IX

IXFrattanto, nella casa di Giorgio Fiesco, Novella aveva messo al mondo il figlio di Andrea.Era nato serenamente, verso l'ora dello stellare, in una calma e religiosa camera, dov'entravano a larghe ondate i profumi sfiorenti e grevi del voluttuoso autunno.Ella fu addormentata, perchè non soffrisse, e lo diede al mondo con pace, come se lo avesse portato, non già nel grembo doloroso, ma su le braccia forti.Si svegliò e sorrise, cercando con gli occhi l'amante che dall'ombra la guardava. Piano sollevò dal [pg!322] lenzuolo il braccio seminudo, per chiamarlo, poi volse il capo sovra una guancia e richiuse gli occhi.Davanti a lei, ne' quadrati azzurri delle due finestre, il cielo notturno accendeva migliaia di stelle; non veniva dal quartiere sottostante alcun rumore pur fievole. Questa creatura battezzata con tanta morte aveva cominciato a respirare nel mondo in un'ora di pace.L'aveva raccolta su le fedeli sue braccia la bianca madre di Novella, che non si dimenticava d'aver cullato i suoi tre figli, ad uno ad uno, e che sentiva ella pure qualcosa della sua morta gioventù rivivere in quel vagito indistinto, ch'era già una voce umana.Come poteva ella, ch'era vecchia e stanca, non sorridere a questo verde fiore? Sì, le ombre, le ombre!... Ma per lei, ch'era un'arida esausta madre, la sola cosa che fosse ancor bella nel mondo era il palpito nuovo di quella vena che proveniva da lei. Sebbene fosse stata una casta consorte, s'accorgeva che il peccato della donna contro la fede nuziale si riduce ad essere una ben ridevole cosa davanti alla santità della creatura che nasce; onde le sue braccia senili palpitavan di gioia recando verso la cuna quell'ineffabile peso.La sua figlia peccatrice aveva portato nel grembo un cuore nuovo, e per lei questo l'assolveva da ogni peccato, versava sopra la sua lussuria d'amante la sacra e dolorosa purezza della maternità. Anch'ella inconsciamente scordava l'ombra del morto, per difendere, per amare quelli che facevano continuare la implacabile vita.E Maria Dora, quella medesima biondinetta che aveva guardato in silenzio il feretro risalire dalla profonda fossa, or si chinava sorridente, con una curiosità quasi materna, su la piccola cuna gonfia di pizzi e di cuscini soffici, ove una specie di gomitolo vivo tentava d'aprire le fessure degli occhi, le labbruzze umide, per guardare, per respirare nel mondo.Lo scemo era nella stanza vicina, al buio; stava [pg!323] presso la finestra in attesa di veder piovere le stelle filanti e sghignazzava, con la sua risata stridula, quasi beffarda, ogniqualvolta gli riuscisse d'acchiapparne una.In quel mentre poetava come al solito.«Le stelle filanti filantison fili di paglia che bruciano.Per prenderle mi metto i guanti...sicuro... ne ho prese già tre!»Il Ferento rimaneva muto ed assorto nella camera di Novella. Guardava il letto ricomposto, le sembianze di lei riassopita, pallida in volto, con qualche ciocca di capelli rappresa intorno alla fronte. Aveva un braccio nudo fuori dal lenzuolo, ed al polso un braccialetto, che nonostante il lutto, ella non lasciava mai. Quel cerchio d'oro luccicava nitidamente in mezzo alla penombra, quasi fosse il centro luminoso della camera e d'una spirale di sciarpe nere che s'avvolgessero intorno alla donna supina.Il suo braccio prendeva un color dorato; la mano era tranquilla, singolarmente pura, quasi diafana. Il respiro dell'addormentata sollevava leggermente il lenzuolo; un bel copripiedi di pizzo, a punto d'Irlanda, con un nastro di raso azzurro, largo un palmo, ch'entrava ed usciva dai fori della merlettatura, facendo agli angoli quattro vaste gale, confondeva la lunghezza del suo corpo in un leggero sollevamento. I suoi capelli dormivano accanto a lei, raccolti a fascio dietro la nuca scintillante; le sue narici, volte verso il lume, parevan tinte di roseo, mentre la bocca era del tutto scolorata.Una calma lampada, nascosta sotto il paralume, fasciata con un velo, addormentava la stanza nel suo morbido chiarore; di lontano batteva una pendola; sul tavolino da notte c'erano tre rose, in un bicchiere.Come l'amava! come l'amava!... che struggimento, [pg!324] che intollerabile tristezza, che voglia malata di piangere... che affettuoso dolore!Adesso avevan un figlio, eran legati, avvinti l'uno all'altra per intera vita... Eppure egli non sentiva di avere un figlio, non lo conosceva, sebbene fosse già nato e l'avesse appena intravveduto con i suoi occhi distratti. Sentiva solamente una cosa: l'amore per lei, l'amore, il desiderio, la paura di lei... Ma anche questo in un modo già diverso, già nuovo.Un pensiero l'occupò improvvisamente: «Rimarrà bella?»E s'accorse che la sua bellezza gli era necessaria.Poi cominciò a guardare indietro, verso tutto quello che aveva compiuto per giungere fino a quell'ora, e ne provò un senso quasi di vertigine, come se avesse guardato smarritamente nell'immenso gorgo del proprio amore.Di nuovo il senso quasi erotico della loro complicità gli venne al sommo del cuore. La rivide in lontane ore notturne, disperata e sorridente nella gioia che mai non la saziava; ricordò il profumo della sua gola turgida, che ora da molte settimane non baciava più.Si udiva dall'altre stanze un'eco di rumori confusi; ma in quella camera di natività, immersa nella penombra vaporosa, non si udiva che il rumore della notte, simile a quello che fa, nell'aprirsi, un grande ventaglio di piume.Li avevano lasciati soli, mentre di là v'eran il medico, la levatrice, le domestiche, l'intera famiglia radunata intorno alla culla, e già tutti eran curvi su quella debole incominciante vita, come se il nascere fosse ancora un miracolo che stupefacesse i vivi, e come se davanti al vagito d'una creatura nascente fosser cosa di ben lieve importanza tutte l'altre voci che provengono dal confuso agitarsi del mondo.Ella dormiva in pace, stanca d'aver compiuta la sua fatica materna, forse ondeggiante nel sonno in una sensazione d'allegrezza e di lievità. Su la bocca un [pg!325] po' tumida, leggermente contratta, le alitava un sorriso che pareva somigliante allo stupore d'una ubbriachezza; egli, che la guardava con l'occhio geloso e mai casto d'un amante, provava un senso complesso d'ostilità e di compassione contro la donna che aveva dovuto soggiacere così apertamente alle tiranniche leggi della natura, e che, invece di esaudir l'amore come un divino sterile delirio, aveva dovuto avvilire il suo grembo con il peso bestiale della fecondità.Veduto così, l'amore non era più che un prestigioso inganno, traverso cui l'uomo s'induceva necessariamente a creare. Una volta di piùil divino esulava dalla materia; l'uomo non era che il tramite aleatorio traverso il quale passa la corrente inestinguibile della vita; il figlio, appena concepito, impoveriva già la sua madre; nascendo, incominciava ad ucciderla.Davanti a quel primo vagito, a quel primo brancolare nella luce d'una creatura da poco respirante, essi, che l'avevano generata, esaurivano sostanzialmente la lor ragione d'essersi amati, finivano di ubbidire alla volontà naturale della materia, trasmettevan nella forza d'un cuore più celere il già morente fuoco delle lor vene, quasichè la lor concorde ragione di vivere fosse trapassata in quel più giovine spirito, e la vita camminasse oltre, immemore, sopra la loro subitanea vecchiezza.Nel momento ch'ebbe un figlio, sentì la catena che lo avvinceva inesorabilmente alla sua propria fine; sentì l'origine di quel buio dolore che rivolge l'uomo decrepito verso la gioventù sempre fuggente, poich'egli non può ringiovanire se non avventando la sua furente voglia di vivere nel cuore più giovine d'un figlio, come d'un altro sè stesso, che trascinerà la sua ombra verso il perpetuo domani.L'onda, l'onda, l'onda... e più lontano ancora l'onda, e fin oltre i limiti di tutte le lontananze, ancora e per sempre, inutilmente, l'onda...Egli chiuse gli occhi, sopraffatto, e gli parve di [pg!326] sentirsi uccidere con una lentezza crudele dalla stessa chiaroveggenza del suo pensiero. Se tale infatti è il mondo, qual'esso appare all'uomo che avvedutamente lo guardi, come potremmo ancora senza tedio accingerci a pensare, a volere, ad amare, ad irrompere insomma con tutta quella ingordigia ch'è nostra nei dominii della vita? Se una tale inutilità sovrasta ogni meta, perchè mai l'uomo si affaticherebbe ad essere qualcosa più che un rassegnato gauditore di gioie distruttibili?O forse la materia è così prodigiosa, ch'essa ci salva persino dal nostro medesimo pensiero, e quanto più la nostra mente s'accanisce a distruggere il senso del vivere, tanto più l'istinto illogico ed imperioso della nostra vitalità ci sospinge ad amare con ebbrezza quello che pur vediamo essere un nulla?...Forse. Perchè l'uomo non ha nella creazione che un solo nemico: sè stesso. Quando l'addormenta, è felice; quando lo fa pensare, disperato. Nulla vi è che resista, chesia qualcosa, davanti al nostro pensiero: nè la bellezza, nè il piacere, nè la verità, nè l'amore, nè il pensiero medesimo... nulla, nulla! E tuttavia non siamo che gli innamorati inguaribili dell'una o dell'altra di queste cose fallaci, non possiamo far altro nel mondo che seguitare a credere l'assurdo, a fidare nell'inganno, a volere l'inutilità...«Sorella, non eran filidi paglia, e nemmeno d'argento;non erano che un po' di ventorosso... Ne ho prese più che cento;m'hanno bruciato i guanti.Le diamo al bambino piccinole stelle filanti filanti?...»Erano soli, nella camera silenziosa; il mese d'autunno, con folate calde, gonfiava le tende senza muoverle, senza far nascere il più piccolo rumore. Nel guardare [pg!327] la notte, pareva che un velo di mussola nera continuamente s'avvolgesse intorno ad un cerchio d'azzurrità; entro infuriavano stelle, come lucciole prigioniere in una finissima rete.Allora egli ricominciò a sognare che l'amava, che l'amava con voluttà e con oblìo, come se gli dilagasse per le vene il fumo d'un oppio ubbriacante; perchè al disopra d'ogni titanica impotenza del pensiero cantava tuttavia l'amore, questo volo dell'essere ch'era il più lontano dalla morte, ch'era stato e sarebbe in eterno la più bella favola del mondo...

IXFrattanto, nella casa di Giorgio Fiesco, Novella aveva messo al mondo il figlio di Andrea.Era nato serenamente, verso l'ora dello stellare, in una calma e religiosa camera, dov'entravano a larghe ondate i profumi sfiorenti e grevi del voluttuoso autunno.Ella fu addormentata, perchè non soffrisse, e lo diede al mondo con pace, come se lo avesse portato, non già nel grembo doloroso, ma su le braccia forti.Si svegliò e sorrise, cercando con gli occhi l'amante che dall'ombra la guardava. Piano sollevò dal [pg!322] lenzuolo il braccio seminudo, per chiamarlo, poi volse il capo sovra una guancia e richiuse gli occhi.Davanti a lei, ne' quadrati azzurri delle due finestre, il cielo notturno accendeva migliaia di stelle; non veniva dal quartiere sottostante alcun rumore pur fievole. Questa creatura battezzata con tanta morte aveva cominciato a respirare nel mondo in un'ora di pace.L'aveva raccolta su le fedeli sue braccia la bianca madre di Novella, che non si dimenticava d'aver cullato i suoi tre figli, ad uno ad uno, e che sentiva ella pure qualcosa della sua morta gioventù rivivere in quel vagito indistinto, ch'era già una voce umana.Come poteva ella, ch'era vecchia e stanca, non sorridere a questo verde fiore? Sì, le ombre, le ombre!... Ma per lei, ch'era un'arida esausta madre, la sola cosa che fosse ancor bella nel mondo era il palpito nuovo di quella vena che proveniva da lei. Sebbene fosse stata una casta consorte, s'accorgeva che il peccato della donna contro la fede nuziale si riduce ad essere una ben ridevole cosa davanti alla santità della creatura che nasce; onde le sue braccia senili palpitavan di gioia recando verso la cuna quell'ineffabile peso.La sua figlia peccatrice aveva portato nel grembo un cuore nuovo, e per lei questo l'assolveva da ogni peccato, versava sopra la sua lussuria d'amante la sacra e dolorosa purezza della maternità. Anch'ella inconsciamente scordava l'ombra del morto, per difendere, per amare quelli che facevano continuare la implacabile vita.E Maria Dora, quella medesima biondinetta che aveva guardato in silenzio il feretro risalire dalla profonda fossa, or si chinava sorridente, con una curiosità quasi materna, su la piccola cuna gonfia di pizzi e di cuscini soffici, ove una specie di gomitolo vivo tentava d'aprire le fessure degli occhi, le labbruzze umide, per guardare, per respirare nel mondo.Lo scemo era nella stanza vicina, al buio; stava [pg!323] presso la finestra in attesa di veder piovere le stelle filanti e sghignazzava, con la sua risata stridula, quasi beffarda, ogniqualvolta gli riuscisse d'acchiapparne una.In quel mentre poetava come al solito.«Le stelle filanti filantison fili di paglia che bruciano.Per prenderle mi metto i guanti...sicuro... ne ho prese già tre!»Il Ferento rimaneva muto ed assorto nella camera di Novella. Guardava il letto ricomposto, le sembianze di lei riassopita, pallida in volto, con qualche ciocca di capelli rappresa intorno alla fronte. Aveva un braccio nudo fuori dal lenzuolo, ed al polso un braccialetto, che nonostante il lutto, ella non lasciava mai. Quel cerchio d'oro luccicava nitidamente in mezzo alla penombra, quasi fosse il centro luminoso della camera e d'una spirale di sciarpe nere che s'avvolgessero intorno alla donna supina.Il suo braccio prendeva un color dorato; la mano era tranquilla, singolarmente pura, quasi diafana. Il respiro dell'addormentata sollevava leggermente il lenzuolo; un bel copripiedi di pizzo, a punto d'Irlanda, con un nastro di raso azzurro, largo un palmo, ch'entrava ed usciva dai fori della merlettatura, facendo agli angoli quattro vaste gale, confondeva la lunghezza del suo corpo in un leggero sollevamento. I suoi capelli dormivano accanto a lei, raccolti a fascio dietro la nuca scintillante; le sue narici, volte verso il lume, parevan tinte di roseo, mentre la bocca era del tutto scolorata.Una calma lampada, nascosta sotto il paralume, fasciata con un velo, addormentava la stanza nel suo morbido chiarore; di lontano batteva una pendola; sul tavolino da notte c'erano tre rose, in un bicchiere.Come l'amava! come l'amava!... che struggimento, [pg!324] che intollerabile tristezza, che voglia malata di piangere... che affettuoso dolore!Adesso avevan un figlio, eran legati, avvinti l'uno all'altra per intera vita... Eppure egli non sentiva di avere un figlio, non lo conosceva, sebbene fosse già nato e l'avesse appena intravveduto con i suoi occhi distratti. Sentiva solamente una cosa: l'amore per lei, l'amore, il desiderio, la paura di lei... Ma anche questo in un modo già diverso, già nuovo.Un pensiero l'occupò improvvisamente: «Rimarrà bella?»E s'accorse che la sua bellezza gli era necessaria.Poi cominciò a guardare indietro, verso tutto quello che aveva compiuto per giungere fino a quell'ora, e ne provò un senso quasi di vertigine, come se avesse guardato smarritamente nell'immenso gorgo del proprio amore.Di nuovo il senso quasi erotico della loro complicità gli venne al sommo del cuore. La rivide in lontane ore notturne, disperata e sorridente nella gioia che mai non la saziava; ricordò il profumo della sua gola turgida, che ora da molte settimane non baciava più.Si udiva dall'altre stanze un'eco di rumori confusi; ma in quella camera di natività, immersa nella penombra vaporosa, non si udiva che il rumore della notte, simile a quello che fa, nell'aprirsi, un grande ventaglio di piume.Li avevano lasciati soli, mentre di là v'eran il medico, la levatrice, le domestiche, l'intera famiglia radunata intorno alla culla, e già tutti eran curvi su quella debole incominciante vita, come se il nascere fosse ancora un miracolo che stupefacesse i vivi, e come se davanti al vagito d'una creatura nascente fosser cosa di ben lieve importanza tutte l'altre voci che provengono dal confuso agitarsi del mondo.Ella dormiva in pace, stanca d'aver compiuta la sua fatica materna, forse ondeggiante nel sonno in una sensazione d'allegrezza e di lievità. Su la bocca un [pg!325] po' tumida, leggermente contratta, le alitava un sorriso che pareva somigliante allo stupore d'una ubbriachezza; egli, che la guardava con l'occhio geloso e mai casto d'un amante, provava un senso complesso d'ostilità e di compassione contro la donna che aveva dovuto soggiacere così apertamente alle tiranniche leggi della natura, e che, invece di esaudir l'amore come un divino sterile delirio, aveva dovuto avvilire il suo grembo con il peso bestiale della fecondità.Veduto così, l'amore non era più che un prestigioso inganno, traverso cui l'uomo s'induceva necessariamente a creare. Una volta di piùil divino esulava dalla materia; l'uomo non era che il tramite aleatorio traverso il quale passa la corrente inestinguibile della vita; il figlio, appena concepito, impoveriva già la sua madre; nascendo, incominciava ad ucciderla.Davanti a quel primo vagito, a quel primo brancolare nella luce d'una creatura da poco respirante, essi, che l'avevano generata, esaurivano sostanzialmente la lor ragione d'essersi amati, finivano di ubbidire alla volontà naturale della materia, trasmettevan nella forza d'un cuore più celere il già morente fuoco delle lor vene, quasichè la lor concorde ragione di vivere fosse trapassata in quel più giovine spirito, e la vita camminasse oltre, immemore, sopra la loro subitanea vecchiezza.Nel momento ch'ebbe un figlio, sentì la catena che lo avvinceva inesorabilmente alla sua propria fine; sentì l'origine di quel buio dolore che rivolge l'uomo decrepito verso la gioventù sempre fuggente, poich'egli non può ringiovanire se non avventando la sua furente voglia di vivere nel cuore più giovine d'un figlio, come d'un altro sè stesso, che trascinerà la sua ombra verso il perpetuo domani.L'onda, l'onda, l'onda... e più lontano ancora l'onda, e fin oltre i limiti di tutte le lontananze, ancora e per sempre, inutilmente, l'onda...Egli chiuse gli occhi, sopraffatto, e gli parve di [pg!326] sentirsi uccidere con una lentezza crudele dalla stessa chiaroveggenza del suo pensiero. Se tale infatti è il mondo, qual'esso appare all'uomo che avvedutamente lo guardi, come potremmo ancora senza tedio accingerci a pensare, a volere, ad amare, ad irrompere insomma con tutta quella ingordigia ch'è nostra nei dominii della vita? Se una tale inutilità sovrasta ogni meta, perchè mai l'uomo si affaticherebbe ad essere qualcosa più che un rassegnato gauditore di gioie distruttibili?O forse la materia è così prodigiosa, ch'essa ci salva persino dal nostro medesimo pensiero, e quanto più la nostra mente s'accanisce a distruggere il senso del vivere, tanto più l'istinto illogico ed imperioso della nostra vitalità ci sospinge ad amare con ebbrezza quello che pur vediamo essere un nulla?...Forse. Perchè l'uomo non ha nella creazione che un solo nemico: sè stesso. Quando l'addormenta, è felice; quando lo fa pensare, disperato. Nulla vi è che resista, chesia qualcosa, davanti al nostro pensiero: nè la bellezza, nè il piacere, nè la verità, nè l'amore, nè il pensiero medesimo... nulla, nulla! E tuttavia non siamo che gli innamorati inguaribili dell'una o dell'altra di queste cose fallaci, non possiamo far altro nel mondo che seguitare a credere l'assurdo, a fidare nell'inganno, a volere l'inutilità...«Sorella, non eran filidi paglia, e nemmeno d'argento;non erano che un po' di ventorosso... Ne ho prese più che cento;m'hanno bruciato i guanti.Le diamo al bambino piccinole stelle filanti filanti?...»Erano soli, nella camera silenziosa; il mese d'autunno, con folate calde, gonfiava le tende senza muoverle, senza far nascere il più piccolo rumore. Nel guardare [pg!327] la notte, pareva che un velo di mussola nera continuamente s'avvolgesse intorno ad un cerchio d'azzurrità; entro infuriavano stelle, come lucciole prigioniere in una finissima rete.Allora egli ricominciò a sognare che l'amava, che l'amava con voluttà e con oblìo, come se gli dilagasse per le vene il fumo d'un oppio ubbriacante; perchè al disopra d'ogni titanica impotenza del pensiero cantava tuttavia l'amore, questo volo dell'essere ch'era il più lontano dalla morte, ch'era stato e sarebbe in eterno la più bella favola del mondo...

Frattanto, nella casa di Giorgio Fiesco, Novella aveva messo al mondo il figlio di Andrea.

Era nato serenamente, verso l'ora dello stellare, in una calma e religiosa camera, dov'entravano a larghe ondate i profumi sfiorenti e grevi del voluttuoso autunno.

Ella fu addormentata, perchè non soffrisse, e lo diede al mondo con pace, come se lo avesse portato, non già nel grembo doloroso, ma su le braccia forti.

Si svegliò e sorrise, cercando con gli occhi l'amante che dall'ombra la guardava. Piano sollevò dal [pg!322] lenzuolo il braccio seminudo, per chiamarlo, poi volse il capo sovra una guancia e richiuse gli occhi.

Davanti a lei, ne' quadrati azzurri delle due finestre, il cielo notturno accendeva migliaia di stelle; non veniva dal quartiere sottostante alcun rumore pur fievole. Questa creatura battezzata con tanta morte aveva cominciato a respirare nel mondo in un'ora di pace.

L'aveva raccolta su le fedeli sue braccia la bianca madre di Novella, che non si dimenticava d'aver cullato i suoi tre figli, ad uno ad uno, e che sentiva ella pure qualcosa della sua morta gioventù rivivere in quel vagito indistinto, ch'era già una voce umana.

Come poteva ella, ch'era vecchia e stanca, non sorridere a questo verde fiore? Sì, le ombre, le ombre!... Ma per lei, ch'era un'arida esausta madre, la sola cosa che fosse ancor bella nel mondo era il palpito nuovo di quella vena che proveniva da lei. Sebbene fosse stata una casta consorte, s'accorgeva che il peccato della donna contro la fede nuziale si riduce ad essere una ben ridevole cosa davanti alla santità della creatura che nasce; onde le sue braccia senili palpitavan di gioia recando verso la cuna quell'ineffabile peso.

La sua figlia peccatrice aveva portato nel grembo un cuore nuovo, e per lei questo l'assolveva da ogni peccato, versava sopra la sua lussuria d'amante la sacra e dolorosa purezza della maternità. Anch'ella inconsciamente scordava l'ombra del morto, per difendere, per amare quelli che facevano continuare la implacabile vita.

E Maria Dora, quella medesima biondinetta che aveva guardato in silenzio il feretro risalire dalla profonda fossa, or si chinava sorridente, con una curiosità quasi materna, su la piccola cuna gonfia di pizzi e di cuscini soffici, ove una specie di gomitolo vivo tentava d'aprire le fessure degli occhi, le labbruzze umide, per guardare, per respirare nel mondo.

Lo scemo era nella stanza vicina, al buio; stava [pg!323] presso la finestra in attesa di veder piovere le stelle filanti e sghignazzava, con la sua risata stridula, quasi beffarda, ogniqualvolta gli riuscisse d'acchiapparne una.

In quel mentre poetava come al solito.

«Le stelle filanti filantison fili di paglia che bruciano.Per prenderle mi metto i guanti...sicuro... ne ho prese già tre!»

«Le stelle filanti filantison fili di paglia che bruciano.Per prenderle mi metto i guanti...sicuro... ne ho prese già tre!»

«Le stelle filanti filanti

«Le stelle filanti filanti

son fili di paglia che bruciano.

Per prenderle mi metto i guanti...

sicuro... ne ho prese già tre!»

Il Ferento rimaneva muto ed assorto nella camera di Novella. Guardava il letto ricomposto, le sembianze di lei riassopita, pallida in volto, con qualche ciocca di capelli rappresa intorno alla fronte. Aveva un braccio nudo fuori dal lenzuolo, ed al polso un braccialetto, che nonostante il lutto, ella non lasciava mai. Quel cerchio d'oro luccicava nitidamente in mezzo alla penombra, quasi fosse il centro luminoso della camera e d'una spirale di sciarpe nere che s'avvolgessero intorno alla donna supina.

Il suo braccio prendeva un color dorato; la mano era tranquilla, singolarmente pura, quasi diafana. Il respiro dell'addormentata sollevava leggermente il lenzuolo; un bel copripiedi di pizzo, a punto d'Irlanda, con un nastro di raso azzurro, largo un palmo, ch'entrava ed usciva dai fori della merlettatura, facendo agli angoli quattro vaste gale, confondeva la lunghezza del suo corpo in un leggero sollevamento. I suoi capelli dormivano accanto a lei, raccolti a fascio dietro la nuca scintillante; le sue narici, volte verso il lume, parevan tinte di roseo, mentre la bocca era del tutto scolorata.

Una calma lampada, nascosta sotto il paralume, fasciata con un velo, addormentava la stanza nel suo morbido chiarore; di lontano batteva una pendola; sul tavolino da notte c'erano tre rose, in un bicchiere.

Come l'amava! come l'amava!... che struggimento, [pg!324] che intollerabile tristezza, che voglia malata di piangere... che affettuoso dolore!

Adesso avevan un figlio, eran legati, avvinti l'uno all'altra per intera vita... Eppure egli non sentiva di avere un figlio, non lo conosceva, sebbene fosse già nato e l'avesse appena intravveduto con i suoi occhi distratti. Sentiva solamente una cosa: l'amore per lei, l'amore, il desiderio, la paura di lei... Ma anche questo in un modo già diverso, già nuovo.

Un pensiero l'occupò improvvisamente: «Rimarrà bella?»

E s'accorse che la sua bellezza gli era necessaria.

Poi cominciò a guardare indietro, verso tutto quello che aveva compiuto per giungere fino a quell'ora, e ne provò un senso quasi di vertigine, come se avesse guardato smarritamente nell'immenso gorgo del proprio amore.

Di nuovo il senso quasi erotico della loro complicità gli venne al sommo del cuore. La rivide in lontane ore notturne, disperata e sorridente nella gioia che mai non la saziava; ricordò il profumo della sua gola turgida, che ora da molte settimane non baciava più.

Si udiva dall'altre stanze un'eco di rumori confusi; ma in quella camera di natività, immersa nella penombra vaporosa, non si udiva che il rumore della notte, simile a quello che fa, nell'aprirsi, un grande ventaglio di piume.

Li avevano lasciati soli, mentre di là v'eran il medico, la levatrice, le domestiche, l'intera famiglia radunata intorno alla culla, e già tutti eran curvi su quella debole incominciante vita, come se il nascere fosse ancora un miracolo che stupefacesse i vivi, e come se davanti al vagito d'una creatura nascente fosser cosa di ben lieve importanza tutte l'altre voci che provengono dal confuso agitarsi del mondo.

Ella dormiva in pace, stanca d'aver compiuta la sua fatica materna, forse ondeggiante nel sonno in una sensazione d'allegrezza e di lievità. Su la bocca un [pg!325] po' tumida, leggermente contratta, le alitava un sorriso che pareva somigliante allo stupore d'una ubbriachezza; egli, che la guardava con l'occhio geloso e mai casto d'un amante, provava un senso complesso d'ostilità e di compassione contro la donna che aveva dovuto soggiacere così apertamente alle tiranniche leggi della natura, e che, invece di esaudir l'amore come un divino sterile delirio, aveva dovuto avvilire il suo grembo con il peso bestiale della fecondità.

Veduto così, l'amore non era più che un prestigioso inganno, traverso cui l'uomo s'induceva necessariamente a creare. Una volta di piùil divino esulava dalla materia; l'uomo non era che il tramite aleatorio traverso il quale passa la corrente inestinguibile della vita; il figlio, appena concepito, impoveriva già la sua madre; nascendo, incominciava ad ucciderla.

Davanti a quel primo vagito, a quel primo brancolare nella luce d'una creatura da poco respirante, essi, che l'avevano generata, esaurivano sostanzialmente la lor ragione d'essersi amati, finivano di ubbidire alla volontà naturale della materia, trasmettevan nella forza d'un cuore più celere il già morente fuoco delle lor vene, quasichè la lor concorde ragione di vivere fosse trapassata in quel più giovine spirito, e la vita camminasse oltre, immemore, sopra la loro subitanea vecchiezza.

Nel momento ch'ebbe un figlio, sentì la catena che lo avvinceva inesorabilmente alla sua propria fine; sentì l'origine di quel buio dolore che rivolge l'uomo decrepito verso la gioventù sempre fuggente, poich'egli non può ringiovanire se non avventando la sua furente voglia di vivere nel cuore più giovine d'un figlio, come d'un altro sè stesso, che trascinerà la sua ombra verso il perpetuo domani.

L'onda, l'onda, l'onda... e più lontano ancora l'onda, e fin oltre i limiti di tutte le lontananze, ancora e per sempre, inutilmente, l'onda...

Egli chiuse gli occhi, sopraffatto, e gli parve di [pg!326] sentirsi uccidere con una lentezza crudele dalla stessa chiaroveggenza del suo pensiero. Se tale infatti è il mondo, qual'esso appare all'uomo che avvedutamente lo guardi, come potremmo ancora senza tedio accingerci a pensare, a volere, ad amare, ad irrompere insomma con tutta quella ingordigia ch'è nostra nei dominii della vita? Se una tale inutilità sovrasta ogni meta, perchè mai l'uomo si affaticherebbe ad essere qualcosa più che un rassegnato gauditore di gioie distruttibili?

O forse la materia è così prodigiosa, ch'essa ci salva persino dal nostro medesimo pensiero, e quanto più la nostra mente s'accanisce a distruggere il senso del vivere, tanto più l'istinto illogico ed imperioso della nostra vitalità ci sospinge ad amare con ebbrezza quello che pur vediamo essere un nulla?...

Forse. Perchè l'uomo non ha nella creazione che un solo nemico: sè stesso. Quando l'addormenta, è felice; quando lo fa pensare, disperato. Nulla vi è che resista, chesia qualcosa, davanti al nostro pensiero: nè la bellezza, nè il piacere, nè la verità, nè l'amore, nè il pensiero medesimo... nulla, nulla! E tuttavia non siamo che gli innamorati inguaribili dell'una o dell'altra di queste cose fallaci, non possiamo far altro nel mondo che seguitare a credere l'assurdo, a fidare nell'inganno, a volere l'inutilità...

«Sorella, non eran filidi paglia, e nemmeno d'argento;non erano che un po' di ventorosso... Ne ho prese più che cento;m'hanno bruciato i guanti.Le diamo al bambino piccinole stelle filanti filanti?...»

«Sorella, non eran filidi paglia, e nemmeno d'argento;non erano che un po' di ventorosso... Ne ho prese più che cento;m'hanno bruciato i guanti.Le diamo al bambino piccinole stelle filanti filanti?...»

«Sorella, non eran fili

«Sorella, non eran fili

di paglia, e nemmeno d'argento;

non erano che un po' di vento

rosso... Ne ho prese più che cento;

m'hanno bruciato i guanti.

Le diamo al bambino piccino

le stelle filanti filanti?...»

Erano soli, nella camera silenziosa; il mese d'autunno, con folate calde, gonfiava le tende senza muoverle, senza far nascere il più piccolo rumore. Nel guardare [pg!327] la notte, pareva che un velo di mussola nera continuamente s'avvolgesse intorno ad un cerchio d'azzurrità; entro infuriavano stelle, come lucciole prigioniere in una finissima rete.

Allora egli ricominciò a sognare che l'amava, che l'amava con voluttà e con oblìo, come se gli dilagasse per le vene il fumo d'un oppio ubbriacante; perchè al disopra d'ogni titanica impotenza del pensiero cantava tuttavia l'amore, questo volo dell'essere ch'era il più lontano dalla morte, ch'era stato e sarebbe in eterno la più bella favola del mondo...


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