era un poco ansante ancora, con la fronte leggermente sudata, le labbra umide, una specie d'innamorato abbandono, quasi di addormentata lascivia nelle sue calde spalle. Ora lo ascoltava senza rispondere, con la faccia china, il collo ingombro di capelli, che scintillavano, attenta e quasi distratta.Egli aveva sempre ragione; qualsiasi cosa dicesse, aveva sempre ragione. Non ammetteva ella nemmeno di poter esaminare le sue parole, tanto le piaceva di somigliare a lui, di pensare come lui, d'essere fisicamente in suo possesso anche quando parlava. Non era necessario affatto ch'egli spendesse tante parole per dimostrare le ragioni di quest'accusa... Ella sapeva bene di amare un uomo temuto e sapeva che i vili odiano a questo modo; non era necessario ch'egli le spiegasse [pg!284] come si sarebbe difeso; era certa che si sarebbe difeso con facilità, certa che avrebbe vinto.Ma il vederla così lontana del sospetto, lo empiva insieme di dolcezza e di spavento. Avrebbe preferito avere davanti a sè una donna risoluta, che l'afferrasse per i polsi e gli dicesse, guardandolo dirittamente negli occhi: — «No, tu hai ucciso! Tu, con la tua stessa mano, hai veramente ucciso!»Invece gli pareva di vederla ignara, lontana dal sospetto, aliena dal macchiare di una simile complicità la sua perfetta innocenza; e mentre s'accorgeva che per sempre avrebbe dovuto portare in sè l'orribile silenzio di quella morte, pensava che l'amore d'una donna è cosa troppo lieve per dividere una così grande colpa.Egli anzi temeva che l'ombra del delitto giungesse a pervadere ogni altro senso nel timido cuor femminile; e mentre un desiderio invincibile di confessione gli saliva dall'anima sino al fiore dei labbri, egli, con una strana duplicità, si perdeva ne' più sottili ragionamenti per distruggere in lei fin le radici del sospetto.Così passarono la notte, vicini, avvinti. Mentre la città urlava il suo nome per ogni quadrivio, e sin nella più tarda sera dappertutto infierivano lo stupore ed il tumulto, essi erano insieme, sotto il medesimo tetto, insieme avvolti nel dramma sovrastante, chiusi nell'ignoto e nell'ombra che si levavan dal sepolcro di laggiù.
Ormai la denuncia era stata deposta in mani al Procuratore del Re; da ventiquattr'ore i giornali divulgavano a grosse lettere la notizia stupefacente; l'infamia stava per assalirlo impreparato e solo.
Una mattina, d'improvviso, lo si avvertì per telefono della denunzia. Credette ancora d'essere in tempo a salvarsi, od almeno ad evitare lo scandalo pubblico, allorchè, la sera del giorno stesso, nel tornare verso la propria casa, dove ignara e nascosta l'amante lo attendeva, udì gridare dagli strilloni l'accusa irremediabile, che trascinava nel rumor della strada l'alto potere del suo nome.
«La Crociata» era uscita con un supplemento, poche ore dopo il mezzodì; conteneva un articolo scaltro e feroce firmato «Ergo», ch'era il nome giornalistico del Donadei. L'edizione andò a ruba; gli altri giornali, usciti a breve distanza l'un dall'altro, furono saccheggiati; la vita cittadina s'interruppe, la strada cominciò a guerreggiare di partigiani e d'avversari.
Tutto ciò era come l'ondata che soverchia la diga ed ogni cosa travolge; accadeva nella vita uniforme d'ogni giorno il tragico fatto clamoroso che innamora e spaventa la folla.
Un giorno viene, in cui l'uomo destinato ad essere troppo solo deve dare la sua battaglia. Era l'ora, ed egli lo sentì.
Lo sentì con una specie di riso convulso che gli torse l'anima, con una specie di piacere selvaggio e d'implacabile crudeltà. S'apparecchiò alla lotta in un momento, in un baleno fu pronto.
Allora s'accorse d'aver avuta infatti l'oscura intuizione che già da tempo qualcosa pur s'andasse tramando [pg!274] nell'ombra contro di lui. Ma quando s'avvide che ormai era tardi per ogni riflessione, più che stupore e stordimento, n'ebbe un senso quasi febbrile di gioia. Gioia di sentirsi affrontato, gioia di potersi difendere, gioia di vincere quello stato d'animo, indeciso e pressochè aspettante, nel quale si era sentito sperdere in que' giorni pieni d'ambiguità che seguirono il suo delitto. Ma ora, d'un tratto, si ritrovava come una volta l'uomo cui era necessario aver molti nemici ed implacabili, avere davanti a sè una forza infuriata e serrata, contro la quale misurarsi a viso aperto.
Bellissimo era, benchè orrido, questo giorno che lo toglieva dal suo torpore! Adesso finalmente gli era necessario difendersi contro mille: questo lo lavava dall'aver infierito, egli, così forte, contr'un uomo solo.
V'eran ancora intorno a lui nemici attenti e gagliardi, persone che di soppiatto avevano spiata la sua ombra, ed apertamente ora si radunavano per abbatterlo dal suo piedestallo, poichè li molestava! Il morto, quegli che la sua mano aveva ucciso, non era più un povero fratello buono ed esausto, ma una moltitudine selvaggia, piena di muscolo e di potenza che dalla violenta strada si avventerebbe contro lui per sopraffarlo, per contendergli la vita, per esercitare contro l'uomo incurvabile una vendetta soffocante.
Ma egli non avrebbe indietreggiato! Poichè gli pareva che tutto fosse lecito nel mondo, tranne che indietreggiare.
Senza dubbio, davanti un'assemblea d'uomini avrebbe potuto arrogarsi di giudicare l'opera sua? Qual'era la giustizia umana che chiamerebbe Andrea Ferento a sottomettersi come un reo?
Orbene, ancora una volta questo si vedrebbe fra lui e loro, da uomo ad uomo, i mille contr'uno! Ancora una volta egli griderebbe loro in faccia la sua parola magnifica: «No!»
Senza dubbio, davanti un'assemblea d'uomini suoi pari, si sarebbe alzato e avrebbe detto: — «Sì, ho ucciso.»
[pg!275] Ad uomini capaci di comprenderlo avrebbe fatta la storia breve, barbara, del suo delitto:
«Ascoltate. Uccidere perchè si odia, è facile; uccidere perchè si teme, più facile ancora. Ma spegnere la creatura che si ama, la creatura fraterna, indifesa e debole, spegnere l'uomo al quale si darebbe la propria vita serenamente se questo fosse necessario, non vi sembra, o giudici, l'estremo più insuperabile della volontà umana? Uccidere perchè il vostro cervello, nitido, sicuro, vi dice: — «Sì, lo puoi. Sì, lo devi!» — mentre il cuore convulsamente si rifiuta e mentre sapete, o giudici, che in quell'atto rinnegherete l'intera vostra vita, l'intera opera vostra... non è forse una prova di volontà così possente che pare non la contenga e non la possa compiere il cuore d'un uomo?
Eppure io lo feci, con questa mano che ancor oggi non trema.
Lo feci, perchè dovetti risolvere da me stesso un dilemma invero terribile: — O affrettare appena l'agonia d'un fratello condannato, o lasciare che finisse con un dramma la vita radiosa e fertile della donna che amavo.
Qui è tutto il problema, o giudici sereni: — Abbiamo noi il diritto, noi che studiammo la morte come una scienza precisa, noi che salvammo tante creature, le quali non appartenevano al nostro cuore, noi che vediamo il segno infallibile delinearsi nella materia moritura, abbiamo noi il diritto, in certi casi, d'impadronirci della morte?
E chi me lo vieta, se io non credo nell'uomo divino, come non credo nel miracolo che nessuno mai vide? Perchè dunque rimarrei spettatore neghittoso d'un breve indugio davanti al sepolcro inevitabile, quand'esso deve trascinare con sè, nel suo calamitoso cerchio, un'altra vita gonfia di albore, la quale ambisce a splendere con libertà e con gioia?
La natura non m'insegnò a rispettare ciò che vive; tanto meno ciò che muore. Io, che studiai me stesso [pg!276] e le ragioni del mio essere con aperti occhi, son nato dalla strage, son venuto al mondo in mezzo alla strage, sarò afferrato nel dissolvimento perpetuo che sta nell'atomo e nell'immenso come una bufera universale.
Nella distruzione di tutte le cose non ho fatto che accelerare d'un lieve attimo il rumore fuggevole d'un'agonìa.
Per compiere questo atto infinitesimo di libertà ho dovuto lottare con disperazione contro tutte le assurde paure che incatenano la coscienza dell'uomo; ho vinto, perchè ho saputo esserne più forte.
O giudici sereni, rispondete per me a quella turba urlante, che soltanto la mia coscienza è sopra l'opera mia, poichè appartengo alla dinastìa che promulga le leggi ma non le soffre, che inventa il bene ed il male, ma non può in alcun modo esserne disciplinata.
Se venuta è l'ora ch'io mi nomini, vi dirò che sento gravare su le mie spalle il peso della porpora imperatoria.
Non camminai fuori dalla strada; naturalmente mio, per forza di cose, doveva essere il privilegio del quale mi cinsi.
Dunque perchè condannereste l'uomo che solo accelerò di qualche istante una inguaribile agonìa, quando quest'uomo, per i legami che l'uniscono al suo stato, al suo tempo, alla sua razza, già si è reso complice di mille uccisioni? Perchè mai sarebbe criminosa quella volontà singola dell'uomo, che, divenuta una volontà collettiva, non lo sarebbe invece più?
Infatti non comprendo perchè domani mi sia lecito, anzi mi sia doveroso, abbattere con un colpo di fucile, anche proditorio, un essere umano il quale non ebbe in mio confronto altra colpa se non quella di nascere due palmi al di là dal mio confine, mentre sarà impedito, a me scienziato, curvo sopra un morituro che vedo già cadavere, d'instillargli nell'arteria quella goccia rapida che lo toglierà dal suo tormento, quand'io, libero uomo, lo stimi necessario, quand'egli, libero [pg!277] uomo, parimenti a me lo chieda, e quando — ascoltátemi bene, perchè in questo è l'essenziale, — quando l'affrettare di così pochi attimi una sicura morte, vuol dire schiudere ad altre creature la via della implacabile vita e della umana felicità.
In verità non vi sono ideali: l'uomo è solamente un rapinatore.
E poi dirvi ancor questo: «Mi sono arrogato il mio naturale arbitrio di ribelle che a nessuno ubbidisce. Ho ucciso, perchè fui certo anzi tutto che questo privilegio fosse degno di me. Ho ucciso, perchè il saper dare quella morte fu l'atto di coraggio più spaventoso ch'io potessi compiere; ed il coraggio mi piace, perch'esso è veramente un istinto della natura, la quale è tutta coraggiosa, da' suoi oceani alle sue tempeste.
Ed ho inoltre ucciso perchè, in un minuto secondo, ho sentito di amare più una donna che la ragione totale di me stesso, più una donna che l'infinito errore umano, più una donna che il mondo...
O giudici sereni, io sono medico e gli uomini ho curati con amore; molti medici dopo di me insegneranno a vivere fisicamente felici; un profeta è in cammino verso il domani, dal quale sarà cantato il dio che muore con l'uomo, dal quale sarà benedetta la magnifica Inutilità della vita...
Questo dio, nel quale io credo, assolve, o giudici, il mio delitto»
Sì, certo: così avrebbe parlato Andrea Ferento, davanti un'assemblea d'uomini suoi pari.
Ma chi lo chiamava per iscolparsi era l'ubbriaco volgo messo in tumulto da un pugno d'aizzatori, era, una volta di più nell'immutabile storia, la ciurma contro il capitano.
A costoro, a tutti costoro, poco importava di vendicare un morto. Ma che davanti all'opaca uniformità dei loro istinti plebei un uomo inflessibile osasse divenire [pg!278] il più solo ed il più alto ribelle; questo non si voleva. Che davanti all'immensa titanica marea di servitù baldanzosa, — la quale, dopo aver decretati a suo piacimento quelli ch'essa ritiene i veri diritti dell'uomo, sotto le bandiere mendaci della fratellanza e dell'uguaglianza, con forsennata rabbia, si scaglia all'assalto del potere, — un tale osasse affermar loro che non erano in verità nè liberi nè uguali, nè degni men che mai di esercitare sul mondo la loro disgregata e povera tirannìa: questo non si voleva.
Ebbene, egli si sentiva pieghevole ancora come a' suoi primi vent'anni! Una sete di vivere e di vincere lo stringeva soffocantemente alla gola.
Bastava solo provocarlo: e questa era la provocazione. Chi fossero i sobillatori, poco gl'importava conoscere, tanto li disprezzava. Erano avversari, e bisognava combattere.
Confessare a questi giudici: — «Sì, ho ucciso,» — voleva dire arrendersi.
Ma egli non s'arrenderebbe che morto.
Era un laido e piccolo episodio della sua guerra: nondimeno bisognava passar oltre. Nasceva novamente l'equivoco singolare che già era sorto all'inizio del suo cammino, quando coloro che avevan nel ribelle intravveduta la figura del tribuno, e supposto ch'egli si facesse l'alfiere delle lor piccole pretensioni, s'accorsero di scoprire in lui, nel medesimo tempo, il repressore, il despota, l'uomo che adoperava le folle anzichè portarne le bandiere, — e l'accusarono di tradimento.
Per contro egli sapeva di aver ubbidito a sè stesso in un modo magnifico ed orrendo. Ma ora verrebbe una folla amorfa, che si radunava solo per poter tiranneggiare, che solo coesisteva in forza del suo selvaggio istinto micidiale, verrebbe una folla nemica d'ogni temerità solitaria, per contestargli quell'atto supremo d'indipendenza, del quale s'era creduto degno come d'un rosso mantello di porpora, come d'un privilegio terribile inerente alla sua sovranità.
[pg!279] Davanti a questa folla ostile, che cercava solo un pretesto per abbatterlo, sarebbe stato vano sostenere il diritto che a lui sovranamente apparteneva.
A tali giudici egli direbbe: — «Non è vero: non ho ucciso.»
Poich'essi non potrebbero mai ammettere nè comprendere il suo delitto, bisognava negarlo; poichè, di fronte alla legge da essi dettata, Andrea Ferento non valeva più che l'ultimo ed il più briaco degli spazzaturai, bisognava ch'egli riuscisse a debellare questa legge assurda, nel solo modo che aveva in suo potere, cioè negando.
Era un tragico momento, nel quale non si poteva concedere il lusso di affermare la verità; non poteva tendere inanemente i polsi, e dire: — «Incatenátemi!» — poi camminare fra due sgherri in mezzo alla folla sibilante.
Forse ancor lontano per essi era il giorno del trionfo, e per lui della sua fine. Se costoro possedevan le lor plebi, e con parole capziose le infocavano per avventarle nella piazza, egli a sua volta ritroverebbe la sua schiera, minore forse di numero, ma temeraria e bene apparecchiata. Guerra per guerra, egli si sentiva capace tuttavia di mietere nelle lor stesse file, di farsi camminare dietro il popolo, solo perchè passava: maravigliosa virtù che posseggono i capitani. Si sentiva capace ancora d'affrontare il linciaggio e tramutarlo in ovazione, come al tempo de' suoi primi vent'anni, quand'egli amava, più che la potenza, il potere.
Non puranco venuto era il giorno che Andrea Ferento si riducesse a vivere nella tebaide, nè recisi aveva i legami tessuti fortemente in altre ore di battaglia, quando si accinse a dare quella scalata che poi gli parve inutile; non era del tutto un condottiero senza esercito, un capitano senza bandiere.
Si voleva la testa di Andrea Ferento?
Egli non darebbe la sua testa. Era necessario mentire? E mentirebbe. Era necessario far pesare il suo [pg!280] pugno di ferro su le amministrazioni arrendevoli? E questo si farebbe.
Se un bando era gridato contro la testa del ribelle, per infiggerla sopra un'asta e portarla in giro ad ammonimento dei servi riottosi, egli non darebbe la sua testa! Ma, per un'ultima volta, nella iraconda gioia del pericolo, griderebbe loro in faccia la sua parola magnifica: «No!» La testa di Andrea Ferento valeva ben altra battaglia, e non la porterebbe in trionfo, per trastullo dei chierici e di liberti, la lancia di un Salvatore Donadei!
Tali furono le parole ch'egli si disse, con quella terribile volontà che in lui sopraffaceva ogni altro spirito e che poteva ugualmente renderlo capace così d'un eroismo come d'un delitto.
Udita la notizia volare di bocca in bocca per le strade in tumulto, egli era tornato a piedi verso la propria casa ed aveva salite le scale, pallido, ma senz'affrettarsi. Ella già lo attendeva da oltre mezz'ora; lo attendeva sdraiata con pigrizia sopra un lungo divano, immersa nella quiete azzurra del crepuscolo che addormentava la stanza. Da qualche settimana ella ormai passava i giorni, talvolta le notti, nascosta nella casa dell'amante; non era per nulla preparata, nulla sapeva del repentino dramma.
Egli entrò, accese il lume, si guardarono, si baciarono, poi Andrea le tese un giornale, dicendo: — Leggi.
Il suo dito, nel segnare il titolo a grossi caratteri, nemmeno tremava. Ella, súbito, non comprese. Da prima credette forse ad una celia, poi si mise a leggere affannosamente, sbarrando vieppiù gli occhi, senza trovare in sè la voce per emettere un grido, finchè rimase soggiogata da un enorme terrore.
Egli non disse parola; solamente la guardò a lungo, la guardò intensamente, quasi per scendere nel suo più recondito pensiero. Ella taceva; l'ostinazione di quel [pg!281] silenzio era per lui come un'oscura nube che tutta l'avvolgesse. Ebbe d'un tratto la sensazione d'una distanza enorme che s'andasse interponendo fra loro; anzi gli parve di misurare per la prima volta il valore dell'accusa lanciata contro il suo nome.
Si ricordò in quell'attimo, con una lucidità singolare, di averla veduta in ginocchio presso il letto del morto, e sopra tutto ricordava il suo piede scalzo, con il tallone roseo, le dita flesse, nella pianella dall'orlo d'ermellino...
La medesima paura di quel momento l'assalse, il medesimo bisogno di trascinar lei pure nel delitto consumato, e farla consapevole in tal guisa, che mai più non potesse disciogliersi da una tale complicità.
Si risovvenne di lei, seminuda, nella notte che vegliarono fino all'alba, e s'accorse che, infatti, un non so che di mortale, da quella notte in poi, si emanava dal suo corpo insieme con il profumo tormentoso della sua nudità, nè poteva ormai baciarla senza sentire, frammisto nei baci della sua bocca, un sapore nefasto ed ubbriacante, che gli percorreva le vene, dandogli un senso inscindibile di paradiso e d'agonìa.
La guardava senza dir parola; ne' suoi grandi occhi fermi si condensava una specie di vacuo terrore, d'immobile ombra, che alterava i suoi lineamenti e rendeva più fredda, più sigillata, l'espressione del suo volto. Egli non poteva comprendere se quel terrore fosse pietà di lui, o fosse il dubbio invincibile della sua colpevolezza. Voleva domandarlo, e non osava; un'ansietà grande nasceva tra i loro cuori distanti, sebbene in tutto ciò, infuori, al di sopra d'ogni cosa, l'uno e l'altra non vedessero, non temessero in fondo che il pericolo nuovo sovrastante al loro amore.
Egli temeva di perderla, ella di perdere lui; il resto era quasi una storia d'altre persone, un cupo avvenimento che tuttavia non li feriva nel cuore.
Anch'ella, inconsapevolmente, amava nell'uomo il suo delitto. I suoi vigili sensi d'amante avvertivano la [pg!282] straordinaria potenza ch'era imprigionata nel fascio de' suoi nervi, e quasi godeva nel sentirsi amata d'un amore siffatto, che, non solo rendeva possibile quest'accusa lanciatagli a viso aperto, ma gli dava pure la forza di sopportarla tranquillamente, come se infatti anche d'uccidere fosse per lei capace. Tutta la sua femminilità si genufletteva davanti a questa magnificenza. Mentr'egli supponeva ch'ella stesse agitando in sè un dubbio, forse un vero sospetto, ella non faceva che abbandonarsi femminilmente a non so quale vertigine fatta d'orgoglio e di stupefazione, ov'eran commiste la paura e la gioia di sentirsi con lui ravvolta nel pericolo.
Per un poco lottò co' suoi pensieri, ma infine il suo cuore d'amante la vinse. Fu come un'ondata soverchia d'amore che le salisse fino alla gola, e non potè non sorridere, anzi gli sorrise, gli aperse le braccia, lo guardò con gli occhi lucenti, mormorandogli una parola d'amore.
Che potevano altro dirsi? Che bisogno avevano ancora d'interrogarsi a vicenda? Non era questa una parola di perdono, d'oblìo, di promessa? Non era, su la bocca lieve dell'amante, una parola di complicità?
Ed a lui parve necessario inginocchiarsi, per baciare le sue mani profumate. Le sue mani eran colpevoli di tutta la gioia che gli avevan prodigata, e così la bocca, la gola, il seno, il grembo, la dolce capigliatura di lei, che non soltanto gli apparivano come le forme belle d'una creatura viva, non soltanto erano quel poco di polvere animata che poi si disgrega e si disperde, ma per lui divenivan l'accesso all'eterna felicità della vita, la sintesi nella quale possedere l'infinita bellezza del mondo.
Questo egli pensava con chiaroveggenza, questo ella confusamente sentiva. Il morto, l'accusa, le conseguenze, il domani, tutto era in quel momento così lontano da loro... A dispetto d'ogni legge convenuta, eran due giovinezze feconde, gioconde, che liberamente si [pg!283] amavano; erano l'amore giovine che nasce dall'amore spento, e vuole per sè la vita, la gioia crudele della vita, che sgorga nel domani con impeto, come il fiume felice nel vivo mare...
Allora si ricordò, fino alle radici dei capelli, della sensazione che gli dava il suo corpo nudo, e particolarmente si rammentò le fisionomie che il suo volto assumeva nella sofferenza del piacere.
Ella, che si sentiva così amata, ne aveva nella gola gonfia qualche tremito di gioia, e si lasciò sopraffare dalla sua forza, inertemente, supinamente, senza chiedersi perchè, in quell'ora tragica, egli la volesse, nè perchè l'uomo che un paese intero aggrediva dimenticasse tanta battaglia per colmare d'una voluttà insensata la paura intima che li stringeva nell'ombra del medesimo delitto.
Ma ella pure sentiva un uguale bisogno de' suoi baci aspri ed il bisogno d'incriminar quell'ora, fra tutte più pavida, con una memoria di orrendo pericolo e d'inebbriata voluttà.
. . . . . . .
Poi la fece sedere su le sue ginocchia, ed incominciò a raccontare.
Ella era un poco ansante ancora, con la fronte leggermente sudata, le labbra umide, una specie d'innamorato abbandono, quasi di addormentata lascivia nelle sue calde spalle. Ora lo ascoltava senza rispondere, con la faccia china, il collo ingombro di capelli, che scintillavano, attenta e quasi distratta.
Egli aveva sempre ragione; qualsiasi cosa dicesse, aveva sempre ragione. Non ammetteva ella nemmeno di poter esaminare le sue parole, tanto le piaceva di somigliare a lui, di pensare come lui, d'essere fisicamente in suo possesso anche quando parlava. Non era necessario affatto ch'egli spendesse tante parole per dimostrare le ragioni di quest'accusa... Ella sapeva bene di amare un uomo temuto e sapeva che i vili odiano a questo modo; non era necessario ch'egli le spiegasse [pg!284] come si sarebbe difeso; era certa che si sarebbe difeso con facilità, certa che avrebbe vinto.
Ma il vederla così lontana del sospetto, lo empiva insieme di dolcezza e di spavento. Avrebbe preferito avere davanti a sè una donna risoluta, che l'afferrasse per i polsi e gli dicesse, guardandolo dirittamente negli occhi: — «No, tu hai ucciso! Tu, con la tua stessa mano, hai veramente ucciso!»
Invece gli pareva di vederla ignara, lontana dal sospetto, aliena dal macchiare di una simile complicità la sua perfetta innocenza; e mentre s'accorgeva che per sempre avrebbe dovuto portare in sè l'orribile silenzio di quella morte, pensava che l'amore d'una donna è cosa troppo lieve per dividere una così grande colpa.
Egli anzi temeva che l'ombra del delitto giungesse a pervadere ogni altro senso nel timido cuor femminile; e mentre un desiderio invincibile di confessione gli saliva dall'anima sino al fiore dei labbri, egli, con una strana duplicità, si perdeva ne' più sottili ragionamenti per distruggere in lei fin le radici del sospetto.
Così passarono la notte, vicini, avvinti. Mentre la città urlava il suo nome per ogni quadrivio, e sin nella più tarda sera dappertutto infierivano lo stupore ed il tumulto, essi erano insieme, sotto il medesimo tetto, insieme avvolti nel dramma sovrastante, chiusi nell'ignoto e nell'ombra che si levavan dal sepolcro di laggiù.