X

XMa egli aveva ucciso.Allo stesso modo che il suo pensiero gli impediva di credere nel divino, di costituire l'alta sua libertà sotto l'arbitrio dei pavidi legislatori, così la sua logica imperatoria gli impediva di ritenere che ciò fosse un delitto. L'aver soppresso non era, nella sua coscienza incolpevole, che un atto barbaro ma necessario di dominazione. Certo non lo mordeva il rimorso che tormenta il mediocre; anzi la sua volontà micidiale continuava senza infrangersi dopo la consumazione del delitto. Se talvolta, di sorpresa, un dubbio lo assaliva, gli era facile impadronirsi velocemente di sè stesso, riflettere, annientare il suo dubbio. Le piccole paure dell'uomo non erano fatte per lui. Ma quello che invece lo torturava era la menzogna, ed era il silenzio, dai quali non poteva disciogliere il suo virile coraggio.Preso d'assalto, era stata buona guerra il mentire, poichè fra uomo ed uomini tutto è lecito quel che fa essere il più forte. Ma ora, lontanata la guerra, egli sentiva una ripugnanza invincibile della sua frode; perchè, se l'uomo può mentire in un giorno di pericolo, [pg!328] non deve, non può, tutta la sua vita vivere nella menzogna.Sì, da un lato era in pace con sè stesso; almeno gli pareva. Ma dall'altro egli si sentiva divenire crescentemente il nemico di sè stesso, e talvolta sentiva di trascinare in sè una fatica morale man mano più insopportabile.Passavano i mesi, gli avvenimenti mutavano; l'epilogo d'una storia di morte s'era chiuso intorno ad una cuna. Per riposare la sua fatica e per lasciare che un poco di silenzio addormentasse quei giorni di furore, aveva trascorse parecchie settimane in una recessa villeggiatura, con Novella, e con la famiglia di Novella che vigilava il loro piccolo bimbo.Ormai nessuno di costoro, forse neanche Maria Dora serbava in apparenza il più piccolo dubbio su la possibilità che il giudice avesse prosciolto un colpevole, tanto è profonda nel cuore dei semplici la deferenza verso la cosa giudicata. Inoltre, con la nascita di quel bimbo, egli s'era impadronito quasi d'un diritto, ingiusto ma grande, al loro amore: fra poco sarebbe il tempo delle nuove nozze; il lontano morto non aveva lasciato superstiti, e la famiglia, ch'è un organismo incoscientemente avido di dominio, si rinserrava intorno a quell'intruso che la faceva continuare. Non era crudeltà nè indifferenza; questo accade ogni giorno e dappertutto, poichè il diritto dei morti non può prolungarsi oltre un certo limite nell'osservanza dei vivi.Già tardo era l'autunno quando Andrea fece ritorno alla sua Clinica ed essi alla lor casa di campagna. Ma in capo di qualche tempo Novella, che non sapeva rimanergli lontana, lasciato il bimbo alle cure di sua madre, tornò ad abitare per l'ultima volta nella casa di Giorgio Fiesco.Dalla maternità era uscita quasi più giovine, più vogliosa di vivere, nè ormai cercava di opporre alcun ritegno alla pienezza della sua felicità. Verso la primavera si sarebbero sposati, ed ora veramente, senza [pg!329] ombra di rimorso, vedeva la vita splendere davanti a sè come una striscia di sole.Egli a sua volta provava un desiderio insaziabile di starle più strettamente vicino; di lei si stordiva, di lei si colmava il pensiero e le vene, sino ad averne bisogno come d'un farmaco soave nel quale s'addormentasse l'indefinibile suo tormento. Lontano da lei, la vita mutava colore.Ella era tornata gioconda come una fanciulla ed il suo spirito si era liberato dal dramma con una facilità sorprendente. Non si ricordava quasi più d'essere madre; in lei traboccava il riso dell'amante felice; il suo corpo, le sue parole, i suoi gesti erano più voluttuosi che mai. Gli abiti neri che ancora la vestivano eran quasi un velo necessario alla soverchia sua impurità; sembrava che li portasse con una religione profana e tentante, come una suora che visibilmente abbia voglia d'amore sotto il cilicio della sua veste claustrale.Era la sua prima, la sua vera giovinezza, quella che non aveva potuto fiorire negli anni del matrimonio doloroso.Più tardi, coi primi segni della vecchiezza, ella diverrebbe veramente una madre; ma ora, finchè un tale rigoglio di sensualità le sbocciava per la bella persona, finchè sentiva così forte, fra vena e vena, lo spasimo della sua giovinezza, finchè, dietro il velo delle sue ciglia quasi d'oro, il mondo ancora le mandava luce come una prateria piena di sole... benchè vedova, benchè madre, benchè ravvolta in un dramma oscuro e temibile, non sapeva che tendere le sue braccia piene di colpa verso l'inebbriata esultanza dell'amore..Egli era qualche volta buio; ma una sua carezza bastava per rasserenarlo. Ed in tal modo, la coscienza del potere che aveva sopra di lui le impediva perfino di vigilare con attenzione la crisi che andava logorando il cuore dell'amante. La sua propria gioia era così obliosa che nemmeno le concedeva di accorgersi del dolore; poichè gli uomini riescono difficilmente ad essere [pg!330] così attenti o così distratti come può essere una donna.I giorni passavano, ad uno ad uno, come granelli di una lenta collana; quella casa di Giorgio Fiesco era divenuta troppo vasta per lei sola e, nell'abitarvi, ella provava un non so quale disagio, anzi una intollerabile malinconìa. Vi rimaneva solo in quelle ore che Andrea seguitava macchinalmente a dividere fra le cure della Clinica e dell'Università. In quella casa egli non metteva mai piede; ambedue, per un tacito consenso, usavano questo rispetto verso il morto.Ma non appena s'avvicinasse l'ora verso la quale Andrea soleva rincasare, a mezzodì e nel pomeriggio, ecco, ella si calava su la faccia sorridente il velo di crespo e con un senso delizioso di peccato, cercando in mille guise di sottrarsi all'anonima indiscrezione della strada, rapidamente si faceva condurre alla sua casa.Per lo più giungeva innanzi ch'egli tornasse: l'aspettava con il cuor trepidante, quasi non lo vedesse da mill'anni, e vigilava ogni rumore per sorprendere quello del suo passo noto.Alle volte gl'impediva di uscire, o lo faceva tardare a bella posta, godendo con una specie di crudeltà infantile quei pochi momenti rubati a' suoi severi offici. Da quando ella era con lui, così intima nella sua vita, gli aveva insegnato ad amare i suoi piccoli capricci femminili, ai quali egli s'arrendeva sorridendo. La sera pranzavano insieme, ad una tavola imbandita con fiori, sopra una tovaglia leggiadra, con cibi delicati, ch'ella si occupava di scegliere. Nessuno svago avrebbe superato per loro la dolcezza di quel vivere intimo, e la sua maschia ruvidità si lasciava ravvolgere con inerzia da quella soave atmosfera femminile.Ora l'appartamento era pieno di cose ch'ella vi portava: specchi, abiti, biancherie, fiori a profusione, oggetti graziosi e inutili, ch'ella raccoglieva intorno a sè come un adornamento inseparabile. Tutte queste cose infatti cominciavano con divenire anche a lui quasi necessarie, [pg!331] cominciavano con occupare un posto notevole nella sua vita severa.Ogni notte stavano insieme fin tardi, alle volte fino al mattino; ed egli amava di ritrovare le sue vestaglie appese nello spogliatoio, le sue pianelle su lo scendiletto; amava di veder luccicare sui pavimenti qualche forcella caduta e di trovare sui lavabi di marmo, su le specchiere, su le pettiniere, tanti vasetti e bossoletti e ferri e lime e piumini per la cipra e pettini e profumerie: tutta insomma quella minuscola confusione luccicante che serve per l'ornamento della bellezza femminile.A poco a poco egli s'accorgeva d'aver preso tanto amore a queste inezie, che il privarsene ormai gli sarebbe stato veramente impossibile; senza di lei, senza la profusione per ogni stanza di cose che le appartenessero, gli sarebbe divenuta odiosa e tetra la casa dove abitava da tanti anni; senza quel profumo di lei che ondeggiava nell'aria, che s'attorcigliava come una sciarpa intorno ad ogni cosa, gli sarebbe sembrato che al suo respiro mancasse la parte più benefica e più sostanziale.Aveva presa l'abitudine di trovarla dietro l'uscio entrando, e di sentirsi all'improvviso cingere dalle sue braccia; aveva imparato a conoscere il rumore ch'ella faceva, camminando, con la sua liscia gonnella nera, co' suoi tacchi sottili che battevano sui pavimenti lucidi; quel rumore, egli lo ascoltava talvolta anche quando ella non v'era, e si sarebbe sentito infelice come il più misero uomo se gli avessero detto per avventura che non l'udrebbe mai più.Non era più soltanto amore, ma un affanno crescente, un bisogno inguaribile della sua presenza, una specie di malattia sottile, che gli entrava nel sangue, s'immischiava nel dolore, nel piacere delle sue vene.Talvolta uscivano insieme, la sera, nascosti nell'automobile chiusa, e correvano per lunghi tratti nel silenzio della campagna circostante. Faceva un inverno dolce, con qualche notte stellata; l'ombre della strada, [pg!332] assalire dal fascio dei riflettori, si rompevano come impalcature di tenebra che rovinassero con uno schianto. Il rumore del congegno parlava come una voce umana. Pigra, ella si coricava nelle sue braccia, lasciandosi urtare da tutte le scosse, con una inerzia che accresceva il suo peso caldo e profumato. Era senza cappello, spettinata; ogni tanto sollevava la faccia per farsi baciare su la bocca.Ella, nell'ombra, non vedeva i suoi occhi accesi e fissi, non poteva nemmeno sospettare quanta furia di pensiero si agitasse dietro la sua fronte pallida.La strada camminava rapidamente, come un fiume in piena fra la tenebra delle due rive.Al ritorno, la città riappariva, dapprima obliqua, sollevata su la pianura circostante; poi man mano si delineava più ferma sotto una cupola di fumo rossastro, e cominciava lontanamente a tremolar di lumi, come un accampamento immenso, dove le sentinelle camminassero, avanti, indietro, in ogni verso, con lanterne cieche.Irrompevan sui bianchi selciati con un fragore di velocità ripercosso dai muri delle case: ella frettolosamente si rimetteva il cappello, avvolgendosi nel velo di crespo.Così vissero alcuni mesi. Già stava per sopraggiungere la primavera anniversaria; le brine del mattino si tingevano di rosei colori.Un giorno egli pensò: — «Sono stanco.»Di cosa, non sapeva. — Era stanco. Gli era passata su l'anima una immensa e logorante fatica. Si accorse di un mutamento essenziale che gli aveva compenetrato e scompigliato lo spirito, senza ch'egli nemmeno se ne fosse avveduto.Era stanco, in un modo profondo, e forse dell'intera sua vita; stanco della strada per la quale aveva camminato fino allora, — e, non sapeva il perchè, ma stanco insieme del suo proprio cervello.Da lungo tempo non era entrato più nel suo laboratorio; anzi; per non dover rispondere ad interrogazioni, [pg!333] aveva licenziato da sè, occupandolo nella farmacia della Clinica, il giovane batteriologo che da parecchi anni lo assisteva in ogni esperienza. Nel pensare alle sue ricerche interrotte provava un senso di tedio: nè gli esperimenti nè i libri di scienza lo interessavano più. D'un tratto, era caduta giù da' suoi occhi una specie di maschera spirituale; gli pareva di riconoscere in sè altr'uomo; la stanchezza totale del suo spirito gli impediva di giudicarsi.Ma, senza dubbio, anche l'amore indefesso che aveva portato alla guarigione, alla salvezza dell'uomo, era in lui diminuito singolarmente: la missione d'una volta ora gli appariva tutt'al più come un mestiere necessario e vile.Continuava macchinalmente a guidare l'Istituto Clinico, ad essere il capitano d'una falange di salvatori, a chinarsi giorno per giorno su gli enigmi continui della malattia e della morte; ma gli pareva nello stesso tempo che una voce in lui nascosta lo beffasse continuamente, come da sè medesimo si beffa un uomo il quale sappia di star compiendo alcunchè d'inutile.Andava molto spesso, con una curiosità quasi da neofita, a guardare i morti. E poichè questa era la fine inevitabile d'ogni creatura, gli pareva cosa veramente trascurabile che «gli altri» avessero a morire qualche giorno prima, qualche giorno dopo...«Gli altri...» — ecco quello ch'era divenuto assolutamente estraneo al suo mondo; non capiva più come si potesse spendere la vita per «gli altri». Il senso egoistico della sua persona s'aumentava in lui grandemente, ma senza più comunicargli alcuna volontà di elevazione; la sua febbre di conoscenza e d'indagine si rappacificava ogni giorno più nella inerte pigrizia del non pensare, in quel senso d'impossibilità e di rinunzia che fluttua su lo spirito dell'uomo, quand'è passato, con il cuore esausto, al di là da un immenso dolore.Quasi che un tarlo invisibile fosse entrato a corrodere l'architrave del suo pensiero metafisico, gli parve [pg!334] di comprendere che tutto l'edificio, d'un tratto, con le sue colonne ciclópiche, i suoi fastigi avvampanti, stesse per minacciar rovina; ed egli era incapace di ritrovar la via tortuosa di quel tarlo struggente, incapace di costrurre un arco più solido sotto quello ch'era in pericolo di sprofondare.Ancora una volta, nella storia dei sogni umani, l'uomo temerario ch'era salito in cima alla montagna del mondo si sentiva riafferrare da una mano invisibile, trascinare in giù, per il pendìo tenebroso, verso la sua catena ed il suo covo. Il ponte gettato su l'infinito peccava come sempre d'un millesimo nel calcolo della sua curva, e ciò bastava perchè il peso microscopico d'uno uomo pericolasse di farlo rovinare.Andrea Ferento aveva cantato il «Dio che muore con l'uomo», aveva creduto nella passante Inutilità della vita; come tutti i sognatori, come tutti gli apostoli, aveva rifiutato di piegare la sua dura fronte sotto il peso delle inevitabili obbedienze umane.Un giorno, a mezzo del cammino, gli era stato necessario di sopprimere, di chiamare a sé, per anticiparle un dono, «la pallida alleata, Morte»; — e, sicuro d'averne il diritto, reso incolpevole dalla sua temerità, uomo contro uomo, vita contro vita, sereno, implacabile, aveva ucciso.Ecco: a biasimarlo, in lui non s'era levata la voce oscura d'un Dio; a incatenare il suo polso libero non era bastata la forza vindice dei poteri sociali; sopra il suo delitto travolto la vita rifluiva, come sopra la diga sommersa il fiume barbaro.E tuttavia, da quel giorno, qualcosa d'inafferrabile era entrato a disordinare la sua mente; la terra da quel giorno brulicava davanti agli occhi suoi d'infinite agonìe; sopra tutte le speculazioni del pensiero appariva, scaturiva chiaramente una verità essenziale, non facile ad esprimersi con parole, per quanto essa brilli e traspaia da ogni cosa viva: — e cioè, nell'immanenza perpetua dell'anima universale», insoffocábile divinità [pg!335] che tutto compénetra il senso della vita e della morte.Obbiettivamente poi, quel suo coraggioso atto di libertà aveva prodotto un bene anzichè un male; aveva lasciato vivere due creature giovini e fertili, rendendo appena più celere una insanabile agonìa. Egli era medico: non credeva quindi nel miracolo; quell'agonìa poteva essere tenace, diuturna forse, ma era infallibilmente un'agonìa. Il medico dunque aveva solo armato il suo polso di quel virile coraggio, che in talune circostanze verrà forse comandato ai medici di domani.Davanti al suo cervello, egli non aveva peccato se non contro quella «volontà negativa» insita nella materia e che pareva esserne la qualità divina. Ma il piccolo tarlo era in ciò: ch'egli aveva lesa una legge fondamentale, s'era impadronito della morte, s'era fatto complice di quell'avversaria che l'uomo deve odiare. Per lui, medico, per lui, apostolo della vita, quest'alleanza era tradimento. Ed ormai gli era impossibile non sentirlo, anche sopprimendo il cuore, con il solo cervello.Aveva in verità vôlte le spalle sul campo di battaglia, disertato dalla sua bandiera.Se veramente, com'egli aveva concluso, la vita era un fatto aleatorio ed inutile, si doveva poterla sopprimere senza udire nell'eco interiore dell'essere quel grido universale che si eleva dalla materia lesa, contro l'atto che uccide.Ma se all'uomo più forte non era lecito far sì che questo grido tacesse, c'era forse mai nell'Inconoscibile una potenza che non poteva in alcun modo accedere al pensiero dell'uomo, che certo non era Dio, ma non era neanche l'Inutilità?...E il tarlo camminava, camminava, tra le screpolature del castello ciclópico, senza dargli pace.Fra tutte le colpe dell'uomo gli pareva che il tradimento fosse la più spregevole, poichè anche il delitto può esser bello, se richiede un grande coraggio. [pg!336] Ma il tradimento non ne richiede alcuno; ed egli appunto sentiva di tradire, nel chinarsi ancora, con una pietà ormai simulata, sul letto degli infermi, nel vestirsi da benefattore, da salvatore,egli che aveva ucciso.Gli altri medici della sua clinica forse ne sapevano meno di lui, ma erano più degni; que' chirurghi dalle braccia nude, sporche di sangue, ferivano anch'essi, ma ferivano per salvare; que' medici attenti, che negli alti armadi sceglievano e mescevano con saggezza le dosi dei veleni, troppo spesso lo inducevano a rammentarsi di quella composizione chimica perfida e sottile che gli era servita per propinare a dosi lente una introvabile morte. L'aspetto medesimo di quel sereno edificio, dove la sofferenza era santificata come nelle chiese la preghiera, non gli riusciva più familiare come una volta, e spesso provava la sensazione d'esservi pressochè in esilio. Nel traversarne ogni mattina le diritte corsìe non aveva più accanto la limpida figura di Egidio Rosales, e questo, questo sopra tutto, gli stringeva il cuore come nella forza d'una mano crudele.Ogni tanto volgeva indietro gli occhi, e per abitudine credeva di rivederlo. Alto, biondo, con il càmice che gli scendeva sino alle caviglie, una profonda cicatrice, pur visibile tra la barba, gli feriva il principio del collo sotto la mandibola sinistra; teneva un libro aperto su l'avambraccio e scriveva rapidamente, con una penna stilografica, facendo stridere la carta...Ora non più. Il Rosales era lontano, vestito di un'altra stoffa più ruvida, la tela del reclusorio, e chissà mai, forse in quel momento risognava con i suoi occhi allucinati la corsìa luminosa dell'ospedale per dove il suo maestro passava...Salvarlo interamente non gli era stato possibile; aveva ottenuto che una perizia lo dichiarasse irresponsabile. In luogo dell'ergastolo fu condannato al manicomio criminale, nè mai passava giorno senza che il [pg!337] Ferento tentasse qualcosa per abbreviargli o per lenirgli la pena.Fra i moribondi, fra i malati, fra i convalescenti, egli provava sempre più un senso d'esilio; veder morire gli pareva ormai una cosa snervante e laida; guarire, un fatto accidentale, che altri potevan operare meglio di lui. La sua Clinica non gli pareva più un limpido e sereno tempio elevato al dolore dell'uomo, bensì una triste casa, ove tutte le putredini della carne eran manifeste, i gemiti confusi, la morte accumulata.Sentiva talvolta il bisogno subitaneo di uscirne, verso l'aria libera, o di cercare nelle braccia dell'amante il rifugio e l'oblìo.Non lo avevano condannato le leggi: si condannava da sè, in silenzio, da vero giudice di sè stesso, con la condanna più alta e più crudele che mai si potesse infliggere, ossia rifiutando a sè medesimo di vincere ancora.Non il suo delitto, ma il tradimento gli era di peso; in ogni attimo aveva la tentazione di provocare i suoi nemici, affermando loro la verità. Libero e solo, forse lo avrebbe fatto; ma due creature complici della sua colpa gli comandavano il silenzio: — e tacque.La sua lotta fu lunga, e dibattuta nel modo più crudele; ma un giorno subitamente si risolse. Con una lettera concisa e ferma rassegnò al Ministero le dimissioni dalla sua cattedra universitaria; nello stesso tempo, radunata in una sala dell'Istituto l'assemblea dei medici, con brevi parole comunicò loro di aver donata la sua Clinica al Comune e di trapassarne in quel giorno stesso la direzione al suo collega più anziano, l'illustre professor Damiato.Questi era presente al convegno ed era per l'appunto quegli cui dava insopportabile ombra la gloria di Andrea Ferento. Nel suo geloso cuore d'uomo, aveva intimamente sperato che l'accusa lo rovesciasse.Fra quei medici che, da molti anni, con il potere della sua grande anima, nell'alta solitudine della sua [pg!338] virile gioventù, limpido e libero, Andrea Ferento capitanava, la sorpresa ed il cordoglio per quella notizia furon estremi. In un silenzio pieno di perplessità la voce tranquilla del Ferento parlava: era in piedi fra loro, a qualche passo dal semicerchio silenzioso che gli formavano intorno. Parlava ritto su l'alta persona, ravvolto in una specie di assiderata e brillante solitudine, come quando era dinanzi al feretro del suo fratello che ponevano in sepoltura. Nella sua faccia non un muscolo trasaliva; ne' suoi fermi occhi non brillava che una decisa tranquillità. Tra quel silenzio, la sua voce scandiva le parole vibratamente, quasi volesse inciderle a duri colpi nella memoria dei compagni e dei discepoli. Ogni tratto, al termine delle frasi, rovesciava un poco all'indietro la fronte pallida, con una mossa che faceva tutta rilucere la sua bella capigliatura.Essi lo guardavan muti, protesi verso di lui, senza osare interromperlo.— «Sì, miei amici; voi continuerete, buoni e valorosi come foste finora, la strada che vi ho tracciata. Per me, oggi, non ho bisogno che di riposo. Anzi, questa non è la parola: ho bisogno di pace.»Abbassò gli occhi d'improvviso luccicanti, e tacque, mentre le sue parole vibravano ancora nell'alto silenzio della sala. Poi tese la mano verso loro, con un gesto di commiato, come per salutarli tutti, e risoluto si volse. Ma d'un tratto, con un disordine di clamori e di proteste, il semicerchio si chiuse, l'assemblea sollevata in un concorde impeto si strinse commossa e fedele intorno all'uomo che l'abbandonava.Egli non aveva detta parola intorno al suo dramma, eppure tutti supponevano di comprendere la verità: «non era nè malato nè stanco; ma il suo rifiuto era sdegno; sdegno e tristezza per l'orribile assalto. Messo alla gogna davanti al paese intero, ferito volgarmente ne' suoi amori più nascosti, costretto a scendere nella piazza, s'era difeso come doveva; — ma ora il cuore non gli reggeva più, l'angoscia lo soverchiava, con tal delusione da fargli preferire ad ogni cosa l'esilio...»[pg!339] Ed allora quel gruppo d'uomini, che nonostante le piccole gelosie, nonostante le asprezze talvolta eccessive del suo carattere, lo avevano pur veduto per tanti anni, con un amore indefesso, con una bellezza di mente e di spirito non eguale ad alcuna, limpido, buono, instancabile, governare quella casa benefica, essere veramente il genio della sofferenza e dell'agonìa, dare tutto sè stesso a quel mondo che poi l'aveva oltraggiato... e in verità, — poichè tutti, ad un momento dato, sopra l'invidia e l'ira sentono il potere dell'uomo più forte — in verità essere stato il lor maestro, il lor compagno, il lor fratello di pazienza e di fatica, — tutti, e perfino lo stesso rivale, ch'egli debellava con quell'atto di generosità, tutti, come obbedendo all'impulso di un solo cuore, gli si fecero intorno, tumultuosi, e con atti e con parole rifiutavano ch'egli si partisse da loro.Sembrava che almeno per una volta, quel che c'è di buono, di leale nel cuore dell'uomo venisse al fiore delle fisionomie, su l'orlo delle bocche, all'ápice quasi delle mani che cercavano di fargli una fedele violenza, e pareva che, pur non osando per il grande rispetto alludere al suo dramma, ognuno volesse dirgli tuttavia:— «Che importa? che importa? Non è laggiù la vostra casa, ma qui, fra noi, dove siete in mezzo ad una famiglia numerosa, che ben vi conosce. La forza che vi difende siamo noi. Vi abbiamo già difeso... lo sapete! — vi difenderemo ancora. No, no! è impossibile quello che voi ci annunziate!... A chi ubbidiremmo noi dunque il giorno che non ci foste più?»Egli ascoltò a fronte china quel tumulto di parole, abbandonò le sue mani a coloro che parlando le stringevano — ma, invece di rispondere, guardava interiormente in sè stesso, provava più che mai la tentazione di sopraffare quel tumulto con un grido, e rispondere: «Ma non sapete, non sapete, o pazzi, che l'ho veramente ucciso? Io, che mi chiamo Andrea Ferento, con le mie proprie mani, l'ho veramente ucciso!»La tentazione era così forte che già gli pareva d'aver [pg!340] gridato, nel suo silenzio interiore; e levò gli occhi smarritamente.No! non bisognava decretargli quella specie di trionfo, innalzarlo ancor più, credere ancor più nella sua menzogna!... Li aveva traditi! traditi! e non poteva nemmeno pretendere alla bellezza di accusarsi, all'orgoglio di ricingersi d'una ben altra impunità!...Fra gli uomini v'era chi lo incolpava e chi lo credeva innocente; non v'era tuttavia nessuno al quale potesse dire: — «Sì, ho ucciso», — ed affermarlo tranquillamente, come si dice: — «Ho fatto il mio dovere».Ma in quell'ora, tra i suoi compagni che salutava per l'ultima volta, egli provava di questo coraggio la tentazione più insensata; e fu soltanto il pensiero di colei che amava, il pensiero che in lui sopraffaceva tutte le immagini della vita, quello che gli comandò: — Taci!... — che più volte gli comandò: — Taci!... — ed offrendole un ultimo dono, poichè l'amava, poichè l'amava... obbedì.Li guardò in faccia ad uno ad uno, poi tutti, come per imprimersi bene dietro la fronte il calco delle loro sembianze, come per costringerli ad ammutolire sotto l'ultimo imperio della sua volontà, — e disse duramente, retrocedendo:— No! mai!

XMa egli aveva ucciso.Allo stesso modo che il suo pensiero gli impediva di credere nel divino, di costituire l'alta sua libertà sotto l'arbitrio dei pavidi legislatori, così la sua logica imperatoria gli impediva di ritenere che ciò fosse un delitto. L'aver soppresso non era, nella sua coscienza incolpevole, che un atto barbaro ma necessario di dominazione. Certo non lo mordeva il rimorso che tormenta il mediocre; anzi la sua volontà micidiale continuava senza infrangersi dopo la consumazione del delitto. Se talvolta, di sorpresa, un dubbio lo assaliva, gli era facile impadronirsi velocemente di sè stesso, riflettere, annientare il suo dubbio. Le piccole paure dell'uomo non erano fatte per lui. Ma quello che invece lo torturava era la menzogna, ed era il silenzio, dai quali non poteva disciogliere il suo virile coraggio.Preso d'assalto, era stata buona guerra il mentire, poichè fra uomo ed uomini tutto è lecito quel che fa essere il più forte. Ma ora, lontanata la guerra, egli sentiva una ripugnanza invincibile della sua frode; perchè, se l'uomo può mentire in un giorno di pericolo, [pg!328] non deve, non può, tutta la sua vita vivere nella menzogna.Sì, da un lato era in pace con sè stesso; almeno gli pareva. Ma dall'altro egli si sentiva divenire crescentemente il nemico di sè stesso, e talvolta sentiva di trascinare in sè una fatica morale man mano più insopportabile.Passavano i mesi, gli avvenimenti mutavano; l'epilogo d'una storia di morte s'era chiuso intorno ad una cuna. Per riposare la sua fatica e per lasciare che un poco di silenzio addormentasse quei giorni di furore, aveva trascorse parecchie settimane in una recessa villeggiatura, con Novella, e con la famiglia di Novella che vigilava il loro piccolo bimbo.Ormai nessuno di costoro, forse neanche Maria Dora serbava in apparenza il più piccolo dubbio su la possibilità che il giudice avesse prosciolto un colpevole, tanto è profonda nel cuore dei semplici la deferenza verso la cosa giudicata. Inoltre, con la nascita di quel bimbo, egli s'era impadronito quasi d'un diritto, ingiusto ma grande, al loro amore: fra poco sarebbe il tempo delle nuove nozze; il lontano morto non aveva lasciato superstiti, e la famiglia, ch'è un organismo incoscientemente avido di dominio, si rinserrava intorno a quell'intruso che la faceva continuare. Non era crudeltà nè indifferenza; questo accade ogni giorno e dappertutto, poichè il diritto dei morti non può prolungarsi oltre un certo limite nell'osservanza dei vivi.Già tardo era l'autunno quando Andrea fece ritorno alla sua Clinica ed essi alla lor casa di campagna. Ma in capo di qualche tempo Novella, che non sapeva rimanergli lontana, lasciato il bimbo alle cure di sua madre, tornò ad abitare per l'ultima volta nella casa di Giorgio Fiesco.Dalla maternità era uscita quasi più giovine, più vogliosa di vivere, nè ormai cercava di opporre alcun ritegno alla pienezza della sua felicità. Verso la primavera si sarebbero sposati, ed ora veramente, senza [pg!329] ombra di rimorso, vedeva la vita splendere davanti a sè come una striscia di sole.Egli a sua volta provava un desiderio insaziabile di starle più strettamente vicino; di lei si stordiva, di lei si colmava il pensiero e le vene, sino ad averne bisogno come d'un farmaco soave nel quale s'addormentasse l'indefinibile suo tormento. Lontano da lei, la vita mutava colore.Ella era tornata gioconda come una fanciulla ed il suo spirito si era liberato dal dramma con una facilità sorprendente. Non si ricordava quasi più d'essere madre; in lei traboccava il riso dell'amante felice; il suo corpo, le sue parole, i suoi gesti erano più voluttuosi che mai. Gli abiti neri che ancora la vestivano eran quasi un velo necessario alla soverchia sua impurità; sembrava che li portasse con una religione profana e tentante, come una suora che visibilmente abbia voglia d'amore sotto il cilicio della sua veste claustrale.Era la sua prima, la sua vera giovinezza, quella che non aveva potuto fiorire negli anni del matrimonio doloroso.Più tardi, coi primi segni della vecchiezza, ella diverrebbe veramente una madre; ma ora, finchè un tale rigoglio di sensualità le sbocciava per la bella persona, finchè sentiva così forte, fra vena e vena, lo spasimo della sua giovinezza, finchè, dietro il velo delle sue ciglia quasi d'oro, il mondo ancora le mandava luce come una prateria piena di sole... benchè vedova, benchè madre, benchè ravvolta in un dramma oscuro e temibile, non sapeva che tendere le sue braccia piene di colpa verso l'inebbriata esultanza dell'amore..Egli era qualche volta buio; ma una sua carezza bastava per rasserenarlo. Ed in tal modo, la coscienza del potere che aveva sopra di lui le impediva perfino di vigilare con attenzione la crisi che andava logorando il cuore dell'amante. La sua propria gioia era così obliosa che nemmeno le concedeva di accorgersi del dolore; poichè gli uomini riescono difficilmente ad essere [pg!330] così attenti o così distratti come può essere una donna.I giorni passavano, ad uno ad uno, come granelli di una lenta collana; quella casa di Giorgio Fiesco era divenuta troppo vasta per lei sola e, nell'abitarvi, ella provava un non so quale disagio, anzi una intollerabile malinconìa. Vi rimaneva solo in quelle ore che Andrea seguitava macchinalmente a dividere fra le cure della Clinica e dell'Università. In quella casa egli non metteva mai piede; ambedue, per un tacito consenso, usavano questo rispetto verso il morto.Ma non appena s'avvicinasse l'ora verso la quale Andrea soleva rincasare, a mezzodì e nel pomeriggio, ecco, ella si calava su la faccia sorridente il velo di crespo e con un senso delizioso di peccato, cercando in mille guise di sottrarsi all'anonima indiscrezione della strada, rapidamente si faceva condurre alla sua casa.Per lo più giungeva innanzi ch'egli tornasse: l'aspettava con il cuor trepidante, quasi non lo vedesse da mill'anni, e vigilava ogni rumore per sorprendere quello del suo passo noto.Alle volte gl'impediva di uscire, o lo faceva tardare a bella posta, godendo con una specie di crudeltà infantile quei pochi momenti rubati a' suoi severi offici. Da quando ella era con lui, così intima nella sua vita, gli aveva insegnato ad amare i suoi piccoli capricci femminili, ai quali egli s'arrendeva sorridendo. La sera pranzavano insieme, ad una tavola imbandita con fiori, sopra una tovaglia leggiadra, con cibi delicati, ch'ella si occupava di scegliere. Nessuno svago avrebbe superato per loro la dolcezza di quel vivere intimo, e la sua maschia ruvidità si lasciava ravvolgere con inerzia da quella soave atmosfera femminile.Ora l'appartamento era pieno di cose ch'ella vi portava: specchi, abiti, biancherie, fiori a profusione, oggetti graziosi e inutili, ch'ella raccoglieva intorno a sè come un adornamento inseparabile. Tutte queste cose infatti cominciavano con divenire anche a lui quasi necessarie, [pg!331] cominciavano con occupare un posto notevole nella sua vita severa.Ogni notte stavano insieme fin tardi, alle volte fino al mattino; ed egli amava di ritrovare le sue vestaglie appese nello spogliatoio, le sue pianelle su lo scendiletto; amava di veder luccicare sui pavimenti qualche forcella caduta e di trovare sui lavabi di marmo, su le specchiere, su le pettiniere, tanti vasetti e bossoletti e ferri e lime e piumini per la cipra e pettini e profumerie: tutta insomma quella minuscola confusione luccicante che serve per l'ornamento della bellezza femminile.A poco a poco egli s'accorgeva d'aver preso tanto amore a queste inezie, che il privarsene ormai gli sarebbe stato veramente impossibile; senza di lei, senza la profusione per ogni stanza di cose che le appartenessero, gli sarebbe divenuta odiosa e tetra la casa dove abitava da tanti anni; senza quel profumo di lei che ondeggiava nell'aria, che s'attorcigliava come una sciarpa intorno ad ogni cosa, gli sarebbe sembrato che al suo respiro mancasse la parte più benefica e più sostanziale.Aveva presa l'abitudine di trovarla dietro l'uscio entrando, e di sentirsi all'improvviso cingere dalle sue braccia; aveva imparato a conoscere il rumore ch'ella faceva, camminando, con la sua liscia gonnella nera, co' suoi tacchi sottili che battevano sui pavimenti lucidi; quel rumore, egli lo ascoltava talvolta anche quando ella non v'era, e si sarebbe sentito infelice come il più misero uomo se gli avessero detto per avventura che non l'udrebbe mai più.Non era più soltanto amore, ma un affanno crescente, un bisogno inguaribile della sua presenza, una specie di malattia sottile, che gli entrava nel sangue, s'immischiava nel dolore, nel piacere delle sue vene.Talvolta uscivano insieme, la sera, nascosti nell'automobile chiusa, e correvano per lunghi tratti nel silenzio della campagna circostante. Faceva un inverno dolce, con qualche notte stellata; l'ombre della strada, [pg!332] assalire dal fascio dei riflettori, si rompevano come impalcature di tenebra che rovinassero con uno schianto. Il rumore del congegno parlava come una voce umana. Pigra, ella si coricava nelle sue braccia, lasciandosi urtare da tutte le scosse, con una inerzia che accresceva il suo peso caldo e profumato. Era senza cappello, spettinata; ogni tanto sollevava la faccia per farsi baciare su la bocca.Ella, nell'ombra, non vedeva i suoi occhi accesi e fissi, non poteva nemmeno sospettare quanta furia di pensiero si agitasse dietro la sua fronte pallida.La strada camminava rapidamente, come un fiume in piena fra la tenebra delle due rive.Al ritorno, la città riappariva, dapprima obliqua, sollevata su la pianura circostante; poi man mano si delineava più ferma sotto una cupola di fumo rossastro, e cominciava lontanamente a tremolar di lumi, come un accampamento immenso, dove le sentinelle camminassero, avanti, indietro, in ogni verso, con lanterne cieche.Irrompevan sui bianchi selciati con un fragore di velocità ripercosso dai muri delle case: ella frettolosamente si rimetteva il cappello, avvolgendosi nel velo di crespo.Così vissero alcuni mesi. Già stava per sopraggiungere la primavera anniversaria; le brine del mattino si tingevano di rosei colori.Un giorno egli pensò: — «Sono stanco.»Di cosa, non sapeva. — Era stanco. Gli era passata su l'anima una immensa e logorante fatica. Si accorse di un mutamento essenziale che gli aveva compenetrato e scompigliato lo spirito, senza ch'egli nemmeno se ne fosse avveduto.Era stanco, in un modo profondo, e forse dell'intera sua vita; stanco della strada per la quale aveva camminato fino allora, — e, non sapeva il perchè, ma stanco insieme del suo proprio cervello.Da lungo tempo non era entrato più nel suo laboratorio; anzi; per non dover rispondere ad interrogazioni, [pg!333] aveva licenziato da sè, occupandolo nella farmacia della Clinica, il giovane batteriologo che da parecchi anni lo assisteva in ogni esperienza. Nel pensare alle sue ricerche interrotte provava un senso di tedio: nè gli esperimenti nè i libri di scienza lo interessavano più. D'un tratto, era caduta giù da' suoi occhi una specie di maschera spirituale; gli pareva di riconoscere in sè altr'uomo; la stanchezza totale del suo spirito gli impediva di giudicarsi.Ma, senza dubbio, anche l'amore indefesso che aveva portato alla guarigione, alla salvezza dell'uomo, era in lui diminuito singolarmente: la missione d'una volta ora gli appariva tutt'al più come un mestiere necessario e vile.Continuava macchinalmente a guidare l'Istituto Clinico, ad essere il capitano d'una falange di salvatori, a chinarsi giorno per giorno su gli enigmi continui della malattia e della morte; ma gli pareva nello stesso tempo che una voce in lui nascosta lo beffasse continuamente, come da sè medesimo si beffa un uomo il quale sappia di star compiendo alcunchè d'inutile.Andava molto spesso, con una curiosità quasi da neofita, a guardare i morti. E poichè questa era la fine inevitabile d'ogni creatura, gli pareva cosa veramente trascurabile che «gli altri» avessero a morire qualche giorno prima, qualche giorno dopo...«Gli altri...» — ecco quello ch'era divenuto assolutamente estraneo al suo mondo; non capiva più come si potesse spendere la vita per «gli altri». Il senso egoistico della sua persona s'aumentava in lui grandemente, ma senza più comunicargli alcuna volontà di elevazione; la sua febbre di conoscenza e d'indagine si rappacificava ogni giorno più nella inerte pigrizia del non pensare, in quel senso d'impossibilità e di rinunzia che fluttua su lo spirito dell'uomo, quand'è passato, con il cuore esausto, al di là da un immenso dolore.Quasi che un tarlo invisibile fosse entrato a corrodere l'architrave del suo pensiero metafisico, gli parve [pg!334] di comprendere che tutto l'edificio, d'un tratto, con le sue colonne ciclópiche, i suoi fastigi avvampanti, stesse per minacciar rovina; ed egli era incapace di ritrovar la via tortuosa di quel tarlo struggente, incapace di costrurre un arco più solido sotto quello ch'era in pericolo di sprofondare.Ancora una volta, nella storia dei sogni umani, l'uomo temerario ch'era salito in cima alla montagna del mondo si sentiva riafferrare da una mano invisibile, trascinare in giù, per il pendìo tenebroso, verso la sua catena ed il suo covo. Il ponte gettato su l'infinito peccava come sempre d'un millesimo nel calcolo della sua curva, e ciò bastava perchè il peso microscopico d'uno uomo pericolasse di farlo rovinare.Andrea Ferento aveva cantato il «Dio che muore con l'uomo», aveva creduto nella passante Inutilità della vita; come tutti i sognatori, come tutti gli apostoli, aveva rifiutato di piegare la sua dura fronte sotto il peso delle inevitabili obbedienze umane.Un giorno, a mezzo del cammino, gli era stato necessario di sopprimere, di chiamare a sé, per anticiparle un dono, «la pallida alleata, Morte»; — e, sicuro d'averne il diritto, reso incolpevole dalla sua temerità, uomo contro uomo, vita contro vita, sereno, implacabile, aveva ucciso.Ecco: a biasimarlo, in lui non s'era levata la voce oscura d'un Dio; a incatenare il suo polso libero non era bastata la forza vindice dei poteri sociali; sopra il suo delitto travolto la vita rifluiva, come sopra la diga sommersa il fiume barbaro.E tuttavia, da quel giorno, qualcosa d'inafferrabile era entrato a disordinare la sua mente; la terra da quel giorno brulicava davanti agli occhi suoi d'infinite agonìe; sopra tutte le speculazioni del pensiero appariva, scaturiva chiaramente una verità essenziale, non facile ad esprimersi con parole, per quanto essa brilli e traspaia da ogni cosa viva: — e cioè, nell'immanenza perpetua dell'anima universale», insoffocábile divinità [pg!335] che tutto compénetra il senso della vita e della morte.Obbiettivamente poi, quel suo coraggioso atto di libertà aveva prodotto un bene anzichè un male; aveva lasciato vivere due creature giovini e fertili, rendendo appena più celere una insanabile agonìa. Egli era medico: non credeva quindi nel miracolo; quell'agonìa poteva essere tenace, diuturna forse, ma era infallibilmente un'agonìa. Il medico dunque aveva solo armato il suo polso di quel virile coraggio, che in talune circostanze verrà forse comandato ai medici di domani.Davanti al suo cervello, egli non aveva peccato se non contro quella «volontà negativa» insita nella materia e che pareva esserne la qualità divina. Ma il piccolo tarlo era in ciò: ch'egli aveva lesa una legge fondamentale, s'era impadronito della morte, s'era fatto complice di quell'avversaria che l'uomo deve odiare. Per lui, medico, per lui, apostolo della vita, quest'alleanza era tradimento. Ed ormai gli era impossibile non sentirlo, anche sopprimendo il cuore, con il solo cervello.Aveva in verità vôlte le spalle sul campo di battaglia, disertato dalla sua bandiera.Se veramente, com'egli aveva concluso, la vita era un fatto aleatorio ed inutile, si doveva poterla sopprimere senza udire nell'eco interiore dell'essere quel grido universale che si eleva dalla materia lesa, contro l'atto che uccide.Ma se all'uomo più forte non era lecito far sì che questo grido tacesse, c'era forse mai nell'Inconoscibile una potenza che non poteva in alcun modo accedere al pensiero dell'uomo, che certo non era Dio, ma non era neanche l'Inutilità?...E il tarlo camminava, camminava, tra le screpolature del castello ciclópico, senza dargli pace.Fra tutte le colpe dell'uomo gli pareva che il tradimento fosse la più spregevole, poichè anche il delitto può esser bello, se richiede un grande coraggio. [pg!336] Ma il tradimento non ne richiede alcuno; ed egli appunto sentiva di tradire, nel chinarsi ancora, con una pietà ormai simulata, sul letto degli infermi, nel vestirsi da benefattore, da salvatore,egli che aveva ucciso.Gli altri medici della sua clinica forse ne sapevano meno di lui, ma erano più degni; que' chirurghi dalle braccia nude, sporche di sangue, ferivano anch'essi, ma ferivano per salvare; que' medici attenti, che negli alti armadi sceglievano e mescevano con saggezza le dosi dei veleni, troppo spesso lo inducevano a rammentarsi di quella composizione chimica perfida e sottile che gli era servita per propinare a dosi lente una introvabile morte. L'aspetto medesimo di quel sereno edificio, dove la sofferenza era santificata come nelle chiese la preghiera, non gli riusciva più familiare come una volta, e spesso provava la sensazione d'esservi pressochè in esilio. Nel traversarne ogni mattina le diritte corsìe non aveva più accanto la limpida figura di Egidio Rosales, e questo, questo sopra tutto, gli stringeva il cuore come nella forza d'una mano crudele.Ogni tanto volgeva indietro gli occhi, e per abitudine credeva di rivederlo. Alto, biondo, con il càmice che gli scendeva sino alle caviglie, una profonda cicatrice, pur visibile tra la barba, gli feriva il principio del collo sotto la mandibola sinistra; teneva un libro aperto su l'avambraccio e scriveva rapidamente, con una penna stilografica, facendo stridere la carta...Ora non più. Il Rosales era lontano, vestito di un'altra stoffa più ruvida, la tela del reclusorio, e chissà mai, forse in quel momento risognava con i suoi occhi allucinati la corsìa luminosa dell'ospedale per dove il suo maestro passava...Salvarlo interamente non gli era stato possibile; aveva ottenuto che una perizia lo dichiarasse irresponsabile. In luogo dell'ergastolo fu condannato al manicomio criminale, nè mai passava giorno senza che il [pg!337] Ferento tentasse qualcosa per abbreviargli o per lenirgli la pena.Fra i moribondi, fra i malati, fra i convalescenti, egli provava sempre più un senso d'esilio; veder morire gli pareva ormai una cosa snervante e laida; guarire, un fatto accidentale, che altri potevan operare meglio di lui. La sua Clinica non gli pareva più un limpido e sereno tempio elevato al dolore dell'uomo, bensì una triste casa, ove tutte le putredini della carne eran manifeste, i gemiti confusi, la morte accumulata.Sentiva talvolta il bisogno subitaneo di uscirne, verso l'aria libera, o di cercare nelle braccia dell'amante il rifugio e l'oblìo.Non lo avevano condannato le leggi: si condannava da sè, in silenzio, da vero giudice di sè stesso, con la condanna più alta e più crudele che mai si potesse infliggere, ossia rifiutando a sè medesimo di vincere ancora.Non il suo delitto, ma il tradimento gli era di peso; in ogni attimo aveva la tentazione di provocare i suoi nemici, affermando loro la verità. Libero e solo, forse lo avrebbe fatto; ma due creature complici della sua colpa gli comandavano il silenzio: — e tacque.La sua lotta fu lunga, e dibattuta nel modo più crudele; ma un giorno subitamente si risolse. Con una lettera concisa e ferma rassegnò al Ministero le dimissioni dalla sua cattedra universitaria; nello stesso tempo, radunata in una sala dell'Istituto l'assemblea dei medici, con brevi parole comunicò loro di aver donata la sua Clinica al Comune e di trapassarne in quel giorno stesso la direzione al suo collega più anziano, l'illustre professor Damiato.Questi era presente al convegno ed era per l'appunto quegli cui dava insopportabile ombra la gloria di Andrea Ferento. Nel suo geloso cuore d'uomo, aveva intimamente sperato che l'accusa lo rovesciasse.Fra quei medici che, da molti anni, con il potere della sua grande anima, nell'alta solitudine della sua [pg!338] virile gioventù, limpido e libero, Andrea Ferento capitanava, la sorpresa ed il cordoglio per quella notizia furon estremi. In un silenzio pieno di perplessità la voce tranquilla del Ferento parlava: era in piedi fra loro, a qualche passo dal semicerchio silenzioso che gli formavano intorno. Parlava ritto su l'alta persona, ravvolto in una specie di assiderata e brillante solitudine, come quando era dinanzi al feretro del suo fratello che ponevano in sepoltura. Nella sua faccia non un muscolo trasaliva; ne' suoi fermi occhi non brillava che una decisa tranquillità. Tra quel silenzio, la sua voce scandiva le parole vibratamente, quasi volesse inciderle a duri colpi nella memoria dei compagni e dei discepoli. Ogni tratto, al termine delle frasi, rovesciava un poco all'indietro la fronte pallida, con una mossa che faceva tutta rilucere la sua bella capigliatura.Essi lo guardavan muti, protesi verso di lui, senza osare interromperlo.— «Sì, miei amici; voi continuerete, buoni e valorosi come foste finora, la strada che vi ho tracciata. Per me, oggi, non ho bisogno che di riposo. Anzi, questa non è la parola: ho bisogno di pace.»Abbassò gli occhi d'improvviso luccicanti, e tacque, mentre le sue parole vibravano ancora nell'alto silenzio della sala. Poi tese la mano verso loro, con un gesto di commiato, come per salutarli tutti, e risoluto si volse. Ma d'un tratto, con un disordine di clamori e di proteste, il semicerchio si chiuse, l'assemblea sollevata in un concorde impeto si strinse commossa e fedele intorno all'uomo che l'abbandonava.Egli non aveva detta parola intorno al suo dramma, eppure tutti supponevano di comprendere la verità: «non era nè malato nè stanco; ma il suo rifiuto era sdegno; sdegno e tristezza per l'orribile assalto. Messo alla gogna davanti al paese intero, ferito volgarmente ne' suoi amori più nascosti, costretto a scendere nella piazza, s'era difeso come doveva; — ma ora il cuore non gli reggeva più, l'angoscia lo soverchiava, con tal delusione da fargli preferire ad ogni cosa l'esilio...»[pg!339] Ed allora quel gruppo d'uomini, che nonostante le piccole gelosie, nonostante le asprezze talvolta eccessive del suo carattere, lo avevano pur veduto per tanti anni, con un amore indefesso, con una bellezza di mente e di spirito non eguale ad alcuna, limpido, buono, instancabile, governare quella casa benefica, essere veramente il genio della sofferenza e dell'agonìa, dare tutto sè stesso a quel mondo che poi l'aveva oltraggiato... e in verità, — poichè tutti, ad un momento dato, sopra l'invidia e l'ira sentono il potere dell'uomo più forte — in verità essere stato il lor maestro, il lor compagno, il lor fratello di pazienza e di fatica, — tutti, e perfino lo stesso rivale, ch'egli debellava con quell'atto di generosità, tutti, come obbedendo all'impulso di un solo cuore, gli si fecero intorno, tumultuosi, e con atti e con parole rifiutavano ch'egli si partisse da loro.Sembrava che almeno per una volta, quel che c'è di buono, di leale nel cuore dell'uomo venisse al fiore delle fisionomie, su l'orlo delle bocche, all'ápice quasi delle mani che cercavano di fargli una fedele violenza, e pareva che, pur non osando per il grande rispetto alludere al suo dramma, ognuno volesse dirgli tuttavia:— «Che importa? che importa? Non è laggiù la vostra casa, ma qui, fra noi, dove siete in mezzo ad una famiglia numerosa, che ben vi conosce. La forza che vi difende siamo noi. Vi abbiamo già difeso... lo sapete! — vi difenderemo ancora. No, no! è impossibile quello che voi ci annunziate!... A chi ubbidiremmo noi dunque il giorno che non ci foste più?»Egli ascoltò a fronte china quel tumulto di parole, abbandonò le sue mani a coloro che parlando le stringevano — ma, invece di rispondere, guardava interiormente in sè stesso, provava più che mai la tentazione di sopraffare quel tumulto con un grido, e rispondere: «Ma non sapete, non sapete, o pazzi, che l'ho veramente ucciso? Io, che mi chiamo Andrea Ferento, con le mie proprie mani, l'ho veramente ucciso!»La tentazione era così forte che già gli pareva d'aver [pg!340] gridato, nel suo silenzio interiore; e levò gli occhi smarritamente.No! non bisognava decretargli quella specie di trionfo, innalzarlo ancor più, credere ancor più nella sua menzogna!... Li aveva traditi! traditi! e non poteva nemmeno pretendere alla bellezza di accusarsi, all'orgoglio di ricingersi d'una ben altra impunità!...Fra gli uomini v'era chi lo incolpava e chi lo credeva innocente; non v'era tuttavia nessuno al quale potesse dire: — «Sì, ho ucciso», — ed affermarlo tranquillamente, come si dice: — «Ho fatto il mio dovere».Ma in quell'ora, tra i suoi compagni che salutava per l'ultima volta, egli provava di questo coraggio la tentazione più insensata; e fu soltanto il pensiero di colei che amava, il pensiero che in lui sopraffaceva tutte le immagini della vita, quello che gli comandò: — Taci!... — che più volte gli comandò: — Taci!... — ed offrendole un ultimo dono, poichè l'amava, poichè l'amava... obbedì.Li guardò in faccia ad uno ad uno, poi tutti, come per imprimersi bene dietro la fronte il calco delle loro sembianze, come per costringerli ad ammutolire sotto l'ultimo imperio della sua volontà, — e disse duramente, retrocedendo:— No! mai!

Ma egli aveva ucciso.

Allo stesso modo che il suo pensiero gli impediva di credere nel divino, di costituire l'alta sua libertà sotto l'arbitrio dei pavidi legislatori, così la sua logica imperatoria gli impediva di ritenere che ciò fosse un delitto. L'aver soppresso non era, nella sua coscienza incolpevole, che un atto barbaro ma necessario di dominazione. Certo non lo mordeva il rimorso che tormenta il mediocre; anzi la sua volontà micidiale continuava senza infrangersi dopo la consumazione del delitto. Se talvolta, di sorpresa, un dubbio lo assaliva, gli era facile impadronirsi velocemente di sè stesso, riflettere, annientare il suo dubbio. Le piccole paure dell'uomo non erano fatte per lui. Ma quello che invece lo torturava era la menzogna, ed era il silenzio, dai quali non poteva disciogliere il suo virile coraggio.

Preso d'assalto, era stata buona guerra il mentire, poichè fra uomo ed uomini tutto è lecito quel che fa essere il più forte. Ma ora, lontanata la guerra, egli sentiva una ripugnanza invincibile della sua frode; perchè, se l'uomo può mentire in un giorno di pericolo, [pg!328] non deve, non può, tutta la sua vita vivere nella menzogna.

Sì, da un lato era in pace con sè stesso; almeno gli pareva. Ma dall'altro egli si sentiva divenire crescentemente il nemico di sè stesso, e talvolta sentiva di trascinare in sè una fatica morale man mano più insopportabile.

Passavano i mesi, gli avvenimenti mutavano; l'epilogo d'una storia di morte s'era chiuso intorno ad una cuna. Per riposare la sua fatica e per lasciare che un poco di silenzio addormentasse quei giorni di furore, aveva trascorse parecchie settimane in una recessa villeggiatura, con Novella, e con la famiglia di Novella che vigilava il loro piccolo bimbo.

Ormai nessuno di costoro, forse neanche Maria Dora serbava in apparenza il più piccolo dubbio su la possibilità che il giudice avesse prosciolto un colpevole, tanto è profonda nel cuore dei semplici la deferenza verso la cosa giudicata. Inoltre, con la nascita di quel bimbo, egli s'era impadronito quasi d'un diritto, ingiusto ma grande, al loro amore: fra poco sarebbe il tempo delle nuove nozze; il lontano morto non aveva lasciato superstiti, e la famiglia, ch'è un organismo incoscientemente avido di dominio, si rinserrava intorno a quell'intruso che la faceva continuare. Non era crudeltà nè indifferenza; questo accade ogni giorno e dappertutto, poichè il diritto dei morti non può prolungarsi oltre un certo limite nell'osservanza dei vivi.

Già tardo era l'autunno quando Andrea fece ritorno alla sua Clinica ed essi alla lor casa di campagna. Ma in capo di qualche tempo Novella, che non sapeva rimanergli lontana, lasciato il bimbo alle cure di sua madre, tornò ad abitare per l'ultima volta nella casa di Giorgio Fiesco.

Dalla maternità era uscita quasi più giovine, più vogliosa di vivere, nè ormai cercava di opporre alcun ritegno alla pienezza della sua felicità. Verso la primavera si sarebbero sposati, ed ora veramente, senza [pg!329] ombra di rimorso, vedeva la vita splendere davanti a sè come una striscia di sole.

Egli a sua volta provava un desiderio insaziabile di starle più strettamente vicino; di lei si stordiva, di lei si colmava il pensiero e le vene, sino ad averne bisogno come d'un farmaco soave nel quale s'addormentasse l'indefinibile suo tormento. Lontano da lei, la vita mutava colore.

Ella era tornata gioconda come una fanciulla ed il suo spirito si era liberato dal dramma con una facilità sorprendente. Non si ricordava quasi più d'essere madre; in lei traboccava il riso dell'amante felice; il suo corpo, le sue parole, i suoi gesti erano più voluttuosi che mai. Gli abiti neri che ancora la vestivano eran quasi un velo necessario alla soverchia sua impurità; sembrava che li portasse con una religione profana e tentante, come una suora che visibilmente abbia voglia d'amore sotto il cilicio della sua veste claustrale.

Era la sua prima, la sua vera giovinezza, quella che non aveva potuto fiorire negli anni del matrimonio doloroso.

Più tardi, coi primi segni della vecchiezza, ella diverrebbe veramente una madre; ma ora, finchè un tale rigoglio di sensualità le sbocciava per la bella persona, finchè sentiva così forte, fra vena e vena, lo spasimo della sua giovinezza, finchè, dietro il velo delle sue ciglia quasi d'oro, il mondo ancora le mandava luce come una prateria piena di sole... benchè vedova, benchè madre, benchè ravvolta in un dramma oscuro e temibile, non sapeva che tendere le sue braccia piene di colpa verso l'inebbriata esultanza dell'amore..

Egli era qualche volta buio; ma una sua carezza bastava per rasserenarlo. Ed in tal modo, la coscienza del potere che aveva sopra di lui le impediva perfino di vigilare con attenzione la crisi che andava logorando il cuore dell'amante. La sua propria gioia era così obliosa che nemmeno le concedeva di accorgersi del dolore; poichè gli uomini riescono difficilmente ad essere [pg!330] così attenti o così distratti come può essere una donna.

I giorni passavano, ad uno ad uno, come granelli di una lenta collana; quella casa di Giorgio Fiesco era divenuta troppo vasta per lei sola e, nell'abitarvi, ella provava un non so quale disagio, anzi una intollerabile malinconìa. Vi rimaneva solo in quelle ore che Andrea seguitava macchinalmente a dividere fra le cure della Clinica e dell'Università. In quella casa egli non metteva mai piede; ambedue, per un tacito consenso, usavano questo rispetto verso il morto.

Ma non appena s'avvicinasse l'ora verso la quale Andrea soleva rincasare, a mezzodì e nel pomeriggio, ecco, ella si calava su la faccia sorridente il velo di crespo e con un senso delizioso di peccato, cercando in mille guise di sottrarsi all'anonima indiscrezione della strada, rapidamente si faceva condurre alla sua casa.

Per lo più giungeva innanzi ch'egli tornasse: l'aspettava con il cuor trepidante, quasi non lo vedesse da mill'anni, e vigilava ogni rumore per sorprendere quello del suo passo noto.

Alle volte gl'impediva di uscire, o lo faceva tardare a bella posta, godendo con una specie di crudeltà infantile quei pochi momenti rubati a' suoi severi offici. Da quando ella era con lui, così intima nella sua vita, gli aveva insegnato ad amare i suoi piccoli capricci femminili, ai quali egli s'arrendeva sorridendo. La sera pranzavano insieme, ad una tavola imbandita con fiori, sopra una tovaglia leggiadra, con cibi delicati, ch'ella si occupava di scegliere. Nessuno svago avrebbe superato per loro la dolcezza di quel vivere intimo, e la sua maschia ruvidità si lasciava ravvolgere con inerzia da quella soave atmosfera femminile.

Ora l'appartamento era pieno di cose ch'ella vi portava: specchi, abiti, biancherie, fiori a profusione, oggetti graziosi e inutili, ch'ella raccoglieva intorno a sè come un adornamento inseparabile. Tutte queste cose infatti cominciavano con divenire anche a lui quasi necessarie, [pg!331] cominciavano con occupare un posto notevole nella sua vita severa.

Ogni notte stavano insieme fin tardi, alle volte fino al mattino; ed egli amava di ritrovare le sue vestaglie appese nello spogliatoio, le sue pianelle su lo scendiletto; amava di veder luccicare sui pavimenti qualche forcella caduta e di trovare sui lavabi di marmo, su le specchiere, su le pettiniere, tanti vasetti e bossoletti e ferri e lime e piumini per la cipra e pettini e profumerie: tutta insomma quella minuscola confusione luccicante che serve per l'ornamento della bellezza femminile.

A poco a poco egli s'accorgeva d'aver preso tanto amore a queste inezie, che il privarsene ormai gli sarebbe stato veramente impossibile; senza di lei, senza la profusione per ogni stanza di cose che le appartenessero, gli sarebbe divenuta odiosa e tetra la casa dove abitava da tanti anni; senza quel profumo di lei che ondeggiava nell'aria, che s'attorcigliava come una sciarpa intorno ad ogni cosa, gli sarebbe sembrato che al suo respiro mancasse la parte più benefica e più sostanziale.

Aveva presa l'abitudine di trovarla dietro l'uscio entrando, e di sentirsi all'improvviso cingere dalle sue braccia; aveva imparato a conoscere il rumore ch'ella faceva, camminando, con la sua liscia gonnella nera, co' suoi tacchi sottili che battevano sui pavimenti lucidi; quel rumore, egli lo ascoltava talvolta anche quando ella non v'era, e si sarebbe sentito infelice come il più misero uomo se gli avessero detto per avventura che non l'udrebbe mai più.

Non era più soltanto amore, ma un affanno crescente, un bisogno inguaribile della sua presenza, una specie di malattia sottile, che gli entrava nel sangue, s'immischiava nel dolore, nel piacere delle sue vene.

Talvolta uscivano insieme, la sera, nascosti nell'automobile chiusa, e correvano per lunghi tratti nel silenzio della campagna circostante. Faceva un inverno dolce, con qualche notte stellata; l'ombre della strada, [pg!332] assalire dal fascio dei riflettori, si rompevano come impalcature di tenebra che rovinassero con uno schianto. Il rumore del congegno parlava come una voce umana. Pigra, ella si coricava nelle sue braccia, lasciandosi urtare da tutte le scosse, con una inerzia che accresceva il suo peso caldo e profumato. Era senza cappello, spettinata; ogni tanto sollevava la faccia per farsi baciare su la bocca.

Ella, nell'ombra, non vedeva i suoi occhi accesi e fissi, non poteva nemmeno sospettare quanta furia di pensiero si agitasse dietro la sua fronte pallida.

La strada camminava rapidamente, come un fiume in piena fra la tenebra delle due rive.

Al ritorno, la città riappariva, dapprima obliqua, sollevata su la pianura circostante; poi man mano si delineava più ferma sotto una cupola di fumo rossastro, e cominciava lontanamente a tremolar di lumi, come un accampamento immenso, dove le sentinelle camminassero, avanti, indietro, in ogni verso, con lanterne cieche.

Irrompevan sui bianchi selciati con un fragore di velocità ripercosso dai muri delle case: ella frettolosamente si rimetteva il cappello, avvolgendosi nel velo di crespo.

Così vissero alcuni mesi. Già stava per sopraggiungere la primavera anniversaria; le brine del mattino si tingevano di rosei colori.

Un giorno egli pensò: — «Sono stanco.»

Di cosa, non sapeva. — Era stanco. Gli era passata su l'anima una immensa e logorante fatica. Si accorse di un mutamento essenziale che gli aveva compenetrato e scompigliato lo spirito, senza ch'egli nemmeno se ne fosse avveduto.

Era stanco, in un modo profondo, e forse dell'intera sua vita; stanco della strada per la quale aveva camminato fino allora, — e, non sapeva il perchè, ma stanco insieme del suo proprio cervello.

Da lungo tempo non era entrato più nel suo laboratorio; anzi; per non dover rispondere ad interrogazioni, [pg!333] aveva licenziato da sè, occupandolo nella farmacia della Clinica, il giovane batteriologo che da parecchi anni lo assisteva in ogni esperienza. Nel pensare alle sue ricerche interrotte provava un senso di tedio: nè gli esperimenti nè i libri di scienza lo interessavano più. D'un tratto, era caduta giù da' suoi occhi una specie di maschera spirituale; gli pareva di riconoscere in sè altr'uomo; la stanchezza totale del suo spirito gli impediva di giudicarsi.

Ma, senza dubbio, anche l'amore indefesso che aveva portato alla guarigione, alla salvezza dell'uomo, era in lui diminuito singolarmente: la missione d'una volta ora gli appariva tutt'al più come un mestiere necessario e vile.

Continuava macchinalmente a guidare l'Istituto Clinico, ad essere il capitano d'una falange di salvatori, a chinarsi giorno per giorno su gli enigmi continui della malattia e della morte; ma gli pareva nello stesso tempo che una voce in lui nascosta lo beffasse continuamente, come da sè medesimo si beffa un uomo il quale sappia di star compiendo alcunchè d'inutile.

Andava molto spesso, con una curiosità quasi da neofita, a guardare i morti. E poichè questa era la fine inevitabile d'ogni creatura, gli pareva cosa veramente trascurabile che «gli altri» avessero a morire qualche giorno prima, qualche giorno dopo...

«Gli altri...» — ecco quello ch'era divenuto assolutamente estraneo al suo mondo; non capiva più come si potesse spendere la vita per «gli altri». Il senso egoistico della sua persona s'aumentava in lui grandemente, ma senza più comunicargli alcuna volontà di elevazione; la sua febbre di conoscenza e d'indagine si rappacificava ogni giorno più nella inerte pigrizia del non pensare, in quel senso d'impossibilità e di rinunzia che fluttua su lo spirito dell'uomo, quand'è passato, con il cuore esausto, al di là da un immenso dolore.

Quasi che un tarlo invisibile fosse entrato a corrodere l'architrave del suo pensiero metafisico, gli parve [pg!334] di comprendere che tutto l'edificio, d'un tratto, con le sue colonne ciclópiche, i suoi fastigi avvampanti, stesse per minacciar rovina; ed egli era incapace di ritrovar la via tortuosa di quel tarlo struggente, incapace di costrurre un arco più solido sotto quello ch'era in pericolo di sprofondare.

Ancora una volta, nella storia dei sogni umani, l'uomo temerario ch'era salito in cima alla montagna del mondo si sentiva riafferrare da una mano invisibile, trascinare in giù, per il pendìo tenebroso, verso la sua catena ed il suo covo. Il ponte gettato su l'infinito peccava come sempre d'un millesimo nel calcolo della sua curva, e ciò bastava perchè il peso microscopico d'uno uomo pericolasse di farlo rovinare.

Andrea Ferento aveva cantato il «Dio che muore con l'uomo», aveva creduto nella passante Inutilità della vita; come tutti i sognatori, come tutti gli apostoli, aveva rifiutato di piegare la sua dura fronte sotto il peso delle inevitabili obbedienze umane.

Un giorno, a mezzo del cammino, gli era stato necessario di sopprimere, di chiamare a sé, per anticiparle un dono, «la pallida alleata, Morte»; — e, sicuro d'averne il diritto, reso incolpevole dalla sua temerità, uomo contro uomo, vita contro vita, sereno, implacabile, aveva ucciso.

Ecco: a biasimarlo, in lui non s'era levata la voce oscura d'un Dio; a incatenare il suo polso libero non era bastata la forza vindice dei poteri sociali; sopra il suo delitto travolto la vita rifluiva, come sopra la diga sommersa il fiume barbaro.

E tuttavia, da quel giorno, qualcosa d'inafferrabile era entrato a disordinare la sua mente; la terra da quel giorno brulicava davanti agli occhi suoi d'infinite agonìe; sopra tutte le speculazioni del pensiero appariva, scaturiva chiaramente una verità essenziale, non facile ad esprimersi con parole, per quanto essa brilli e traspaia da ogni cosa viva: — e cioè, nell'immanenza perpetua dell'anima universale», insoffocábile divinità [pg!335] che tutto compénetra il senso della vita e della morte.

Obbiettivamente poi, quel suo coraggioso atto di libertà aveva prodotto un bene anzichè un male; aveva lasciato vivere due creature giovini e fertili, rendendo appena più celere una insanabile agonìa. Egli era medico: non credeva quindi nel miracolo; quell'agonìa poteva essere tenace, diuturna forse, ma era infallibilmente un'agonìa. Il medico dunque aveva solo armato il suo polso di quel virile coraggio, che in talune circostanze verrà forse comandato ai medici di domani.

Davanti al suo cervello, egli non aveva peccato se non contro quella «volontà negativa» insita nella materia e che pareva esserne la qualità divina. Ma il piccolo tarlo era in ciò: ch'egli aveva lesa una legge fondamentale, s'era impadronito della morte, s'era fatto complice di quell'avversaria che l'uomo deve odiare. Per lui, medico, per lui, apostolo della vita, quest'alleanza era tradimento. Ed ormai gli era impossibile non sentirlo, anche sopprimendo il cuore, con il solo cervello.

Aveva in verità vôlte le spalle sul campo di battaglia, disertato dalla sua bandiera.

Se veramente, com'egli aveva concluso, la vita era un fatto aleatorio ed inutile, si doveva poterla sopprimere senza udire nell'eco interiore dell'essere quel grido universale che si eleva dalla materia lesa, contro l'atto che uccide.

Ma se all'uomo più forte non era lecito far sì che questo grido tacesse, c'era forse mai nell'Inconoscibile una potenza che non poteva in alcun modo accedere al pensiero dell'uomo, che certo non era Dio, ma non era neanche l'Inutilità?...

E il tarlo camminava, camminava, tra le screpolature del castello ciclópico, senza dargli pace.

Fra tutte le colpe dell'uomo gli pareva che il tradimento fosse la più spregevole, poichè anche il delitto può esser bello, se richiede un grande coraggio. [pg!336] Ma il tradimento non ne richiede alcuno; ed egli appunto sentiva di tradire, nel chinarsi ancora, con una pietà ormai simulata, sul letto degli infermi, nel vestirsi da benefattore, da salvatore,egli che aveva ucciso.

Gli altri medici della sua clinica forse ne sapevano meno di lui, ma erano più degni; que' chirurghi dalle braccia nude, sporche di sangue, ferivano anch'essi, ma ferivano per salvare; que' medici attenti, che negli alti armadi sceglievano e mescevano con saggezza le dosi dei veleni, troppo spesso lo inducevano a rammentarsi di quella composizione chimica perfida e sottile che gli era servita per propinare a dosi lente una introvabile morte. L'aspetto medesimo di quel sereno edificio, dove la sofferenza era santificata come nelle chiese la preghiera, non gli riusciva più familiare come una volta, e spesso provava la sensazione d'esservi pressochè in esilio. Nel traversarne ogni mattina le diritte corsìe non aveva più accanto la limpida figura di Egidio Rosales, e questo, questo sopra tutto, gli stringeva il cuore come nella forza d'una mano crudele.

Ogni tanto volgeva indietro gli occhi, e per abitudine credeva di rivederlo. Alto, biondo, con il càmice che gli scendeva sino alle caviglie, una profonda cicatrice, pur visibile tra la barba, gli feriva il principio del collo sotto la mandibola sinistra; teneva un libro aperto su l'avambraccio e scriveva rapidamente, con una penna stilografica, facendo stridere la carta...

Ora non più. Il Rosales era lontano, vestito di un'altra stoffa più ruvida, la tela del reclusorio, e chissà mai, forse in quel momento risognava con i suoi occhi allucinati la corsìa luminosa dell'ospedale per dove il suo maestro passava...

Salvarlo interamente non gli era stato possibile; aveva ottenuto che una perizia lo dichiarasse irresponsabile. In luogo dell'ergastolo fu condannato al manicomio criminale, nè mai passava giorno senza che il [pg!337] Ferento tentasse qualcosa per abbreviargli o per lenirgli la pena.

Fra i moribondi, fra i malati, fra i convalescenti, egli provava sempre più un senso d'esilio; veder morire gli pareva ormai una cosa snervante e laida; guarire, un fatto accidentale, che altri potevan operare meglio di lui. La sua Clinica non gli pareva più un limpido e sereno tempio elevato al dolore dell'uomo, bensì una triste casa, ove tutte le putredini della carne eran manifeste, i gemiti confusi, la morte accumulata.

Sentiva talvolta il bisogno subitaneo di uscirne, verso l'aria libera, o di cercare nelle braccia dell'amante il rifugio e l'oblìo.

Non lo avevano condannato le leggi: si condannava da sè, in silenzio, da vero giudice di sè stesso, con la condanna più alta e più crudele che mai si potesse infliggere, ossia rifiutando a sè medesimo di vincere ancora.

Non il suo delitto, ma il tradimento gli era di peso; in ogni attimo aveva la tentazione di provocare i suoi nemici, affermando loro la verità. Libero e solo, forse lo avrebbe fatto; ma due creature complici della sua colpa gli comandavano il silenzio: — e tacque.

La sua lotta fu lunga, e dibattuta nel modo più crudele; ma un giorno subitamente si risolse. Con una lettera concisa e ferma rassegnò al Ministero le dimissioni dalla sua cattedra universitaria; nello stesso tempo, radunata in una sala dell'Istituto l'assemblea dei medici, con brevi parole comunicò loro di aver donata la sua Clinica al Comune e di trapassarne in quel giorno stesso la direzione al suo collega più anziano, l'illustre professor Damiato.

Questi era presente al convegno ed era per l'appunto quegli cui dava insopportabile ombra la gloria di Andrea Ferento. Nel suo geloso cuore d'uomo, aveva intimamente sperato che l'accusa lo rovesciasse.

Fra quei medici che, da molti anni, con il potere della sua grande anima, nell'alta solitudine della sua [pg!338] virile gioventù, limpido e libero, Andrea Ferento capitanava, la sorpresa ed il cordoglio per quella notizia furon estremi. In un silenzio pieno di perplessità la voce tranquilla del Ferento parlava: era in piedi fra loro, a qualche passo dal semicerchio silenzioso che gli formavano intorno. Parlava ritto su l'alta persona, ravvolto in una specie di assiderata e brillante solitudine, come quando era dinanzi al feretro del suo fratello che ponevano in sepoltura. Nella sua faccia non un muscolo trasaliva; ne' suoi fermi occhi non brillava che una decisa tranquillità. Tra quel silenzio, la sua voce scandiva le parole vibratamente, quasi volesse inciderle a duri colpi nella memoria dei compagni e dei discepoli. Ogni tratto, al termine delle frasi, rovesciava un poco all'indietro la fronte pallida, con una mossa che faceva tutta rilucere la sua bella capigliatura.

Essi lo guardavan muti, protesi verso di lui, senza osare interromperlo.

— «Sì, miei amici; voi continuerete, buoni e valorosi come foste finora, la strada che vi ho tracciata. Per me, oggi, non ho bisogno che di riposo. Anzi, questa non è la parola: ho bisogno di pace.»

Abbassò gli occhi d'improvviso luccicanti, e tacque, mentre le sue parole vibravano ancora nell'alto silenzio della sala. Poi tese la mano verso loro, con un gesto di commiato, come per salutarli tutti, e risoluto si volse. Ma d'un tratto, con un disordine di clamori e di proteste, il semicerchio si chiuse, l'assemblea sollevata in un concorde impeto si strinse commossa e fedele intorno all'uomo che l'abbandonava.

Egli non aveva detta parola intorno al suo dramma, eppure tutti supponevano di comprendere la verità: «non era nè malato nè stanco; ma il suo rifiuto era sdegno; sdegno e tristezza per l'orribile assalto. Messo alla gogna davanti al paese intero, ferito volgarmente ne' suoi amori più nascosti, costretto a scendere nella piazza, s'era difeso come doveva; — ma ora il cuore non gli reggeva più, l'angoscia lo soverchiava, con tal delusione da fargli preferire ad ogni cosa l'esilio...»

[pg!339] Ed allora quel gruppo d'uomini, che nonostante le piccole gelosie, nonostante le asprezze talvolta eccessive del suo carattere, lo avevano pur veduto per tanti anni, con un amore indefesso, con una bellezza di mente e di spirito non eguale ad alcuna, limpido, buono, instancabile, governare quella casa benefica, essere veramente il genio della sofferenza e dell'agonìa, dare tutto sè stesso a quel mondo che poi l'aveva oltraggiato... e in verità, — poichè tutti, ad un momento dato, sopra l'invidia e l'ira sentono il potere dell'uomo più forte — in verità essere stato il lor maestro, il lor compagno, il lor fratello di pazienza e di fatica, — tutti, e perfino lo stesso rivale, ch'egli debellava con quell'atto di generosità, tutti, come obbedendo all'impulso di un solo cuore, gli si fecero intorno, tumultuosi, e con atti e con parole rifiutavano ch'egli si partisse da loro.

Sembrava che almeno per una volta, quel che c'è di buono, di leale nel cuore dell'uomo venisse al fiore delle fisionomie, su l'orlo delle bocche, all'ápice quasi delle mani che cercavano di fargli una fedele violenza, e pareva che, pur non osando per il grande rispetto alludere al suo dramma, ognuno volesse dirgli tuttavia:

— «Che importa? che importa? Non è laggiù la vostra casa, ma qui, fra noi, dove siete in mezzo ad una famiglia numerosa, che ben vi conosce. La forza che vi difende siamo noi. Vi abbiamo già difeso... lo sapete! — vi difenderemo ancora. No, no! è impossibile quello che voi ci annunziate!... A chi ubbidiremmo noi dunque il giorno che non ci foste più?»

Egli ascoltò a fronte china quel tumulto di parole, abbandonò le sue mani a coloro che parlando le stringevano — ma, invece di rispondere, guardava interiormente in sè stesso, provava più che mai la tentazione di sopraffare quel tumulto con un grido, e rispondere: «Ma non sapete, non sapete, o pazzi, che l'ho veramente ucciso? Io, che mi chiamo Andrea Ferento, con le mie proprie mani, l'ho veramente ucciso!»

La tentazione era così forte che già gli pareva d'aver [pg!340] gridato, nel suo silenzio interiore; e levò gli occhi smarritamente.

No! non bisognava decretargli quella specie di trionfo, innalzarlo ancor più, credere ancor più nella sua menzogna!... Li aveva traditi! traditi! e non poteva nemmeno pretendere alla bellezza di accusarsi, all'orgoglio di ricingersi d'una ben altra impunità!...

Fra gli uomini v'era chi lo incolpava e chi lo credeva innocente; non v'era tuttavia nessuno al quale potesse dire: — «Sì, ho ucciso», — ed affermarlo tranquillamente, come si dice: — «Ho fatto il mio dovere».

Ma in quell'ora, tra i suoi compagni che salutava per l'ultima volta, egli provava di questo coraggio la tentazione più insensata; e fu soltanto il pensiero di colei che amava, il pensiero che in lui sopraffaceva tutte le immagini della vita, quello che gli comandò: — Taci!... — che più volte gli comandò: — Taci!... — ed offrendole un ultimo dono, poichè l'amava, poichè l'amava... obbedì.

Li guardò in faccia ad uno ad uno, poi tutti, come per imprimersi bene dietro la fronte il calco delle loro sembianze, come per costringerli ad ammutolire sotto l'ultimo imperio della sua volontà, — e disse duramente, retrocedendo:

— No! mai!


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