VIII— Il diritto a dare la morte... — profferì a sè stesso Andrea Ferento, con una voce che pareva misurare ogni sillaba di quel dilemma inesorabile, mentre teneva sospesa contro il lume una fialetta colma d'un liquido senza colore, trasparente come l'acqua, che però tramandava dalla sua purezza un non so che di poderoso e di sinistro. Non sprigionava intorno a sè un colore nè un odore che bastassero a definirlo, ma una specie di possibilità nefasta: la virtù del poter uccidere; come l'acqua invece tramanda l'innocenza ed esprime l'innocuità. La luce della lampadina accendeva una piccola raggiera sul vetro dell'ampolla; questa rifrazione bruciava le sue dita, pareva investire d'un riverbero tutta la tragica persona dell'esaminatore.Egli era solo, nella sua camera chiusa, tra gli alti scaffali carichi di libri e l'armadio vetrato, che lasciava intravvedere, un sopra l'altro, parecchi ordini di vasi medicinali. La tavola da lavoro, ingombra di scartafacci, di provini, di siringhe, di storte, di bottiglie tappate, era d'ácero nudo, e per la sua larghezza ingombrava quasi un terzo della stanza. Dentro una specie di nicchia, fatta come un'arcata, ch'entrava per mezzo metro nello spessor del muro, il letto era disposto nel [pg!91] senso della parete; una tenda vi cadeva sopra a baldacchino, senza coprirlo interamente.Egli portava sopra l'abito una tunica di tela greggia che gli scendeva sino alle caviglie, stretta ai polsi e serrata in vita da un cordone come un saio da monaco; l'alta sua persona prendeva in quella veste una apparenza ieratica.Tutto era silenzio intorno; pareva che la casa dormisse nel suo primo sonno, sebbene forse, dentro le occulte camere, non dormissero gli abitatori. Dal giardino sottostante salivano a tratti le vampe odorose dei gelsomini.— Il diritto a dare la morte... — profferì una seconda volta, con maggiore lentezza, Andrea Ferento. — Uccidere! La parola bella e terribile che nessuno ha mai osato far assurgere ad una legge umana. «Tu non puoi uccidere perchè non puoi creare,» — predicarono i remoti Evangelisti. «Ma il senso eterno del mondo, la legge implacábile della natività, non è forse chiusa in questa parola fra tutte più necessaria: «uccidere?»Dalle origini stesse della vita l'uomo non fece che stabilire limiti. È inteso: c'è un male, c'è un bene. Ma come si tracciarono i confini? Come e da chi?Ah, ecco, intendo! All'estremo, all'ultima pietra milliare della comprensione, dove tutto si confonde in un color di miracolo, avete messo, — è incredibile! — questa parola che fa tornar da capo: «Dio». Parola vuota come un baratro, perchè, per comprenderla, bisognerebbe non esser uomini, mentre l'averla concepita come uomini vuol dire semplicemente aver dato un nome, null'altro che un nome, ad una sensazione d'impossibilità.In voi non trovo la mia strada, Evangelisti.Ora, vi dico, il nodo è serrato ma semplice: Se io debbo vivere, la mia vita vuole una morte.Ora vi dico: Non una, ma due vite insieme, anzi due vite inseparabili, sono davanti a un'agonia. La donna che amo, il figlio che ho fatto nascere, e la mia [pg!92] sorte che brilla: un gruppo formidabile di energie rimane fermo, senza possibilità di andar oltre, davanti ad un rantolo che si prolunga.O Evangelisti, non credete voi che si possa talvolta sopprimere una vita semispenta, per salvarne altre, pulsanti, gaudiose, di là da quel sepolcro? Non ammettete l'uomo eretto a giudice solo ed eroico di sè stesso, l'uomo anarchico, superiore alla legge pattuita, che usa d'una sua forza spaventosa, ed in silenzio, nel buio, toglie di mezzo l'ostacolo che lo divide dalla sua felicità?Chi me lo impedisce?... Cristo? — Cristo era un uomo come me: io non gli credo. La legge? — La legge è stata fatta da uomini come me; non rappresenta che la necessaria catena; io sono più forte: la spezzo; più scaltro: la évito. Forse la coscienza? — Essa è paura, è viltà, è un terrore atavico dell'uomo: bisogna insegnarle a volere con inflessibilità quello che davanti alla vita, e non davanti agli uomini, è giusto. A che servirebbero questi veleni minutissimi, rari, lenti, senza traccia, che crescono pure nella vegetazione della terra, se la natura stessa non avesse riservato all'uomo la possibilità di propinare una morte nascosta? Che sarebbe l'amore in sè medesimo, se per lui non fossimo capaci di compiere qualche atto di eroismo crudele? Non contro me posso infierire, poichè la mia morte non li salva, anzi li perde. Ho amata una donna non mia e l'ho resa madre: mi trovo nell'impossibilità di liberarla dalla sua concezione, il che sarebbe altrettanto delitto. Lascerò ch'ella si uccida? O giudici, sarò così vile da non fare con risolutezza tutto ciò che il mio coraggio può fare per lei?Forse avrei dovuto, quando ne sentii nascere il primo palpito, soffocare in me questo inevitabile amore. Ma tutto si può fare al mondo, fuorchè non amare ciò che si ama.Ora, contro il diritto a vivere di queste due creature, che sono ormai la mia sola ragione di essere, sta [pg!93] un'agonia, sicura ma tenace, lenta ma irremediabile... Due giovinezze davanti ad un sepolcro, due ricchezze davanti ad una miserrima povertà. Fra queste cose, il coraggio della mia mano, la stilla invisibile di un veleno, il martirio nascosto della mia coscienza... Ebbene, in tale dilemma, è più onesto concepire la coscienza come una schiavitù paurosa, che rifugge dal delitto per il solo terrore de' suoi fantasmi, o concepirla come un coraggio efferato, che avvinghia quei fantasmi e li soffoca per la felicità di chi ama?O voi, che invisibili e presenti squassate intorno alla mia coscienza i vostri mantelli neri, ascoltate ancor questo dalla mia voce che non trema: — Io feci olocausto di me stesso al mio amore d'uomo, al mio dovere di padre, e se, per giudicare un colpevole, può esservi un altro giudizio che non l'oscuro confessionale o la teatrale aula d'una Corte d'Assisi, questo giudice libero mi dirà: — «Tu sei stato un anarchico ed un santo. Se puoi, vivendo, sopportare il tuo delitto, la sua potenza medesima ti assolve. Di fronte ai mediocri taci e nascondi, perchè i mediocri mai ti comprenderanno.»Allora, nell'alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel silenzio dalla sonora muraglia, udì suonare la Canzone Disperata sul violino singhiozzante dello scemo.Questa canzone diceva:«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti, portando il mio scheletro su la schiena;«coi piedi mi batte i ginocchi, — mi stringe il collo con le mani...«Cammina!... — mi dice ridendo — la vita comincia domani.«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va? — Risponde: — Nel regno dei vivi, che ha nome: l'Inutilità.[pg!94]«— Sei stato in un letto odoroso — con lei che giaceva supina,«tremante, sperduta, tremante — nel solco del letto profondo...«Perchè, se non vuoi che ti picchi, — mi hai fatto tremare nel mondo?«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti, e vado a cercare altri morti, — che sono i miei figli lontani...«Cammina: la vita cominciadomani, domani, domani...La Canzone approssimava, tragica, lugubre, nel silenzio della notte, finchè, dietro l'uscio, si spense. Allora egli udì le nocche dello scemo, che rideva, battere contro la porta, dicendo: — Aprimi.Andrea, rapidamente chiuse nell'armadio le minuscole ampolle dei veleni che stava esaminando; poi non rispose, non aprì.— Apri dunque! — sollecitava lo scemo, girando la maniglia. Ma la porta era serrata nell'interno a chiave.— Che vuoi?Sorda e cocciuta la voce ripeteva: — Aprimi!Allora Andrea girò la chiave nella serratura e si ritrasse per lasciarlo entrare. Marcuccio, col manico del violino stretto nel pugno, la bocca torta da quel suo riso obliquo, s'avanzò fin nel mezzo della camera guardandosi attorno, poi disse:— Novella piange.— Come lo sai?— Piange, — ripetè l'altro con iracondia.— Come lo sai, domando?— L'ho veduta io, per la toppa. Sì, l'ho veduta. È nella sua camera, seduta in un angolo, e singhiozza.[pg!95] — Ebbene? — fece Andrea dopo una pausa.— Volevo dire che piange, — ripetè costui, ingrossando la voce.— Allora tu guardi per le serrature?— Sempre.— Perchè?Accentuando il suo riso atono, egli fece con la mano un gesto vago:— Per la serratura ho veduto la Berta in camicia, molte volte... La Berta si lega le calze con due nastri rossi, quassù... — e segnava l'alto della coscia.Andrea lo fissò negli occhi, attentamente, con un senso di maraviglia e di pietà.— Non puoi dormire, Marcuccio?— Sono le notti lunghe della primavera... gli uomini che han qualche sogno nell'anima non possono dormire. — Poi fece schioccare le labbra e soggiunse: — Mi piacerebbe dormire con la Berta. Senza che lei se n'accorga io la vedo ogni sera per la toppa, quando si spoglia. È grassa.— Allora, — disse Andrea severamente, — hai guardato per la toppa anche al padiglione di caccia, alla Boscaiola, una volta...Marcuccio si mise a ridere con sguaiatezza e contorse la bocca.— No: sono salito sulla tavola di pietra ch'è da un lato, e, stando in piedi, ho potuto guardare in giù, verso l'interno della capanna. Sì, e c'era Novella...— Non è vero!— Sì, che c'era! — incalzò lo scemo. E segnandolo a dito soggiunse: — Con te.— Bada, Marcuccio! guai se lo ripeti!... — esclamò Andrea, afferrandogli ruvidamente le mani.— Novella era quasi nuda, e tu... ahi! non mi far male!... tu la coprivi con le margherite che avevate raccolte... ahi!.. sul petto... ahi!.. la coprivi...— Guai a te, se ripeti queste cose bugiarde! Hai visto male. Io non c'ero. Lei neppure non c'era. Intendi?[pg!96] E forte lo scuoteva per le braccia, mentr'egli, caparbio, insisteva nell'affermare.— Intendi?...— No, no... tu eri! lei era! Ed erano belle... com'erano belle quel giorno... le margherite... ahi! ahi! sorelluccia... le margherite!...Allora Andrea lo afferrò per le spalle, in guisa da fissarlo ben negli occhi e disse:— Ascolta, Marcuccio. Tu, quel giorno, hai veduto un sogno; ed i sogni non si devon mai ripetere ad alcuno, perchè il parlarne porta disgrazia, m'intendi? E guai, guai a chi li racconta, i sogni!...Parlava imitando il suo linguaggio, per essere meglio inteso; lo scemo apriva la bocca attonitamente:— Ah, sì?...— Certo. E se tu narrerai queste cose bugiarde, io dirò a tutti che bisogna bruciare i tuoi libri, perchè sono falsi. Così non avrai alcuna gloria. Capisci, Marcuccio?... la gloria!...Egli tremava, tremava, e balbettò:— Sì, la gloria... Ma se non dico nulla?— Di che?— Dei sogni...— Allora, Marcuccio, tu avrai... — Ma in quel mentre, udendo rumore, Andrea si volse: — Chi è?La voce di Stefano rispose:— Sono io: Stefano. Si può?— Entrate, entrate.— È la Canzone di Marcuccio che mi ha fatto scendere. — Poi disse con un sorriso indulgente: — Oh, conversate sempre di cose profonde, voialtri pensatori!— E tu sempre ci disturbi, padre Stefano! — affermò con sussiego lo scemo.— Ti credevo già coricato, Marcuccio, quando invece udii la tua canzone.— Coricato? ah! ah!... È una notte d'Aprile; vorrei camminare, camminare, in mezzo alla foresta e lungo il fiume, con il mio violino su la spalla, improvvisando canzoni. Ma ho paura dei cani!... E tutte le [pg!97] donne che non dormono, in queste notti di primavera, scenderebbero dal letto con i capelli sciolti, per camminare a piedi scalzi dietro di me... ma ho paura dei gufi. Vorrei camminare, camminare, per la foresta e lungo il fiume, suonando sul mio violino la canzone più bella che so, e trascinandomi dietro le donne seminude... Ma ho paura dei vampiri. Uh!... i vampiri dalle ali di feltro, che succhiano sangue, sangue... La sai, padre, la Canzone dei Vampiri? No?... Ascolta...E ritraendosi lentamente, con un passo d'automa, urtò l'uscio con la schiena e scomparve nel buio del corridoio, ricominciando a suonare sul violino singhiozzante la sua Canzone Disperata, che a poco a poco, per l'alte camere, in una lugubre risata si spense.. . . . . . .«Se corri, — mi dice, — «si arriva stasera o domani mattina...«Mi dice: — Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...». . . . . . .— Povero me! — proruppe Stefano con un gesto di sconforto. — La sventura s'è abbattuta su la mia casa.— Non disperate, Stefano. Voi credete in Dio, non è vero?— Sì, fervidamente.— Pregatelo, voi che potete pregare! Io credo in me stesso più fermamente che in Dio, e nella volontà umana più che nel miracolo. Quindi penso che per resistere alla sventura abbiamo un solo rimedio: il nostro proprio coraggio.Ma Stefano scosse il capo, e cominciò a guardarlo come se volesse dirgli qualcosa. Certo, per essere venuto a quell'ora nella camera di Andrea, uno scopo lo guidava e quei perplessi discorsi parevano la ricerca d'un esordio.[pg!98] — A proposito di Giorgio, — disse infine, — cosa pensate voi? Che stia proprio molto male?Andrea, forse per nascondere il suo disagio, metteva in ordine una quantità di cose, andando dagli scaffali alla scrivania, frugando nei cassetti, rimovendo libri.— L'eterna domanda! — esclamò nervosamente. — Se sapeste che poca cosa è la scienza d'un medico davanti ad un problema così complesso come la vita d'un uomo!— Ma io vedo che muore! — interruppe Stefano soffocando la voce.— È un'opinione, la vostra; null'altro che un'opinione, — rispose freddamente Andrea, stringendosi nelle spalle.— No, non ingannatemi, Andrea! Benchè vecchio, sono ancora un uomo e voglio sapere la verità. Ditemi, ditemi la verità... Il suo caso è disperato?— Non ancora, ma è grave.— Sapete? Giorni sono mi ha detto quasi allegramente: Bisognerà che un momento o l'altro diamo un'occhiata ai nostri affari, papà Stefano, perchè è sempre meglio essere previdenti.— Questo non mi riguarda! — esclamò Andrea con asprezza. — Se è di questo che dovete parlarmi, io non voglio saper nulla!— Oh, Andrea!... non crederete, per l'amor del cielo, ch'io voglia fare un calcolo qualsiasi... no, vi giuro! Ma ho due figlie, un figlio ed una moglie vecchia; ora voi sapete bene che la casa, le campagne, tutto quanto, appartiene a Giorgio.— Questo non mi riguarda, ripeto. Giorgio è un uomo onesto, penserà da sè stesso alla moglie.— Ma Giorgio ha pure un fratellastro, un uomo dissoluto e rapace, che gli ha dato già troppe noie cercando in mille guise di estorcergli denaro.— Insomma, Stefano, — egli lo interruppe, — se bene comprendo, voi desiderate che in un modo qualsiasi [pg!99] m'interponga presso Giorgio per fargli fare testamento, o per sapere se lo ha fatto e come lo ha fatto... Non è vero?Fece una pausa, guardando Stefano, che abbassò il capo senza rispondere.— Ebbene, sentite: ho molto affetto, molta venerazione per voi, padre Stefano; capisco anche la ragione, del tutto giustificabile, che v'induce ad un tal passo. Ma di questo non parlatemi, vi prego. Fate quel che volete, ma io non ci voglio entrare. Anzi vi dirò una cosa, recisamente: vicino a Giorgio, nè preti nè notai, a meno che non li chieda egli stesso. E non parliamone più.— Perchè tanto calore? Non vi ho mai veduto eccitarvi così.— Bisogna lasciare un'anima libera, padre Stefano, sopra tutto vicino alla morte. Io non mi occuperò di queste cose, e credo che Novella sia dello stesso parere.— Lo è, infatti... Ma questo, in un certo senso, è anche sorprendente!— Niente affatto, padre Stefano. L'ora della morte è quella della riconoscenza o del rancore: bisogna che l'uomo si risolva da sè all'una od all'altra cosa. E Giorgio ha la mente lucidissima. Infine, ancora una volta, questo non mi riguarda! Solo una cosa vi dirò: Fin quando io viva, nè voi nè i vostri figli avrete mai nulla da temere.— Oh, siete migliore di me, Andrea! — esclamò con effusione il vecchio, — ed ora mi vergogno...— Di nulla! Voi pensate ai vostri figli; è più che umano. E lasciamo questi discorsi. Risponderò invece alla vostra domanda con sincerità: — Il caso di Giorgio è grave; molto grave. La mia opera può darsi che non basti; è forse opportuno chiamare altri medici. L'ho detto a lui stesso, ma egli rifiuta.— E chi può salvarlo, se voi non potete? — esclamò Stefano alzando le braccia. — Poi, che serve? Io [pg!100] vedo bene che muore, povero Giorgio... e noi vecchi sappiamo riconoscere di lontano la morte. Bah!... buona notte, Andrea! Se stesse male, chiamatemi; buona notte.Andrea rimase lungo tempo fermo dietro l'uscio, ascoltando quel passo tardo che saliva pesantemente i gradini; poi tornò a sedere presso la tavola ingombra, si raccolse nei palmi la fronte, che gli doleva, e mentre nell'immobile silenzio gli battevano forte le vene dei polsi, lasciò che il suo cuore, come un nembo di polvere, si allontanasse nella vertiginosa bufera.Il riflettore elettrico, vôlto sul microscopio, traeva dal polito metallo un barbaglio fermo, continuo, che si propagava su le piccole siringhe di cristallo, su gli aghi affinatissimi, sui molti arnesi lucenti che ingombravano la scrivania.A poco a poco una stanchezza fisica maggiore del suo tormento lo sopraffece; i gomiti gli scivolaron dall'orlo della tavola, piano piano; la fronte si affondò nella piega dell'avambraccio; cadde in sopore. Da lunghe notti rimaneva con gli occhi sbarrati, nel buio, insonne fino all'alba, con il cervello assediato dall'assiduo pensiero; ma vi son momenti nei quali il corpo affranto, che ha fame, che ha sonno, che ha bisogno d'oblìo, soverchia lo spirito e lo salva da tutte le sue calamità.— Odimi, Andrea...Era entrata Novella, senza far rumore, e si chinava su lui.Egli sobbalzò atterrito, si eresse in piedi, con gli occhi pieni di spavento, e fissandola ripeteva:— Che c'è? Che è stato?!— Nulla... parla piano... Perchè ti guardi attorno? Che fai? Sognavi? Sì, eri stanco, ed io t'ho svegliato, povero amore...Allora egli prese la sua mano, la strinse, la baciò quasi con riconoscenza. Era felice che fosse stata lei a destarlo, non altri, e che non venisse per portargli qualche notizia temuta.[pg!101] — Ah, sei tu, sei tu... — la guardò, le sorrise; — ma ora, non rimanere... sii buona. Forse potrebbe udirci. È imprudente, molto imprudente quello che fai!— Mi scacci sempre...— Non ti scaccio, non dire questo. Ma, vedi, è pericoloso... Lavoravo e mi sono assopito. Poi ho l'intuizione che stanotte Giorgio, non dorma e sorvegli...— Sì, ora me ne vado; ma prima... Come sei pallido, mio amore...— Sono stanco.— Prima dimmi perchè da qualche giorno mi lasci tanto sola, non mi parli, non mi guardi, e si direbbe quasi che tu faccia il possibile per allontanarmi da te.Egli ricadde su la seggiola, si compresse contro le tempie i due pugni che tremavano:— Taci, taci.— Cosa t'ho fatto, io? Non vedi come sono disperata?... non mi ami più?Allora egli esclamò con un selvaggio impeto di passione:— Da qualche giorno ti amo più che mai! più che mai! non lo senti?... Ma sei tutta vestita d'ombra e non ti posso toccare.Ella rispose, appassionata:— Chiudi gli occhi un momento, per non vedermi, e báciami, báciami!...Curvata su lui, la sua gonna gli avvolgeva le ginocchia, i suoi capelli gli toccavano la fronte. In quel bacio ella mormorò:— Che faremo?...Egli le rispose, all'orecchio, con un bisbiglio ch'era solamente un álito: — Aspettare.Ella voleva interrogarlo, ma l'amante si ribellò:— Silenzio!... E lasciami solo. Se io non ti chiamo, non tornare.Ella ubbidì; si ritrasse. Ma nell'orecchio le suonava quella parola grande, minima: — Aspettare.— Vai nella sua camera? — egli chiese ancora.[pg!102] — No; ho paura. Da me sola, ho paura. Non è stato mai così dolce... mi prende le mani, le bacia... e le mie mani divengono fredde.Così dicendo le nascose dentro le pieghe della gonna, quasi avesse ancora su la pelle quella sensazione di ribrezzo che tutta la raggelava.— Ogni tanto mi carezza i capelli come un bambino... non è stato mai così dolce.Egli, senza batter ciglio, l'ascoltava, la guardava.— Sai? Un'ora fa si è assopito, tenendomi una mano fra le sue. Non c'era lume nella stanza, però dalla finestra veniva luce abbastanza perch'io vedessi la sua faccia. Che orrore!... Mi stringeva la mano con una forza convulsa, il suo viso era fermo in una contrazione di dolore. Sognava, e ogni tanto, dagli angoli della bocca, gli usciva un fiotto di saliva... Che orrore! Poi ha rovesciato un occhio indietro, uno solo, senz'iride, ed è rimasto così... Pensai che fosse morto, volli sciogliermi da quella stretta e non ebbi forza, volli gridare e non potei... perchè quell'occhio senz'iride mi fissava e la sua bocca morta sembrava ridere del mio terrore...— Basta, basta!Poi entrambi sussultarono, avvertendo rumore da una camera vicina, che poteva essere quella del malato. Novella cautamente si sporse fuori dall'uscio in ascolto, e sparve nel corridoio scivolando lungo il muro. Egli rimase nel mezzo della camera, diritto, pronto, perchè udiva un passo avvicinarsi, un passo che gli era noto.— È lui... — pensava. Ma non gli rimase tempo ad alcuna riflessione, perchè Giorgio aperse l'uscio e si fermò su la soglia, cadaverico, vacillante. Rimasero a guardarsi un attimo, poi Andrea disse:— Ti senti male?Giorgio scosse il capo.Era interamente vestito, portava una giubba di lana rossiccia, intorno al collo uno scialle avvoltolato. Si [pg!103] avanzò nella camera con un passo malfermo, poi tese l'índice verso l'uscio e disse:— Chiudi a chiave la porta, ti prego.Attonito, Andrea non si mosse.— Chiudi la porta; voglio rimanere solo con te.Macchinalmente, quasi piegandosi ad una forza incontrastabile, Andrea ubbidì.Quando s'intese il rumore della chiave nella toppa, e furon soli, di fronte, viso a viso, e fu passato qualche attimo d'un silenzio mortale, Giorgio disse con voce spenta:— Novella era qui.— No.— Era qui.— Ossia, — corresse Andrea confusamente, — passava per il corridoio... si è fermata un momento a parlarmi. — E soggiunse dopo una pausa: — A parlarmi di te.Poi avanzò verso Giorgio una vasta poltrona di cuoio, spingendola per la spalliera; l'infermo vi si lasciò cadere, premendosi le due braccia sul petto quasi per comprimere un dolore inesprimibile.Ma d'improvviso, dopochè i suoi occhi febbricitanti si furon incontrati con gli occhi aspri e fermi del suo fratello antico e per qualche tempo l'ebbero vigilato in silenzio:— Andrea!... — esclamò con accento d'indulgenza e di sconforto estremi, — Andrea non mentire più! È inutile, poichè muoio... non mentire più!L'altro si curvò, si radunò in sè stesso, come un aggredito che sta per raccogliere tutte le sue forze in una disperata difesa, poi, dibattuto fra la verità inconfessabile e la menzogna insostenibile, si ritrasse meccanicamente nell'alta ombra che l'armadio propagava dal muro, e muto vi stette, guardando fissamente terra, in attesa della parola che li avrebbe separati per sempre.— Hai paura di me, o mi odii? — Giorgio gli domandò, ergendosi a fatica sui bracciuoli della poltrona.[pg!104] E poichè l'altro taceva, lo incalzò: — Non puoi rispondermi? Non vuoi che ci si guardi a viso aperto? I tuoi occhi, una volta, sapevano fissare!V'era nella sua voce un sarcasmo, anzi una sfida manifesta, contro la quale, di colpo, l'avversario si raddrizzò. L'uomo che non s'era mai piegato, che non aveva mai temuto, comprese di doversi avventare contr'essa, come soleva, nel mezzo di tutti i pericoli, con spavalderia.— Fra noi, — rispose, — mi pareva migliore il silenzio.La sua voce non aveva alcun tremito: fu dura, fredda, lucida come una lama ben affilata. Con più dolcezza, quasi con affetto, l'altro ripetè la domanda:— Hai paura o mi odii?— Nè una cosa nè l'altra, Giorgio.— E allora?— Sento la distanza insormontabile che ci divide, sento che siamo ridotti ad essere due semplici automi l'uno di fronte all'altro, e che parole, fra noi, non ci devon più essere.— No, Andrea. Per te, che prosegui nella vita, questo divenir automa è un giuoco di qualche ora; per me, che la finisco, è un gioco assurdo. Ho radunate le mie poche forze per venirti a parlare: non impedirlo, se ti ricordi che abbiamo avuto sempre coraggio.Una luce tetra splendette nella faccia dell'avversario.— Ebbene, — disse, avanzandosi dall'ombra, — se così vuoi, sia!— Non come due nemici, Andrea, — lo pregò l'infermo con un sorriso triste. — Sì, è vero, il passato è in frantumi e le memorie son ragnatele che val meglio spazzar via... Ma c'è qualcosa nel mondo che può essere dolce ad un uomo, e questo è la certezza di aver amato un altr'uomo con tanta purezza d'affetto, che per quanto egli ti faccia male, per quanto il destino te lo avventi contro come un inconciliabile nemico, tu [pg!105] non lo possa veramente nè interamente odiare mai. Questa è la prima cosa che volevo dirti.Andrea non battè ciglio, non si mosse, non rispose parola.— Ti ricordi?.... — ricominciò il malato, con una voce quasi lontana. — Abbiamo tutto diviso fraternamente nella vita, come dividevamo insieme — ti ricordi? — nella nostra camera di studenti, su quel tavolino zoppo, le nostre povere cene. Poi, quando bruciò la miniera di Connigan Gate seppellendo trecento uomini, e la Compagnia mi cacciò come responsabile del disastro, per un anno vissi nella tua casa, e devo a te solo, — sì, lasciami dire: a te solo — se ho potuto per una seconda volta ricominciare la strada.— Visto che facciamo i conti, io ti devo altrettanto e più! — Andrea lo interruppe con voce irritata.— Ora ti rivedo! — esclamò Giorgio, scuotendo con un sorriso il capo. — Riassomigli, contro di me, a quello ch'eri nel Comizio Romano, davanti a coloro che ti accusavano di averli traditi, di aver venduta la causa loro a chi ti prometteva il potere... E tu eri là, pallido ma sorridente, con le braccia incrociate, contro il tumulto, contro gli urli, contro gli insulti, finchè ne hai preso uno per la gola, uno che inveiva più da presso. Questo atto di coraggio fece il silenzio intorno a te. Allora ti lasciarono parlare. Mi ricordo. Pareva che tu foggiassi le parole in un sonoro metallo e le piegassi con la forza de' tuoi pugni prima di scagliarle in pieno petto contro gli avversari, contro il semicerchio muto che lentamente oscillava; e c'era in te qualcosa di magnetico, d'elettrizzante che dominò la folla, che li vinse, ad uno ad uno, e poi tutti, finchè ti vidi preso nel mezzo, come in un'immensa mareggiata d'uomini, d'uomini clamorosi e deliranti che ti portarono in trionfo... Dimmi, Andrea, non sei più quello di allora?Un cerchio di rossore accese la fronte dell'avversario; ne' suoi occhi una vampa splendette.— Il medesimo sono, e più forte! — disse con [pg!106] ira; — poichè le più disperate battaglie sono certo quelle che dobbiamo soffocare in noi.Camminava per la camera nervosamente, come un uomo da tutte le parti accerchiato, il quale voglia fendere nella calca a fronte bassa per aprirsi un varco. Poi disse con impeto:— Senti: non mi giustificherò. Il nostro patto è rotto. Se vieni per interrogarmi, rifiuto, — se vieni per accusarmi, rifiuto, — se anche vieni per perdonarmi, rifiuto. È inutile tradurre in parole oziose quello che l'anima di due uomini risoluti non può nè tollerare nè mutare.Giorgio volle interromperlo, ma egli con un gesto lo trattenne:— Lasciami dire: nè tollerare nè mutare. Mi hai rammentata un'ora temeraria della mia vita, quando, per ambizione o per ingenuità, credevo si potesse far del bene alla folla trascinandosela dietro con la magìa della parola, come un branco imbrigliato, ed avevo in me difatti questo genio demagogico, questa potenza istrionica della quale ora mi rido. Più tardi compresi che il bene si fa nell'ombra, da soli, piegando la fronte sui libri, o con le braccia nude fino al gomito, medicando l'anima dell'uomo e la sua carne piena di contaminazioni. Ho lasciato gli altri urlare; ho camminato più in alto, per la mia strada. Ora, ti ho detto, sono il medesimo e più forte. Ora sono riuscito a comprendere che nel nostro vincolo, nel nostro patto d'amicizia umana mancava tuttavia una possibilità: quella di sentir nascere in noi l'odio, l'odio fraterno, il più terribile che vi sia.Mi hai posta una domanda poco fa: se ho paura di te e se ti odio. Io fui debole un momento e risposi: Nè una cosa nè l'altra. Ma ho mentito. E poichè mi rammenti le ore di coraggio ch'ebbi nella mia vita, con quel medesimo coraggio ti rispondo: — Sì, ti odio!Ne' suoi occhi metallici brillava una sinistra luce; la sua bocca rise, paga d'aver esclamata la verità.[pg!107] — Ora ti preferisco, ora che non menti più! — Giorgio rispose, con un orgoglio pacato. — Vorrei essere ad un altro tempo della mia vita per accettare le tue parole come una bella sfida.Andrea scosse il capo:— Forse non mi hai compreso.— Sì, ti ho compreso. Volevi dire che tra uomo ed uomo tutto è caduco e distruttibile, tutto può mutare improvvisamente, per un caso fortuito, perchè appunto noi siamo esseri caduchi e mutevoli, schiavi anzi tutto del senso che ci dómina con vera tirannia.Ma l'altro non cessava dallo scuotere il capo duramente, finchè l'interruppe:— Volevo dire che il mio odio per te, Giorgio, è una specie di rimorso taciturno, è una specie di lealtà ultima, che nascondo a me stesso, e nella quale mi rifugio, dopo aver lottato inutilmente, con ogni mia forza, contro il destino che ci separava. È un odio, sì; ma tale che se potessi, dando la mia vita, redimermi dinanzi a te, o farti un bene qualsiasi, anche minimo... senza esitare, senza riflettere, la darei!— Allora perchè nasconderti fra queste parole? Smàscherati! Dà un nome a tutto questo: il suo vero nome!— No, no! — rispose Andrea con forza; — parliamo di noi, solo di noi. Come ho rispettata sempre la tua fede, che non potevo dividere, tu rispetta la mia volontà, perch'essa è la sola coscienza degli uomini senza fede. E pensa che il confessarmi a te mi sarebbe forse dolce, come per voi è dolce confessare le vostre colpe ad uno che vi assolverà. Io non voglio il tuo perdono. Ma invece ti dirò apertamente: Sì, l'ho amata!... Era nel mio destino d'uomo... l'ho amata.Queste parole parvero gravi, come l'affermazione d'un reo che dicesse al suo giudice: — «Sì, ho ucciso.» E Giorgio, sopraffatto, come se al di là da quelle parole non vi fosse che l'immenso nulla, chinò la fronte in silenzio. Una lunga pausa durò fra loro, [pg!108] nella quale permaneva un'eco diuturna, ch'entrambi udivano risuonare nella loro vastità interiore. Poi Andrea riprese:— Vedi, e ho lottato! Con tutta la forza che ben mi conosci, ho lottato per estirpare da me questa ubbriachezza. Ma non mi fu possibile. Tutto si riesce a stritolare nella tanaglia della nostra volontà, non questo amore che imbeve la carne, lo spirito, e ci vieta persino quell'atto estremo di ribellione che tronca tutto: la morte.— Lo so, — rispose Giorgio profondamente. Poi, levatosi con fatica dalla poltrona, s'avanzò verso di lui, fin quasi a toccarlo:— Lo so. Dal primo giorno che l'hai guardata con amore lo seppi. Era... vuoi che te lo rammenti?— A che serve, Giorgio? È lontano...— Infatti. E già sarebbe stata una grande sciagura che l'amassi tu solo, — proseguì Giorgio, scandendo lentamente le sillabe. — Ma lei pure ti amava... e questo era l'irreparabile! Ti amava in silenzio ancor prima che tu lo sapessi.Andrea scosse il capo in segno d'incredulità.— Prima, assai prima... perchè forse non è mai stata veramente mia. Ma per me bastava che non fosse d'altri; e guai se avessi creduto, in un modo qualsiasi, di poterla ricuperare! Perchè allora, vedi, il mio odio sarebbe andato oltre il tuo, e per quell'istinto che ogni essere ha, di voler difendere il proprio bene anche fino al delitto, io, credente, mi sarei dannato, ma avrei messo il mio amore, poich'era grande, più in là che Dio. Senonchè ti amava troppo... ed era inutile tentare.— Tu avresti fatto questo?... anche questo? — mormorò Andrea.— Sì! e puoi non dubitarne se ripensi alla mia vita. Eppure io credo in Dio; anzi questa fede, che tu in fondo schernivi col tuo silenzio, mi ha salvato dalla recita e dalla colpa inutile. Perchè, sai, vi può essere [pg!109] altrettanta bellezza in un delitto grande come in un grande perdono. Io vi ho perdonati; non con la bocca, non con le parole che tu alteramente mi rifiutavi or ora, ma col mio spirito, con la mia fede, con tutta quella estrema vita che si àgita in me. Bada: non cristianamente, ma umanamente vi ho perdonato: non per misericordia, ma per riflessione, non per comprarmi il paradiso dei preti ma per la vostra felicità.— Per la nostra felicità?... — disse Andrea, con maraviglia, con sospetto.— Sì; e non mi credere un santo per questo: non lo sono. Uomo, avrei voluto vivere, e per vivere mi sarebbe stato necessario difendermi da te. Ma che sono ormai? Una macchina disfatta... neppure: un pugno di materia logora che fra poco si dissolverà. Davanti a me finisce quella striscia di sole che si chiama la vita, e se i deboli, se gli avari, se i timidi, appunto verso la fine s'abbrancano con maggior disperazione ai beni che lasciano quaggiù, io, poichè sono stato un forte come te, un orgoglioso come te, ne faccio abbandono senza odiare quelli che possono vivere ancora, ed umanamente, con pace, dico loro: Il diritto è vostro... continuate.Dopo aver velocemente riflettuto, Andrea esclamò:— Le tue parole sono troppo grandi per un uomo: io non le credo.— Le parole sono grandi forse, non la verità che nascondono, — gli rispose con lentezza il suo fratello d'una volta. — Le più serene filosofie, le rinunzie più sante, celano spesso nel fondo un acerbo rancore contro la vita. Così di me. Allora sarò più piccino, mi denuderò, guarda: È un corpo questo che mi rimane? Ho forse una speranza di risanarmi, di ricominciare? No! Il mio martirio non può essere che più lungo o più breve, ma non altro che un martirio; e la scienza non inganna quel presentimento della morte che penetra tutte le vene, quand'essa già si trascina carponi nella nostra ombra. Si levi e mi prenda! Che serve [pg!110] il vivere in una poltrona, coperto di scialli, nutrito di medicine, soffrendo torture fisiche e morali, facendo ribrezzo agli altri ed a me? Poi, compréndimi bene, io amo una donna come tu l'ami, sapendo invece che la spavento. E la desidero qualche volta, io sfinito, come la desideri tu, vivo e forte. Ma tu la puoi baciare... io no! tu puoi darle ancora un brivido... io no! — e tutto questo, lo riconosci ora? è meno grande che non sembrassero le mie parole.Parlava concitato, scuotendo i pugni, rosso nel viso d'una tragica vampa; indi spense la voce, che divenne piena di sarcasmo contro sè stesso:— Allora, vedi, per una vanità d'uomo, preferisco nascondermi prima di esasperare la sua pazienza e di farle odiare, nel suo disamore, anche la memoria di me. Insomma, se tu hai ne' suoi occhi la bellezza della tua forza, voglio vestirmi d'una qualche bellezza pur io, voglio valermi dell'ultimo potere che mi resta: la bontà, voglio che tu non vinca interamente, intendi? perchè ti odio... sì, ti odio, e più forte, anch'io!... Vedi come tutto questo è meno bello, meno grande che non paresse a te.Ma, con un atto brusco, Andrea respinse quelle sue parole:— No: tutto questo non è vero! Tu vuoi «sapere», solamente «sapere»! Ti fai debole per fasciare la mia forza. Ebbene, poichè lo vuoi, affrontiamo ancora una volta, con vero coraggio, questo pericolo estremo. Siamo sovra un ponte stretto, per dove non si passa in due.Trasfigurato nel viso, Giorgio lo interruppe:— Con vero coraggio, hai detto? Sì, Andrea! sì, Andrea!...La commozione gli metteva un tremore all'ápice delle dita. — Sì, Andrea, — ripetè. — Ascoltami bene: per tutte le cose umane c'è la parabola, e in capo della parabola nient'altro che un circolo d'ombra. Tutto bisogna che finisca in putrefazione. Anche la nostra amicizia, [pg!111] ch'è stata un bel legame di due anime libere, non potè fare altrimenti. Ed io non te ne incolpo, Andrea: era necessario, doveva essere così. Ma c'è qualcosa che sopravvive a tutto questo, ed è la memoria di quello che siamo stati, tu ed io, là indietro, nella giovinezza. C'è, nella macchina logora, qualcosa, forse un peso inutile, che sopravvive: il cuore... Ed io, se mi sono trascinato fin qui, non è per tenderti una insidia, non è per sapere, perchè ormai più nulla mi è nascosto... ma perchè mi rincresceva morire senza che fosse ancora suggellata con un patto finale la nostra concordia d'uomini, ed è per dirti quel che ora ti dico: Strìngimi la mano, Andrea, lasciamoci da veri amici.— No! mai! — esclamò l'avversario. — Guarda: io mi metto a ginocchi davanti a te, se lo chiedi, ma non mi tendere la mano... mai più! mai più!— A tal punto mi odii?— Me odio! me stesso: non te.— Tu ingrandisci un piccolo dramma!... una donna, dopo tutto, è una donna... ci ha divisi, ci riunisce: dammi la mano.L'avversario, l'antico suo fratello, in silenzio lo fissò, a lungo; poi fece una domanda:— E se non potessi?... se non potessi più?... Comprendi la forza che racchiude questa parola: «potere»?— Le parole son parole... e poi sono anche fantasmi: scàcciali!Era sorridente, mite; una specie di augusta sovranità gli vestiva le sembianze; v'era, nel suo sorriso, ne' suoi occhi, un non so che d'immateriale, che raggiava dal suo pallore come un sole nascosto. Ora sentiva di essere il più forte, sentiva di poter comandare:— Dammi la mano, — disse; — ho bisogno di te.— Di me? Che vuoi?— Aiuto, perchè non vedi come sono debole?... Ho bisogno d'aiuto, e tu solo me lo puoi dare.— Che vuoi?[pg!112] — La tua mano, dammi la tua mano.— Non posso.— Puoi, puoi... se ancora ti senti capace di farmi un dono.— Lei?... — balbettò l'avversario, esprimendo in quel solo monosillabo tutto il terrore che gli pervase l'anima.— Non lei... un altro dono più bello!... Dammi la tua mano.Subitamente, con uno scatto, Andrea tese il palmo al suo fratello d'una volta, all'uomo che gli era stato sacro e del quale «conosceva la morte». Tremava, tremavano entrambi, ed entrambi ne impallidirono, quasi avessero compiuto un rito infrangibile con quella stretta di mano che per l'ultima volta li affratellava.— Ed ora ascòltami, — disse Giorgio. — Il bene maggiore non è la vita, è la pace. Guàrdami negli occhi: vedrai nel fondo l'anima che non mente. Io ti ho perdonato, a te ed a lei; ho messo all'àpice de' miei sogni la vostra felicità, ho soppresso il mio bene per il vostro bene. Poichè vi amate, e poichè la colpa è stata più forte che la vostra onestà, siate felici, voi almeno, che avete nel mondo una felicità possibile. La vita che diviene per sempre inutile a sè stessa deve continuare in un'altra. Ma se l'anima è capace di queste cose grandi, c'è la carne che non vuole, c'è la carne invida, che soffre, che si dispera... Ora ti dico: Andrea, fratello mio, liberami dalla carne trista... dammi un veleno!— Un veleno?... — mormorò esterrefatto l'avversario.— Sì, perchè il bene maggiore non è la vita, è la pace. Io ti domando la pace, e, se mi farai questo dono, avrai sciolto verso di me virilmente quel patto che l'amicizia mi deve. Non voglio sconvolgere con una tragedia volgare la tranquillità di questa casa, ma voglio tuttavia morire; sapere che sarete felici... non vedervi più![pg!113] Parlava ormai senza che l'altro l'ascoltasse, con una voce opaca e squallida che aveva il colore d'una giornata d'inverno; parlava da una specie di lontananza, da una specie di solitudine, trascinando con monotonia le sillabe, come il vento fa nei prati quando ammulina la neve.— Un veleno?... — disse ancora l'avversario, indugiando nel magnetico stupore di cui lo percosse quella parola.— Sì, Andrea... e non impallidirne a quel modo! Io ti parlo d'una cosa semplice; la scomparsa d'un uomo è la più semplice di tutte le cose.Ora sorrideva d'un sorriso distante; v'era nelle sue disperate parole una tranquillità già divisa dal mondo.— Vedi: gettarmi da una finestra sarebbe odioso, ed il mio corpo è così affranto che forse mi mancherebbe il coraggio di farlo, sebbene vi abbia già pensato. Armi non ne ho; quand'anche potessi procurarmene, questa morte rumorosa e drammatica sciuperebbe, come l'altra, il mio disegno. Invece voglio andarmene come se la morte fosse venuta a prendermi qualche giorno prima... Ricòrdati quel che ti ho detto: è un dono che ti domando, e tu solo me lo puoi fare. Me lo devi anzi fare, perchè sono allo stremo e non posso più sopportare nemmeno un giorno di questa tortura. L'amo! l'amo come te, disperatamente, con tutto il furore che può essere nell'agonia d'un uomo... e la carne si ribella al pensiero che sia tua!Vedi, Andrea, ti parlo come si parla solamente con noi stessi. Il nostro patto è assai più forte che le meschine convenzioni degli uomini: vi sono casi nei quali è più santo dare la morte che salvare una vita. Tu, che senza volerlo m'hai preso tutto, mi devi pure un dono: dammi un veleno!Ora l'avversario l'aveva ascoltato senza guardarlo, con gli occhi fissi ad un punto magnetico nell'alta ombra, che vedeva egli solo. E quando tacque, seguitò [pg!114] ad ascoltarlo, senza che una linea del suo viso trasalisse, fermo dalla fronte al piede in una sinistra immobilità.Poi gli si avvicinò lentamente, fissandolo con i suoi diritti occhi, tersi e freddi come l'acciaio, pieni di vampe nere. Disse:— La tua domanda è di quelle che raramente un uomo sereno ha il coraggio di fare. Ma essa non mi atterrisce. Interroga bene il tuo spirito prima di rispondermi: Sei ben certo di volere quello che vuoi?Egli si pose una mano sul petto, aperta, con l'atto sacramentale di chi giura sul libro dell'Evangelo.E rispose:— Io ti chiedo che tu mi dia da morire con la stessa serenità con la quale un giovine impetuoso domanda la battaglia, sicuro di andarvi bene, con la fronte alta, ridendo. E lo domando a te, perchè tu solo, fra gli uomini che conosco, sei capace di farmi un simile dono, appunto senza tremare.— Lo credi?— Lo so!Nella pausa che si colmò con l'eco di queste parole, ambedue sentirono il lor cuore accelerarsi fino allo schianto. Poi Andrea lo afferrò per un polso e gli disse rapidamente:— Giorgio!.. Io potrei di fatti non tremare anche nel risolvere con semplicità il più grande problema che sia mai sorto nella coscienza d'un uomo. Sono un medico, la mia missione è di salvare: non dovrei poter uccidere. Tuttavia, più d'una volta, ebbi la tentazione di fare spontaneamente quello che oggi mi chiedi, per liberare una vittima dalle crudeltà oziose della morte. Se non lo feci, fu per seguire un pregiudizio, per non saper vincere quella sensazione che odio: la paura. Tempo fa, quando non ero colpevole, se tu mi avessi fatta la medesima domanda, ebbene ti avrei risposto chiaramente: «Hai ragione: devi decidere così. Ti aiuto.» Ma ora c'è qualcosa fra noi che me lo impedisce. [pg!115] La vita di un altro, si può rubarla, prenderla a tradimento forse... ma riceverla in dono come tu me l'offri, no!— Andrea, non ragionare!... Noi siamo venuti a quell'ora dove il ragionamento più non regge. Hai dinanzi a te un uomo che ti fu caro, al quale fosti caro, e che soffre, soffre orribilmente... Quest'uomo, con l'anima sua più viva, ti dice: «Senti: ho finita la strada, voglio sparire.» Dunque non discutere. La mia decisione ormai è presa: mi ucciderei da me, in ogni caso, perchè, se tu potessi anche salvarmi come hai fatto per tante creature malate, non mi daresti che il mezzo di soffrire più lungamente. Quello che si chiama l'irreparabile, nè tu nè io potremmo sanare mai più. Invece, tu che sei stato il mio compagno nel mondo, aiùtami!... aiùtami ancora una volta: ho bisogno di te. Voglio andarmene senza insanguinare la casa dove non fui che un ospite, andarmene senza mettere una corona di spine sotto il velo della vedova che lascio... Rimanga fra me e te un segreto: noi fummo abbastanza forti per portarlo sul cuore.— Sai cos'hai fatto? — esclamò Andrea cupamente. — Mi hai messo davanti agli occhi uno specchio e mi hai detto: «Guàrdati!» Ecco, mi vedo; e sono orrendo!— No, sei vivo e difendi la tua vita: questa è la sola differenza fra noi.— Ma perchè ti uccidi, tu che sei credente? — lo interruppe di nuovo Andrea, quasi cercasse di opporre ostacoli al compimento di quell'atto che si rendeva necessario.— La mia fede è un'altra, — Giorgio rispose con serenità; — il mio Dio non è crudele.Guardava in alto, come già lontano, già libero da tutte le impurità che insozzano il cuore degli uomini, e gli splendeva nelle iridi azzurre la limpida visione della sua pace ultima, la tranquilla certezza in una fede sua, più grande, più intima, che la predicazione di ogni chiesa.[pg!116] Poi gli tese le due mani, come per un commiato:— Addio... forse mi sei stato più caro che tutto nel mondo... e mi sarai più fedele, se m'aiuti.L'avversario illividì. Ora, nella sua carne innervata d'acciaio, ripalpitava il cuore dell'uomo, il cuore fragile che s'impaura e che trema, il cuore pieno di gemiti, che si commuove davanti alla bontà.Su le labbra gli venne una confessione, l'ultima, la più disperata, e fu per dirla:— Senti... Giorgio...Ma un istinto supremo contenne la sua voce, gli ricacciò nel cuore le parole che ne traboccavano, e pensando all'amante, alla quale «doveva il suo delitto», mormorò a fior di labbro, come per chiederlo a sè stesso:— Chi l'avrà amata più forte?Ella s'interpose fra loro, bella com'era, vestita del desiderio d'entrambi, e sentiron ciascuno la sua presenza invisibile, soffersero di lei come se li toccasse con il suo corpo discinto.Poi Giorgio disse:— Tu forse, poichè rimani, mentr'io fuggo. E sopra tutto perchè è tua.Una memoria di lei trascorse nelle lor vene, sentiron che si apriva tra loro un abisso perpetuo, vasto come la morte. Ancora tacquero, ed attesero, come se nell'indugio fosse una speranza imprevedibile. I loro pensieri correvano con isfrenata velocità per il più vasto campo che vi sia da percorrere, cioè dalla vita alla morte, dal principio alla fine d'una esistenza umana.— Dunque? — disse Giorgio dopo un lungo silenzio.L'altro attese innanzi di rispondere: cercava in sè un rifugio contro la sua medesima volontà. Infine disse:— Una sola domanda, Giorgio. Oseresti fare per me quello che ora mi chiedi?— Se ciò valesse meglio che offrirti la mia stessa vita, sì, lo farei.[pg!117] — Ma per compiere un simile atto bisogna esserne degni! — Poi soggiunse brevemente: — Potrei non esserlo più.L'anima, ne' suoi occhi, si accusava con una disperata sincerità.— Se devi sorpassare un ostacolo di più, vuol dire che mi offri un dono più grande.— Ma, Giorgio... — egli balbettò con angoscia, — se Novella... se io... se qualcosa che tu non sai... mi tiene alla vita, m'incatena, m'impedisce di punirmi con la stessa mano che t'aiuta, se...— Taci, taci... Vi sono silenzi che debbono continuare anche oltre la morte. Una sola cosa mi devi: ubbidirmi, e poi vivere, perchè nessuno lo sappia.D'improvviso, come se gli balenasse nel cervello un tragico lampo, l'avversario guardò in faccia la morte.— Sì? lo vuoi?! — esclamò.Colui che fu nella vita il suo fratello senza colpa gli posò una mano sulla spalla, come avrebbe fatto nel posarla sulla pietra d'un reconditorio, e disse:— Tutta la mia vita mi sia testimone della risposta: «Sì, lo voglio!»L'avversario lo prese ai polsi, lo serrò convulsamente:— Sia!Poi si volse: l'armadio carico di boccali traluceva nell'ombra; su la tavola ingombra, il fascio del riflettore traeva barbagli dalle boccette di cristallo, dagli aghi d'acciaio, rilucentissimi.Il medico, muovendosi a scatti, veloce, attento, ruppe col pòllice la chiusura ermetica di due boccette, ch'eran sottili come cannule di vetro; ne mescolò alcune gocce in un piattello concavo, dove c'era un dito d'acqua, e lentamente, serrando i labbri, ne riempì la siringa. Il liquido, salendo nel tubo di vetro, diede uno sprazzo iridato, simile ad un piccolo sole rosso e livido, che si spense quando fu al sommo.Allora il medico scosse la siringa per mescerne [pg!118] il contenuto e l'esaminò due volte contro il lume. L'ago minutissimo portava su la punta una scintilla.Poi la depose su l'orlo della tavola e la guardò.La guardò come se fosse ormai solo, come se l'irremediabile fosse già compiuto.Il morituro s'avvicinò lentamente; senza paura, ma lentamente...— È questo il veleno?E sopra vi pose un dito, come per toccare la morte.Parlava automaticamente, con un riso a fior di labbro.Il medico assentì con un cenno del capo, mentre affascinati guardavano entrambi la siringa lucente, colma di un liquido senza colore, innocuo, limpido come l'acqua.L'uomo che doveva morire snudò il braccio sinistro rimboccando la manica lentamente: poi torse il viso, la bocca gli si fece obliqua, e prese la siringa fra due dita.— Che fai? che fai! — gridò l'altro per istinto, soffermandolo.Egli rise, ma d'un riso gutturale, stranamente simile a quello di Marcuccio quando finiva la sua Canzone.— Guarda: e non trema... — disse.Accennava al suo braccio arido, giallastro, proteso contro il lume, e che tremava tuttavia.Egli non vedeva quel tremore, l'altro sì.— Senti, Giorgio... — balbettò l'avversario.— Come si fa?... — domandava ridendo quegli ch'era presso a morire.— Senti, Giorgio... Giorgio!...— Come si fa?...— Così!Rapidamente gli tolse la siringa di mano, e con orgoglio, con la fronte alta, come parlasse a' suoi giudici invisibili:— Io! — disse — io debbo finire di ucciderti, [pg!119] non tu! Non tu, con la tua mano, ma con la mia — guarda! — e anch'essa non trema!Gli teneva strettamente il polso, aveva l'ago pronto a pungere su la pelle rabbrividita, irta del suo pelo, cupa, fra i tendini tesi.Poi diede un colpo forte e schizzò dentro il veleno.— Ahi!... come fa male... ahi!... dille...E girò, in deliquio, sui calcagni, urtando contro la tavola, rovesciando il riflettore, che si spense.Colui ch'era stato il suo fratello ed il suo nemico nel mondo lo sollevò di peso su le braccia e lo portò a giacere nella poltronaPoi riaccese il lume.
VIII— Il diritto a dare la morte... — profferì a sè stesso Andrea Ferento, con una voce che pareva misurare ogni sillaba di quel dilemma inesorabile, mentre teneva sospesa contro il lume una fialetta colma d'un liquido senza colore, trasparente come l'acqua, che però tramandava dalla sua purezza un non so che di poderoso e di sinistro. Non sprigionava intorno a sè un colore nè un odore che bastassero a definirlo, ma una specie di possibilità nefasta: la virtù del poter uccidere; come l'acqua invece tramanda l'innocenza ed esprime l'innocuità. La luce della lampadina accendeva una piccola raggiera sul vetro dell'ampolla; questa rifrazione bruciava le sue dita, pareva investire d'un riverbero tutta la tragica persona dell'esaminatore.Egli era solo, nella sua camera chiusa, tra gli alti scaffali carichi di libri e l'armadio vetrato, che lasciava intravvedere, un sopra l'altro, parecchi ordini di vasi medicinali. La tavola da lavoro, ingombra di scartafacci, di provini, di siringhe, di storte, di bottiglie tappate, era d'ácero nudo, e per la sua larghezza ingombrava quasi un terzo della stanza. Dentro una specie di nicchia, fatta come un'arcata, ch'entrava per mezzo metro nello spessor del muro, il letto era disposto nel [pg!91] senso della parete; una tenda vi cadeva sopra a baldacchino, senza coprirlo interamente.Egli portava sopra l'abito una tunica di tela greggia che gli scendeva sino alle caviglie, stretta ai polsi e serrata in vita da un cordone come un saio da monaco; l'alta sua persona prendeva in quella veste una apparenza ieratica.Tutto era silenzio intorno; pareva che la casa dormisse nel suo primo sonno, sebbene forse, dentro le occulte camere, non dormissero gli abitatori. Dal giardino sottostante salivano a tratti le vampe odorose dei gelsomini.— Il diritto a dare la morte... — profferì una seconda volta, con maggiore lentezza, Andrea Ferento. — Uccidere! La parola bella e terribile che nessuno ha mai osato far assurgere ad una legge umana. «Tu non puoi uccidere perchè non puoi creare,» — predicarono i remoti Evangelisti. «Ma il senso eterno del mondo, la legge implacábile della natività, non è forse chiusa in questa parola fra tutte più necessaria: «uccidere?»Dalle origini stesse della vita l'uomo non fece che stabilire limiti. È inteso: c'è un male, c'è un bene. Ma come si tracciarono i confini? Come e da chi?Ah, ecco, intendo! All'estremo, all'ultima pietra milliare della comprensione, dove tutto si confonde in un color di miracolo, avete messo, — è incredibile! — questa parola che fa tornar da capo: «Dio». Parola vuota come un baratro, perchè, per comprenderla, bisognerebbe non esser uomini, mentre l'averla concepita come uomini vuol dire semplicemente aver dato un nome, null'altro che un nome, ad una sensazione d'impossibilità.In voi non trovo la mia strada, Evangelisti.Ora, vi dico, il nodo è serrato ma semplice: Se io debbo vivere, la mia vita vuole una morte.Ora vi dico: Non una, ma due vite insieme, anzi due vite inseparabili, sono davanti a un'agonia. La donna che amo, il figlio che ho fatto nascere, e la mia [pg!92] sorte che brilla: un gruppo formidabile di energie rimane fermo, senza possibilità di andar oltre, davanti ad un rantolo che si prolunga.O Evangelisti, non credete voi che si possa talvolta sopprimere una vita semispenta, per salvarne altre, pulsanti, gaudiose, di là da quel sepolcro? Non ammettete l'uomo eretto a giudice solo ed eroico di sè stesso, l'uomo anarchico, superiore alla legge pattuita, che usa d'una sua forza spaventosa, ed in silenzio, nel buio, toglie di mezzo l'ostacolo che lo divide dalla sua felicità?Chi me lo impedisce?... Cristo? — Cristo era un uomo come me: io non gli credo. La legge? — La legge è stata fatta da uomini come me; non rappresenta che la necessaria catena; io sono più forte: la spezzo; più scaltro: la évito. Forse la coscienza? — Essa è paura, è viltà, è un terrore atavico dell'uomo: bisogna insegnarle a volere con inflessibilità quello che davanti alla vita, e non davanti agli uomini, è giusto. A che servirebbero questi veleni minutissimi, rari, lenti, senza traccia, che crescono pure nella vegetazione della terra, se la natura stessa non avesse riservato all'uomo la possibilità di propinare una morte nascosta? Che sarebbe l'amore in sè medesimo, se per lui non fossimo capaci di compiere qualche atto di eroismo crudele? Non contro me posso infierire, poichè la mia morte non li salva, anzi li perde. Ho amata una donna non mia e l'ho resa madre: mi trovo nell'impossibilità di liberarla dalla sua concezione, il che sarebbe altrettanto delitto. Lascerò ch'ella si uccida? O giudici, sarò così vile da non fare con risolutezza tutto ciò che il mio coraggio può fare per lei?Forse avrei dovuto, quando ne sentii nascere il primo palpito, soffocare in me questo inevitabile amore. Ma tutto si può fare al mondo, fuorchè non amare ciò che si ama.Ora, contro il diritto a vivere di queste due creature, che sono ormai la mia sola ragione di essere, sta [pg!93] un'agonia, sicura ma tenace, lenta ma irremediabile... Due giovinezze davanti ad un sepolcro, due ricchezze davanti ad una miserrima povertà. Fra queste cose, il coraggio della mia mano, la stilla invisibile di un veleno, il martirio nascosto della mia coscienza... Ebbene, in tale dilemma, è più onesto concepire la coscienza come una schiavitù paurosa, che rifugge dal delitto per il solo terrore de' suoi fantasmi, o concepirla come un coraggio efferato, che avvinghia quei fantasmi e li soffoca per la felicità di chi ama?O voi, che invisibili e presenti squassate intorno alla mia coscienza i vostri mantelli neri, ascoltate ancor questo dalla mia voce che non trema: — Io feci olocausto di me stesso al mio amore d'uomo, al mio dovere di padre, e se, per giudicare un colpevole, può esservi un altro giudizio che non l'oscuro confessionale o la teatrale aula d'una Corte d'Assisi, questo giudice libero mi dirà: — «Tu sei stato un anarchico ed un santo. Se puoi, vivendo, sopportare il tuo delitto, la sua potenza medesima ti assolve. Di fronte ai mediocri taci e nascondi, perchè i mediocri mai ti comprenderanno.»Allora, nell'alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel silenzio dalla sonora muraglia, udì suonare la Canzone Disperata sul violino singhiozzante dello scemo.Questa canzone diceva:«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti, portando il mio scheletro su la schiena;«coi piedi mi batte i ginocchi, — mi stringe il collo con le mani...«Cammina!... — mi dice ridendo — la vita comincia domani.«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va? — Risponde: — Nel regno dei vivi, che ha nome: l'Inutilità.[pg!94]«— Sei stato in un letto odoroso — con lei che giaceva supina,«tremante, sperduta, tremante — nel solco del letto profondo...«Perchè, se non vuoi che ti picchi, — mi hai fatto tremare nel mondo?«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti, e vado a cercare altri morti, — che sono i miei figli lontani...«Cammina: la vita cominciadomani, domani, domani...La Canzone approssimava, tragica, lugubre, nel silenzio della notte, finchè, dietro l'uscio, si spense. Allora egli udì le nocche dello scemo, che rideva, battere contro la porta, dicendo: — Aprimi.Andrea, rapidamente chiuse nell'armadio le minuscole ampolle dei veleni che stava esaminando; poi non rispose, non aprì.— Apri dunque! — sollecitava lo scemo, girando la maniglia. Ma la porta era serrata nell'interno a chiave.— Che vuoi?Sorda e cocciuta la voce ripeteva: — Aprimi!Allora Andrea girò la chiave nella serratura e si ritrasse per lasciarlo entrare. Marcuccio, col manico del violino stretto nel pugno, la bocca torta da quel suo riso obliquo, s'avanzò fin nel mezzo della camera guardandosi attorno, poi disse:— Novella piange.— Come lo sai?— Piange, — ripetè l'altro con iracondia.— Come lo sai, domando?— L'ho veduta io, per la toppa. Sì, l'ho veduta. È nella sua camera, seduta in un angolo, e singhiozza.[pg!95] — Ebbene? — fece Andrea dopo una pausa.— Volevo dire che piange, — ripetè costui, ingrossando la voce.— Allora tu guardi per le serrature?— Sempre.— Perchè?Accentuando il suo riso atono, egli fece con la mano un gesto vago:— Per la serratura ho veduto la Berta in camicia, molte volte... La Berta si lega le calze con due nastri rossi, quassù... — e segnava l'alto della coscia.Andrea lo fissò negli occhi, attentamente, con un senso di maraviglia e di pietà.— Non puoi dormire, Marcuccio?— Sono le notti lunghe della primavera... gli uomini che han qualche sogno nell'anima non possono dormire. — Poi fece schioccare le labbra e soggiunse: — Mi piacerebbe dormire con la Berta. Senza che lei se n'accorga io la vedo ogni sera per la toppa, quando si spoglia. È grassa.— Allora, — disse Andrea severamente, — hai guardato per la toppa anche al padiglione di caccia, alla Boscaiola, una volta...Marcuccio si mise a ridere con sguaiatezza e contorse la bocca.— No: sono salito sulla tavola di pietra ch'è da un lato, e, stando in piedi, ho potuto guardare in giù, verso l'interno della capanna. Sì, e c'era Novella...— Non è vero!— Sì, che c'era! — incalzò lo scemo. E segnandolo a dito soggiunse: — Con te.— Bada, Marcuccio! guai se lo ripeti!... — esclamò Andrea, afferrandogli ruvidamente le mani.— Novella era quasi nuda, e tu... ahi! non mi far male!... tu la coprivi con le margherite che avevate raccolte... ahi!.. sul petto... ahi!.. la coprivi...— Guai a te, se ripeti queste cose bugiarde! Hai visto male. Io non c'ero. Lei neppure non c'era. Intendi?[pg!96] E forte lo scuoteva per le braccia, mentr'egli, caparbio, insisteva nell'affermare.— Intendi?...— No, no... tu eri! lei era! Ed erano belle... com'erano belle quel giorno... le margherite... ahi! ahi! sorelluccia... le margherite!...Allora Andrea lo afferrò per le spalle, in guisa da fissarlo ben negli occhi e disse:— Ascolta, Marcuccio. Tu, quel giorno, hai veduto un sogno; ed i sogni non si devon mai ripetere ad alcuno, perchè il parlarne porta disgrazia, m'intendi? E guai, guai a chi li racconta, i sogni!...Parlava imitando il suo linguaggio, per essere meglio inteso; lo scemo apriva la bocca attonitamente:— Ah, sì?...— Certo. E se tu narrerai queste cose bugiarde, io dirò a tutti che bisogna bruciare i tuoi libri, perchè sono falsi. Così non avrai alcuna gloria. Capisci, Marcuccio?... la gloria!...Egli tremava, tremava, e balbettò:— Sì, la gloria... Ma se non dico nulla?— Di che?— Dei sogni...— Allora, Marcuccio, tu avrai... — Ma in quel mentre, udendo rumore, Andrea si volse: — Chi è?La voce di Stefano rispose:— Sono io: Stefano. Si può?— Entrate, entrate.— È la Canzone di Marcuccio che mi ha fatto scendere. — Poi disse con un sorriso indulgente: — Oh, conversate sempre di cose profonde, voialtri pensatori!— E tu sempre ci disturbi, padre Stefano! — affermò con sussiego lo scemo.— Ti credevo già coricato, Marcuccio, quando invece udii la tua canzone.— Coricato? ah! ah!... È una notte d'Aprile; vorrei camminare, camminare, in mezzo alla foresta e lungo il fiume, con il mio violino su la spalla, improvvisando canzoni. Ma ho paura dei cani!... E tutte le [pg!97] donne che non dormono, in queste notti di primavera, scenderebbero dal letto con i capelli sciolti, per camminare a piedi scalzi dietro di me... ma ho paura dei gufi. Vorrei camminare, camminare, per la foresta e lungo il fiume, suonando sul mio violino la canzone più bella che so, e trascinandomi dietro le donne seminude... Ma ho paura dei vampiri. Uh!... i vampiri dalle ali di feltro, che succhiano sangue, sangue... La sai, padre, la Canzone dei Vampiri? No?... Ascolta...E ritraendosi lentamente, con un passo d'automa, urtò l'uscio con la schiena e scomparve nel buio del corridoio, ricominciando a suonare sul violino singhiozzante la sua Canzone Disperata, che a poco a poco, per l'alte camere, in una lugubre risata si spense.. . . . . . .«Se corri, — mi dice, — «si arriva stasera o domani mattina...«Mi dice: — Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...». . . . . . .— Povero me! — proruppe Stefano con un gesto di sconforto. — La sventura s'è abbattuta su la mia casa.— Non disperate, Stefano. Voi credete in Dio, non è vero?— Sì, fervidamente.— Pregatelo, voi che potete pregare! Io credo in me stesso più fermamente che in Dio, e nella volontà umana più che nel miracolo. Quindi penso che per resistere alla sventura abbiamo un solo rimedio: il nostro proprio coraggio.Ma Stefano scosse il capo, e cominciò a guardarlo come se volesse dirgli qualcosa. Certo, per essere venuto a quell'ora nella camera di Andrea, uno scopo lo guidava e quei perplessi discorsi parevano la ricerca d'un esordio.[pg!98] — A proposito di Giorgio, — disse infine, — cosa pensate voi? Che stia proprio molto male?Andrea, forse per nascondere il suo disagio, metteva in ordine una quantità di cose, andando dagli scaffali alla scrivania, frugando nei cassetti, rimovendo libri.— L'eterna domanda! — esclamò nervosamente. — Se sapeste che poca cosa è la scienza d'un medico davanti ad un problema così complesso come la vita d'un uomo!— Ma io vedo che muore! — interruppe Stefano soffocando la voce.— È un'opinione, la vostra; null'altro che un'opinione, — rispose freddamente Andrea, stringendosi nelle spalle.— No, non ingannatemi, Andrea! Benchè vecchio, sono ancora un uomo e voglio sapere la verità. Ditemi, ditemi la verità... Il suo caso è disperato?— Non ancora, ma è grave.— Sapete? Giorni sono mi ha detto quasi allegramente: Bisognerà che un momento o l'altro diamo un'occhiata ai nostri affari, papà Stefano, perchè è sempre meglio essere previdenti.— Questo non mi riguarda! — esclamò Andrea con asprezza. — Se è di questo che dovete parlarmi, io non voglio saper nulla!— Oh, Andrea!... non crederete, per l'amor del cielo, ch'io voglia fare un calcolo qualsiasi... no, vi giuro! Ma ho due figlie, un figlio ed una moglie vecchia; ora voi sapete bene che la casa, le campagne, tutto quanto, appartiene a Giorgio.— Questo non mi riguarda, ripeto. Giorgio è un uomo onesto, penserà da sè stesso alla moglie.— Ma Giorgio ha pure un fratellastro, un uomo dissoluto e rapace, che gli ha dato già troppe noie cercando in mille guise di estorcergli denaro.— Insomma, Stefano, — egli lo interruppe, — se bene comprendo, voi desiderate che in un modo qualsiasi [pg!99] m'interponga presso Giorgio per fargli fare testamento, o per sapere se lo ha fatto e come lo ha fatto... Non è vero?Fece una pausa, guardando Stefano, che abbassò il capo senza rispondere.— Ebbene, sentite: ho molto affetto, molta venerazione per voi, padre Stefano; capisco anche la ragione, del tutto giustificabile, che v'induce ad un tal passo. Ma di questo non parlatemi, vi prego. Fate quel che volete, ma io non ci voglio entrare. Anzi vi dirò una cosa, recisamente: vicino a Giorgio, nè preti nè notai, a meno che non li chieda egli stesso. E non parliamone più.— Perchè tanto calore? Non vi ho mai veduto eccitarvi così.— Bisogna lasciare un'anima libera, padre Stefano, sopra tutto vicino alla morte. Io non mi occuperò di queste cose, e credo che Novella sia dello stesso parere.— Lo è, infatti... Ma questo, in un certo senso, è anche sorprendente!— Niente affatto, padre Stefano. L'ora della morte è quella della riconoscenza o del rancore: bisogna che l'uomo si risolva da sè all'una od all'altra cosa. E Giorgio ha la mente lucidissima. Infine, ancora una volta, questo non mi riguarda! Solo una cosa vi dirò: Fin quando io viva, nè voi nè i vostri figli avrete mai nulla da temere.— Oh, siete migliore di me, Andrea! — esclamò con effusione il vecchio, — ed ora mi vergogno...— Di nulla! Voi pensate ai vostri figli; è più che umano. E lasciamo questi discorsi. Risponderò invece alla vostra domanda con sincerità: — Il caso di Giorgio è grave; molto grave. La mia opera può darsi che non basti; è forse opportuno chiamare altri medici. L'ho detto a lui stesso, ma egli rifiuta.— E chi può salvarlo, se voi non potete? — esclamò Stefano alzando le braccia. — Poi, che serve? Io [pg!100] vedo bene che muore, povero Giorgio... e noi vecchi sappiamo riconoscere di lontano la morte. Bah!... buona notte, Andrea! Se stesse male, chiamatemi; buona notte.Andrea rimase lungo tempo fermo dietro l'uscio, ascoltando quel passo tardo che saliva pesantemente i gradini; poi tornò a sedere presso la tavola ingombra, si raccolse nei palmi la fronte, che gli doleva, e mentre nell'immobile silenzio gli battevano forte le vene dei polsi, lasciò che il suo cuore, come un nembo di polvere, si allontanasse nella vertiginosa bufera.Il riflettore elettrico, vôlto sul microscopio, traeva dal polito metallo un barbaglio fermo, continuo, che si propagava su le piccole siringhe di cristallo, su gli aghi affinatissimi, sui molti arnesi lucenti che ingombravano la scrivania.A poco a poco una stanchezza fisica maggiore del suo tormento lo sopraffece; i gomiti gli scivolaron dall'orlo della tavola, piano piano; la fronte si affondò nella piega dell'avambraccio; cadde in sopore. Da lunghe notti rimaneva con gli occhi sbarrati, nel buio, insonne fino all'alba, con il cervello assediato dall'assiduo pensiero; ma vi son momenti nei quali il corpo affranto, che ha fame, che ha sonno, che ha bisogno d'oblìo, soverchia lo spirito e lo salva da tutte le sue calamità.— Odimi, Andrea...Era entrata Novella, senza far rumore, e si chinava su lui.Egli sobbalzò atterrito, si eresse in piedi, con gli occhi pieni di spavento, e fissandola ripeteva:— Che c'è? Che è stato?!— Nulla... parla piano... Perchè ti guardi attorno? Che fai? Sognavi? Sì, eri stanco, ed io t'ho svegliato, povero amore...Allora egli prese la sua mano, la strinse, la baciò quasi con riconoscenza. Era felice che fosse stata lei a destarlo, non altri, e che non venisse per portargli qualche notizia temuta.[pg!101] — Ah, sei tu, sei tu... — la guardò, le sorrise; — ma ora, non rimanere... sii buona. Forse potrebbe udirci. È imprudente, molto imprudente quello che fai!— Mi scacci sempre...— Non ti scaccio, non dire questo. Ma, vedi, è pericoloso... Lavoravo e mi sono assopito. Poi ho l'intuizione che stanotte Giorgio, non dorma e sorvegli...— Sì, ora me ne vado; ma prima... Come sei pallido, mio amore...— Sono stanco.— Prima dimmi perchè da qualche giorno mi lasci tanto sola, non mi parli, non mi guardi, e si direbbe quasi che tu faccia il possibile per allontanarmi da te.Egli ricadde su la seggiola, si compresse contro le tempie i due pugni che tremavano:— Taci, taci.— Cosa t'ho fatto, io? Non vedi come sono disperata?... non mi ami più?Allora egli esclamò con un selvaggio impeto di passione:— Da qualche giorno ti amo più che mai! più che mai! non lo senti?... Ma sei tutta vestita d'ombra e non ti posso toccare.Ella rispose, appassionata:— Chiudi gli occhi un momento, per non vedermi, e báciami, báciami!...Curvata su lui, la sua gonna gli avvolgeva le ginocchia, i suoi capelli gli toccavano la fronte. In quel bacio ella mormorò:— Che faremo?...Egli le rispose, all'orecchio, con un bisbiglio ch'era solamente un álito: — Aspettare.Ella voleva interrogarlo, ma l'amante si ribellò:— Silenzio!... E lasciami solo. Se io non ti chiamo, non tornare.Ella ubbidì; si ritrasse. Ma nell'orecchio le suonava quella parola grande, minima: — Aspettare.— Vai nella sua camera? — egli chiese ancora.[pg!102] — No; ho paura. Da me sola, ho paura. Non è stato mai così dolce... mi prende le mani, le bacia... e le mie mani divengono fredde.Così dicendo le nascose dentro le pieghe della gonna, quasi avesse ancora su la pelle quella sensazione di ribrezzo che tutta la raggelava.— Ogni tanto mi carezza i capelli come un bambino... non è stato mai così dolce.Egli, senza batter ciglio, l'ascoltava, la guardava.— Sai? Un'ora fa si è assopito, tenendomi una mano fra le sue. Non c'era lume nella stanza, però dalla finestra veniva luce abbastanza perch'io vedessi la sua faccia. Che orrore!... Mi stringeva la mano con una forza convulsa, il suo viso era fermo in una contrazione di dolore. Sognava, e ogni tanto, dagli angoli della bocca, gli usciva un fiotto di saliva... Che orrore! Poi ha rovesciato un occhio indietro, uno solo, senz'iride, ed è rimasto così... Pensai che fosse morto, volli sciogliermi da quella stretta e non ebbi forza, volli gridare e non potei... perchè quell'occhio senz'iride mi fissava e la sua bocca morta sembrava ridere del mio terrore...— Basta, basta!Poi entrambi sussultarono, avvertendo rumore da una camera vicina, che poteva essere quella del malato. Novella cautamente si sporse fuori dall'uscio in ascolto, e sparve nel corridoio scivolando lungo il muro. Egli rimase nel mezzo della camera, diritto, pronto, perchè udiva un passo avvicinarsi, un passo che gli era noto.— È lui... — pensava. Ma non gli rimase tempo ad alcuna riflessione, perchè Giorgio aperse l'uscio e si fermò su la soglia, cadaverico, vacillante. Rimasero a guardarsi un attimo, poi Andrea disse:— Ti senti male?Giorgio scosse il capo.Era interamente vestito, portava una giubba di lana rossiccia, intorno al collo uno scialle avvoltolato. Si [pg!103] avanzò nella camera con un passo malfermo, poi tese l'índice verso l'uscio e disse:— Chiudi a chiave la porta, ti prego.Attonito, Andrea non si mosse.— Chiudi la porta; voglio rimanere solo con te.Macchinalmente, quasi piegandosi ad una forza incontrastabile, Andrea ubbidì.Quando s'intese il rumore della chiave nella toppa, e furon soli, di fronte, viso a viso, e fu passato qualche attimo d'un silenzio mortale, Giorgio disse con voce spenta:— Novella era qui.— No.— Era qui.— Ossia, — corresse Andrea confusamente, — passava per il corridoio... si è fermata un momento a parlarmi. — E soggiunse dopo una pausa: — A parlarmi di te.Poi avanzò verso Giorgio una vasta poltrona di cuoio, spingendola per la spalliera; l'infermo vi si lasciò cadere, premendosi le due braccia sul petto quasi per comprimere un dolore inesprimibile.Ma d'improvviso, dopochè i suoi occhi febbricitanti si furon incontrati con gli occhi aspri e fermi del suo fratello antico e per qualche tempo l'ebbero vigilato in silenzio:— Andrea!... — esclamò con accento d'indulgenza e di sconforto estremi, — Andrea non mentire più! È inutile, poichè muoio... non mentire più!L'altro si curvò, si radunò in sè stesso, come un aggredito che sta per raccogliere tutte le sue forze in una disperata difesa, poi, dibattuto fra la verità inconfessabile e la menzogna insostenibile, si ritrasse meccanicamente nell'alta ombra che l'armadio propagava dal muro, e muto vi stette, guardando fissamente terra, in attesa della parola che li avrebbe separati per sempre.— Hai paura di me, o mi odii? — Giorgio gli domandò, ergendosi a fatica sui bracciuoli della poltrona.[pg!104] E poichè l'altro taceva, lo incalzò: — Non puoi rispondermi? Non vuoi che ci si guardi a viso aperto? I tuoi occhi, una volta, sapevano fissare!V'era nella sua voce un sarcasmo, anzi una sfida manifesta, contro la quale, di colpo, l'avversario si raddrizzò. L'uomo che non s'era mai piegato, che non aveva mai temuto, comprese di doversi avventare contr'essa, come soleva, nel mezzo di tutti i pericoli, con spavalderia.— Fra noi, — rispose, — mi pareva migliore il silenzio.La sua voce non aveva alcun tremito: fu dura, fredda, lucida come una lama ben affilata. Con più dolcezza, quasi con affetto, l'altro ripetè la domanda:— Hai paura o mi odii?— Nè una cosa nè l'altra, Giorgio.— E allora?— Sento la distanza insormontabile che ci divide, sento che siamo ridotti ad essere due semplici automi l'uno di fronte all'altro, e che parole, fra noi, non ci devon più essere.— No, Andrea. Per te, che prosegui nella vita, questo divenir automa è un giuoco di qualche ora; per me, che la finisco, è un gioco assurdo. Ho radunate le mie poche forze per venirti a parlare: non impedirlo, se ti ricordi che abbiamo avuto sempre coraggio.Una luce tetra splendette nella faccia dell'avversario.— Ebbene, — disse, avanzandosi dall'ombra, — se così vuoi, sia!— Non come due nemici, Andrea, — lo pregò l'infermo con un sorriso triste. — Sì, è vero, il passato è in frantumi e le memorie son ragnatele che val meglio spazzar via... Ma c'è qualcosa nel mondo che può essere dolce ad un uomo, e questo è la certezza di aver amato un altr'uomo con tanta purezza d'affetto, che per quanto egli ti faccia male, per quanto il destino te lo avventi contro come un inconciliabile nemico, tu [pg!105] non lo possa veramente nè interamente odiare mai. Questa è la prima cosa che volevo dirti.Andrea non battè ciglio, non si mosse, non rispose parola.— Ti ricordi?.... — ricominciò il malato, con una voce quasi lontana. — Abbiamo tutto diviso fraternamente nella vita, come dividevamo insieme — ti ricordi? — nella nostra camera di studenti, su quel tavolino zoppo, le nostre povere cene. Poi, quando bruciò la miniera di Connigan Gate seppellendo trecento uomini, e la Compagnia mi cacciò come responsabile del disastro, per un anno vissi nella tua casa, e devo a te solo, — sì, lasciami dire: a te solo — se ho potuto per una seconda volta ricominciare la strada.— Visto che facciamo i conti, io ti devo altrettanto e più! — Andrea lo interruppe con voce irritata.— Ora ti rivedo! — esclamò Giorgio, scuotendo con un sorriso il capo. — Riassomigli, contro di me, a quello ch'eri nel Comizio Romano, davanti a coloro che ti accusavano di averli traditi, di aver venduta la causa loro a chi ti prometteva il potere... E tu eri là, pallido ma sorridente, con le braccia incrociate, contro il tumulto, contro gli urli, contro gli insulti, finchè ne hai preso uno per la gola, uno che inveiva più da presso. Questo atto di coraggio fece il silenzio intorno a te. Allora ti lasciarono parlare. Mi ricordo. Pareva che tu foggiassi le parole in un sonoro metallo e le piegassi con la forza de' tuoi pugni prima di scagliarle in pieno petto contro gli avversari, contro il semicerchio muto che lentamente oscillava; e c'era in te qualcosa di magnetico, d'elettrizzante che dominò la folla, che li vinse, ad uno ad uno, e poi tutti, finchè ti vidi preso nel mezzo, come in un'immensa mareggiata d'uomini, d'uomini clamorosi e deliranti che ti portarono in trionfo... Dimmi, Andrea, non sei più quello di allora?Un cerchio di rossore accese la fronte dell'avversario; ne' suoi occhi una vampa splendette.— Il medesimo sono, e più forte! — disse con [pg!106] ira; — poichè le più disperate battaglie sono certo quelle che dobbiamo soffocare in noi.Camminava per la camera nervosamente, come un uomo da tutte le parti accerchiato, il quale voglia fendere nella calca a fronte bassa per aprirsi un varco. Poi disse con impeto:— Senti: non mi giustificherò. Il nostro patto è rotto. Se vieni per interrogarmi, rifiuto, — se vieni per accusarmi, rifiuto, — se anche vieni per perdonarmi, rifiuto. È inutile tradurre in parole oziose quello che l'anima di due uomini risoluti non può nè tollerare nè mutare.Giorgio volle interromperlo, ma egli con un gesto lo trattenne:— Lasciami dire: nè tollerare nè mutare. Mi hai rammentata un'ora temeraria della mia vita, quando, per ambizione o per ingenuità, credevo si potesse far del bene alla folla trascinandosela dietro con la magìa della parola, come un branco imbrigliato, ed avevo in me difatti questo genio demagogico, questa potenza istrionica della quale ora mi rido. Più tardi compresi che il bene si fa nell'ombra, da soli, piegando la fronte sui libri, o con le braccia nude fino al gomito, medicando l'anima dell'uomo e la sua carne piena di contaminazioni. Ho lasciato gli altri urlare; ho camminato più in alto, per la mia strada. Ora, ti ho detto, sono il medesimo e più forte. Ora sono riuscito a comprendere che nel nostro vincolo, nel nostro patto d'amicizia umana mancava tuttavia una possibilità: quella di sentir nascere in noi l'odio, l'odio fraterno, il più terribile che vi sia.Mi hai posta una domanda poco fa: se ho paura di te e se ti odio. Io fui debole un momento e risposi: Nè una cosa nè l'altra. Ma ho mentito. E poichè mi rammenti le ore di coraggio ch'ebbi nella mia vita, con quel medesimo coraggio ti rispondo: — Sì, ti odio!Ne' suoi occhi metallici brillava una sinistra luce; la sua bocca rise, paga d'aver esclamata la verità.[pg!107] — Ora ti preferisco, ora che non menti più! — Giorgio rispose, con un orgoglio pacato. — Vorrei essere ad un altro tempo della mia vita per accettare le tue parole come una bella sfida.Andrea scosse il capo:— Forse non mi hai compreso.— Sì, ti ho compreso. Volevi dire che tra uomo ed uomo tutto è caduco e distruttibile, tutto può mutare improvvisamente, per un caso fortuito, perchè appunto noi siamo esseri caduchi e mutevoli, schiavi anzi tutto del senso che ci dómina con vera tirannia.Ma l'altro non cessava dallo scuotere il capo duramente, finchè l'interruppe:— Volevo dire che il mio odio per te, Giorgio, è una specie di rimorso taciturno, è una specie di lealtà ultima, che nascondo a me stesso, e nella quale mi rifugio, dopo aver lottato inutilmente, con ogni mia forza, contro il destino che ci separava. È un odio, sì; ma tale che se potessi, dando la mia vita, redimermi dinanzi a te, o farti un bene qualsiasi, anche minimo... senza esitare, senza riflettere, la darei!— Allora perchè nasconderti fra queste parole? Smàscherati! Dà un nome a tutto questo: il suo vero nome!— No, no! — rispose Andrea con forza; — parliamo di noi, solo di noi. Come ho rispettata sempre la tua fede, che non potevo dividere, tu rispetta la mia volontà, perch'essa è la sola coscienza degli uomini senza fede. E pensa che il confessarmi a te mi sarebbe forse dolce, come per voi è dolce confessare le vostre colpe ad uno che vi assolverà. Io non voglio il tuo perdono. Ma invece ti dirò apertamente: Sì, l'ho amata!... Era nel mio destino d'uomo... l'ho amata.Queste parole parvero gravi, come l'affermazione d'un reo che dicesse al suo giudice: — «Sì, ho ucciso.» E Giorgio, sopraffatto, come se al di là da quelle parole non vi fosse che l'immenso nulla, chinò la fronte in silenzio. Una lunga pausa durò fra loro, [pg!108] nella quale permaneva un'eco diuturna, ch'entrambi udivano risuonare nella loro vastità interiore. Poi Andrea riprese:— Vedi, e ho lottato! Con tutta la forza che ben mi conosci, ho lottato per estirpare da me questa ubbriachezza. Ma non mi fu possibile. Tutto si riesce a stritolare nella tanaglia della nostra volontà, non questo amore che imbeve la carne, lo spirito, e ci vieta persino quell'atto estremo di ribellione che tronca tutto: la morte.— Lo so, — rispose Giorgio profondamente. Poi, levatosi con fatica dalla poltrona, s'avanzò verso di lui, fin quasi a toccarlo:— Lo so. Dal primo giorno che l'hai guardata con amore lo seppi. Era... vuoi che te lo rammenti?— A che serve, Giorgio? È lontano...— Infatti. E già sarebbe stata una grande sciagura che l'amassi tu solo, — proseguì Giorgio, scandendo lentamente le sillabe. — Ma lei pure ti amava... e questo era l'irreparabile! Ti amava in silenzio ancor prima che tu lo sapessi.Andrea scosse il capo in segno d'incredulità.— Prima, assai prima... perchè forse non è mai stata veramente mia. Ma per me bastava che non fosse d'altri; e guai se avessi creduto, in un modo qualsiasi, di poterla ricuperare! Perchè allora, vedi, il mio odio sarebbe andato oltre il tuo, e per quell'istinto che ogni essere ha, di voler difendere il proprio bene anche fino al delitto, io, credente, mi sarei dannato, ma avrei messo il mio amore, poich'era grande, più in là che Dio. Senonchè ti amava troppo... ed era inutile tentare.— Tu avresti fatto questo?... anche questo? — mormorò Andrea.— Sì! e puoi non dubitarne se ripensi alla mia vita. Eppure io credo in Dio; anzi questa fede, che tu in fondo schernivi col tuo silenzio, mi ha salvato dalla recita e dalla colpa inutile. Perchè, sai, vi può essere [pg!109] altrettanta bellezza in un delitto grande come in un grande perdono. Io vi ho perdonati; non con la bocca, non con le parole che tu alteramente mi rifiutavi or ora, ma col mio spirito, con la mia fede, con tutta quella estrema vita che si àgita in me. Bada: non cristianamente, ma umanamente vi ho perdonato: non per misericordia, ma per riflessione, non per comprarmi il paradiso dei preti ma per la vostra felicità.— Per la nostra felicità?... — disse Andrea, con maraviglia, con sospetto.— Sì; e non mi credere un santo per questo: non lo sono. Uomo, avrei voluto vivere, e per vivere mi sarebbe stato necessario difendermi da te. Ma che sono ormai? Una macchina disfatta... neppure: un pugno di materia logora che fra poco si dissolverà. Davanti a me finisce quella striscia di sole che si chiama la vita, e se i deboli, se gli avari, se i timidi, appunto verso la fine s'abbrancano con maggior disperazione ai beni che lasciano quaggiù, io, poichè sono stato un forte come te, un orgoglioso come te, ne faccio abbandono senza odiare quelli che possono vivere ancora, ed umanamente, con pace, dico loro: Il diritto è vostro... continuate.Dopo aver velocemente riflettuto, Andrea esclamò:— Le tue parole sono troppo grandi per un uomo: io non le credo.— Le parole sono grandi forse, non la verità che nascondono, — gli rispose con lentezza il suo fratello d'una volta. — Le più serene filosofie, le rinunzie più sante, celano spesso nel fondo un acerbo rancore contro la vita. Così di me. Allora sarò più piccino, mi denuderò, guarda: È un corpo questo che mi rimane? Ho forse una speranza di risanarmi, di ricominciare? No! Il mio martirio non può essere che più lungo o più breve, ma non altro che un martirio; e la scienza non inganna quel presentimento della morte che penetra tutte le vene, quand'essa già si trascina carponi nella nostra ombra. Si levi e mi prenda! Che serve [pg!110] il vivere in una poltrona, coperto di scialli, nutrito di medicine, soffrendo torture fisiche e morali, facendo ribrezzo agli altri ed a me? Poi, compréndimi bene, io amo una donna come tu l'ami, sapendo invece che la spavento. E la desidero qualche volta, io sfinito, come la desideri tu, vivo e forte. Ma tu la puoi baciare... io no! tu puoi darle ancora un brivido... io no! — e tutto questo, lo riconosci ora? è meno grande che non sembrassero le mie parole.Parlava concitato, scuotendo i pugni, rosso nel viso d'una tragica vampa; indi spense la voce, che divenne piena di sarcasmo contro sè stesso:— Allora, vedi, per una vanità d'uomo, preferisco nascondermi prima di esasperare la sua pazienza e di farle odiare, nel suo disamore, anche la memoria di me. Insomma, se tu hai ne' suoi occhi la bellezza della tua forza, voglio vestirmi d'una qualche bellezza pur io, voglio valermi dell'ultimo potere che mi resta: la bontà, voglio che tu non vinca interamente, intendi? perchè ti odio... sì, ti odio, e più forte, anch'io!... Vedi come tutto questo è meno bello, meno grande che non paresse a te.Ma, con un atto brusco, Andrea respinse quelle sue parole:— No: tutto questo non è vero! Tu vuoi «sapere», solamente «sapere»! Ti fai debole per fasciare la mia forza. Ebbene, poichè lo vuoi, affrontiamo ancora una volta, con vero coraggio, questo pericolo estremo. Siamo sovra un ponte stretto, per dove non si passa in due.Trasfigurato nel viso, Giorgio lo interruppe:— Con vero coraggio, hai detto? Sì, Andrea! sì, Andrea!...La commozione gli metteva un tremore all'ápice delle dita. — Sì, Andrea, — ripetè. — Ascoltami bene: per tutte le cose umane c'è la parabola, e in capo della parabola nient'altro che un circolo d'ombra. Tutto bisogna che finisca in putrefazione. Anche la nostra amicizia, [pg!111] ch'è stata un bel legame di due anime libere, non potè fare altrimenti. Ed io non te ne incolpo, Andrea: era necessario, doveva essere così. Ma c'è qualcosa che sopravvive a tutto questo, ed è la memoria di quello che siamo stati, tu ed io, là indietro, nella giovinezza. C'è, nella macchina logora, qualcosa, forse un peso inutile, che sopravvive: il cuore... Ed io, se mi sono trascinato fin qui, non è per tenderti una insidia, non è per sapere, perchè ormai più nulla mi è nascosto... ma perchè mi rincresceva morire senza che fosse ancora suggellata con un patto finale la nostra concordia d'uomini, ed è per dirti quel che ora ti dico: Strìngimi la mano, Andrea, lasciamoci da veri amici.— No! mai! — esclamò l'avversario. — Guarda: io mi metto a ginocchi davanti a te, se lo chiedi, ma non mi tendere la mano... mai più! mai più!— A tal punto mi odii?— Me odio! me stesso: non te.— Tu ingrandisci un piccolo dramma!... una donna, dopo tutto, è una donna... ci ha divisi, ci riunisce: dammi la mano.L'avversario, l'antico suo fratello, in silenzio lo fissò, a lungo; poi fece una domanda:— E se non potessi?... se non potessi più?... Comprendi la forza che racchiude questa parola: «potere»?— Le parole son parole... e poi sono anche fantasmi: scàcciali!Era sorridente, mite; una specie di augusta sovranità gli vestiva le sembianze; v'era, nel suo sorriso, ne' suoi occhi, un non so che d'immateriale, che raggiava dal suo pallore come un sole nascosto. Ora sentiva di essere il più forte, sentiva di poter comandare:— Dammi la mano, — disse; — ho bisogno di te.— Di me? Che vuoi?— Aiuto, perchè non vedi come sono debole?... Ho bisogno d'aiuto, e tu solo me lo puoi dare.— Che vuoi?[pg!112] — La tua mano, dammi la tua mano.— Non posso.— Puoi, puoi... se ancora ti senti capace di farmi un dono.— Lei?... — balbettò l'avversario, esprimendo in quel solo monosillabo tutto il terrore che gli pervase l'anima.— Non lei... un altro dono più bello!... Dammi la tua mano.Subitamente, con uno scatto, Andrea tese il palmo al suo fratello d'una volta, all'uomo che gli era stato sacro e del quale «conosceva la morte». Tremava, tremavano entrambi, ed entrambi ne impallidirono, quasi avessero compiuto un rito infrangibile con quella stretta di mano che per l'ultima volta li affratellava.— Ed ora ascòltami, — disse Giorgio. — Il bene maggiore non è la vita, è la pace. Guàrdami negli occhi: vedrai nel fondo l'anima che non mente. Io ti ho perdonato, a te ed a lei; ho messo all'àpice de' miei sogni la vostra felicità, ho soppresso il mio bene per il vostro bene. Poichè vi amate, e poichè la colpa è stata più forte che la vostra onestà, siate felici, voi almeno, che avete nel mondo una felicità possibile. La vita che diviene per sempre inutile a sè stessa deve continuare in un'altra. Ma se l'anima è capace di queste cose grandi, c'è la carne che non vuole, c'è la carne invida, che soffre, che si dispera... Ora ti dico: Andrea, fratello mio, liberami dalla carne trista... dammi un veleno!— Un veleno?... — mormorò esterrefatto l'avversario.— Sì, perchè il bene maggiore non è la vita, è la pace. Io ti domando la pace, e, se mi farai questo dono, avrai sciolto verso di me virilmente quel patto che l'amicizia mi deve. Non voglio sconvolgere con una tragedia volgare la tranquillità di questa casa, ma voglio tuttavia morire; sapere che sarete felici... non vedervi più![pg!113] Parlava ormai senza che l'altro l'ascoltasse, con una voce opaca e squallida che aveva il colore d'una giornata d'inverno; parlava da una specie di lontananza, da una specie di solitudine, trascinando con monotonia le sillabe, come il vento fa nei prati quando ammulina la neve.— Un veleno?... — disse ancora l'avversario, indugiando nel magnetico stupore di cui lo percosse quella parola.— Sì, Andrea... e non impallidirne a quel modo! Io ti parlo d'una cosa semplice; la scomparsa d'un uomo è la più semplice di tutte le cose.Ora sorrideva d'un sorriso distante; v'era nelle sue disperate parole una tranquillità già divisa dal mondo.— Vedi: gettarmi da una finestra sarebbe odioso, ed il mio corpo è così affranto che forse mi mancherebbe il coraggio di farlo, sebbene vi abbia già pensato. Armi non ne ho; quand'anche potessi procurarmene, questa morte rumorosa e drammatica sciuperebbe, come l'altra, il mio disegno. Invece voglio andarmene come se la morte fosse venuta a prendermi qualche giorno prima... Ricòrdati quel che ti ho detto: è un dono che ti domando, e tu solo me lo puoi fare. Me lo devi anzi fare, perchè sono allo stremo e non posso più sopportare nemmeno un giorno di questa tortura. L'amo! l'amo come te, disperatamente, con tutto il furore che può essere nell'agonia d'un uomo... e la carne si ribella al pensiero che sia tua!Vedi, Andrea, ti parlo come si parla solamente con noi stessi. Il nostro patto è assai più forte che le meschine convenzioni degli uomini: vi sono casi nei quali è più santo dare la morte che salvare una vita. Tu, che senza volerlo m'hai preso tutto, mi devi pure un dono: dammi un veleno!Ora l'avversario l'aveva ascoltato senza guardarlo, con gli occhi fissi ad un punto magnetico nell'alta ombra, che vedeva egli solo. E quando tacque, seguitò [pg!114] ad ascoltarlo, senza che una linea del suo viso trasalisse, fermo dalla fronte al piede in una sinistra immobilità.Poi gli si avvicinò lentamente, fissandolo con i suoi diritti occhi, tersi e freddi come l'acciaio, pieni di vampe nere. Disse:— La tua domanda è di quelle che raramente un uomo sereno ha il coraggio di fare. Ma essa non mi atterrisce. Interroga bene il tuo spirito prima di rispondermi: Sei ben certo di volere quello che vuoi?Egli si pose una mano sul petto, aperta, con l'atto sacramentale di chi giura sul libro dell'Evangelo.E rispose:— Io ti chiedo che tu mi dia da morire con la stessa serenità con la quale un giovine impetuoso domanda la battaglia, sicuro di andarvi bene, con la fronte alta, ridendo. E lo domando a te, perchè tu solo, fra gli uomini che conosco, sei capace di farmi un simile dono, appunto senza tremare.— Lo credi?— Lo so!Nella pausa che si colmò con l'eco di queste parole, ambedue sentirono il lor cuore accelerarsi fino allo schianto. Poi Andrea lo afferrò per un polso e gli disse rapidamente:— Giorgio!.. Io potrei di fatti non tremare anche nel risolvere con semplicità il più grande problema che sia mai sorto nella coscienza d'un uomo. Sono un medico, la mia missione è di salvare: non dovrei poter uccidere. Tuttavia, più d'una volta, ebbi la tentazione di fare spontaneamente quello che oggi mi chiedi, per liberare una vittima dalle crudeltà oziose della morte. Se non lo feci, fu per seguire un pregiudizio, per non saper vincere quella sensazione che odio: la paura. Tempo fa, quando non ero colpevole, se tu mi avessi fatta la medesima domanda, ebbene ti avrei risposto chiaramente: «Hai ragione: devi decidere così. Ti aiuto.» Ma ora c'è qualcosa fra noi che me lo impedisce. [pg!115] La vita di un altro, si può rubarla, prenderla a tradimento forse... ma riceverla in dono come tu me l'offri, no!— Andrea, non ragionare!... Noi siamo venuti a quell'ora dove il ragionamento più non regge. Hai dinanzi a te un uomo che ti fu caro, al quale fosti caro, e che soffre, soffre orribilmente... Quest'uomo, con l'anima sua più viva, ti dice: «Senti: ho finita la strada, voglio sparire.» Dunque non discutere. La mia decisione ormai è presa: mi ucciderei da me, in ogni caso, perchè, se tu potessi anche salvarmi come hai fatto per tante creature malate, non mi daresti che il mezzo di soffrire più lungamente. Quello che si chiama l'irreparabile, nè tu nè io potremmo sanare mai più. Invece, tu che sei stato il mio compagno nel mondo, aiùtami!... aiùtami ancora una volta: ho bisogno di te. Voglio andarmene senza insanguinare la casa dove non fui che un ospite, andarmene senza mettere una corona di spine sotto il velo della vedova che lascio... Rimanga fra me e te un segreto: noi fummo abbastanza forti per portarlo sul cuore.— Sai cos'hai fatto? — esclamò Andrea cupamente. — Mi hai messo davanti agli occhi uno specchio e mi hai detto: «Guàrdati!» Ecco, mi vedo; e sono orrendo!— No, sei vivo e difendi la tua vita: questa è la sola differenza fra noi.— Ma perchè ti uccidi, tu che sei credente? — lo interruppe di nuovo Andrea, quasi cercasse di opporre ostacoli al compimento di quell'atto che si rendeva necessario.— La mia fede è un'altra, — Giorgio rispose con serenità; — il mio Dio non è crudele.Guardava in alto, come già lontano, già libero da tutte le impurità che insozzano il cuore degli uomini, e gli splendeva nelle iridi azzurre la limpida visione della sua pace ultima, la tranquilla certezza in una fede sua, più grande, più intima, che la predicazione di ogni chiesa.[pg!116] Poi gli tese le due mani, come per un commiato:— Addio... forse mi sei stato più caro che tutto nel mondo... e mi sarai più fedele, se m'aiuti.L'avversario illividì. Ora, nella sua carne innervata d'acciaio, ripalpitava il cuore dell'uomo, il cuore fragile che s'impaura e che trema, il cuore pieno di gemiti, che si commuove davanti alla bontà.Su le labbra gli venne una confessione, l'ultima, la più disperata, e fu per dirla:— Senti... Giorgio...Ma un istinto supremo contenne la sua voce, gli ricacciò nel cuore le parole che ne traboccavano, e pensando all'amante, alla quale «doveva il suo delitto», mormorò a fior di labbro, come per chiederlo a sè stesso:— Chi l'avrà amata più forte?Ella s'interpose fra loro, bella com'era, vestita del desiderio d'entrambi, e sentiron ciascuno la sua presenza invisibile, soffersero di lei come se li toccasse con il suo corpo discinto.Poi Giorgio disse:— Tu forse, poichè rimani, mentr'io fuggo. E sopra tutto perchè è tua.Una memoria di lei trascorse nelle lor vene, sentiron che si apriva tra loro un abisso perpetuo, vasto come la morte. Ancora tacquero, ed attesero, come se nell'indugio fosse una speranza imprevedibile. I loro pensieri correvano con isfrenata velocità per il più vasto campo che vi sia da percorrere, cioè dalla vita alla morte, dal principio alla fine d'una esistenza umana.— Dunque? — disse Giorgio dopo un lungo silenzio.L'altro attese innanzi di rispondere: cercava in sè un rifugio contro la sua medesima volontà. Infine disse:— Una sola domanda, Giorgio. Oseresti fare per me quello che ora mi chiedi?— Se ciò valesse meglio che offrirti la mia stessa vita, sì, lo farei.[pg!117] — Ma per compiere un simile atto bisogna esserne degni! — Poi soggiunse brevemente: — Potrei non esserlo più.L'anima, ne' suoi occhi, si accusava con una disperata sincerità.— Se devi sorpassare un ostacolo di più, vuol dire che mi offri un dono più grande.— Ma, Giorgio... — egli balbettò con angoscia, — se Novella... se io... se qualcosa che tu non sai... mi tiene alla vita, m'incatena, m'impedisce di punirmi con la stessa mano che t'aiuta, se...— Taci, taci... Vi sono silenzi che debbono continuare anche oltre la morte. Una sola cosa mi devi: ubbidirmi, e poi vivere, perchè nessuno lo sappia.D'improvviso, come se gli balenasse nel cervello un tragico lampo, l'avversario guardò in faccia la morte.— Sì? lo vuoi?! — esclamò.Colui che fu nella vita il suo fratello senza colpa gli posò una mano sulla spalla, come avrebbe fatto nel posarla sulla pietra d'un reconditorio, e disse:— Tutta la mia vita mi sia testimone della risposta: «Sì, lo voglio!»L'avversario lo prese ai polsi, lo serrò convulsamente:— Sia!Poi si volse: l'armadio carico di boccali traluceva nell'ombra; su la tavola ingombra, il fascio del riflettore traeva barbagli dalle boccette di cristallo, dagli aghi d'acciaio, rilucentissimi.Il medico, muovendosi a scatti, veloce, attento, ruppe col pòllice la chiusura ermetica di due boccette, ch'eran sottili come cannule di vetro; ne mescolò alcune gocce in un piattello concavo, dove c'era un dito d'acqua, e lentamente, serrando i labbri, ne riempì la siringa. Il liquido, salendo nel tubo di vetro, diede uno sprazzo iridato, simile ad un piccolo sole rosso e livido, che si spense quando fu al sommo.Allora il medico scosse la siringa per mescerne [pg!118] il contenuto e l'esaminò due volte contro il lume. L'ago minutissimo portava su la punta una scintilla.Poi la depose su l'orlo della tavola e la guardò.La guardò come se fosse ormai solo, come se l'irremediabile fosse già compiuto.Il morituro s'avvicinò lentamente; senza paura, ma lentamente...— È questo il veleno?E sopra vi pose un dito, come per toccare la morte.Parlava automaticamente, con un riso a fior di labbro.Il medico assentì con un cenno del capo, mentre affascinati guardavano entrambi la siringa lucente, colma di un liquido senza colore, innocuo, limpido come l'acqua.L'uomo che doveva morire snudò il braccio sinistro rimboccando la manica lentamente: poi torse il viso, la bocca gli si fece obliqua, e prese la siringa fra due dita.— Che fai? che fai! — gridò l'altro per istinto, soffermandolo.Egli rise, ma d'un riso gutturale, stranamente simile a quello di Marcuccio quando finiva la sua Canzone.— Guarda: e non trema... — disse.Accennava al suo braccio arido, giallastro, proteso contro il lume, e che tremava tuttavia.Egli non vedeva quel tremore, l'altro sì.— Senti, Giorgio... — balbettò l'avversario.— Come si fa?... — domandava ridendo quegli ch'era presso a morire.— Senti, Giorgio... Giorgio!...— Come si fa?...— Così!Rapidamente gli tolse la siringa di mano, e con orgoglio, con la fronte alta, come parlasse a' suoi giudici invisibili:— Io! — disse — io debbo finire di ucciderti, [pg!119] non tu! Non tu, con la tua mano, ma con la mia — guarda! — e anch'essa non trema!Gli teneva strettamente il polso, aveva l'ago pronto a pungere su la pelle rabbrividita, irta del suo pelo, cupa, fra i tendini tesi.Poi diede un colpo forte e schizzò dentro il veleno.— Ahi!... come fa male... ahi!... dille...E girò, in deliquio, sui calcagni, urtando contro la tavola, rovesciando il riflettore, che si spense.Colui ch'era stato il suo fratello ed il suo nemico nel mondo lo sollevò di peso su le braccia e lo portò a giacere nella poltronaPoi riaccese il lume.
— Il diritto a dare la morte... — profferì a sè stesso Andrea Ferento, con una voce che pareva misurare ogni sillaba di quel dilemma inesorabile, mentre teneva sospesa contro il lume una fialetta colma d'un liquido senza colore, trasparente come l'acqua, che però tramandava dalla sua purezza un non so che di poderoso e di sinistro. Non sprigionava intorno a sè un colore nè un odore che bastassero a definirlo, ma una specie di possibilità nefasta: la virtù del poter uccidere; come l'acqua invece tramanda l'innocenza ed esprime l'innocuità. La luce della lampadina accendeva una piccola raggiera sul vetro dell'ampolla; questa rifrazione bruciava le sue dita, pareva investire d'un riverbero tutta la tragica persona dell'esaminatore.
Egli era solo, nella sua camera chiusa, tra gli alti scaffali carichi di libri e l'armadio vetrato, che lasciava intravvedere, un sopra l'altro, parecchi ordini di vasi medicinali. La tavola da lavoro, ingombra di scartafacci, di provini, di siringhe, di storte, di bottiglie tappate, era d'ácero nudo, e per la sua larghezza ingombrava quasi un terzo della stanza. Dentro una specie di nicchia, fatta come un'arcata, ch'entrava per mezzo metro nello spessor del muro, il letto era disposto nel [pg!91] senso della parete; una tenda vi cadeva sopra a baldacchino, senza coprirlo interamente.
Egli portava sopra l'abito una tunica di tela greggia che gli scendeva sino alle caviglie, stretta ai polsi e serrata in vita da un cordone come un saio da monaco; l'alta sua persona prendeva in quella veste una apparenza ieratica.
Tutto era silenzio intorno; pareva che la casa dormisse nel suo primo sonno, sebbene forse, dentro le occulte camere, non dormissero gli abitatori. Dal giardino sottostante salivano a tratti le vampe odorose dei gelsomini.
— Il diritto a dare la morte... — profferì una seconda volta, con maggiore lentezza, Andrea Ferento. — Uccidere! La parola bella e terribile che nessuno ha mai osato far assurgere ad una legge umana. «Tu non puoi uccidere perchè non puoi creare,» — predicarono i remoti Evangelisti. «Ma il senso eterno del mondo, la legge implacábile della natività, non è forse chiusa in questa parola fra tutte più necessaria: «uccidere?»
Dalle origini stesse della vita l'uomo non fece che stabilire limiti. È inteso: c'è un male, c'è un bene. Ma come si tracciarono i confini? Come e da chi?
Ah, ecco, intendo! All'estremo, all'ultima pietra milliare della comprensione, dove tutto si confonde in un color di miracolo, avete messo, — è incredibile! — questa parola che fa tornar da capo: «Dio». Parola vuota come un baratro, perchè, per comprenderla, bisognerebbe non esser uomini, mentre l'averla concepita come uomini vuol dire semplicemente aver dato un nome, null'altro che un nome, ad una sensazione d'impossibilità.
In voi non trovo la mia strada, Evangelisti.
Ora, vi dico, il nodo è serrato ma semplice: Se io debbo vivere, la mia vita vuole una morte.
Ora vi dico: Non una, ma due vite insieme, anzi due vite inseparabili, sono davanti a un'agonia. La donna che amo, il figlio che ho fatto nascere, e la mia [pg!92] sorte che brilla: un gruppo formidabile di energie rimane fermo, senza possibilità di andar oltre, davanti ad un rantolo che si prolunga.
O Evangelisti, non credete voi che si possa talvolta sopprimere una vita semispenta, per salvarne altre, pulsanti, gaudiose, di là da quel sepolcro? Non ammettete l'uomo eretto a giudice solo ed eroico di sè stesso, l'uomo anarchico, superiore alla legge pattuita, che usa d'una sua forza spaventosa, ed in silenzio, nel buio, toglie di mezzo l'ostacolo che lo divide dalla sua felicità?
Chi me lo impedisce?... Cristo? — Cristo era un uomo come me: io non gli credo. La legge? — La legge è stata fatta da uomini come me; non rappresenta che la necessaria catena; io sono più forte: la spezzo; più scaltro: la évito. Forse la coscienza? — Essa è paura, è viltà, è un terrore atavico dell'uomo: bisogna insegnarle a volere con inflessibilità quello che davanti alla vita, e non davanti agli uomini, è giusto. A che servirebbero questi veleni minutissimi, rari, lenti, senza traccia, che crescono pure nella vegetazione della terra, se la natura stessa non avesse riservato all'uomo la possibilità di propinare una morte nascosta? Che sarebbe l'amore in sè medesimo, se per lui non fossimo capaci di compiere qualche atto di eroismo crudele? Non contro me posso infierire, poichè la mia morte non li salva, anzi li perde. Ho amata una donna non mia e l'ho resa madre: mi trovo nell'impossibilità di liberarla dalla sua concezione, il che sarebbe altrettanto delitto. Lascerò ch'ella si uccida? O giudici, sarò così vile da non fare con risolutezza tutto ciò che il mio coraggio può fare per lei?
Forse avrei dovuto, quando ne sentii nascere il primo palpito, soffocare in me questo inevitabile amore. Ma tutto si può fare al mondo, fuorchè non amare ciò che si ama.
Ora, contro il diritto a vivere di queste due creature, che sono ormai la mia sola ragione di essere, sta [pg!93] un'agonia, sicura ma tenace, lenta ma irremediabile... Due giovinezze davanti ad un sepolcro, due ricchezze davanti ad una miserrima povertà. Fra queste cose, il coraggio della mia mano, la stilla invisibile di un veleno, il martirio nascosto della mia coscienza... Ebbene, in tale dilemma, è più onesto concepire la coscienza come una schiavitù paurosa, che rifugge dal delitto per il solo terrore de' suoi fantasmi, o concepirla come un coraggio efferato, che avvinghia quei fantasmi e li soffoca per la felicità di chi ama?
O voi, che invisibili e presenti squassate intorno alla mia coscienza i vostri mantelli neri, ascoltate ancor questo dalla mia voce che non trema: — Io feci olocausto di me stesso al mio amore d'uomo, al mio dovere di padre, e se, per giudicare un colpevole, può esservi un altro giudizio che non l'oscuro confessionale o la teatrale aula d'una Corte d'Assisi, questo giudice libero mi dirà: — «Tu sei stato un anarchico ed un santo. Se puoi, vivendo, sopportare il tuo delitto, la sua potenza medesima ti assolve. Di fronte ai mediocri taci e nascondi, perchè i mediocri mai ti comprenderanno.»
Allora, nell'alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel silenzio dalla sonora muraglia, udì suonare la Canzone Disperata sul violino singhiozzante dello scemo.
Questa canzone diceva:
«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti, portando il mio scheletro su la schiena;«coi piedi mi batte i ginocchi, — mi stringe il collo con le mani...«Cammina!... — mi dice ridendo — la vita comincia domani.«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va? — Risponde: — Nel regno dei vivi, che ha nome: l'Inutilità.[pg!94]«— Sei stato in un letto odoroso — con lei che giaceva supina,«tremante, sperduta, tremante — nel solco del letto profondo...«Perchè, se non vuoi che ti picchi, — mi hai fatto tremare nel mondo?«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti, e vado a cercare altri morti, — che sono i miei figli lontani...
«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti, portando il mio scheletro su la schiena;
«coi piedi mi batte i ginocchi, — mi stringe il collo con le mani...
«Cammina!... — mi dice ridendo — la vita comincia domani.
«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va? — Risponde: — Nel regno dei vivi, che ha nome: l'Inutilità.
[pg!94]
«— Sei stato in un letto odoroso — con lei che giaceva supina,
«tremante, sperduta, tremante — nel solco del letto profondo...
«Perchè, se non vuoi che ti picchi, — mi hai fatto tremare nel mondo?
«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti, e vado a cercare altri morti, — che sono i miei figli lontani...
«Cammina: la vita cominciadomani, domani, domani...
«Cammina: la vita comincia
domani, domani, domani...
La Canzone approssimava, tragica, lugubre, nel silenzio della notte, finchè, dietro l'uscio, si spense. Allora egli udì le nocche dello scemo, che rideva, battere contro la porta, dicendo: — Aprimi.
Andrea, rapidamente chiuse nell'armadio le minuscole ampolle dei veleni che stava esaminando; poi non rispose, non aprì.
— Apri dunque! — sollecitava lo scemo, girando la maniglia. Ma la porta era serrata nell'interno a chiave.
— Che vuoi?
Sorda e cocciuta la voce ripeteva: — Aprimi!
Allora Andrea girò la chiave nella serratura e si ritrasse per lasciarlo entrare. Marcuccio, col manico del violino stretto nel pugno, la bocca torta da quel suo riso obliquo, s'avanzò fin nel mezzo della camera guardandosi attorno, poi disse:
— Novella piange.
— Come lo sai?
— Piange, — ripetè l'altro con iracondia.
— Come lo sai, domando?
— L'ho veduta io, per la toppa. Sì, l'ho veduta. È nella sua camera, seduta in un angolo, e singhiozza.
[pg!95] — Ebbene? — fece Andrea dopo una pausa.
— Volevo dire che piange, — ripetè costui, ingrossando la voce.
— Allora tu guardi per le serrature?
— Sempre.
— Perchè?
Accentuando il suo riso atono, egli fece con la mano un gesto vago:
— Per la serratura ho veduto la Berta in camicia, molte volte... La Berta si lega le calze con due nastri rossi, quassù... — e segnava l'alto della coscia.
Andrea lo fissò negli occhi, attentamente, con un senso di maraviglia e di pietà.
— Non puoi dormire, Marcuccio?
— Sono le notti lunghe della primavera... gli uomini che han qualche sogno nell'anima non possono dormire. — Poi fece schioccare le labbra e soggiunse: — Mi piacerebbe dormire con la Berta. Senza che lei se n'accorga io la vedo ogni sera per la toppa, quando si spoglia. È grassa.
— Allora, — disse Andrea severamente, — hai guardato per la toppa anche al padiglione di caccia, alla Boscaiola, una volta...
Marcuccio si mise a ridere con sguaiatezza e contorse la bocca.
— No: sono salito sulla tavola di pietra ch'è da un lato, e, stando in piedi, ho potuto guardare in giù, verso l'interno della capanna. Sì, e c'era Novella...
— Non è vero!
— Sì, che c'era! — incalzò lo scemo. E segnandolo a dito soggiunse: — Con te.
— Bada, Marcuccio! guai se lo ripeti!... — esclamò Andrea, afferrandogli ruvidamente le mani.
— Novella era quasi nuda, e tu... ahi! non mi far male!... tu la coprivi con le margherite che avevate raccolte... ahi!.. sul petto... ahi!.. la coprivi...
— Guai a te, se ripeti queste cose bugiarde! Hai visto male. Io non c'ero. Lei neppure non c'era. Intendi?
[pg!96] E forte lo scuoteva per le braccia, mentr'egli, caparbio, insisteva nell'affermare.
— Intendi?...
— No, no... tu eri! lei era! Ed erano belle... com'erano belle quel giorno... le margherite... ahi! ahi! sorelluccia... le margherite!...
Allora Andrea lo afferrò per le spalle, in guisa da fissarlo ben negli occhi e disse:
— Ascolta, Marcuccio. Tu, quel giorno, hai veduto un sogno; ed i sogni non si devon mai ripetere ad alcuno, perchè il parlarne porta disgrazia, m'intendi? E guai, guai a chi li racconta, i sogni!...
Parlava imitando il suo linguaggio, per essere meglio inteso; lo scemo apriva la bocca attonitamente:
— Ah, sì?...
— Certo. E se tu narrerai queste cose bugiarde, io dirò a tutti che bisogna bruciare i tuoi libri, perchè sono falsi. Così non avrai alcuna gloria. Capisci, Marcuccio?... la gloria!...
Egli tremava, tremava, e balbettò:
— Sì, la gloria... Ma se non dico nulla?
— Di che?
— Dei sogni...
— Allora, Marcuccio, tu avrai... — Ma in quel mentre, udendo rumore, Andrea si volse: — Chi è?
La voce di Stefano rispose:
— Sono io: Stefano. Si può?
— Entrate, entrate.
— È la Canzone di Marcuccio che mi ha fatto scendere. — Poi disse con un sorriso indulgente: — Oh, conversate sempre di cose profonde, voialtri pensatori!
— E tu sempre ci disturbi, padre Stefano! — affermò con sussiego lo scemo.
— Ti credevo già coricato, Marcuccio, quando invece udii la tua canzone.
— Coricato? ah! ah!... È una notte d'Aprile; vorrei camminare, camminare, in mezzo alla foresta e lungo il fiume, con il mio violino su la spalla, improvvisando canzoni. Ma ho paura dei cani!... E tutte le [pg!97] donne che non dormono, in queste notti di primavera, scenderebbero dal letto con i capelli sciolti, per camminare a piedi scalzi dietro di me... ma ho paura dei gufi. Vorrei camminare, camminare, per la foresta e lungo il fiume, suonando sul mio violino la canzone più bella che so, e trascinandomi dietro le donne seminude... Ma ho paura dei vampiri. Uh!... i vampiri dalle ali di feltro, che succhiano sangue, sangue... La sai, padre, la Canzone dei Vampiri? No?... Ascolta...
E ritraendosi lentamente, con un passo d'automa, urtò l'uscio con la schiena e scomparve nel buio del corridoio, ricominciando a suonare sul violino singhiozzante la sua Canzone Disperata, che a poco a poco, per l'alte camere, in una lugubre risata si spense.
. . . . . . .
«Se corri, — mi dice, — «si arriva stasera o domani mattina...«Mi dice: — Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...»
«Se corri, — mi dice, — «si arriva stasera o domani mattina...
«Mi dice: — Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...»
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— Povero me! — proruppe Stefano con un gesto di sconforto. — La sventura s'è abbattuta su la mia casa.
— Non disperate, Stefano. Voi credete in Dio, non è vero?
— Sì, fervidamente.
— Pregatelo, voi che potete pregare! Io credo in me stesso più fermamente che in Dio, e nella volontà umana più che nel miracolo. Quindi penso che per resistere alla sventura abbiamo un solo rimedio: il nostro proprio coraggio.
Ma Stefano scosse il capo, e cominciò a guardarlo come se volesse dirgli qualcosa. Certo, per essere venuto a quell'ora nella camera di Andrea, uno scopo lo guidava e quei perplessi discorsi parevano la ricerca d'un esordio.
[pg!98] — A proposito di Giorgio, — disse infine, — cosa pensate voi? Che stia proprio molto male?
Andrea, forse per nascondere il suo disagio, metteva in ordine una quantità di cose, andando dagli scaffali alla scrivania, frugando nei cassetti, rimovendo libri.
— L'eterna domanda! — esclamò nervosamente. — Se sapeste che poca cosa è la scienza d'un medico davanti ad un problema così complesso come la vita d'un uomo!
— Ma io vedo che muore! — interruppe Stefano soffocando la voce.
— È un'opinione, la vostra; null'altro che un'opinione, — rispose freddamente Andrea, stringendosi nelle spalle.
— No, non ingannatemi, Andrea! Benchè vecchio, sono ancora un uomo e voglio sapere la verità. Ditemi, ditemi la verità... Il suo caso è disperato?
— Non ancora, ma è grave.
— Sapete? Giorni sono mi ha detto quasi allegramente: Bisognerà che un momento o l'altro diamo un'occhiata ai nostri affari, papà Stefano, perchè è sempre meglio essere previdenti.
— Questo non mi riguarda! — esclamò Andrea con asprezza. — Se è di questo che dovete parlarmi, io non voglio saper nulla!
— Oh, Andrea!... non crederete, per l'amor del cielo, ch'io voglia fare un calcolo qualsiasi... no, vi giuro! Ma ho due figlie, un figlio ed una moglie vecchia; ora voi sapete bene che la casa, le campagne, tutto quanto, appartiene a Giorgio.
— Questo non mi riguarda, ripeto. Giorgio è un uomo onesto, penserà da sè stesso alla moglie.
— Ma Giorgio ha pure un fratellastro, un uomo dissoluto e rapace, che gli ha dato già troppe noie cercando in mille guise di estorcergli denaro.
— Insomma, Stefano, — egli lo interruppe, — se bene comprendo, voi desiderate che in un modo qualsiasi [pg!99] m'interponga presso Giorgio per fargli fare testamento, o per sapere se lo ha fatto e come lo ha fatto... Non è vero?
Fece una pausa, guardando Stefano, che abbassò il capo senza rispondere.
— Ebbene, sentite: ho molto affetto, molta venerazione per voi, padre Stefano; capisco anche la ragione, del tutto giustificabile, che v'induce ad un tal passo. Ma di questo non parlatemi, vi prego. Fate quel che volete, ma io non ci voglio entrare. Anzi vi dirò una cosa, recisamente: vicino a Giorgio, nè preti nè notai, a meno che non li chieda egli stesso. E non parliamone più.
— Perchè tanto calore? Non vi ho mai veduto eccitarvi così.
— Bisogna lasciare un'anima libera, padre Stefano, sopra tutto vicino alla morte. Io non mi occuperò di queste cose, e credo che Novella sia dello stesso parere.
— Lo è, infatti... Ma questo, in un certo senso, è anche sorprendente!
— Niente affatto, padre Stefano. L'ora della morte è quella della riconoscenza o del rancore: bisogna che l'uomo si risolva da sè all'una od all'altra cosa. E Giorgio ha la mente lucidissima. Infine, ancora una volta, questo non mi riguarda! Solo una cosa vi dirò: Fin quando io viva, nè voi nè i vostri figli avrete mai nulla da temere.
— Oh, siete migliore di me, Andrea! — esclamò con effusione il vecchio, — ed ora mi vergogno...
— Di nulla! Voi pensate ai vostri figli; è più che umano. E lasciamo questi discorsi. Risponderò invece alla vostra domanda con sincerità: — Il caso di Giorgio è grave; molto grave. La mia opera può darsi che non basti; è forse opportuno chiamare altri medici. L'ho detto a lui stesso, ma egli rifiuta.
— E chi può salvarlo, se voi non potete? — esclamò Stefano alzando le braccia. — Poi, che serve? Io [pg!100] vedo bene che muore, povero Giorgio... e noi vecchi sappiamo riconoscere di lontano la morte. Bah!... buona notte, Andrea! Se stesse male, chiamatemi; buona notte.
Andrea rimase lungo tempo fermo dietro l'uscio, ascoltando quel passo tardo che saliva pesantemente i gradini; poi tornò a sedere presso la tavola ingombra, si raccolse nei palmi la fronte, che gli doleva, e mentre nell'immobile silenzio gli battevano forte le vene dei polsi, lasciò che il suo cuore, come un nembo di polvere, si allontanasse nella vertiginosa bufera.
Il riflettore elettrico, vôlto sul microscopio, traeva dal polito metallo un barbaglio fermo, continuo, che si propagava su le piccole siringhe di cristallo, su gli aghi affinatissimi, sui molti arnesi lucenti che ingombravano la scrivania.
A poco a poco una stanchezza fisica maggiore del suo tormento lo sopraffece; i gomiti gli scivolaron dall'orlo della tavola, piano piano; la fronte si affondò nella piega dell'avambraccio; cadde in sopore. Da lunghe notti rimaneva con gli occhi sbarrati, nel buio, insonne fino all'alba, con il cervello assediato dall'assiduo pensiero; ma vi son momenti nei quali il corpo affranto, che ha fame, che ha sonno, che ha bisogno d'oblìo, soverchia lo spirito e lo salva da tutte le sue calamità.
— Odimi, Andrea...
Era entrata Novella, senza far rumore, e si chinava su lui.
Egli sobbalzò atterrito, si eresse in piedi, con gli occhi pieni di spavento, e fissandola ripeteva:
— Che c'è? Che è stato?!
— Nulla... parla piano... Perchè ti guardi attorno? Che fai? Sognavi? Sì, eri stanco, ed io t'ho svegliato, povero amore...
Allora egli prese la sua mano, la strinse, la baciò quasi con riconoscenza. Era felice che fosse stata lei a destarlo, non altri, e che non venisse per portargli qualche notizia temuta.
[pg!101] — Ah, sei tu, sei tu... — la guardò, le sorrise; — ma ora, non rimanere... sii buona. Forse potrebbe udirci. È imprudente, molto imprudente quello che fai!
— Mi scacci sempre...
— Non ti scaccio, non dire questo. Ma, vedi, è pericoloso... Lavoravo e mi sono assopito. Poi ho l'intuizione che stanotte Giorgio, non dorma e sorvegli...
— Sì, ora me ne vado; ma prima... Come sei pallido, mio amore...
— Sono stanco.
— Prima dimmi perchè da qualche giorno mi lasci tanto sola, non mi parli, non mi guardi, e si direbbe quasi che tu faccia il possibile per allontanarmi da te.
Egli ricadde su la seggiola, si compresse contro le tempie i due pugni che tremavano:
— Taci, taci.
— Cosa t'ho fatto, io? Non vedi come sono disperata?... non mi ami più?
Allora egli esclamò con un selvaggio impeto di passione:
— Da qualche giorno ti amo più che mai! più che mai! non lo senti?... Ma sei tutta vestita d'ombra e non ti posso toccare.
Ella rispose, appassionata:
— Chiudi gli occhi un momento, per non vedermi, e báciami, báciami!...
Curvata su lui, la sua gonna gli avvolgeva le ginocchia, i suoi capelli gli toccavano la fronte. In quel bacio ella mormorò:
— Che faremo?...
Egli le rispose, all'orecchio, con un bisbiglio ch'era solamente un álito: — Aspettare.
Ella voleva interrogarlo, ma l'amante si ribellò:
— Silenzio!... E lasciami solo. Se io non ti chiamo, non tornare.
Ella ubbidì; si ritrasse. Ma nell'orecchio le suonava quella parola grande, minima: — Aspettare.
— Vai nella sua camera? — egli chiese ancora.
[pg!102] — No; ho paura. Da me sola, ho paura. Non è stato mai così dolce... mi prende le mani, le bacia... e le mie mani divengono fredde.
Così dicendo le nascose dentro le pieghe della gonna, quasi avesse ancora su la pelle quella sensazione di ribrezzo che tutta la raggelava.
— Ogni tanto mi carezza i capelli come un bambino... non è stato mai così dolce.
Egli, senza batter ciglio, l'ascoltava, la guardava.
— Sai? Un'ora fa si è assopito, tenendomi una mano fra le sue. Non c'era lume nella stanza, però dalla finestra veniva luce abbastanza perch'io vedessi la sua faccia. Che orrore!... Mi stringeva la mano con una forza convulsa, il suo viso era fermo in una contrazione di dolore. Sognava, e ogni tanto, dagli angoli della bocca, gli usciva un fiotto di saliva... Che orrore! Poi ha rovesciato un occhio indietro, uno solo, senz'iride, ed è rimasto così... Pensai che fosse morto, volli sciogliermi da quella stretta e non ebbi forza, volli gridare e non potei... perchè quell'occhio senz'iride mi fissava e la sua bocca morta sembrava ridere del mio terrore...
— Basta, basta!
Poi entrambi sussultarono, avvertendo rumore da una camera vicina, che poteva essere quella del malato. Novella cautamente si sporse fuori dall'uscio in ascolto, e sparve nel corridoio scivolando lungo il muro. Egli rimase nel mezzo della camera, diritto, pronto, perchè udiva un passo avvicinarsi, un passo che gli era noto.
— È lui... — pensava. Ma non gli rimase tempo ad alcuna riflessione, perchè Giorgio aperse l'uscio e si fermò su la soglia, cadaverico, vacillante. Rimasero a guardarsi un attimo, poi Andrea disse:
— Ti senti male?
Giorgio scosse il capo.
Era interamente vestito, portava una giubba di lana rossiccia, intorno al collo uno scialle avvoltolato. Si [pg!103] avanzò nella camera con un passo malfermo, poi tese l'índice verso l'uscio e disse:
— Chiudi a chiave la porta, ti prego.
Attonito, Andrea non si mosse.
— Chiudi la porta; voglio rimanere solo con te.
Macchinalmente, quasi piegandosi ad una forza incontrastabile, Andrea ubbidì.
Quando s'intese il rumore della chiave nella toppa, e furon soli, di fronte, viso a viso, e fu passato qualche attimo d'un silenzio mortale, Giorgio disse con voce spenta:
— Novella era qui.
— No.
— Era qui.
— Ossia, — corresse Andrea confusamente, — passava per il corridoio... si è fermata un momento a parlarmi. — E soggiunse dopo una pausa: — A parlarmi di te.
Poi avanzò verso Giorgio una vasta poltrona di cuoio, spingendola per la spalliera; l'infermo vi si lasciò cadere, premendosi le due braccia sul petto quasi per comprimere un dolore inesprimibile.
Ma d'improvviso, dopochè i suoi occhi febbricitanti si furon incontrati con gli occhi aspri e fermi del suo fratello antico e per qualche tempo l'ebbero vigilato in silenzio:
— Andrea!... — esclamò con accento d'indulgenza e di sconforto estremi, — Andrea non mentire più! È inutile, poichè muoio... non mentire più!
L'altro si curvò, si radunò in sè stesso, come un aggredito che sta per raccogliere tutte le sue forze in una disperata difesa, poi, dibattuto fra la verità inconfessabile e la menzogna insostenibile, si ritrasse meccanicamente nell'alta ombra che l'armadio propagava dal muro, e muto vi stette, guardando fissamente terra, in attesa della parola che li avrebbe separati per sempre.
— Hai paura di me, o mi odii? — Giorgio gli domandò, ergendosi a fatica sui bracciuoli della poltrona.
[pg!104] E poichè l'altro taceva, lo incalzò: — Non puoi rispondermi? Non vuoi che ci si guardi a viso aperto? I tuoi occhi, una volta, sapevano fissare!
V'era nella sua voce un sarcasmo, anzi una sfida manifesta, contro la quale, di colpo, l'avversario si raddrizzò. L'uomo che non s'era mai piegato, che non aveva mai temuto, comprese di doversi avventare contr'essa, come soleva, nel mezzo di tutti i pericoli, con spavalderia.
— Fra noi, — rispose, — mi pareva migliore il silenzio.
La sua voce non aveva alcun tremito: fu dura, fredda, lucida come una lama ben affilata. Con più dolcezza, quasi con affetto, l'altro ripetè la domanda:
— Hai paura o mi odii?
— Nè una cosa nè l'altra, Giorgio.
— E allora?
— Sento la distanza insormontabile che ci divide, sento che siamo ridotti ad essere due semplici automi l'uno di fronte all'altro, e che parole, fra noi, non ci devon più essere.
— No, Andrea. Per te, che prosegui nella vita, questo divenir automa è un giuoco di qualche ora; per me, che la finisco, è un gioco assurdo. Ho radunate le mie poche forze per venirti a parlare: non impedirlo, se ti ricordi che abbiamo avuto sempre coraggio.
Una luce tetra splendette nella faccia dell'avversario.
— Ebbene, — disse, avanzandosi dall'ombra, — se così vuoi, sia!
— Non come due nemici, Andrea, — lo pregò l'infermo con un sorriso triste. — Sì, è vero, il passato è in frantumi e le memorie son ragnatele che val meglio spazzar via... Ma c'è qualcosa nel mondo che può essere dolce ad un uomo, e questo è la certezza di aver amato un altr'uomo con tanta purezza d'affetto, che per quanto egli ti faccia male, per quanto il destino te lo avventi contro come un inconciliabile nemico, tu [pg!105] non lo possa veramente nè interamente odiare mai. Questa è la prima cosa che volevo dirti.
Andrea non battè ciglio, non si mosse, non rispose parola.
— Ti ricordi?.... — ricominciò il malato, con una voce quasi lontana. — Abbiamo tutto diviso fraternamente nella vita, come dividevamo insieme — ti ricordi? — nella nostra camera di studenti, su quel tavolino zoppo, le nostre povere cene. Poi, quando bruciò la miniera di Connigan Gate seppellendo trecento uomini, e la Compagnia mi cacciò come responsabile del disastro, per un anno vissi nella tua casa, e devo a te solo, — sì, lasciami dire: a te solo — se ho potuto per una seconda volta ricominciare la strada.
— Visto che facciamo i conti, io ti devo altrettanto e più! — Andrea lo interruppe con voce irritata.
— Ora ti rivedo! — esclamò Giorgio, scuotendo con un sorriso il capo. — Riassomigli, contro di me, a quello ch'eri nel Comizio Romano, davanti a coloro che ti accusavano di averli traditi, di aver venduta la causa loro a chi ti prometteva il potere... E tu eri là, pallido ma sorridente, con le braccia incrociate, contro il tumulto, contro gli urli, contro gli insulti, finchè ne hai preso uno per la gola, uno che inveiva più da presso. Questo atto di coraggio fece il silenzio intorno a te. Allora ti lasciarono parlare. Mi ricordo. Pareva che tu foggiassi le parole in un sonoro metallo e le piegassi con la forza de' tuoi pugni prima di scagliarle in pieno petto contro gli avversari, contro il semicerchio muto che lentamente oscillava; e c'era in te qualcosa di magnetico, d'elettrizzante che dominò la folla, che li vinse, ad uno ad uno, e poi tutti, finchè ti vidi preso nel mezzo, come in un'immensa mareggiata d'uomini, d'uomini clamorosi e deliranti che ti portarono in trionfo... Dimmi, Andrea, non sei più quello di allora?
Un cerchio di rossore accese la fronte dell'avversario; ne' suoi occhi una vampa splendette.
— Il medesimo sono, e più forte! — disse con [pg!106] ira; — poichè le più disperate battaglie sono certo quelle che dobbiamo soffocare in noi.
Camminava per la camera nervosamente, come un uomo da tutte le parti accerchiato, il quale voglia fendere nella calca a fronte bassa per aprirsi un varco. Poi disse con impeto:
— Senti: non mi giustificherò. Il nostro patto è rotto. Se vieni per interrogarmi, rifiuto, — se vieni per accusarmi, rifiuto, — se anche vieni per perdonarmi, rifiuto. È inutile tradurre in parole oziose quello che l'anima di due uomini risoluti non può nè tollerare nè mutare.
Giorgio volle interromperlo, ma egli con un gesto lo trattenne:
— Lasciami dire: nè tollerare nè mutare. Mi hai rammentata un'ora temeraria della mia vita, quando, per ambizione o per ingenuità, credevo si potesse far del bene alla folla trascinandosela dietro con la magìa della parola, come un branco imbrigliato, ed avevo in me difatti questo genio demagogico, questa potenza istrionica della quale ora mi rido. Più tardi compresi che il bene si fa nell'ombra, da soli, piegando la fronte sui libri, o con le braccia nude fino al gomito, medicando l'anima dell'uomo e la sua carne piena di contaminazioni. Ho lasciato gli altri urlare; ho camminato più in alto, per la mia strada. Ora, ti ho detto, sono il medesimo e più forte. Ora sono riuscito a comprendere che nel nostro vincolo, nel nostro patto d'amicizia umana mancava tuttavia una possibilità: quella di sentir nascere in noi l'odio, l'odio fraterno, il più terribile che vi sia.
Mi hai posta una domanda poco fa: se ho paura di te e se ti odio. Io fui debole un momento e risposi: Nè una cosa nè l'altra. Ma ho mentito. E poichè mi rammenti le ore di coraggio ch'ebbi nella mia vita, con quel medesimo coraggio ti rispondo: — Sì, ti odio!
Ne' suoi occhi metallici brillava una sinistra luce; la sua bocca rise, paga d'aver esclamata la verità.
[pg!107] — Ora ti preferisco, ora che non menti più! — Giorgio rispose, con un orgoglio pacato. — Vorrei essere ad un altro tempo della mia vita per accettare le tue parole come una bella sfida.
Andrea scosse il capo:
— Forse non mi hai compreso.
— Sì, ti ho compreso. Volevi dire che tra uomo ed uomo tutto è caduco e distruttibile, tutto può mutare improvvisamente, per un caso fortuito, perchè appunto noi siamo esseri caduchi e mutevoli, schiavi anzi tutto del senso che ci dómina con vera tirannia.
Ma l'altro non cessava dallo scuotere il capo duramente, finchè l'interruppe:
— Volevo dire che il mio odio per te, Giorgio, è una specie di rimorso taciturno, è una specie di lealtà ultima, che nascondo a me stesso, e nella quale mi rifugio, dopo aver lottato inutilmente, con ogni mia forza, contro il destino che ci separava. È un odio, sì; ma tale che se potessi, dando la mia vita, redimermi dinanzi a te, o farti un bene qualsiasi, anche minimo... senza esitare, senza riflettere, la darei!
— Allora perchè nasconderti fra queste parole? Smàscherati! Dà un nome a tutto questo: il suo vero nome!
— No, no! — rispose Andrea con forza; — parliamo di noi, solo di noi. Come ho rispettata sempre la tua fede, che non potevo dividere, tu rispetta la mia volontà, perch'essa è la sola coscienza degli uomini senza fede. E pensa che il confessarmi a te mi sarebbe forse dolce, come per voi è dolce confessare le vostre colpe ad uno che vi assolverà. Io non voglio il tuo perdono. Ma invece ti dirò apertamente: Sì, l'ho amata!... Era nel mio destino d'uomo... l'ho amata.
Queste parole parvero gravi, come l'affermazione d'un reo che dicesse al suo giudice: — «Sì, ho ucciso.» E Giorgio, sopraffatto, come se al di là da quelle parole non vi fosse che l'immenso nulla, chinò la fronte in silenzio. Una lunga pausa durò fra loro, [pg!108] nella quale permaneva un'eco diuturna, ch'entrambi udivano risuonare nella loro vastità interiore. Poi Andrea riprese:
— Vedi, e ho lottato! Con tutta la forza che ben mi conosci, ho lottato per estirpare da me questa ubbriachezza. Ma non mi fu possibile. Tutto si riesce a stritolare nella tanaglia della nostra volontà, non questo amore che imbeve la carne, lo spirito, e ci vieta persino quell'atto estremo di ribellione che tronca tutto: la morte.
— Lo so, — rispose Giorgio profondamente. Poi, levatosi con fatica dalla poltrona, s'avanzò verso di lui, fin quasi a toccarlo:
— Lo so. Dal primo giorno che l'hai guardata con amore lo seppi. Era... vuoi che te lo rammenti?
— A che serve, Giorgio? È lontano...
— Infatti. E già sarebbe stata una grande sciagura che l'amassi tu solo, — proseguì Giorgio, scandendo lentamente le sillabe. — Ma lei pure ti amava... e questo era l'irreparabile! Ti amava in silenzio ancor prima che tu lo sapessi.
Andrea scosse il capo in segno d'incredulità.
— Prima, assai prima... perchè forse non è mai stata veramente mia. Ma per me bastava che non fosse d'altri; e guai se avessi creduto, in un modo qualsiasi, di poterla ricuperare! Perchè allora, vedi, il mio odio sarebbe andato oltre il tuo, e per quell'istinto che ogni essere ha, di voler difendere il proprio bene anche fino al delitto, io, credente, mi sarei dannato, ma avrei messo il mio amore, poich'era grande, più in là che Dio. Senonchè ti amava troppo... ed era inutile tentare.
— Tu avresti fatto questo?... anche questo? — mormorò Andrea.
— Sì! e puoi non dubitarne se ripensi alla mia vita. Eppure io credo in Dio; anzi questa fede, che tu in fondo schernivi col tuo silenzio, mi ha salvato dalla recita e dalla colpa inutile. Perchè, sai, vi può essere [pg!109] altrettanta bellezza in un delitto grande come in un grande perdono. Io vi ho perdonati; non con la bocca, non con le parole che tu alteramente mi rifiutavi or ora, ma col mio spirito, con la mia fede, con tutta quella estrema vita che si àgita in me. Bada: non cristianamente, ma umanamente vi ho perdonato: non per misericordia, ma per riflessione, non per comprarmi il paradiso dei preti ma per la vostra felicità.
— Per la nostra felicità?... — disse Andrea, con maraviglia, con sospetto.
— Sì; e non mi credere un santo per questo: non lo sono. Uomo, avrei voluto vivere, e per vivere mi sarebbe stato necessario difendermi da te. Ma che sono ormai? Una macchina disfatta... neppure: un pugno di materia logora che fra poco si dissolverà. Davanti a me finisce quella striscia di sole che si chiama la vita, e se i deboli, se gli avari, se i timidi, appunto verso la fine s'abbrancano con maggior disperazione ai beni che lasciano quaggiù, io, poichè sono stato un forte come te, un orgoglioso come te, ne faccio abbandono senza odiare quelli che possono vivere ancora, ed umanamente, con pace, dico loro: Il diritto è vostro... continuate.
Dopo aver velocemente riflettuto, Andrea esclamò:
— Le tue parole sono troppo grandi per un uomo: io non le credo.
— Le parole sono grandi forse, non la verità che nascondono, — gli rispose con lentezza il suo fratello d'una volta. — Le più serene filosofie, le rinunzie più sante, celano spesso nel fondo un acerbo rancore contro la vita. Così di me. Allora sarò più piccino, mi denuderò, guarda: È un corpo questo che mi rimane? Ho forse una speranza di risanarmi, di ricominciare? No! Il mio martirio non può essere che più lungo o più breve, ma non altro che un martirio; e la scienza non inganna quel presentimento della morte che penetra tutte le vene, quand'essa già si trascina carponi nella nostra ombra. Si levi e mi prenda! Che serve [pg!110] il vivere in una poltrona, coperto di scialli, nutrito di medicine, soffrendo torture fisiche e morali, facendo ribrezzo agli altri ed a me? Poi, compréndimi bene, io amo una donna come tu l'ami, sapendo invece che la spavento. E la desidero qualche volta, io sfinito, come la desideri tu, vivo e forte. Ma tu la puoi baciare... io no! tu puoi darle ancora un brivido... io no! — e tutto questo, lo riconosci ora? è meno grande che non sembrassero le mie parole.
Parlava concitato, scuotendo i pugni, rosso nel viso d'una tragica vampa; indi spense la voce, che divenne piena di sarcasmo contro sè stesso:
— Allora, vedi, per una vanità d'uomo, preferisco nascondermi prima di esasperare la sua pazienza e di farle odiare, nel suo disamore, anche la memoria di me. Insomma, se tu hai ne' suoi occhi la bellezza della tua forza, voglio vestirmi d'una qualche bellezza pur io, voglio valermi dell'ultimo potere che mi resta: la bontà, voglio che tu non vinca interamente, intendi? perchè ti odio... sì, ti odio, e più forte, anch'io!... Vedi come tutto questo è meno bello, meno grande che non paresse a te.
Ma, con un atto brusco, Andrea respinse quelle sue parole:
— No: tutto questo non è vero! Tu vuoi «sapere», solamente «sapere»! Ti fai debole per fasciare la mia forza. Ebbene, poichè lo vuoi, affrontiamo ancora una volta, con vero coraggio, questo pericolo estremo. Siamo sovra un ponte stretto, per dove non si passa in due.
Trasfigurato nel viso, Giorgio lo interruppe:
— Con vero coraggio, hai detto? Sì, Andrea! sì, Andrea!...
La commozione gli metteva un tremore all'ápice delle dita. — Sì, Andrea, — ripetè. — Ascoltami bene: per tutte le cose umane c'è la parabola, e in capo della parabola nient'altro che un circolo d'ombra. Tutto bisogna che finisca in putrefazione. Anche la nostra amicizia, [pg!111] ch'è stata un bel legame di due anime libere, non potè fare altrimenti. Ed io non te ne incolpo, Andrea: era necessario, doveva essere così. Ma c'è qualcosa che sopravvive a tutto questo, ed è la memoria di quello che siamo stati, tu ed io, là indietro, nella giovinezza. C'è, nella macchina logora, qualcosa, forse un peso inutile, che sopravvive: il cuore... Ed io, se mi sono trascinato fin qui, non è per tenderti una insidia, non è per sapere, perchè ormai più nulla mi è nascosto... ma perchè mi rincresceva morire senza che fosse ancora suggellata con un patto finale la nostra concordia d'uomini, ed è per dirti quel che ora ti dico: Strìngimi la mano, Andrea, lasciamoci da veri amici.
— No! mai! — esclamò l'avversario. — Guarda: io mi metto a ginocchi davanti a te, se lo chiedi, ma non mi tendere la mano... mai più! mai più!
— A tal punto mi odii?
— Me odio! me stesso: non te.
— Tu ingrandisci un piccolo dramma!... una donna, dopo tutto, è una donna... ci ha divisi, ci riunisce: dammi la mano.
L'avversario, l'antico suo fratello, in silenzio lo fissò, a lungo; poi fece una domanda:
— E se non potessi?... se non potessi più?... Comprendi la forza che racchiude questa parola: «potere»?
— Le parole son parole... e poi sono anche fantasmi: scàcciali!
Era sorridente, mite; una specie di augusta sovranità gli vestiva le sembianze; v'era, nel suo sorriso, ne' suoi occhi, un non so che d'immateriale, che raggiava dal suo pallore come un sole nascosto. Ora sentiva di essere il più forte, sentiva di poter comandare:
— Dammi la mano, — disse; — ho bisogno di te.
— Di me? Che vuoi?
— Aiuto, perchè non vedi come sono debole?... Ho bisogno d'aiuto, e tu solo me lo puoi dare.
— Che vuoi?
[pg!112] — La tua mano, dammi la tua mano.
— Non posso.
— Puoi, puoi... se ancora ti senti capace di farmi un dono.
— Lei?... — balbettò l'avversario, esprimendo in quel solo monosillabo tutto il terrore che gli pervase l'anima.
— Non lei... un altro dono più bello!... Dammi la tua mano.
Subitamente, con uno scatto, Andrea tese il palmo al suo fratello d'una volta, all'uomo che gli era stato sacro e del quale «conosceva la morte». Tremava, tremavano entrambi, ed entrambi ne impallidirono, quasi avessero compiuto un rito infrangibile con quella stretta di mano che per l'ultima volta li affratellava.
— Ed ora ascòltami, — disse Giorgio. — Il bene maggiore non è la vita, è la pace. Guàrdami negli occhi: vedrai nel fondo l'anima che non mente. Io ti ho perdonato, a te ed a lei; ho messo all'àpice de' miei sogni la vostra felicità, ho soppresso il mio bene per il vostro bene. Poichè vi amate, e poichè la colpa è stata più forte che la vostra onestà, siate felici, voi almeno, che avete nel mondo una felicità possibile. La vita che diviene per sempre inutile a sè stessa deve continuare in un'altra. Ma se l'anima è capace di queste cose grandi, c'è la carne che non vuole, c'è la carne invida, che soffre, che si dispera... Ora ti dico: Andrea, fratello mio, liberami dalla carne trista... dammi un veleno!
— Un veleno?... — mormorò esterrefatto l'avversario.
— Sì, perchè il bene maggiore non è la vita, è la pace. Io ti domando la pace, e, se mi farai questo dono, avrai sciolto verso di me virilmente quel patto che l'amicizia mi deve. Non voglio sconvolgere con una tragedia volgare la tranquillità di questa casa, ma voglio tuttavia morire; sapere che sarete felici... non vedervi più!
[pg!113] Parlava ormai senza che l'altro l'ascoltasse, con una voce opaca e squallida che aveva il colore d'una giornata d'inverno; parlava da una specie di lontananza, da una specie di solitudine, trascinando con monotonia le sillabe, come il vento fa nei prati quando ammulina la neve.
— Un veleno?... — disse ancora l'avversario, indugiando nel magnetico stupore di cui lo percosse quella parola.
— Sì, Andrea... e non impallidirne a quel modo! Io ti parlo d'una cosa semplice; la scomparsa d'un uomo è la più semplice di tutte le cose.
Ora sorrideva d'un sorriso distante; v'era nelle sue disperate parole una tranquillità già divisa dal mondo.
— Vedi: gettarmi da una finestra sarebbe odioso, ed il mio corpo è così affranto che forse mi mancherebbe il coraggio di farlo, sebbene vi abbia già pensato. Armi non ne ho; quand'anche potessi procurarmene, questa morte rumorosa e drammatica sciuperebbe, come l'altra, il mio disegno. Invece voglio andarmene come se la morte fosse venuta a prendermi qualche giorno prima... Ricòrdati quel che ti ho detto: è un dono che ti domando, e tu solo me lo puoi fare. Me lo devi anzi fare, perchè sono allo stremo e non posso più sopportare nemmeno un giorno di questa tortura. L'amo! l'amo come te, disperatamente, con tutto il furore che può essere nell'agonia d'un uomo... e la carne si ribella al pensiero che sia tua!
Vedi, Andrea, ti parlo come si parla solamente con noi stessi. Il nostro patto è assai più forte che le meschine convenzioni degli uomini: vi sono casi nei quali è più santo dare la morte che salvare una vita. Tu, che senza volerlo m'hai preso tutto, mi devi pure un dono: dammi un veleno!
Ora l'avversario l'aveva ascoltato senza guardarlo, con gli occhi fissi ad un punto magnetico nell'alta ombra, che vedeva egli solo. E quando tacque, seguitò [pg!114] ad ascoltarlo, senza che una linea del suo viso trasalisse, fermo dalla fronte al piede in una sinistra immobilità.
Poi gli si avvicinò lentamente, fissandolo con i suoi diritti occhi, tersi e freddi come l'acciaio, pieni di vampe nere. Disse:
— La tua domanda è di quelle che raramente un uomo sereno ha il coraggio di fare. Ma essa non mi atterrisce. Interroga bene il tuo spirito prima di rispondermi: Sei ben certo di volere quello che vuoi?
Egli si pose una mano sul petto, aperta, con l'atto sacramentale di chi giura sul libro dell'Evangelo.
E rispose:
— Io ti chiedo che tu mi dia da morire con la stessa serenità con la quale un giovine impetuoso domanda la battaglia, sicuro di andarvi bene, con la fronte alta, ridendo. E lo domando a te, perchè tu solo, fra gli uomini che conosco, sei capace di farmi un simile dono, appunto senza tremare.
— Lo credi?
— Lo so!
Nella pausa che si colmò con l'eco di queste parole, ambedue sentirono il lor cuore accelerarsi fino allo schianto. Poi Andrea lo afferrò per un polso e gli disse rapidamente:
— Giorgio!.. Io potrei di fatti non tremare anche nel risolvere con semplicità il più grande problema che sia mai sorto nella coscienza d'un uomo. Sono un medico, la mia missione è di salvare: non dovrei poter uccidere. Tuttavia, più d'una volta, ebbi la tentazione di fare spontaneamente quello che oggi mi chiedi, per liberare una vittima dalle crudeltà oziose della morte. Se non lo feci, fu per seguire un pregiudizio, per non saper vincere quella sensazione che odio: la paura. Tempo fa, quando non ero colpevole, se tu mi avessi fatta la medesima domanda, ebbene ti avrei risposto chiaramente: «Hai ragione: devi decidere così. Ti aiuto.» Ma ora c'è qualcosa fra noi che me lo impedisce. [pg!115] La vita di un altro, si può rubarla, prenderla a tradimento forse... ma riceverla in dono come tu me l'offri, no!
— Andrea, non ragionare!... Noi siamo venuti a quell'ora dove il ragionamento più non regge. Hai dinanzi a te un uomo che ti fu caro, al quale fosti caro, e che soffre, soffre orribilmente... Quest'uomo, con l'anima sua più viva, ti dice: «Senti: ho finita la strada, voglio sparire.» Dunque non discutere. La mia decisione ormai è presa: mi ucciderei da me, in ogni caso, perchè, se tu potessi anche salvarmi come hai fatto per tante creature malate, non mi daresti che il mezzo di soffrire più lungamente. Quello che si chiama l'irreparabile, nè tu nè io potremmo sanare mai più. Invece, tu che sei stato il mio compagno nel mondo, aiùtami!... aiùtami ancora una volta: ho bisogno di te. Voglio andarmene senza insanguinare la casa dove non fui che un ospite, andarmene senza mettere una corona di spine sotto il velo della vedova che lascio... Rimanga fra me e te un segreto: noi fummo abbastanza forti per portarlo sul cuore.
— Sai cos'hai fatto? — esclamò Andrea cupamente. — Mi hai messo davanti agli occhi uno specchio e mi hai detto: «Guàrdati!» Ecco, mi vedo; e sono orrendo!
— No, sei vivo e difendi la tua vita: questa è la sola differenza fra noi.
— Ma perchè ti uccidi, tu che sei credente? — lo interruppe di nuovo Andrea, quasi cercasse di opporre ostacoli al compimento di quell'atto che si rendeva necessario.
— La mia fede è un'altra, — Giorgio rispose con serenità; — il mio Dio non è crudele.
Guardava in alto, come già lontano, già libero da tutte le impurità che insozzano il cuore degli uomini, e gli splendeva nelle iridi azzurre la limpida visione della sua pace ultima, la tranquilla certezza in una fede sua, più grande, più intima, che la predicazione di ogni chiesa.
[pg!116] Poi gli tese le due mani, come per un commiato:
— Addio... forse mi sei stato più caro che tutto nel mondo... e mi sarai più fedele, se m'aiuti.
L'avversario illividì. Ora, nella sua carne innervata d'acciaio, ripalpitava il cuore dell'uomo, il cuore fragile che s'impaura e che trema, il cuore pieno di gemiti, che si commuove davanti alla bontà.
Su le labbra gli venne una confessione, l'ultima, la più disperata, e fu per dirla:
— Senti... Giorgio...
Ma un istinto supremo contenne la sua voce, gli ricacciò nel cuore le parole che ne traboccavano, e pensando all'amante, alla quale «doveva il suo delitto», mormorò a fior di labbro, come per chiederlo a sè stesso:
— Chi l'avrà amata più forte?
Ella s'interpose fra loro, bella com'era, vestita del desiderio d'entrambi, e sentiron ciascuno la sua presenza invisibile, soffersero di lei come se li toccasse con il suo corpo discinto.
Poi Giorgio disse:
— Tu forse, poichè rimani, mentr'io fuggo. E sopra tutto perchè è tua.
Una memoria di lei trascorse nelle lor vene, sentiron che si apriva tra loro un abisso perpetuo, vasto come la morte. Ancora tacquero, ed attesero, come se nell'indugio fosse una speranza imprevedibile. I loro pensieri correvano con isfrenata velocità per il più vasto campo che vi sia da percorrere, cioè dalla vita alla morte, dal principio alla fine d'una esistenza umana.
— Dunque? — disse Giorgio dopo un lungo silenzio.
L'altro attese innanzi di rispondere: cercava in sè un rifugio contro la sua medesima volontà. Infine disse:
— Una sola domanda, Giorgio. Oseresti fare per me quello che ora mi chiedi?
— Se ciò valesse meglio che offrirti la mia stessa vita, sì, lo farei.
[pg!117] — Ma per compiere un simile atto bisogna esserne degni! — Poi soggiunse brevemente: — Potrei non esserlo più.
L'anima, ne' suoi occhi, si accusava con una disperata sincerità.
— Se devi sorpassare un ostacolo di più, vuol dire che mi offri un dono più grande.
— Ma, Giorgio... — egli balbettò con angoscia, — se Novella... se io... se qualcosa che tu non sai... mi tiene alla vita, m'incatena, m'impedisce di punirmi con la stessa mano che t'aiuta, se...
— Taci, taci... Vi sono silenzi che debbono continuare anche oltre la morte. Una sola cosa mi devi: ubbidirmi, e poi vivere, perchè nessuno lo sappia.
D'improvviso, come se gli balenasse nel cervello un tragico lampo, l'avversario guardò in faccia la morte.
— Sì? lo vuoi?! — esclamò.
Colui che fu nella vita il suo fratello senza colpa gli posò una mano sulla spalla, come avrebbe fatto nel posarla sulla pietra d'un reconditorio, e disse:
— Tutta la mia vita mi sia testimone della risposta: «Sì, lo voglio!»
L'avversario lo prese ai polsi, lo serrò convulsamente:
— Sia!
Poi si volse: l'armadio carico di boccali traluceva nell'ombra; su la tavola ingombra, il fascio del riflettore traeva barbagli dalle boccette di cristallo, dagli aghi d'acciaio, rilucentissimi.
Il medico, muovendosi a scatti, veloce, attento, ruppe col pòllice la chiusura ermetica di due boccette, ch'eran sottili come cannule di vetro; ne mescolò alcune gocce in un piattello concavo, dove c'era un dito d'acqua, e lentamente, serrando i labbri, ne riempì la siringa. Il liquido, salendo nel tubo di vetro, diede uno sprazzo iridato, simile ad un piccolo sole rosso e livido, che si spense quando fu al sommo.
Allora il medico scosse la siringa per mescerne [pg!118] il contenuto e l'esaminò due volte contro il lume. L'ago minutissimo portava su la punta una scintilla.
Poi la depose su l'orlo della tavola e la guardò.
La guardò come se fosse ormai solo, come se l'irremediabile fosse già compiuto.
Il morituro s'avvicinò lentamente; senza paura, ma lentamente...
— È questo il veleno?
E sopra vi pose un dito, come per toccare la morte.
Parlava automaticamente, con un riso a fior di labbro.
Il medico assentì con un cenno del capo, mentre affascinati guardavano entrambi la siringa lucente, colma di un liquido senza colore, innocuo, limpido come l'acqua.
L'uomo che doveva morire snudò il braccio sinistro rimboccando la manica lentamente: poi torse il viso, la bocca gli si fece obliqua, e prese la siringa fra due dita.
— Che fai? che fai! — gridò l'altro per istinto, soffermandolo.
Egli rise, ma d'un riso gutturale, stranamente simile a quello di Marcuccio quando finiva la sua Canzone.
— Guarda: e non trema... — disse.
Accennava al suo braccio arido, giallastro, proteso contro il lume, e che tremava tuttavia.
Egli non vedeva quel tremore, l'altro sì.
— Senti, Giorgio... — balbettò l'avversario.
— Come si fa?... — domandava ridendo quegli ch'era presso a morire.
— Senti, Giorgio... Giorgio!...
— Come si fa?...
— Così!
Rapidamente gli tolse la siringa di mano, e con orgoglio, con la fronte alta, come parlasse a' suoi giudici invisibili:
— Io! — disse — io debbo finire di ucciderti, [pg!119] non tu! Non tu, con la tua mano, ma con la mia — guarda! — e anch'essa non trema!
Gli teneva strettamente il polso, aveva l'ago pronto a pungere su la pelle rabbrividita, irta del suo pelo, cupa, fra i tendini tesi.
Poi diede un colpo forte e schizzò dentro il veleno.
— Ahi!... come fa male... ahi!... dille...
E girò, in deliquio, sui calcagni, urtando contro la tavola, rovesciando il riflettore, che si spense.
Colui ch'era stato il suo fratello ed il suo nemico nel mondo lo sollevò di peso su le braccia e lo portò a giacere nella poltrona
Poi riaccese il lume.