VIII

VIIIL'istruttoria si trascinò ancora per qualche tempo, finchè i periti risposero con un giudizio fermamente negativo. Allora il giudice Niscemi chiuse l'istruttoria e sottopose gli atti alla Camera di Consiglio, la quale, frustrando la denunzia, addusse in favore del Ferento l'inesistenza del reato.Il cadavere dissepolto ritornò a dormire l'interrotto sonno in quel piccolo cimitero di campagna, ove ormai gli sfioriti mazzi de' papaveri si piegavano con una specie d'ubbriachezza, dondolando su gli esili steli, mentre qualche foglia gialla si metteva a correre di tomba in tomba nelle folate crepuscolari.Così era passata la bufera sul grande omicida, su l'anima sua di tiranno e su l'insorgere tempestoso delle fazioni. Era passata e già si disperdeva, come tutto si disperde nel mondo, in una nube di polvere, in un'eco lontana e fievole che man mano la distanza confonde.Nell'ora più tragica del combattimento un fanatico s'era gettato a fronte bassa nella mischia per salvare il suo tragico maestro, ed anche se un tal eroismo per avventura fosse stato inutile, allora come sempre il mondo non poteva impedirsi d'ammirare queste barbare magnificenze.Come il Ferento aveva creduto e voluto, la battaglia era vinta; vinta senza riserve, ampiamente, crudelmente. Ora, poichè la strada era sgombra, poteva camminar oltre, verso il domani vertiginoso. Si era fatto amare abbastanza per trovare intorno a sè una falange di partigiani, serrata e forte, che ovunque lo avrebbe difeso a spada tratta, vita per vita; ormai non gli restava che godere il premio della sua temeraria impunità.[pg!318] Colpita nel cuore, la fazione avversaria s'era lasciata debellare facilmente: egli poteva ora scegliere vendette come rose profumate in un largo paniere. La folla, quella medesima folla ch'era insorta contro il suo nome, ora l'applaudiva; persuasa o meno, egli era stato il più forte; e ciò bastava perchè, secondo la logica della vita, il più forte avesse anche ragione.Era stata immolata una vittima per placare il dio della civile discordia; dopo molto contorcersi, la città aveva bevuta per gli interstizi del suo lastricato una fresca vena di sangue; l'epilogo era nella morte: bastava.Domani, con altre bandiere, si ricomincerebbe a guerreggiare; ma la battaglia di ieri diventava una fredda pagina di storia morta, un nero turbine che si allontanava nella immensa caligine delle cose finite. Su l'avvenire degli uomini urgeva e pulsava il domani, che appartiene sempre al vincitore ed è implacabilmente la disperazione del vinto.Questo era vero nella breve battaglia fra due fuggenti uomini, com'è vero nella storia dei popoli, nelle leggi fondamentali della vita, in tutte le distruzioni, in tutte le creazioni della possibilità umana.Egli era stato adunque il padrone del suo diritto imperatorio: aveva ucciso, aveva costretto altri ad uccidere, e la folla soggiogata l'applaudiva. Sopra il suo delitto non aveva trovato altro giudice che sè.Questo anarchico e questo santo alzava la sua rilucente potestà sopra i divieti che sono la catena dei mediocri: s'era involto, calmo ed inesorabile, in quel magnifico diritto che gli uomini titubanti avevano decretato agli Dei.Ma non soltanto sopra la scena mutevole della commedia umana era passata ormai come polvere l'improvvisa bufera; non soltanto fuori da lui, ma nel suo spirito stesso, era passata e lontanava.Non più l'irosa voglia del combattere, non più la gioia sopraffacente che si origina dalla coscienza del proprio potere; non più nemici, non più giornate sospese [pg!319] nel dubbio del domani, non più l'accanimento febbrile che gli occupava la veglia ed il sonno; ma invece una stanchezza quasi vuota, una specie d'annientamento, un gorgo aperto nell'essere, un'ala che ha volato troppo alto, ed ora cade, cade...Non era neanche giunto alla pienezza della maturità; aveva trentotto anni, e davanti a sè la vita, come una limpida libera strada. Era sicuro d'aver battuto il buon cammino, d'aver distinto il bene dal male con alti sensi, d'aver professata la propria coscienza con assoluta sincerità. Se aveva peccato, era d'orgoglio, nel non credere agli altri, nel volere col suo proprio dio; un dio prigioniero nella materia, che nasceva e moriva con l'uomo. Persuaso di poter imprimere un segno anche minimo nella storia della conoscenza umana, aveva intesa la vita come un sacerdozio, e, sebbene ciò fosse dissimile dalla sua natura, la spendeva con tenacità in una intensa e buona fatica.Aveva eretta la Scienza a sola divinità della vita: era persuaso che ilDio lontanofosse, fino ad un certo punto, il potere dell'uomo.Per ciò bisognava, ed anzi era necessario, debellare con pugno fermo l'ignoranza ed i pregiudizi millenari delle stirpi, vuotare dagl'idoli marci le cloache del mondo.La sua concezione della vita escludeva nel modo più scientifico tutto quanto è miracolo, tutto quanto è rivelazione; escludeva il Dio perpetuo ed immemorabile, che può non nascere nè morir con l'uomo.Un giorno, in mezzo a tanto volo, gli era accaduto quello che accade all'essere più comune: — s'era innamorato, innamorato fino ad uccidere, — e non più d'un pensiero astratto, ma d'una creatura fugace, lieve, bella, transitoria, d'una forma femminile che s'impadroniva del suo mondo, che pareva radunare in sè le ragioni estreme della vita.Il primo giorno che amò, la parola «uomo» gli parve d'improvviso assumere un significato diverso; [pg!320] non peggiore, non migliore: diverso. Gli parve che i confini della vita divenissero più angusti, ma più definitivi, e si accorse di aver esclusi da ogni ammissibilità molti principî dei quali non aveva dimostrata in alcun modo la inconsistenza. L'immenso edificio spirituale, costrutto sul fragile telaio delle sue verità positive, cigolava minacciando rovina per il semplice fatto d'una uccisione e d'un amore. L'ultimo volo del suo pensiero temerario si abbatteva esausto contro una parete insuperabile.Un dubbio interamente soggettivo entrava così nel suo mondo spirituale, poichè infatti, nell'ebbrezza della passione, il piccolo fenomeno della sua propria vita ed il fenomeno parimenti fugace della creatura che amava gli parvero d'un tratto essere divenuti la cosa più vasta, più significante, nell'universo mondo. Non era più così necessario che la materia opaca rivelasse all'indagatore il suo segreto essenziale, poichè la materia possedeva in sè un mezzo per divinizzarsi, per soverchiare con una specie di lirismo i suoi stessi confini, risvegliando nell'uomo che passa tra i fugaci miracoli della terra un senso ulteriore del mondo, il senso della universale divinità, «ciò che veramente è l'anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...»Poteva darsi perciò che il suo delitto medesimo, il suo cánone anarchico, sostenuto con tanta dialettica sottile, non fosse in fondo che un atto barbaro dell'amore, non fosse in lui che un ritorno immemorabile dell'uomo alle sue rapine primitive. Era una mente serena: doveva pur contemplare, senza impaurirsene, anche questa possibilità.E lo fece.Cominciò a ricercare nelle origini, laggiù, dov'era nato l'amore, laggiù, dove per la prima volta, con una tristezza paurosa e crudele, aveva in sogno posseduta la moglie del suo fratello infermo, accorgendosi nel medesimo tempo ch'ella era già ne' suoi sensi, quando ancora con l'animo ne rifuggiva, e l'amicizia era già [pg!321] morta, e la donna era già sua, e la vita subitamente lo assaliva da tutte le parti con un furore incontrastábile...Sì, v'erano parole grandi e sante che il respiro d'una bocca poteva disperdere. Ciò che aveva una meta erano i sensi; erano i sensi cupi, necessari, violenti, che inveivano in lui quasi con un urlo, ed era, oltre i sensi, qualcosa d'indomito che si levava dalle oscure profondità del suo essere per avventarlo con ira, ma pieno insieme d'una convulsa felicità, verso la dedizione di sè stesso nell'amore per un'altra creatura, verso la continuazione di sè stesso nelle vene d'un'altra creatura, nella rigogliosa giovinezza d'un figlio che la perpetui verso il domani, — ciò che rappresenta nel mondo la vera ed unica immortalità dell'uomo.Ecco: ed egli dubitò di aver ucciso per amare la sua donna, per far nascere il suo figlio. Tutto questo che altri compendiano con ubbidienza e con pace intorno ad un intimo focolare, a lui veniva traverso il dramma, dopo ch'era salito in cima alla montagna del mondo, e aveva gridato nel vuoto la sua parola magnifica: — «No!»

VIIIL'istruttoria si trascinò ancora per qualche tempo, finchè i periti risposero con un giudizio fermamente negativo. Allora il giudice Niscemi chiuse l'istruttoria e sottopose gli atti alla Camera di Consiglio, la quale, frustrando la denunzia, addusse in favore del Ferento l'inesistenza del reato.Il cadavere dissepolto ritornò a dormire l'interrotto sonno in quel piccolo cimitero di campagna, ove ormai gli sfioriti mazzi de' papaveri si piegavano con una specie d'ubbriachezza, dondolando su gli esili steli, mentre qualche foglia gialla si metteva a correre di tomba in tomba nelle folate crepuscolari.Così era passata la bufera sul grande omicida, su l'anima sua di tiranno e su l'insorgere tempestoso delle fazioni. Era passata e già si disperdeva, come tutto si disperde nel mondo, in una nube di polvere, in un'eco lontana e fievole che man mano la distanza confonde.Nell'ora più tragica del combattimento un fanatico s'era gettato a fronte bassa nella mischia per salvare il suo tragico maestro, ed anche se un tal eroismo per avventura fosse stato inutile, allora come sempre il mondo non poteva impedirsi d'ammirare queste barbare magnificenze.Come il Ferento aveva creduto e voluto, la battaglia era vinta; vinta senza riserve, ampiamente, crudelmente. Ora, poichè la strada era sgombra, poteva camminar oltre, verso il domani vertiginoso. Si era fatto amare abbastanza per trovare intorno a sè una falange di partigiani, serrata e forte, che ovunque lo avrebbe difeso a spada tratta, vita per vita; ormai non gli restava che godere il premio della sua temeraria impunità.[pg!318] Colpita nel cuore, la fazione avversaria s'era lasciata debellare facilmente: egli poteva ora scegliere vendette come rose profumate in un largo paniere. La folla, quella medesima folla ch'era insorta contro il suo nome, ora l'applaudiva; persuasa o meno, egli era stato il più forte; e ciò bastava perchè, secondo la logica della vita, il più forte avesse anche ragione.Era stata immolata una vittima per placare il dio della civile discordia; dopo molto contorcersi, la città aveva bevuta per gli interstizi del suo lastricato una fresca vena di sangue; l'epilogo era nella morte: bastava.Domani, con altre bandiere, si ricomincerebbe a guerreggiare; ma la battaglia di ieri diventava una fredda pagina di storia morta, un nero turbine che si allontanava nella immensa caligine delle cose finite. Su l'avvenire degli uomini urgeva e pulsava il domani, che appartiene sempre al vincitore ed è implacabilmente la disperazione del vinto.Questo era vero nella breve battaglia fra due fuggenti uomini, com'è vero nella storia dei popoli, nelle leggi fondamentali della vita, in tutte le distruzioni, in tutte le creazioni della possibilità umana.Egli era stato adunque il padrone del suo diritto imperatorio: aveva ucciso, aveva costretto altri ad uccidere, e la folla soggiogata l'applaudiva. Sopra il suo delitto non aveva trovato altro giudice che sè.Questo anarchico e questo santo alzava la sua rilucente potestà sopra i divieti che sono la catena dei mediocri: s'era involto, calmo ed inesorabile, in quel magnifico diritto che gli uomini titubanti avevano decretato agli Dei.Ma non soltanto sopra la scena mutevole della commedia umana era passata ormai come polvere l'improvvisa bufera; non soltanto fuori da lui, ma nel suo spirito stesso, era passata e lontanava.Non più l'irosa voglia del combattere, non più la gioia sopraffacente che si origina dalla coscienza del proprio potere; non più nemici, non più giornate sospese [pg!319] nel dubbio del domani, non più l'accanimento febbrile che gli occupava la veglia ed il sonno; ma invece una stanchezza quasi vuota, una specie d'annientamento, un gorgo aperto nell'essere, un'ala che ha volato troppo alto, ed ora cade, cade...Non era neanche giunto alla pienezza della maturità; aveva trentotto anni, e davanti a sè la vita, come una limpida libera strada. Era sicuro d'aver battuto il buon cammino, d'aver distinto il bene dal male con alti sensi, d'aver professata la propria coscienza con assoluta sincerità. Se aveva peccato, era d'orgoglio, nel non credere agli altri, nel volere col suo proprio dio; un dio prigioniero nella materia, che nasceva e moriva con l'uomo. Persuaso di poter imprimere un segno anche minimo nella storia della conoscenza umana, aveva intesa la vita come un sacerdozio, e, sebbene ciò fosse dissimile dalla sua natura, la spendeva con tenacità in una intensa e buona fatica.Aveva eretta la Scienza a sola divinità della vita: era persuaso che ilDio lontanofosse, fino ad un certo punto, il potere dell'uomo.Per ciò bisognava, ed anzi era necessario, debellare con pugno fermo l'ignoranza ed i pregiudizi millenari delle stirpi, vuotare dagl'idoli marci le cloache del mondo.La sua concezione della vita escludeva nel modo più scientifico tutto quanto è miracolo, tutto quanto è rivelazione; escludeva il Dio perpetuo ed immemorabile, che può non nascere nè morir con l'uomo.Un giorno, in mezzo a tanto volo, gli era accaduto quello che accade all'essere più comune: — s'era innamorato, innamorato fino ad uccidere, — e non più d'un pensiero astratto, ma d'una creatura fugace, lieve, bella, transitoria, d'una forma femminile che s'impadroniva del suo mondo, che pareva radunare in sè le ragioni estreme della vita.Il primo giorno che amò, la parola «uomo» gli parve d'improvviso assumere un significato diverso; [pg!320] non peggiore, non migliore: diverso. Gli parve che i confini della vita divenissero più angusti, ma più definitivi, e si accorse di aver esclusi da ogni ammissibilità molti principî dei quali non aveva dimostrata in alcun modo la inconsistenza. L'immenso edificio spirituale, costrutto sul fragile telaio delle sue verità positive, cigolava minacciando rovina per il semplice fatto d'una uccisione e d'un amore. L'ultimo volo del suo pensiero temerario si abbatteva esausto contro una parete insuperabile.Un dubbio interamente soggettivo entrava così nel suo mondo spirituale, poichè infatti, nell'ebbrezza della passione, il piccolo fenomeno della sua propria vita ed il fenomeno parimenti fugace della creatura che amava gli parvero d'un tratto essere divenuti la cosa più vasta, più significante, nell'universo mondo. Non era più così necessario che la materia opaca rivelasse all'indagatore il suo segreto essenziale, poichè la materia possedeva in sè un mezzo per divinizzarsi, per soverchiare con una specie di lirismo i suoi stessi confini, risvegliando nell'uomo che passa tra i fugaci miracoli della terra un senso ulteriore del mondo, il senso della universale divinità, «ciò che veramente è l'anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...»Poteva darsi perciò che il suo delitto medesimo, il suo cánone anarchico, sostenuto con tanta dialettica sottile, non fosse in fondo che un atto barbaro dell'amore, non fosse in lui che un ritorno immemorabile dell'uomo alle sue rapine primitive. Era una mente serena: doveva pur contemplare, senza impaurirsene, anche questa possibilità.E lo fece.Cominciò a ricercare nelle origini, laggiù, dov'era nato l'amore, laggiù, dove per la prima volta, con una tristezza paurosa e crudele, aveva in sogno posseduta la moglie del suo fratello infermo, accorgendosi nel medesimo tempo ch'ella era già ne' suoi sensi, quando ancora con l'animo ne rifuggiva, e l'amicizia era già [pg!321] morta, e la donna era già sua, e la vita subitamente lo assaliva da tutte le parti con un furore incontrastábile...Sì, v'erano parole grandi e sante che il respiro d'una bocca poteva disperdere. Ciò che aveva una meta erano i sensi; erano i sensi cupi, necessari, violenti, che inveivano in lui quasi con un urlo, ed era, oltre i sensi, qualcosa d'indomito che si levava dalle oscure profondità del suo essere per avventarlo con ira, ma pieno insieme d'una convulsa felicità, verso la dedizione di sè stesso nell'amore per un'altra creatura, verso la continuazione di sè stesso nelle vene d'un'altra creatura, nella rigogliosa giovinezza d'un figlio che la perpetui verso il domani, — ciò che rappresenta nel mondo la vera ed unica immortalità dell'uomo.Ecco: ed egli dubitò di aver ucciso per amare la sua donna, per far nascere il suo figlio. Tutto questo che altri compendiano con ubbidienza e con pace intorno ad un intimo focolare, a lui veniva traverso il dramma, dopo ch'era salito in cima alla montagna del mondo, e aveva gridato nel vuoto la sua parola magnifica: — «No!»

L'istruttoria si trascinò ancora per qualche tempo, finchè i periti risposero con un giudizio fermamente negativo. Allora il giudice Niscemi chiuse l'istruttoria e sottopose gli atti alla Camera di Consiglio, la quale, frustrando la denunzia, addusse in favore del Ferento l'inesistenza del reato.

Il cadavere dissepolto ritornò a dormire l'interrotto sonno in quel piccolo cimitero di campagna, ove ormai gli sfioriti mazzi de' papaveri si piegavano con una specie d'ubbriachezza, dondolando su gli esili steli, mentre qualche foglia gialla si metteva a correre di tomba in tomba nelle folate crepuscolari.

Così era passata la bufera sul grande omicida, su l'anima sua di tiranno e su l'insorgere tempestoso delle fazioni. Era passata e già si disperdeva, come tutto si disperde nel mondo, in una nube di polvere, in un'eco lontana e fievole che man mano la distanza confonde.

Nell'ora più tragica del combattimento un fanatico s'era gettato a fronte bassa nella mischia per salvare il suo tragico maestro, ed anche se un tal eroismo per avventura fosse stato inutile, allora come sempre il mondo non poteva impedirsi d'ammirare queste barbare magnificenze.

Come il Ferento aveva creduto e voluto, la battaglia era vinta; vinta senza riserve, ampiamente, crudelmente. Ora, poichè la strada era sgombra, poteva camminar oltre, verso il domani vertiginoso. Si era fatto amare abbastanza per trovare intorno a sè una falange di partigiani, serrata e forte, che ovunque lo avrebbe difeso a spada tratta, vita per vita; ormai non gli restava che godere il premio della sua temeraria impunità.

[pg!318] Colpita nel cuore, la fazione avversaria s'era lasciata debellare facilmente: egli poteva ora scegliere vendette come rose profumate in un largo paniere. La folla, quella medesima folla ch'era insorta contro il suo nome, ora l'applaudiva; persuasa o meno, egli era stato il più forte; e ciò bastava perchè, secondo la logica della vita, il più forte avesse anche ragione.

Era stata immolata una vittima per placare il dio della civile discordia; dopo molto contorcersi, la città aveva bevuta per gli interstizi del suo lastricato una fresca vena di sangue; l'epilogo era nella morte: bastava.

Domani, con altre bandiere, si ricomincerebbe a guerreggiare; ma la battaglia di ieri diventava una fredda pagina di storia morta, un nero turbine che si allontanava nella immensa caligine delle cose finite. Su l'avvenire degli uomini urgeva e pulsava il domani, che appartiene sempre al vincitore ed è implacabilmente la disperazione del vinto.

Questo era vero nella breve battaglia fra due fuggenti uomini, com'è vero nella storia dei popoli, nelle leggi fondamentali della vita, in tutte le distruzioni, in tutte le creazioni della possibilità umana.

Egli era stato adunque il padrone del suo diritto imperatorio: aveva ucciso, aveva costretto altri ad uccidere, e la folla soggiogata l'applaudiva. Sopra il suo delitto non aveva trovato altro giudice che sè.

Questo anarchico e questo santo alzava la sua rilucente potestà sopra i divieti che sono la catena dei mediocri: s'era involto, calmo ed inesorabile, in quel magnifico diritto che gli uomini titubanti avevano decretato agli Dei.

Ma non soltanto sopra la scena mutevole della commedia umana era passata ormai come polvere l'improvvisa bufera; non soltanto fuori da lui, ma nel suo spirito stesso, era passata e lontanava.

Non più l'irosa voglia del combattere, non più la gioia sopraffacente che si origina dalla coscienza del proprio potere; non più nemici, non più giornate sospese [pg!319] nel dubbio del domani, non più l'accanimento febbrile che gli occupava la veglia ed il sonno; ma invece una stanchezza quasi vuota, una specie d'annientamento, un gorgo aperto nell'essere, un'ala che ha volato troppo alto, ed ora cade, cade...

Non era neanche giunto alla pienezza della maturità; aveva trentotto anni, e davanti a sè la vita, come una limpida libera strada. Era sicuro d'aver battuto il buon cammino, d'aver distinto il bene dal male con alti sensi, d'aver professata la propria coscienza con assoluta sincerità. Se aveva peccato, era d'orgoglio, nel non credere agli altri, nel volere col suo proprio dio; un dio prigioniero nella materia, che nasceva e moriva con l'uomo. Persuaso di poter imprimere un segno anche minimo nella storia della conoscenza umana, aveva intesa la vita come un sacerdozio, e, sebbene ciò fosse dissimile dalla sua natura, la spendeva con tenacità in una intensa e buona fatica.

Aveva eretta la Scienza a sola divinità della vita: era persuaso che ilDio lontanofosse, fino ad un certo punto, il potere dell'uomo.

Per ciò bisognava, ed anzi era necessario, debellare con pugno fermo l'ignoranza ed i pregiudizi millenari delle stirpi, vuotare dagl'idoli marci le cloache del mondo.

La sua concezione della vita escludeva nel modo più scientifico tutto quanto è miracolo, tutto quanto è rivelazione; escludeva il Dio perpetuo ed immemorabile, che può non nascere nè morir con l'uomo.

Un giorno, in mezzo a tanto volo, gli era accaduto quello che accade all'essere più comune: — s'era innamorato, innamorato fino ad uccidere, — e non più d'un pensiero astratto, ma d'una creatura fugace, lieve, bella, transitoria, d'una forma femminile che s'impadroniva del suo mondo, che pareva radunare in sè le ragioni estreme della vita.

Il primo giorno che amò, la parola «uomo» gli parve d'improvviso assumere un significato diverso; [pg!320] non peggiore, non migliore: diverso. Gli parve che i confini della vita divenissero più angusti, ma più definitivi, e si accorse di aver esclusi da ogni ammissibilità molti principî dei quali non aveva dimostrata in alcun modo la inconsistenza. L'immenso edificio spirituale, costrutto sul fragile telaio delle sue verità positive, cigolava minacciando rovina per il semplice fatto d'una uccisione e d'un amore. L'ultimo volo del suo pensiero temerario si abbatteva esausto contro una parete insuperabile.

Un dubbio interamente soggettivo entrava così nel suo mondo spirituale, poichè infatti, nell'ebbrezza della passione, il piccolo fenomeno della sua propria vita ed il fenomeno parimenti fugace della creatura che amava gli parvero d'un tratto essere divenuti la cosa più vasta, più significante, nell'universo mondo. Non era più così necessario che la materia opaca rivelasse all'indagatore il suo segreto essenziale, poichè la materia possedeva in sè un mezzo per divinizzarsi, per soverchiare con una specie di lirismo i suoi stessi confini, risvegliando nell'uomo che passa tra i fugaci miracoli della terra un senso ulteriore del mondo, il senso della universale divinità, «ciò che veramente è l'anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...»

Poteva darsi perciò che il suo delitto medesimo, il suo cánone anarchico, sostenuto con tanta dialettica sottile, non fosse in fondo che un atto barbaro dell'amore, non fosse in lui che un ritorno immemorabile dell'uomo alle sue rapine primitive. Era una mente serena: doveva pur contemplare, senza impaurirsene, anche questa possibilità.

E lo fece.

Cominciò a ricercare nelle origini, laggiù, dov'era nato l'amore, laggiù, dove per la prima volta, con una tristezza paurosa e crudele, aveva in sogno posseduta la moglie del suo fratello infermo, accorgendosi nel medesimo tempo ch'ella era già ne' suoi sensi, quando ancora con l'animo ne rifuggiva, e l'amicizia era già [pg!321] morta, e la donna era già sua, e la vita subitamente lo assaliva da tutte le parti con un furore incontrastábile...

Sì, v'erano parole grandi e sante che il respiro d'una bocca poteva disperdere. Ciò che aveva una meta erano i sensi; erano i sensi cupi, necessari, violenti, che inveivano in lui quasi con un urlo, ed era, oltre i sensi, qualcosa d'indomito che si levava dalle oscure profondità del suo essere per avventarlo con ira, ma pieno insieme d'una convulsa felicità, verso la dedizione di sè stesso nell'amore per un'altra creatura, verso la continuazione di sè stesso nelle vene d'un'altra creatura, nella rigogliosa giovinezza d'un figlio che la perpetui verso il domani, — ciò che rappresenta nel mondo la vera ed unica immortalità dell'uomo.

Ecco: ed egli dubitò di aver ucciso per amare la sua donna, per far nascere il suo figlio. Tutto questo che altri compendiano con ubbidienza e con pace intorno ad un intimo focolare, a lui veniva traverso il dramma, dopo ch'era salito in cima alla montagna del mondo, e aveva gridato nel vuoto la sua parola magnifica: — «No!»


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