ITancredo Salvi arrivò il giorno appresso in villa, non appena gli ebbero telegrafato ch'era morto il suo fratellastro. Giunse in tempo esattamente per i funerali, ma sopra tutto per aver notizia del testamento: il che gli stava molto a cuore.Dalla prima giovinezza, dal tempo lontano in cui Giorgio Fiesco era partito dalla casa del patrigno in cerca di fortuna per il mondo, non s'erano quasi mai riveduti, nè alcuna fratellanza era tra loro, bensì per costumi e per indole una invincibile avversione. Venuta a morte la madre comune, Tancredo aveva brigato in mille guise per contendere a Giorgio la meschina eredità, e dopo aver dato fondo a quel denaro, d'ogni espediente viveva tranne che del suo proprio lavoro. Lo si era veduto alla Borsa e nei mercati, farsi mezzadro d'affari equivoci o pericolosi; lo si vedeva nelle bische, nelle bottiglierie, su gl'ippodromi, un po' male in arnese, ma tuttavia giocondo.Più tardi s'era messo in un certo giornalismo di pettegolezzi e di raggiri, che sfioravano il ricatto; aveva inoltre aperta un'agenzia d'informazioni secrete, una di quelle tante che pullulano per i sinistri vicoli delle grandi città.Non ancor quarantenne, alto, forte, un po' calvo, con la faccia quadrata e sbarbata, il colorito plumbeo, gli occhi profondi, una fronte malvagia, la tempia destra fiaccata come da un pugno dato in una creta molle, quest'uomo esprimeva nella sua rozzezza un non so che d'intelligente e di maestoso, un non so che d'amaro e di buffo, che prima insospettiva la gente, poi talvolta faceva sorridere chi avesse a trattare con lui.Giuntagli ora la notizia della morte di Giorgio Fiesco, Tancredo non aveva indugiato in lunghi dubbi, e cacciate alla rinfusa le sue poche robe in una sacca [pg!172] sfiancata, empitosi di mezzi toscani il portasigari sdruscito, contate nel voluminoso portafogli le poche centinaia di lire ch'erano pressochè tutto il suo bene, aveva chiamato con robusta voce la serva-consorte che gli faceva da massaia, e le aveva dato l'ordine di far scendere la sua borsa in portineria.Nel treno che lo portava dolcemente, per una sera ventilata, traverso le campagne fragranti, egli cominciò a sentirsi ravvolgere da un senso di vera beatitudine, quasi avesse l'intima coscienza di volare leggermente incontro alla fortuna.Pensava: — «Se mi capitasse di azzeccarne una finalmente! — Centomila lire!... Cosa sono centomila lire per il mio povero fratello? Dopo tutto siamo nati dallo stesso grembo! Lo so: c'è la moglie; ma non hanno figli. Centomila. Poi sono curioso anche di conoscere l'amico intimo, il gran professore... Centomila.»E questa parola numerosa, interminabile, con uno strascico di zeri tondi e roteanti che parevano intessere nell'infinito la chioma d'una straordinaria cometa, gli turbinava intorno, moltiplicandosi nel cielo, finchè lontano si disperdeva in una striscia ondeggiante, o forse nel pennacchio di fumo che la vaporiera si lasciava dietro camminando.Adesso il treno correva diritto per la rasa campagna, disegnando nella seguace ombra il traforo bianco dei finestrini. Veniva dalle pingui zolle un odor fertile di semenza matura; su l'estremo válico dell'orizzonte il disco paonazzo del sole affondava come un rotondo vomero nella terra lampeggiante.Allora Tancredo fece un sogno, che non era del tutto un sogno e che appunto lo seduceva per la sua possibilità.Un notaio, alto, allampanato, con gli occhiali a stanghetta, una voluminosa cravatta nera, leggeva il testamento del morto in una grande stanza dove c'erano molte persone attente. Lui, Tedo, se ne stava [pg!173] in un angolo, dietro tutti, ma seduto in una poltrona molto comoda, e guardava in alto, verso il lampadario, distrattamente... «Lascio mia moglie erede universale de' miei beni, con un legato di L. 100.000 ( — dico centomila — ) a Tancredo Salvi, mio fratello di madre, e...»Tutte quelle persone attente si voltavano a guardare lui, ch'era tuttavia distratto, ma non poteva trattenere un certo risolino involontario che gl'increspava gli angoli della bocca. E il notaio seguitava a leggere con la sua voce fastidiosa come il ronzìo d'una vespa:«Legato A... — legato B... — legato C...»La vedova se ne stava seduta poco lontano da lui, pallida, nelle recenti gramaglie, e co' suoi grandi occhi pieni di torbide ombre insidiosamente lo guardava.«Scritto di mio pugno, da me testatore, in piena coscienza di...»Era il notaio che finiva di leggere il testamento, con la sua voce nasale ma ronzante; poi si nettava gli occhiali a stanghetta dentro un enorme fazzoletto blu...Subitamente il quadro di quella grande stanza piena di persone attente si cancellò dal suo cervello; ma vide bensì la vedova, di sera, che saliva le scale con un candeliere in mano, forse per non trovar pace nella coltre insonne ove si contorcerebbe la sua profumata e vedovile solitudine.... . . . . . .Alla stazione, quando giunse, nessuno l'attendeva. Chiamò l'unico vetturino che già stava per volgere il suo cavallo, e di galoppo traversarono il borgo addormentato. A quell'ora le case degli artigiani eran buie: solo mandavan lume un paio di taverne, la bottega del farmacista, l'invetriata del caffè. Quando giunse a villa Fiesco, il cancello era chiuso ed il vetturino cominciò a schioccar di frusta. Uscì fuori dalla casa rustica la piccola Natalissa, e con la sua vocina di capinera da lontano gridò:[pg!174] — Vengo sùbito.Nell'alta casa una finestra s'aperse; confuse ombre vi si affacciarono, e s'udì sopra gli alberi del giardino la voce di Maria Dora che domandava:— Chi è venuto, Natalissa?— Un forestiero, — gridò la bimba. E da brava donnina già grande prese la sacca dell'ospite, lo accompagnò per il viale fino alla scalinata.Maria Dora, Stefano, la Berta stavano sul limitare, in attesa. Nessuno fra loro conosceva Tancredo, se non di fama, e vedendo quello sconosciuto avanzarsi tranquillo dietro la bimba del giardiniere, a tutta prima non seppero immaginare chi fosse.Egli pensava tra sè: — «Questo è il momento grave. Occorre una certa presenza di spirito...»Giunto a mezzo della scalinata, si levò il cappello e disse, fermandosi:— Io sono Tancredo Salvi.Maria Dora, senza rispondere, scappò dentro a dare la notizia. Papà Stefano alquanto impacciato, gli rispose:— Non eravamo preparati alla sua visita, signor Salvi.Tancredo salì con disinvoltura gli ultimi gradini.— Mi scusino; arrivo in questo momento; non feci che balzare nel primo treno; sono ancora sotto il colpo dell'orribile notizia... vengo per rivedere il mio povero fratello. Grazie, grazie, d'avermi avvertito!...E metteva nella sua voce robusta una specie di affannosa riconoscenza, mentre col palmo della mano faceva l'atto di rasciugarsi una lacrima. Stefano non sapeva che dire; se ne stava irresoluto, squadrandolo.— Allora lei desidera pernottare qui? — mormorò infine, accennando alla sacca da viaggio che Natalissa aveva posata sopra una seggiola.— A meno che non rechi troppo disturbo... — disse Tancredo con umiltà. — Volevo scendere all'albergo, ma non conosco il luogo, e, sopra tutto, il desiderio [pg!175] di veder súbito il mio povero fratello m'ha spinto a venir qui.— Mi perdoni un momento, — fece Stefano; ed entrò nella casa. Mentre stava per salire, incontrò Maria Dora con il Ferento che scendevano.In quel mentre apparve Marcuccio sul limitare della sala.— Chi arriva? Ospiti? Ma che c'è? Forse un ballo?Nessuno gli rispose. Stefano tornò su la veranda e disse alla Berta ch'eravi rimasta:— Va sopra in fretta e prepara una camera al secondo piano, l'ultima. — Poi disse a Tancredo: — Entri pure.Egli avanzò con circospezione, guardandosi attorno, quasi temesse d'andar incontro ad un agguato. Vide il Ferento, Maria Dora, Marcuccio, e, non sapendo che fare, fece un inchino. Il Ferento lo squadrò da capo a piedi, con uno de' suoi sguardi rapidi che investivano come un urto; il Salvi sogguardò lui con una delle sue occhiate oblique, che accerchiavano come un laccio.— Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? — disse il Ferento. — E desidera vederlo?— Appunto.— Venga: la condurrò.Bisognava traversar la sala e Marcuccio stava su l'uscio, attento. Si trasse da parte per lasciar passare il Ferento, ma súbito si rimise traverso la soglia, in guisa da sbarrarne l'adito. Allora Tancredo, per non urtarlo, si fermò di botto, guardando in faccia quasi con timore quel lungo giovinotto sbilenco, dai capelli corti, vestito con panni che gli cascavan di dosso, il quale invece, nel fissarlo, rideva. Tancredo non poteva comprendere perchè mai quel personaggio gl'impedisse di passare. E lo scemo ad insistere:— Chi sei? Dove vai? C'è un ballo forse?Andrea tornò indietro, e preso lo scemo per un braccio lo costrinse a togliersi di mezzo. Poi disse:[pg!176] — Marcuccio, sono le dieci: va a dormire.Costui tirò fuori un grosso orologio d'argento e si mise ad ascoltarlo, poi ad osservarlo, contando le ore su le dita. Non gli tornava il conto.— Eh!... — gridò appresso al Ferento, — non sono le dieci!... una di più! C'è un ballo forse?Allora Tancredo, nel salir le scale, si risovvenne che Giorgio Fiesco aveva un cognato scemo.«E adesso mi tocca pure di vedere un morto... — pensò. — Non è piacevole. Con questa fame da lupo!»Giunti sul pianerottolo, Andrea lo avvertì:— È già nella cassa perchè si decomponeva, ma la cassa non è chiusa e lo potrà vedere.Tancredo avrebbe voluto rispondere a quel celebre scienziato in maniera degna della propria eloquenza, ma non trovava parole adatte, perchè l'idea di entrare così precipitosamente nella camera d'un morto gli scompigliava tutte le facoltà.Il corridoio era buio; da una porta nel fondo si diffondeva una striscia di luce.«Dev'essere là il morto... — pensava. — Purchè non mi lascino solo davanti alla bara...»— Venga, venga, — disse il Ferento, fermo su la soglia della camera funeraria.Tancredo si avanzò. Vide per prima cosa un letto vuoto, senza federe nè lenzuoli, con un pannolano sopra la coltre, da capo a fondo cosparso di fiori; poi vide una vecchia in una poltrona, che pregava, ed era mamma Francesca; indi una contadina, un contadino, ed un ragazzone di vent'anni, un bifolco nero come il carbone, seduti lato a lato, contro il muro, e che pregavano anch'essi. Da ultimo vide, nel mezzo della stanza, posata per terra fra quattro candelieri gocciolanti, la bara, coperta da un lenzuolo. Il coperchio stava poggiato verticalmente contro il cassone del letto.Intorno alla bara il pavimento era cosparso di fiori; egli cercò di non camminarvi sopra. Intorno alle quattro torciere si ravvolgevan spirale da ramoscelli fioriti; [pg!177] le fiamme piegate dal vento si allungavan come lingue vibrátili; ogni tanto se ne staccava una specie di vampa nera, che pareva guizzar via nell'ombra, di qua, di là, velocissima.«Ora, che faccio?»Di levare il lenzuolo da sè, proprio con le sue mani, Tancredo non aveva cuore; si chinò sopra il catafalco, restando immobile, come se recitasse una preghiera. Il lenzuolo era teso; non lasciava trasparire affatto il rilievo del cadavere.«È lì sotto e non lo vedo... povero Giorgio! Era tuttavia un buon uomo; quasi quasi potrei davvero piangere... Sebbene si fosse press'a poco estranei, certe cose la natura le comanda. Siamo figli della stessa madre: questo conta, per bacco! Poi, che male mi ha fatto? Qualche soldo me l'ha sempre dato, anche molti, per dire la verità... Era un brav'uomo. Certo non sentiva troppo i legami della fratellanza, ma questo è un difetto che gli si può anche perdonare, adesso ch'è morto. Io stesso, per dire la verità, non sono proprio uno stinco di santo... Su, vediamolo, poveraccio!»Ed allungava la mano per sollevare il lenzuolo; ma la mano titubante gli si fermava a mezza strada.«Diavolo!... E dire che non avrei paura di quattro malandrini!»Si fece animo e si chinò. Quell'odore di cadavere e di naftalina lo stomacava, serrandogli la gola. Tuttavia prese un lembo del lenzuolo e cominciò a sollevarlo.Allora si avvicinò la contadina, e inginocchiatasi all'altro lato della bara:— Volete vederlo, signore? — domandò. — Peccato che ora si guasta.E piano piano sollevò il lenzuolo, come dal viso d'un bimbo che non si voglia destare.Tancredo per poco non dette un urlo, tanto al vedersi quella faccia era spaventosa. Livida egli la vide, [pg!178] ma di una lividezza quasi nera, con l'orecchie, i due zigomi, le mandibole chiazzate di macchie vinose, gli occhi tumefatti, che parevan marci, la bocca enfiata, guasta, non chiusa, che lasciava colare dagli angoli, tra i peli della barba, un umore viscido e luccicante, il quale serpeggiava dentro il collo come una tortuosa lumacatura. Aveva intriso il colletto e disamidava lo sparato convesso, nel quale brillava la capocchia d'un bottone d'oro, simile ad un chiodo mal confitto, che rattenesse a fatica lo sforzo del torace gonfio. Pareva che l'abito nero lo infagottasse per una farsa macabra, per un ultimo ballo sotterraneo, dove comincerebbero i vermi a strisciare nella sua carne spenta, a propagarsi, a dondolarsi piano piano, su la musica d'un valzer lento...Ma la contadina lo tastava senza orrore, con le sue brune aride mani che lo avevano rivestito da capo a fondo; poi lo ricoverse con il lenzuolo, mentre si udiva la preghiera dei due uomini salir di tono, quasi per vincere il sonno che li schiacciava, in quel silenzio soffice come il feltro, nella greve lentezza della notte che passava. Entrò allora un prete, che sedette vicino a mamma Francesca, parlandole piano, ma continuamente.Tancredo retrocesse contro il muro e strisciò fin presso la soglia. Pensava: — «Povero Giorgio!... Non ho mai veduto nulla di più spaventoso che la sua faccia! Come lo può toccare quella donna?»E si mise a guardarla con ammirazione. Ella era tornata su la seggiola, stava immota, con gli occhi fissi, le mani congiunte nel grembo. Il giovane bifolco, cedendo al sonno, di tanto in tanto le piegava il capo su la spalla, ed ella con un urto lo faceva sobbalzare. Il Ferento era scomparso; Tancredo non sapeva che fare; cominciò a spaventarsi di dover passare in quella camera l'intera notte. Quel cadavere gli aveva dato un tal brivido, che ancora ne provava su l'epidermide una sensazione di gelo, e guardava le fiammelle de' cerei sventolar nell'aria come bandieruole che si sfioccassero. [pg!179] Cominciò a scorgere nel vano della finestra un gran disegno di alberi, che ogni tanto si piegavano rumoreggiando, come larghe ondate.«Ma cos'è questo? Un paese di morti? Non si ode la voce d'un cristiano. Diavolo!... Quasi quasi era meglio che non venissi.»Il prete ogni tanto si cavava di tasca la tabacchiera, e di nascosto ne prendeva un pizzico, tirando su.«Porco!» — disse fra sè Tancredo, che non amava i preti.Maria Dora venne su l'uscio in punta di piedi, senza badare a lui.— Don Domenico, vuol prendere una tazza di caffè?Il calmo prete sorrise alla fanciulla, e con un cenno le rispose di sì. Aveva un bel faccione, allegro lucido sostanzioso come un piatto ben condito; era lì per fare il suo mestiere, per vegliare un morto, come in altre occasioni gli toccava battezzare, maritare, assolvere, ossia far credere all'uomo in qualche modo che la vita sia davvero una cosa santa.— E tu mamma, vuoi nulla? — domandò Maria Dora, carezzandole il capo.— Nulla: ripósati un poco. Dora.La fanciulla tirò il prete per la sottana, si mise a parlargli piano, ed uscirono. Tancredo li seguì.La vista di una bella tavola sparsa di chicchere, con una grande caffettiera fumante, una grossa torta inzuccherata, gli allargò il cuore. Ma si tenne in disparte, perchè nella sala v'era molta gente ch'egli non conosceva. Solo ravvisò lo scemo, e gli sorrise come ad un amico. Finalmente Stefano ebbe la compiacenza di dirgli:— Se vuol prendere un caffè, s'accomodi, signor Salvi.Poi, ad uno ad uno gli ospiti se ne andarono, e per ultimo anche il prete si levò, dopo avergli offerta una presa di tabacco. Stava per alzarsi egli pure, quando lo scemo gli comparve dinanzi:[pg!180] — Come ti chiami tu? — fece di punto in bianco, squadrandolo con una severità inquisitoria.«Càspita! che faccenda è questa? — pensava Tancredo; — il mentecatto mi dà del tu?» Rispose:— Mi chiamo Tancredo Salvi, per servirla. E lei?— Io sono il professor Marcuccio Landi: celebre. Non lo sai?«Càpperi!»— Cosa dici?«Ma guarda! ora mi lascian solo col matto!... Non vorrei che per caso gli saltasse la mattana!»Poi soggiunse, con un inchino:— Tanto piacere di conoscerla, signor professore!...Entrò la Berta per sparecchiare la tavola. Súbito lo scemo le si fece intorno e cominciò a darle noia. La ragazza, posato il vassoio, fuggiva intorno alla tavola rotonda; e lo scemo a saltellarle dietro, co' suoi lunghi passi barcollanti.— Ma, dica, professore... cosa fa? — esclamò Tancredo. Marcuccio ristette, e puntando l'indice contro la ragazza:— Costei mi ama, — disse,— Davvero? Ha buon gusto!La Berta si mise a ridere e scappò via. Da quel sorriso Tancredo arguì che una corrente di simpatia fosse nata fra loro. Lo scemo cominciò a dondolarsi, e di nuovo a considerare l'estraneo con attenta curiosità.— Cosa vieni a fare in casa nostra?— Io?... Sono venuto per vedere mio fratello.— Tuo fratello? Ah!... ah!... — E rideva tenendosi le due mani sul ventre. — Ma chi è tuo fratello?— Mio fratello Giorgio, che è morto... quello che è morto... — spiegava Tedo con indulgenza. Ma lo scemo si rannuvolò, dubitando forse che il forestiero si gabbasse di lui.— Ora ti mando al manicomio perchè sei matto, — fece, seriamente.— Già... già... — lo blandiva Tedo con dolcezza.[pg!181] — E ti faccio legare perchè sei matto!— Già... già... «Ma cominci anche a seccarmi!» — disse fra i denti, guardandolo in malo modo. Per fortuna tornarono in quel mentre Maria Dora, Stefano ed il fattore Mattia.— Avete pronta una carrozza? — domandò lo scemo. — Bisogna portare al manicomio quest'uomo ch'è diventato matto.Il buon Tancredo sorrise con benevolenza, per mostrarsi alieno dal ricevere scuse; poi disse:— Oh, mi creda, signor Landi, è stato per me un vero strazio il ricevere quel telegramma! Se non erro ne' miei calcoli, quel povero Giorgio non aveva che trentasette anni, è vero?— Quasi trentanove, signor Salvi, — corresse Maria Dora, che lo guardava con un semiriso.— Appunto, appunto... Ed in che modo è morto?— È morto di notte, solo, nel suo letto.— Ha sofferto?— Forse no; pareva tranquillo. Il professor Ferento crede sia morto nel sonno.— Quel professor Ferento era il suo amico intimo, non è vero?Egli aveva posto a caso la domanda, e solo perchè gli avevano ricordato il nome del Ferento. Ma s'accorse che la sua domanda non pareva loro altrettanto naturale, anzi osservò che il padre e la figlia s'erano guardati velocemente, con una certa perplessità.— Erano amici sin dall'infanzia; erano quasi due fratelli, — Stefano rispose.«Perchè mai — pensò Tancredo — s'erano guardati a quel modo?»E nella mente gli tornò la sembianza di Andrea: una bella testa violenta, rigida, precisa, come un'arma d'acciaio bene affilata. — «Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? E desidera vederlo? Venga, la condurrò.»Così gli aveva detto nel riceverlo, senz'altre parole.[pg!182] — Senta, e la moglie? — fece il Salvi dopo una pausa.Di nuovo il padre e la figlia si guardaron in faccia rapidamente, quasi cercasser di nasconder l'uno all'altro il lor medesimo pensiero. Maria Dora, che stando seduta e ferma teneva i piedi allacciati l'uno all'altro fuor dalla balza della gonna, macchinalmente li disciolse; poi di nuovo li annodò; Stefano trasse di tasca la pipa e ne battè il fornello sul tallone per farne uscire un po' di cenere.— Eh, capirà... — Poi disse, molto in fretta: — Desolata, desolata... Neppur lei non è stata felice, povera figliuola!«C'è qualcosa nell'aria che non mi sembra naturale... — rifletteva Tancredo. — Non saprei cosa, ma certo il mio buon fiuto non m'inganna.» E gli parve che questo senso d'innaturalezza divenisse più immediato, più avvertibile, quando il Ferento appariva, o quando nei discorsi altrui fosse pronunziato il suo nome. Con quell'istinto particolare degli uomini che son usi a vivere di mezzi equivoci ed a speculare su le debolezze altrui, Tancredo s'accorgeva di respirare in un'atmosfera non limpida e gli pareva che un non so che d'ambiguo stringesse tutti gli abitatori di quella casa funesta.Andrea si era seduto presso la tavola, sotto la luce dell'alto lampadario, e celermente leggeva un fascio di telegrammi, passandoli poi a Stefano con un moto meccanico.Tancredo guardava quell'aspra fisionomia, gli pareva di temerla, ma insieme di sentirsene avvinto. Nel vederlo, comprese la fama che di lui correva, sentì con esattezza d'essere di fronte ad un uomo insolito, uno di quegli uomini destinati a produrre avvenimenti estremi e che raggiano da sè un fascio di potenza, benefica o dannosa, che li ricinge di solitudine come insieme li avvolge di splendore.Molto spesso Tancredo aveva udito pronunziare il nome di Andrea Ferento. Era un uomo che, da un [pg!183] lato, riempiva di sè la vita scientifica del paese, dall'altro, con veementi libri, ne scuoteva le forze intellettuali; e quantunque avesse da parecchi anni abbandonata la battaglia politica, non ancor sopiti si eran gli odî acerrimi e gli amori tenaci ch'egli aveva suscitato e suscitava intorno a sè, agitando bandiere. In verità era piuttosto un pensatore che un tribuno, piuttosto un banditore d'idee che un uomo di parte. Nato con un cervello d'autócrate, amava per istinto la ribellione, amava la guerra del pensiero nuovo contro il pensiero antico, del domani contro la vigilia, dei rinnovatori contro i sofisti.Dalla sua cattedra d'Università, nelle vibranti pagine de' suoi libri, egli cercava di rappresentare con immagini vive l'enorme fantasma del suo pensiero; logico, freddo, preciso, libero da influssi mistici come dalle pastoie di qualsivoglia sistema, non curava l'uomo soltanto per guarire la materia, bensì per indovinarla, e vedeva il problema della conoscenza umana ridursi grado per grado ad una catena di scoperte scientifiche.«Uno scienziato sarà il Dio dell'umanità ventura...»Tancredo Salvi si ricordava confusamente di aver letta questa frase nel «Dio lontano» — il libro del Ferento che, per la sua forma accessibile anche ai profani e per il suo contenuto suggestivo, si era più largamente divulgato nel pubblico; libro d'anarchismo e d'irreligione dov'egli cantava la Divina Inutilità.E Tancredo ripensava queste pagine, mentr'era intento ad osservare quella fronte salda, maestosa, que' fini e lunghi sopraccigli pressochè non curvati, che stavan sopra gli occhi violenti come segni di volontà. Guardava la bella capigliatura, leggermente striata di bianco, l'orecchie di lui, piccole, ben raccolte contro il cranio, quasi prive di lobi, effeminate quasi nella sua maschilità. Considerava il mento saldo, la guancia ben contornata, la bocca dissimile dagli altri lineamenti, anch'essa un po' lieve, un po' delicata, [pg!184] in quella maschera così bene impressa di virile fermezza. Era vestito di scuro; semplicemente, ma con uno studio di eleganze quasi dissimulato, e si vedeva una camicia di lino, freschissima, con i polsini chiusi da quattro cerchi di zaffiri, «che gli stavan — pensò Tancredo — molto bene, molto bene...»Gli tornò in mente la biondina, ch'era così leggiadra nel suo lieve abito nero, e poi l'altra, ch'era di sopra, la sua cognata vedova, l'erede...Come costei fosse veramente, non ricordava più; gli parve solo che fosse molto bella, null'altro; che fosse alta, con le trecce d'un bel colore bruno dorato... null'altro. Le rade volte ch'era stato in casa di Giorgio, questi l'aveva ricevuto frettolosamente, nel suo studio, ed egli lo rivedeva sempre nell'atto di aprire con un certo mazzo di chiavi che si toglieva dalla tasca dei calzoni lo sportello d'una cassaforte massiccia e tenebrosa. Poi rinchiudeva meticolosamente la serratura... tric, trac... una quantità di ordigni che scattavano, e Giorgio tornava presso la scrivania, piano piano, senza guardarlo, senza dir nulla; cercava una busta, vi metteva dentro alcuni biglietti di banca, ingommava, bagnando il dito in una spugnetta, e gli posava la busta lì vicino, su l'orlo della scrivania, perch'egli la prendesse. Tutto questo in silenzio, molto piano, con una delicatezza tediata ma dolce. Poi si rannicchiava nel suo seggiolone, senza guardarlo, sfogliando un libro o qualche lettera, in attesa che se n'andasse.«Addio, Giorgio... Grazie.»«Addio.»Suonava il campanello; un domestico, il quale forse aveva l'ordine di star fuori dall'uscio, entrava sùbito, l'accompagnava. Una volta, su lo scalone, incontrò la moglie. Tancredo si trasse da parte, le fece un grande inchino; ella curvò leggermente il capo e gli passò davanti con un fruscìo. Per lo scalone, dietro di lei, rimase un odore freschissimo di violette...— Signor Salvi, mi perdoni, — fece d'un tratto il Ferento; — lei non era tempo fa nella redazione [pg!185] d'un giornale ebdomadario che si chiamava, mi pare, «Il Bisbiglio»?Tancredo sobbalzò come se l'avesser côlto in fallo, e, cosa non frequente in lui, divenne leggermente rosso.— Appunto, — rispose impacciato. Ma sembrandogli che il dire «appunto» fosse poco, soggiunse: — Appunto, per servirla.— Vedo.E si mise a tamburellar con le dita su la tovaglia. Dopo aver riflettuto, gli domandò ancora:— Il giornale continua?— No, è cessato.Andrea trasse di tasca un bellissimo astuccio d'oro ed accese una sigaretta.— Fuma? — domandò, avanzando verso Tancredo l'astuccio aperto.— Volentieri, grazie.Parlarono ancora un poco, poi Stefano andò a chiamare la Berta, perchè accompagnasse il signor Salvi nella sua camera.Il poveraccio aveva fame; una fame dolorosa, iraconda. Nel suo cervello non faceva che riddare una visione pantagruélica di buone cose mangerecce; per di più, dalla prossima cucina filtrava, intorno alle sue narici vellicate, un odor proditorio di roba masticàbile. Tutte le rinunzie morali erano per lui più facili che quella di un pranzo, e l'idea della notte insonne, con i crampi allo stomaco, gli incuteva un terrore inesprimibile. Rimase un attimo in dubbio se confessare al vecchio i suoi tormenti, poi non ebbe il coraggio e si rassegnò. «Amen...» — concluse fra i denti, e mosse per le scale, dietro la ragazza che ad ogni gradino si puntava la mano sul ginocchio, dondolando. La sua nuca tonda e fulva, allacciata da un nastro di velluto, s'increspava, nel salire, come il collo carnoso d'una cagnetta mops.Quando furon sopra, ell'aperse l'uscio di fondo nel corridoio e, mentr'egli stava per entrare, lo guardò con il suo riso di contadina furba e sciocca.[pg!186] — Eccola servita. Questa è la sua camera.Teneva una mano su la maniglia; con l'altra, paonazza, reggeva il lume.— Come vi chiamate, ragazza?— Berta, mi chiamo. Perchè?— Tanto per saperlo, ragazza. E vi trovate bene in questa casa?— Peuh... non c'è male.— Ci siete da un pezzo?— Due anni. Buona notte, signor Salvi.— Avete fretta?— Ho sonno, sa... Sono in piedi dalle sei; pare niente, ma è lunga.— Avete pranzato voi? — fece Tancredo impulsivamente.— Eh... certo!— Io no.— Lei no? — disse la Berta, senza soverchio stupore.— Proprio no.Fece due lunghi passi, le andò presso, le diede un leggero pìzzico su la manica:— Fammi un piacere, brava ragazza. Se mi còrico a stomaco vuoto, sarà un inferno. Tu, in cucina, devi certo avere qualche avanzo. Vallo a prendere; fa quest'opera buona e non ci perderai nulla.— Ma io, signore, non ho ordini.Tancredo comprese che bisognava ricorrere a mezzi estremi; si cercò nel taschino del panciotto e ne trasse un gruzzolo di monete: argento e rame. Scelse un bel pezzo da due lire e lo fece scivolar nel palmo della domestica, dicendole:— Questo è per te.Bisognava che avesse una fame diabolica per dare quella mancia da scialacquatore.— Senta allora... — propose a bassa voce la Berta, — non dica nulla ed io le porto quel che ho.— D'accordo. E cosa mi porti?— Quello che c'è: forse un'ala di pollo, forse [pg!187] qualche fettina d'arrosto freddo, con un po' di pane.— Ottimamente! — rispose Tancredo. E in attesa della cena se ne andò alla finestra per guardare il paesaggio. Ma nella inoltrata ora notturna faceva buio in lontananza, il paesaggio non c'era. Si vedevan soltanto alberi e stelle, prati e nuvole. Forse la luna era dietro il tetto, e lentamente sormontava la casa. Nella facciata non vide che finestre spente; una sola immergeva nei lucenti alberi del giardino il suo fascio di luce rossastra, propagava nell'ombra un colore torbido, che si diradava. E Tancredo rivide le quattro torciere agli angoli della bara, le sottili vampe che si staccavano dalle fiammelle con un guizzo, la testa nera del morto sopra un cuscino di seta, il bottone d'oro che premeva la camicia scoppiante...Finalmente udì la Berta bussare all'uscio.— Ma s'accomodi, signorina! — egli esclamò giovialmente.La Berta comparve con un vassoio carico d'ogni ben di Dio, tutto sovra un sol piatto insieme: carne, ossa di pollo, frantumi di formaggio, pere, patate fredde. A lato, un tozzo di pane, mezza bottiglia di vin nero, posate, saliera e tovagliolo. Per la contentezza Tancredo non seppe trattenersi dal farle una carezza su la guancia; ella si mise a ridere col suo riso di scioccona, e rimase in piedi vicino alla tavola, mentr'egli cominciava il suo festino.— Sièditi e fammi compagnia.— Vuole?— Sì, sì.Ella sedette presso il lavabo, sopra una seggiola di paglia.— Che buonissima roba, mia bella ragazza! Sei tu che fai in cucina?— Proprio io, per servirla.— Allora tu fai tutto in questa casa?— Eh, no! Mi aiutano. C'è un'altra donna che lava i piatti, una che scopa, e due uomini che vengono [pg!188] la mattina per i mestieri grossi. Da sola non potrei, le pare?— E ti trattan bene?— Non c'è male. Se non fosse quello scemo che mi pizzica...— Bel tipo!— Ma sa che la notte è capace di starsene magari un'ora davanti alla mia porta? Per fortuna che chiudo a chiave! Ho paura, sa...— Cosa vuole il babbeo?— Eh... lei capirà bene cosa vuole! — spiegò la Berta facendosi rossa.Tancredo ammiccò verso lei con il fare d'un uomo che se ne intende:— Ah, sì?...— Ma, già!— Porco! — esclamò Tancredo con la bocca piena. Poi soggiunse:— Tu probabilmente hai un altro innamorato...— Ho uno che mi parla, si sa...— Uno che ti sposa poi? — fece Tancredo paternamente.La Berta assentì col capo, seria, seria.— E quando?— Quando avrà fatto il servizio militare.— Ahi!...— Perchè dice «Ahi»?— Così per dire. Ma ti consiglio di non fidarti troppo in ogni modo; perchè gli uomini che non hanno ancor fatto il servizio militare sono tutte canaglie.— Questo lo so.— E quando l'hanno fatto sono peggio di prima.La Berta si mise a ridere.— Oh, allora!...— Allora cerca di non farti infinocchiare, perchè sei una bella ragazza e sarebbe un vero peccato.— Eh, eh... — cantilenò la Berta, accompagnando la sua cantilena con un largo gesto, — la so lunga io... non c'è pericolo![pg!189] Tancredo mangiava scrupolosamente, raccogliendo le briciole.— Dimmi un po': e la signorina Dora non ha nessuno che le parli?... — fece, con un'aria furbesca, strizzando l'occhio.— La signorina Dora?... oh, no! Ci sarebbe Maurizio, quello dei cani, che certo la sposerebbe volentieri, ma lei non lo vuole. Anzi lei... — e fece una pausa repentina.— Lei?... cosa? Di' su!— Niente, niente; non son mica pettegola io...— Lo so che non sei pettegola, — rispose Tancredo per lusingarla; — ma io sono un uomo serio e con me puoi parlare liberamente.Placata la fame, s'accorse che gli si offriva un mezzo facile per sapere molte cose.— Dunque la signorina vuol bene ad un altro...La Berta strinse la bocca per non rispondere, ma gli angoli delle sue carnose labbra parevano dire di sì.— Povera signorina!... — sospirò la Berta. — È tanto una brava ragazza! Allegra, buona, un vero angelo!— Glielo si vede in faccia ch'è buona, — disse Tancredo, attento. — E perchè non lo sposa quest'altro a cui vuol bene?— Se si potesse avere tutto quello che si vuole al mondo!... — esclamò la Berta, con sapienza.— È uno qui del paese?— Non è di qui, ma ora è qui da un pezzo... o per lo meno vien tutte le settimane.— Ho capito, — fece Tancredo. «Guarda, guarda...»Sbucciava una pera, distrattamente, pensando a quel proverbio fiorentino del cacio con le pere...— Sicchè, al professore Ferento, la signorina Dora non piace? — domandò, per accertarsi che fosse proprio lui. La Berta strinse di nuovo la bocca, e questa volta gli angoli delle sue labbra dissero di no.[pg!190] — Il professore... — mormorò la ragazza, con intendimento.Tancredo non volle aver l'aria d'interessarsi troppo alla cosa, e tacque. La Berta fece un nodo coi nastri del suo grembiule, poi lo disfece; ma intanto rideva.— Il professore...— Già... già... — malignava Tancredo, benchè non sapesse ancor niente. — Ah, sì, eh?...Ammiccava, guardandola in faccia con gli occhi penetranti e studiandosi d'indovinare quelle sue reticenze.— Ah, sì eh?... — rifece ancora una volta, come se avesse ormai capito.— Io non dico nulla, — premise la Berta, — perchè non sono pettegola, e di quello che succede in casa non parlo mai per abitudine... Ma, tanto, lo sanno tutti, dal portalettere al capostazione, e lo sapeva perfino quel povero diavolo ch'è morto.— Ah, sì eh?... — Un pezzo di formaggio gli rimase fra i denti, masticato a metà. «Guarda, guarda, guarda... — mormorava tra sè. — Che razza di faccenda è questa?»— Guai se dovessi parlare!... — esclamò la Berta. — Sa, per i signori c'è un'altra morale che per noi: fanno e disfanno quel che vogliono; tutto va sempre bene.— Dici davvero che il professore sia l'amante...— Oh, io non dico niente, per sua buona regola! Ma, guardi, lo sanno tutti: lo sa la signorina Dora, lo sanno i miei padroni, ossia il signor Stefano e la signora Francesca, lo sa il fattore, il prestinaio, il macellaio, il falegname, il curato, il sindaco... lo sanno tutti insomma, e quasi quasi crederei che lo sappia perfino lo scemo!— Diavolo! — esclamò Tancredo, rannuvolato. Poi emise una sentenza che gli pareva insieme scaltra e doverosa:— Molte volte si racconta quello che non è.[pg!191] — Eh!... — scappò a dire la Berta, — se avessi tanti biglietti da cento quante sono le volte che li ho veduti con i miei occhi!— Tu?Egli s'era fatto così buio che la ragazza se ne impaurì.— Per l'amor di Dio! — supplicò, levandosi in piedi, — non mi comprometta... Ho parlato senza volerlo, perchè mi pareva che lei sapesse già... Mi raccomando, signore...Tancredo si levò, e, venutole presso, le diede un'altra carezza su la guancia, ma questa volta paterna.— Sta tranquilla, ragazza. Sono un uomo serio, ti ho detto; e per conto mio sarà come se non avessimo nemmeno discorso. Ti basta?— Grazie, signore. — Poi soggiunse: — Posso portar via i piatti?— Sì, ho finito.Accese un mezzo toscano e cominciò a camminare, avanti, indietro. — «Guarda, guarda, guarda...»Nonostante la confusione dei suoi pensieri, s'accorse che bisognava tenersi buona quella domestica, e gli parve che due lire fosser poche per tutto quello che aveva saputo da lei. Si cercò nel taschino e prese un'altro franco.— Sei una ragazza a modo mio! Tieni.Ella stava per caricarsi il vassoio su le braccia, e guardò attonita la moneta che gli luccicava tra l'indice ed il póllice.— Non si disturbi ancora...— Oh!... — egli fece, con aria principesca, — bazzécole!Ma non appena fu solo, Tancredo pensò che la fortuna d'un uomo consiste alle volte nel trovare il bandolo d'una matassa molto arruffata, e mentre si piegava sul davanzale per rinchiudere le persiane, lungamente i suoi occhi affascinanti rimasero avvinti a quel fascio di luce rossastra, a quel lento fiume di polvere che scaturiva dalla finestra del morto.[pg!192]
ITancredo Salvi arrivò il giorno appresso in villa, non appena gli ebbero telegrafato ch'era morto il suo fratellastro. Giunse in tempo esattamente per i funerali, ma sopra tutto per aver notizia del testamento: il che gli stava molto a cuore.Dalla prima giovinezza, dal tempo lontano in cui Giorgio Fiesco era partito dalla casa del patrigno in cerca di fortuna per il mondo, non s'erano quasi mai riveduti, nè alcuna fratellanza era tra loro, bensì per costumi e per indole una invincibile avversione. Venuta a morte la madre comune, Tancredo aveva brigato in mille guise per contendere a Giorgio la meschina eredità, e dopo aver dato fondo a quel denaro, d'ogni espediente viveva tranne che del suo proprio lavoro. Lo si era veduto alla Borsa e nei mercati, farsi mezzadro d'affari equivoci o pericolosi; lo si vedeva nelle bische, nelle bottiglierie, su gl'ippodromi, un po' male in arnese, ma tuttavia giocondo.Più tardi s'era messo in un certo giornalismo di pettegolezzi e di raggiri, che sfioravano il ricatto; aveva inoltre aperta un'agenzia d'informazioni secrete, una di quelle tante che pullulano per i sinistri vicoli delle grandi città.Non ancor quarantenne, alto, forte, un po' calvo, con la faccia quadrata e sbarbata, il colorito plumbeo, gli occhi profondi, una fronte malvagia, la tempia destra fiaccata come da un pugno dato in una creta molle, quest'uomo esprimeva nella sua rozzezza un non so che d'intelligente e di maestoso, un non so che d'amaro e di buffo, che prima insospettiva la gente, poi talvolta faceva sorridere chi avesse a trattare con lui.Giuntagli ora la notizia della morte di Giorgio Fiesco, Tancredo non aveva indugiato in lunghi dubbi, e cacciate alla rinfusa le sue poche robe in una sacca [pg!172] sfiancata, empitosi di mezzi toscani il portasigari sdruscito, contate nel voluminoso portafogli le poche centinaia di lire ch'erano pressochè tutto il suo bene, aveva chiamato con robusta voce la serva-consorte che gli faceva da massaia, e le aveva dato l'ordine di far scendere la sua borsa in portineria.Nel treno che lo portava dolcemente, per una sera ventilata, traverso le campagne fragranti, egli cominciò a sentirsi ravvolgere da un senso di vera beatitudine, quasi avesse l'intima coscienza di volare leggermente incontro alla fortuna.Pensava: — «Se mi capitasse di azzeccarne una finalmente! — Centomila lire!... Cosa sono centomila lire per il mio povero fratello? Dopo tutto siamo nati dallo stesso grembo! Lo so: c'è la moglie; ma non hanno figli. Centomila. Poi sono curioso anche di conoscere l'amico intimo, il gran professore... Centomila.»E questa parola numerosa, interminabile, con uno strascico di zeri tondi e roteanti che parevano intessere nell'infinito la chioma d'una straordinaria cometa, gli turbinava intorno, moltiplicandosi nel cielo, finchè lontano si disperdeva in una striscia ondeggiante, o forse nel pennacchio di fumo che la vaporiera si lasciava dietro camminando.Adesso il treno correva diritto per la rasa campagna, disegnando nella seguace ombra il traforo bianco dei finestrini. Veniva dalle pingui zolle un odor fertile di semenza matura; su l'estremo válico dell'orizzonte il disco paonazzo del sole affondava come un rotondo vomero nella terra lampeggiante.Allora Tancredo fece un sogno, che non era del tutto un sogno e che appunto lo seduceva per la sua possibilità.Un notaio, alto, allampanato, con gli occhiali a stanghetta, una voluminosa cravatta nera, leggeva il testamento del morto in una grande stanza dove c'erano molte persone attente. Lui, Tedo, se ne stava [pg!173] in un angolo, dietro tutti, ma seduto in una poltrona molto comoda, e guardava in alto, verso il lampadario, distrattamente... «Lascio mia moglie erede universale de' miei beni, con un legato di L. 100.000 ( — dico centomila — ) a Tancredo Salvi, mio fratello di madre, e...»Tutte quelle persone attente si voltavano a guardare lui, ch'era tuttavia distratto, ma non poteva trattenere un certo risolino involontario che gl'increspava gli angoli della bocca. E il notaio seguitava a leggere con la sua voce fastidiosa come il ronzìo d'una vespa:«Legato A... — legato B... — legato C...»La vedova se ne stava seduta poco lontano da lui, pallida, nelle recenti gramaglie, e co' suoi grandi occhi pieni di torbide ombre insidiosamente lo guardava.«Scritto di mio pugno, da me testatore, in piena coscienza di...»Era il notaio che finiva di leggere il testamento, con la sua voce nasale ma ronzante; poi si nettava gli occhiali a stanghetta dentro un enorme fazzoletto blu...Subitamente il quadro di quella grande stanza piena di persone attente si cancellò dal suo cervello; ma vide bensì la vedova, di sera, che saliva le scale con un candeliere in mano, forse per non trovar pace nella coltre insonne ove si contorcerebbe la sua profumata e vedovile solitudine.... . . . . . .Alla stazione, quando giunse, nessuno l'attendeva. Chiamò l'unico vetturino che già stava per volgere il suo cavallo, e di galoppo traversarono il borgo addormentato. A quell'ora le case degli artigiani eran buie: solo mandavan lume un paio di taverne, la bottega del farmacista, l'invetriata del caffè. Quando giunse a villa Fiesco, il cancello era chiuso ed il vetturino cominciò a schioccar di frusta. Uscì fuori dalla casa rustica la piccola Natalissa, e con la sua vocina di capinera da lontano gridò:[pg!174] — Vengo sùbito.Nell'alta casa una finestra s'aperse; confuse ombre vi si affacciarono, e s'udì sopra gli alberi del giardino la voce di Maria Dora che domandava:— Chi è venuto, Natalissa?— Un forestiero, — gridò la bimba. E da brava donnina già grande prese la sacca dell'ospite, lo accompagnò per il viale fino alla scalinata.Maria Dora, Stefano, la Berta stavano sul limitare, in attesa. Nessuno fra loro conosceva Tancredo, se non di fama, e vedendo quello sconosciuto avanzarsi tranquillo dietro la bimba del giardiniere, a tutta prima non seppero immaginare chi fosse.Egli pensava tra sè: — «Questo è il momento grave. Occorre una certa presenza di spirito...»Giunto a mezzo della scalinata, si levò il cappello e disse, fermandosi:— Io sono Tancredo Salvi.Maria Dora, senza rispondere, scappò dentro a dare la notizia. Papà Stefano alquanto impacciato, gli rispose:— Non eravamo preparati alla sua visita, signor Salvi.Tancredo salì con disinvoltura gli ultimi gradini.— Mi scusino; arrivo in questo momento; non feci che balzare nel primo treno; sono ancora sotto il colpo dell'orribile notizia... vengo per rivedere il mio povero fratello. Grazie, grazie, d'avermi avvertito!...E metteva nella sua voce robusta una specie di affannosa riconoscenza, mentre col palmo della mano faceva l'atto di rasciugarsi una lacrima. Stefano non sapeva che dire; se ne stava irresoluto, squadrandolo.— Allora lei desidera pernottare qui? — mormorò infine, accennando alla sacca da viaggio che Natalissa aveva posata sopra una seggiola.— A meno che non rechi troppo disturbo... — disse Tancredo con umiltà. — Volevo scendere all'albergo, ma non conosco il luogo, e, sopra tutto, il desiderio [pg!175] di veder súbito il mio povero fratello m'ha spinto a venir qui.— Mi perdoni un momento, — fece Stefano; ed entrò nella casa. Mentre stava per salire, incontrò Maria Dora con il Ferento che scendevano.In quel mentre apparve Marcuccio sul limitare della sala.— Chi arriva? Ospiti? Ma che c'è? Forse un ballo?Nessuno gli rispose. Stefano tornò su la veranda e disse alla Berta ch'eravi rimasta:— Va sopra in fretta e prepara una camera al secondo piano, l'ultima. — Poi disse a Tancredo: — Entri pure.Egli avanzò con circospezione, guardandosi attorno, quasi temesse d'andar incontro ad un agguato. Vide il Ferento, Maria Dora, Marcuccio, e, non sapendo che fare, fece un inchino. Il Ferento lo squadrò da capo a piedi, con uno de' suoi sguardi rapidi che investivano come un urto; il Salvi sogguardò lui con una delle sue occhiate oblique, che accerchiavano come un laccio.— Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? — disse il Ferento. — E desidera vederlo?— Appunto.— Venga: la condurrò.Bisognava traversar la sala e Marcuccio stava su l'uscio, attento. Si trasse da parte per lasciar passare il Ferento, ma súbito si rimise traverso la soglia, in guisa da sbarrarne l'adito. Allora Tancredo, per non urtarlo, si fermò di botto, guardando in faccia quasi con timore quel lungo giovinotto sbilenco, dai capelli corti, vestito con panni che gli cascavan di dosso, il quale invece, nel fissarlo, rideva. Tancredo non poteva comprendere perchè mai quel personaggio gl'impedisse di passare. E lo scemo ad insistere:— Chi sei? Dove vai? C'è un ballo forse?Andrea tornò indietro, e preso lo scemo per un braccio lo costrinse a togliersi di mezzo. Poi disse:[pg!176] — Marcuccio, sono le dieci: va a dormire.Costui tirò fuori un grosso orologio d'argento e si mise ad ascoltarlo, poi ad osservarlo, contando le ore su le dita. Non gli tornava il conto.— Eh!... — gridò appresso al Ferento, — non sono le dieci!... una di più! C'è un ballo forse?Allora Tancredo, nel salir le scale, si risovvenne che Giorgio Fiesco aveva un cognato scemo.«E adesso mi tocca pure di vedere un morto... — pensò. — Non è piacevole. Con questa fame da lupo!»Giunti sul pianerottolo, Andrea lo avvertì:— È già nella cassa perchè si decomponeva, ma la cassa non è chiusa e lo potrà vedere.Tancredo avrebbe voluto rispondere a quel celebre scienziato in maniera degna della propria eloquenza, ma non trovava parole adatte, perchè l'idea di entrare così precipitosamente nella camera d'un morto gli scompigliava tutte le facoltà.Il corridoio era buio; da una porta nel fondo si diffondeva una striscia di luce.«Dev'essere là il morto... — pensava. — Purchè non mi lascino solo davanti alla bara...»— Venga, venga, — disse il Ferento, fermo su la soglia della camera funeraria.Tancredo si avanzò. Vide per prima cosa un letto vuoto, senza federe nè lenzuoli, con un pannolano sopra la coltre, da capo a fondo cosparso di fiori; poi vide una vecchia in una poltrona, che pregava, ed era mamma Francesca; indi una contadina, un contadino, ed un ragazzone di vent'anni, un bifolco nero come il carbone, seduti lato a lato, contro il muro, e che pregavano anch'essi. Da ultimo vide, nel mezzo della stanza, posata per terra fra quattro candelieri gocciolanti, la bara, coperta da un lenzuolo. Il coperchio stava poggiato verticalmente contro il cassone del letto.Intorno alla bara il pavimento era cosparso di fiori; egli cercò di non camminarvi sopra. Intorno alle quattro torciere si ravvolgevan spirale da ramoscelli fioriti; [pg!177] le fiamme piegate dal vento si allungavan come lingue vibrátili; ogni tanto se ne staccava una specie di vampa nera, che pareva guizzar via nell'ombra, di qua, di là, velocissima.«Ora, che faccio?»Di levare il lenzuolo da sè, proprio con le sue mani, Tancredo non aveva cuore; si chinò sopra il catafalco, restando immobile, come se recitasse una preghiera. Il lenzuolo era teso; non lasciava trasparire affatto il rilievo del cadavere.«È lì sotto e non lo vedo... povero Giorgio! Era tuttavia un buon uomo; quasi quasi potrei davvero piangere... Sebbene si fosse press'a poco estranei, certe cose la natura le comanda. Siamo figli della stessa madre: questo conta, per bacco! Poi, che male mi ha fatto? Qualche soldo me l'ha sempre dato, anche molti, per dire la verità... Era un brav'uomo. Certo non sentiva troppo i legami della fratellanza, ma questo è un difetto che gli si può anche perdonare, adesso ch'è morto. Io stesso, per dire la verità, non sono proprio uno stinco di santo... Su, vediamolo, poveraccio!»Ed allungava la mano per sollevare il lenzuolo; ma la mano titubante gli si fermava a mezza strada.«Diavolo!... E dire che non avrei paura di quattro malandrini!»Si fece animo e si chinò. Quell'odore di cadavere e di naftalina lo stomacava, serrandogli la gola. Tuttavia prese un lembo del lenzuolo e cominciò a sollevarlo.Allora si avvicinò la contadina, e inginocchiatasi all'altro lato della bara:— Volete vederlo, signore? — domandò. — Peccato che ora si guasta.E piano piano sollevò il lenzuolo, come dal viso d'un bimbo che non si voglia destare.Tancredo per poco non dette un urlo, tanto al vedersi quella faccia era spaventosa. Livida egli la vide, [pg!178] ma di una lividezza quasi nera, con l'orecchie, i due zigomi, le mandibole chiazzate di macchie vinose, gli occhi tumefatti, che parevan marci, la bocca enfiata, guasta, non chiusa, che lasciava colare dagli angoli, tra i peli della barba, un umore viscido e luccicante, il quale serpeggiava dentro il collo come una tortuosa lumacatura. Aveva intriso il colletto e disamidava lo sparato convesso, nel quale brillava la capocchia d'un bottone d'oro, simile ad un chiodo mal confitto, che rattenesse a fatica lo sforzo del torace gonfio. Pareva che l'abito nero lo infagottasse per una farsa macabra, per un ultimo ballo sotterraneo, dove comincerebbero i vermi a strisciare nella sua carne spenta, a propagarsi, a dondolarsi piano piano, su la musica d'un valzer lento...Ma la contadina lo tastava senza orrore, con le sue brune aride mani che lo avevano rivestito da capo a fondo; poi lo ricoverse con il lenzuolo, mentre si udiva la preghiera dei due uomini salir di tono, quasi per vincere il sonno che li schiacciava, in quel silenzio soffice come il feltro, nella greve lentezza della notte che passava. Entrò allora un prete, che sedette vicino a mamma Francesca, parlandole piano, ma continuamente.Tancredo retrocesse contro il muro e strisciò fin presso la soglia. Pensava: — «Povero Giorgio!... Non ho mai veduto nulla di più spaventoso che la sua faccia! Come lo può toccare quella donna?»E si mise a guardarla con ammirazione. Ella era tornata su la seggiola, stava immota, con gli occhi fissi, le mani congiunte nel grembo. Il giovane bifolco, cedendo al sonno, di tanto in tanto le piegava il capo su la spalla, ed ella con un urto lo faceva sobbalzare. Il Ferento era scomparso; Tancredo non sapeva che fare; cominciò a spaventarsi di dover passare in quella camera l'intera notte. Quel cadavere gli aveva dato un tal brivido, che ancora ne provava su l'epidermide una sensazione di gelo, e guardava le fiammelle de' cerei sventolar nell'aria come bandieruole che si sfioccassero. [pg!179] Cominciò a scorgere nel vano della finestra un gran disegno di alberi, che ogni tanto si piegavano rumoreggiando, come larghe ondate.«Ma cos'è questo? Un paese di morti? Non si ode la voce d'un cristiano. Diavolo!... Quasi quasi era meglio che non venissi.»Il prete ogni tanto si cavava di tasca la tabacchiera, e di nascosto ne prendeva un pizzico, tirando su.«Porco!» — disse fra sè Tancredo, che non amava i preti.Maria Dora venne su l'uscio in punta di piedi, senza badare a lui.— Don Domenico, vuol prendere una tazza di caffè?Il calmo prete sorrise alla fanciulla, e con un cenno le rispose di sì. Aveva un bel faccione, allegro lucido sostanzioso come un piatto ben condito; era lì per fare il suo mestiere, per vegliare un morto, come in altre occasioni gli toccava battezzare, maritare, assolvere, ossia far credere all'uomo in qualche modo che la vita sia davvero una cosa santa.— E tu mamma, vuoi nulla? — domandò Maria Dora, carezzandole il capo.— Nulla: ripósati un poco. Dora.La fanciulla tirò il prete per la sottana, si mise a parlargli piano, ed uscirono. Tancredo li seguì.La vista di una bella tavola sparsa di chicchere, con una grande caffettiera fumante, una grossa torta inzuccherata, gli allargò il cuore. Ma si tenne in disparte, perchè nella sala v'era molta gente ch'egli non conosceva. Solo ravvisò lo scemo, e gli sorrise come ad un amico. Finalmente Stefano ebbe la compiacenza di dirgli:— Se vuol prendere un caffè, s'accomodi, signor Salvi.Poi, ad uno ad uno gli ospiti se ne andarono, e per ultimo anche il prete si levò, dopo avergli offerta una presa di tabacco. Stava per alzarsi egli pure, quando lo scemo gli comparve dinanzi:[pg!180] — Come ti chiami tu? — fece di punto in bianco, squadrandolo con una severità inquisitoria.«Càspita! che faccenda è questa? — pensava Tancredo; — il mentecatto mi dà del tu?» Rispose:— Mi chiamo Tancredo Salvi, per servirla. E lei?— Io sono il professor Marcuccio Landi: celebre. Non lo sai?«Càpperi!»— Cosa dici?«Ma guarda! ora mi lascian solo col matto!... Non vorrei che per caso gli saltasse la mattana!»Poi soggiunse, con un inchino:— Tanto piacere di conoscerla, signor professore!...Entrò la Berta per sparecchiare la tavola. Súbito lo scemo le si fece intorno e cominciò a darle noia. La ragazza, posato il vassoio, fuggiva intorno alla tavola rotonda; e lo scemo a saltellarle dietro, co' suoi lunghi passi barcollanti.— Ma, dica, professore... cosa fa? — esclamò Tancredo. Marcuccio ristette, e puntando l'indice contro la ragazza:— Costei mi ama, — disse,— Davvero? Ha buon gusto!La Berta si mise a ridere e scappò via. Da quel sorriso Tancredo arguì che una corrente di simpatia fosse nata fra loro. Lo scemo cominciò a dondolarsi, e di nuovo a considerare l'estraneo con attenta curiosità.— Cosa vieni a fare in casa nostra?— Io?... Sono venuto per vedere mio fratello.— Tuo fratello? Ah!... ah!... — E rideva tenendosi le due mani sul ventre. — Ma chi è tuo fratello?— Mio fratello Giorgio, che è morto... quello che è morto... — spiegava Tedo con indulgenza. Ma lo scemo si rannuvolò, dubitando forse che il forestiero si gabbasse di lui.— Ora ti mando al manicomio perchè sei matto, — fece, seriamente.— Già... già... — lo blandiva Tedo con dolcezza.[pg!181] — E ti faccio legare perchè sei matto!— Già... già... «Ma cominci anche a seccarmi!» — disse fra i denti, guardandolo in malo modo. Per fortuna tornarono in quel mentre Maria Dora, Stefano ed il fattore Mattia.— Avete pronta una carrozza? — domandò lo scemo. — Bisogna portare al manicomio quest'uomo ch'è diventato matto.Il buon Tancredo sorrise con benevolenza, per mostrarsi alieno dal ricevere scuse; poi disse:— Oh, mi creda, signor Landi, è stato per me un vero strazio il ricevere quel telegramma! Se non erro ne' miei calcoli, quel povero Giorgio non aveva che trentasette anni, è vero?— Quasi trentanove, signor Salvi, — corresse Maria Dora, che lo guardava con un semiriso.— Appunto, appunto... Ed in che modo è morto?— È morto di notte, solo, nel suo letto.— Ha sofferto?— Forse no; pareva tranquillo. Il professor Ferento crede sia morto nel sonno.— Quel professor Ferento era il suo amico intimo, non è vero?Egli aveva posto a caso la domanda, e solo perchè gli avevano ricordato il nome del Ferento. Ma s'accorse che la sua domanda non pareva loro altrettanto naturale, anzi osservò che il padre e la figlia s'erano guardati velocemente, con una certa perplessità.— Erano amici sin dall'infanzia; erano quasi due fratelli, — Stefano rispose.«Perchè mai — pensò Tancredo — s'erano guardati a quel modo?»E nella mente gli tornò la sembianza di Andrea: una bella testa violenta, rigida, precisa, come un'arma d'acciaio bene affilata. — «Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? E desidera vederlo? Venga, la condurrò.»Così gli aveva detto nel riceverlo, senz'altre parole.[pg!182] — Senta, e la moglie? — fece il Salvi dopo una pausa.Di nuovo il padre e la figlia si guardaron in faccia rapidamente, quasi cercasser di nasconder l'uno all'altro il lor medesimo pensiero. Maria Dora, che stando seduta e ferma teneva i piedi allacciati l'uno all'altro fuor dalla balza della gonna, macchinalmente li disciolse; poi di nuovo li annodò; Stefano trasse di tasca la pipa e ne battè il fornello sul tallone per farne uscire un po' di cenere.— Eh, capirà... — Poi disse, molto in fretta: — Desolata, desolata... Neppur lei non è stata felice, povera figliuola!«C'è qualcosa nell'aria che non mi sembra naturale... — rifletteva Tancredo. — Non saprei cosa, ma certo il mio buon fiuto non m'inganna.» E gli parve che questo senso d'innaturalezza divenisse più immediato, più avvertibile, quando il Ferento appariva, o quando nei discorsi altrui fosse pronunziato il suo nome. Con quell'istinto particolare degli uomini che son usi a vivere di mezzi equivoci ed a speculare su le debolezze altrui, Tancredo s'accorgeva di respirare in un'atmosfera non limpida e gli pareva che un non so che d'ambiguo stringesse tutti gli abitatori di quella casa funesta.Andrea si era seduto presso la tavola, sotto la luce dell'alto lampadario, e celermente leggeva un fascio di telegrammi, passandoli poi a Stefano con un moto meccanico.Tancredo guardava quell'aspra fisionomia, gli pareva di temerla, ma insieme di sentirsene avvinto. Nel vederlo, comprese la fama che di lui correva, sentì con esattezza d'essere di fronte ad un uomo insolito, uno di quegli uomini destinati a produrre avvenimenti estremi e che raggiano da sè un fascio di potenza, benefica o dannosa, che li ricinge di solitudine come insieme li avvolge di splendore.Molto spesso Tancredo aveva udito pronunziare il nome di Andrea Ferento. Era un uomo che, da un [pg!183] lato, riempiva di sè la vita scientifica del paese, dall'altro, con veementi libri, ne scuoteva le forze intellettuali; e quantunque avesse da parecchi anni abbandonata la battaglia politica, non ancor sopiti si eran gli odî acerrimi e gli amori tenaci ch'egli aveva suscitato e suscitava intorno a sè, agitando bandiere. In verità era piuttosto un pensatore che un tribuno, piuttosto un banditore d'idee che un uomo di parte. Nato con un cervello d'autócrate, amava per istinto la ribellione, amava la guerra del pensiero nuovo contro il pensiero antico, del domani contro la vigilia, dei rinnovatori contro i sofisti.Dalla sua cattedra d'Università, nelle vibranti pagine de' suoi libri, egli cercava di rappresentare con immagini vive l'enorme fantasma del suo pensiero; logico, freddo, preciso, libero da influssi mistici come dalle pastoie di qualsivoglia sistema, non curava l'uomo soltanto per guarire la materia, bensì per indovinarla, e vedeva il problema della conoscenza umana ridursi grado per grado ad una catena di scoperte scientifiche.«Uno scienziato sarà il Dio dell'umanità ventura...»Tancredo Salvi si ricordava confusamente di aver letta questa frase nel «Dio lontano» — il libro del Ferento che, per la sua forma accessibile anche ai profani e per il suo contenuto suggestivo, si era più largamente divulgato nel pubblico; libro d'anarchismo e d'irreligione dov'egli cantava la Divina Inutilità.E Tancredo ripensava queste pagine, mentr'era intento ad osservare quella fronte salda, maestosa, que' fini e lunghi sopraccigli pressochè non curvati, che stavan sopra gli occhi violenti come segni di volontà. Guardava la bella capigliatura, leggermente striata di bianco, l'orecchie di lui, piccole, ben raccolte contro il cranio, quasi prive di lobi, effeminate quasi nella sua maschilità. Considerava il mento saldo, la guancia ben contornata, la bocca dissimile dagli altri lineamenti, anch'essa un po' lieve, un po' delicata, [pg!184] in quella maschera così bene impressa di virile fermezza. Era vestito di scuro; semplicemente, ma con uno studio di eleganze quasi dissimulato, e si vedeva una camicia di lino, freschissima, con i polsini chiusi da quattro cerchi di zaffiri, «che gli stavan — pensò Tancredo — molto bene, molto bene...»Gli tornò in mente la biondina, ch'era così leggiadra nel suo lieve abito nero, e poi l'altra, ch'era di sopra, la sua cognata vedova, l'erede...Come costei fosse veramente, non ricordava più; gli parve solo che fosse molto bella, null'altro; che fosse alta, con le trecce d'un bel colore bruno dorato... null'altro. Le rade volte ch'era stato in casa di Giorgio, questi l'aveva ricevuto frettolosamente, nel suo studio, ed egli lo rivedeva sempre nell'atto di aprire con un certo mazzo di chiavi che si toglieva dalla tasca dei calzoni lo sportello d'una cassaforte massiccia e tenebrosa. Poi rinchiudeva meticolosamente la serratura... tric, trac... una quantità di ordigni che scattavano, e Giorgio tornava presso la scrivania, piano piano, senza guardarlo, senza dir nulla; cercava una busta, vi metteva dentro alcuni biglietti di banca, ingommava, bagnando il dito in una spugnetta, e gli posava la busta lì vicino, su l'orlo della scrivania, perch'egli la prendesse. Tutto questo in silenzio, molto piano, con una delicatezza tediata ma dolce. Poi si rannicchiava nel suo seggiolone, senza guardarlo, sfogliando un libro o qualche lettera, in attesa che se n'andasse.«Addio, Giorgio... Grazie.»«Addio.»Suonava il campanello; un domestico, il quale forse aveva l'ordine di star fuori dall'uscio, entrava sùbito, l'accompagnava. Una volta, su lo scalone, incontrò la moglie. Tancredo si trasse da parte, le fece un grande inchino; ella curvò leggermente il capo e gli passò davanti con un fruscìo. Per lo scalone, dietro di lei, rimase un odore freschissimo di violette...— Signor Salvi, mi perdoni, — fece d'un tratto il Ferento; — lei non era tempo fa nella redazione [pg!185] d'un giornale ebdomadario che si chiamava, mi pare, «Il Bisbiglio»?Tancredo sobbalzò come se l'avesser côlto in fallo, e, cosa non frequente in lui, divenne leggermente rosso.— Appunto, — rispose impacciato. Ma sembrandogli che il dire «appunto» fosse poco, soggiunse: — Appunto, per servirla.— Vedo.E si mise a tamburellar con le dita su la tovaglia. Dopo aver riflettuto, gli domandò ancora:— Il giornale continua?— No, è cessato.Andrea trasse di tasca un bellissimo astuccio d'oro ed accese una sigaretta.— Fuma? — domandò, avanzando verso Tancredo l'astuccio aperto.— Volentieri, grazie.Parlarono ancora un poco, poi Stefano andò a chiamare la Berta, perchè accompagnasse il signor Salvi nella sua camera.Il poveraccio aveva fame; una fame dolorosa, iraconda. Nel suo cervello non faceva che riddare una visione pantagruélica di buone cose mangerecce; per di più, dalla prossima cucina filtrava, intorno alle sue narici vellicate, un odor proditorio di roba masticàbile. Tutte le rinunzie morali erano per lui più facili che quella di un pranzo, e l'idea della notte insonne, con i crampi allo stomaco, gli incuteva un terrore inesprimibile. Rimase un attimo in dubbio se confessare al vecchio i suoi tormenti, poi non ebbe il coraggio e si rassegnò. «Amen...» — concluse fra i denti, e mosse per le scale, dietro la ragazza che ad ogni gradino si puntava la mano sul ginocchio, dondolando. La sua nuca tonda e fulva, allacciata da un nastro di velluto, s'increspava, nel salire, come il collo carnoso d'una cagnetta mops.Quando furon sopra, ell'aperse l'uscio di fondo nel corridoio e, mentr'egli stava per entrare, lo guardò con il suo riso di contadina furba e sciocca.[pg!186] — Eccola servita. Questa è la sua camera.Teneva una mano su la maniglia; con l'altra, paonazza, reggeva il lume.— Come vi chiamate, ragazza?— Berta, mi chiamo. Perchè?— Tanto per saperlo, ragazza. E vi trovate bene in questa casa?— Peuh... non c'è male.— Ci siete da un pezzo?— Due anni. Buona notte, signor Salvi.— Avete fretta?— Ho sonno, sa... Sono in piedi dalle sei; pare niente, ma è lunga.— Avete pranzato voi? — fece Tancredo impulsivamente.— Eh... certo!— Io no.— Lei no? — disse la Berta, senza soverchio stupore.— Proprio no.Fece due lunghi passi, le andò presso, le diede un leggero pìzzico su la manica:— Fammi un piacere, brava ragazza. Se mi còrico a stomaco vuoto, sarà un inferno. Tu, in cucina, devi certo avere qualche avanzo. Vallo a prendere; fa quest'opera buona e non ci perderai nulla.— Ma io, signore, non ho ordini.Tancredo comprese che bisognava ricorrere a mezzi estremi; si cercò nel taschino del panciotto e ne trasse un gruzzolo di monete: argento e rame. Scelse un bel pezzo da due lire e lo fece scivolar nel palmo della domestica, dicendole:— Questo è per te.Bisognava che avesse una fame diabolica per dare quella mancia da scialacquatore.— Senta allora... — propose a bassa voce la Berta, — non dica nulla ed io le porto quel che ho.— D'accordo. E cosa mi porti?— Quello che c'è: forse un'ala di pollo, forse [pg!187] qualche fettina d'arrosto freddo, con un po' di pane.— Ottimamente! — rispose Tancredo. E in attesa della cena se ne andò alla finestra per guardare il paesaggio. Ma nella inoltrata ora notturna faceva buio in lontananza, il paesaggio non c'era. Si vedevan soltanto alberi e stelle, prati e nuvole. Forse la luna era dietro il tetto, e lentamente sormontava la casa. Nella facciata non vide che finestre spente; una sola immergeva nei lucenti alberi del giardino il suo fascio di luce rossastra, propagava nell'ombra un colore torbido, che si diradava. E Tancredo rivide le quattro torciere agli angoli della bara, le sottili vampe che si staccavano dalle fiammelle con un guizzo, la testa nera del morto sopra un cuscino di seta, il bottone d'oro che premeva la camicia scoppiante...Finalmente udì la Berta bussare all'uscio.— Ma s'accomodi, signorina! — egli esclamò giovialmente.La Berta comparve con un vassoio carico d'ogni ben di Dio, tutto sovra un sol piatto insieme: carne, ossa di pollo, frantumi di formaggio, pere, patate fredde. A lato, un tozzo di pane, mezza bottiglia di vin nero, posate, saliera e tovagliolo. Per la contentezza Tancredo non seppe trattenersi dal farle una carezza su la guancia; ella si mise a ridere col suo riso di scioccona, e rimase in piedi vicino alla tavola, mentr'egli cominciava il suo festino.— Sièditi e fammi compagnia.— Vuole?— Sì, sì.Ella sedette presso il lavabo, sopra una seggiola di paglia.— Che buonissima roba, mia bella ragazza! Sei tu che fai in cucina?— Proprio io, per servirla.— Allora tu fai tutto in questa casa?— Eh, no! Mi aiutano. C'è un'altra donna che lava i piatti, una che scopa, e due uomini che vengono [pg!188] la mattina per i mestieri grossi. Da sola non potrei, le pare?— E ti trattan bene?— Non c'è male. Se non fosse quello scemo che mi pizzica...— Bel tipo!— Ma sa che la notte è capace di starsene magari un'ora davanti alla mia porta? Per fortuna che chiudo a chiave! Ho paura, sa...— Cosa vuole il babbeo?— Eh... lei capirà bene cosa vuole! — spiegò la Berta facendosi rossa.Tancredo ammiccò verso lei con il fare d'un uomo che se ne intende:— Ah, sì?...— Ma, già!— Porco! — esclamò Tancredo con la bocca piena. Poi soggiunse:— Tu probabilmente hai un altro innamorato...— Ho uno che mi parla, si sa...— Uno che ti sposa poi? — fece Tancredo paternamente.La Berta assentì col capo, seria, seria.— E quando?— Quando avrà fatto il servizio militare.— Ahi!...— Perchè dice «Ahi»?— Così per dire. Ma ti consiglio di non fidarti troppo in ogni modo; perchè gli uomini che non hanno ancor fatto il servizio militare sono tutte canaglie.— Questo lo so.— E quando l'hanno fatto sono peggio di prima.La Berta si mise a ridere.— Oh, allora!...— Allora cerca di non farti infinocchiare, perchè sei una bella ragazza e sarebbe un vero peccato.— Eh, eh... — cantilenò la Berta, accompagnando la sua cantilena con un largo gesto, — la so lunga io... non c'è pericolo![pg!189] Tancredo mangiava scrupolosamente, raccogliendo le briciole.— Dimmi un po': e la signorina Dora non ha nessuno che le parli?... — fece, con un'aria furbesca, strizzando l'occhio.— La signorina Dora?... oh, no! Ci sarebbe Maurizio, quello dei cani, che certo la sposerebbe volentieri, ma lei non lo vuole. Anzi lei... — e fece una pausa repentina.— Lei?... cosa? Di' su!— Niente, niente; non son mica pettegola io...— Lo so che non sei pettegola, — rispose Tancredo per lusingarla; — ma io sono un uomo serio e con me puoi parlare liberamente.Placata la fame, s'accorse che gli si offriva un mezzo facile per sapere molte cose.— Dunque la signorina vuol bene ad un altro...La Berta strinse la bocca per non rispondere, ma gli angoli delle sue carnose labbra parevano dire di sì.— Povera signorina!... — sospirò la Berta. — È tanto una brava ragazza! Allegra, buona, un vero angelo!— Glielo si vede in faccia ch'è buona, — disse Tancredo, attento. — E perchè non lo sposa quest'altro a cui vuol bene?— Se si potesse avere tutto quello che si vuole al mondo!... — esclamò la Berta, con sapienza.— È uno qui del paese?— Non è di qui, ma ora è qui da un pezzo... o per lo meno vien tutte le settimane.— Ho capito, — fece Tancredo. «Guarda, guarda...»Sbucciava una pera, distrattamente, pensando a quel proverbio fiorentino del cacio con le pere...— Sicchè, al professore Ferento, la signorina Dora non piace? — domandò, per accertarsi che fosse proprio lui. La Berta strinse di nuovo la bocca, e questa volta gli angoli delle sue labbra dissero di no.[pg!190] — Il professore... — mormorò la ragazza, con intendimento.Tancredo non volle aver l'aria d'interessarsi troppo alla cosa, e tacque. La Berta fece un nodo coi nastri del suo grembiule, poi lo disfece; ma intanto rideva.— Il professore...— Già... già... — malignava Tancredo, benchè non sapesse ancor niente. — Ah, sì, eh?...Ammiccava, guardandola in faccia con gli occhi penetranti e studiandosi d'indovinare quelle sue reticenze.— Ah, sì eh?... — rifece ancora una volta, come se avesse ormai capito.— Io non dico nulla, — premise la Berta, — perchè non sono pettegola, e di quello che succede in casa non parlo mai per abitudine... Ma, tanto, lo sanno tutti, dal portalettere al capostazione, e lo sapeva perfino quel povero diavolo ch'è morto.— Ah, sì eh?... — Un pezzo di formaggio gli rimase fra i denti, masticato a metà. «Guarda, guarda, guarda... — mormorava tra sè. — Che razza di faccenda è questa?»— Guai se dovessi parlare!... — esclamò la Berta. — Sa, per i signori c'è un'altra morale che per noi: fanno e disfanno quel che vogliono; tutto va sempre bene.— Dici davvero che il professore sia l'amante...— Oh, io non dico niente, per sua buona regola! Ma, guardi, lo sanno tutti: lo sa la signorina Dora, lo sanno i miei padroni, ossia il signor Stefano e la signora Francesca, lo sa il fattore, il prestinaio, il macellaio, il falegname, il curato, il sindaco... lo sanno tutti insomma, e quasi quasi crederei che lo sappia perfino lo scemo!— Diavolo! — esclamò Tancredo, rannuvolato. Poi emise una sentenza che gli pareva insieme scaltra e doverosa:— Molte volte si racconta quello che non è.[pg!191] — Eh!... — scappò a dire la Berta, — se avessi tanti biglietti da cento quante sono le volte che li ho veduti con i miei occhi!— Tu?Egli s'era fatto così buio che la ragazza se ne impaurì.— Per l'amor di Dio! — supplicò, levandosi in piedi, — non mi comprometta... Ho parlato senza volerlo, perchè mi pareva che lei sapesse già... Mi raccomando, signore...Tancredo si levò, e, venutole presso, le diede un'altra carezza su la guancia, ma questa volta paterna.— Sta tranquilla, ragazza. Sono un uomo serio, ti ho detto; e per conto mio sarà come se non avessimo nemmeno discorso. Ti basta?— Grazie, signore. — Poi soggiunse: — Posso portar via i piatti?— Sì, ho finito.Accese un mezzo toscano e cominciò a camminare, avanti, indietro. — «Guarda, guarda, guarda...»Nonostante la confusione dei suoi pensieri, s'accorse che bisognava tenersi buona quella domestica, e gli parve che due lire fosser poche per tutto quello che aveva saputo da lei. Si cercò nel taschino e prese un'altro franco.— Sei una ragazza a modo mio! Tieni.Ella stava per caricarsi il vassoio su le braccia, e guardò attonita la moneta che gli luccicava tra l'indice ed il póllice.— Non si disturbi ancora...— Oh!... — egli fece, con aria principesca, — bazzécole!Ma non appena fu solo, Tancredo pensò che la fortuna d'un uomo consiste alle volte nel trovare il bandolo d'una matassa molto arruffata, e mentre si piegava sul davanzale per rinchiudere le persiane, lungamente i suoi occhi affascinanti rimasero avvinti a quel fascio di luce rossastra, a quel lento fiume di polvere che scaturiva dalla finestra del morto.[pg!192]
Tancredo Salvi arrivò il giorno appresso in villa, non appena gli ebbero telegrafato ch'era morto il suo fratellastro. Giunse in tempo esattamente per i funerali, ma sopra tutto per aver notizia del testamento: il che gli stava molto a cuore.
Dalla prima giovinezza, dal tempo lontano in cui Giorgio Fiesco era partito dalla casa del patrigno in cerca di fortuna per il mondo, non s'erano quasi mai riveduti, nè alcuna fratellanza era tra loro, bensì per costumi e per indole una invincibile avversione. Venuta a morte la madre comune, Tancredo aveva brigato in mille guise per contendere a Giorgio la meschina eredità, e dopo aver dato fondo a quel denaro, d'ogni espediente viveva tranne che del suo proprio lavoro. Lo si era veduto alla Borsa e nei mercati, farsi mezzadro d'affari equivoci o pericolosi; lo si vedeva nelle bische, nelle bottiglierie, su gl'ippodromi, un po' male in arnese, ma tuttavia giocondo.
Più tardi s'era messo in un certo giornalismo di pettegolezzi e di raggiri, che sfioravano il ricatto; aveva inoltre aperta un'agenzia d'informazioni secrete, una di quelle tante che pullulano per i sinistri vicoli delle grandi città.
Non ancor quarantenne, alto, forte, un po' calvo, con la faccia quadrata e sbarbata, il colorito plumbeo, gli occhi profondi, una fronte malvagia, la tempia destra fiaccata come da un pugno dato in una creta molle, quest'uomo esprimeva nella sua rozzezza un non so che d'intelligente e di maestoso, un non so che d'amaro e di buffo, che prima insospettiva la gente, poi talvolta faceva sorridere chi avesse a trattare con lui.
Giuntagli ora la notizia della morte di Giorgio Fiesco, Tancredo non aveva indugiato in lunghi dubbi, e cacciate alla rinfusa le sue poche robe in una sacca [pg!172] sfiancata, empitosi di mezzi toscani il portasigari sdruscito, contate nel voluminoso portafogli le poche centinaia di lire ch'erano pressochè tutto il suo bene, aveva chiamato con robusta voce la serva-consorte che gli faceva da massaia, e le aveva dato l'ordine di far scendere la sua borsa in portineria.
Nel treno che lo portava dolcemente, per una sera ventilata, traverso le campagne fragranti, egli cominciò a sentirsi ravvolgere da un senso di vera beatitudine, quasi avesse l'intima coscienza di volare leggermente incontro alla fortuna.
Pensava: — «Se mi capitasse di azzeccarne una finalmente! — Centomila lire!... Cosa sono centomila lire per il mio povero fratello? Dopo tutto siamo nati dallo stesso grembo! Lo so: c'è la moglie; ma non hanno figli. Centomila. Poi sono curioso anche di conoscere l'amico intimo, il gran professore... Centomila.»
E questa parola numerosa, interminabile, con uno strascico di zeri tondi e roteanti che parevano intessere nell'infinito la chioma d'una straordinaria cometa, gli turbinava intorno, moltiplicandosi nel cielo, finchè lontano si disperdeva in una striscia ondeggiante, o forse nel pennacchio di fumo che la vaporiera si lasciava dietro camminando.
Adesso il treno correva diritto per la rasa campagna, disegnando nella seguace ombra il traforo bianco dei finestrini. Veniva dalle pingui zolle un odor fertile di semenza matura; su l'estremo válico dell'orizzonte il disco paonazzo del sole affondava come un rotondo vomero nella terra lampeggiante.
Allora Tancredo fece un sogno, che non era del tutto un sogno e che appunto lo seduceva per la sua possibilità.
Un notaio, alto, allampanato, con gli occhiali a stanghetta, una voluminosa cravatta nera, leggeva il testamento del morto in una grande stanza dove c'erano molte persone attente. Lui, Tedo, se ne stava [pg!173] in un angolo, dietro tutti, ma seduto in una poltrona molto comoda, e guardava in alto, verso il lampadario, distrattamente... «Lascio mia moglie erede universale de' miei beni, con un legato di L. 100.000 ( — dico centomila — ) a Tancredo Salvi, mio fratello di madre, e...»
Tutte quelle persone attente si voltavano a guardare lui, ch'era tuttavia distratto, ma non poteva trattenere un certo risolino involontario che gl'increspava gli angoli della bocca. E il notaio seguitava a leggere con la sua voce fastidiosa come il ronzìo d'una vespa:
«Legato A... — legato B... — legato C...»
La vedova se ne stava seduta poco lontano da lui, pallida, nelle recenti gramaglie, e co' suoi grandi occhi pieni di torbide ombre insidiosamente lo guardava.
«Scritto di mio pugno, da me testatore, in piena coscienza di...»
Era il notaio che finiva di leggere il testamento, con la sua voce nasale ma ronzante; poi si nettava gli occhiali a stanghetta dentro un enorme fazzoletto blu...
Subitamente il quadro di quella grande stanza piena di persone attente si cancellò dal suo cervello; ma vide bensì la vedova, di sera, che saliva le scale con un candeliere in mano, forse per non trovar pace nella coltre insonne ove si contorcerebbe la sua profumata e vedovile solitudine...
. . . . . . .
Alla stazione, quando giunse, nessuno l'attendeva. Chiamò l'unico vetturino che già stava per volgere il suo cavallo, e di galoppo traversarono il borgo addormentato. A quell'ora le case degli artigiani eran buie: solo mandavan lume un paio di taverne, la bottega del farmacista, l'invetriata del caffè. Quando giunse a villa Fiesco, il cancello era chiuso ed il vetturino cominciò a schioccar di frusta. Uscì fuori dalla casa rustica la piccola Natalissa, e con la sua vocina di capinera da lontano gridò:
[pg!174] — Vengo sùbito.
Nell'alta casa una finestra s'aperse; confuse ombre vi si affacciarono, e s'udì sopra gli alberi del giardino la voce di Maria Dora che domandava:
— Chi è venuto, Natalissa?
— Un forestiero, — gridò la bimba. E da brava donnina già grande prese la sacca dell'ospite, lo accompagnò per il viale fino alla scalinata.
Maria Dora, Stefano, la Berta stavano sul limitare, in attesa. Nessuno fra loro conosceva Tancredo, se non di fama, e vedendo quello sconosciuto avanzarsi tranquillo dietro la bimba del giardiniere, a tutta prima non seppero immaginare chi fosse.
Egli pensava tra sè: — «Questo è il momento grave. Occorre una certa presenza di spirito...»
Giunto a mezzo della scalinata, si levò il cappello e disse, fermandosi:
— Io sono Tancredo Salvi.
Maria Dora, senza rispondere, scappò dentro a dare la notizia. Papà Stefano alquanto impacciato, gli rispose:
— Non eravamo preparati alla sua visita, signor Salvi.
Tancredo salì con disinvoltura gli ultimi gradini.
— Mi scusino; arrivo in questo momento; non feci che balzare nel primo treno; sono ancora sotto il colpo dell'orribile notizia... vengo per rivedere il mio povero fratello. Grazie, grazie, d'avermi avvertito!...
E metteva nella sua voce robusta una specie di affannosa riconoscenza, mentre col palmo della mano faceva l'atto di rasciugarsi una lacrima. Stefano non sapeva che dire; se ne stava irresoluto, squadrandolo.
— Allora lei desidera pernottare qui? — mormorò infine, accennando alla sacca da viaggio che Natalissa aveva posata sopra una seggiola.
— A meno che non rechi troppo disturbo... — disse Tancredo con umiltà. — Volevo scendere all'albergo, ma non conosco il luogo, e, sopra tutto, il desiderio [pg!175] di veder súbito il mio povero fratello m'ha spinto a venir qui.
— Mi perdoni un momento, — fece Stefano; ed entrò nella casa. Mentre stava per salire, incontrò Maria Dora con il Ferento che scendevano.
In quel mentre apparve Marcuccio sul limitare della sala.
— Chi arriva? Ospiti? Ma che c'è? Forse un ballo?
Nessuno gli rispose. Stefano tornò su la veranda e disse alla Berta ch'eravi rimasta:
— Va sopra in fretta e prepara una camera al secondo piano, l'ultima. — Poi disse a Tancredo: — Entri pure.
Egli avanzò con circospezione, guardandosi attorno, quasi temesse d'andar incontro ad un agguato. Vide il Ferento, Maria Dora, Marcuccio, e, non sapendo che fare, fece un inchino. Il Ferento lo squadrò da capo a piedi, con uno de' suoi sguardi rapidi che investivano come un urto; il Salvi sogguardò lui con una delle sue occhiate oblique, che accerchiavano come un laccio.
— Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? — disse il Ferento. — E desidera vederlo?
— Appunto.
— Venga: la condurrò.
Bisognava traversar la sala e Marcuccio stava su l'uscio, attento. Si trasse da parte per lasciar passare il Ferento, ma súbito si rimise traverso la soglia, in guisa da sbarrarne l'adito. Allora Tancredo, per non urtarlo, si fermò di botto, guardando in faccia quasi con timore quel lungo giovinotto sbilenco, dai capelli corti, vestito con panni che gli cascavan di dosso, il quale invece, nel fissarlo, rideva. Tancredo non poteva comprendere perchè mai quel personaggio gl'impedisse di passare. E lo scemo ad insistere:
— Chi sei? Dove vai? C'è un ballo forse?
Andrea tornò indietro, e preso lo scemo per un braccio lo costrinse a togliersi di mezzo. Poi disse:
[pg!176] — Marcuccio, sono le dieci: va a dormire.
Costui tirò fuori un grosso orologio d'argento e si mise ad ascoltarlo, poi ad osservarlo, contando le ore su le dita. Non gli tornava il conto.
— Eh!... — gridò appresso al Ferento, — non sono le dieci!... una di più! C'è un ballo forse?
Allora Tancredo, nel salir le scale, si risovvenne che Giorgio Fiesco aveva un cognato scemo.
«E adesso mi tocca pure di vedere un morto... — pensò. — Non è piacevole. Con questa fame da lupo!»
Giunti sul pianerottolo, Andrea lo avvertì:
— È già nella cassa perchè si decomponeva, ma la cassa non è chiusa e lo potrà vedere.
Tancredo avrebbe voluto rispondere a quel celebre scienziato in maniera degna della propria eloquenza, ma non trovava parole adatte, perchè l'idea di entrare così precipitosamente nella camera d'un morto gli scompigliava tutte le facoltà.
Il corridoio era buio; da una porta nel fondo si diffondeva una striscia di luce.
«Dev'essere là il morto... — pensava. — Purchè non mi lascino solo davanti alla bara...»
— Venga, venga, — disse il Ferento, fermo su la soglia della camera funeraria.
Tancredo si avanzò. Vide per prima cosa un letto vuoto, senza federe nè lenzuoli, con un pannolano sopra la coltre, da capo a fondo cosparso di fiori; poi vide una vecchia in una poltrona, che pregava, ed era mamma Francesca; indi una contadina, un contadino, ed un ragazzone di vent'anni, un bifolco nero come il carbone, seduti lato a lato, contro il muro, e che pregavano anch'essi. Da ultimo vide, nel mezzo della stanza, posata per terra fra quattro candelieri gocciolanti, la bara, coperta da un lenzuolo. Il coperchio stava poggiato verticalmente contro il cassone del letto.
Intorno alla bara il pavimento era cosparso di fiori; egli cercò di non camminarvi sopra. Intorno alle quattro torciere si ravvolgevan spirale da ramoscelli fioriti; [pg!177] le fiamme piegate dal vento si allungavan come lingue vibrátili; ogni tanto se ne staccava una specie di vampa nera, che pareva guizzar via nell'ombra, di qua, di là, velocissima.
«Ora, che faccio?»
Di levare il lenzuolo da sè, proprio con le sue mani, Tancredo non aveva cuore; si chinò sopra il catafalco, restando immobile, come se recitasse una preghiera. Il lenzuolo era teso; non lasciava trasparire affatto il rilievo del cadavere.
«È lì sotto e non lo vedo... povero Giorgio! Era tuttavia un buon uomo; quasi quasi potrei davvero piangere... Sebbene si fosse press'a poco estranei, certe cose la natura le comanda. Siamo figli della stessa madre: questo conta, per bacco! Poi, che male mi ha fatto? Qualche soldo me l'ha sempre dato, anche molti, per dire la verità... Era un brav'uomo. Certo non sentiva troppo i legami della fratellanza, ma questo è un difetto che gli si può anche perdonare, adesso ch'è morto. Io stesso, per dire la verità, non sono proprio uno stinco di santo... Su, vediamolo, poveraccio!»
Ed allungava la mano per sollevare il lenzuolo; ma la mano titubante gli si fermava a mezza strada.
«Diavolo!... E dire che non avrei paura di quattro malandrini!»
Si fece animo e si chinò. Quell'odore di cadavere e di naftalina lo stomacava, serrandogli la gola. Tuttavia prese un lembo del lenzuolo e cominciò a sollevarlo.
Allora si avvicinò la contadina, e inginocchiatasi all'altro lato della bara:
— Volete vederlo, signore? — domandò. — Peccato che ora si guasta.
E piano piano sollevò il lenzuolo, come dal viso d'un bimbo che non si voglia destare.
Tancredo per poco non dette un urlo, tanto al vedersi quella faccia era spaventosa. Livida egli la vide, [pg!178] ma di una lividezza quasi nera, con l'orecchie, i due zigomi, le mandibole chiazzate di macchie vinose, gli occhi tumefatti, che parevan marci, la bocca enfiata, guasta, non chiusa, che lasciava colare dagli angoli, tra i peli della barba, un umore viscido e luccicante, il quale serpeggiava dentro il collo come una tortuosa lumacatura. Aveva intriso il colletto e disamidava lo sparato convesso, nel quale brillava la capocchia d'un bottone d'oro, simile ad un chiodo mal confitto, che rattenesse a fatica lo sforzo del torace gonfio. Pareva che l'abito nero lo infagottasse per una farsa macabra, per un ultimo ballo sotterraneo, dove comincerebbero i vermi a strisciare nella sua carne spenta, a propagarsi, a dondolarsi piano piano, su la musica d'un valzer lento...
Ma la contadina lo tastava senza orrore, con le sue brune aride mani che lo avevano rivestito da capo a fondo; poi lo ricoverse con il lenzuolo, mentre si udiva la preghiera dei due uomini salir di tono, quasi per vincere il sonno che li schiacciava, in quel silenzio soffice come il feltro, nella greve lentezza della notte che passava. Entrò allora un prete, che sedette vicino a mamma Francesca, parlandole piano, ma continuamente.
Tancredo retrocesse contro il muro e strisciò fin presso la soglia. Pensava: — «Povero Giorgio!... Non ho mai veduto nulla di più spaventoso che la sua faccia! Come lo può toccare quella donna?»
E si mise a guardarla con ammirazione. Ella era tornata su la seggiola, stava immota, con gli occhi fissi, le mani congiunte nel grembo. Il giovane bifolco, cedendo al sonno, di tanto in tanto le piegava il capo su la spalla, ed ella con un urto lo faceva sobbalzare. Il Ferento era scomparso; Tancredo non sapeva che fare; cominciò a spaventarsi di dover passare in quella camera l'intera notte. Quel cadavere gli aveva dato un tal brivido, che ancora ne provava su l'epidermide una sensazione di gelo, e guardava le fiammelle de' cerei sventolar nell'aria come bandieruole che si sfioccassero. [pg!179] Cominciò a scorgere nel vano della finestra un gran disegno di alberi, che ogni tanto si piegavano rumoreggiando, come larghe ondate.
«Ma cos'è questo? Un paese di morti? Non si ode la voce d'un cristiano. Diavolo!... Quasi quasi era meglio che non venissi.»
Il prete ogni tanto si cavava di tasca la tabacchiera, e di nascosto ne prendeva un pizzico, tirando su.
«Porco!» — disse fra sè Tancredo, che non amava i preti.
Maria Dora venne su l'uscio in punta di piedi, senza badare a lui.
— Don Domenico, vuol prendere una tazza di caffè?
Il calmo prete sorrise alla fanciulla, e con un cenno le rispose di sì. Aveva un bel faccione, allegro lucido sostanzioso come un piatto ben condito; era lì per fare il suo mestiere, per vegliare un morto, come in altre occasioni gli toccava battezzare, maritare, assolvere, ossia far credere all'uomo in qualche modo che la vita sia davvero una cosa santa.
— E tu mamma, vuoi nulla? — domandò Maria Dora, carezzandole il capo.
— Nulla: ripósati un poco. Dora.
La fanciulla tirò il prete per la sottana, si mise a parlargli piano, ed uscirono. Tancredo li seguì.
La vista di una bella tavola sparsa di chicchere, con una grande caffettiera fumante, una grossa torta inzuccherata, gli allargò il cuore. Ma si tenne in disparte, perchè nella sala v'era molta gente ch'egli non conosceva. Solo ravvisò lo scemo, e gli sorrise come ad un amico. Finalmente Stefano ebbe la compiacenza di dirgli:
— Se vuol prendere un caffè, s'accomodi, signor Salvi.
Poi, ad uno ad uno gli ospiti se ne andarono, e per ultimo anche il prete si levò, dopo avergli offerta una presa di tabacco. Stava per alzarsi egli pure, quando lo scemo gli comparve dinanzi:
[pg!180] — Come ti chiami tu? — fece di punto in bianco, squadrandolo con una severità inquisitoria.
«Càspita! che faccenda è questa? — pensava Tancredo; — il mentecatto mi dà del tu?» Rispose:
— Mi chiamo Tancredo Salvi, per servirla. E lei?
— Io sono il professor Marcuccio Landi: celebre. Non lo sai?
«Càpperi!»
— Cosa dici?
«Ma guarda! ora mi lascian solo col matto!... Non vorrei che per caso gli saltasse la mattana!»
Poi soggiunse, con un inchino:
— Tanto piacere di conoscerla, signor professore!...
Entrò la Berta per sparecchiare la tavola. Súbito lo scemo le si fece intorno e cominciò a darle noia. La ragazza, posato il vassoio, fuggiva intorno alla tavola rotonda; e lo scemo a saltellarle dietro, co' suoi lunghi passi barcollanti.
— Ma, dica, professore... cosa fa? — esclamò Tancredo. Marcuccio ristette, e puntando l'indice contro la ragazza:
— Costei mi ama, — disse,
— Davvero? Ha buon gusto!
La Berta si mise a ridere e scappò via. Da quel sorriso Tancredo arguì che una corrente di simpatia fosse nata fra loro. Lo scemo cominciò a dondolarsi, e di nuovo a considerare l'estraneo con attenta curiosità.
— Cosa vieni a fare in casa nostra?
— Io?... Sono venuto per vedere mio fratello.
— Tuo fratello? Ah!... ah!... — E rideva tenendosi le due mani sul ventre. — Ma chi è tuo fratello?
— Mio fratello Giorgio, che è morto... quello che è morto... — spiegava Tedo con indulgenza. Ma lo scemo si rannuvolò, dubitando forse che il forestiero si gabbasse di lui.
— Ora ti mando al manicomio perchè sei matto, — fece, seriamente.
— Già... già... — lo blandiva Tedo con dolcezza.
[pg!181] — E ti faccio legare perchè sei matto!
— Già... già... «Ma cominci anche a seccarmi!» — disse fra i denti, guardandolo in malo modo. Per fortuna tornarono in quel mentre Maria Dora, Stefano ed il fattore Mattia.
— Avete pronta una carrozza? — domandò lo scemo. — Bisogna portare al manicomio quest'uomo ch'è diventato matto.
Il buon Tancredo sorrise con benevolenza, per mostrarsi alieno dal ricevere scuse; poi disse:
— Oh, mi creda, signor Landi, è stato per me un vero strazio il ricevere quel telegramma! Se non erro ne' miei calcoli, quel povero Giorgio non aveva che trentasette anni, è vero?
— Quasi trentanove, signor Salvi, — corresse Maria Dora, che lo guardava con un semiriso.
— Appunto, appunto... Ed in che modo è morto?
— È morto di notte, solo, nel suo letto.
— Ha sofferto?
— Forse no; pareva tranquillo. Il professor Ferento crede sia morto nel sonno.
— Quel professor Ferento era il suo amico intimo, non è vero?
Egli aveva posto a caso la domanda, e solo perchè gli avevano ricordato il nome del Ferento. Ma s'accorse che la sua domanda non pareva loro altrettanto naturale, anzi osservò che il padre e la figlia s'erano guardati velocemente, con una certa perplessità.
— Erano amici sin dall'infanzia; erano quasi due fratelli, — Stefano rispose.
«Perchè mai — pensò Tancredo — s'erano guardati a quel modo?»
E nella mente gli tornò la sembianza di Andrea: una bella testa violenta, rigida, precisa, come un'arma d'acciaio bene affilata. — «Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? E desidera vederlo? Venga, la condurrò.»
Così gli aveva detto nel riceverlo, senz'altre parole.
[pg!182] — Senta, e la moglie? — fece il Salvi dopo una pausa.
Di nuovo il padre e la figlia si guardaron in faccia rapidamente, quasi cercasser di nasconder l'uno all'altro il lor medesimo pensiero. Maria Dora, che stando seduta e ferma teneva i piedi allacciati l'uno all'altro fuor dalla balza della gonna, macchinalmente li disciolse; poi di nuovo li annodò; Stefano trasse di tasca la pipa e ne battè il fornello sul tallone per farne uscire un po' di cenere.
— Eh, capirà... — Poi disse, molto in fretta: — Desolata, desolata... Neppur lei non è stata felice, povera figliuola!
«C'è qualcosa nell'aria che non mi sembra naturale... — rifletteva Tancredo. — Non saprei cosa, ma certo il mio buon fiuto non m'inganna.» E gli parve che questo senso d'innaturalezza divenisse più immediato, più avvertibile, quando il Ferento appariva, o quando nei discorsi altrui fosse pronunziato il suo nome. Con quell'istinto particolare degli uomini che son usi a vivere di mezzi equivoci ed a speculare su le debolezze altrui, Tancredo s'accorgeva di respirare in un'atmosfera non limpida e gli pareva che un non so che d'ambiguo stringesse tutti gli abitatori di quella casa funesta.
Andrea si era seduto presso la tavola, sotto la luce dell'alto lampadario, e celermente leggeva un fascio di telegrammi, passandoli poi a Stefano con un moto meccanico.
Tancredo guardava quell'aspra fisionomia, gli pareva di temerla, ma insieme di sentirsene avvinto. Nel vederlo, comprese la fama che di lui correva, sentì con esattezza d'essere di fronte ad un uomo insolito, uno di quegli uomini destinati a produrre avvenimenti estremi e che raggiano da sè un fascio di potenza, benefica o dannosa, che li ricinge di solitudine come insieme li avvolge di splendore.
Molto spesso Tancredo aveva udito pronunziare il nome di Andrea Ferento. Era un uomo che, da un [pg!183] lato, riempiva di sè la vita scientifica del paese, dall'altro, con veementi libri, ne scuoteva le forze intellettuali; e quantunque avesse da parecchi anni abbandonata la battaglia politica, non ancor sopiti si eran gli odî acerrimi e gli amori tenaci ch'egli aveva suscitato e suscitava intorno a sè, agitando bandiere. In verità era piuttosto un pensatore che un tribuno, piuttosto un banditore d'idee che un uomo di parte. Nato con un cervello d'autócrate, amava per istinto la ribellione, amava la guerra del pensiero nuovo contro il pensiero antico, del domani contro la vigilia, dei rinnovatori contro i sofisti.
Dalla sua cattedra d'Università, nelle vibranti pagine de' suoi libri, egli cercava di rappresentare con immagini vive l'enorme fantasma del suo pensiero; logico, freddo, preciso, libero da influssi mistici come dalle pastoie di qualsivoglia sistema, non curava l'uomo soltanto per guarire la materia, bensì per indovinarla, e vedeva il problema della conoscenza umana ridursi grado per grado ad una catena di scoperte scientifiche.
«Uno scienziato sarà il Dio dell'umanità ventura...»
Tancredo Salvi si ricordava confusamente di aver letta questa frase nel «Dio lontano» — il libro del Ferento che, per la sua forma accessibile anche ai profani e per il suo contenuto suggestivo, si era più largamente divulgato nel pubblico; libro d'anarchismo e d'irreligione dov'egli cantava la Divina Inutilità.
E Tancredo ripensava queste pagine, mentr'era intento ad osservare quella fronte salda, maestosa, que' fini e lunghi sopraccigli pressochè non curvati, che stavan sopra gli occhi violenti come segni di volontà. Guardava la bella capigliatura, leggermente striata di bianco, l'orecchie di lui, piccole, ben raccolte contro il cranio, quasi prive di lobi, effeminate quasi nella sua maschilità. Considerava il mento saldo, la guancia ben contornata, la bocca dissimile dagli altri lineamenti, anch'essa un po' lieve, un po' delicata, [pg!184] in quella maschera così bene impressa di virile fermezza. Era vestito di scuro; semplicemente, ma con uno studio di eleganze quasi dissimulato, e si vedeva una camicia di lino, freschissima, con i polsini chiusi da quattro cerchi di zaffiri, «che gli stavan — pensò Tancredo — molto bene, molto bene...»
Gli tornò in mente la biondina, ch'era così leggiadra nel suo lieve abito nero, e poi l'altra, ch'era di sopra, la sua cognata vedova, l'erede...
Come costei fosse veramente, non ricordava più; gli parve solo che fosse molto bella, null'altro; che fosse alta, con le trecce d'un bel colore bruno dorato... null'altro. Le rade volte ch'era stato in casa di Giorgio, questi l'aveva ricevuto frettolosamente, nel suo studio, ed egli lo rivedeva sempre nell'atto di aprire con un certo mazzo di chiavi che si toglieva dalla tasca dei calzoni lo sportello d'una cassaforte massiccia e tenebrosa. Poi rinchiudeva meticolosamente la serratura... tric, trac... una quantità di ordigni che scattavano, e Giorgio tornava presso la scrivania, piano piano, senza guardarlo, senza dir nulla; cercava una busta, vi metteva dentro alcuni biglietti di banca, ingommava, bagnando il dito in una spugnetta, e gli posava la busta lì vicino, su l'orlo della scrivania, perch'egli la prendesse. Tutto questo in silenzio, molto piano, con una delicatezza tediata ma dolce. Poi si rannicchiava nel suo seggiolone, senza guardarlo, sfogliando un libro o qualche lettera, in attesa che se n'andasse.
«Addio, Giorgio... Grazie.»
«Addio.»
Suonava il campanello; un domestico, il quale forse aveva l'ordine di star fuori dall'uscio, entrava sùbito, l'accompagnava. Una volta, su lo scalone, incontrò la moglie. Tancredo si trasse da parte, le fece un grande inchino; ella curvò leggermente il capo e gli passò davanti con un fruscìo. Per lo scalone, dietro di lei, rimase un odore freschissimo di violette...
— Signor Salvi, mi perdoni, — fece d'un tratto il Ferento; — lei non era tempo fa nella redazione [pg!185] d'un giornale ebdomadario che si chiamava, mi pare, «Il Bisbiglio»?
Tancredo sobbalzò come se l'avesser côlto in fallo, e, cosa non frequente in lui, divenne leggermente rosso.
— Appunto, — rispose impacciato. Ma sembrandogli che il dire «appunto» fosse poco, soggiunse: — Appunto, per servirla.
— Vedo.
E si mise a tamburellar con le dita su la tovaglia. Dopo aver riflettuto, gli domandò ancora:
— Il giornale continua?
— No, è cessato.
Andrea trasse di tasca un bellissimo astuccio d'oro ed accese una sigaretta.
— Fuma? — domandò, avanzando verso Tancredo l'astuccio aperto.
— Volentieri, grazie.
Parlarono ancora un poco, poi Stefano andò a chiamare la Berta, perchè accompagnasse il signor Salvi nella sua camera.
Il poveraccio aveva fame; una fame dolorosa, iraconda. Nel suo cervello non faceva che riddare una visione pantagruélica di buone cose mangerecce; per di più, dalla prossima cucina filtrava, intorno alle sue narici vellicate, un odor proditorio di roba masticàbile. Tutte le rinunzie morali erano per lui più facili che quella di un pranzo, e l'idea della notte insonne, con i crampi allo stomaco, gli incuteva un terrore inesprimibile. Rimase un attimo in dubbio se confessare al vecchio i suoi tormenti, poi non ebbe il coraggio e si rassegnò. «Amen...» — concluse fra i denti, e mosse per le scale, dietro la ragazza che ad ogni gradino si puntava la mano sul ginocchio, dondolando. La sua nuca tonda e fulva, allacciata da un nastro di velluto, s'increspava, nel salire, come il collo carnoso d'una cagnetta mops.
Quando furon sopra, ell'aperse l'uscio di fondo nel corridoio e, mentr'egli stava per entrare, lo guardò con il suo riso di contadina furba e sciocca.
[pg!186] — Eccola servita. Questa è la sua camera.
Teneva una mano su la maniglia; con l'altra, paonazza, reggeva il lume.
— Come vi chiamate, ragazza?
— Berta, mi chiamo. Perchè?
— Tanto per saperlo, ragazza. E vi trovate bene in questa casa?
— Peuh... non c'è male.
— Ci siete da un pezzo?
— Due anni. Buona notte, signor Salvi.
— Avete fretta?
— Ho sonno, sa... Sono in piedi dalle sei; pare niente, ma è lunga.
— Avete pranzato voi? — fece Tancredo impulsivamente.
— Eh... certo!
— Io no.
— Lei no? — disse la Berta, senza soverchio stupore.
— Proprio no.
Fece due lunghi passi, le andò presso, le diede un leggero pìzzico su la manica:
— Fammi un piacere, brava ragazza. Se mi còrico a stomaco vuoto, sarà un inferno. Tu, in cucina, devi certo avere qualche avanzo. Vallo a prendere; fa quest'opera buona e non ci perderai nulla.
— Ma io, signore, non ho ordini.
Tancredo comprese che bisognava ricorrere a mezzi estremi; si cercò nel taschino del panciotto e ne trasse un gruzzolo di monete: argento e rame. Scelse un bel pezzo da due lire e lo fece scivolar nel palmo della domestica, dicendole:
— Questo è per te.
Bisognava che avesse una fame diabolica per dare quella mancia da scialacquatore.
— Senta allora... — propose a bassa voce la Berta, — non dica nulla ed io le porto quel che ho.
— D'accordo. E cosa mi porti?
— Quello che c'è: forse un'ala di pollo, forse [pg!187] qualche fettina d'arrosto freddo, con un po' di pane.
— Ottimamente! — rispose Tancredo. E in attesa della cena se ne andò alla finestra per guardare il paesaggio. Ma nella inoltrata ora notturna faceva buio in lontananza, il paesaggio non c'era. Si vedevan soltanto alberi e stelle, prati e nuvole. Forse la luna era dietro il tetto, e lentamente sormontava la casa. Nella facciata non vide che finestre spente; una sola immergeva nei lucenti alberi del giardino il suo fascio di luce rossastra, propagava nell'ombra un colore torbido, che si diradava. E Tancredo rivide le quattro torciere agli angoli della bara, le sottili vampe che si staccavano dalle fiammelle con un guizzo, la testa nera del morto sopra un cuscino di seta, il bottone d'oro che premeva la camicia scoppiante...
Finalmente udì la Berta bussare all'uscio.
— Ma s'accomodi, signorina! — egli esclamò giovialmente.
La Berta comparve con un vassoio carico d'ogni ben di Dio, tutto sovra un sol piatto insieme: carne, ossa di pollo, frantumi di formaggio, pere, patate fredde. A lato, un tozzo di pane, mezza bottiglia di vin nero, posate, saliera e tovagliolo. Per la contentezza Tancredo non seppe trattenersi dal farle una carezza su la guancia; ella si mise a ridere col suo riso di scioccona, e rimase in piedi vicino alla tavola, mentr'egli cominciava il suo festino.
— Sièditi e fammi compagnia.
— Vuole?
— Sì, sì.
Ella sedette presso il lavabo, sopra una seggiola di paglia.
— Che buonissima roba, mia bella ragazza! Sei tu che fai in cucina?
— Proprio io, per servirla.
— Allora tu fai tutto in questa casa?
— Eh, no! Mi aiutano. C'è un'altra donna che lava i piatti, una che scopa, e due uomini che vengono [pg!188] la mattina per i mestieri grossi. Da sola non potrei, le pare?
— E ti trattan bene?
— Non c'è male. Se non fosse quello scemo che mi pizzica...
— Bel tipo!
— Ma sa che la notte è capace di starsene magari un'ora davanti alla mia porta? Per fortuna che chiudo a chiave! Ho paura, sa...
— Cosa vuole il babbeo?
— Eh... lei capirà bene cosa vuole! — spiegò la Berta facendosi rossa.
Tancredo ammiccò verso lei con il fare d'un uomo che se ne intende:
— Ah, sì?...
— Ma, già!
— Porco! — esclamò Tancredo con la bocca piena. Poi soggiunse:
— Tu probabilmente hai un altro innamorato...
— Ho uno che mi parla, si sa...
— Uno che ti sposa poi? — fece Tancredo paternamente.
La Berta assentì col capo, seria, seria.
— E quando?
— Quando avrà fatto il servizio militare.
— Ahi!...
— Perchè dice «Ahi»?
— Così per dire. Ma ti consiglio di non fidarti troppo in ogni modo; perchè gli uomini che non hanno ancor fatto il servizio militare sono tutte canaglie.
— Questo lo so.
— E quando l'hanno fatto sono peggio di prima.
La Berta si mise a ridere.
— Oh, allora!...
— Allora cerca di non farti infinocchiare, perchè sei una bella ragazza e sarebbe un vero peccato.
— Eh, eh... — cantilenò la Berta, accompagnando la sua cantilena con un largo gesto, — la so lunga io... non c'è pericolo!
[pg!189] Tancredo mangiava scrupolosamente, raccogliendo le briciole.
— Dimmi un po': e la signorina Dora non ha nessuno che le parli?... — fece, con un'aria furbesca, strizzando l'occhio.
— La signorina Dora?... oh, no! Ci sarebbe Maurizio, quello dei cani, che certo la sposerebbe volentieri, ma lei non lo vuole. Anzi lei... — e fece una pausa repentina.
— Lei?... cosa? Di' su!
— Niente, niente; non son mica pettegola io...
— Lo so che non sei pettegola, — rispose Tancredo per lusingarla; — ma io sono un uomo serio e con me puoi parlare liberamente.
Placata la fame, s'accorse che gli si offriva un mezzo facile per sapere molte cose.
— Dunque la signorina vuol bene ad un altro...
La Berta strinse la bocca per non rispondere, ma gli angoli delle sue carnose labbra parevano dire di sì.
— Povera signorina!... — sospirò la Berta. — È tanto una brava ragazza! Allegra, buona, un vero angelo!
— Glielo si vede in faccia ch'è buona, — disse Tancredo, attento. — E perchè non lo sposa quest'altro a cui vuol bene?
— Se si potesse avere tutto quello che si vuole al mondo!... — esclamò la Berta, con sapienza.
— È uno qui del paese?
— Non è di qui, ma ora è qui da un pezzo... o per lo meno vien tutte le settimane.
— Ho capito, — fece Tancredo. «Guarda, guarda...»
Sbucciava una pera, distrattamente, pensando a quel proverbio fiorentino del cacio con le pere...
— Sicchè, al professore Ferento, la signorina Dora non piace? — domandò, per accertarsi che fosse proprio lui. La Berta strinse di nuovo la bocca, e questa volta gli angoli delle sue labbra dissero di no.
[pg!190] — Il professore... — mormorò la ragazza, con intendimento.
Tancredo non volle aver l'aria d'interessarsi troppo alla cosa, e tacque. La Berta fece un nodo coi nastri del suo grembiule, poi lo disfece; ma intanto rideva.
— Il professore...
— Già... già... — malignava Tancredo, benchè non sapesse ancor niente. — Ah, sì, eh?...
Ammiccava, guardandola in faccia con gli occhi penetranti e studiandosi d'indovinare quelle sue reticenze.
— Ah, sì eh?... — rifece ancora una volta, come se avesse ormai capito.
— Io non dico nulla, — premise la Berta, — perchè non sono pettegola, e di quello che succede in casa non parlo mai per abitudine... Ma, tanto, lo sanno tutti, dal portalettere al capostazione, e lo sapeva perfino quel povero diavolo ch'è morto.
— Ah, sì eh?... — Un pezzo di formaggio gli rimase fra i denti, masticato a metà. «Guarda, guarda, guarda... — mormorava tra sè. — Che razza di faccenda è questa?»
— Guai se dovessi parlare!... — esclamò la Berta. — Sa, per i signori c'è un'altra morale che per noi: fanno e disfanno quel che vogliono; tutto va sempre bene.
— Dici davvero che il professore sia l'amante...
— Oh, io non dico niente, per sua buona regola! Ma, guardi, lo sanno tutti: lo sa la signorina Dora, lo sanno i miei padroni, ossia il signor Stefano e la signora Francesca, lo sa il fattore, il prestinaio, il macellaio, il falegname, il curato, il sindaco... lo sanno tutti insomma, e quasi quasi crederei che lo sappia perfino lo scemo!
— Diavolo! — esclamò Tancredo, rannuvolato. Poi emise una sentenza che gli pareva insieme scaltra e doverosa:
— Molte volte si racconta quello che non è.
[pg!191] — Eh!... — scappò a dire la Berta, — se avessi tanti biglietti da cento quante sono le volte che li ho veduti con i miei occhi!
— Tu?
Egli s'era fatto così buio che la ragazza se ne impaurì.
— Per l'amor di Dio! — supplicò, levandosi in piedi, — non mi comprometta... Ho parlato senza volerlo, perchè mi pareva che lei sapesse già... Mi raccomando, signore...
Tancredo si levò, e, venutole presso, le diede un'altra carezza su la guancia, ma questa volta paterna.
— Sta tranquilla, ragazza. Sono un uomo serio, ti ho detto; e per conto mio sarà come se non avessimo nemmeno discorso. Ti basta?
— Grazie, signore. — Poi soggiunse: — Posso portar via i piatti?
— Sì, ho finito.
Accese un mezzo toscano e cominciò a camminare, avanti, indietro. — «Guarda, guarda, guarda...»
Nonostante la confusione dei suoi pensieri, s'accorse che bisognava tenersi buona quella domestica, e gli parve che due lire fosser poche per tutto quello che aveva saputo da lei. Si cercò nel taschino e prese un'altro franco.
— Sei una ragazza a modo mio! Tieni.
Ella stava per caricarsi il vassoio su le braccia, e guardò attonita la moneta che gli luccicava tra l'indice ed il póllice.
— Non si disturbi ancora...
— Oh!... — egli fece, con aria principesca, — bazzécole!
Ma non appena fu solo, Tancredo pensò che la fortuna d'un uomo consiste alle volte nel trovare il bandolo d'una matassa molto arruffata, e mentre si piegava sul davanzale per rinchiudere le persiane, lungamente i suoi occhi affascinanti rimasero avvinti a quel fascio di luce rossastra, a quel lento fiume di polvere che scaturiva dalla finestra del morto.
[pg!192]