I

ISenza mutamento ricominciò il suo vivere consueto. La Clinica, l'Università, i molteplici consulti, le pratiche di laboratorio, lo assorbivano da mattino a sera, ed anzi metteva nell'occuparsi una specie d'iracondia, quasi che un'oscura ma imperiosa inquietudine lo sospingesse a consumare con febbre tutte le ore della sua giornata.Il mattino, al primo destarsi, lo stringeva un attimo di perplessità, e, per una pigrizia del tutto morale, avrebbe voluto continuare quel sonno, quel vuoto e opaco sonno che gli pareva quasi una immensa camera buia.Ma, vinto con una tensione dei nervi quell'impreciso attimo di paura, ecco egli era novamente l'uomo limpido e ferreo, il qual cercava d'imprimere in ogni cosa che facesse un segno della propria volontà. Soltanto gli pareva ormai che tutto questo fosse divenuto una vecchia abitudine automatica e vana.Curare gli uomini, insegnare ad uomini, comandare sopra uomini, cercare indefessamente una verità, stabilire un principio, sentirsi alto, potente, solo, — tutto questo gli era piaciuto un giorno, gli era sembrato sommamente utile, sommamente necessario... Ma ora non ne vedeva più con precisione lo scopo; non era più così certo che questa fosse la sua strada, nè fosse in alcun modo una strada. Gli pareva che su l'immenso caos organizzato gravasse quasi una pausa oscillante, una lunga infinita vacuità, la qual pausa era stupore. Gli [pg!244] pareva di tornar da capo con tutto il suo cervello pensante alla ricerca delle ragioni d'ogni cosa. Questo piccolo fatto dell'aver ucciso, dell'aver ucciso egli stesso, con la sua propria mano, con la sua nitida volontà, gli scompigliava nel pensiero l'ordine immenso e la ragione intrinseca delle cose. Non era uomo da conoscere ciò che si chiama volgarmente il rimorso, poich'egli sapeva prima, e credeva di saper tuttora, che s'era impadronito, nell'uccidere, d'un suo virile diritto. Ma nel medesimo tempo sentiva che un fatto nuovo, un fatto di principio, era entrato con ciò nel suo mondo cerebrale, anzi dominava come un improvviso equivoco nella serrata logica del suo pensiero. Non rimorso era, e nemmeno era una pavidità oscura de' suoi sensi davanti all'ombra di colui che giaceva. Non dunque una stolta paura della sua coscienza, e meno ancora della vendetta umana, ch'egli sentiva di poter vincere quand'anche s'apparecchiasse; — ma era invece un fatto quasi organico, un fenomeno della sua stessa materia, la qualesapevadi aver data la morte. Questa parola «morte», che fino allora, pur vivendole in mezzo, pur combattendola giorno per giorno, eragli parsa lieve, ora, inattesamente, si vestiva d'un significato nuovo; non pauroso, non orrido, ma stupefacente: — un significato che assaliva tutte le cose dell'universo, non potendo ad altro somigliare che ad una specie di divinità.Aveva da poco finito il pranzo, il suo pranzo veloce, che Giovanni gli imbandiva e gli sparecchiava ubbidendo a' suoi cenni. Era stanco d'una giornata intensa; più che stanchezza, era un senso d'affaticante inerzia che gli pesava nelle vene, mentre per l'aria ferma cominciavano a fluttuare come invisibili sciarpe le calure della vicina estate.— Giovanni, — diss'egli allora, — pòrtami, ti prego, un giornale.Sorse di tavola, entrò in una sala che non era illuminata [pg!245] se non dal riverbero della sera inazzurrata. Un lembo di cielo, con rosse nuvole, chiudeva come uno scenario il quadrato calmo della finestra, e si udiva salir dalla strada lo scalpiccìo della folla sui marciapiedi; si udivan ruote correre, battere ferri di cavalli, freni soffiando stridere, motori, con ánsiti e scoppi, lanciare per l'aria sonora un tremito ronzante, una burrasca di velocità.Lentamente s'affacciò al davanzale, guardando in giù, verso lo sbocco della contrada e verso il quadrangolo della piazza colonnata, che allargava la sua chiara vastità intorno ad una piccola fontana.Allora subitamente si rammentò con maraviglia d'una cosa futile... d'una sera, dell'anno antecedente, o forse d'un tempo ancor più lontano, quand'egli appunto se ne stava così, fermo, a contemplare dalla finestra la bella piazza illuminata, allorchè gli avvenne di riconoscere un uomo che per il mezzo la traversava; un uomo alto, magro, leggermente curvo, che veniva incontro alla sua casa, e camminando guardava se ci fosse ancor lume nelle sue finestre, lassú...Gli parve che il senso della moltitudine, del frastuono, il senso attuale di quella piazza, consistesse appunto nell'uomo che certa sera la traversava, nè ora la traverserebbe mai più, nei giorni tumultuosi ch'eran per nascere su l'infinita vita... Rimase un momento con gli occhi attoniti a fissare il pennacchio della fontana, poi trovò che questo ricordo mancava d'ogni reale consistenza, si ritrasse, accese il lume, sedette davanti alla scrivania.Prese un foglio di carta, e, intinta la penna, tracciò distrattamente un nome al sommo della pagina bianca: — Novella...E dal chiarore invisibile che mandava questo piccolo nome, un sorriso limpido come il sole tornò a brillare sul mondo. Una memoria di lei, della sua bocca, lo tormentò così forte che il suo desiderio ne pianse, così forte che gli sembrò di averla udita entrare, con [pg!246] un fruscìo dietro la seggiola della sua lieve sottana, e gli sembrò che si curvasse, per avanzargli sopra una spalla, d'un tratto, la bocca respirante, per fargli con le calme sue braccia un nodo senza forza intorno alla gola soffocata...Si sentiva ridivenire con voluttà un illogico e docile uomo, libero da tutte quelle complicazioni cerebrali che lo spingevano indefessamente alla ricerca di «cause ulteriori»; s'accorse che pur una cosa v'era, la quale sapeva sottrarsi alla sua concezione transitoria, inutilistica del mondo: e questa era un'altra creatura come lui, fatta solo di carne lábile, di bellezza fugace, che sarebbe morta e sparita, che avrebbe dispersa in un pugno di polvere la sua ragione d'esser vissuta, ma che bastava tuttavia per soverchiare i limiti della conoscenza, per lanciare il sogno d'un uomo nella spaventosa eternità...Di lei sola, di questo solo amore, il suo cervello analitico non cercava ragione. L'amava; era pieno il mondo di questo amore esultante; le cose tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo cuore. Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e nello spazio, nell'attimo e nell'eterno, era l'arteria della sua vita molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed immensa che il credente riassume in Dio.Amandola, questo ribelle, questo anarchico, sentiva di ubbidire; di ubbidire non a lei forse, nè al cieco dominio della sua propria passione, ma quasi ad una legge di natività, immemorabile come la vita, più necessaria e più semplice di tutte l'altre da lui contemplate, — «una legge di dedizione e di generazione, ínsita in tutto ciò che vive, radicata nell'elemento stesso del mondo, la legge per cui tutto continua, la sola che tutto comprende, ciò che veramente è l'anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...»Queste parole aveva scritte ne' suoi libri, ed ora le ripensava per confrontarle con l'anima sua presente. [pg!247] La penna gli era caduta su la pagina bianca; il tempo scorreva dolce nella sera ventilata. Le ripensava, guardando distrattamente verso l'alta scansìa, cárica di volumi rilegati d'un cuoio verde, con le diciture incise a caratteri d'oro, i quali splendevano dietro l'invetriata luccicante.E vedeva coloro che li avevan scritti, i suoi fratelli anteriori, dispersi nell'epoche lontane, per le più lontane contrade della terra, amici e nemici fra loro, ma raccolti da un solo nulla in una sola ed uguale Inutilità. E ripensava più oltre quel che aveva scritto:«O profeti degli errori più diuturni, o conquistatori terribili che volgeste in cenere funeraria la bellezza dionisiaca della vita, non è forse tempo ancora che un Dio più evoluto esca dalle nostre officine? Non è forse tempo ancora che il crogiuolo d'un chimico rivelatore imprigioni per sempre nella materia la favola dei vostri paradisi?«La remota vostra leggenda metafisica servì a creare la morte quale noi oggi la vediamo, ed in ogni cosa che l'uomo toccò, in ogni passo che fece, in ogni respiro d'aria che bevve co' suoi polmoni avidi, trovò questo veleno mesciuto negli elisiri della vita.«Perchè, o medici, o filosofi, o poeti, non guariremo noi l'uomo di questo suo morbo millenario, che lo spinse a ricercare nella prigione dei cinque sensi, con la sua logica d'apparenze, una ragione di sè?«Possiate voi comprendere in un senso bello e sereno, in un senso d'aurora e di lontananza, questa maravigliosa parola ch'io vi canto: «Il domani!»«Ieri», o uomini, è la parola buia. Significa essere stati, quindi non essere più. «Ieri» è veramente la morte. Ma tuttociò che si chiama luce, sole, amore, gioia, bellezza, possibilità... tutto questo ha nome: «Domani». La vita non è che l'Oriente verso il quale si cammina, il sole che nascerà domani. L'inutilità immensa e magnifica di tutte le cose è in questo appunto, che la vita comincia davanti a noi, comincia domani...»[pg!248]Affaticato, egli si chiuse nel palmo la fronte calda; una gioia umana gli navigò sopra il cuore, gli fece sorridere la bocca, dalla mente gli bandì quella torma di pensieri estenuanti; perchè il suo «domani» era la donna che amava di un amor quasi barbaro, ed era il gorgo di felicità che gli si apriva nell'anima quando appena sovra lei si posasse una carezza della sua mano, — della sua mano che aveva medicato la febbre, le piaghe, i dolori degli uomini, ed aveva pure, con un sottile ago d'acciaio, avvelenata una debole vena. Il suo «domani» era ciò che non aveva conosciuto ancora nella veemente sua vita, se non fra distratte avventure, ch'erangli parse lievi all'anima e fors'anche ai sensi come quel rumore di seta scivolante che fa, nel cadere, una gonna slacciata.Ma ora la sua bontà s'allontanava dagli uomini; la sua bontà non poteva più guarire liberare o difendere che una sola creatura. La sua missione gli pareva divenuta quasi puerile, al segno da sentirsene stanco e da non saper comprendere più, nemmeno razionalmente, per qual ragione proprio lui, che in fondo era un autocrate, un inutilista, un distruttore, proprio lui che in fondo spregiava tanto gli uomini da sentirsene padrone come d'un branco di pecore, avesse fino allora speso tanti anni della sua vita, e sempre con indefesso amore, con un'abnegazione talora confinante con l'eroismo, per guarire una folla d'estranei, davanti ai quali non compiva che un atto malinconico e faticoso di servitù. E spese tante ore nel suo laboratorio, alla ricerca d'un farmaco, d'una scoperta che li guarisse meglio, e tante ore su l'alto d'una cattedra per dividere con cervelli sbadati il pane della conoscenza... Ora non capiva più come avesse potuto fare tutto questo; anzi la memoria d'averlo pur compiuto lo lasciava leggermente sorpreso, come se ciò fosse stata l'opera d'un altro. Insieme nasceva in lui, contro il suo mestiere, un'avversione quasi fisica, perchè gli pareva impossibile di [pg!249] dover toccare con la stessa mano il corpo d'un infermo e la dolce soave carne di lei, ch'era una musica divenuta forma, un profumo divenuto respiro...Taluni pensieri futili, quasi feminei, lo assalivano. Certo non avrebbe mai voluto che, nello starle accanto, la tormentasse un odor medicinale d'etere o di cloroformio, il quale avesse impregnato la stoffa de' suoi abiti, o che, stando con lei, venisse chiamato altrove, o con lei giacendo, avesse il mattino a sorgere dal letto per impartire la sua lezione giornaliera nell'aula un po' tetra dell'Ateneo...Era pur nato nella famiglia vandalica dei dominatori: avevano battuto il suo metallo su l'incudine che foggia la corona dei re; il suo cammino era per l'alte nuvole, nell'infinita bufera. Ma questo bisogno d'esser tale, di non potersi credere inutile come un piccolo uomo, era insieme la sua spirituale schiavitù. E trovava necessario di appartenere ad una missione, ad un amore, ad un'idea; sentiva, negando, il bisogno di credere, comandando, la necessità di ubbidire.Egli s'era provato ad uscire dal dominio suggestivo delle parole, rompendo la catena dei sensi, ed era giunto a quel segno dove la convenzione cessa, gli estremi si confondono, e tutte le parole che in sè racchiudono un senso antagonistico — piacere o dolore, fede o negazione, dovere o diritto, e più oltre, fino all'ultime: vita o morte — non possono altro rappresentare che un suono di sillabe diverse.Così egli pensava, ed aveva per lunghi anni pensato, finchè la sua mano temeraria s'era persuasa di poter compiere ciò che la logica umana chiama un delitto.Ma inattesamente la sua materia si sentiva trasformata da quest'atto, e gli pareva che un oscuro divieto ci fosse, fuori dalla coscienza, dalla logica, dalla divinità, — un divieto fisico, radicato anch'esso nella materia universa come un istinto fondamentale, profondo in essa come quell'altra legge di dedizione e di generazione, [pg!250] che veramente è l'anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...Ed ora non sentiva nemmeno più il bisogno di difendere con una frode complicata il suo semplice delitto; sentiva solo che un barbaro antico era tornato a vivere nel suo cuore angusto d'uomo civile, ove la preda e l'amplesso rimanevano ancora le più belle ragioni del vivere, dopo tante metafisiche fallite, dopo tanti millenni di ascendente umanità.Allora mosse la penna su la pagina bianca, e scrisse all'amante che amava:— «Sì! parti domani, come tu vuoi, come voglio anch'io... perchè ti amo, ti amo, e non amo che te!»

ISenza mutamento ricominciò il suo vivere consueto. La Clinica, l'Università, i molteplici consulti, le pratiche di laboratorio, lo assorbivano da mattino a sera, ed anzi metteva nell'occuparsi una specie d'iracondia, quasi che un'oscura ma imperiosa inquietudine lo sospingesse a consumare con febbre tutte le ore della sua giornata.Il mattino, al primo destarsi, lo stringeva un attimo di perplessità, e, per una pigrizia del tutto morale, avrebbe voluto continuare quel sonno, quel vuoto e opaco sonno che gli pareva quasi una immensa camera buia.Ma, vinto con una tensione dei nervi quell'impreciso attimo di paura, ecco egli era novamente l'uomo limpido e ferreo, il qual cercava d'imprimere in ogni cosa che facesse un segno della propria volontà. Soltanto gli pareva ormai che tutto questo fosse divenuto una vecchia abitudine automatica e vana.Curare gli uomini, insegnare ad uomini, comandare sopra uomini, cercare indefessamente una verità, stabilire un principio, sentirsi alto, potente, solo, — tutto questo gli era piaciuto un giorno, gli era sembrato sommamente utile, sommamente necessario... Ma ora non ne vedeva più con precisione lo scopo; non era più così certo che questa fosse la sua strada, nè fosse in alcun modo una strada. Gli pareva che su l'immenso caos organizzato gravasse quasi una pausa oscillante, una lunga infinita vacuità, la qual pausa era stupore. Gli [pg!244] pareva di tornar da capo con tutto il suo cervello pensante alla ricerca delle ragioni d'ogni cosa. Questo piccolo fatto dell'aver ucciso, dell'aver ucciso egli stesso, con la sua propria mano, con la sua nitida volontà, gli scompigliava nel pensiero l'ordine immenso e la ragione intrinseca delle cose. Non era uomo da conoscere ciò che si chiama volgarmente il rimorso, poich'egli sapeva prima, e credeva di saper tuttora, che s'era impadronito, nell'uccidere, d'un suo virile diritto. Ma nel medesimo tempo sentiva che un fatto nuovo, un fatto di principio, era entrato con ciò nel suo mondo cerebrale, anzi dominava come un improvviso equivoco nella serrata logica del suo pensiero. Non rimorso era, e nemmeno era una pavidità oscura de' suoi sensi davanti all'ombra di colui che giaceva. Non dunque una stolta paura della sua coscienza, e meno ancora della vendetta umana, ch'egli sentiva di poter vincere quand'anche s'apparecchiasse; — ma era invece un fatto quasi organico, un fenomeno della sua stessa materia, la qualesapevadi aver data la morte. Questa parola «morte», che fino allora, pur vivendole in mezzo, pur combattendola giorno per giorno, eragli parsa lieve, ora, inattesamente, si vestiva d'un significato nuovo; non pauroso, non orrido, ma stupefacente: — un significato che assaliva tutte le cose dell'universo, non potendo ad altro somigliare che ad una specie di divinità.Aveva da poco finito il pranzo, il suo pranzo veloce, che Giovanni gli imbandiva e gli sparecchiava ubbidendo a' suoi cenni. Era stanco d'una giornata intensa; più che stanchezza, era un senso d'affaticante inerzia che gli pesava nelle vene, mentre per l'aria ferma cominciavano a fluttuare come invisibili sciarpe le calure della vicina estate.— Giovanni, — diss'egli allora, — pòrtami, ti prego, un giornale.Sorse di tavola, entrò in una sala che non era illuminata [pg!245] se non dal riverbero della sera inazzurrata. Un lembo di cielo, con rosse nuvole, chiudeva come uno scenario il quadrato calmo della finestra, e si udiva salir dalla strada lo scalpiccìo della folla sui marciapiedi; si udivan ruote correre, battere ferri di cavalli, freni soffiando stridere, motori, con ánsiti e scoppi, lanciare per l'aria sonora un tremito ronzante, una burrasca di velocità.Lentamente s'affacciò al davanzale, guardando in giù, verso lo sbocco della contrada e verso il quadrangolo della piazza colonnata, che allargava la sua chiara vastità intorno ad una piccola fontana.Allora subitamente si rammentò con maraviglia d'una cosa futile... d'una sera, dell'anno antecedente, o forse d'un tempo ancor più lontano, quand'egli appunto se ne stava così, fermo, a contemplare dalla finestra la bella piazza illuminata, allorchè gli avvenne di riconoscere un uomo che per il mezzo la traversava; un uomo alto, magro, leggermente curvo, che veniva incontro alla sua casa, e camminando guardava se ci fosse ancor lume nelle sue finestre, lassú...Gli parve che il senso della moltitudine, del frastuono, il senso attuale di quella piazza, consistesse appunto nell'uomo che certa sera la traversava, nè ora la traverserebbe mai più, nei giorni tumultuosi ch'eran per nascere su l'infinita vita... Rimase un momento con gli occhi attoniti a fissare il pennacchio della fontana, poi trovò che questo ricordo mancava d'ogni reale consistenza, si ritrasse, accese il lume, sedette davanti alla scrivania.Prese un foglio di carta, e, intinta la penna, tracciò distrattamente un nome al sommo della pagina bianca: — Novella...E dal chiarore invisibile che mandava questo piccolo nome, un sorriso limpido come il sole tornò a brillare sul mondo. Una memoria di lei, della sua bocca, lo tormentò così forte che il suo desiderio ne pianse, così forte che gli sembrò di averla udita entrare, con [pg!246] un fruscìo dietro la seggiola della sua lieve sottana, e gli sembrò che si curvasse, per avanzargli sopra una spalla, d'un tratto, la bocca respirante, per fargli con le calme sue braccia un nodo senza forza intorno alla gola soffocata...Si sentiva ridivenire con voluttà un illogico e docile uomo, libero da tutte quelle complicazioni cerebrali che lo spingevano indefessamente alla ricerca di «cause ulteriori»; s'accorse che pur una cosa v'era, la quale sapeva sottrarsi alla sua concezione transitoria, inutilistica del mondo: e questa era un'altra creatura come lui, fatta solo di carne lábile, di bellezza fugace, che sarebbe morta e sparita, che avrebbe dispersa in un pugno di polvere la sua ragione d'esser vissuta, ma che bastava tuttavia per soverchiare i limiti della conoscenza, per lanciare il sogno d'un uomo nella spaventosa eternità...Di lei sola, di questo solo amore, il suo cervello analitico non cercava ragione. L'amava; era pieno il mondo di questo amore esultante; le cose tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo cuore. Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e nello spazio, nell'attimo e nell'eterno, era l'arteria della sua vita molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed immensa che il credente riassume in Dio.Amandola, questo ribelle, questo anarchico, sentiva di ubbidire; di ubbidire non a lei forse, nè al cieco dominio della sua propria passione, ma quasi ad una legge di natività, immemorabile come la vita, più necessaria e più semplice di tutte l'altre da lui contemplate, — «una legge di dedizione e di generazione, ínsita in tutto ciò che vive, radicata nell'elemento stesso del mondo, la legge per cui tutto continua, la sola che tutto comprende, ciò che veramente è l'anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...»Queste parole aveva scritte ne' suoi libri, ed ora le ripensava per confrontarle con l'anima sua presente. [pg!247] La penna gli era caduta su la pagina bianca; il tempo scorreva dolce nella sera ventilata. Le ripensava, guardando distrattamente verso l'alta scansìa, cárica di volumi rilegati d'un cuoio verde, con le diciture incise a caratteri d'oro, i quali splendevano dietro l'invetriata luccicante.E vedeva coloro che li avevan scritti, i suoi fratelli anteriori, dispersi nell'epoche lontane, per le più lontane contrade della terra, amici e nemici fra loro, ma raccolti da un solo nulla in una sola ed uguale Inutilità. E ripensava più oltre quel che aveva scritto:«O profeti degli errori più diuturni, o conquistatori terribili che volgeste in cenere funeraria la bellezza dionisiaca della vita, non è forse tempo ancora che un Dio più evoluto esca dalle nostre officine? Non è forse tempo ancora che il crogiuolo d'un chimico rivelatore imprigioni per sempre nella materia la favola dei vostri paradisi?«La remota vostra leggenda metafisica servì a creare la morte quale noi oggi la vediamo, ed in ogni cosa che l'uomo toccò, in ogni passo che fece, in ogni respiro d'aria che bevve co' suoi polmoni avidi, trovò questo veleno mesciuto negli elisiri della vita.«Perchè, o medici, o filosofi, o poeti, non guariremo noi l'uomo di questo suo morbo millenario, che lo spinse a ricercare nella prigione dei cinque sensi, con la sua logica d'apparenze, una ragione di sè?«Possiate voi comprendere in un senso bello e sereno, in un senso d'aurora e di lontananza, questa maravigliosa parola ch'io vi canto: «Il domani!»«Ieri», o uomini, è la parola buia. Significa essere stati, quindi non essere più. «Ieri» è veramente la morte. Ma tuttociò che si chiama luce, sole, amore, gioia, bellezza, possibilità... tutto questo ha nome: «Domani». La vita non è che l'Oriente verso il quale si cammina, il sole che nascerà domani. L'inutilità immensa e magnifica di tutte le cose è in questo appunto, che la vita comincia davanti a noi, comincia domani...»[pg!248]Affaticato, egli si chiuse nel palmo la fronte calda; una gioia umana gli navigò sopra il cuore, gli fece sorridere la bocca, dalla mente gli bandì quella torma di pensieri estenuanti; perchè il suo «domani» era la donna che amava di un amor quasi barbaro, ed era il gorgo di felicità che gli si apriva nell'anima quando appena sovra lei si posasse una carezza della sua mano, — della sua mano che aveva medicato la febbre, le piaghe, i dolori degli uomini, ed aveva pure, con un sottile ago d'acciaio, avvelenata una debole vena. Il suo «domani» era ciò che non aveva conosciuto ancora nella veemente sua vita, se non fra distratte avventure, ch'erangli parse lievi all'anima e fors'anche ai sensi come quel rumore di seta scivolante che fa, nel cadere, una gonna slacciata.Ma ora la sua bontà s'allontanava dagli uomini; la sua bontà non poteva più guarire liberare o difendere che una sola creatura. La sua missione gli pareva divenuta quasi puerile, al segno da sentirsene stanco e da non saper comprendere più, nemmeno razionalmente, per qual ragione proprio lui, che in fondo era un autocrate, un inutilista, un distruttore, proprio lui che in fondo spregiava tanto gli uomini da sentirsene padrone come d'un branco di pecore, avesse fino allora speso tanti anni della sua vita, e sempre con indefesso amore, con un'abnegazione talora confinante con l'eroismo, per guarire una folla d'estranei, davanti ai quali non compiva che un atto malinconico e faticoso di servitù. E spese tante ore nel suo laboratorio, alla ricerca d'un farmaco, d'una scoperta che li guarisse meglio, e tante ore su l'alto d'una cattedra per dividere con cervelli sbadati il pane della conoscenza... Ora non capiva più come avesse potuto fare tutto questo; anzi la memoria d'averlo pur compiuto lo lasciava leggermente sorpreso, come se ciò fosse stata l'opera d'un altro. Insieme nasceva in lui, contro il suo mestiere, un'avversione quasi fisica, perchè gli pareva impossibile di [pg!249] dover toccare con la stessa mano il corpo d'un infermo e la dolce soave carne di lei, ch'era una musica divenuta forma, un profumo divenuto respiro...Taluni pensieri futili, quasi feminei, lo assalivano. Certo non avrebbe mai voluto che, nello starle accanto, la tormentasse un odor medicinale d'etere o di cloroformio, il quale avesse impregnato la stoffa de' suoi abiti, o che, stando con lei, venisse chiamato altrove, o con lei giacendo, avesse il mattino a sorgere dal letto per impartire la sua lezione giornaliera nell'aula un po' tetra dell'Ateneo...Era pur nato nella famiglia vandalica dei dominatori: avevano battuto il suo metallo su l'incudine che foggia la corona dei re; il suo cammino era per l'alte nuvole, nell'infinita bufera. Ma questo bisogno d'esser tale, di non potersi credere inutile come un piccolo uomo, era insieme la sua spirituale schiavitù. E trovava necessario di appartenere ad una missione, ad un amore, ad un'idea; sentiva, negando, il bisogno di credere, comandando, la necessità di ubbidire.Egli s'era provato ad uscire dal dominio suggestivo delle parole, rompendo la catena dei sensi, ed era giunto a quel segno dove la convenzione cessa, gli estremi si confondono, e tutte le parole che in sè racchiudono un senso antagonistico — piacere o dolore, fede o negazione, dovere o diritto, e più oltre, fino all'ultime: vita o morte — non possono altro rappresentare che un suono di sillabe diverse.Così egli pensava, ed aveva per lunghi anni pensato, finchè la sua mano temeraria s'era persuasa di poter compiere ciò che la logica umana chiama un delitto.Ma inattesamente la sua materia si sentiva trasformata da quest'atto, e gli pareva che un oscuro divieto ci fosse, fuori dalla coscienza, dalla logica, dalla divinità, — un divieto fisico, radicato anch'esso nella materia universa come un istinto fondamentale, profondo in essa come quell'altra legge di dedizione e di generazione, [pg!250] che veramente è l'anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...Ed ora non sentiva nemmeno più il bisogno di difendere con una frode complicata il suo semplice delitto; sentiva solo che un barbaro antico era tornato a vivere nel suo cuore angusto d'uomo civile, ove la preda e l'amplesso rimanevano ancora le più belle ragioni del vivere, dopo tante metafisiche fallite, dopo tanti millenni di ascendente umanità.Allora mosse la penna su la pagina bianca, e scrisse all'amante che amava:— «Sì! parti domani, come tu vuoi, come voglio anch'io... perchè ti amo, ti amo, e non amo che te!»

Senza mutamento ricominciò il suo vivere consueto. La Clinica, l'Università, i molteplici consulti, le pratiche di laboratorio, lo assorbivano da mattino a sera, ed anzi metteva nell'occuparsi una specie d'iracondia, quasi che un'oscura ma imperiosa inquietudine lo sospingesse a consumare con febbre tutte le ore della sua giornata.

Il mattino, al primo destarsi, lo stringeva un attimo di perplessità, e, per una pigrizia del tutto morale, avrebbe voluto continuare quel sonno, quel vuoto e opaco sonno che gli pareva quasi una immensa camera buia.

Ma, vinto con una tensione dei nervi quell'impreciso attimo di paura, ecco egli era novamente l'uomo limpido e ferreo, il qual cercava d'imprimere in ogni cosa che facesse un segno della propria volontà. Soltanto gli pareva ormai che tutto questo fosse divenuto una vecchia abitudine automatica e vana.

Curare gli uomini, insegnare ad uomini, comandare sopra uomini, cercare indefessamente una verità, stabilire un principio, sentirsi alto, potente, solo, — tutto questo gli era piaciuto un giorno, gli era sembrato sommamente utile, sommamente necessario... Ma ora non ne vedeva più con precisione lo scopo; non era più così certo che questa fosse la sua strada, nè fosse in alcun modo una strada. Gli pareva che su l'immenso caos organizzato gravasse quasi una pausa oscillante, una lunga infinita vacuità, la qual pausa era stupore. Gli [pg!244] pareva di tornar da capo con tutto il suo cervello pensante alla ricerca delle ragioni d'ogni cosa. Questo piccolo fatto dell'aver ucciso, dell'aver ucciso egli stesso, con la sua propria mano, con la sua nitida volontà, gli scompigliava nel pensiero l'ordine immenso e la ragione intrinseca delle cose. Non era uomo da conoscere ciò che si chiama volgarmente il rimorso, poich'egli sapeva prima, e credeva di saper tuttora, che s'era impadronito, nell'uccidere, d'un suo virile diritto. Ma nel medesimo tempo sentiva che un fatto nuovo, un fatto di principio, era entrato con ciò nel suo mondo cerebrale, anzi dominava come un improvviso equivoco nella serrata logica del suo pensiero. Non rimorso era, e nemmeno era una pavidità oscura de' suoi sensi davanti all'ombra di colui che giaceva. Non dunque una stolta paura della sua coscienza, e meno ancora della vendetta umana, ch'egli sentiva di poter vincere quand'anche s'apparecchiasse; — ma era invece un fatto quasi organico, un fenomeno della sua stessa materia, la qualesapevadi aver data la morte. Questa parola «morte», che fino allora, pur vivendole in mezzo, pur combattendola giorno per giorno, eragli parsa lieve, ora, inattesamente, si vestiva d'un significato nuovo; non pauroso, non orrido, ma stupefacente: — un significato che assaliva tutte le cose dell'universo, non potendo ad altro somigliare che ad una specie di divinità.

Aveva da poco finito il pranzo, il suo pranzo veloce, che Giovanni gli imbandiva e gli sparecchiava ubbidendo a' suoi cenni. Era stanco d'una giornata intensa; più che stanchezza, era un senso d'affaticante inerzia che gli pesava nelle vene, mentre per l'aria ferma cominciavano a fluttuare come invisibili sciarpe le calure della vicina estate.

— Giovanni, — diss'egli allora, — pòrtami, ti prego, un giornale.

Sorse di tavola, entrò in una sala che non era illuminata [pg!245] se non dal riverbero della sera inazzurrata. Un lembo di cielo, con rosse nuvole, chiudeva come uno scenario il quadrato calmo della finestra, e si udiva salir dalla strada lo scalpiccìo della folla sui marciapiedi; si udivan ruote correre, battere ferri di cavalli, freni soffiando stridere, motori, con ánsiti e scoppi, lanciare per l'aria sonora un tremito ronzante, una burrasca di velocità.

Lentamente s'affacciò al davanzale, guardando in giù, verso lo sbocco della contrada e verso il quadrangolo della piazza colonnata, che allargava la sua chiara vastità intorno ad una piccola fontana.

Allora subitamente si rammentò con maraviglia d'una cosa futile... d'una sera, dell'anno antecedente, o forse d'un tempo ancor più lontano, quand'egli appunto se ne stava così, fermo, a contemplare dalla finestra la bella piazza illuminata, allorchè gli avvenne di riconoscere un uomo che per il mezzo la traversava; un uomo alto, magro, leggermente curvo, che veniva incontro alla sua casa, e camminando guardava se ci fosse ancor lume nelle sue finestre, lassú...

Gli parve che il senso della moltitudine, del frastuono, il senso attuale di quella piazza, consistesse appunto nell'uomo che certa sera la traversava, nè ora la traverserebbe mai più, nei giorni tumultuosi ch'eran per nascere su l'infinita vita... Rimase un momento con gli occhi attoniti a fissare il pennacchio della fontana, poi trovò che questo ricordo mancava d'ogni reale consistenza, si ritrasse, accese il lume, sedette davanti alla scrivania.

Prese un foglio di carta, e, intinta la penna, tracciò distrattamente un nome al sommo della pagina bianca: — Novella...

E dal chiarore invisibile che mandava questo piccolo nome, un sorriso limpido come il sole tornò a brillare sul mondo. Una memoria di lei, della sua bocca, lo tormentò così forte che il suo desiderio ne pianse, così forte che gli sembrò di averla udita entrare, con [pg!246] un fruscìo dietro la seggiola della sua lieve sottana, e gli sembrò che si curvasse, per avanzargli sopra una spalla, d'un tratto, la bocca respirante, per fargli con le calme sue braccia un nodo senza forza intorno alla gola soffocata...

Si sentiva ridivenire con voluttà un illogico e docile uomo, libero da tutte quelle complicazioni cerebrali che lo spingevano indefessamente alla ricerca di «cause ulteriori»; s'accorse che pur una cosa v'era, la quale sapeva sottrarsi alla sua concezione transitoria, inutilistica del mondo: e questa era un'altra creatura come lui, fatta solo di carne lábile, di bellezza fugace, che sarebbe morta e sparita, che avrebbe dispersa in un pugno di polvere la sua ragione d'esser vissuta, ma che bastava tuttavia per soverchiare i limiti della conoscenza, per lanciare il sogno d'un uomo nella spaventosa eternità...

Di lei sola, di questo solo amore, il suo cervello analitico non cercava ragione. L'amava; era pieno il mondo di questo amore esultante; le cose tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo cuore. Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e nello spazio, nell'attimo e nell'eterno, era l'arteria della sua vita molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed immensa che il credente riassume in Dio.

Amandola, questo ribelle, questo anarchico, sentiva di ubbidire; di ubbidire non a lei forse, nè al cieco dominio della sua propria passione, ma quasi ad una legge di natività, immemorabile come la vita, più necessaria e più semplice di tutte l'altre da lui contemplate, — «una legge di dedizione e di generazione, ínsita in tutto ciò che vive, radicata nell'elemento stesso del mondo, la legge per cui tutto continua, la sola che tutto comprende, ciò che veramente è l'anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...»

Queste parole aveva scritte ne' suoi libri, ed ora le ripensava per confrontarle con l'anima sua presente. [pg!247] La penna gli era caduta su la pagina bianca; il tempo scorreva dolce nella sera ventilata. Le ripensava, guardando distrattamente verso l'alta scansìa, cárica di volumi rilegati d'un cuoio verde, con le diciture incise a caratteri d'oro, i quali splendevano dietro l'invetriata luccicante.

E vedeva coloro che li avevan scritti, i suoi fratelli anteriori, dispersi nell'epoche lontane, per le più lontane contrade della terra, amici e nemici fra loro, ma raccolti da un solo nulla in una sola ed uguale Inutilità. E ripensava più oltre quel che aveva scritto:

«O profeti degli errori più diuturni, o conquistatori terribili che volgeste in cenere funeraria la bellezza dionisiaca della vita, non è forse tempo ancora che un Dio più evoluto esca dalle nostre officine? Non è forse tempo ancora che il crogiuolo d'un chimico rivelatore imprigioni per sempre nella materia la favola dei vostri paradisi?

«La remota vostra leggenda metafisica servì a creare la morte quale noi oggi la vediamo, ed in ogni cosa che l'uomo toccò, in ogni passo che fece, in ogni respiro d'aria che bevve co' suoi polmoni avidi, trovò questo veleno mesciuto negli elisiri della vita.

«Perchè, o medici, o filosofi, o poeti, non guariremo noi l'uomo di questo suo morbo millenario, che lo spinse a ricercare nella prigione dei cinque sensi, con la sua logica d'apparenze, una ragione di sè?

«Possiate voi comprendere in un senso bello e sereno, in un senso d'aurora e di lontananza, questa maravigliosa parola ch'io vi canto: «Il domani!»

«Ieri», o uomini, è la parola buia. Significa essere stati, quindi non essere più. «Ieri» è veramente la morte. Ma tuttociò che si chiama luce, sole, amore, gioia, bellezza, possibilità... tutto questo ha nome: «Domani». La vita non è che l'Oriente verso il quale si cammina, il sole che nascerà domani. L'inutilità immensa e magnifica di tutte le cose è in questo appunto, che la vita comincia davanti a noi, comincia domani...»

[pg!248]

Affaticato, egli si chiuse nel palmo la fronte calda; una gioia umana gli navigò sopra il cuore, gli fece sorridere la bocca, dalla mente gli bandì quella torma di pensieri estenuanti; perchè il suo «domani» era la donna che amava di un amor quasi barbaro, ed era il gorgo di felicità che gli si apriva nell'anima quando appena sovra lei si posasse una carezza della sua mano, — della sua mano che aveva medicato la febbre, le piaghe, i dolori degli uomini, ed aveva pure, con un sottile ago d'acciaio, avvelenata una debole vena. Il suo «domani» era ciò che non aveva conosciuto ancora nella veemente sua vita, se non fra distratte avventure, ch'erangli parse lievi all'anima e fors'anche ai sensi come quel rumore di seta scivolante che fa, nel cadere, una gonna slacciata.

Ma ora la sua bontà s'allontanava dagli uomini; la sua bontà non poteva più guarire liberare o difendere che una sola creatura. La sua missione gli pareva divenuta quasi puerile, al segno da sentirsene stanco e da non saper comprendere più, nemmeno razionalmente, per qual ragione proprio lui, che in fondo era un autocrate, un inutilista, un distruttore, proprio lui che in fondo spregiava tanto gli uomini da sentirsene padrone come d'un branco di pecore, avesse fino allora speso tanti anni della sua vita, e sempre con indefesso amore, con un'abnegazione talora confinante con l'eroismo, per guarire una folla d'estranei, davanti ai quali non compiva che un atto malinconico e faticoso di servitù. E spese tante ore nel suo laboratorio, alla ricerca d'un farmaco, d'una scoperta che li guarisse meglio, e tante ore su l'alto d'una cattedra per dividere con cervelli sbadati il pane della conoscenza... Ora non capiva più come avesse potuto fare tutto questo; anzi la memoria d'averlo pur compiuto lo lasciava leggermente sorpreso, come se ciò fosse stata l'opera d'un altro. Insieme nasceva in lui, contro il suo mestiere, un'avversione quasi fisica, perchè gli pareva impossibile di [pg!249] dover toccare con la stessa mano il corpo d'un infermo e la dolce soave carne di lei, ch'era una musica divenuta forma, un profumo divenuto respiro...

Taluni pensieri futili, quasi feminei, lo assalivano. Certo non avrebbe mai voluto che, nello starle accanto, la tormentasse un odor medicinale d'etere o di cloroformio, il quale avesse impregnato la stoffa de' suoi abiti, o che, stando con lei, venisse chiamato altrove, o con lei giacendo, avesse il mattino a sorgere dal letto per impartire la sua lezione giornaliera nell'aula un po' tetra dell'Ateneo...

Era pur nato nella famiglia vandalica dei dominatori: avevano battuto il suo metallo su l'incudine che foggia la corona dei re; il suo cammino era per l'alte nuvole, nell'infinita bufera. Ma questo bisogno d'esser tale, di non potersi credere inutile come un piccolo uomo, era insieme la sua spirituale schiavitù. E trovava necessario di appartenere ad una missione, ad un amore, ad un'idea; sentiva, negando, il bisogno di credere, comandando, la necessità di ubbidire.

Egli s'era provato ad uscire dal dominio suggestivo delle parole, rompendo la catena dei sensi, ed era giunto a quel segno dove la convenzione cessa, gli estremi si confondono, e tutte le parole che in sè racchiudono un senso antagonistico — piacere o dolore, fede o negazione, dovere o diritto, e più oltre, fino all'ultime: vita o morte — non possono altro rappresentare che un suono di sillabe diverse.

Così egli pensava, ed aveva per lunghi anni pensato, finchè la sua mano temeraria s'era persuasa di poter compiere ciò che la logica umana chiama un delitto.

Ma inattesamente la sua materia si sentiva trasformata da quest'atto, e gli pareva che un oscuro divieto ci fosse, fuori dalla coscienza, dalla logica, dalla divinità, — un divieto fisico, radicato anch'esso nella materia universa come un istinto fondamentale, profondo in essa come quell'altra legge di dedizione e di generazione, [pg!250] che veramente è l'anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...

Ed ora non sentiva nemmeno più il bisogno di difendere con una frode complicata il suo semplice delitto; sentiva solo che un barbaro antico era tornato a vivere nel suo cuore angusto d'uomo civile, ove la preda e l'amplesso rimanevano ancora le più belle ragioni del vivere, dopo tante metafisiche fallite, dopo tanti millenni di ascendente umanità.

Allora mosse la penna su la pagina bianca, e scrisse all'amante che amava:

— «Sì! parti domani, come tu vuoi, come voglio anch'io... perchè ti amo, ti amo, e non amo che te!»


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