IIAdesso di casa in casa, d'uscio in uscio, la voce correva. Era un piccolo serpentello, nero viscido rapido, ch'entrava di soppiatto per le fessure, faceva il giro delle camere, saltava inafferrabile, spariva. Aveva cominciato a muoversi nell'ombra, con un tortuoso e lento camminar di vermiciattolo, ed ora non aveva più paura nemmeno del sole; fischiava con la sua lingua biforcuta, lasciando per dov'era passato una lumacatura brillante. Non potevan trovarsi due persone a discorrere insieme, che non capitasse loro fra piedi; non rispettava nè i focolari nè i talami, nè il municipio nè la chiesa; ogni giorno cresceva d'insolenza e fischiava con maggiore implacabilità.La gente dapprima se n'era impaurita; ma ormai lo lasciavan entrare liberamente per le lor case, e, stupefatti della sua straordinaria vitalità, nessuno cercava nemmeno di schiacciargli il capo sotto il piede, come si usa fare con le vipere.[pg!251] Il serpentello fischiava e diceva: «L'hanno avvelenato... sì, sì, sì...»Una curiosità malsana cominciò ad agitare quella calma popolazione; tutto il giorno v'era gente che si aggirava nei pressi del cimitero, discorrendo a bassa voce; taluni andavano a visitare la tomba recente, quasi per interrogarla sopra il suo mistero; di notte i lumi si spegnevano più tardi che per il consueto e certi orribili sogni scendevano a turbare la fantasia di que' semplici lavoratori.Su, su, strisciando fuori dal borgo, la voce era salita fino alla villa; era entrata per l'ortaglia e per la porta di servizio; s'era fermata qualche giorno in cucina prima di arrischiarsi ad entrar nelle sale.Ma quando Novella fu partita per la città, e nella casa restaron i due vecchi, Maria Dora, lo scemo, a consumar tristemente le giornate inoperose, una mattina capitò il padre di Maurizio e chiese di parlar con Stefano da solo a solo. Certo egli non compiva due volte all'anno un così lungo tragitto co' suoi logori piedi: ma era venuto perchè ciò gli pareva necessario, ed eran amici da troppo tempo, lui e Stefano, perchè gli paresse lecito di tacer oltre.— Senti... faccio bene? faccio male? Non so. Ma devo dirti una cosa grave... molto grave.Stefano aggrottò le ciglia.— Poichè tu, naturalmente — continuava l'altro, — non sai nulla...Stefano infatti nulla sapeva. Ma non era del tutto impreparato. Qualche indizio lo aveva pur sorpreso; certe vaghe ombre nelle fisionomie della gente, certi mormorii, qua e là, per i cascinali, non gli eran del tutto sfuggiti.— Si dice... — cominciò il vecchio.Era un campagnolo del vecchio stampo, e si spiegò senza tergiversare, con parole spedite.Stefano dette un gran pugno su la tavola e non cercò nemmeno di contenere la sua collera.[pg!252] — Ecco due parole stupide: «Si dice!» Chi lo dice? Chi?...— Tutti.Allora la sua collera cadde; gli si aperse un enorme spavento nel cuore, perchè, di colpo, non si sentiva più del tutto certo che dicessero il falso. Lo mandò via trattandolo quasi male, bestemmiando ch'eran pazzi e birbanti, con fiere minacce contro quelli che ne avessero parlato ancora. Poi si giurò d'impedire che sua figlia e sua moglie avessero mai notizia di questa orribile voce; ma non era trascorsa un'ora, che già egli prendeva in disparte mamma Francesca e tremando le confidava sottovoce: — Senti, vecchia...Si curvarono paurosi e muti su questo enorme secreto. La notte non dormivan più; volevan persuadersi a vicenda che la orrenda cosa non poteva essere avvenuta in casa loro; ma una voce intima, nel cuore di ciascuno, sibilava come il serpentello: «Sì, sì, sì...»Ella non fu più la bianca solerte massaia; egli più non si occupava del giardino, dell'ortaglia, nè di andare per i campi a sorvegliare i bifolchi; ma camminava rannuvolato per le stanze; la pipa gli si spegneva tra i denti.Maria Dora li osservava con attenta curiosità. «Che mai poteva esserci di nuovo ancora?»Sapeva che Novella era andata a trovare il suo amante. Questo pensiero le faceva un po' dolere il cuore... Di giorno, per un nonnulla, era stizzosa, e verso l'alba udiva spesso i galli cantare.«Cos'era venuto a fare il padre di Maurizio fin lassù? Dopo la sua visita, che mutamento in quella casa! Anche la Berta da un pezzo era cambiata; ogni tanto parlava di andarsene e faceva quanto mai la misteriosa...»Una sartina del paese, una brunetta graziosa e pettegola, in quei giorni le stava terminando gli abiti da lutto; qualche volta lavoravan insieme, sedute a fianco, presso la macchina da cucire. Costei cicalava più in [pg!253] fretta che non cucisse con l'ago veloce; Maria Dora le dava del tu e cucivano insieme per lunghe ore. La sartina aveva un brutto nome: Palmira; ma la chiamavan Miretta, e doveva sposare Lionello dai baffi a punta — Lionello Garlanti, parrucchiere, da Rimini... Se appena stava zitta, le usciva, nel cucire, una puntina di lingua rossa tra le labbra sottili; ma questo non accadeva quasi mai, perchè parlava di continuo come un mulino a vento, e di tutti e di tutto parlava con estrema volubilità.Finalmente un giorno Maria Dora prese Maurizio alla sprovvista e con mille astuzie incominciò a farlo discorrere. Maurizio era timido, le voleva bene; disse qualche parola di troppo, che non voleva dire... poi si confuse.Marcuccio scriveva un discorso funebre; ogni giorno scriveva un discorso funebre...Ma Dandolo Zappetta frattanto era già tornato in città. Il raccoglitore di farfalle aveva compiuta l'opera sua con una precisione davvero scientifica e rincasava portando nella valigia un meticoloso incartamento, oltre ad alcuni esemplari preziosi di farfalle nostrane, poichè i due compari non gli avevano mentito affatto e quella fiorita regione abbondava di vaghissimi papilioni. Dandolo Zappetta sapeva d'esser stato prodigioso; una soddisfazione legittima gli allargava lo spazio del cuore, senza tradirsi per altro segno visibile che un allegro fischiettar pertinace, il quale non gli si era staccato dalle labbra per tutta la via del ritorno.Quest'uomo piccolo e mansueto, il quale non ambiva altro regno che la sua soffitta nè altri sudditi che lo stuolo delle sue morte farfalle, amava tuttavia la vittoria come l'amano i predatori, e nella sua piccolezza estrema gli piaceva solo di misurarsi coi più forti.Allora, quando fu di ritorno, questo piccolo uomo salì agilmente i cinque piani della sua soffitta, schiuse l'uscio e corse a riveder le sue farfalle, con la medesima [pg!254] tenerezza d'una madre la quale andasse a riguardare la cuna del proprio bimbo. Indi si mutò d'abiti, con grande cura indossò di nuovo il suo logoro giubbino luccicante, si strofinò per dieci minuti le scarpe senza macchia, scelse nella valigia, tra un grosso fascicolo, certe carte che gli occorrevano, mise un vecchio cappello duro di color marrone, che gli calzava fin quasi ai sopraccigli, e col bocchino di legno fra i denti, tranquillamente uscì.Tancredo, che gli avvenne d'incontrar per primo, cominciò a tempestarlo di domande precipitose. In luogo di rispondere, Dandolo non faceva che affrettare i suoi passettini da lucertola, con tanta rapidità che il Salvi durava gran fatica nel camminargli di paro.— Pazienza, mio buon Tancredo! Io son avvezzo a procedere con ordine in tutte le mie cose. Fra cinque minuti saremo a casa del Metello e, quando potete ascoltarmi entrambi, allora parlerò.— Almeno tóglimi da questa orribile incertezza! — lo supplicava Tancredo.— Figúrati, — gli narrò sorridendo il raccoglitore di farfalle, — figúrati che ho trovato perfino il solo esemplare di Vanesse ch'io non possedessi: laVanessa Atalantacon le ali nere vellutate. Non solo, ma una magnificaSaturnia Pavonia, grossa quasi come un pipistrello!Tancredo grugnì una bestemmia, che fece sorridere l'omino. Allo scampanellare che fecero, anzi tutto rispose il ringhio asmàtico di Volapuk, un decrepito can barbone, fegatoso come una zitella ed irsuto come un istrice; poi Saverio accorse, e ricevette gli ospiti con un formidabile: Urrà!— Dunque? dunque? — non cessava dal ripetere, facendoli entrare in un salottino, dove ambedue cominciarono a carezzar l'omino accerchiandolo d'infinite premure.Saverio gli avanzò una poltrona, Tancredo ve lo fece sedere a viva forza, esclamando:[pg!255] — Siedi, e parla finalmente!— Siamo soli? — premise Dandolo, quasichè si divertisse ad esasperare la loro impazienza.Il Metello andò a chiudere la porta.— C'è mia madre; però è sorda; e credo anzi che dorma. Dunque?— Ti prego, Tancredo, sièditi, — fece l'omuncolo. — Dall'altezza della tua statura mi pericoli addosso come la Torre di Pisa.Tancredo gli ubbidì; sedettero entrambi davanti a lui, vicini. Dandolo introdusse una sigaretta fatta a mano in quel certo suo bocchino d'un legno introvabile, trasse il portacerini d'argento, cesellato chissà mai dove con un volo di grù, diede fuoco al fiammifero, accese meticolosamente la sigaretta, spense, cercò invano con gli occhi un portacenere ove deporre il cerino.— Butta per terra, — disse nervosamente Saverio, davanti a quell'indugio.— Oh, non importa! — E alzatosi, lo andò a gettare nel camino.Poi si volse, guardando quei due che pendevano dalla sua bocca, e, senza mutar voce nè fisionomia, disse tranquillamente:— Ha ucciso.I due si batteron un pugno scambievolmente su le ginocchia e con impeto sorsero in piedi.— Vivaddio! Ci siamo!— Non ci siamo... — corresse l'omino. — Anzi non ci siamo affatto.Una bufera di domande l'avvolse, ond'egli per difendersi protese un braccio.— Piano, piano... Vi prego di lasciarmi parlare.E si mise a camminar lentamente fra i mobili del salotto.— Vi ho comunicata — riprese — la mia profondissima convinzione. Ha ucciso. E lo ripeto: Sì, ha ucciso. A voi non importa conoscere quello che feci, nè come nè in qual modo giunsi a chiudere affermativamente [pg!256] un'istruttoria così greve di conseguenze; voi m'avete dato un incarico, io l'ho assolto. Se poi v'interessa conoscerne i particolari, ve li racconterò, ma più tardi.— Insomma, — lo interruppe il Metello, — perchè hai detto che non ci siamo?— Piano, vi ripeto. Fino ad oggi ho lavorato per voi; ma ora, se non vi dispiace, intenderei di aver lavorato anche per me.— Come? come? — lo aggredirono.— Ecco, mi spiego. Per voi, lavorare, è sinonimo di guadagnar denaro; per me ha tutti i sensi che volete, infuori da questo. L'«affare», siamo intesi, è vostro. Ma la responsabilità morale della faccenda è mia; quindi mi preme di condurla bene a termine. Insomma: io vi metto una condizione.— Quale?Egli disse con voce risoluta:— Che non vi baleni mai per il capo l'idea di vendere al Ferento stesso il delitto di Andrea Ferento.— Oh, perchè? — esclamarono i due.— Perchè, dato e non concesso che un uomo come il Ferento si pieghi fino a pagare il vostro silenzio, questo vorrebbe dire nascondere un delitto che va messo in luce, sopprimere un giorno di sbalordimento nella vita pubblica italiana; anzi vorrebbe dire ormai altra cosa: far sì che un tal giorno venga ugualmente, ma che non sia da voi nè da me lacerato il suo velo.Poichè tacevano perplessi, egli domandò:— Mi capite?Uno alla volta, e insieme, cominciaron minutamente a contraddirlo.— Insomma, ragazzi, — li interruppe Dandolo bruscamente, — non perdiamo tempo. Chi di voi si sente il coraggio di presentarsi ad Andrea Ferento e dirgli su la faccia: — «Voi avete avvelenato Giorgio Fiesco. O mi date una certa somma, oppure vi denunzio al Procuratore del Re»? No, è inutile che vogliate [pg!257] rispondermi: di voi due nessuno lo saprà mai fare. Il solo forse che ne avrebbe il coraggio, son io. Ma io non intendo affatto prendere questa via, prima di tutto perchè non voglio denaro, poi perchè venire a patti col Ferento sarebbe assurdo.— Assurdo?— È la parola esatta. Davanti al vostro dilemma, il Ferento corre al telefono e vi fa arrestare per ricatto. Insieme provvede fulmineamente a parare il colpo che la vostra imperizia gli avrebbe così male assestato. Prove materiali non vi sono, per ora: è un potente, la giustizia è sua, la legge è sua, gli basta prevedere l'attacco per poterlo debellare. Voi fate questione dell'uomo che sia forte abbastanza per misurarsi con lui. Non ne vedo che uno: Salvatore Donadei. Del resto — concluse, — o voi m'ubbidite, o io me ne torno come son venuto e faccio a meno di voi.— Non ti eccitare, — lo persuase il Metello, con voce lusinghevole.— Io sono un uomo risoluto, — spiegò Dandolo. — Vi ho messa una condizione dalla quale non recederò. La strada è una sola, e vi avverto che, se farete altrimenti, penserò da me stesso ad informarne il Donadei.— Può darsi che tu abbia ragione, — ammise per primo il Metello, ch'era uno spirito riflessivo. Ma Tancredo, nel cuor suo non intrepido e forse remotamente buono, ancora non aveva guardato mai da presso il caso di dovere abbattere con un colpo mortale quell'uomo che in fondo egli conosceva, che in fondo non era stato nè orgoglioso nè ingiusto con lui, quell'uomo inflessibile, che sapeva essere così dolce nel parlare con la sua cognata, quel Ferento insomma, che forse aveva ucciso, ma chissà per quale ragione incomprensibile o necessaria... Ed ora, nell'apparirgli di questo inatteso evento, egli provava un senso non di sola paura, ma quasi di rimorso e d'inibizione, come se quei fermi occhi lo guardassero in faccia e quella voce calma gli ripetesse ancora una volta:[pg!258] «Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, è vero? E desidera vederlo? Venga, la condurrò.»— «Estorcere denaro ad un milionario, è un conto; rovinare del tutto un uomo, non mi sembra più la stessa cosa...» — rifletteva Tancredo fra sè. Ma diede una scrollata di spalle, strinse la bocca e nulla disse.— Anzi, — affermò il Metello, — più vi penso e più vedo che hai ragione. Quando si tenta un'impresa di questo genere bisogna riuscire. Faremo come tu vuoi. Dunque racconta.Il raccoglitore di farfalle cominciò con un aforisma:— Voi dovete innanzi tutto sapere che l'uomo è naturalmente nemico del proprio secreto. Pensare una cosa vuol dire farla esistere; compierla significa tradirsi.— Sarà benissimo, — gli accordò il Metello, che amava i racconti laconici.Ma Dandolo proseguì:— Dovete anche sapere che l'individuo, nella vita sociale, non è mai veramente solo; c'è qualcosa che vede, spia, vigila, origlia, fotografa i passi nel buio, indovina i movimenti traverso i muri, veglia sempre, sempre, dentro e fuori le case degli uomini. È l'Invisibile, che monta di fazione davanti alla nostra porta, che guarda per le serrature, sale sul tetto, scivola come un ladro giù per la cappa del camino; è l'Anonimo feroce, invidioso, pettegolo, astuto, proteiforme, che pare non somigli a nessuno ed è invece l'onnipresente complice di tutti quanti gli uomini.— Dandolo, per carità!... — intercesse il Metello.Costui non se ne dette per inteso.— E vi sono due specie di delitti: veloci e lenti. Se i primi possono talvolta contare su l'impunità, gli altri, nella diuturna loro incubazione, finiscono con ravvolgere il colpevole d'un'atmosfera sospetta, che inevitabilmente lo tradisce. Ma tutto questo non v'interessa, mi pare...[pg!259] — Questa non è per lo meno la parte essenziale, — disse il Metello con urbanità.— Invece, mio caro, questo è proprio l'essenziale. Io sono andato laggiù solo per fare conoscenza con l'Anonimo, e sono stato così abile da inspirare a costui la più assoluta fiducia. Quella denunzia che noi porteremo contro Andrea Ferento non è opera mia nè vostra; è l'Anonimo che ha lavorato per noi, è l'Anonimo che l'ha tessuta. Volessimo anche offrire a quest'uomo il dono del nostro silenzio, è forse troppo tardi: l'Anonimo l'accuserà. Ma sarebbe un'accusa vaga e disorganica, priva di un ordinatore che ne abbia raccolte le fila: io stesso; di un denunziatore che l'assuma: Tancredo; di un avvocato abile che ne dimostri l'efficacia: il Metello; d'un uomo potente che la sostenga: il Donadei.— Bravo! — esclamò Saverio. — Per quello che mi concerne, io sono pronto.— Infatti, — concluse il raccoglitore di farfalle, — ora tocca a voi. Per mio conto vi affermo che il giudice istruttore in persona, con tutti i suoi sgherri, non potrà fare più di quello ch'io feci. Ho recitate venti parti nella commedia, senza mai perdere il filo. Vi basti sapere che il medico Paolieri mi ha promesso di venirmi a trovare in città ed il vecchio Landi mi ha condotto ben due volte a visitare le sue campagne. Non vi parlerò dei De Martino, che, per farmi cosa grata, si sono messi a caccia di farfalle, nè di venti altre persone delle quali ho notato come un fonografo tutte le parole importanti. Cominciamo dunque, se volete, a sfogliare l'incartamento...Trasse alcuni fogli da uno scartafaccio che teneva nella tasca interna del suo giubbino, e sciolta la funicella che lo serrava, piegatala, messala via, distese le pagine ch'eransi arricciate e, con la voce metodica d'un cancelliere, dalla prima parola incominciò:«Clemente Gaspare De Martino, di professione fittabile, nativo di... d'anni quarantasei...»[pg!260]
IIAdesso di casa in casa, d'uscio in uscio, la voce correva. Era un piccolo serpentello, nero viscido rapido, ch'entrava di soppiatto per le fessure, faceva il giro delle camere, saltava inafferrabile, spariva. Aveva cominciato a muoversi nell'ombra, con un tortuoso e lento camminar di vermiciattolo, ed ora non aveva più paura nemmeno del sole; fischiava con la sua lingua biforcuta, lasciando per dov'era passato una lumacatura brillante. Non potevan trovarsi due persone a discorrere insieme, che non capitasse loro fra piedi; non rispettava nè i focolari nè i talami, nè il municipio nè la chiesa; ogni giorno cresceva d'insolenza e fischiava con maggiore implacabilità.La gente dapprima se n'era impaurita; ma ormai lo lasciavan entrare liberamente per le lor case, e, stupefatti della sua straordinaria vitalità, nessuno cercava nemmeno di schiacciargli il capo sotto il piede, come si usa fare con le vipere.[pg!251] Il serpentello fischiava e diceva: «L'hanno avvelenato... sì, sì, sì...»Una curiosità malsana cominciò ad agitare quella calma popolazione; tutto il giorno v'era gente che si aggirava nei pressi del cimitero, discorrendo a bassa voce; taluni andavano a visitare la tomba recente, quasi per interrogarla sopra il suo mistero; di notte i lumi si spegnevano più tardi che per il consueto e certi orribili sogni scendevano a turbare la fantasia di que' semplici lavoratori.Su, su, strisciando fuori dal borgo, la voce era salita fino alla villa; era entrata per l'ortaglia e per la porta di servizio; s'era fermata qualche giorno in cucina prima di arrischiarsi ad entrar nelle sale.Ma quando Novella fu partita per la città, e nella casa restaron i due vecchi, Maria Dora, lo scemo, a consumar tristemente le giornate inoperose, una mattina capitò il padre di Maurizio e chiese di parlar con Stefano da solo a solo. Certo egli non compiva due volte all'anno un così lungo tragitto co' suoi logori piedi: ma era venuto perchè ciò gli pareva necessario, ed eran amici da troppo tempo, lui e Stefano, perchè gli paresse lecito di tacer oltre.— Senti... faccio bene? faccio male? Non so. Ma devo dirti una cosa grave... molto grave.Stefano aggrottò le ciglia.— Poichè tu, naturalmente — continuava l'altro, — non sai nulla...Stefano infatti nulla sapeva. Ma non era del tutto impreparato. Qualche indizio lo aveva pur sorpreso; certe vaghe ombre nelle fisionomie della gente, certi mormorii, qua e là, per i cascinali, non gli eran del tutto sfuggiti.— Si dice... — cominciò il vecchio.Era un campagnolo del vecchio stampo, e si spiegò senza tergiversare, con parole spedite.Stefano dette un gran pugno su la tavola e non cercò nemmeno di contenere la sua collera.[pg!252] — Ecco due parole stupide: «Si dice!» Chi lo dice? Chi?...— Tutti.Allora la sua collera cadde; gli si aperse un enorme spavento nel cuore, perchè, di colpo, non si sentiva più del tutto certo che dicessero il falso. Lo mandò via trattandolo quasi male, bestemmiando ch'eran pazzi e birbanti, con fiere minacce contro quelli che ne avessero parlato ancora. Poi si giurò d'impedire che sua figlia e sua moglie avessero mai notizia di questa orribile voce; ma non era trascorsa un'ora, che già egli prendeva in disparte mamma Francesca e tremando le confidava sottovoce: — Senti, vecchia...Si curvarono paurosi e muti su questo enorme secreto. La notte non dormivan più; volevan persuadersi a vicenda che la orrenda cosa non poteva essere avvenuta in casa loro; ma una voce intima, nel cuore di ciascuno, sibilava come il serpentello: «Sì, sì, sì...»Ella non fu più la bianca solerte massaia; egli più non si occupava del giardino, dell'ortaglia, nè di andare per i campi a sorvegliare i bifolchi; ma camminava rannuvolato per le stanze; la pipa gli si spegneva tra i denti.Maria Dora li osservava con attenta curiosità. «Che mai poteva esserci di nuovo ancora?»Sapeva che Novella era andata a trovare il suo amante. Questo pensiero le faceva un po' dolere il cuore... Di giorno, per un nonnulla, era stizzosa, e verso l'alba udiva spesso i galli cantare.«Cos'era venuto a fare il padre di Maurizio fin lassù? Dopo la sua visita, che mutamento in quella casa! Anche la Berta da un pezzo era cambiata; ogni tanto parlava di andarsene e faceva quanto mai la misteriosa...»Una sartina del paese, una brunetta graziosa e pettegola, in quei giorni le stava terminando gli abiti da lutto; qualche volta lavoravan insieme, sedute a fianco, presso la macchina da cucire. Costei cicalava più in [pg!253] fretta che non cucisse con l'ago veloce; Maria Dora le dava del tu e cucivano insieme per lunghe ore. La sartina aveva un brutto nome: Palmira; ma la chiamavan Miretta, e doveva sposare Lionello dai baffi a punta — Lionello Garlanti, parrucchiere, da Rimini... Se appena stava zitta, le usciva, nel cucire, una puntina di lingua rossa tra le labbra sottili; ma questo non accadeva quasi mai, perchè parlava di continuo come un mulino a vento, e di tutti e di tutto parlava con estrema volubilità.Finalmente un giorno Maria Dora prese Maurizio alla sprovvista e con mille astuzie incominciò a farlo discorrere. Maurizio era timido, le voleva bene; disse qualche parola di troppo, che non voleva dire... poi si confuse.Marcuccio scriveva un discorso funebre; ogni giorno scriveva un discorso funebre...Ma Dandolo Zappetta frattanto era già tornato in città. Il raccoglitore di farfalle aveva compiuta l'opera sua con una precisione davvero scientifica e rincasava portando nella valigia un meticoloso incartamento, oltre ad alcuni esemplari preziosi di farfalle nostrane, poichè i due compari non gli avevano mentito affatto e quella fiorita regione abbondava di vaghissimi papilioni. Dandolo Zappetta sapeva d'esser stato prodigioso; una soddisfazione legittima gli allargava lo spazio del cuore, senza tradirsi per altro segno visibile che un allegro fischiettar pertinace, il quale non gli si era staccato dalle labbra per tutta la via del ritorno.Quest'uomo piccolo e mansueto, il quale non ambiva altro regno che la sua soffitta nè altri sudditi che lo stuolo delle sue morte farfalle, amava tuttavia la vittoria come l'amano i predatori, e nella sua piccolezza estrema gli piaceva solo di misurarsi coi più forti.Allora, quando fu di ritorno, questo piccolo uomo salì agilmente i cinque piani della sua soffitta, schiuse l'uscio e corse a riveder le sue farfalle, con la medesima [pg!254] tenerezza d'una madre la quale andasse a riguardare la cuna del proprio bimbo. Indi si mutò d'abiti, con grande cura indossò di nuovo il suo logoro giubbino luccicante, si strofinò per dieci minuti le scarpe senza macchia, scelse nella valigia, tra un grosso fascicolo, certe carte che gli occorrevano, mise un vecchio cappello duro di color marrone, che gli calzava fin quasi ai sopraccigli, e col bocchino di legno fra i denti, tranquillamente uscì.Tancredo, che gli avvenne d'incontrar per primo, cominciò a tempestarlo di domande precipitose. In luogo di rispondere, Dandolo non faceva che affrettare i suoi passettini da lucertola, con tanta rapidità che il Salvi durava gran fatica nel camminargli di paro.— Pazienza, mio buon Tancredo! Io son avvezzo a procedere con ordine in tutte le mie cose. Fra cinque minuti saremo a casa del Metello e, quando potete ascoltarmi entrambi, allora parlerò.— Almeno tóglimi da questa orribile incertezza! — lo supplicava Tancredo.— Figúrati, — gli narrò sorridendo il raccoglitore di farfalle, — figúrati che ho trovato perfino il solo esemplare di Vanesse ch'io non possedessi: laVanessa Atalantacon le ali nere vellutate. Non solo, ma una magnificaSaturnia Pavonia, grossa quasi come un pipistrello!Tancredo grugnì una bestemmia, che fece sorridere l'omino. Allo scampanellare che fecero, anzi tutto rispose il ringhio asmàtico di Volapuk, un decrepito can barbone, fegatoso come una zitella ed irsuto come un istrice; poi Saverio accorse, e ricevette gli ospiti con un formidabile: Urrà!— Dunque? dunque? — non cessava dal ripetere, facendoli entrare in un salottino, dove ambedue cominciarono a carezzar l'omino accerchiandolo d'infinite premure.Saverio gli avanzò una poltrona, Tancredo ve lo fece sedere a viva forza, esclamando:[pg!255] — Siedi, e parla finalmente!— Siamo soli? — premise Dandolo, quasichè si divertisse ad esasperare la loro impazienza.Il Metello andò a chiudere la porta.— C'è mia madre; però è sorda; e credo anzi che dorma. Dunque?— Ti prego, Tancredo, sièditi, — fece l'omuncolo. — Dall'altezza della tua statura mi pericoli addosso come la Torre di Pisa.Tancredo gli ubbidì; sedettero entrambi davanti a lui, vicini. Dandolo introdusse una sigaretta fatta a mano in quel certo suo bocchino d'un legno introvabile, trasse il portacerini d'argento, cesellato chissà mai dove con un volo di grù, diede fuoco al fiammifero, accese meticolosamente la sigaretta, spense, cercò invano con gli occhi un portacenere ove deporre il cerino.— Butta per terra, — disse nervosamente Saverio, davanti a quell'indugio.— Oh, non importa! — E alzatosi, lo andò a gettare nel camino.Poi si volse, guardando quei due che pendevano dalla sua bocca, e, senza mutar voce nè fisionomia, disse tranquillamente:— Ha ucciso.I due si batteron un pugno scambievolmente su le ginocchia e con impeto sorsero in piedi.— Vivaddio! Ci siamo!— Non ci siamo... — corresse l'omino. — Anzi non ci siamo affatto.Una bufera di domande l'avvolse, ond'egli per difendersi protese un braccio.— Piano, piano... Vi prego di lasciarmi parlare.E si mise a camminar lentamente fra i mobili del salotto.— Vi ho comunicata — riprese — la mia profondissima convinzione. Ha ucciso. E lo ripeto: Sì, ha ucciso. A voi non importa conoscere quello che feci, nè come nè in qual modo giunsi a chiudere affermativamente [pg!256] un'istruttoria così greve di conseguenze; voi m'avete dato un incarico, io l'ho assolto. Se poi v'interessa conoscerne i particolari, ve li racconterò, ma più tardi.— Insomma, — lo interruppe il Metello, — perchè hai detto che non ci siamo?— Piano, vi ripeto. Fino ad oggi ho lavorato per voi; ma ora, se non vi dispiace, intenderei di aver lavorato anche per me.— Come? come? — lo aggredirono.— Ecco, mi spiego. Per voi, lavorare, è sinonimo di guadagnar denaro; per me ha tutti i sensi che volete, infuori da questo. L'«affare», siamo intesi, è vostro. Ma la responsabilità morale della faccenda è mia; quindi mi preme di condurla bene a termine. Insomma: io vi metto una condizione.— Quale?Egli disse con voce risoluta:— Che non vi baleni mai per il capo l'idea di vendere al Ferento stesso il delitto di Andrea Ferento.— Oh, perchè? — esclamarono i due.— Perchè, dato e non concesso che un uomo come il Ferento si pieghi fino a pagare il vostro silenzio, questo vorrebbe dire nascondere un delitto che va messo in luce, sopprimere un giorno di sbalordimento nella vita pubblica italiana; anzi vorrebbe dire ormai altra cosa: far sì che un tal giorno venga ugualmente, ma che non sia da voi nè da me lacerato il suo velo.Poichè tacevano perplessi, egli domandò:— Mi capite?Uno alla volta, e insieme, cominciaron minutamente a contraddirlo.— Insomma, ragazzi, — li interruppe Dandolo bruscamente, — non perdiamo tempo. Chi di voi si sente il coraggio di presentarsi ad Andrea Ferento e dirgli su la faccia: — «Voi avete avvelenato Giorgio Fiesco. O mi date una certa somma, oppure vi denunzio al Procuratore del Re»? No, è inutile che vogliate [pg!257] rispondermi: di voi due nessuno lo saprà mai fare. Il solo forse che ne avrebbe il coraggio, son io. Ma io non intendo affatto prendere questa via, prima di tutto perchè non voglio denaro, poi perchè venire a patti col Ferento sarebbe assurdo.— Assurdo?— È la parola esatta. Davanti al vostro dilemma, il Ferento corre al telefono e vi fa arrestare per ricatto. Insieme provvede fulmineamente a parare il colpo che la vostra imperizia gli avrebbe così male assestato. Prove materiali non vi sono, per ora: è un potente, la giustizia è sua, la legge è sua, gli basta prevedere l'attacco per poterlo debellare. Voi fate questione dell'uomo che sia forte abbastanza per misurarsi con lui. Non ne vedo che uno: Salvatore Donadei. Del resto — concluse, — o voi m'ubbidite, o io me ne torno come son venuto e faccio a meno di voi.— Non ti eccitare, — lo persuase il Metello, con voce lusinghevole.— Io sono un uomo risoluto, — spiegò Dandolo. — Vi ho messa una condizione dalla quale non recederò. La strada è una sola, e vi avverto che, se farete altrimenti, penserò da me stesso ad informarne il Donadei.— Può darsi che tu abbia ragione, — ammise per primo il Metello, ch'era uno spirito riflessivo. Ma Tancredo, nel cuor suo non intrepido e forse remotamente buono, ancora non aveva guardato mai da presso il caso di dovere abbattere con un colpo mortale quell'uomo che in fondo egli conosceva, che in fondo non era stato nè orgoglioso nè ingiusto con lui, quell'uomo inflessibile, che sapeva essere così dolce nel parlare con la sua cognata, quel Ferento insomma, che forse aveva ucciso, ma chissà per quale ragione incomprensibile o necessaria... Ed ora, nell'apparirgli di questo inatteso evento, egli provava un senso non di sola paura, ma quasi di rimorso e d'inibizione, come se quei fermi occhi lo guardassero in faccia e quella voce calma gli ripetesse ancora una volta:[pg!258] «Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, è vero? E desidera vederlo? Venga, la condurrò.»— «Estorcere denaro ad un milionario, è un conto; rovinare del tutto un uomo, non mi sembra più la stessa cosa...» — rifletteva Tancredo fra sè. Ma diede una scrollata di spalle, strinse la bocca e nulla disse.— Anzi, — affermò il Metello, — più vi penso e più vedo che hai ragione. Quando si tenta un'impresa di questo genere bisogna riuscire. Faremo come tu vuoi. Dunque racconta.Il raccoglitore di farfalle cominciò con un aforisma:— Voi dovete innanzi tutto sapere che l'uomo è naturalmente nemico del proprio secreto. Pensare una cosa vuol dire farla esistere; compierla significa tradirsi.— Sarà benissimo, — gli accordò il Metello, che amava i racconti laconici.Ma Dandolo proseguì:— Dovete anche sapere che l'individuo, nella vita sociale, non è mai veramente solo; c'è qualcosa che vede, spia, vigila, origlia, fotografa i passi nel buio, indovina i movimenti traverso i muri, veglia sempre, sempre, dentro e fuori le case degli uomini. È l'Invisibile, che monta di fazione davanti alla nostra porta, che guarda per le serrature, sale sul tetto, scivola come un ladro giù per la cappa del camino; è l'Anonimo feroce, invidioso, pettegolo, astuto, proteiforme, che pare non somigli a nessuno ed è invece l'onnipresente complice di tutti quanti gli uomini.— Dandolo, per carità!... — intercesse il Metello.Costui non se ne dette per inteso.— E vi sono due specie di delitti: veloci e lenti. Se i primi possono talvolta contare su l'impunità, gli altri, nella diuturna loro incubazione, finiscono con ravvolgere il colpevole d'un'atmosfera sospetta, che inevitabilmente lo tradisce. Ma tutto questo non v'interessa, mi pare...[pg!259] — Questa non è per lo meno la parte essenziale, — disse il Metello con urbanità.— Invece, mio caro, questo è proprio l'essenziale. Io sono andato laggiù solo per fare conoscenza con l'Anonimo, e sono stato così abile da inspirare a costui la più assoluta fiducia. Quella denunzia che noi porteremo contro Andrea Ferento non è opera mia nè vostra; è l'Anonimo che ha lavorato per noi, è l'Anonimo che l'ha tessuta. Volessimo anche offrire a quest'uomo il dono del nostro silenzio, è forse troppo tardi: l'Anonimo l'accuserà. Ma sarebbe un'accusa vaga e disorganica, priva di un ordinatore che ne abbia raccolte le fila: io stesso; di un denunziatore che l'assuma: Tancredo; di un avvocato abile che ne dimostri l'efficacia: il Metello; d'un uomo potente che la sostenga: il Donadei.— Bravo! — esclamò Saverio. — Per quello che mi concerne, io sono pronto.— Infatti, — concluse il raccoglitore di farfalle, — ora tocca a voi. Per mio conto vi affermo che il giudice istruttore in persona, con tutti i suoi sgherri, non potrà fare più di quello ch'io feci. Ho recitate venti parti nella commedia, senza mai perdere il filo. Vi basti sapere che il medico Paolieri mi ha promesso di venirmi a trovare in città ed il vecchio Landi mi ha condotto ben due volte a visitare le sue campagne. Non vi parlerò dei De Martino, che, per farmi cosa grata, si sono messi a caccia di farfalle, nè di venti altre persone delle quali ho notato come un fonografo tutte le parole importanti. Cominciamo dunque, se volete, a sfogliare l'incartamento...Trasse alcuni fogli da uno scartafaccio che teneva nella tasca interna del suo giubbino, e sciolta la funicella che lo serrava, piegatala, messala via, distese le pagine ch'eransi arricciate e, con la voce metodica d'un cancelliere, dalla prima parola incominciò:«Clemente Gaspare De Martino, di professione fittabile, nativo di... d'anni quarantasei...»[pg!260]
Adesso di casa in casa, d'uscio in uscio, la voce correva. Era un piccolo serpentello, nero viscido rapido, ch'entrava di soppiatto per le fessure, faceva il giro delle camere, saltava inafferrabile, spariva. Aveva cominciato a muoversi nell'ombra, con un tortuoso e lento camminar di vermiciattolo, ed ora non aveva più paura nemmeno del sole; fischiava con la sua lingua biforcuta, lasciando per dov'era passato una lumacatura brillante. Non potevan trovarsi due persone a discorrere insieme, che non capitasse loro fra piedi; non rispettava nè i focolari nè i talami, nè il municipio nè la chiesa; ogni giorno cresceva d'insolenza e fischiava con maggiore implacabilità.
La gente dapprima se n'era impaurita; ma ormai lo lasciavan entrare liberamente per le lor case, e, stupefatti della sua straordinaria vitalità, nessuno cercava nemmeno di schiacciargli il capo sotto il piede, come si usa fare con le vipere.
[pg!251] Il serpentello fischiava e diceva: «L'hanno avvelenato... sì, sì, sì...»
Una curiosità malsana cominciò ad agitare quella calma popolazione; tutto il giorno v'era gente che si aggirava nei pressi del cimitero, discorrendo a bassa voce; taluni andavano a visitare la tomba recente, quasi per interrogarla sopra il suo mistero; di notte i lumi si spegnevano più tardi che per il consueto e certi orribili sogni scendevano a turbare la fantasia di que' semplici lavoratori.
Su, su, strisciando fuori dal borgo, la voce era salita fino alla villa; era entrata per l'ortaglia e per la porta di servizio; s'era fermata qualche giorno in cucina prima di arrischiarsi ad entrar nelle sale.
Ma quando Novella fu partita per la città, e nella casa restaron i due vecchi, Maria Dora, lo scemo, a consumar tristemente le giornate inoperose, una mattina capitò il padre di Maurizio e chiese di parlar con Stefano da solo a solo. Certo egli non compiva due volte all'anno un così lungo tragitto co' suoi logori piedi: ma era venuto perchè ciò gli pareva necessario, ed eran amici da troppo tempo, lui e Stefano, perchè gli paresse lecito di tacer oltre.
— Senti... faccio bene? faccio male? Non so. Ma devo dirti una cosa grave... molto grave.
Stefano aggrottò le ciglia.
— Poichè tu, naturalmente — continuava l'altro, — non sai nulla...
Stefano infatti nulla sapeva. Ma non era del tutto impreparato. Qualche indizio lo aveva pur sorpreso; certe vaghe ombre nelle fisionomie della gente, certi mormorii, qua e là, per i cascinali, non gli eran del tutto sfuggiti.
— Si dice... — cominciò il vecchio.
Era un campagnolo del vecchio stampo, e si spiegò senza tergiversare, con parole spedite.
Stefano dette un gran pugno su la tavola e non cercò nemmeno di contenere la sua collera.
[pg!252] — Ecco due parole stupide: «Si dice!» Chi lo dice? Chi?...
— Tutti.
Allora la sua collera cadde; gli si aperse un enorme spavento nel cuore, perchè, di colpo, non si sentiva più del tutto certo che dicessero il falso. Lo mandò via trattandolo quasi male, bestemmiando ch'eran pazzi e birbanti, con fiere minacce contro quelli che ne avessero parlato ancora. Poi si giurò d'impedire che sua figlia e sua moglie avessero mai notizia di questa orribile voce; ma non era trascorsa un'ora, che già egli prendeva in disparte mamma Francesca e tremando le confidava sottovoce: — Senti, vecchia...
Si curvarono paurosi e muti su questo enorme secreto. La notte non dormivan più; volevan persuadersi a vicenda che la orrenda cosa non poteva essere avvenuta in casa loro; ma una voce intima, nel cuore di ciascuno, sibilava come il serpentello: «Sì, sì, sì...»
Ella non fu più la bianca solerte massaia; egli più non si occupava del giardino, dell'ortaglia, nè di andare per i campi a sorvegliare i bifolchi; ma camminava rannuvolato per le stanze; la pipa gli si spegneva tra i denti.
Maria Dora li osservava con attenta curiosità. «Che mai poteva esserci di nuovo ancora?»
Sapeva che Novella era andata a trovare il suo amante. Questo pensiero le faceva un po' dolere il cuore... Di giorno, per un nonnulla, era stizzosa, e verso l'alba udiva spesso i galli cantare.
«Cos'era venuto a fare il padre di Maurizio fin lassù? Dopo la sua visita, che mutamento in quella casa! Anche la Berta da un pezzo era cambiata; ogni tanto parlava di andarsene e faceva quanto mai la misteriosa...»
Una sartina del paese, una brunetta graziosa e pettegola, in quei giorni le stava terminando gli abiti da lutto; qualche volta lavoravan insieme, sedute a fianco, presso la macchina da cucire. Costei cicalava più in [pg!253] fretta che non cucisse con l'ago veloce; Maria Dora le dava del tu e cucivano insieme per lunghe ore. La sartina aveva un brutto nome: Palmira; ma la chiamavan Miretta, e doveva sposare Lionello dai baffi a punta — Lionello Garlanti, parrucchiere, da Rimini... Se appena stava zitta, le usciva, nel cucire, una puntina di lingua rossa tra le labbra sottili; ma questo non accadeva quasi mai, perchè parlava di continuo come un mulino a vento, e di tutti e di tutto parlava con estrema volubilità.
Finalmente un giorno Maria Dora prese Maurizio alla sprovvista e con mille astuzie incominciò a farlo discorrere. Maurizio era timido, le voleva bene; disse qualche parola di troppo, che non voleva dire... poi si confuse.
Marcuccio scriveva un discorso funebre; ogni giorno scriveva un discorso funebre...
Ma Dandolo Zappetta frattanto era già tornato in città. Il raccoglitore di farfalle aveva compiuta l'opera sua con una precisione davvero scientifica e rincasava portando nella valigia un meticoloso incartamento, oltre ad alcuni esemplari preziosi di farfalle nostrane, poichè i due compari non gli avevano mentito affatto e quella fiorita regione abbondava di vaghissimi papilioni. Dandolo Zappetta sapeva d'esser stato prodigioso; una soddisfazione legittima gli allargava lo spazio del cuore, senza tradirsi per altro segno visibile che un allegro fischiettar pertinace, il quale non gli si era staccato dalle labbra per tutta la via del ritorno.
Quest'uomo piccolo e mansueto, il quale non ambiva altro regno che la sua soffitta nè altri sudditi che lo stuolo delle sue morte farfalle, amava tuttavia la vittoria come l'amano i predatori, e nella sua piccolezza estrema gli piaceva solo di misurarsi coi più forti.
Allora, quando fu di ritorno, questo piccolo uomo salì agilmente i cinque piani della sua soffitta, schiuse l'uscio e corse a riveder le sue farfalle, con la medesima [pg!254] tenerezza d'una madre la quale andasse a riguardare la cuna del proprio bimbo. Indi si mutò d'abiti, con grande cura indossò di nuovo il suo logoro giubbino luccicante, si strofinò per dieci minuti le scarpe senza macchia, scelse nella valigia, tra un grosso fascicolo, certe carte che gli occorrevano, mise un vecchio cappello duro di color marrone, che gli calzava fin quasi ai sopraccigli, e col bocchino di legno fra i denti, tranquillamente uscì.
Tancredo, che gli avvenne d'incontrar per primo, cominciò a tempestarlo di domande precipitose. In luogo di rispondere, Dandolo non faceva che affrettare i suoi passettini da lucertola, con tanta rapidità che il Salvi durava gran fatica nel camminargli di paro.
— Pazienza, mio buon Tancredo! Io son avvezzo a procedere con ordine in tutte le mie cose. Fra cinque minuti saremo a casa del Metello e, quando potete ascoltarmi entrambi, allora parlerò.
— Almeno tóglimi da questa orribile incertezza! — lo supplicava Tancredo.
— Figúrati, — gli narrò sorridendo il raccoglitore di farfalle, — figúrati che ho trovato perfino il solo esemplare di Vanesse ch'io non possedessi: laVanessa Atalantacon le ali nere vellutate. Non solo, ma una magnificaSaturnia Pavonia, grossa quasi come un pipistrello!
Tancredo grugnì una bestemmia, che fece sorridere l'omino. Allo scampanellare che fecero, anzi tutto rispose il ringhio asmàtico di Volapuk, un decrepito can barbone, fegatoso come una zitella ed irsuto come un istrice; poi Saverio accorse, e ricevette gli ospiti con un formidabile: Urrà!
— Dunque? dunque? — non cessava dal ripetere, facendoli entrare in un salottino, dove ambedue cominciarono a carezzar l'omino accerchiandolo d'infinite premure.
Saverio gli avanzò una poltrona, Tancredo ve lo fece sedere a viva forza, esclamando:
[pg!255] — Siedi, e parla finalmente!
— Siamo soli? — premise Dandolo, quasichè si divertisse ad esasperare la loro impazienza.
Il Metello andò a chiudere la porta.
— C'è mia madre; però è sorda; e credo anzi che dorma. Dunque?
— Ti prego, Tancredo, sièditi, — fece l'omuncolo. — Dall'altezza della tua statura mi pericoli addosso come la Torre di Pisa.
Tancredo gli ubbidì; sedettero entrambi davanti a lui, vicini. Dandolo introdusse una sigaretta fatta a mano in quel certo suo bocchino d'un legno introvabile, trasse il portacerini d'argento, cesellato chissà mai dove con un volo di grù, diede fuoco al fiammifero, accese meticolosamente la sigaretta, spense, cercò invano con gli occhi un portacenere ove deporre il cerino.
— Butta per terra, — disse nervosamente Saverio, davanti a quell'indugio.
— Oh, non importa! — E alzatosi, lo andò a gettare nel camino.
Poi si volse, guardando quei due che pendevano dalla sua bocca, e, senza mutar voce nè fisionomia, disse tranquillamente:
— Ha ucciso.
I due si batteron un pugno scambievolmente su le ginocchia e con impeto sorsero in piedi.
— Vivaddio! Ci siamo!
— Non ci siamo... — corresse l'omino. — Anzi non ci siamo affatto.
Una bufera di domande l'avvolse, ond'egli per difendersi protese un braccio.
— Piano, piano... Vi prego di lasciarmi parlare.
E si mise a camminar lentamente fra i mobili del salotto.
— Vi ho comunicata — riprese — la mia profondissima convinzione. Ha ucciso. E lo ripeto: Sì, ha ucciso. A voi non importa conoscere quello che feci, nè come nè in qual modo giunsi a chiudere affermativamente [pg!256] un'istruttoria così greve di conseguenze; voi m'avete dato un incarico, io l'ho assolto. Se poi v'interessa conoscerne i particolari, ve li racconterò, ma più tardi.
— Insomma, — lo interruppe il Metello, — perchè hai detto che non ci siamo?
— Piano, vi ripeto. Fino ad oggi ho lavorato per voi; ma ora, se non vi dispiace, intenderei di aver lavorato anche per me.
— Come? come? — lo aggredirono.
— Ecco, mi spiego. Per voi, lavorare, è sinonimo di guadagnar denaro; per me ha tutti i sensi che volete, infuori da questo. L'«affare», siamo intesi, è vostro. Ma la responsabilità morale della faccenda è mia; quindi mi preme di condurla bene a termine. Insomma: io vi metto una condizione.
— Quale?
Egli disse con voce risoluta:
— Che non vi baleni mai per il capo l'idea di vendere al Ferento stesso il delitto di Andrea Ferento.
— Oh, perchè? — esclamarono i due.
— Perchè, dato e non concesso che un uomo come il Ferento si pieghi fino a pagare il vostro silenzio, questo vorrebbe dire nascondere un delitto che va messo in luce, sopprimere un giorno di sbalordimento nella vita pubblica italiana; anzi vorrebbe dire ormai altra cosa: far sì che un tal giorno venga ugualmente, ma che non sia da voi nè da me lacerato il suo velo.
Poichè tacevano perplessi, egli domandò:
— Mi capite?
Uno alla volta, e insieme, cominciaron minutamente a contraddirlo.
— Insomma, ragazzi, — li interruppe Dandolo bruscamente, — non perdiamo tempo. Chi di voi si sente il coraggio di presentarsi ad Andrea Ferento e dirgli su la faccia: — «Voi avete avvelenato Giorgio Fiesco. O mi date una certa somma, oppure vi denunzio al Procuratore del Re»? No, è inutile che vogliate [pg!257] rispondermi: di voi due nessuno lo saprà mai fare. Il solo forse che ne avrebbe il coraggio, son io. Ma io non intendo affatto prendere questa via, prima di tutto perchè non voglio denaro, poi perchè venire a patti col Ferento sarebbe assurdo.
— Assurdo?
— È la parola esatta. Davanti al vostro dilemma, il Ferento corre al telefono e vi fa arrestare per ricatto. Insieme provvede fulmineamente a parare il colpo che la vostra imperizia gli avrebbe così male assestato. Prove materiali non vi sono, per ora: è un potente, la giustizia è sua, la legge è sua, gli basta prevedere l'attacco per poterlo debellare. Voi fate questione dell'uomo che sia forte abbastanza per misurarsi con lui. Non ne vedo che uno: Salvatore Donadei. Del resto — concluse, — o voi m'ubbidite, o io me ne torno come son venuto e faccio a meno di voi.
— Non ti eccitare, — lo persuase il Metello, con voce lusinghevole.
— Io sono un uomo risoluto, — spiegò Dandolo. — Vi ho messa una condizione dalla quale non recederò. La strada è una sola, e vi avverto che, se farete altrimenti, penserò da me stesso ad informarne il Donadei.
— Può darsi che tu abbia ragione, — ammise per primo il Metello, ch'era uno spirito riflessivo. Ma Tancredo, nel cuor suo non intrepido e forse remotamente buono, ancora non aveva guardato mai da presso il caso di dovere abbattere con un colpo mortale quell'uomo che in fondo egli conosceva, che in fondo non era stato nè orgoglioso nè ingiusto con lui, quell'uomo inflessibile, che sapeva essere così dolce nel parlare con la sua cognata, quel Ferento insomma, che forse aveva ucciso, ma chissà per quale ragione incomprensibile o necessaria... Ed ora, nell'apparirgli di questo inatteso evento, egli provava un senso non di sola paura, ma quasi di rimorso e d'inibizione, come se quei fermi occhi lo guardassero in faccia e quella voce calma gli ripetesse ancora una volta:
[pg!258] «Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, è vero? E desidera vederlo? Venga, la condurrò.»
— «Estorcere denaro ad un milionario, è un conto; rovinare del tutto un uomo, non mi sembra più la stessa cosa...» — rifletteva Tancredo fra sè. Ma diede una scrollata di spalle, strinse la bocca e nulla disse.
— Anzi, — affermò il Metello, — più vi penso e più vedo che hai ragione. Quando si tenta un'impresa di questo genere bisogna riuscire. Faremo come tu vuoi. Dunque racconta.
Il raccoglitore di farfalle cominciò con un aforisma:
— Voi dovete innanzi tutto sapere che l'uomo è naturalmente nemico del proprio secreto. Pensare una cosa vuol dire farla esistere; compierla significa tradirsi.
— Sarà benissimo, — gli accordò il Metello, che amava i racconti laconici.
Ma Dandolo proseguì:
— Dovete anche sapere che l'individuo, nella vita sociale, non è mai veramente solo; c'è qualcosa che vede, spia, vigila, origlia, fotografa i passi nel buio, indovina i movimenti traverso i muri, veglia sempre, sempre, dentro e fuori le case degli uomini. È l'Invisibile, che monta di fazione davanti alla nostra porta, che guarda per le serrature, sale sul tetto, scivola come un ladro giù per la cappa del camino; è l'Anonimo feroce, invidioso, pettegolo, astuto, proteiforme, che pare non somigli a nessuno ed è invece l'onnipresente complice di tutti quanti gli uomini.
— Dandolo, per carità!... — intercesse il Metello.
Costui non se ne dette per inteso.
— E vi sono due specie di delitti: veloci e lenti. Se i primi possono talvolta contare su l'impunità, gli altri, nella diuturna loro incubazione, finiscono con ravvolgere il colpevole d'un'atmosfera sospetta, che inevitabilmente lo tradisce. Ma tutto questo non v'interessa, mi pare...
[pg!259] — Questa non è per lo meno la parte essenziale, — disse il Metello con urbanità.
— Invece, mio caro, questo è proprio l'essenziale. Io sono andato laggiù solo per fare conoscenza con l'Anonimo, e sono stato così abile da inspirare a costui la più assoluta fiducia. Quella denunzia che noi porteremo contro Andrea Ferento non è opera mia nè vostra; è l'Anonimo che ha lavorato per noi, è l'Anonimo che l'ha tessuta. Volessimo anche offrire a quest'uomo il dono del nostro silenzio, è forse troppo tardi: l'Anonimo l'accuserà. Ma sarebbe un'accusa vaga e disorganica, priva di un ordinatore che ne abbia raccolte le fila: io stesso; di un denunziatore che l'assuma: Tancredo; di un avvocato abile che ne dimostri l'efficacia: il Metello; d'un uomo potente che la sostenga: il Donadei.
— Bravo! — esclamò Saverio. — Per quello che mi concerne, io sono pronto.
— Infatti, — concluse il raccoglitore di farfalle, — ora tocca a voi. Per mio conto vi affermo che il giudice istruttore in persona, con tutti i suoi sgherri, non potrà fare più di quello ch'io feci. Ho recitate venti parti nella commedia, senza mai perdere il filo. Vi basti sapere che il medico Paolieri mi ha promesso di venirmi a trovare in città ed il vecchio Landi mi ha condotto ben due volte a visitare le sue campagne. Non vi parlerò dei De Martino, che, per farmi cosa grata, si sono messi a caccia di farfalle, nè di venti altre persone delle quali ho notato come un fonografo tutte le parole importanti. Cominciamo dunque, se volete, a sfogliare l'incartamento...
Trasse alcuni fogli da uno scartafaccio che teneva nella tasca interna del suo giubbino, e sciolta la funicella che lo serrava, piegatala, messala via, distese le pagine ch'eransi arricciate e, con la voce metodica d'un cancelliere, dalla prima parola incominciò:
«Clemente Gaspare De Martino, di professione fittabile, nativo di... d'anni quarantasei...»
[pg!260]