VLa mattina dopo, di buonissima ora egli fu desto. Come al solito s'immerse nel bagno che lo ringagliardiva, scrisse alcune lettere che fece portare a mano dal suo domestico, telefonò a parecchie persone che gli urgeva di veder nella giornata.Ella uscì da quella notte affannosa, dal breve sonno incominciato verso l'alba, con l'anima piena di [pg!285] sperdimento e pervasa da una così grande stanchezza, che sentiva il sangue fermo dolerle nelle vene. Ma col mattino le tornava l'intuito preciso della rovina. Guardò, e vide con occhi limpidi ciò che non aveva sin allora veduto, se non traverso la nebbia della sua concitazione.Non erano ancor le nove del mattino, quando cominciò ad aggrupparsi folla davanti alla casa del Ferento. Giungevano a comitive, per strade opposte, gridando, crescendo, sicchè in breve la strada ne fu assiepata, la piazza ne brulicò.Il portinaio, dopo aver chiuso il portone, venne sopra concitato a supplicare che il Ferento gli concedesse di telefonare in Questura. Ma questi rispose con asprezza che non se ne occupava, e lo lasciassero in pace. Fermo, dietro le cortine d'una finestra, si mise a guardare la folla.Erano scherani del Donadei, mandati a provocarlo; plebaglia chiesaiuola, politicanti delle leghe cattoliche, socialisti e milizie della Camera del Lavoro. Non popolo insorto, ma un'accozzaglia sobillata e prezzolata, che veniva per vilipendere l'uomo contro il quale si voleva, non giustizia, ma vendetta.Qua e là , forse con piccoli gruppi de' suoi partigiani, accadevano zuffe. Un bel sole mattutino dormiva su quella inane piccola gente.Ella, mezzo discinta, stava presso di lui, serrata contro il suo braccio, e paurosa lo guardava.Gli alti vetri luccicavano d'azzurrità ; si udiva dalla strada salire un vociferìo crescente; si udiva quel rumore ondoso che la folla produce quando s'aggruppa in tumulto.Andrea fece qualche passo indietro, serrando i pugni convulsi, reprimendo la sua fredda ira. Ella pure, d'un tratto, si staccò dalla finestra, chiudendosi con i palmi gli orecchi, perchè quegli urli troppo la ferivano, troppo la battevano, e le pareva d'essere assalita insieme con lui dal furore della piazza.[pg!286] S'annidò nelle sue forti braccia e lacrimosamente lo baciava.— Andrea!... Andrea, che faremo?Egli senza rispondere, appoggiò la bocca su la sua fronte; e sopra la fronte di lei, curvata, i suoi occhi splendevano di tanta luce, di tanto coraggio, ch'egli parve, nella sua bianca tranquillità , più forte che la moltitudine.Ora, per tutte le strade, sopravvenivan turbe di popolo minaccioso; la piazza, tra il suo porticato quadrangolo, nereggiava di assembramenti; i gridi e le contumelie battevano contro i vetri come sassi lanciati con la fromba. Allora la sua bella fronte si cerchiò d'una rossa ira e gli parve indegno starsene dietro una finestra chiusa mentre gli avversari lo insultavano.Che si voleva da lui? Vederlo?Con impeto si sciolse dalle braccia dell'amante, s'avventò alla finestra, volle aprire.— No, no, Andrea! séntimi, ascóltami... — gridò la donna, avvincendosi a lui. Forte gli teneva le mani, forte lo respingeva; poi s'interpose fra lui e la vetrata quasi per fargli schermo, ed aperse le braccia.Grosse lacrime le cadevano dagli occhi, il suo gonfio petto ansava; egli rimase un istante a guardarla, muto, poi si ritrasse.— Perchè piangi? Hai forse paura per me?Si mise a ridere d'un riso beffardo e cominciò a camminare per la stanza. Ella restava con le braccia aperte, la gola riversa, le spalle contro l'invetriata; il sole mattutino mandava lampi nello splendore de' suoi capelli spettinati; pareva in croce, davanti a quella finestra piena d'azzurrità .— Hai paura per me? — diss'egli con più forza. — Non io di loro!Rovesciò indietro la fronte con quella mossa rapida che gli faceva ondeggiare la capigliatura e splendere il volto:— Cosa vuole da me questa masnada di chierici e di bruti? Vedermi?... Vengo![pg!287] — Andrea!... — ella gridò sbigottita, — che vuoi fare?... Andrea!...— Nulla di strano: essere alla mia Clinica per le nove e mezzo, come faccio ogni giorno.Con la sua poca forza ella s'avvinghiò a lui per trattenerlo, e balbettando lo supplicava: — No, non andare...— Io?!... — diss'egli con un riso. — Allora forse non mi conosci bene.— Ma non vedi quanti sono, Andrea?... Non senti come urlano?...— Appunto perchè urlano, e son molti, appunto per questo è necessario andare.Allora ella si mise a piangere, a piangere con disperazione; la qual cosa era la sola ch'egli davvero temesse.— No, non piangere... — le diceva con dolcezza. — Ascóltami, ascóltami, Novella. Comincia per me in questo momento una di quelle tragiche avventure nelle quali un uomo ha bisogno di tutte le sue forze per affrontare la vigliaccheria degli altri e decidere se debba rimanere un padrone od essere un vinto. Non mi disarmare, ti supplico, non aver paura; poichè devi essere tu, anzi, la mia compagna. Saranno giorni terribili, di guerra senza mercede, a colpi di coltello. Ma voglio vincere, capisci?... voglio vincere, perchè ti amo. E non essere tu la catena!Dicendo quest'ultima frase, la respinse con un atto quasi violento, come se per un attimo l'avesse odiata.Ella comprese ch'era necessario ubbidirgli, e solamente lo fissò con gli occhi pieni di terrore.— Ma... ti faranno male...— Che male! — Andrea gridò. — Al primo che osi toccarmi spiano la rivoltella su la faccia; se non retrocede, sparo. E dove un uomo ha il coraggio di ammazzare per primo, è la folla che ha paura di lui. Del resto la folla non mi odia. Chi mi odia è altrove. Ma s'accorgeranno bene che Andrea Ferento non è uomo da lasciarsi ammanettare![pg!288] Fece una pausa e guardò l'amante, la donna curva, disfatta, che l'ascoltava. Il suo sorriso beffardo si spense in un sorriso di tristezza, e piegando su lei con dolore il volto pallido, la baciò fra i capelli, come se quell'atto gli fosse necessario, prima di scendere nella strada e camminare a fronte alta contro la folla de' suoi bestemmiatori.— Atténdimi qui, — le disse. — Per nessuna ragione al mondo non uscir di casa. Dietro me s'allontaneranno. Sii tranquilla: dalla Clinica ti telefonerò.Prese da un cassetto la rivoltella, già carica, si chiuse la giacca, rovesciò indietro la fronte con quell'atto leonino che gli scuoteva tutta la capigliatura, baciò in silenzio le mani dell'amante, e uscì.Ella non ebbe che la forza di chiamare fievolmente:— Andrea... — ma quand'era già lontano. Poi si precipitò alla finestra.Egli scendeva le scale con un passo misurato, allacciandosi i guanti. Sui pianerottoli v'eran persone ferme, ch'egli non guardò; a pianterreno, sotto il porticato, un gruppo di gente che si ritrasse bisbigliando.Il portinaio aveva sprangato il portone; stava dietro l'usciuolo con la chiave in mano.— Aprite, — gli disse il Ferento.— Non è possibile...— Aprite, vi dico...— Professore, non faccia questa pazzia!...Allora gli tolse la chiave di mano, aprì egli stesso, chinò il capo sotto il portello, e, quando fu sul marciapiede, si volse tranquillamente, lanciò dentro la chiave, dicendo al portinaio che s'affacciava:— Chiudete in fretta.L'impassibilità del suo volto era così grande, che i più vicini credettero d'ingannarsi nel riconoscere Andrea Ferento in quell'uomo che usciva.Egli non guardò nessuno; la strada formicolava di gente ferma, ed alcuni tuttavia, per la meraviglia, si scostarono.[pg!289] Alto, solo, con le mani entro le tasche della giacchetta, l'occhio vigile davanti a sè, il passo veloce ma tranquillo, quasi che tutto ciò non lo interessasse affatto, Andrea Ferento si diresse verso la piazza, come un uomo che debba tuttavia fendere per mezzo ad una strada ingombra.In verità non pensava che una cosa:«Novella s'è affacciata e mi guarda.»Il pensiero di quegli occhi amati che dall'alto vigilavano la sua persona lo ringagliardì come una spronata nei fianchi d'un animale generoso, e gli piacque di sentir vibrare intorno a sè la potenza elettrica della folla, gli piacque avventarsi nel pericolo immediato con una spavalderia che lo inorgogliva.Quel senso eroico della vita che dorme nel cuore di tutti gli uomini audaci si ridestava in lui d'improvviso e cantava nel suo spirito come una fanfara; gli pareva d'essere un soldato sopra il terreno di combattimento, e, più che un soldato, l'alfiere della sua parte, il portabandiera di sè stesso.La bandiera lo copriva come un manto, lo rendeva intangibile. Il sangue gli batteva nei polsi con quella velocità medesima, con quel tremito stesso, che propaga nell'aria il rullo dei tamburi, e gli pareva libera quant'altra mai quella strada preclusa da una barriera umana.Involontariamente sentiva di raggiare da sè la magnificenza del tribuno; l'atmosfera delle folle ammutinate, che impaurisce anche i più forti, era ciò che gli permetteva di respirare con più vasta libertà . Nel sentire quell'onda umana che gli rinserrava intorno, egli aveva l'impressione gioiosa di sentirsi portare in alto, spingere avanti, e rimaner solo in capo della moltitudine, come l'insorto che guida la sua fazione, alfiere d'ideali e capitano di popolo, quando gli assalitori delle regge, nei mattini di rivolta, per avventarsi al potere, sollevano le città .[pg!290] Cominciava la sua battaglia: era pronto, magnificamente pronto.Lo vedrebbero andare a fronte alta contro l'accusa, muto in mezzo alle contumelie, come se il clamore di una intera città non bastasse a distoglierlo dalla sua via consueta nè ad impedirgli di compiere ancora una volta l'opera sua giornaliera, della quale voleva mostrarsi più degno e più innamorato che mai.Aveva coscienza del suo prestigio fisico e ne godeva come d'un privilegio sovrano, conferitogli dalla natura stessa, nell'impronta, nel calco della sua persona. La folla, che ha per suo destino quello di ubbidire ad uno solo, è veramente femmina davanti a chi la disprezza, davanti a chi, senza riflettere, col suo coraggio la incatena. Egli sapeva che nessuno avrebbe osato affrontarlo a viso aperto, nè si occupava di guardarsi le spalle, perchè, a tutelargli le spalle, bastava la sua medesima tranquillità . Inoltre, nemmeno fra gli avversari Andrea Ferento era un uomo odiato: la sua vita pura come cristallo moveva un senso di stupefazione in coloro stessi ch'erano schierati sotto altre bandiere. Aveva combattuta la sua guerra con un magnifico sdegno, e, davanti alla folla, troppo avvezza a patire le menzogne dei retori, aveva il merito incomparabile di aver detta la verità . Di aver detta la verità sempre, con un coraggio che poteva parere insensato, anche quando le chiese, i governi, le clientele, i partiti, erano in lega solidale contro lui, perchè tacesse.Possedeva le due qualità che maggiormente innamorano le moltitudini: era un ribelle ed era un munifico donatore. Chi mai lo toccherebbe? Non certo quell'eterno ribelle che si chiama il popolo, non certo quella rozza femmina eccitata che si chiama la folla.Ed ecco, intorno a lui, dapprima, un silenzio grande si fece.Camminava; ed alcuni, ammutolendo, gli mossero dietro, quasi per meraviglia della sua temerità , e forse per vedere dove quell'uomo andasse. Nessuno [pg!291] aveva certo supposto di trovarsi viso a viso con lui, nè creduto ch'egli venisse a costituire la sua libertà frammezzo a loro con un gesto così deliberato e così tranquillo.Questa folla, che da un momento all'altro s'aspettava d'essere sgombrata dai gendarmi, o d'azzuffarsi con i partigiani dell'avversario, si vedeva improvvisamente fendere dall'uomo stesso ch'era venuta per provocare.Questo potente camminava tra loro senza guardia nè partigiano, e passava in mezzo ai clamori diretti contro il suo nome, senza corrugare la fronte. Non solo, ma quest'uomo era Andrea Ferento, lo scienziato che dalla cattedra inebbriava i giovani, co' suoi libri commoveva l'opinione del mondo, negli ospedali, come un buono ed umile operaio, curava i malati; quest'uomo era stato tempo innanzi alle soglie del potere, e solo per isdegno volontario ne aveva receduto.Camminava dietro di lui, intorno alla sua ombra, tutta una storia di cose belle, che ognuno rivedeva. Chi lo toccherebbe? Chi seguiterebbe a gridargli sul volto: — Assassino! — se pur questo era l'ordine?Adesso era preso nel mezzo, era in balìa di questa grande folla; camminando la faceva ondeggiare. Il suo nome, più veloce di lui, lo precedeva nel tumulto; una curiosità malsana invadeva l'ammutinamento; era un accorrere da ogni parte verso l'uomo che si faceva strada. Si faceva strada senza parlare, senz'ascoltare, guardando innanzi a sè, diritto, come un uomo sicuro della sua meta; e lentamente la turba lo ingoiava, stringendolo come un nòcciolo nelle sue pareti poderose.Egli cercava di traversar obliquamente la piazza, per dirigersi all'opposto lato, verso lo sbocco d'una contrada; la folla crescente lo accompagnava, rallentando il passo, arenandosi man mano contro la folla sopravveniente, che stringeva quel nucleo camminante in una specie di morsa.Per il vasto rettangolo della piazza crescevan lo [pg!292] strepito ed il clamore; ma già il nome di Andrea Ferento era la più alta parola che dominasse il tumulto. Lo spazio intorno gli divenne così angusto, che dovette fermarsi; — ma egli non impallidì.Era preso negli stessi tentacoli della folla, ed i più vicini facevano sforzi di braccia, di spalle, per non serrarglisi addosso. I più vicini tacevano, guardando l'uomo alto e fermo, con una specie di timore.Si produsse in quella moltitudine un movimento oscillante, simile al flusso ed al riflusso d'una marea, — poi le grida inveirono contro il cielo, facendo risuonare il nome del Ferento, come se dalla turba erompesse la gioia selvaggia e paurosa di tener quella preda.La piazza tiranna lo aveva catturato: era tardi ormai per il soccorso, gli potevan mettere la mano alla gola.Ma nessuno invece lo toccava, e, per una specie di rispetto invincibile, nel cerchio d'uomini più vicini a lui si taceva, come nell'attesa d'un dramma. Stavano fermi, addossati gli uni agli altri, per resistere alle spinte, quasi per difenderlo con una barriera di spalle dal potere altrui.— Signori, — egli disse tranquillamente, levandosi l'orologio di tasca: — da nove anni, tutte le mattine, a quest'ora, esco di casa per recarmi alla mia Clinica, dove so di essere necessario. Se un pazzo od un bruto mi lancia un'accusa che mi rifiuto di discutere, non è questa una ragione perchè i miei medici e i miei malati suppongano ch'io non possa recarmi fra loro. Ho deciso di traversare la città a piedi, contro chiunque mi fermi, e su la mia parola d'uomo vi giuro che passerò!Andrea Ferento si mosse. Un piccolo varco, uno spiraglio tortuoso, tra gente muta, allentò la folla, e con la mano chiusa nella tasca su l'arma caricata, egli vi s'inoltrò.Adesso era pallido estremamente, ma di coraggio e d'ira. I suoi occhi magnetici, striati di ferro, pareva che lampeggiando esercitassero un comando muto.[pg!293] Lento, grave, restìo, come una carena che si disincaglia, il nucleo della folla ricominciava a muoversi, resistendo col suo peso inerte alla spinta esterna, e così lasciandosi portare.Sopra la folla egli ergeva l'alta statura, per guardar oltre: un émpito selvaggio d'orgoglio lo soverchiò, quando vide che la strettoia s'allentava.Si volse a quelli che tacevano, e con la forza di un'invettiva esclamò:— Quanti di voi, che ora venite a sbarrarmi il passo, quanti di voi, o delle vostre famiglie, non hanno benedetta questa mia mano, che ora gridate sia quella d'un assassino? — Avanti! fátemi strada, che ho fretta, e laggiù sono moltissimi vostri figli e fratelli che hanno ancora bisogno di me!Gli ubbidivano muti, senza sapere perchè gli ubbidissero, facendo forza contro la parete umana che ostacolava il passo, penetrando a forza di gomiti nella direzione ch'egli segnava. Per soggiogarli e per stordirli parlava, con l'occhio attento al varco difficile, con un palpito nel cuore di gioconda impazienza.Li odiava in quel momento, ed avrebbe voluto frustarli fino al sangue; si sentiva quasi nelle braccia la forza di poterli percuotere.— Fate com'io faccio questa mattina! Camminate a fronte alta contro chiunque voglia mettervi una mano alla gola! Un giorno forse comprenderete che la bellezza vera del mondo è tutta nella forza di una splendente volontà .La strettoia si allentava; i più vicini, soggiogati, ammutolivano. Con lentezza, il gruppo che lo teneva prigioniero s'incanalò nella strada formicolante, per la quale scendeva di corsa un drappello di studenti, spingendo innanzi a sè una doppia catena di poliziotti, che non riuscivano a frenarli.Ancor lontana, egli udì la voce nota, la fresca voce della gioventù che lo amava, che irrompeva correndo nell'opaca moltitudine avversaria, portando il [pg!294] suo nome come un vessillo e facendolo battere nel cielo con una forza che lo inebbriava.Irruppero quasi contro lui, senza riconoscerlo; accadde un urto, e per un momento l'avvolsero nella zuffa, lo trascinaron indietro, nel torrente impetuoso che li trascinava.Ma quando fu riconosciuto, e si seppe ch'egli, da solo, era uscito contro la piazza, s'era lanciato a fronte alta nella bufera, contro il pericolo, contro la folle accusa, che non poteva macchiarlo, allora fu come un delirio che lo circondò, che l'avvolse da ogni parte, fu la vendetta più bella ch'egli potesse immaginare, perchè un'altra folla era nata, sbucava, cresceva intorno a lui, come un esercito pronto a giurare su la sua spada, a camminare dov'egli volesse, rovesciando il suo patibolo per innalzargli trofei.Un riso grande, sarcastico, gli empì l'anima; si guardò intorno, e gli parve che il sole fosse un tappeto fulgido su cui trionfalmente poteva ora camminare.Aveva giurato di passar da solo entro la schiera nemica; era passato, era illeso, la vittoria incominciava.Dietro lui, nella piazza turbolenta, scherani contro scherani s'azzuffavano da ogni parte; squilli di tromba echeggiavano ad intervalli sopra l'urlare della mischia, ed ancora una volta, nella storia di tutte le grandi e piccole discordie, ci si batteva per un nome, tra partigiani e partigiani, poichè non muta nei tempi la sorte delle umane moltitudini: l'odio è fra condottieri, ed esse debbono insanguinarsi per la vittoria di uno solo.Ora la strada lo accompagnava gridando; le finestre si gremivano; le soglie delle botteghe si assiepavano di gente curiosa; la città soffermava la sua vita per assistere a questo esempio di virtù civile.Ma egli camminava nel mezzo della strada, senza nulla guardare, con la fronte sollevata, il passo veloce, tra un corteo numeroso che gli faceva intorno quasi una guardia d'onore, pronto a scontrarsi con chiunque gli sbarrasse il cammino.[pg!295] Ad ogni sbocco di strada la polizia tentava d'interrompere il corteo; ma esso rinasceva da' suoi frantumi, quasi fosse dotato d'una inseparabile vita. Sotto le finestre d'un giornale avversario volaron sassi e vetri si ruppero con fragore; la redazione stava per essere invasa, quando gli squilli echeggiarono e la polizia, forte di numero, giunse in tempo a disperdere l'assalto.Fu allora che un Commissario s'avvicinò al Ferento, pregandolo di voler salire in una vettura per sottrarsi alla folla che la sua presenza eccitava.Egli scosse il capo duramente, poi rispose:— No! Se avete ordine d'arrestarmi, arrestatemi; altrimenti proseguirò a piedi.Egli certo non ignorava che l'imprecisione dell'accusa e le potenti energie ch'erano già in moto per cooperare alla sua salvezza gli avrebbero evitato allora e poi lo sfregio dell'arresto; ma rispondeva così al Commissario, perchè sapeva nelle ore di battaglia esser anche un abilissimo istrione.Aveva giurato di andare a piedi: a piedi continuerebbe sino al termine. C'era troppo sole in quell'aria mattutina perch'egli accettasse di trafugarsi nell'ombra!Ora la strada lo accompagnava cantando; era una strada facile, sgombra; incominciava il suburbio. I funzionari erano riusciti a spezzare nel mezzo il corteo, imprigionandone la parte più accesa nel viluppo delle contrade. Lì nascevan alberi; di lontano la terra incollinava.Egli affrettò il passo, e quando vide apparire l'edificio bianco, le vaste placide finestre che dormivano dietro le stuoie, quando ripensò i bianchi letti allineati e le facce stanche di coloro che vi giacevano, un disprezzo immenso di sè medesimo lo assalse, quasi ch'egli avesse rubata una vittoria e stesse per rubare altresì quel diritto che s'attribuiva di medicatore.Allora, giunto al cancello, si volse; guardò la schiera che lo seguiva e tese il braccio per soffermarla. Ma poichè i più vicini lo circondavano:[pg!296] — Qui — disse, — ritorno ad essere il medico, che deve dimenticare.Con un sorriso, con un saluto, posò in silenzio le mani su le spalle d'alcuni fra i giovani che gli eran presso; indi si volse lentamente, varcò l'ingresso del giardino e rinchiuse il cancello. Lo videro inoltrarsi per il viale, poi, tra gli alberi, sparire.Là in alto, la Direttrice, i medici, gl'infermieri, tutti i custodi familiari del sereno edificio ch'egli aveva eretto per amore dell'uomo, gli si fecero incontro con un atto fraterno e solenne d'accoglienza, che parve racchiudere in sè una grande assoluzione.Ma questa volta, nel cuore, proprio in quella parte del cuore che non pensava, ch'era semplicemente il rifugio della commozione, il rifugio della bontà che l'uomo non riesce mai del tutto a spegnere in sè stesso, qualcosa lo morse pungentemente, con un tal senso di dolore, che gli parve, nonostante la sua volontà metallica, di sentirsi velare gli occhi.Sopra loro volse per un attimo uno sguardo di bestia diffidente e ferita, poi si chiuse di nuovo nella sua maschera d'impassibilità , strinse in fretta le mani che gli si tendevano, e scuotendo il capo, come per impedire ogni discorso, non faceva che ripetere:— Nulla, nulla... andiamo, è nulla!...Fece a tutti un gesto frettoloso di commiato, e con voce ferma chiamò, come soleva ogni giorno, il suo primo assistente:— Rosales, mi faccia vedere i bollettini.Il giovine, vestito del cámice bianco, gli si avvicinò scolorato come una fanciulla, ed insieme, tra un silenzio rispettoso e commosso, entrarono in quello studiolo a pianterreno che aveva contro la finestra gli odorosi rami dell'ólea fiorita.Rimasero in piedi, uno di fronte all'altro, senza dir nulla, poi, con un moto nervoso, il Ferento cominciò a sfogliare i bollettini.L'altro lo guardava con gli occhi lucenti, senza [pg!297] muover labbro, come un figlio guarda il suo padre che abbian ferito a morte e che sia per morire. Stava diritto, fermo come una sentinella, con le braccia lungo i fianchi; ma i polsi tuttavia gli tremavano.Pur nel leggere, il Ferento lo vedeva. Ed allora sollevò sopra il giovine i suoi occhi superbi, spianò la fronte come un uomo sereno ed incolpevole, che alla muta paura del discepolo volesse rispondere con una muta tranquillità .Ma questi non resse allo schianto, e con un dolore pieno di febbre, quasi piegando le ginocchia, gli afferrò una mano, balbettando:— Professore, qualsiasi cosa le abbisogni, o le accada, si ricordi, si ricordi che io son qui...E dai buoni occhi cilestri gli cadevan lacrime nella barba bionda.Il Ferento strinse velocemente quella mano, si morse un labbro, e volse altrove la faccia, per non fare quello che un uomo non può fare: piangere.
VLa mattina dopo, di buonissima ora egli fu desto. Come al solito s'immerse nel bagno che lo ringagliardiva, scrisse alcune lettere che fece portare a mano dal suo domestico, telefonò a parecchie persone che gli urgeva di veder nella giornata.Ella uscì da quella notte affannosa, dal breve sonno incominciato verso l'alba, con l'anima piena di [pg!285] sperdimento e pervasa da una così grande stanchezza, che sentiva il sangue fermo dolerle nelle vene. Ma col mattino le tornava l'intuito preciso della rovina. Guardò, e vide con occhi limpidi ciò che non aveva sin allora veduto, se non traverso la nebbia della sua concitazione.Non erano ancor le nove del mattino, quando cominciò ad aggrupparsi folla davanti alla casa del Ferento. Giungevano a comitive, per strade opposte, gridando, crescendo, sicchè in breve la strada ne fu assiepata, la piazza ne brulicò.Il portinaio, dopo aver chiuso il portone, venne sopra concitato a supplicare che il Ferento gli concedesse di telefonare in Questura. Ma questi rispose con asprezza che non se ne occupava, e lo lasciassero in pace. Fermo, dietro le cortine d'una finestra, si mise a guardare la folla.Erano scherani del Donadei, mandati a provocarlo; plebaglia chiesaiuola, politicanti delle leghe cattoliche, socialisti e milizie della Camera del Lavoro. Non popolo insorto, ma un'accozzaglia sobillata e prezzolata, che veniva per vilipendere l'uomo contro il quale si voleva, non giustizia, ma vendetta.Qua e là , forse con piccoli gruppi de' suoi partigiani, accadevano zuffe. Un bel sole mattutino dormiva su quella inane piccola gente.Ella, mezzo discinta, stava presso di lui, serrata contro il suo braccio, e paurosa lo guardava.Gli alti vetri luccicavano d'azzurrità ; si udiva dalla strada salire un vociferìo crescente; si udiva quel rumore ondoso che la folla produce quando s'aggruppa in tumulto.Andrea fece qualche passo indietro, serrando i pugni convulsi, reprimendo la sua fredda ira. Ella pure, d'un tratto, si staccò dalla finestra, chiudendosi con i palmi gli orecchi, perchè quegli urli troppo la ferivano, troppo la battevano, e le pareva d'essere assalita insieme con lui dal furore della piazza.[pg!286] S'annidò nelle sue forti braccia e lacrimosamente lo baciava.— Andrea!... Andrea, che faremo?Egli senza rispondere, appoggiò la bocca su la sua fronte; e sopra la fronte di lei, curvata, i suoi occhi splendevano di tanta luce, di tanto coraggio, ch'egli parve, nella sua bianca tranquillità , più forte che la moltitudine.Ora, per tutte le strade, sopravvenivan turbe di popolo minaccioso; la piazza, tra il suo porticato quadrangolo, nereggiava di assembramenti; i gridi e le contumelie battevano contro i vetri come sassi lanciati con la fromba. Allora la sua bella fronte si cerchiò d'una rossa ira e gli parve indegno starsene dietro una finestra chiusa mentre gli avversari lo insultavano.Che si voleva da lui? Vederlo?Con impeto si sciolse dalle braccia dell'amante, s'avventò alla finestra, volle aprire.— No, no, Andrea! séntimi, ascóltami... — gridò la donna, avvincendosi a lui. Forte gli teneva le mani, forte lo respingeva; poi s'interpose fra lui e la vetrata quasi per fargli schermo, ed aperse le braccia.Grosse lacrime le cadevano dagli occhi, il suo gonfio petto ansava; egli rimase un istante a guardarla, muto, poi si ritrasse.— Perchè piangi? Hai forse paura per me?Si mise a ridere d'un riso beffardo e cominciò a camminare per la stanza. Ella restava con le braccia aperte, la gola riversa, le spalle contro l'invetriata; il sole mattutino mandava lampi nello splendore de' suoi capelli spettinati; pareva in croce, davanti a quella finestra piena d'azzurrità .— Hai paura per me? — diss'egli con più forza. — Non io di loro!Rovesciò indietro la fronte con quella mossa rapida che gli faceva ondeggiare la capigliatura e splendere il volto:— Cosa vuole da me questa masnada di chierici e di bruti? Vedermi?... Vengo![pg!287] — Andrea!... — ella gridò sbigottita, — che vuoi fare?... Andrea!...— Nulla di strano: essere alla mia Clinica per le nove e mezzo, come faccio ogni giorno.Con la sua poca forza ella s'avvinghiò a lui per trattenerlo, e balbettando lo supplicava: — No, non andare...— Io?!... — diss'egli con un riso. — Allora forse non mi conosci bene.— Ma non vedi quanti sono, Andrea?... Non senti come urlano?...— Appunto perchè urlano, e son molti, appunto per questo è necessario andare.Allora ella si mise a piangere, a piangere con disperazione; la qual cosa era la sola ch'egli davvero temesse.— No, non piangere... — le diceva con dolcezza. — Ascóltami, ascóltami, Novella. Comincia per me in questo momento una di quelle tragiche avventure nelle quali un uomo ha bisogno di tutte le sue forze per affrontare la vigliaccheria degli altri e decidere se debba rimanere un padrone od essere un vinto. Non mi disarmare, ti supplico, non aver paura; poichè devi essere tu, anzi, la mia compagna. Saranno giorni terribili, di guerra senza mercede, a colpi di coltello. Ma voglio vincere, capisci?... voglio vincere, perchè ti amo. E non essere tu la catena!Dicendo quest'ultima frase, la respinse con un atto quasi violento, come se per un attimo l'avesse odiata.Ella comprese ch'era necessario ubbidirgli, e solamente lo fissò con gli occhi pieni di terrore.— Ma... ti faranno male...— Che male! — Andrea gridò. — Al primo che osi toccarmi spiano la rivoltella su la faccia; se non retrocede, sparo. E dove un uomo ha il coraggio di ammazzare per primo, è la folla che ha paura di lui. Del resto la folla non mi odia. Chi mi odia è altrove. Ma s'accorgeranno bene che Andrea Ferento non è uomo da lasciarsi ammanettare![pg!288] Fece una pausa e guardò l'amante, la donna curva, disfatta, che l'ascoltava. Il suo sorriso beffardo si spense in un sorriso di tristezza, e piegando su lei con dolore il volto pallido, la baciò fra i capelli, come se quell'atto gli fosse necessario, prima di scendere nella strada e camminare a fronte alta contro la folla de' suoi bestemmiatori.— Atténdimi qui, — le disse. — Per nessuna ragione al mondo non uscir di casa. Dietro me s'allontaneranno. Sii tranquilla: dalla Clinica ti telefonerò.Prese da un cassetto la rivoltella, già carica, si chiuse la giacca, rovesciò indietro la fronte con quell'atto leonino che gli scuoteva tutta la capigliatura, baciò in silenzio le mani dell'amante, e uscì.Ella non ebbe che la forza di chiamare fievolmente:— Andrea... — ma quand'era già lontano. Poi si precipitò alla finestra.Egli scendeva le scale con un passo misurato, allacciandosi i guanti. Sui pianerottoli v'eran persone ferme, ch'egli non guardò; a pianterreno, sotto il porticato, un gruppo di gente che si ritrasse bisbigliando.Il portinaio aveva sprangato il portone; stava dietro l'usciuolo con la chiave in mano.— Aprite, — gli disse il Ferento.— Non è possibile...— Aprite, vi dico...— Professore, non faccia questa pazzia!...Allora gli tolse la chiave di mano, aprì egli stesso, chinò il capo sotto il portello, e, quando fu sul marciapiede, si volse tranquillamente, lanciò dentro la chiave, dicendo al portinaio che s'affacciava:— Chiudete in fretta.L'impassibilità del suo volto era così grande, che i più vicini credettero d'ingannarsi nel riconoscere Andrea Ferento in quell'uomo che usciva.Egli non guardò nessuno; la strada formicolava di gente ferma, ed alcuni tuttavia, per la meraviglia, si scostarono.[pg!289] Alto, solo, con le mani entro le tasche della giacchetta, l'occhio vigile davanti a sè, il passo veloce ma tranquillo, quasi che tutto ciò non lo interessasse affatto, Andrea Ferento si diresse verso la piazza, come un uomo che debba tuttavia fendere per mezzo ad una strada ingombra.In verità non pensava che una cosa:«Novella s'è affacciata e mi guarda.»Il pensiero di quegli occhi amati che dall'alto vigilavano la sua persona lo ringagliardì come una spronata nei fianchi d'un animale generoso, e gli piacque di sentir vibrare intorno a sè la potenza elettrica della folla, gli piacque avventarsi nel pericolo immediato con una spavalderia che lo inorgogliva.Quel senso eroico della vita che dorme nel cuore di tutti gli uomini audaci si ridestava in lui d'improvviso e cantava nel suo spirito come una fanfara; gli pareva d'essere un soldato sopra il terreno di combattimento, e, più che un soldato, l'alfiere della sua parte, il portabandiera di sè stesso.La bandiera lo copriva come un manto, lo rendeva intangibile. Il sangue gli batteva nei polsi con quella velocità medesima, con quel tremito stesso, che propaga nell'aria il rullo dei tamburi, e gli pareva libera quant'altra mai quella strada preclusa da una barriera umana.Involontariamente sentiva di raggiare da sè la magnificenza del tribuno; l'atmosfera delle folle ammutinate, che impaurisce anche i più forti, era ciò che gli permetteva di respirare con più vasta libertà . Nel sentire quell'onda umana che gli rinserrava intorno, egli aveva l'impressione gioiosa di sentirsi portare in alto, spingere avanti, e rimaner solo in capo della moltitudine, come l'insorto che guida la sua fazione, alfiere d'ideali e capitano di popolo, quando gli assalitori delle regge, nei mattini di rivolta, per avventarsi al potere, sollevano le città .[pg!290] Cominciava la sua battaglia: era pronto, magnificamente pronto.Lo vedrebbero andare a fronte alta contro l'accusa, muto in mezzo alle contumelie, come se il clamore di una intera città non bastasse a distoglierlo dalla sua via consueta nè ad impedirgli di compiere ancora una volta l'opera sua giornaliera, della quale voleva mostrarsi più degno e più innamorato che mai.Aveva coscienza del suo prestigio fisico e ne godeva come d'un privilegio sovrano, conferitogli dalla natura stessa, nell'impronta, nel calco della sua persona. La folla, che ha per suo destino quello di ubbidire ad uno solo, è veramente femmina davanti a chi la disprezza, davanti a chi, senza riflettere, col suo coraggio la incatena. Egli sapeva che nessuno avrebbe osato affrontarlo a viso aperto, nè si occupava di guardarsi le spalle, perchè, a tutelargli le spalle, bastava la sua medesima tranquillità . Inoltre, nemmeno fra gli avversari Andrea Ferento era un uomo odiato: la sua vita pura come cristallo moveva un senso di stupefazione in coloro stessi ch'erano schierati sotto altre bandiere. Aveva combattuta la sua guerra con un magnifico sdegno, e, davanti alla folla, troppo avvezza a patire le menzogne dei retori, aveva il merito incomparabile di aver detta la verità . Di aver detta la verità sempre, con un coraggio che poteva parere insensato, anche quando le chiese, i governi, le clientele, i partiti, erano in lega solidale contro lui, perchè tacesse.Possedeva le due qualità che maggiormente innamorano le moltitudini: era un ribelle ed era un munifico donatore. Chi mai lo toccherebbe? Non certo quell'eterno ribelle che si chiama il popolo, non certo quella rozza femmina eccitata che si chiama la folla.Ed ecco, intorno a lui, dapprima, un silenzio grande si fece.Camminava; ed alcuni, ammutolendo, gli mossero dietro, quasi per meraviglia della sua temerità , e forse per vedere dove quell'uomo andasse. Nessuno [pg!291] aveva certo supposto di trovarsi viso a viso con lui, nè creduto ch'egli venisse a costituire la sua libertà frammezzo a loro con un gesto così deliberato e così tranquillo.Questa folla, che da un momento all'altro s'aspettava d'essere sgombrata dai gendarmi, o d'azzuffarsi con i partigiani dell'avversario, si vedeva improvvisamente fendere dall'uomo stesso ch'era venuta per provocare.Questo potente camminava tra loro senza guardia nè partigiano, e passava in mezzo ai clamori diretti contro il suo nome, senza corrugare la fronte. Non solo, ma quest'uomo era Andrea Ferento, lo scienziato che dalla cattedra inebbriava i giovani, co' suoi libri commoveva l'opinione del mondo, negli ospedali, come un buono ed umile operaio, curava i malati; quest'uomo era stato tempo innanzi alle soglie del potere, e solo per isdegno volontario ne aveva receduto.Camminava dietro di lui, intorno alla sua ombra, tutta una storia di cose belle, che ognuno rivedeva. Chi lo toccherebbe? Chi seguiterebbe a gridargli sul volto: — Assassino! — se pur questo era l'ordine?Adesso era preso nel mezzo, era in balìa di questa grande folla; camminando la faceva ondeggiare. Il suo nome, più veloce di lui, lo precedeva nel tumulto; una curiosità malsana invadeva l'ammutinamento; era un accorrere da ogni parte verso l'uomo che si faceva strada. Si faceva strada senza parlare, senz'ascoltare, guardando innanzi a sè, diritto, come un uomo sicuro della sua meta; e lentamente la turba lo ingoiava, stringendolo come un nòcciolo nelle sue pareti poderose.Egli cercava di traversar obliquamente la piazza, per dirigersi all'opposto lato, verso lo sbocco d'una contrada; la folla crescente lo accompagnava, rallentando il passo, arenandosi man mano contro la folla sopravveniente, che stringeva quel nucleo camminante in una specie di morsa.Per il vasto rettangolo della piazza crescevan lo [pg!292] strepito ed il clamore; ma già il nome di Andrea Ferento era la più alta parola che dominasse il tumulto. Lo spazio intorno gli divenne così angusto, che dovette fermarsi; — ma egli non impallidì.Era preso negli stessi tentacoli della folla, ed i più vicini facevano sforzi di braccia, di spalle, per non serrarglisi addosso. I più vicini tacevano, guardando l'uomo alto e fermo, con una specie di timore.Si produsse in quella moltitudine un movimento oscillante, simile al flusso ed al riflusso d'una marea, — poi le grida inveirono contro il cielo, facendo risuonare il nome del Ferento, come se dalla turba erompesse la gioia selvaggia e paurosa di tener quella preda.La piazza tiranna lo aveva catturato: era tardi ormai per il soccorso, gli potevan mettere la mano alla gola.Ma nessuno invece lo toccava, e, per una specie di rispetto invincibile, nel cerchio d'uomini più vicini a lui si taceva, come nell'attesa d'un dramma. Stavano fermi, addossati gli uni agli altri, per resistere alle spinte, quasi per difenderlo con una barriera di spalle dal potere altrui.— Signori, — egli disse tranquillamente, levandosi l'orologio di tasca: — da nove anni, tutte le mattine, a quest'ora, esco di casa per recarmi alla mia Clinica, dove so di essere necessario. Se un pazzo od un bruto mi lancia un'accusa che mi rifiuto di discutere, non è questa una ragione perchè i miei medici e i miei malati suppongano ch'io non possa recarmi fra loro. Ho deciso di traversare la città a piedi, contro chiunque mi fermi, e su la mia parola d'uomo vi giuro che passerò!Andrea Ferento si mosse. Un piccolo varco, uno spiraglio tortuoso, tra gente muta, allentò la folla, e con la mano chiusa nella tasca su l'arma caricata, egli vi s'inoltrò.Adesso era pallido estremamente, ma di coraggio e d'ira. I suoi occhi magnetici, striati di ferro, pareva che lampeggiando esercitassero un comando muto.[pg!293] Lento, grave, restìo, come una carena che si disincaglia, il nucleo della folla ricominciava a muoversi, resistendo col suo peso inerte alla spinta esterna, e così lasciandosi portare.Sopra la folla egli ergeva l'alta statura, per guardar oltre: un émpito selvaggio d'orgoglio lo soverchiò, quando vide che la strettoia s'allentava.Si volse a quelli che tacevano, e con la forza di un'invettiva esclamò:— Quanti di voi, che ora venite a sbarrarmi il passo, quanti di voi, o delle vostre famiglie, non hanno benedetta questa mia mano, che ora gridate sia quella d'un assassino? — Avanti! fátemi strada, che ho fretta, e laggiù sono moltissimi vostri figli e fratelli che hanno ancora bisogno di me!Gli ubbidivano muti, senza sapere perchè gli ubbidissero, facendo forza contro la parete umana che ostacolava il passo, penetrando a forza di gomiti nella direzione ch'egli segnava. Per soggiogarli e per stordirli parlava, con l'occhio attento al varco difficile, con un palpito nel cuore di gioconda impazienza.Li odiava in quel momento, ed avrebbe voluto frustarli fino al sangue; si sentiva quasi nelle braccia la forza di poterli percuotere.— Fate com'io faccio questa mattina! Camminate a fronte alta contro chiunque voglia mettervi una mano alla gola! Un giorno forse comprenderete che la bellezza vera del mondo è tutta nella forza di una splendente volontà .La strettoia si allentava; i più vicini, soggiogati, ammutolivano. Con lentezza, il gruppo che lo teneva prigioniero s'incanalò nella strada formicolante, per la quale scendeva di corsa un drappello di studenti, spingendo innanzi a sè una doppia catena di poliziotti, che non riuscivano a frenarli.Ancor lontana, egli udì la voce nota, la fresca voce della gioventù che lo amava, che irrompeva correndo nell'opaca moltitudine avversaria, portando il [pg!294] suo nome come un vessillo e facendolo battere nel cielo con una forza che lo inebbriava.Irruppero quasi contro lui, senza riconoscerlo; accadde un urto, e per un momento l'avvolsero nella zuffa, lo trascinaron indietro, nel torrente impetuoso che li trascinava.Ma quando fu riconosciuto, e si seppe ch'egli, da solo, era uscito contro la piazza, s'era lanciato a fronte alta nella bufera, contro il pericolo, contro la folle accusa, che non poteva macchiarlo, allora fu come un delirio che lo circondò, che l'avvolse da ogni parte, fu la vendetta più bella ch'egli potesse immaginare, perchè un'altra folla era nata, sbucava, cresceva intorno a lui, come un esercito pronto a giurare su la sua spada, a camminare dov'egli volesse, rovesciando il suo patibolo per innalzargli trofei.Un riso grande, sarcastico, gli empì l'anima; si guardò intorno, e gli parve che il sole fosse un tappeto fulgido su cui trionfalmente poteva ora camminare.Aveva giurato di passar da solo entro la schiera nemica; era passato, era illeso, la vittoria incominciava.Dietro lui, nella piazza turbolenta, scherani contro scherani s'azzuffavano da ogni parte; squilli di tromba echeggiavano ad intervalli sopra l'urlare della mischia, ed ancora una volta, nella storia di tutte le grandi e piccole discordie, ci si batteva per un nome, tra partigiani e partigiani, poichè non muta nei tempi la sorte delle umane moltitudini: l'odio è fra condottieri, ed esse debbono insanguinarsi per la vittoria di uno solo.Ora la strada lo accompagnava gridando; le finestre si gremivano; le soglie delle botteghe si assiepavano di gente curiosa; la città soffermava la sua vita per assistere a questo esempio di virtù civile.Ma egli camminava nel mezzo della strada, senza nulla guardare, con la fronte sollevata, il passo veloce, tra un corteo numeroso che gli faceva intorno quasi una guardia d'onore, pronto a scontrarsi con chiunque gli sbarrasse il cammino.[pg!295] Ad ogni sbocco di strada la polizia tentava d'interrompere il corteo; ma esso rinasceva da' suoi frantumi, quasi fosse dotato d'una inseparabile vita. Sotto le finestre d'un giornale avversario volaron sassi e vetri si ruppero con fragore; la redazione stava per essere invasa, quando gli squilli echeggiarono e la polizia, forte di numero, giunse in tempo a disperdere l'assalto.Fu allora che un Commissario s'avvicinò al Ferento, pregandolo di voler salire in una vettura per sottrarsi alla folla che la sua presenza eccitava.Egli scosse il capo duramente, poi rispose:— No! Se avete ordine d'arrestarmi, arrestatemi; altrimenti proseguirò a piedi.Egli certo non ignorava che l'imprecisione dell'accusa e le potenti energie ch'erano già in moto per cooperare alla sua salvezza gli avrebbero evitato allora e poi lo sfregio dell'arresto; ma rispondeva così al Commissario, perchè sapeva nelle ore di battaglia esser anche un abilissimo istrione.Aveva giurato di andare a piedi: a piedi continuerebbe sino al termine. C'era troppo sole in quell'aria mattutina perch'egli accettasse di trafugarsi nell'ombra!Ora la strada lo accompagnava cantando; era una strada facile, sgombra; incominciava il suburbio. I funzionari erano riusciti a spezzare nel mezzo il corteo, imprigionandone la parte più accesa nel viluppo delle contrade. Lì nascevan alberi; di lontano la terra incollinava.Egli affrettò il passo, e quando vide apparire l'edificio bianco, le vaste placide finestre che dormivano dietro le stuoie, quando ripensò i bianchi letti allineati e le facce stanche di coloro che vi giacevano, un disprezzo immenso di sè medesimo lo assalse, quasi ch'egli avesse rubata una vittoria e stesse per rubare altresì quel diritto che s'attribuiva di medicatore.Allora, giunto al cancello, si volse; guardò la schiera che lo seguiva e tese il braccio per soffermarla. Ma poichè i più vicini lo circondavano:[pg!296] — Qui — disse, — ritorno ad essere il medico, che deve dimenticare.Con un sorriso, con un saluto, posò in silenzio le mani su le spalle d'alcuni fra i giovani che gli eran presso; indi si volse lentamente, varcò l'ingresso del giardino e rinchiuse il cancello. Lo videro inoltrarsi per il viale, poi, tra gli alberi, sparire.Là in alto, la Direttrice, i medici, gl'infermieri, tutti i custodi familiari del sereno edificio ch'egli aveva eretto per amore dell'uomo, gli si fecero incontro con un atto fraterno e solenne d'accoglienza, che parve racchiudere in sè una grande assoluzione.Ma questa volta, nel cuore, proprio in quella parte del cuore che non pensava, ch'era semplicemente il rifugio della commozione, il rifugio della bontà che l'uomo non riesce mai del tutto a spegnere in sè stesso, qualcosa lo morse pungentemente, con un tal senso di dolore, che gli parve, nonostante la sua volontà metallica, di sentirsi velare gli occhi.Sopra loro volse per un attimo uno sguardo di bestia diffidente e ferita, poi si chiuse di nuovo nella sua maschera d'impassibilità , strinse in fretta le mani che gli si tendevano, e scuotendo il capo, come per impedire ogni discorso, non faceva che ripetere:— Nulla, nulla... andiamo, è nulla!...Fece a tutti un gesto frettoloso di commiato, e con voce ferma chiamò, come soleva ogni giorno, il suo primo assistente:— Rosales, mi faccia vedere i bollettini.Il giovine, vestito del cámice bianco, gli si avvicinò scolorato come una fanciulla, ed insieme, tra un silenzio rispettoso e commosso, entrarono in quello studiolo a pianterreno che aveva contro la finestra gli odorosi rami dell'ólea fiorita.Rimasero in piedi, uno di fronte all'altro, senza dir nulla, poi, con un moto nervoso, il Ferento cominciò a sfogliare i bollettini.L'altro lo guardava con gli occhi lucenti, senza [pg!297] muover labbro, come un figlio guarda il suo padre che abbian ferito a morte e che sia per morire. Stava diritto, fermo come una sentinella, con le braccia lungo i fianchi; ma i polsi tuttavia gli tremavano.Pur nel leggere, il Ferento lo vedeva. Ed allora sollevò sopra il giovine i suoi occhi superbi, spianò la fronte come un uomo sereno ed incolpevole, che alla muta paura del discepolo volesse rispondere con una muta tranquillità .Ma questi non resse allo schianto, e con un dolore pieno di febbre, quasi piegando le ginocchia, gli afferrò una mano, balbettando:— Professore, qualsiasi cosa le abbisogni, o le accada, si ricordi, si ricordi che io son qui...E dai buoni occhi cilestri gli cadevan lacrime nella barba bionda.Il Ferento strinse velocemente quella mano, si morse un labbro, e volse altrove la faccia, per non fare quello che un uomo non può fare: piangere.
La mattina dopo, di buonissima ora egli fu desto. Come al solito s'immerse nel bagno che lo ringagliardiva, scrisse alcune lettere che fece portare a mano dal suo domestico, telefonò a parecchie persone che gli urgeva di veder nella giornata.
Ella uscì da quella notte affannosa, dal breve sonno incominciato verso l'alba, con l'anima piena di [pg!285] sperdimento e pervasa da una così grande stanchezza, che sentiva il sangue fermo dolerle nelle vene. Ma col mattino le tornava l'intuito preciso della rovina. Guardò, e vide con occhi limpidi ciò che non aveva sin allora veduto, se non traverso la nebbia della sua concitazione.
Non erano ancor le nove del mattino, quando cominciò ad aggrupparsi folla davanti alla casa del Ferento. Giungevano a comitive, per strade opposte, gridando, crescendo, sicchè in breve la strada ne fu assiepata, la piazza ne brulicò.
Il portinaio, dopo aver chiuso il portone, venne sopra concitato a supplicare che il Ferento gli concedesse di telefonare in Questura. Ma questi rispose con asprezza che non se ne occupava, e lo lasciassero in pace. Fermo, dietro le cortine d'una finestra, si mise a guardare la folla.
Erano scherani del Donadei, mandati a provocarlo; plebaglia chiesaiuola, politicanti delle leghe cattoliche, socialisti e milizie della Camera del Lavoro. Non popolo insorto, ma un'accozzaglia sobillata e prezzolata, che veniva per vilipendere l'uomo contro il quale si voleva, non giustizia, ma vendetta.
Qua e là , forse con piccoli gruppi de' suoi partigiani, accadevano zuffe. Un bel sole mattutino dormiva su quella inane piccola gente.
Ella, mezzo discinta, stava presso di lui, serrata contro il suo braccio, e paurosa lo guardava.
Gli alti vetri luccicavano d'azzurrità ; si udiva dalla strada salire un vociferìo crescente; si udiva quel rumore ondoso che la folla produce quando s'aggruppa in tumulto.
Andrea fece qualche passo indietro, serrando i pugni convulsi, reprimendo la sua fredda ira. Ella pure, d'un tratto, si staccò dalla finestra, chiudendosi con i palmi gli orecchi, perchè quegli urli troppo la ferivano, troppo la battevano, e le pareva d'essere assalita insieme con lui dal furore della piazza.
[pg!286] S'annidò nelle sue forti braccia e lacrimosamente lo baciava.
— Andrea!... Andrea, che faremo?
Egli senza rispondere, appoggiò la bocca su la sua fronte; e sopra la fronte di lei, curvata, i suoi occhi splendevano di tanta luce, di tanto coraggio, ch'egli parve, nella sua bianca tranquillità , più forte che la moltitudine.
Ora, per tutte le strade, sopravvenivan turbe di popolo minaccioso; la piazza, tra il suo porticato quadrangolo, nereggiava di assembramenti; i gridi e le contumelie battevano contro i vetri come sassi lanciati con la fromba. Allora la sua bella fronte si cerchiò d'una rossa ira e gli parve indegno starsene dietro una finestra chiusa mentre gli avversari lo insultavano.
Che si voleva da lui? Vederlo?
Con impeto si sciolse dalle braccia dell'amante, s'avventò alla finestra, volle aprire.
— No, no, Andrea! séntimi, ascóltami... — gridò la donna, avvincendosi a lui. Forte gli teneva le mani, forte lo respingeva; poi s'interpose fra lui e la vetrata quasi per fargli schermo, ed aperse le braccia.
Grosse lacrime le cadevano dagli occhi, il suo gonfio petto ansava; egli rimase un istante a guardarla, muto, poi si ritrasse.
— Perchè piangi? Hai forse paura per me?
Si mise a ridere d'un riso beffardo e cominciò a camminare per la stanza. Ella restava con le braccia aperte, la gola riversa, le spalle contro l'invetriata; il sole mattutino mandava lampi nello splendore de' suoi capelli spettinati; pareva in croce, davanti a quella finestra piena d'azzurrità .
— Hai paura per me? — diss'egli con più forza. — Non io di loro!
Rovesciò indietro la fronte con quella mossa rapida che gli faceva ondeggiare la capigliatura e splendere il volto:
— Cosa vuole da me questa masnada di chierici e di bruti? Vedermi?... Vengo!
[pg!287] — Andrea!... — ella gridò sbigottita, — che vuoi fare?... Andrea!...
— Nulla di strano: essere alla mia Clinica per le nove e mezzo, come faccio ogni giorno.
Con la sua poca forza ella s'avvinghiò a lui per trattenerlo, e balbettando lo supplicava: — No, non andare...
— Io?!... — diss'egli con un riso. — Allora forse non mi conosci bene.
— Ma non vedi quanti sono, Andrea?... Non senti come urlano?...
— Appunto perchè urlano, e son molti, appunto per questo è necessario andare.
Allora ella si mise a piangere, a piangere con disperazione; la qual cosa era la sola ch'egli davvero temesse.
— No, non piangere... — le diceva con dolcezza. — Ascóltami, ascóltami, Novella. Comincia per me in questo momento una di quelle tragiche avventure nelle quali un uomo ha bisogno di tutte le sue forze per affrontare la vigliaccheria degli altri e decidere se debba rimanere un padrone od essere un vinto. Non mi disarmare, ti supplico, non aver paura; poichè devi essere tu, anzi, la mia compagna. Saranno giorni terribili, di guerra senza mercede, a colpi di coltello. Ma voglio vincere, capisci?... voglio vincere, perchè ti amo. E non essere tu la catena!
Dicendo quest'ultima frase, la respinse con un atto quasi violento, come se per un attimo l'avesse odiata.
Ella comprese ch'era necessario ubbidirgli, e solamente lo fissò con gli occhi pieni di terrore.
— Ma... ti faranno male...
— Che male! — Andrea gridò. — Al primo che osi toccarmi spiano la rivoltella su la faccia; se non retrocede, sparo. E dove un uomo ha il coraggio di ammazzare per primo, è la folla che ha paura di lui. Del resto la folla non mi odia. Chi mi odia è altrove. Ma s'accorgeranno bene che Andrea Ferento non è uomo da lasciarsi ammanettare!
[pg!288] Fece una pausa e guardò l'amante, la donna curva, disfatta, che l'ascoltava. Il suo sorriso beffardo si spense in un sorriso di tristezza, e piegando su lei con dolore il volto pallido, la baciò fra i capelli, come se quell'atto gli fosse necessario, prima di scendere nella strada e camminare a fronte alta contro la folla de' suoi bestemmiatori.
— Atténdimi qui, — le disse. — Per nessuna ragione al mondo non uscir di casa. Dietro me s'allontaneranno. Sii tranquilla: dalla Clinica ti telefonerò.
Prese da un cassetto la rivoltella, già carica, si chiuse la giacca, rovesciò indietro la fronte con quell'atto leonino che gli scuoteva tutta la capigliatura, baciò in silenzio le mani dell'amante, e uscì.
Ella non ebbe che la forza di chiamare fievolmente:
— Andrea... — ma quand'era già lontano. Poi si precipitò alla finestra.
Egli scendeva le scale con un passo misurato, allacciandosi i guanti. Sui pianerottoli v'eran persone ferme, ch'egli non guardò; a pianterreno, sotto il porticato, un gruppo di gente che si ritrasse bisbigliando.
Il portinaio aveva sprangato il portone; stava dietro l'usciuolo con la chiave in mano.
— Aprite, — gli disse il Ferento.
— Non è possibile...
— Aprite, vi dico...
— Professore, non faccia questa pazzia!...
Allora gli tolse la chiave di mano, aprì egli stesso, chinò il capo sotto il portello, e, quando fu sul marciapiede, si volse tranquillamente, lanciò dentro la chiave, dicendo al portinaio che s'affacciava:
— Chiudete in fretta.
L'impassibilità del suo volto era così grande, che i più vicini credettero d'ingannarsi nel riconoscere Andrea Ferento in quell'uomo che usciva.
Egli non guardò nessuno; la strada formicolava di gente ferma, ed alcuni tuttavia, per la meraviglia, si scostarono.
[pg!289] Alto, solo, con le mani entro le tasche della giacchetta, l'occhio vigile davanti a sè, il passo veloce ma tranquillo, quasi che tutto ciò non lo interessasse affatto, Andrea Ferento si diresse verso la piazza, come un uomo che debba tuttavia fendere per mezzo ad una strada ingombra.
In verità non pensava che una cosa:
«Novella s'è affacciata e mi guarda.»
Il pensiero di quegli occhi amati che dall'alto vigilavano la sua persona lo ringagliardì come una spronata nei fianchi d'un animale generoso, e gli piacque di sentir vibrare intorno a sè la potenza elettrica della folla, gli piacque avventarsi nel pericolo immediato con una spavalderia che lo inorgogliva.
Quel senso eroico della vita che dorme nel cuore di tutti gli uomini audaci si ridestava in lui d'improvviso e cantava nel suo spirito come una fanfara; gli pareva d'essere un soldato sopra il terreno di combattimento, e, più che un soldato, l'alfiere della sua parte, il portabandiera di sè stesso.
La bandiera lo copriva come un manto, lo rendeva intangibile. Il sangue gli batteva nei polsi con quella velocità medesima, con quel tremito stesso, che propaga nell'aria il rullo dei tamburi, e gli pareva libera quant'altra mai quella strada preclusa da una barriera umana.
Involontariamente sentiva di raggiare da sè la magnificenza del tribuno; l'atmosfera delle folle ammutinate, che impaurisce anche i più forti, era ciò che gli permetteva di respirare con più vasta libertà . Nel sentire quell'onda umana che gli rinserrava intorno, egli aveva l'impressione gioiosa di sentirsi portare in alto, spingere avanti, e rimaner solo in capo della moltitudine, come l'insorto che guida la sua fazione, alfiere d'ideali e capitano di popolo, quando gli assalitori delle regge, nei mattini di rivolta, per avventarsi al potere, sollevano le città .
[pg!290] Cominciava la sua battaglia: era pronto, magnificamente pronto.
Lo vedrebbero andare a fronte alta contro l'accusa, muto in mezzo alle contumelie, come se il clamore di una intera città non bastasse a distoglierlo dalla sua via consueta nè ad impedirgli di compiere ancora una volta l'opera sua giornaliera, della quale voleva mostrarsi più degno e più innamorato che mai.
Aveva coscienza del suo prestigio fisico e ne godeva come d'un privilegio sovrano, conferitogli dalla natura stessa, nell'impronta, nel calco della sua persona. La folla, che ha per suo destino quello di ubbidire ad uno solo, è veramente femmina davanti a chi la disprezza, davanti a chi, senza riflettere, col suo coraggio la incatena. Egli sapeva che nessuno avrebbe osato affrontarlo a viso aperto, nè si occupava di guardarsi le spalle, perchè, a tutelargli le spalle, bastava la sua medesima tranquillità . Inoltre, nemmeno fra gli avversari Andrea Ferento era un uomo odiato: la sua vita pura come cristallo moveva un senso di stupefazione in coloro stessi ch'erano schierati sotto altre bandiere. Aveva combattuta la sua guerra con un magnifico sdegno, e, davanti alla folla, troppo avvezza a patire le menzogne dei retori, aveva il merito incomparabile di aver detta la verità . Di aver detta la verità sempre, con un coraggio che poteva parere insensato, anche quando le chiese, i governi, le clientele, i partiti, erano in lega solidale contro lui, perchè tacesse.
Possedeva le due qualità che maggiormente innamorano le moltitudini: era un ribelle ed era un munifico donatore. Chi mai lo toccherebbe? Non certo quell'eterno ribelle che si chiama il popolo, non certo quella rozza femmina eccitata che si chiama la folla.
Ed ecco, intorno a lui, dapprima, un silenzio grande si fece.
Camminava; ed alcuni, ammutolendo, gli mossero dietro, quasi per meraviglia della sua temerità , e forse per vedere dove quell'uomo andasse. Nessuno [pg!291] aveva certo supposto di trovarsi viso a viso con lui, nè creduto ch'egli venisse a costituire la sua libertà frammezzo a loro con un gesto così deliberato e così tranquillo.
Questa folla, che da un momento all'altro s'aspettava d'essere sgombrata dai gendarmi, o d'azzuffarsi con i partigiani dell'avversario, si vedeva improvvisamente fendere dall'uomo stesso ch'era venuta per provocare.
Questo potente camminava tra loro senza guardia nè partigiano, e passava in mezzo ai clamori diretti contro il suo nome, senza corrugare la fronte. Non solo, ma quest'uomo era Andrea Ferento, lo scienziato che dalla cattedra inebbriava i giovani, co' suoi libri commoveva l'opinione del mondo, negli ospedali, come un buono ed umile operaio, curava i malati; quest'uomo era stato tempo innanzi alle soglie del potere, e solo per isdegno volontario ne aveva receduto.
Camminava dietro di lui, intorno alla sua ombra, tutta una storia di cose belle, che ognuno rivedeva. Chi lo toccherebbe? Chi seguiterebbe a gridargli sul volto: — Assassino! — se pur questo era l'ordine?
Adesso era preso nel mezzo, era in balìa di questa grande folla; camminando la faceva ondeggiare. Il suo nome, più veloce di lui, lo precedeva nel tumulto; una curiosità malsana invadeva l'ammutinamento; era un accorrere da ogni parte verso l'uomo che si faceva strada. Si faceva strada senza parlare, senz'ascoltare, guardando innanzi a sè, diritto, come un uomo sicuro della sua meta; e lentamente la turba lo ingoiava, stringendolo come un nòcciolo nelle sue pareti poderose.
Egli cercava di traversar obliquamente la piazza, per dirigersi all'opposto lato, verso lo sbocco d'una contrada; la folla crescente lo accompagnava, rallentando il passo, arenandosi man mano contro la folla sopravveniente, che stringeva quel nucleo camminante in una specie di morsa.
Per il vasto rettangolo della piazza crescevan lo [pg!292] strepito ed il clamore; ma già il nome di Andrea Ferento era la più alta parola che dominasse il tumulto. Lo spazio intorno gli divenne così angusto, che dovette fermarsi; — ma egli non impallidì.
Era preso negli stessi tentacoli della folla, ed i più vicini facevano sforzi di braccia, di spalle, per non serrarglisi addosso. I più vicini tacevano, guardando l'uomo alto e fermo, con una specie di timore.
Si produsse in quella moltitudine un movimento oscillante, simile al flusso ed al riflusso d'una marea, — poi le grida inveirono contro il cielo, facendo risuonare il nome del Ferento, come se dalla turba erompesse la gioia selvaggia e paurosa di tener quella preda.
La piazza tiranna lo aveva catturato: era tardi ormai per il soccorso, gli potevan mettere la mano alla gola.
Ma nessuno invece lo toccava, e, per una specie di rispetto invincibile, nel cerchio d'uomini più vicini a lui si taceva, come nell'attesa d'un dramma. Stavano fermi, addossati gli uni agli altri, per resistere alle spinte, quasi per difenderlo con una barriera di spalle dal potere altrui.
— Signori, — egli disse tranquillamente, levandosi l'orologio di tasca: — da nove anni, tutte le mattine, a quest'ora, esco di casa per recarmi alla mia Clinica, dove so di essere necessario. Se un pazzo od un bruto mi lancia un'accusa che mi rifiuto di discutere, non è questa una ragione perchè i miei medici e i miei malati suppongano ch'io non possa recarmi fra loro. Ho deciso di traversare la città a piedi, contro chiunque mi fermi, e su la mia parola d'uomo vi giuro che passerò!
Andrea Ferento si mosse. Un piccolo varco, uno spiraglio tortuoso, tra gente muta, allentò la folla, e con la mano chiusa nella tasca su l'arma caricata, egli vi s'inoltrò.
Adesso era pallido estremamente, ma di coraggio e d'ira. I suoi occhi magnetici, striati di ferro, pareva che lampeggiando esercitassero un comando muto.
[pg!293] Lento, grave, restìo, come una carena che si disincaglia, il nucleo della folla ricominciava a muoversi, resistendo col suo peso inerte alla spinta esterna, e così lasciandosi portare.
Sopra la folla egli ergeva l'alta statura, per guardar oltre: un émpito selvaggio d'orgoglio lo soverchiò, quando vide che la strettoia s'allentava.
Si volse a quelli che tacevano, e con la forza di un'invettiva esclamò:
— Quanti di voi, che ora venite a sbarrarmi il passo, quanti di voi, o delle vostre famiglie, non hanno benedetta questa mia mano, che ora gridate sia quella d'un assassino? — Avanti! fátemi strada, che ho fretta, e laggiù sono moltissimi vostri figli e fratelli che hanno ancora bisogno di me!
Gli ubbidivano muti, senza sapere perchè gli ubbidissero, facendo forza contro la parete umana che ostacolava il passo, penetrando a forza di gomiti nella direzione ch'egli segnava. Per soggiogarli e per stordirli parlava, con l'occhio attento al varco difficile, con un palpito nel cuore di gioconda impazienza.
Li odiava in quel momento, ed avrebbe voluto frustarli fino al sangue; si sentiva quasi nelle braccia la forza di poterli percuotere.
— Fate com'io faccio questa mattina! Camminate a fronte alta contro chiunque voglia mettervi una mano alla gola! Un giorno forse comprenderete che la bellezza vera del mondo è tutta nella forza di una splendente volontà .
La strettoia si allentava; i più vicini, soggiogati, ammutolivano. Con lentezza, il gruppo che lo teneva prigioniero s'incanalò nella strada formicolante, per la quale scendeva di corsa un drappello di studenti, spingendo innanzi a sè una doppia catena di poliziotti, che non riuscivano a frenarli.
Ancor lontana, egli udì la voce nota, la fresca voce della gioventù che lo amava, che irrompeva correndo nell'opaca moltitudine avversaria, portando il [pg!294] suo nome come un vessillo e facendolo battere nel cielo con una forza che lo inebbriava.
Irruppero quasi contro lui, senza riconoscerlo; accadde un urto, e per un momento l'avvolsero nella zuffa, lo trascinaron indietro, nel torrente impetuoso che li trascinava.
Ma quando fu riconosciuto, e si seppe ch'egli, da solo, era uscito contro la piazza, s'era lanciato a fronte alta nella bufera, contro il pericolo, contro la folle accusa, che non poteva macchiarlo, allora fu come un delirio che lo circondò, che l'avvolse da ogni parte, fu la vendetta più bella ch'egli potesse immaginare, perchè un'altra folla era nata, sbucava, cresceva intorno a lui, come un esercito pronto a giurare su la sua spada, a camminare dov'egli volesse, rovesciando il suo patibolo per innalzargli trofei.
Un riso grande, sarcastico, gli empì l'anima; si guardò intorno, e gli parve che il sole fosse un tappeto fulgido su cui trionfalmente poteva ora camminare.
Aveva giurato di passar da solo entro la schiera nemica; era passato, era illeso, la vittoria incominciava.
Dietro lui, nella piazza turbolenta, scherani contro scherani s'azzuffavano da ogni parte; squilli di tromba echeggiavano ad intervalli sopra l'urlare della mischia, ed ancora una volta, nella storia di tutte le grandi e piccole discordie, ci si batteva per un nome, tra partigiani e partigiani, poichè non muta nei tempi la sorte delle umane moltitudini: l'odio è fra condottieri, ed esse debbono insanguinarsi per la vittoria di uno solo.
Ora la strada lo accompagnava gridando; le finestre si gremivano; le soglie delle botteghe si assiepavano di gente curiosa; la città soffermava la sua vita per assistere a questo esempio di virtù civile.
Ma egli camminava nel mezzo della strada, senza nulla guardare, con la fronte sollevata, il passo veloce, tra un corteo numeroso che gli faceva intorno quasi una guardia d'onore, pronto a scontrarsi con chiunque gli sbarrasse il cammino.
[pg!295] Ad ogni sbocco di strada la polizia tentava d'interrompere il corteo; ma esso rinasceva da' suoi frantumi, quasi fosse dotato d'una inseparabile vita. Sotto le finestre d'un giornale avversario volaron sassi e vetri si ruppero con fragore; la redazione stava per essere invasa, quando gli squilli echeggiarono e la polizia, forte di numero, giunse in tempo a disperdere l'assalto.
Fu allora che un Commissario s'avvicinò al Ferento, pregandolo di voler salire in una vettura per sottrarsi alla folla che la sua presenza eccitava.
Egli scosse il capo duramente, poi rispose:
— No! Se avete ordine d'arrestarmi, arrestatemi; altrimenti proseguirò a piedi.
Egli certo non ignorava che l'imprecisione dell'accusa e le potenti energie ch'erano già in moto per cooperare alla sua salvezza gli avrebbero evitato allora e poi lo sfregio dell'arresto; ma rispondeva così al Commissario, perchè sapeva nelle ore di battaglia esser anche un abilissimo istrione.
Aveva giurato di andare a piedi: a piedi continuerebbe sino al termine. C'era troppo sole in quell'aria mattutina perch'egli accettasse di trafugarsi nell'ombra!
Ora la strada lo accompagnava cantando; era una strada facile, sgombra; incominciava il suburbio. I funzionari erano riusciti a spezzare nel mezzo il corteo, imprigionandone la parte più accesa nel viluppo delle contrade. Lì nascevan alberi; di lontano la terra incollinava.
Egli affrettò il passo, e quando vide apparire l'edificio bianco, le vaste placide finestre che dormivano dietro le stuoie, quando ripensò i bianchi letti allineati e le facce stanche di coloro che vi giacevano, un disprezzo immenso di sè medesimo lo assalse, quasi ch'egli avesse rubata una vittoria e stesse per rubare altresì quel diritto che s'attribuiva di medicatore.
Allora, giunto al cancello, si volse; guardò la schiera che lo seguiva e tese il braccio per soffermarla. Ma poichè i più vicini lo circondavano:
[pg!296] — Qui — disse, — ritorno ad essere il medico, che deve dimenticare.
Con un sorriso, con un saluto, posò in silenzio le mani su le spalle d'alcuni fra i giovani che gli eran presso; indi si volse lentamente, varcò l'ingresso del giardino e rinchiuse il cancello. Lo videro inoltrarsi per il viale, poi, tra gli alberi, sparire.
Là in alto, la Direttrice, i medici, gl'infermieri, tutti i custodi familiari del sereno edificio ch'egli aveva eretto per amore dell'uomo, gli si fecero incontro con un atto fraterno e solenne d'accoglienza, che parve racchiudere in sè una grande assoluzione.
Ma questa volta, nel cuore, proprio in quella parte del cuore che non pensava, ch'era semplicemente il rifugio della commozione, il rifugio della bontà che l'uomo non riesce mai del tutto a spegnere in sè stesso, qualcosa lo morse pungentemente, con un tal senso di dolore, che gli parve, nonostante la sua volontà metallica, di sentirsi velare gli occhi.
Sopra loro volse per un attimo uno sguardo di bestia diffidente e ferita, poi si chiuse di nuovo nella sua maschera d'impassibilità , strinse in fretta le mani che gli si tendevano, e scuotendo il capo, come per impedire ogni discorso, non faceva che ripetere:
— Nulla, nulla... andiamo, è nulla!...
Fece a tutti un gesto frettoloso di commiato, e con voce ferma chiamò, come soleva ogni giorno, il suo primo assistente:
— Rosales, mi faccia vedere i bollettini.
Il giovine, vestito del cámice bianco, gli si avvicinò scolorato come una fanciulla, ed insieme, tra un silenzio rispettoso e commosso, entrarono in quello studiolo a pianterreno che aveva contro la finestra gli odorosi rami dell'ólea fiorita.
Rimasero in piedi, uno di fronte all'altro, senza dir nulla, poi, con un moto nervoso, il Ferento cominciò a sfogliare i bollettini.
L'altro lo guardava con gli occhi lucenti, senza [pg!297] muover labbro, come un figlio guarda il suo padre che abbian ferito a morte e che sia per morire. Stava diritto, fermo come una sentinella, con le braccia lungo i fianchi; ma i polsi tuttavia gli tremavano.
Pur nel leggere, il Ferento lo vedeva. Ed allora sollevò sopra il giovine i suoi occhi superbi, spianò la fronte come un uomo sereno ed incolpevole, che alla muta paura del discepolo volesse rispondere con una muta tranquillità .
Ma questi non resse allo schianto, e con un dolore pieno di febbre, quasi piegando le ginocchia, gli afferrò una mano, balbettando:
— Professore, qualsiasi cosa le abbisogni, o le accada, si ricordi, si ricordi che io son qui...
E dai buoni occhi cilestri gli cadevan lacrime nella barba bionda.
Il Ferento strinse velocemente quella mano, si morse un labbro, e volse altrove la faccia, per non fare quello che un uomo non può fare: piangere.