IVDa questo colloquio Tancredo intese che le parole del Ferento equivalevano ad un commiato e che perciò era necessario far presto.— Non dubitare che mi vendico! — borbottava a denti stretti, ripreso da un accesso di bile nel pensare alla sfumata eredità. E seduto nella medesima poltrona, in quella profumata sala dove non c'era più nessuno, immaginava con iracondia le sue vendette future. Ma poco dopo entrò lo scemo, s'accocolò in un angolo e, preso l'archetto, incominciò ad eseguire sul violino quell'unica dolorosa Canzone ch'egli sapeva. Arrivato ad un certo punto, s'interrompeva sghignazzando, e ricominciava da capo.— «Di', scemo? seguiterai per un pezzo a farmi questo bel concerto?» — -mormorò Tancredo a mezza voce.Ma lo scemo, che aveva un udito finissimo, lo intese, o intese almeno l'epiteto, del quale si corrucciò. Scese dalla seggiola, e con il violino in pugno gli venne davanti, minaccioso.— Come ti chiami? Chi sei? Cosa fai qui? Vattene!E con l'archetto gli segnava l'uscio, protendendo sul collo turgido la faccia incollerita. Per prudenza [pg!208] Tancredo si levò in piedi e fece atto di ubbidirgli, ma riparatosi dietro la poltrona cominciò a fissarlo.— Dica, professore... non facciamo scherzi! Professor Marcuccio, per carità... si calmi, professore!Accortosi che quel nome produceva un buon effetto, glielo dispensò a manate: Professore, professore...— Non ti piace la musica, eh? — lo derise Marcuccio, battendo l'archetto sul violino.— Così così...— Allora forse preferisci che ti legga una poesia?— Ecco, — disse Tancredo con longanimità, — preferisco.Lo scemo depose il violino, trasse di tasca un quaderno scarabocchiato di righe storte, si pose nel mezzo della stanza, e imitando gli oratori che aveva uditi quel mattino al camposanto, cominciò a leggere:«Sette matasse di lanadi sette colori che sono:il bianco, il giallo, il verde, il rosso, il blu,— gli altri due non so più —hanno filato le monacheper fare il lenzuolo di morteai morti del paese.Sette matasse di lana,perchè si marita domaniil maniscalco che batte,che picchia, che batte, che picchia,sui ferri, tutta la settimana.Sette matasse di lana.— Ti piace?— Sì, professore, è molto bella. Come dice?... «il rosso, il giallo, il verde, il bianco, il blu, — gli altri due non so più...» Bello! molto bello!E Tancredo batteva le mani.— Silenzio! — impose lo scemo. E ricominciò:[pg!209]«Sette rocchetti di refe,di refe bianco e di refe turchino,hanno filato le monacheper fare una vesta da festa,tutta bianca e tutta rosaalla Berta che va sposa:alla Berta rossa, che ha la pancia grossa.— Questa è migliore! — applaudì Tancredo. — «Alla Berta rossa, che ha la pancia grossa...» — Un capolavoro!E piano piano, mentre lo scemo stava per attaccare una terza strofa, scivolò fuori dalla sala, scese nel giardino, e poichè l'avevan lasciato solo risolse di fare una bella passeggiata. Lontanò in mezzo alle campagne, ragionando fra sè medesimo su quello che gli convenisse fare.Per fortuna il suo cervello era una miniera inesauribile d'idee, nè a lungo indugiò prima di guidare le sue ricerche verso la persona che precisamente gli occorreva.«Ecce homo!» — esclamò d'un tratto, pronunziando a fior di labbro questo nome: — Dandolo Zappetta.Costui era un morto di fame, al quale Tancredo sapeva di aver pagato cinque o sei pranzi, nonchè un numero infinito di mezzi toscani.Era piccolo piccolo, magro magro, giallo giallo, con due piedini da bamboletta, un giacchettuzzo nero, che pareva di raso, tanto s'era fatto lucido, un testone maggiore del suo corpo, con una strana calvizie che gli occupava soltanto la chierica e la sommità della fronte.La sua bocca era sottile, diritta, come una di quelle righe segnate nei libri al finire d'ogni capitolo, e vi teneva sempre infisso un cotal suo bocchino d'un certo legno da lui vantatissimo, qualcosa di raro come [pg!210] quei legni aromatici che i primi navigatori Egizi riportarono dal favoloso regno di Punt.Era povero come Giobbe, ma tuttavia possedeva un orologio di similoro, più bello che l'oro, tre anellucci da giovine puerpera, due catene d'argento, un portacerini cesellato, un portasigarette d'un altro legno quasi leggendario, venuto forse da un mondo più lontano che il lontano reame di Punt, e mille altre bazzecole d'un valor grande invero, che formavano i beni della sua felicità. Quest'uomo singolare, non c'era cosa che non avesse veduta, udita, saputa, o non sapesse fare: ma non faceva niente. Viveva in due camerette al quinto piano, ingombre zeppe di collezioni di farfalle, tra un lusso incredibile di vasetti e scatolette, che racchiudevan lucido per le scarpe. Verso il tempo del pagar la pigione assumeva qualche vago mestiere; nel resto dell'anno la sua professione era quella di raccoglier farfalle, nonchè di rendere servigi a' suoi numerosi amici. Chiunque avesse bisogno di lui non doveva che dirgli: Dandolo... E Zappetta lo faceva. Che poi lo pagassero, trovava ottima cosa, come del restare a mani vuote non si doleva gran che.Aveva tuttavia un debole, un debole che gli era nato forse dal grande consumo di romanzi polizieschi, ed era infatti la passione del bel delitto, cosa della quale stava sempre in agguato, come il can da fermo quando apposta la selvaggina.A tal uopo serviva di quando in quando, e non per lucro ma solo per amore, in una agenzia di poliziotti privati, nobil gente quant'altra mai vide il tempo nostro fiorire, tra la quale Dandolo Zappetta godeva di una piccola celebrità.«Ecce homo!» — esclamò di nuovo Tancredo benedicendo in cuor suo la natura per avergli dato un cervello così fecondo. E la mattina seguente, licenziatosi dagli ospiti con solennità, verso le dieci risaliva in treno.Era una giornata calda, con minacce di temporale. [pg!211] Guardando fuori dal finestrino Tancredo ripensava quante mai cose non eran accadute in que' brevi due giorni, e gli avvenne di riflettere come talvolta si vada incontro ad una fosca tragedia senz'averne il più lontano presagio.Nonostante il suo cinismo apparente, quel buon Tancredo era debole di sua natura, ed ora si sentiva tratto a veder sangue, veleno, assassinio dappertutto.Viaggiando per quella nubilosa giornata si perdeva in lunghe fantasticherie sui delitti e sui veleni dei Borgia.Quando arrivò a casa, Caterina, ch'era occupata nello stirare le sue camìce, depose il ferro e gli fece un'accoglienza festosa.— Ben tornato il mio bel signore! Che notizie mi porti?— Incendio! — egli esclamò tetramente, buttando la valigia sopra una seggiola, che si capovolse. A gambe levate scapparono Tresette e Patcioulì, i due gatti soriani ch'essi tenevano per lor diletto a far le fusa intorno al focolare.— Fa piano, tesoro... — lo esortò Caterina. — Quando entri tu, entrano i vandali. Ebbene, cosa vuol dire incendio? Non ti capisco; hai ereditato almeno?Tancredo si soffiò due volte nel palmo della mano: — Ecco l'eredità!— Me lo immaginavo, — ella fece senza grande rammarico. — Figùrati se quegli egoistoni pensano a te!— Ma, ma, ma... — l'interruppe Tancredo. — non è detta l'ultima parola!— Davvero? E come? Racconta.— Ora non ho tempo; devo uscire sùbito.— Almeno dammi un bacio, bellezza d'oro.Tancredo, col dorso della mano, le vellicò la guancia grassa, e questo fu il bacio. Poi si rimise il cappello, ed uscì. Trovato Saverio in un certo caffè dove questi bazzicava ogni giorno, lo mise al corrente [pg!212] in quattro parole di tutto quanto aveva potuto raccogliere intorno ai fatti già saputi, nonchè del progetto che aveva di spedire colaggiù Dandolo Zappetta.Saverio trovò eccellente l'idea di mandarvi Dandolo, e, quanto alle spese, risolsero di farle a metà.— Non ti sei per caso lasciata sfuggire una parola di troppo?? — domandò Saverio.— Io? Mi conosci male. Neanche una sillaba!Tosto s'avviarono verso la casa di Dandolo Zappetta, e saliti con fatica i suoi cinque piani tirarono il cordone del campanello.— Chi è? — fece dal di dentro la voce affabile dell'omino.— Amici, — risposero i due tamburellando con le nocche su l'uscio.Dandolo venne ad aprire in mutande, coi piedi che navigavano in due vaste pantofole di paglia tonchinese, dalle punte volte all'in sù come le prore di due gondolette.— Oh, guarda... Saverio! Tancredo!!... Che piacere! Avanti, avanti!Sui tavolini, sul divano, sul letto, su le seggiole, fin per terra, v'eran cartoni di farfalle in preparazione; le pareti n'eran coverte, sicchè pareva d'entrare nel ripostiglio d'un bizzarro museo. A terra, dietro il capo del letto, v'era un mucchio di libri, coverti da uno strato di polvere; sopra il canterano, in gran disordine, quantità di boccette, scatolette, forbici, spilli, spazzolini, cose tutte che dovevan esser utili alle sue scarpe od alle sue farfalle.La camera prendeva luce da una finestrella poco più grande che una gattaiuola e così alta nel muro che certo l'omino doveva salire sopra una sedia per giungere ad aprirla: questo perchè dava sul letto. Un vano senza porta metteva da quella stanza in un'altra più piccola, rischiarata solo da una finestra a bótola.— Ora vi libero il divano, — disse Dandolo. — Abbiate pazienza.[pg!213] E con infinita cura operò il trasloco delle sue farfalle.— Eccomi a voi, cari amici. Se mi dispensate dal mettere i calzoni, vi ringrazio, così non s'impólverano.— Figùrati! — rispose Tancredo. E cercò dove quell'omino tenesse i suoi preziosi calzoni. Li vide, ben ripiegati, su la spalliera d'una seggiola, protetti da un giornale; sotto la sedia v'era un paio di scarpe, luccicanti come se fossero verniciate a coppale.— Vuoi guadagnare cinque o sei giorni di mantenimento in campagna, un anticipo all'andata ed una buona gratificazione al ritorno? — domandò Tancredo, entrando filato nell'argomento.— Se avete bisogno ch'io vada in campagna, — rispose Dandolo umilmente, — ci vado senz'altro. E dove?— È un paese ricchissimo di farfalle, — spiegò Saverio con un risolino.E guardava su le pareti quel fermo svolazzare di alette gialle bianche verdi turchine, chiazzate striate variegate, che formavano in verità una tappezzeria fantastica.— Dandolo Zappetta! — esclamò Tancredo, — qui vedremo veramente che uomo sei, perchè veniamo da te per incaricarti d'una inchiesta siffatta, la quale, se desse risultati positivi, basterebbe in fede mia per mettere a soqquadro l'Italia!— Davvero? — esclamò Dandolo, pizzicandosi le mutande, ma senza un eccessivo stupore.Poi Tancredo, nel modo più confuso che potè, omettendo nomi, luoghi, particolari, fece al poliziotto un'arruffata e misteriosa narrazione.Durante questo racconto lo Zappetta prese un'aria quanto mai distratta, mordicchiando il suo corto bocchino e sollevando il sopracciglio destro d'un buon dito sopra il livello del sinistro. Quando il narratore giunse al termine, Dandolo non aperse bocca; ma, scordandosi d'essere in mutande, faceva tratto tratto [pg!214] il movimento di chi voglia ficcarsi le mani nelle tasche.— Dunque? — l'interrogarono insieme Tancredo e Saverio, davanti a quel silenzio.Dalla scranna su cui stava, Dandolo affondò i piedi nelle due gondole tonchinesi riprendendo contatto con la terra.— Ecco, — spiegò loro con mansuetudine. — Voi mi fate l'effetto di due malati che vadan per un consulto nella clinica di un dottore, ma poi rifiutino di lasciarsi visitare, anzi facciano tutto il possibile per nascondere al medico i sintomi della loro infermità. In questo modo, cari amici, non verremo a capo di nulla.— Non ha torto, — ammise Tancredo guardando il Metello.— Statemi a sentire, — cominciò Dandolo in tono confidenziale. — Con quello che m'avete già detto, poche ore mi basterebbero per colmare, se volessi, le lacune del vostro racconto.— Non ha torto, — ammise anche il Metello.E ripigliando la narrazione da capo, gli scoversero interamente il loro segreto.— Ahimè!... — fece allora lo Zappetta. — Mi pare una cosa tanto grave, ch'essa tocca l'inverisimile.— Così è, — rispose Tancredo con modestia.— Ebbene, — precisò Dandolo, dopo aver riflettuto, — supponiamo per un momento che il fatto sia come voi dite. Andrea Ferento ha avvelenato, e certo in un modo strettamente scientifico, il marito della sua amante, il fratellastro di Tancredo, l'ingegnere Giorgio Fiesco. Se così stanno le cose, io vi prometto di portarvi in meno di otto giorni i dati necessari perchè Tancredo ne sporga denunzia al Procuratore del Re.— Ottimamente! — applaudì Tancredo.— Ma se invece si trattasse d'un abbaglio, d'uno di quei fenomeni che sono talvolta l'ìndice della perversa fantasia popolare, i veri casi di pazzia dell'Anonimo, [pg!215] e se ciò non ostante voi voleste, basandovi sui rumori d'una borgata, macchinare contro quest'uomo, che ammiro altamente, uno scandalo indecoroso a puro scopo di lucro, qualcosa insomma che abbia l'aria d'un ricatto... allora vi consiglio, ragazzi, di andar a picchiare altrove, perchè io di queste cose non mi occuperò mai!I due si guardaron in faccia con una certa qual titubanza, e sorrisero fra loro di quella soave ingenuità. Pareva si dicessero: — Poverino! che omino per bene! che anima semplicetta come le sue farfalle! — Poi Tancredo rispose con voce burbera:— Va bene, va bene!Ed il Metello aggiunse:— Non era nemmeno il caso di parlarne, tanto è naturale.— Io amo gli accordi chiari, — precisò lo Zappetta. — Ed ora torniamo al primo supposto: il delitto è veramente avvenuto, io l'ho ricostrutto, Tancredo va per sporgere la sua denunzia al Procuratore del Re... Mi seguite?— A puntino.— Ebbene, sapete voi quel che càpita nel nostro bel paese? No, non lo sapete?... Ci prendono tutti e tre, delicatamente, con un pretesto qualsiasi, e ci mandano intanto a meditare su le piaghe della società negli ozî d'una patria galera.— Càpperi! — saltò su Tancredo.— Verissimo!... — dichiarò il Metello; — ha ragione lui. Non ci avevo pensato.— C'era una volta un asino il quale, avendo inteso dire che Caligola aveva incoronato il suo cavallo, si era messo in mente di andare alla conquista dell'Impero Romano... Sapete cosa gli capitò?— Lasciamo gli scherzi, — fece Tancredo, — e spiégati.— Ecco, mi spiego, — disse allora Dandolo, — Voi dimenticate una cosa. Il Ferento, oltre la sua propria [pg!216] forza d'uomo politico, di agitatore, di scienziato, è anche massone; anzi è, od era, uno fra i più potenti capi della Massoneria.— Stavo per dirlo: è massone! — confermò il Metello.— Dunque a voi due pare — disse Tancredo — che non si possa far nulla contro un uomo così potente?— Non volevo dir questo, — riprese lo Zappetta col suo tono dimostrativo, — ma certo sarebbe da pazzi mettersi al cimento senza la certezza di riuscire. Voi due non potrete mai essere che i suoi zimbelli, anche se aveste in mano la boccetta del veleno che gli servì. Poichè sappiate che contro un uomo così forte potrebbe solo cimentarsi un rivale della sua tempra, o l'avversaria che vince tutti: la folla.— Sei eloquente! — esclamò Tancredo.— Sono giusto, — corresse Dandolo, — giusto semplicemente. Oggi ancora, dinanzi alla figura di Andrea Ferento, io, che vivo in una soffitta, mi sento pieno di ammirazione; il giorno in cui avessi acquisita la certezza del suo delitto, ma una certezza vera, una certezza mia propria, diverrei feroce contro di lui, perchè il delitto è maggiore dell'ingegno, anzi è la cosa più potente che generi la società; quindi va smascherato.— E concludendo? — fece il Metello, cui non importavan assolutamente nulla questi aforismi.— Concludendo io parto stasera stessa, od anche sùbito, se volete.E rapidamente guardò i suoi calzoni, poi l'orologio di similoro che teneva in una foderetta di lana.— Benissimo, — acconsentirono i due compari.— Lasciatemi solo riporre le mie farfalle e chiudere bene le finestre perchè non entri vento.L'omino, raccogliendo i suoi cartoni, ad uno ad uno e con infinita cura li portava nell'altro bugigattolo, facendo su l'ammattonato con le sue pantofole un rumore di paglia strofinata. Intanto i due si consultavano [pg!217] su la somma che fosse opportuno dargli per il viaggio. Tancredo era liberale, il Metello più avaro assai. Questi credeva che un centinaio di lire fosser più che bastevoli, ma Tancredo, assistito dalla propria esperienza, pensava che avrebbe avute molte spese, quindi non convenisse parer taccagni e bisognasse darne duecento almeno. Così risolsero; e mentre lo Zappetta rientrava gli consegnaron i due biglietti da cento piegati in quattro.— Eccoti i denari necessari, ma ti preghiamo di notare tutte le tue spese.— Va bene, — rispose Dandolo. E senza contare i biglietti, se li mise in un taschino del panciotto.Solo, nel trasportare l'ultimo cartone, domandò:— Quanto mi avete dato?E scomparve nel bugigattolo.— Duecento lire! — gli gridò appresso il Metello con una voce accrescitiva.— Non bastano, — rispose Dandolo, tranquillo.— Oh, diamine! — esclamarono tutt'e due. Dandolo riapparve:— Non bastano, e mi spiego. Sappiate che io mi presento laggiù come ingegnere agronomo, inviato da una Società di sfruttamento agricolo, società che avrebbe in animo di acquistare nella contrada grandi aree di terreno. In capo a due giorni mi riprometto di conoscere tutte le persone più cospicue della località; mi useranno cortesie, bisogna che possa rendere. Ho le mie valige pronte, nelle valige tutto un vestiario che non porto mai quando non sono in funzioni. Verso il prossimo che si vuol sfruttare bisogna anzi tutto e sopra tutto non puzzar di miseria. Mi capite?— Vedi come si fa? — disse Tancredo al Metello, con ammirazione. Ma questi era seccatissimo e non spianava il suo volto arcigno.— Poi, — riprese Dandolo, — avrò a che fare con giornalisti, e costoro, anche in provincia, non lo dico per farvi un complimento, son persone alle quali si deve ogni specie di riguardi.[pg!218] Ora Dandolo s'infilava i calzoni.— Quando poi una notizia ha preso la via delle stampe cammina da sè come un sasso giù dalla montagna. Poichè il giornale ai tempi nostri è diventato l'evangelo di una chiesa universale, che si chiama la Stampa, e che detiene il Primo Potere. Il giornale vi serve a tutto, vi fa tutto: è la balia ed il carabiniere dell'uomo. Annunzia la vostra nascita, la vostra morte, che altrimenti nessuno saprebbe, vi crea la fama o ve la stronca; vi procura da mangiare o vi taglia i viveri. Osservate bene. Le istruttorie, le inchieste, i processi, vorrei dire anche i delitti, è il giornale che li fa succedere; i verdetti, è il giornale che li impone. Non solo. Ma chi fa la guerra? la pace? le alleanze? la politica?... — Il giornale.Forse tra poco i Gordon Bennett cominceranno una dinastia, mentre un Concilio di Redazioni eleggerà il Papa. E non è tutto. Avete inventato un prodotto? un meccanismo? una peregrina idea di qualsiasi genere? Il giornale ve la bandisce tra il pubblico. Scrivete un libro? Ve lo giudica. Vi capita un rovescio? Si affretta a farlo sapere. Vincete un terno? Ve lo pubblica. Volete moglie? Ve la trova... Cosa potreste chiedere di più ad un giornale, che dopo tutto vi costa un miserabile soldo?...
IVDa questo colloquio Tancredo intese che le parole del Ferento equivalevano ad un commiato e che perciò era necessario far presto.— Non dubitare che mi vendico! — borbottava a denti stretti, ripreso da un accesso di bile nel pensare alla sfumata eredità. E seduto nella medesima poltrona, in quella profumata sala dove non c'era più nessuno, immaginava con iracondia le sue vendette future. Ma poco dopo entrò lo scemo, s'accocolò in un angolo e, preso l'archetto, incominciò ad eseguire sul violino quell'unica dolorosa Canzone ch'egli sapeva. Arrivato ad un certo punto, s'interrompeva sghignazzando, e ricominciava da capo.— «Di', scemo? seguiterai per un pezzo a farmi questo bel concerto?» — -mormorò Tancredo a mezza voce.Ma lo scemo, che aveva un udito finissimo, lo intese, o intese almeno l'epiteto, del quale si corrucciò. Scese dalla seggiola, e con il violino in pugno gli venne davanti, minaccioso.— Come ti chiami? Chi sei? Cosa fai qui? Vattene!E con l'archetto gli segnava l'uscio, protendendo sul collo turgido la faccia incollerita. Per prudenza [pg!208] Tancredo si levò in piedi e fece atto di ubbidirgli, ma riparatosi dietro la poltrona cominciò a fissarlo.— Dica, professore... non facciamo scherzi! Professor Marcuccio, per carità... si calmi, professore!Accortosi che quel nome produceva un buon effetto, glielo dispensò a manate: Professore, professore...— Non ti piace la musica, eh? — lo derise Marcuccio, battendo l'archetto sul violino.— Così così...— Allora forse preferisci che ti legga una poesia?— Ecco, — disse Tancredo con longanimità, — preferisco.Lo scemo depose il violino, trasse di tasca un quaderno scarabocchiato di righe storte, si pose nel mezzo della stanza, e imitando gli oratori che aveva uditi quel mattino al camposanto, cominciò a leggere:«Sette matasse di lanadi sette colori che sono:il bianco, il giallo, il verde, il rosso, il blu,— gli altri due non so più —hanno filato le monacheper fare il lenzuolo di morteai morti del paese.Sette matasse di lana,perchè si marita domaniil maniscalco che batte,che picchia, che batte, che picchia,sui ferri, tutta la settimana.Sette matasse di lana.— Ti piace?— Sì, professore, è molto bella. Come dice?... «il rosso, il giallo, il verde, il bianco, il blu, — gli altri due non so più...» Bello! molto bello!E Tancredo batteva le mani.— Silenzio! — impose lo scemo. E ricominciò:[pg!209]«Sette rocchetti di refe,di refe bianco e di refe turchino,hanno filato le monacheper fare una vesta da festa,tutta bianca e tutta rosaalla Berta che va sposa:alla Berta rossa, che ha la pancia grossa.— Questa è migliore! — applaudì Tancredo. — «Alla Berta rossa, che ha la pancia grossa...» — Un capolavoro!E piano piano, mentre lo scemo stava per attaccare una terza strofa, scivolò fuori dalla sala, scese nel giardino, e poichè l'avevan lasciato solo risolse di fare una bella passeggiata. Lontanò in mezzo alle campagne, ragionando fra sè medesimo su quello che gli convenisse fare.Per fortuna il suo cervello era una miniera inesauribile d'idee, nè a lungo indugiò prima di guidare le sue ricerche verso la persona che precisamente gli occorreva.«Ecce homo!» — esclamò d'un tratto, pronunziando a fior di labbro questo nome: — Dandolo Zappetta.Costui era un morto di fame, al quale Tancredo sapeva di aver pagato cinque o sei pranzi, nonchè un numero infinito di mezzi toscani.Era piccolo piccolo, magro magro, giallo giallo, con due piedini da bamboletta, un giacchettuzzo nero, che pareva di raso, tanto s'era fatto lucido, un testone maggiore del suo corpo, con una strana calvizie che gli occupava soltanto la chierica e la sommità della fronte.La sua bocca era sottile, diritta, come una di quelle righe segnate nei libri al finire d'ogni capitolo, e vi teneva sempre infisso un cotal suo bocchino d'un certo legno da lui vantatissimo, qualcosa di raro come [pg!210] quei legni aromatici che i primi navigatori Egizi riportarono dal favoloso regno di Punt.Era povero come Giobbe, ma tuttavia possedeva un orologio di similoro, più bello che l'oro, tre anellucci da giovine puerpera, due catene d'argento, un portacerini cesellato, un portasigarette d'un altro legno quasi leggendario, venuto forse da un mondo più lontano che il lontano reame di Punt, e mille altre bazzecole d'un valor grande invero, che formavano i beni della sua felicità. Quest'uomo singolare, non c'era cosa che non avesse veduta, udita, saputa, o non sapesse fare: ma non faceva niente. Viveva in due camerette al quinto piano, ingombre zeppe di collezioni di farfalle, tra un lusso incredibile di vasetti e scatolette, che racchiudevan lucido per le scarpe. Verso il tempo del pagar la pigione assumeva qualche vago mestiere; nel resto dell'anno la sua professione era quella di raccoglier farfalle, nonchè di rendere servigi a' suoi numerosi amici. Chiunque avesse bisogno di lui non doveva che dirgli: Dandolo... E Zappetta lo faceva. Che poi lo pagassero, trovava ottima cosa, come del restare a mani vuote non si doleva gran che.Aveva tuttavia un debole, un debole che gli era nato forse dal grande consumo di romanzi polizieschi, ed era infatti la passione del bel delitto, cosa della quale stava sempre in agguato, come il can da fermo quando apposta la selvaggina.A tal uopo serviva di quando in quando, e non per lucro ma solo per amore, in una agenzia di poliziotti privati, nobil gente quant'altra mai vide il tempo nostro fiorire, tra la quale Dandolo Zappetta godeva di una piccola celebrità.«Ecce homo!» — esclamò di nuovo Tancredo benedicendo in cuor suo la natura per avergli dato un cervello così fecondo. E la mattina seguente, licenziatosi dagli ospiti con solennità, verso le dieci risaliva in treno.Era una giornata calda, con minacce di temporale. [pg!211] Guardando fuori dal finestrino Tancredo ripensava quante mai cose non eran accadute in que' brevi due giorni, e gli avvenne di riflettere come talvolta si vada incontro ad una fosca tragedia senz'averne il più lontano presagio.Nonostante il suo cinismo apparente, quel buon Tancredo era debole di sua natura, ed ora si sentiva tratto a veder sangue, veleno, assassinio dappertutto.Viaggiando per quella nubilosa giornata si perdeva in lunghe fantasticherie sui delitti e sui veleni dei Borgia.Quando arrivò a casa, Caterina, ch'era occupata nello stirare le sue camìce, depose il ferro e gli fece un'accoglienza festosa.— Ben tornato il mio bel signore! Che notizie mi porti?— Incendio! — egli esclamò tetramente, buttando la valigia sopra una seggiola, che si capovolse. A gambe levate scapparono Tresette e Patcioulì, i due gatti soriani ch'essi tenevano per lor diletto a far le fusa intorno al focolare.— Fa piano, tesoro... — lo esortò Caterina. — Quando entri tu, entrano i vandali. Ebbene, cosa vuol dire incendio? Non ti capisco; hai ereditato almeno?Tancredo si soffiò due volte nel palmo della mano: — Ecco l'eredità!— Me lo immaginavo, — ella fece senza grande rammarico. — Figùrati se quegli egoistoni pensano a te!— Ma, ma, ma... — l'interruppe Tancredo. — non è detta l'ultima parola!— Davvero? E come? Racconta.— Ora non ho tempo; devo uscire sùbito.— Almeno dammi un bacio, bellezza d'oro.Tancredo, col dorso della mano, le vellicò la guancia grassa, e questo fu il bacio. Poi si rimise il cappello, ed uscì. Trovato Saverio in un certo caffè dove questi bazzicava ogni giorno, lo mise al corrente [pg!212] in quattro parole di tutto quanto aveva potuto raccogliere intorno ai fatti già saputi, nonchè del progetto che aveva di spedire colaggiù Dandolo Zappetta.Saverio trovò eccellente l'idea di mandarvi Dandolo, e, quanto alle spese, risolsero di farle a metà.— Non ti sei per caso lasciata sfuggire una parola di troppo?? — domandò Saverio.— Io? Mi conosci male. Neanche una sillaba!Tosto s'avviarono verso la casa di Dandolo Zappetta, e saliti con fatica i suoi cinque piani tirarono il cordone del campanello.— Chi è? — fece dal di dentro la voce affabile dell'omino.— Amici, — risposero i due tamburellando con le nocche su l'uscio.Dandolo venne ad aprire in mutande, coi piedi che navigavano in due vaste pantofole di paglia tonchinese, dalle punte volte all'in sù come le prore di due gondolette.— Oh, guarda... Saverio! Tancredo!!... Che piacere! Avanti, avanti!Sui tavolini, sul divano, sul letto, su le seggiole, fin per terra, v'eran cartoni di farfalle in preparazione; le pareti n'eran coverte, sicchè pareva d'entrare nel ripostiglio d'un bizzarro museo. A terra, dietro il capo del letto, v'era un mucchio di libri, coverti da uno strato di polvere; sopra il canterano, in gran disordine, quantità di boccette, scatolette, forbici, spilli, spazzolini, cose tutte che dovevan esser utili alle sue scarpe od alle sue farfalle.La camera prendeva luce da una finestrella poco più grande che una gattaiuola e così alta nel muro che certo l'omino doveva salire sopra una sedia per giungere ad aprirla: questo perchè dava sul letto. Un vano senza porta metteva da quella stanza in un'altra più piccola, rischiarata solo da una finestra a bótola.— Ora vi libero il divano, — disse Dandolo. — Abbiate pazienza.[pg!213] E con infinita cura operò il trasloco delle sue farfalle.— Eccomi a voi, cari amici. Se mi dispensate dal mettere i calzoni, vi ringrazio, così non s'impólverano.— Figùrati! — rispose Tancredo. E cercò dove quell'omino tenesse i suoi preziosi calzoni. Li vide, ben ripiegati, su la spalliera d'una seggiola, protetti da un giornale; sotto la sedia v'era un paio di scarpe, luccicanti come se fossero verniciate a coppale.— Vuoi guadagnare cinque o sei giorni di mantenimento in campagna, un anticipo all'andata ed una buona gratificazione al ritorno? — domandò Tancredo, entrando filato nell'argomento.— Se avete bisogno ch'io vada in campagna, — rispose Dandolo umilmente, — ci vado senz'altro. E dove?— È un paese ricchissimo di farfalle, — spiegò Saverio con un risolino.E guardava su le pareti quel fermo svolazzare di alette gialle bianche verdi turchine, chiazzate striate variegate, che formavano in verità una tappezzeria fantastica.— Dandolo Zappetta! — esclamò Tancredo, — qui vedremo veramente che uomo sei, perchè veniamo da te per incaricarti d'una inchiesta siffatta, la quale, se desse risultati positivi, basterebbe in fede mia per mettere a soqquadro l'Italia!— Davvero? — esclamò Dandolo, pizzicandosi le mutande, ma senza un eccessivo stupore.Poi Tancredo, nel modo più confuso che potè, omettendo nomi, luoghi, particolari, fece al poliziotto un'arruffata e misteriosa narrazione.Durante questo racconto lo Zappetta prese un'aria quanto mai distratta, mordicchiando il suo corto bocchino e sollevando il sopracciglio destro d'un buon dito sopra il livello del sinistro. Quando il narratore giunse al termine, Dandolo non aperse bocca; ma, scordandosi d'essere in mutande, faceva tratto tratto [pg!214] il movimento di chi voglia ficcarsi le mani nelle tasche.— Dunque? — l'interrogarono insieme Tancredo e Saverio, davanti a quel silenzio.Dalla scranna su cui stava, Dandolo affondò i piedi nelle due gondole tonchinesi riprendendo contatto con la terra.— Ecco, — spiegò loro con mansuetudine. — Voi mi fate l'effetto di due malati che vadan per un consulto nella clinica di un dottore, ma poi rifiutino di lasciarsi visitare, anzi facciano tutto il possibile per nascondere al medico i sintomi della loro infermità. In questo modo, cari amici, non verremo a capo di nulla.— Non ha torto, — ammise Tancredo guardando il Metello.— Statemi a sentire, — cominciò Dandolo in tono confidenziale. — Con quello che m'avete già detto, poche ore mi basterebbero per colmare, se volessi, le lacune del vostro racconto.— Non ha torto, — ammise anche il Metello.E ripigliando la narrazione da capo, gli scoversero interamente il loro segreto.— Ahimè!... — fece allora lo Zappetta. — Mi pare una cosa tanto grave, ch'essa tocca l'inverisimile.— Così è, — rispose Tancredo con modestia.— Ebbene, — precisò Dandolo, dopo aver riflettuto, — supponiamo per un momento che il fatto sia come voi dite. Andrea Ferento ha avvelenato, e certo in un modo strettamente scientifico, il marito della sua amante, il fratellastro di Tancredo, l'ingegnere Giorgio Fiesco. Se così stanno le cose, io vi prometto di portarvi in meno di otto giorni i dati necessari perchè Tancredo ne sporga denunzia al Procuratore del Re.— Ottimamente! — applaudì Tancredo.— Ma se invece si trattasse d'un abbaglio, d'uno di quei fenomeni che sono talvolta l'ìndice della perversa fantasia popolare, i veri casi di pazzia dell'Anonimo, [pg!215] e se ciò non ostante voi voleste, basandovi sui rumori d'una borgata, macchinare contro quest'uomo, che ammiro altamente, uno scandalo indecoroso a puro scopo di lucro, qualcosa insomma che abbia l'aria d'un ricatto... allora vi consiglio, ragazzi, di andar a picchiare altrove, perchè io di queste cose non mi occuperò mai!I due si guardaron in faccia con una certa qual titubanza, e sorrisero fra loro di quella soave ingenuità. Pareva si dicessero: — Poverino! che omino per bene! che anima semplicetta come le sue farfalle! — Poi Tancredo rispose con voce burbera:— Va bene, va bene!Ed il Metello aggiunse:— Non era nemmeno il caso di parlarne, tanto è naturale.— Io amo gli accordi chiari, — precisò lo Zappetta. — Ed ora torniamo al primo supposto: il delitto è veramente avvenuto, io l'ho ricostrutto, Tancredo va per sporgere la sua denunzia al Procuratore del Re... Mi seguite?— A puntino.— Ebbene, sapete voi quel che càpita nel nostro bel paese? No, non lo sapete?... Ci prendono tutti e tre, delicatamente, con un pretesto qualsiasi, e ci mandano intanto a meditare su le piaghe della società negli ozî d'una patria galera.— Càpperi! — saltò su Tancredo.— Verissimo!... — dichiarò il Metello; — ha ragione lui. Non ci avevo pensato.— C'era una volta un asino il quale, avendo inteso dire che Caligola aveva incoronato il suo cavallo, si era messo in mente di andare alla conquista dell'Impero Romano... Sapete cosa gli capitò?— Lasciamo gli scherzi, — fece Tancredo, — e spiégati.— Ecco, mi spiego, — disse allora Dandolo, — Voi dimenticate una cosa. Il Ferento, oltre la sua propria [pg!216] forza d'uomo politico, di agitatore, di scienziato, è anche massone; anzi è, od era, uno fra i più potenti capi della Massoneria.— Stavo per dirlo: è massone! — confermò il Metello.— Dunque a voi due pare — disse Tancredo — che non si possa far nulla contro un uomo così potente?— Non volevo dir questo, — riprese lo Zappetta col suo tono dimostrativo, — ma certo sarebbe da pazzi mettersi al cimento senza la certezza di riuscire. Voi due non potrete mai essere che i suoi zimbelli, anche se aveste in mano la boccetta del veleno che gli servì. Poichè sappiate che contro un uomo così forte potrebbe solo cimentarsi un rivale della sua tempra, o l'avversaria che vince tutti: la folla.— Sei eloquente! — esclamò Tancredo.— Sono giusto, — corresse Dandolo, — giusto semplicemente. Oggi ancora, dinanzi alla figura di Andrea Ferento, io, che vivo in una soffitta, mi sento pieno di ammirazione; il giorno in cui avessi acquisita la certezza del suo delitto, ma una certezza vera, una certezza mia propria, diverrei feroce contro di lui, perchè il delitto è maggiore dell'ingegno, anzi è la cosa più potente che generi la società; quindi va smascherato.— E concludendo? — fece il Metello, cui non importavan assolutamente nulla questi aforismi.— Concludendo io parto stasera stessa, od anche sùbito, se volete.E rapidamente guardò i suoi calzoni, poi l'orologio di similoro che teneva in una foderetta di lana.— Benissimo, — acconsentirono i due compari.— Lasciatemi solo riporre le mie farfalle e chiudere bene le finestre perchè non entri vento.L'omino, raccogliendo i suoi cartoni, ad uno ad uno e con infinita cura li portava nell'altro bugigattolo, facendo su l'ammattonato con le sue pantofole un rumore di paglia strofinata. Intanto i due si consultavano [pg!217] su la somma che fosse opportuno dargli per il viaggio. Tancredo era liberale, il Metello più avaro assai. Questi credeva che un centinaio di lire fosser più che bastevoli, ma Tancredo, assistito dalla propria esperienza, pensava che avrebbe avute molte spese, quindi non convenisse parer taccagni e bisognasse darne duecento almeno. Così risolsero; e mentre lo Zappetta rientrava gli consegnaron i due biglietti da cento piegati in quattro.— Eccoti i denari necessari, ma ti preghiamo di notare tutte le tue spese.— Va bene, — rispose Dandolo. E senza contare i biglietti, se li mise in un taschino del panciotto.Solo, nel trasportare l'ultimo cartone, domandò:— Quanto mi avete dato?E scomparve nel bugigattolo.— Duecento lire! — gli gridò appresso il Metello con una voce accrescitiva.— Non bastano, — rispose Dandolo, tranquillo.— Oh, diamine! — esclamarono tutt'e due. Dandolo riapparve:— Non bastano, e mi spiego. Sappiate che io mi presento laggiù come ingegnere agronomo, inviato da una Società di sfruttamento agricolo, società che avrebbe in animo di acquistare nella contrada grandi aree di terreno. In capo a due giorni mi riprometto di conoscere tutte le persone più cospicue della località; mi useranno cortesie, bisogna che possa rendere. Ho le mie valige pronte, nelle valige tutto un vestiario che non porto mai quando non sono in funzioni. Verso il prossimo che si vuol sfruttare bisogna anzi tutto e sopra tutto non puzzar di miseria. Mi capite?— Vedi come si fa? — disse Tancredo al Metello, con ammirazione. Ma questi era seccatissimo e non spianava il suo volto arcigno.— Poi, — riprese Dandolo, — avrò a che fare con giornalisti, e costoro, anche in provincia, non lo dico per farvi un complimento, son persone alle quali si deve ogni specie di riguardi.[pg!218] Ora Dandolo s'infilava i calzoni.— Quando poi una notizia ha preso la via delle stampe cammina da sè come un sasso giù dalla montagna. Poichè il giornale ai tempi nostri è diventato l'evangelo di una chiesa universale, che si chiama la Stampa, e che detiene il Primo Potere. Il giornale vi serve a tutto, vi fa tutto: è la balia ed il carabiniere dell'uomo. Annunzia la vostra nascita, la vostra morte, che altrimenti nessuno saprebbe, vi crea la fama o ve la stronca; vi procura da mangiare o vi taglia i viveri. Osservate bene. Le istruttorie, le inchieste, i processi, vorrei dire anche i delitti, è il giornale che li fa succedere; i verdetti, è il giornale che li impone. Non solo. Ma chi fa la guerra? la pace? le alleanze? la politica?... — Il giornale.Forse tra poco i Gordon Bennett cominceranno una dinastia, mentre un Concilio di Redazioni eleggerà il Papa. E non è tutto. Avete inventato un prodotto? un meccanismo? una peregrina idea di qualsiasi genere? Il giornale ve la bandisce tra il pubblico. Scrivete un libro? Ve lo giudica. Vi capita un rovescio? Si affretta a farlo sapere. Vincete un terno? Ve lo pubblica. Volete moglie? Ve la trova... Cosa potreste chiedere di più ad un giornale, che dopo tutto vi costa un miserabile soldo?...
Da questo colloquio Tancredo intese che le parole del Ferento equivalevano ad un commiato e che perciò era necessario far presto.
— Non dubitare che mi vendico! — borbottava a denti stretti, ripreso da un accesso di bile nel pensare alla sfumata eredità. E seduto nella medesima poltrona, in quella profumata sala dove non c'era più nessuno, immaginava con iracondia le sue vendette future. Ma poco dopo entrò lo scemo, s'accocolò in un angolo e, preso l'archetto, incominciò ad eseguire sul violino quell'unica dolorosa Canzone ch'egli sapeva. Arrivato ad un certo punto, s'interrompeva sghignazzando, e ricominciava da capo.
— «Di', scemo? seguiterai per un pezzo a farmi questo bel concerto?» — -mormorò Tancredo a mezza voce.
Ma lo scemo, che aveva un udito finissimo, lo intese, o intese almeno l'epiteto, del quale si corrucciò. Scese dalla seggiola, e con il violino in pugno gli venne davanti, minaccioso.
— Come ti chiami? Chi sei? Cosa fai qui? Vattene!
E con l'archetto gli segnava l'uscio, protendendo sul collo turgido la faccia incollerita. Per prudenza [pg!208] Tancredo si levò in piedi e fece atto di ubbidirgli, ma riparatosi dietro la poltrona cominciò a fissarlo.
— Dica, professore... non facciamo scherzi! Professor Marcuccio, per carità... si calmi, professore!
Accortosi che quel nome produceva un buon effetto, glielo dispensò a manate: Professore, professore...
— Non ti piace la musica, eh? — lo derise Marcuccio, battendo l'archetto sul violino.
— Così così...
— Allora forse preferisci che ti legga una poesia?
— Ecco, — disse Tancredo con longanimità, — preferisco.
Lo scemo depose il violino, trasse di tasca un quaderno scarabocchiato di righe storte, si pose nel mezzo della stanza, e imitando gli oratori che aveva uditi quel mattino al camposanto, cominciò a leggere:
«Sette matasse di lanadi sette colori che sono:il bianco, il giallo, il verde, il rosso, il blu,— gli altri due non so più —hanno filato le monacheper fare il lenzuolo di morteai morti del paese.Sette matasse di lana,perchè si marita domaniil maniscalco che batte,che picchia, che batte, che picchia,sui ferri, tutta la settimana.Sette matasse di lana.
«Sette matasse di lanadi sette colori che sono:il bianco, il giallo, il verde, il rosso, il blu,— gli altri due non so più —hanno filato le monacheper fare il lenzuolo di morteai morti del paese.Sette matasse di lana,perchè si marita domaniil maniscalco che batte,che picchia, che batte, che picchia,sui ferri, tutta la settimana.Sette matasse di lana.
«Sette matasse di lana
di sette colori che sono:
il bianco, il giallo, il verde, il rosso, il blu,
— gli altri due non so più —
— gli altri due non so più —
hanno filato le monache
per fare il lenzuolo di morte
ai morti del paese.
Sette matasse di lana,
Sette matasse di lana,
Sette matasse di lana,
perchè si marita domani
il maniscalco che batte,
che picchia, che batte, che picchia,
sui ferri, tutta la settimana.
Sette matasse di lana.
— Ti piace?
— Sì, professore, è molto bella. Come dice?... «il rosso, il giallo, il verde, il bianco, il blu, — gli altri due non so più...» Bello! molto bello!
E Tancredo batteva le mani.
— Silenzio! — impose lo scemo. E ricominciò:
[pg!209]«Sette rocchetti di refe,di refe bianco e di refe turchino,hanno filato le monacheper fare una vesta da festa,tutta bianca e tutta rosaalla Berta che va sposa:alla Berta rossa, che ha la pancia grossa.
[pg!209]«Sette rocchetti di refe,di refe bianco e di refe turchino,hanno filato le monacheper fare una vesta da festa,tutta bianca e tutta rosaalla Berta che va sposa:alla Berta rossa, che ha la pancia grossa.
[pg!209]«Sette rocchetti di refe,
[pg!209]
«Sette rocchetti di refe,
di refe bianco e di refe turchino,
hanno filato le monache
per fare una vesta da festa,
tutta bianca e tutta rosa
alla Berta che va sposa:
alla Berta rossa, che ha la pancia grossa.
— Questa è migliore! — applaudì Tancredo. — «Alla Berta rossa, che ha la pancia grossa...» — Un capolavoro!
E piano piano, mentre lo scemo stava per attaccare una terza strofa, scivolò fuori dalla sala, scese nel giardino, e poichè l'avevan lasciato solo risolse di fare una bella passeggiata. Lontanò in mezzo alle campagne, ragionando fra sè medesimo su quello che gli convenisse fare.
Per fortuna il suo cervello era una miniera inesauribile d'idee, nè a lungo indugiò prima di guidare le sue ricerche verso la persona che precisamente gli occorreva.
«Ecce homo!» — esclamò d'un tratto, pronunziando a fior di labbro questo nome: — Dandolo Zappetta.
Costui era un morto di fame, al quale Tancredo sapeva di aver pagato cinque o sei pranzi, nonchè un numero infinito di mezzi toscani.
Era piccolo piccolo, magro magro, giallo giallo, con due piedini da bamboletta, un giacchettuzzo nero, che pareva di raso, tanto s'era fatto lucido, un testone maggiore del suo corpo, con una strana calvizie che gli occupava soltanto la chierica e la sommità della fronte.
La sua bocca era sottile, diritta, come una di quelle righe segnate nei libri al finire d'ogni capitolo, e vi teneva sempre infisso un cotal suo bocchino d'un certo legno da lui vantatissimo, qualcosa di raro come [pg!210] quei legni aromatici che i primi navigatori Egizi riportarono dal favoloso regno di Punt.
Era povero come Giobbe, ma tuttavia possedeva un orologio di similoro, più bello che l'oro, tre anellucci da giovine puerpera, due catene d'argento, un portacerini cesellato, un portasigarette d'un altro legno quasi leggendario, venuto forse da un mondo più lontano che il lontano reame di Punt, e mille altre bazzecole d'un valor grande invero, che formavano i beni della sua felicità. Quest'uomo singolare, non c'era cosa che non avesse veduta, udita, saputa, o non sapesse fare: ma non faceva niente. Viveva in due camerette al quinto piano, ingombre zeppe di collezioni di farfalle, tra un lusso incredibile di vasetti e scatolette, che racchiudevan lucido per le scarpe. Verso il tempo del pagar la pigione assumeva qualche vago mestiere; nel resto dell'anno la sua professione era quella di raccoglier farfalle, nonchè di rendere servigi a' suoi numerosi amici. Chiunque avesse bisogno di lui non doveva che dirgli: Dandolo... E Zappetta lo faceva. Che poi lo pagassero, trovava ottima cosa, come del restare a mani vuote non si doleva gran che.
Aveva tuttavia un debole, un debole che gli era nato forse dal grande consumo di romanzi polizieschi, ed era infatti la passione del bel delitto, cosa della quale stava sempre in agguato, come il can da fermo quando apposta la selvaggina.
A tal uopo serviva di quando in quando, e non per lucro ma solo per amore, in una agenzia di poliziotti privati, nobil gente quant'altra mai vide il tempo nostro fiorire, tra la quale Dandolo Zappetta godeva di una piccola celebrità.
«Ecce homo!» — esclamò di nuovo Tancredo benedicendo in cuor suo la natura per avergli dato un cervello così fecondo. E la mattina seguente, licenziatosi dagli ospiti con solennità, verso le dieci risaliva in treno.
Era una giornata calda, con minacce di temporale. [pg!211] Guardando fuori dal finestrino Tancredo ripensava quante mai cose non eran accadute in que' brevi due giorni, e gli avvenne di riflettere come talvolta si vada incontro ad una fosca tragedia senz'averne il più lontano presagio.
Nonostante il suo cinismo apparente, quel buon Tancredo era debole di sua natura, ed ora si sentiva tratto a veder sangue, veleno, assassinio dappertutto.
Viaggiando per quella nubilosa giornata si perdeva in lunghe fantasticherie sui delitti e sui veleni dei Borgia.
Quando arrivò a casa, Caterina, ch'era occupata nello stirare le sue camìce, depose il ferro e gli fece un'accoglienza festosa.
— Ben tornato il mio bel signore! Che notizie mi porti?
— Incendio! — egli esclamò tetramente, buttando la valigia sopra una seggiola, che si capovolse. A gambe levate scapparono Tresette e Patcioulì, i due gatti soriani ch'essi tenevano per lor diletto a far le fusa intorno al focolare.
— Fa piano, tesoro... — lo esortò Caterina. — Quando entri tu, entrano i vandali. Ebbene, cosa vuol dire incendio? Non ti capisco; hai ereditato almeno?
Tancredo si soffiò due volte nel palmo della mano: — Ecco l'eredità!
— Me lo immaginavo, — ella fece senza grande rammarico. — Figùrati se quegli egoistoni pensano a te!
— Ma, ma, ma... — l'interruppe Tancredo. — non è detta l'ultima parola!
— Davvero? E come? Racconta.
— Ora non ho tempo; devo uscire sùbito.
— Almeno dammi un bacio, bellezza d'oro.
Tancredo, col dorso della mano, le vellicò la guancia grassa, e questo fu il bacio. Poi si rimise il cappello, ed uscì. Trovato Saverio in un certo caffè dove questi bazzicava ogni giorno, lo mise al corrente [pg!212] in quattro parole di tutto quanto aveva potuto raccogliere intorno ai fatti già saputi, nonchè del progetto che aveva di spedire colaggiù Dandolo Zappetta.
Saverio trovò eccellente l'idea di mandarvi Dandolo, e, quanto alle spese, risolsero di farle a metà.
— Non ti sei per caso lasciata sfuggire una parola di troppo?? — domandò Saverio.
— Io? Mi conosci male. Neanche una sillaba!
Tosto s'avviarono verso la casa di Dandolo Zappetta, e saliti con fatica i suoi cinque piani tirarono il cordone del campanello.
— Chi è? — fece dal di dentro la voce affabile dell'omino.
— Amici, — risposero i due tamburellando con le nocche su l'uscio.
Dandolo venne ad aprire in mutande, coi piedi che navigavano in due vaste pantofole di paglia tonchinese, dalle punte volte all'in sù come le prore di due gondolette.
— Oh, guarda... Saverio! Tancredo!!... Che piacere! Avanti, avanti!
Sui tavolini, sul divano, sul letto, su le seggiole, fin per terra, v'eran cartoni di farfalle in preparazione; le pareti n'eran coverte, sicchè pareva d'entrare nel ripostiglio d'un bizzarro museo. A terra, dietro il capo del letto, v'era un mucchio di libri, coverti da uno strato di polvere; sopra il canterano, in gran disordine, quantità di boccette, scatolette, forbici, spilli, spazzolini, cose tutte che dovevan esser utili alle sue scarpe od alle sue farfalle.
La camera prendeva luce da una finestrella poco più grande che una gattaiuola e così alta nel muro che certo l'omino doveva salire sopra una sedia per giungere ad aprirla: questo perchè dava sul letto. Un vano senza porta metteva da quella stanza in un'altra più piccola, rischiarata solo da una finestra a bótola.
— Ora vi libero il divano, — disse Dandolo. — Abbiate pazienza.
[pg!213] E con infinita cura operò il trasloco delle sue farfalle.
— Eccomi a voi, cari amici. Se mi dispensate dal mettere i calzoni, vi ringrazio, così non s'impólverano.
— Figùrati! — rispose Tancredo. E cercò dove quell'omino tenesse i suoi preziosi calzoni. Li vide, ben ripiegati, su la spalliera d'una seggiola, protetti da un giornale; sotto la sedia v'era un paio di scarpe, luccicanti come se fossero verniciate a coppale.
— Vuoi guadagnare cinque o sei giorni di mantenimento in campagna, un anticipo all'andata ed una buona gratificazione al ritorno? — domandò Tancredo, entrando filato nell'argomento.
— Se avete bisogno ch'io vada in campagna, — rispose Dandolo umilmente, — ci vado senz'altro. E dove?
— È un paese ricchissimo di farfalle, — spiegò Saverio con un risolino.
E guardava su le pareti quel fermo svolazzare di alette gialle bianche verdi turchine, chiazzate striate variegate, che formavano in verità una tappezzeria fantastica.
— Dandolo Zappetta! — esclamò Tancredo, — qui vedremo veramente che uomo sei, perchè veniamo da te per incaricarti d'una inchiesta siffatta, la quale, se desse risultati positivi, basterebbe in fede mia per mettere a soqquadro l'Italia!
— Davvero? — esclamò Dandolo, pizzicandosi le mutande, ma senza un eccessivo stupore.
Poi Tancredo, nel modo più confuso che potè, omettendo nomi, luoghi, particolari, fece al poliziotto un'arruffata e misteriosa narrazione.
Durante questo racconto lo Zappetta prese un'aria quanto mai distratta, mordicchiando il suo corto bocchino e sollevando il sopracciglio destro d'un buon dito sopra il livello del sinistro. Quando il narratore giunse al termine, Dandolo non aperse bocca; ma, scordandosi d'essere in mutande, faceva tratto tratto [pg!214] il movimento di chi voglia ficcarsi le mani nelle tasche.
— Dunque? — l'interrogarono insieme Tancredo e Saverio, davanti a quel silenzio.
Dalla scranna su cui stava, Dandolo affondò i piedi nelle due gondole tonchinesi riprendendo contatto con la terra.
— Ecco, — spiegò loro con mansuetudine. — Voi mi fate l'effetto di due malati che vadan per un consulto nella clinica di un dottore, ma poi rifiutino di lasciarsi visitare, anzi facciano tutto il possibile per nascondere al medico i sintomi della loro infermità. In questo modo, cari amici, non verremo a capo di nulla.
— Non ha torto, — ammise Tancredo guardando il Metello.
— Statemi a sentire, — cominciò Dandolo in tono confidenziale. — Con quello che m'avete già detto, poche ore mi basterebbero per colmare, se volessi, le lacune del vostro racconto.
— Non ha torto, — ammise anche il Metello.
E ripigliando la narrazione da capo, gli scoversero interamente il loro segreto.
— Ahimè!... — fece allora lo Zappetta. — Mi pare una cosa tanto grave, ch'essa tocca l'inverisimile.
— Così è, — rispose Tancredo con modestia.
— Ebbene, — precisò Dandolo, dopo aver riflettuto, — supponiamo per un momento che il fatto sia come voi dite. Andrea Ferento ha avvelenato, e certo in un modo strettamente scientifico, il marito della sua amante, il fratellastro di Tancredo, l'ingegnere Giorgio Fiesco. Se così stanno le cose, io vi prometto di portarvi in meno di otto giorni i dati necessari perchè Tancredo ne sporga denunzia al Procuratore del Re.
— Ottimamente! — applaudì Tancredo.
— Ma se invece si trattasse d'un abbaglio, d'uno di quei fenomeni che sono talvolta l'ìndice della perversa fantasia popolare, i veri casi di pazzia dell'Anonimo, [pg!215] e se ciò non ostante voi voleste, basandovi sui rumori d'una borgata, macchinare contro quest'uomo, che ammiro altamente, uno scandalo indecoroso a puro scopo di lucro, qualcosa insomma che abbia l'aria d'un ricatto... allora vi consiglio, ragazzi, di andar a picchiare altrove, perchè io di queste cose non mi occuperò mai!
I due si guardaron in faccia con una certa qual titubanza, e sorrisero fra loro di quella soave ingenuità. Pareva si dicessero: — Poverino! che omino per bene! che anima semplicetta come le sue farfalle! — Poi Tancredo rispose con voce burbera:
— Va bene, va bene!
Ed il Metello aggiunse:
— Non era nemmeno il caso di parlarne, tanto è naturale.
— Io amo gli accordi chiari, — precisò lo Zappetta. — Ed ora torniamo al primo supposto: il delitto è veramente avvenuto, io l'ho ricostrutto, Tancredo va per sporgere la sua denunzia al Procuratore del Re... Mi seguite?
— A puntino.
— Ebbene, sapete voi quel che càpita nel nostro bel paese? No, non lo sapete?... Ci prendono tutti e tre, delicatamente, con un pretesto qualsiasi, e ci mandano intanto a meditare su le piaghe della società negli ozî d'una patria galera.
— Càpperi! — saltò su Tancredo.
— Verissimo!... — dichiarò il Metello; — ha ragione lui. Non ci avevo pensato.
— C'era una volta un asino il quale, avendo inteso dire che Caligola aveva incoronato il suo cavallo, si era messo in mente di andare alla conquista dell'Impero Romano... Sapete cosa gli capitò?
— Lasciamo gli scherzi, — fece Tancredo, — e spiégati.
— Ecco, mi spiego, — disse allora Dandolo, — Voi dimenticate una cosa. Il Ferento, oltre la sua propria [pg!216] forza d'uomo politico, di agitatore, di scienziato, è anche massone; anzi è, od era, uno fra i più potenti capi della Massoneria.
— Stavo per dirlo: è massone! — confermò il Metello.
— Dunque a voi due pare — disse Tancredo — che non si possa far nulla contro un uomo così potente?
— Non volevo dir questo, — riprese lo Zappetta col suo tono dimostrativo, — ma certo sarebbe da pazzi mettersi al cimento senza la certezza di riuscire. Voi due non potrete mai essere che i suoi zimbelli, anche se aveste in mano la boccetta del veleno che gli servì. Poichè sappiate che contro un uomo così forte potrebbe solo cimentarsi un rivale della sua tempra, o l'avversaria che vince tutti: la folla.
— Sei eloquente! — esclamò Tancredo.
— Sono giusto, — corresse Dandolo, — giusto semplicemente. Oggi ancora, dinanzi alla figura di Andrea Ferento, io, che vivo in una soffitta, mi sento pieno di ammirazione; il giorno in cui avessi acquisita la certezza del suo delitto, ma una certezza vera, una certezza mia propria, diverrei feroce contro di lui, perchè il delitto è maggiore dell'ingegno, anzi è la cosa più potente che generi la società; quindi va smascherato.
— E concludendo? — fece il Metello, cui non importavan assolutamente nulla questi aforismi.
— Concludendo io parto stasera stessa, od anche sùbito, se volete.
E rapidamente guardò i suoi calzoni, poi l'orologio di similoro che teneva in una foderetta di lana.
— Benissimo, — acconsentirono i due compari.
— Lasciatemi solo riporre le mie farfalle e chiudere bene le finestre perchè non entri vento.
L'omino, raccogliendo i suoi cartoni, ad uno ad uno e con infinita cura li portava nell'altro bugigattolo, facendo su l'ammattonato con le sue pantofole un rumore di paglia strofinata. Intanto i due si consultavano [pg!217] su la somma che fosse opportuno dargli per il viaggio. Tancredo era liberale, il Metello più avaro assai. Questi credeva che un centinaio di lire fosser più che bastevoli, ma Tancredo, assistito dalla propria esperienza, pensava che avrebbe avute molte spese, quindi non convenisse parer taccagni e bisognasse darne duecento almeno. Così risolsero; e mentre lo Zappetta rientrava gli consegnaron i due biglietti da cento piegati in quattro.
— Eccoti i denari necessari, ma ti preghiamo di notare tutte le tue spese.
— Va bene, — rispose Dandolo. E senza contare i biglietti, se li mise in un taschino del panciotto.
Solo, nel trasportare l'ultimo cartone, domandò:
— Quanto mi avete dato?
E scomparve nel bugigattolo.
— Duecento lire! — gli gridò appresso il Metello con una voce accrescitiva.
— Non bastano, — rispose Dandolo, tranquillo.
— Oh, diamine! — esclamarono tutt'e due. Dandolo riapparve:
— Non bastano, e mi spiego. Sappiate che io mi presento laggiù come ingegnere agronomo, inviato da una Società di sfruttamento agricolo, società che avrebbe in animo di acquistare nella contrada grandi aree di terreno. In capo a due giorni mi riprometto di conoscere tutte le persone più cospicue della località; mi useranno cortesie, bisogna che possa rendere. Ho le mie valige pronte, nelle valige tutto un vestiario che non porto mai quando non sono in funzioni. Verso il prossimo che si vuol sfruttare bisogna anzi tutto e sopra tutto non puzzar di miseria. Mi capite?
— Vedi come si fa? — disse Tancredo al Metello, con ammirazione. Ma questi era seccatissimo e non spianava il suo volto arcigno.
— Poi, — riprese Dandolo, — avrò a che fare con giornalisti, e costoro, anche in provincia, non lo dico per farvi un complimento, son persone alle quali si deve ogni specie di riguardi.
[pg!218] Ora Dandolo s'infilava i calzoni.
— Quando poi una notizia ha preso la via delle stampe cammina da sè come un sasso giù dalla montagna. Poichè il giornale ai tempi nostri è diventato l'evangelo di una chiesa universale, che si chiama la Stampa, e che detiene il Primo Potere. Il giornale vi serve a tutto, vi fa tutto: è la balia ed il carabiniere dell'uomo. Annunzia la vostra nascita, la vostra morte, che altrimenti nessuno saprebbe, vi crea la fama o ve la stronca; vi procura da mangiare o vi taglia i viveri. Osservate bene. Le istruttorie, le inchieste, i processi, vorrei dire anche i delitti, è il giornale che li fa succedere; i verdetti, è il giornale che li impone. Non solo. Ma chi fa la guerra? la pace? le alleanze? la politica?... — Il giornale.
Forse tra poco i Gordon Bennett cominceranno una dinastia, mentre un Concilio di Redazioni eleggerà il Papa. E non è tutto. Avete inventato un prodotto? un meccanismo? una peregrina idea di qualsiasi genere? Il giornale ve la bandisce tra il pubblico. Scrivete un libro? Ve lo giudica. Vi capita un rovescio? Si affretta a farlo sapere. Vincete un terno? Ve lo pubblica. Volete moglie? Ve la trova... Cosa potreste chiedere di più ad un giornale, che dopo tutto vi costa un miserabile soldo?...