VIIEgli uscì tranquillamente da quella casa, e nulla fece per sottrarsi alla vigilanza delle spie che seguivano i suoi passi.Cadeva una bella serata quasi glauca su la città rumorosa; le strade piene di movimento cominciavano ad imbiancarsi di chiarori elettrici. A piedi percorse la distanza che lo separava dalla sua casa, evitando le strade frequentate, facendo un più lungo giro, affinchè nessuno lo riconoscesse nella crepuscolare ombra dei vicoli.Camminava con gioia, velocemente, immergendosi nella sera come in un bagno voluttuoso, ed una ilarità quasi perversa gli accelerava i battiti del cuore. Si sentiva padrone della sua vittoria, misurava la vendetta con una precisa e fredda crudeltà.Ormai la bufera gli era passata sopra senza schiantarlo; anzi ne usciva più forte, acceso di tutti i suoi spiriti battaglieri, pieno fino alla gola d'una viva ebbrezza di combattimento. Aveva d'un tratto riafferrato il comando della sua schiera; gli ubbidivano ancora senza riflettere, con quella dedizione assoluta che inebbria i condottieri. L'avere ucciso, l'esserne accusato pubblicamente, non gli pareva cosa bastevole perchè la legge avesse forza contro di lui. Era così tirannicamente sicuro del suo diritto sovrano, che non avrebbe mai teso i polsi alle catene dei poteri sociali; non riconosceva nel mondo alcuna forza che bastasse a limitare in un modo qualsiasi la sua magnifica e terribile volontà.Ma, se mai un tal giorno venisse, Andrea Ferento rifiuterebbe di ubbidire. Non lo vedrebbero mai, seduto fra due sgherri, sul banco degli accusati; mai elargirebbe quest'ora di trionfo all'ambizione d'un Salvatore Donadei.[pg!309] Rifiuterebbe l'obbedienza come un ribelle, come un sollevatore di folle, come un re. Prima di poterlo ammanettare, bisognava combattere qualche giornata di guerra civile; — in ultimo, non lo avrebbero che morto.La legge che basta per dominare le piccole anarchie, non bastava per lui: era un capo, aveva la sua milizia, pronta fino all'eccidio, darebbe il segnale: si combatterebbe. Un odio furente lo accaniva contro tutti coloro che avevan osato trattarlo come un uomo. Nell'ardore della contesa, in lui si riaccendevano tutti gli istinti feroci ed imperiosi che facevano di questo apostolo d'idee un selvaggio dominatore di uomini.D'altronde, in quella sera, egli sentiva che la battaglia stava per esser vinta. I medici preposti alla necroscopìa eran tre uomini dei quali conosceva tutti gli errori professionali, tutte le ambizioni private, come un padrone conosce le pecche de' suoi domestici; nè per coscienza propria nè per istigazione d'altri, mai avrebber osato accertare a suo danno la prova, ch'era d'altronde inaccertabile.Ognuno sentiva oscuramente che Andrea Ferento non verrebbe tradotto in Corte d'Assise, e quelli stessi che si cullavano in tale speranza, eran tuttavia trattenuti dallo smascherarsi per tema della sua vendetta. Lo sapevano potente, e sapevano che i potenti non sono mai soli.Eppure, quanto numero di acerbe invidie non sentiva egli strisciare dietro il suo passo tranquillo, pronte a sibilare, a mordere, quando appena lo vedessero inginocchiato! Invidie non solo politiche, ma professionali e private; subdoli rancori di uomini mediocri, ai quali era passato dinanzi, troppo fulgido, nel cammino della vita, e che ora speravano con silenziosa viltà di vederlo per sempre abbattuto nella polvere.Ben lo sapeva, ed era con un senso d'orgoglio intimo ch'egli sentiva battere contro la sua dura forza questo impossente furore. Forse nella sua Clinica stessa, [pg!310] nell'Ateneo medesimo dove insegnava, tutta una rivalità che non poteva sperare di sorpassarlo altrimenti, era in attesa del colpo mortale che lo ferisse in pieno cuore. Quanti Salvatore Donadei, grandi o piccoli, non vivevano intorno al suo cerchio di splendore, camuffati e silenziosi, fino al giorno in cui potessero togliersi via la maschera!Ma uno solo aveva osato per tutti. Aveva osato con un coraggio inconsulto e precipitoso, giocando a sua volta una posta ben grave, per un uomo com'era il Donadei, pieno di accortezza, di cautela e d'impostura. La passione lo aveva sopraffatto; si era sentito sicuro di poter guidare un assalto irresistibile, e senza timore alcuno aveva bruciato i ponti dietro di sè.Nel muovere questa guerra, egli contava senza dubbio su vaste complicità, su poderose alleanze; ma era ugualmente fuor di dubbio che l'estensore degli articoli firmati «Ergo» non aveva quasi nemmeno tenuto conto di quella prudenza elementare, che sempre ágita davanti agli occhi degli accusatori e dei polemisti gli articoli del Codice Penale intorno alla diffamazione. Gettando il dado, Salvatore Donadei dava il suo nemico per morto.In verità s'era troppo affidato alle testimonianze del medico Paolieri e di alcuni fra quelli che avevano veduto il cadavere del Fiesco. Era forse rimasto così stupefatto di questa possibilità inattesa, che l'aveva súbito accettata, non senza discuterla, ma parteggiando per essa, ben certo che un'accusa di tal genere, o vera nei fatti, o soltanto verisimile, dovesse riuscir bastevole a pugnalare in pieno petto un uomo come Andrea Ferento.Non aveva dunque troppo indugiato nell'esaminare se questi fosse colpevole davvero; gli bastava che a rigor di legge una simile colpevolezza potesse venirgli imputata; gli bastava di poter finalmente radunare contro lui tutta l'ira della sua parte, trascinarlo giù dall'altare, mettere alla gogna la sua storia d'amore.[pg!311] Quell'uomo era stato il fantasma nero della sua vita. Salvatore Donadei credeva di combattere per un'idea sua propria, mentre in verità non faceva che combattere contro le idee dell'altro; supponeva di avere un'ambizione sua propria, la quale non era nata invece che dal desiderio di misurarsi con la potenza dell'altro; e sopra tutto l'odiava, perchè il Ferento, invece di raccogliere la sua sfida, non si era mai curato d'altro che di squassarlo da sè come un piccolo avversario importuno.Con l'andar degli anni quest'odio aveva preso in lui così profonde radici, che avrebbe dato la sua fede, il suo giornale, il suo denaro, e perfino i suoi figli, per il piacere di calpestarlo senza remissione con la sua fredda ira, come si tenta spegnere coi piedi la fiamma di una lampada rovesciata. Giunta l'ora in cui tutto ciò gli parve possibile, questo uomo cauto e pieno d'insidie si lasciò quasi ubbriacare dalla sua crudele speranza.Dal giorno in cui Tancredo ed il Metello eran venuti a proporgli quel terribile mercato, egli non si era più concesso un attimo di pace. Aveva tramato, congiurato, subornati o fatti subornare testimoni, s'era accaparrato a forza di denaro una parte della stampa ed aveva messa in opera tutta la sua potenza d'uomo politico, di giornalista, di capo d'un numeroso partito, finchè suonata gli parve l'ora di dar fuoco alle polveri e scatenare nella piazza la congiura tessuta nell'ombra.E, se Andrea Ferento non fosse stato che un platonico banditore d'idee od un eroico cercatore di verità, esiliatosi fuor dal mondo, costoro, senza dubbio, per il lor numero e la potenza grande che ancora il pregiudizio esercita sopra la terra, costoro lo avrebber vinto con facilità. Ma in Andrea Ferento v'era un uomo altresì che amava la potenza per sè stessa, v'era il partigiano accanito che sapeva l'arte imperatoria del guidar le fazioni, e sapeva che al di sopra di tutte le forze radunate in mano dei poteri sociali, v'è sempre stata e sempre dominerà la violenza d'un uomo solo.[pg!312] Oh, quanto nel suo spirito beffardo egli derideva coloro che si aspettavano di veder lui, Andrea Ferento, semiconfesso e pavido sui banchi d'una Corte d'Assise! Credevano dunque che per tanti anni egli avesse investigata la materia invano? che per tanti anni avesse dalla sua cattedra bandita l'ultima parola delle scienze positive, per doversi ridurre, quando gli fosse mestieri sopprimere, ad iniettare nelle vene della sua vittima qualcosa che tre chimici dozzinali potessero poi raccogliere nei loro suggellati specilli? Ma no! ma no!... egli aveva disciplinato il suo delitto come si disciplina un esperimento scientifico, e la natura è ben più vasta che non suppongano gli sbadati farmacisti o gli avvelenatori da suburbio che solo confidano sopra il silenzio delle tombe. Non lui, che si chiamava Andrea Ferento, ch'era il più dotto e prodigioso fra gli scienziati d'Europa, non lui che aveva per giorni e settimane fatto progredire il suo delitto, a grado a grado, indisturbatamente, col pieno potere che gli veniva dalla sua coraggiosa libertà.Per un istante infatti egli aveva temuta, non la giustizia degli uomini, ma l'onnipotenza dei partiti che si collegavano contro lui, capaci senza dubbio di subornare un giudice, di dettare ai periti un responso dubbioso e per tal modo trascinarlo in Corte d'Assise, od anche mandarlo assolto per non provata reità. Era quello che tuttavia bastava per distruggere in un sol giorno la sua magnifica vita.Ma davanti al pericolo egli aveva ritrovato con una prontezza meravigliosa il suo posto di battaglia e la memoria strategica dell'uomo che in altri tempi aveva camminato alla conquista del potere.Ormai, se da una parte operavan sul giudice istigazioni potenti, egli ne faceva esercitare altre più incontrastabili; se poteva esservi nella designazione dei periti un intento recondito, egli era giunto a far cadere questa scelta su persone che avrebbero dovuto resistere a qualsiasi adescamento; se una parte della stampa [pg!313] lo aveva nei primi giorni assalito con furia, man mano egli era giunto a far piovere dall'alto certi minacciosi avvertimenti, che persuadevano i Direttori ad imbrigliare i più focosi retori; e frattanto egli allestiva con una pazienza, con una minuzia da certosino, la querela di diffamazione che avrebbe chiaramente dimostrato i pericoli del firmarsi «Ergo» alla dolce pecorella cristiana che si chiamava Salvatore Donadei.Egli sapeva bene che per le grandi cause occorrono grandi avvocati, e giornalmente passava un paio d'ore nello studio del senatore Ippolito Sandonato, l'oratore che piegava sotto il suo potere le Corti di Giustizia, soggiogava l'alte Assemblee con la speciosa eloquenza del suo discutere, il patrono che nonostante la tarda canizie rimaneva un uomo di toga intrepido e focoso come un esordiente.Incominciata la battaglia, non bisognava nè perdere nè vincere a metà; nella tensione di nervi che il combattimento gli dava, la storia verace del suo delitto aveva esulato lontano da lui, s'era quasi affondata senza memoria nella buia tempesta del suo spirito.Ora egli camminava leggermente, esagitando fra sè stesso le più remote conseguenze di tutto quello che stava per accadere, ed anzi era particolarmente gaio, per aver avuta in quel giorno un'idea felice, che Ippolito Sandonato si accingeva per l'appunto a mettere in opera.«Quel buon Tancredo Salvi... che aveva senza dubbio uno sviscerato amore per la Giustizia, e doveva certo essere incorruttibile come un santo monaco francescano...»Camminava tra questi pensieri, e frattanto era giunto vicino alla sua casa, quando, all'uscir dal vicolo nella diritta contrada, un clamore confuso di voci, un accorrere di persone, subitamente lo fermarono.Pochi passi lontano era la sua casa, l'ultima su l'angolo; più oltre, la piazza con il porticato, che nereggiava [pg!314] di gente ferma, dalla quale provenivano i clamori. Egli non poteva ben discernere nè udire, ma erano i giornalai che gridavano a squarciagola una notizia inattesa e vendevano a centinaia le copie de' giornali, che la folla spiegava concitatamente. Quasi nello stesso tempo, alle sue spalle, si levò un simile clamore, e, vóltosi, vide accorrere cinque o sei strilloni, rossi, rauchi, affannati, sotto il peso dei fasci che portavano, inseguiti da una folla che li spogliava man mano del supplemento stampato a grandi lettere. Gli passaron davanti come un'ondata, ed allora udì.Egli divenne orribilmente pallido, non volle credere a sè stesso, volse in giro gli occhi ed aguzzò l'udito come per riafferrar quel grido.— «L'assassinio di Salvatore Donadei!... Supplemento all'Epoca!... Supplemento alNuovo Giornale!... L'assassinio di Salvatore Donadei!...»Non vide, non udì più nulla; un cerchio rosso, che si partiva dalle sue stesse pupille, occupò la vuota órbita che gli roteava tutto all'intorno... E sentì che il cuore gli batteva nel petto fino allo schianto, ma non seppe se di gioia, d'ansia o di terrore, tanto gli pareva che nel vortice improvviso del mondo si disperdesse come polvere il senso di tutte le cose.Poi si calmò. D'un tratto gli parve che la gente lo guardasse, anzi guardasse lui solo, quasi già sospettandolo di questo nuovo delitto. La morte gli si allacciava intorno come una compagna necessaria; ebbe istintivamente voglia di volgersi, di fuggire... poi di cacciarsi avanti, frammezzo a quella moltitudine e di gridare con tutto il suo fiato: — Non io! non io!...Sopravvenivano altri giornalai; la strada fino al termine biancheggiava di pagine spiegate. Macchinalmente anch'egli si cercò nelle tasche una moneta, comprò il giornale, poi, quasi correndo, percorse la distanza che lo separava dal suo portone, entrò difilato in mezzo alla gente che l'ingombrava: si trovò nella corte. [pg!315] Un lampione ad acetilene rischiarava il porticato facendo splendere la porta a vetri che chiudeva l'accesso dello scalone.Alcuni gli si fecero intorno; egli chiese distrattamente: — Che è stato? che è stato? — e spiegò il giornale.Allora, súbito, dette un urlo. Aveva letto in capo della colonna: — «L'assassino è l'assistente di Andrea Ferento: Egidio Rosales.»— Ma no! ma no! ma no!... — si mise a dir forte, mentre con gli occhi leggeva, e mentre intorno a lui si andava stringendo un cerchio di persone silenziose.Ogni tanto egli le fissava con occhi esterrefatti, come per interrogarle; poi di nuovo a leggere con avidità, con terrore.La notizia era questa: poche ore innanzi, mentre Salvatore Donadei scendeva dalla Redazione dellaCrociatainsieme col suo capo redattore, un giovine lo aveva subitamente affrontato sul marciapiede, scaricandogli addosso tre colpi di rivoltella a bruciapelo e gridandogli ad ogni colpo: — Basta! basta! basta!Ferito due volte nel petto, una volta nella fronte, il Donadei stramazzò senza rispondere, morto.L'aggressore gli gettò sopra l'arma fumante, si volse alla strada e gridò:— Voleva uccidere un santo! Io l'ho vendicato!E scomparve. Tutto questo in un baleno.Dieci minuti più tardi, presentatosi al Commissario di Polizia, ripeteva le stesse parole con una calma ed una fissità da ipnotizzato, poi rimaneva immobile davanti alla scrivania del Commissario, stringendosi con una mano il polso tremante, che aveva ucciso.— Il vostro nome?— Egidio Rosales. Ho ventisei anni, mio padre è morto; mia madre anche. Sono il primo assistente di Andrea Ferento: a quest'uomo debbo tutto, e non feci che assolvere un debito liberandolo dal suo nemico.[pg!316] — Conoscevate l'onorevole Donadei?— No.— Sapete che è morto?— Lo so, e volevo che morisse.Non un muscolo, non una linea trasaliva nella sua delicata faccia pallida; solamente le pupille, che parevano aver perduta ogni virtù di espressione, bruciavan d'un fuoco fermo e s'affondavano sempre più nelle profonde órbite.Allora il Ferento, con impeto, ruppe il cerchio delle persone ch'erano intorno, uscì fuori, balzò in una vettura, corse al Commissariato di Polizia.— Voglio vederlo, súbito, súbito... vederlo!Il Commissario lo fece chiamare nel suo gabinetto. Il Rosales entrò, in mezzo a due questurini, pallido, con il bavero alzato. Nella sua chiara fronte, ne' suoi femminili occhi splendeva una estatica serenità.Con un atto paterno e disperato il Ferento gli si buttò incontro, quasi volesse tentare di strapparlo a' suoi carcerieri, a quelle due guardie impassibili, ferme, agghindate nell'uniforme dalle bottoniere luccicanti.— Rosales! figliuolo mio! che avete fatto? Che avete fatto, per carità?!...Ma questi non rispose; un tremito convulso gli agitò le spalle, gli fece brillare intorno al mento la tenue barba bionda; poi si lasciò cadere a piè del suo maestro, e singhiozzando avvinghiò le braccia intorno alle sue ginocchia.— Perdono! perdono... — balbettava; — ma non era più possibile che Lei...Andrea Ferento lo sollevò da terra quasi con violenza, e come padre e figlio, come fratello e fratello, que' due uomini, fra i quali stava la morte, insieme piansero abbracciati.[pg!317]
VIIEgli uscì tranquillamente da quella casa, e nulla fece per sottrarsi alla vigilanza delle spie che seguivano i suoi passi.Cadeva una bella serata quasi glauca su la città rumorosa; le strade piene di movimento cominciavano ad imbiancarsi di chiarori elettrici. A piedi percorse la distanza che lo separava dalla sua casa, evitando le strade frequentate, facendo un più lungo giro, affinchè nessuno lo riconoscesse nella crepuscolare ombra dei vicoli.Camminava con gioia, velocemente, immergendosi nella sera come in un bagno voluttuoso, ed una ilarità quasi perversa gli accelerava i battiti del cuore. Si sentiva padrone della sua vittoria, misurava la vendetta con una precisa e fredda crudeltà.Ormai la bufera gli era passata sopra senza schiantarlo; anzi ne usciva più forte, acceso di tutti i suoi spiriti battaglieri, pieno fino alla gola d'una viva ebbrezza di combattimento. Aveva d'un tratto riafferrato il comando della sua schiera; gli ubbidivano ancora senza riflettere, con quella dedizione assoluta che inebbria i condottieri. L'avere ucciso, l'esserne accusato pubblicamente, non gli pareva cosa bastevole perchè la legge avesse forza contro di lui. Era così tirannicamente sicuro del suo diritto sovrano, che non avrebbe mai teso i polsi alle catene dei poteri sociali; non riconosceva nel mondo alcuna forza che bastasse a limitare in un modo qualsiasi la sua magnifica e terribile volontà.Ma, se mai un tal giorno venisse, Andrea Ferento rifiuterebbe di ubbidire. Non lo vedrebbero mai, seduto fra due sgherri, sul banco degli accusati; mai elargirebbe quest'ora di trionfo all'ambizione d'un Salvatore Donadei.[pg!309] Rifiuterebbe l'obbedienza come un ribelle, come un sollevatore di folle, come un re. Prima di poterlo ammanettare, bisognava combattere qualche giornata di guerra civile; — in ultimo, non lo avrebbero che morto.La legge che basta per dominare le piccole anarchie, non bastava per lui: era un capo, aveva la sua milizia, pronta fino all'eccidio, darebbe il segnale: si combatterebbe. Un odio furente lo accaniva contro tutti coloro che avevan osato trattarlo come un uomo. Nell'ardore della contesa, in lui si riaccendevano tutti gli istinti feroci ed imperiosi che facevano di questo apostolo d'idee un selvaggio dominatore di uomini.D'altronde, in quella sera, egli sentiva che la battaglia stava per esser vinta. I medici preposti alla necroscopìa eran tre uomini dei quali conosceva tutti gli errori professionali, tutte le ambizioni private, come un padrone conosce le pecche de' suoi domestici; nè per coscienza propria nè per istigazione d'altri, mai avrebber osato accertare a suo danno la prova, ch'era d'altronde inaccertabile.Ognuno sentiva oscuramente che Andrea Ferento non verrebbe tradotto in Corte d'Assise, e quelli stessi che si cullavano in tale speranza, eran tuttavia trattenuti dallo smascherarsi per tema della sua vendetta. Lo sapevano potente, e sapevano che i potenti non sono mai soli.Eppure, quanto numero di acerbe invidie non sentiva egli strisciare dietro il suo passo tranquillo, pronte a sibilare, a mordere, quando appena lo vedessero inginocchiato! Invidie non solo politiche, ma professionali e private; subdoli rancori di uomini mediocri, ai quali era passato dinanzi, troppo fulgido, nel cammino della vita, e che ora speravano con silenziosa viltà di vederlo per sempre abbattuto nella polvere.Ben lo sapeva, ed era con un senso d'orgoglio intimo ch'egli sentiva battere contro la sua dura forza questo impossente furore. Forse nella sua Clinica stessa, [pg!310] nell'Ateneo medesimo dove insegnava, tutta una rivalità che non poteva sperare di sorpassarlo altrimenti, era in attesa del colpo mortale che lo ferisse in pieno cuore. Quanti Salvatore Donadei, grandi o piccoli, non vivevano intorno al suo cerchio di splendore, camuffati e silenziosi, fino al giorno in cui potessero togliersi via la maschera!Ma uno solo aveva osato per tutti. Aveva osato con un coraggio inconsulto e precipitoso, giocando a sua volta una posta ben grave, per un uomo com'era il Donadei, pieno di accortezza, di cautela e d'impostura. La passione lo aveva sopraffatto; si era sentito sicuro di poter guidare un assalto irresistibile, e senza timore alcuno aveva bruciato i ponti dietro di sè.Nel muovere questa guerra, egli contava senza dubbio su vaste complicità, su poderose alleanze; ma era ugualmente fuor di dubbio che l'estensore degli articoli firmati «Ergo» non aveva quasi nemmeno tenuto conto di quella prudenza elementare, che sempre ágita davanti agli occhi degli accusatori e dei polemisti gli articoli del Codice Penale intorno alla diffamazione. Gettando il dado, Salvatore Donadei dava il suo nemico per morto.In verità s'era troppo affidato alle testimonianze del medico Paolieri e di alcuni fra quelli che avevano veduto il cadavere del Fiesco. Era forse rimasto così stupefatto di questa possibilità inattesa, che l'aveva súbito accettata, non senza discuterla, ma parteggiando per essa, ben certo che un'accusa di tal genere, o vera nei fatti, o soltanto verisimile, dovesse riuscir bastevole a pugnalare in pieno petto un uomo come Andrea Ferento.Non aveva dunque troppo indugiato nell'esaminare se questi fosse colpevole davvero; gli bastava che a rigor di legge una simile colpevolezza potesse venirgli imputata; gli bastava di poter finalmente radunare contro lui tutta l'ira della sua parte, trascinarlo giù dall'altare, mettere alla gogna la sua storia d'amore.[pg!311] Quell'uomo era stato il fantasma nero della sua vita. Salvatore Donadei credeva di combattere per un'idea sua propria, mentre in verità non faceva che combattere contro le idee dell'altro; supponeva di avere un'ambizione sua propria, la quale non era nata invece che dal desiderio di misurarsi con la potenza dell'altro; e sopra tutto l'odiava, perchè il Ferento, invece di raccogliere la sua sfida, non si era mai curato d'altro che di squassarlo da sè come un piccolo avversario importuno.Con l'andar degli anni quest'odio aveva preso in lui così profonde radici, che avrebbe dato la sua fede, il suo giornale, il suo denaro, e perfino i suoi figli, per il piacere di calpestarlo senza remissione con la sua fredda ira, come si tenta spegnere coi piedi la fiamma di una lampada rovesciata. Giunta l'ora in cui tutto ciò gli parve possibile, questo uomo cauto e pieno d'insidie si lasciò quasi ubbriacare dalla sua crudele speranza.Dal giorno in cui Tancredo ed il Metello eran venuti a proporgli quel terribile mercato, egli non si era più concesso un attimo di pace. Aveva tramato, congiurato, subornati o fatti subornare testimoni, s'era accaparrato a forza di denaro una parte della stampa ed aveva messa in opera tutta la sua potenza d'uomo politico, di giornalista, di capo d'un numeroso partito, finchè suonata gli parve l'ora di dar fuoco alle polveri e scatenare nella piazza la congiura tessuta nell'ombra.E, se Andrea Ferento non fosse stato che un platonico banditore d'idee od un eroico cercatore di verità, esiliatosi fuor dal mondo, costoro, senza dubbio, per il lor numero e la potenza grande che ancora il pregiudizio esercita sopra la terra, costoro lo avrebber vinto con facilità. Ma in Andrea Ferento v'era un uomo altresì che amava la potenza per sè stessa, v'era il partigiano accanito che sapeva l'arte imperatoria del guidar le fazioni, e sapeva che al di sopra di tutte le forze radunate in mano dei poteri sociali, v'è sempre stata e sempre dominerà la violenza d'un uomo solo.[pg!312] Oh, quanto nel suo spirito beffardo egli derideva coloro che si aspettavano di veder lui, Andrea Ferento, semiconfesso e pavido sui banchi d'una Corte d'Assise! Credevano dunque che per tanti anni egli avesse investigata la materia invano? che per tanti anni avesse dalla sua cattedra bandita l'ultima parola delle scienze positive, per doversi ridurre, quando gli fosse mestieri sopprimere, ad iniettare nelle vene della sua vittima qualcosa che tre chimici dozzinali potessero poi raccogliere nei loro suggellati specilli? Ma no! ma no!... egli aveva disciplinato il suo delitto come si disciplina un esperimento scientifico, e la natura è ben più vasta che non suppongano gli sbadati farmacisti o gli avvelenatori da suburbio che solo confidano sopra il silenzio delle tombe. Non lui, che si chiamava Andrea Ferento, ch'era il più dotto e prodigioso fra gli scienziati d'Europa, non lui che aveva per giorni e settimane fatto progredire il suo delitto, a grado a grado, indisturbatamente, col pieno potere che gli veniva dalla sua coraggiosa libertà.Per un istante infatti egli aveva temuta, non la giustizia degli uomini, ma l'onnipotenza dei partiti che si collegavano contro lui, capaci senza dubbio di subornare un giudice, di dettare ai periti un responso dubbioso e per tal modo trascinarlo in Corte d'Assise, od anche mandarlo assolto per non provata reità. Era quello che tuttavia bastava per distruggere in un sol giorno la sua magnifica vita.Ma davanti al pericolo egli aveva ritrovato con una prontezza meravigliosa il suo posto di battaglia e la memoria strategica dell'uomo che in altri tempi aveva camminato alla conquista del potere.Ormai, se da una parte operavan sul giudice istigazioni potenti, egli ne faceva esercitare altre più incontrastabili; se poteva esservi nella designazione dei periti un intento recondito, egli era giunto a far cadere questa scelta su persone che avrebbero dovuto resistere a qualsiasi adescamento; se una parte della stampa [pg!313] lo aveva nei primi giorni assalito con furia, man mano egli era giunto a far piovere dall'alto certi minacciosi avvertimenti, che persuadevano i Direttori ad imbrigliare i più focosi retori; e frattanto egli allestiva con una pazienza, con una minuzia da certosino, la querela di diffamazione che avrebbe chiaramente dimostrato i pericoli del firmarsi «Ergo» alla dolce pecorella cristiana che si chiamava Salvatore Donadei.Egli sapeva bene che per le grandi cause occorrono grandi avvocati, e giornalmente passava un paio d'ore nello studio del senatore Ippolito Sandonato, l'oratore che piegava sotto il suo potere le Corti di Giustizia, soggiogava l'alte Assemblee con la speciosa eloquenza del suo discutere, il patrono che nonostante la tarda canizie rimaneva un uomo di toga intrepido e focoso come un esordiente.Incominciata la battaglia, non bisognava nè perdere nè vincere a metà; nella tensione di nervi che il combattimento gli dava, la storia verace del suo delitto aveva esulato lontano da lui, s'era quasi affondata senza memoria nella buia tempesta del suo spirito.Ora egli camminava leggermente, esagitando fra sè stesso le più remote conseguenze di tutto quello che stava per accadere, ed anzi era particolarmente gaio, per aver avuta in quel giorno un'idea felice, che Ippolito Sandonato si accingeva per l'appunto a mettere in opera.«Quel buon Tancredo Salvi... che aveva senza dubbio uno sviscerato amore per la Giustizia, e doveva certo essere incorruttibile come un santo monaco francescano...»Camminava tra questi pensieri, e frattanto era giunto vicino alla sua casa, quando, all'uscir dal vicolo nella diritta contrada, un clamore confuso di voci, un accorrere di persone, subitamente lo fermarono.Pochi passi lontano era la sua casa, l'ultima su l'angolo; più oltre, la piazza con il porticato, che nereggiava [pg!314] di gente ferma, dalla quale provenivano i clamori. Egli non poteva ben discernere nè udire, ma erano i giornalai che gridavano a squarciagola una notizia inattesa e vendevano a centinaia le copie de' giornali, che la folla spiegava concitatamente. Quasi nello stesso tempo, alle sue spalle, si levò un simile clamore, e, vóltosi, vide accorrere cinque o sei strilloni, rossi, rauchi, affannati, sotto il peso dei fasci che portavano, inseguiti da una folla che li spogliava man mano del supplemento stampato a grandi lettere. Gli passaron davanti come un'ondata, ed allora udì.Egli divenne orribilmente pallido, non volle credere a sè stesso, volse in giro gli occhi ed aguzzò l'udito come per riafferrar quel grido.— «L'assassinio di Salvatore Donadei!... Supplemento all'Epoca!... Supplemento alNuovo Giornale!... L'assassinio di Salvatore Donadei!...»Non vide, non udì più nulla; un cerchio rosso, che si partiva dalle sue stesse pupille, occupò la vuota órbita che gli roteava tutto all'intorno... E sentì che il cuore gli batteva nel petto fino allo schianto, ma non seppe se di gioia, d'ansia o di terrore, tanto gli pareva che nel vortice improvviso del mondo si disperdesse come polvere il senso di tutte le cose.Poi si calmò. D'un tratto gli parve che la gente lo guardasse, anzi guardasse lui solo, quasi già sospettandolo di questo nuovo delitto. La morte gli si allacciava intorno come una compagna necessaria; ebbe istintivamente voglia di volgersi, di fuggire... poi di cacciarsi avanti, frammezzo a quella moltitudine e di gridare con tutto il suo fiato: — Non io! non io!...Sopravvenivano altri giornalai; la strada fino al termine biancheggiava di pagine spiegate. Macchinalmente anch'egli si cercò nelle tasche una moneta, comprò il giornale, poi, quasi correndo, percorse la distanza che lo separava dal suo portone, entrò difilato in mezzo alla gente che l'ingombrava: si trovò nella corte. [pg!315] Un lampione ad acetilene rischiarava il porticato facendo splendere la porta a vetri che chiudeva l'accesso dello scalone.Alcuni gli si fecero intorno; egli chiese distrattamente: — Che è stato? che è stato? — e spiegò il giornale.Allora, súbito, dette un urlo. Aveva letto in capo della colonna: — «L'assassino è l'assistente di Andrea Ferento: Egidio Rosales.»— Ma no! ma no! ma no!... — si mise a dir forte, mentre con gli occhi leggeva, e mentre intorno a lui si andava stringendo un cerchio di persone silenziose.Ogni tanto egli le fissava con occhi esterrefatti, come per interrogarle; poi di nuovo a leggere con avidità, con terrore.La notizia era questa: poche ore innanzi, mentre Salvatore Donadei scendeva dalla Redazione dellaCrociatainsieme col suo capo redattore, un giovine lo aveva subitamente affrontato sul marciapiede, scaricandogli addosso tre colpi di rivoltella a bruciapelo e gridandogli ad ogni colpo: — Basta! basta! basta!Ferito due volte nel petto, una volta nella fronte, il Donadei stramazzò senza rispondere, morto.L'aggressore gli gettò sopra l'arma fumante, si volse alla strada e gridò:— Voleva uccidere un santo! Io l'ho vendicato!E scomparve. Tutto questo in un baleno.Dieci minuti più tardi, presentatosi al Commissario di Polizia, ripeteva le stesse parole con una calma ed una fissità da ipnotizzato, poi rimaneva immobile davanti alla scrivania del Commissario, stringendosi con una mano il polso tremante, che aveva ucciso.— Il vostro nome?— Egidio Rosales. Ho ventisei anni, mio padre è morto; mia madre anche. Sono il primo assistente di Andrea Ferento: a quest'uomo debbo tutto, e non feci che assolvere un debito liberandolo dal suo nemico.[pg!316] — Conoscevate l'onorevole Donadei?— No.— Sapete che è morto?— Lo so, e volevo che morisse.Non un muscolo, non una linea trasaliva nella sua delicata faccia pallida; solamente le pupille, che parevano aver perduta ogni virtù di espressione, bruciavan d'un fuoco fermo e s'affondavano sempre più nelle profonde órbite.Allora il Ferento, con impeto, ruppe il cerchio delle persone ch'erano intorno, uscì fuori, balzò in una vettura, corse al Commissariato di Polizia.— Voglio vederlo, súbito, súbito... vederlo!Il Commissario lo fece chiamare nel suo gabinetto. Il Rosales entrò, in mezzo a due questurini, pallido, con il bavero alzato. Nella sua chiara fronte, ne' suoi femminili occhi splendeva una estatica serenità.Con un atto paterno e disperato il Ferento gli si buttò incontro, quasi volesse tentare di strapparlo a' suoi carcerieri, a quelle due guardie impassibili, ferme, agghindate nell'uniforme dalle bottoniere luccicanti.— Rosales! figliuolo mio! che avete fatto? Che avete fatto, per carità?!...Ma questi non rispose; un tremito convulso gli agitò le spalle, gli fece brillare intorno al mento la tenue barba bionda; poi si lasciò cadere a piè del suo maestro, e singhiozzando avvinghiò le braccia intorno alle sue ginocchia.— Perdono! perdono... — balbettava; — ma non era più possibile che Lei...Andrea Ferento lo sollevò da terra quasi con violenza, e come padre e figlio, come fratello e fratello, que' due uomini, fra i quali stava la morte, insieme piansero abbracciati.[pg!317]
Egli uscì tranquillamente da quella casa, e nulla fece per sottrarsi alla vigilanza delle spie che seguivano i suoi passi.
Cadeva una bella serata quasi glauca su la città rumorosa; le strade piene di movimento cominciavano ad imbiancarsi di chiarori elettrici. A piedi percorse la distanza che lo separava dalla sua casa, evitando le strade frequentate, facendo un più lungo giro, affinchè nessuno lo riconoscesse nella crepuscolare ombra dei vicoli.
Camminava con gioia, velocemente, immergendosi nella sera come in un bagno voluttuoso, ed una ilarità quasi perversa gli accelerava i battiti del cuore. Si sentiva padrone della sua vittoria, misurava la vendetta con una precisa e fredda crudeltà.
Ormai la bufera gli era passata sopra senza schiantarlo; anzi ne usciva più forte, acceso di tutti i suoi spiriti battaglieri, pieno fino alla gola d'una viva ebbrezza di combattimento. Aveva d'un tratto riafferrato il comando della sua schiera; gli ubbidivano ancora senza riflettere, con quella dedizione assoluta che inebbria i condottieri. L'avere ucciso, l'esserne accusato pubblicamente, non gli pareva cosa bastevole perchè la legge avesse forza contro di lui. Era così tirannicamente sicuro del suo diritto sovrano, che non avrebbe mai teso i polsi alle catene dei poteri sociali; non riconosceva nel mondo alcuna forza che bastasse a limitare in un modo qualsiasi la sua magnifica e terribile volontà.
Ma, se mai un tal giorno venisse, Andrea Ferento rifiuterebbe di ubbidire. Non lo vedrebbero mai, seduto fra due sgherri, sul banco degli accusati; mai elargirebbe quest'ora di trionfo all'ambizione d'un Salvatore Donadei.
[pg!309] Rifiuterebbe l'obbedienza come un ribelle, come un sollevatore di folle, come un re. Prima di poterlo ammanettare, bisognava combattere qualche giornata di guerra civile; — in ultimo, non lo avrebbero che morto.
La legge che basta per dominare le piccole anarchie, non bastava per lui: era un capo, aveva la sua milizia, pronta fino all'eccidio, darebbe il segnale: si combatterebbe. Un odio furente lo accaniva contro tutti coloro che avevan osato trattarlo come un uomo. Nell'ardore della contesa, in lui si riaccendevano tutti gli istinti feroci ed imperiosi che facevano di questo apostolo d'idee un selvaggio dominatore di uomini.
D'altronde, in quella sera, egli sentiva che la battaglia stava per esser vinta. I medici preposti alla necroscopìa eran tre uomini dei quali conosceva tutti gli errori professionali, tutte le ambizioni private, come un padrone conosce le pecche de' suoi domestici; nè per coscienza propria nè per istigazione d'altri, mai avrebber osato accertare a suo danno la prova, ch'era d'altronde inaccertabile.
Ognuno sentiva oscuramente che Andrea Ferento non verrebbe tradotto in Corte d'Assise, e quelli stessi che si cullavano in tale speranza, eran tuttavia trattenuti dallo smascherarsi per tema della sua vendetta. Lo sapevano potente, e sapevano che i potenti non sono mai soli.
Eppure, quanto numero di acerbe invidie non sentiva egli strisciare dietro il suo passo tranquillo, pronte a sibilare, a mordere, quando appena lo vedessero inginocchiato! Invidie non solo politiche, ma professionali e private; subdoli rancori di uomini mediocri, ai quali era passato dinanzi, troppo fulgido, nel cammino della vita, e che ora speravano con silenziosa viltà di vederlo per sempre abbattuto nella polvere.
Ben lo sapeva, ed era con un senso d'orgoglio intimo ch'egli sentiva battere contro la sua dura forza questo impossente furore. Forse nella sua Clinica stessa, [pg!310] nell'Ateneo medesimo dove insegnava, tutta una rivalità che non poteva sperare di sorpassarlo altrimenti, era in attesa del colpo mortale che lo ferisse in pieno cuore. Quanti Salvatore Donadei, grandi o piccoli, non vivevano intorno al suo cerchio di splendore, camuffati e silenziosi, fino al giorno in cui potessero togliersi via la maschera!
Ma uno solo aveva osato per tutti. Aveva osato con un coraggio inconsulto e precipitoso, giocando a sua volta una posta ben grave, per un uomo com'era il Donadei, pieno di accortezza, di cautela e d'impostura. La passione lo aveva sopraffatto; si era sentito sicuro di poter guidare un assalto irresistibile, e senza timore alcuno aveva bruciato i ponti dietro di sè.
Nel muovere questa guerra, egli contava senza dubbio su vaste complicità, su poderose alleanze; ma era ugualmente fuor di dubbio che l'estensore degli articoli firmati «Ergo» non aveva quasi nemmeno tenuto conto di quella prudenza elementare, che sempre ágita davanti agli occhi degli accusatori e dei polemisti gli articoli del Codice Penale intorno alla diffamazione. Gettando il dado, Salvatore Donadei dava il suo nemico per morto.
In verità s'era troppo affidato alle testimonianze del medico Paolieri e di alcuni fra quelli che avevano veduto il cadavere del Fiesco. Era forse rimasto così stupefatto di questa possibilità inattesa, che l'aveva súbito accettata, non senza discuterla, ma parteggiando per essa, ben certo che un'accusa di tal genere, o vera nei fatti, o soltanto verisimile, dovesse riuscir bastevole a pugnalare in pieno petto un uomo come Andrea Ferento.
Non aveva dunque troppo indugiato nell'esaminare se questi fosse colpevole davvero; gli bastava che a rigor di legge una simile colpevolezza potesse venirgli imputata; gli bastava di poter finalmente radunare contro lui tutta l'ira della sua parte, trascinarlo giù dall'altare, mettere alla gogna la sua storia d'amore.
[pg!311] Quell'uomo era stato il fantasma nero della sua vita. Salvatore Donadei credeva di combattere per un'idea sua propria, mentre in verità non faceva che combattere contro le idee dell'altro; supponeva di avere un'ambizione sua propria, la quale non era nata invece che dal desiderio di misurarsi con la potenza dell'altro; e sopra tutto l'odiava, perchè il Ferento, invece di raccogliere la sua sfida, non si era mai curato d'altro che di squassarlo da sè come un piccolo avversario importuno.
Con l'andar degli anni quest'odio aveva preso in lui così profonde radici, che avrebbe dato la sua fede, il suo giornale, il suo denaro, e perfino i suoi figli, per il piacere di calpestarlo senza remissione con la sua fredda ira, come si tenta spegnere coi piedi la fiamma di una lampada rovesciata. Giunta l'ora in cui tutto ciò gli parve possibile, questo uomo cauto e pieno d'insidie si lasciò quasi ubbriacare dalla sua crudele speranza.
Dal giorno in cui Tancredo ed il Metello eran venuti a proporgli quel terribile mercato, egli non si era più concesso un attimo di pace. Aveva tramato, congiurato, subornati o fatti subornare testimoni, s'era accaparrato a forza di denaro una parte della stampa ed aveva messa in opera tutta la sua potenza d'uomo politico, di giornalista, di capo d'un numeroso partito, finchè suonata gli parve l'ora di dar fuoco alle polveri e scatenare nella piazza la congiura tessuta nell'ombra.
E, se Andrea Ferento non fosse stato che un platonico banditore d'idee od un eroico cercatore di verità, esiliatosi fuor dal mondo, costoro, senza dubbio, per il lor numero e la potenza grande che ancora il pregiudizio esercita sopra la terra, costoro lo avrebber vinto con facilità. Ma in Andrea Ferento v'era un uomo altresì che amava la potenza per sè stessa, v'era il partigiano accanito che sapeva l'arte imperatoria del guidar le fazioni, e sapeva che al di sopra di tutte le forze radunate in mano dei poteri sociali, v'è sempre stata e sempre dominerà la violenza d'un uomo solo.
[pg!312] Oh, quanto nel suo spirito beffardo egli derideva coloro che si aspettavano di veder lui, Andrea Ferento, semiconfesso e pavido sui banchi d'una Corte d'Assise! Credevano dunque che per tanti anni egli avesse investigata la materia invano? che per tanti anni avesse dalla sua cattedra bandita l'ultima parola delle scienze positive, per doversi ridurre, quando gli fosse mestieri sopprimere, ad iniettare nelle vene della sua vittima qualcosa che tre chimici dozzinali potessero poi raccogliere nei loro suggellati specilli? Ma no! ma no!... egli aveva disciplinato il suo delitto come si disciplina un esperimento scientifico, e la natura è ben più vasta che non suppongano gli sbadati farmacisti o gli avvelenatori da suburbio che solo confidano sopra il silenzio delle tombe. Non lui, che si chiamava Andrea Ferento, ch'era il più dotto e prodigioso fra gli scienziati d'Europa, non lui che aveva per giorni e settimane fatto progredire il suo delitto, a grado a grado, indisturbatamente, col pieno potere che gli veniva dalla sua coraggiosa libertà.
Per un istante infatti egli aveva temuta, non la giustizia degli uomini, ma l'onnipotenza dei partiti che si collegavano contro lui, capaci senza dubbio di subornare un giudice, di dettare ai periti un responso dubbioso e per tal modo trascinarlo in Corte d'Assise, od anche mandarlo assolto per non provata reità. Era quello che tuttavia bastava per distruggere in un sol giorno la sua magnifica vita.
Ma davanti al pericolo egli aveva ritrovato con una prontezza meravigliosa il suo posto di battaglia e la memoria strategica dell'uomo che in altri tempi aveva camminato alla conquista del potere.
Ormai, se da una parte operavan sul giudice istigazioni potenti, egli ne faceva esercitare altre più incontrastabili; se poteva esservi nella designazione dei periti un intento recondito, egli era giunto a far cadere questa scelta su persone che avrebbero dovuto resistere a qualsiasi adescamento; se una parte della stampa [pg!313] lo aveva nei primi giorni assalito con furia, man mano egli era giunto a far piovere dall'alto certi minacciosi avvertimenti, che persuadevano i Direttori ad imbrigliare i più focosi retori; e frattanto egli allestiva con una pazienza, con una minuzia da certosino, la querela di diffamazione che avrebbe chiaramente dimostrato i pericoli del firmarsi «Ergo» alla dolce pecorella cristiana che si chiamava Salvatore Donadei.
Egli sapeva bene che per le grandi cause occorrono grandi avvocati, e giornalmente passava un paio d'ore nello studio del senatore Ippolito Sandonato, l'oratore che piegava sotto il suo potere le Corti di Giustizia, soggiogava l'alte Assemblee con la speciosa eloquenza del suo discutere, il patrono che nonostante la tarda canizie rimaneva un uomo di toga intrepido e focoso come un esordiente.
Incominciata la battaglia, non bisognava nè perdere nè vincere a metà; nella tensione di nervi che il combattimento gli dava, la storia verace del suo delitto aveva esulato lontano da lui, s'era quasi affondata senza memoria nella buia tempesta del suo spirito.
Ora egli camminava leggermente, esagitando fra sè stesso le più remote conseguenze di tutto quello che stava per accadere, ed anzi era particolarmente gaio, per aver avuta in quel giorno un'idea felice, che Ippolito Sandonato si accingeva per l'appunto a mettere in opera.
«Quel buon Tancredo Salvi... che aveva senza dubbio uno sviscerato amore per la Giustizia, e doveva certo essere incorruttibile come un santo monaco francescano...»
Camminava tra questi pensieri, e frattanto era giunto vicino alla sua casa, quando, all'uscir dal vicolo nella diritta contrada, un clamore confuso di voci, un accorrere di persone, subitamente lo fermarono.
Pochi passi lontano era la sua casa, l'ultima su l'angolo; più oltre, la piazza con il porticato, che nereggiava [pg!314] di gente ferma, dalla quale provenivano i clamori. Egli non poteva ben discernere nè udire, ma erano i giornalai che gridavano a squarciagola una notizia inattesa e vendevano a centinaia le copie de' giornali, che la folla spiegava concitatamente. Quasi nello stesso tempo, alle sue spalle, si levò un simile clamore, e, vóltosi, vide accorrere cinque o sei strilloni, rossi, rauchi, affannati, sotto il peso dei fasci che portavano, inseguiti da una folla che li spogliava man mano del supplemento stampato a grandi lettere. Gli passaron davanti come un'ondata, ed allora udì.
Egli divenne orribilmente pallido, non volle credere a sè stesso, volse in giro gli occhi ed aguzzò l'udito come per riafferrar quel grido.
— «L'assassinio di Salvatore Donadei!... Supplemento all'Epoca!... Supplemento alNuovo Giornale!... L'assassinio di Salvatore Donadei!...»
Non vide, non udì più nulla; un cerchio rosso, che si partiva dalle sue stesse pupille, occupò la vuota órbita che gli roteava tutto all'intorno... E sentì che il cuore gli batteva nel petto fino allo schianto, ma non seppe se di gioia, d'ansia o di terrore, tanto gli pareva che nel vortice improvviso del mondo si disperdesse come polvere il senso di tutte le cose.
Poi si calmò. D'un tratto gli parve che la gente lo guardasse, anzi guardasse lui solo, quasi già sospettandolo di questo nuovo delitto. La morte gli si allacciava intorno come una compagna necessaria; ebbe istintivamente voglia di volgersi, di fuggire... poi di cacciarsi avanti, frammezzo a quella moltitudine e di gridare con tutto il suo fiato: — Non io! non io!...
Sopravvenivano altri giornalai; la strada fino al termine biancheggiava di pagine spiegate. Macchinalmente anch'egli si cercò nelle tasche una moneta, comprò il giornale, poi, quasi correndo, percorse la distanza che lo separava dal suo portone, entrò difilato in mezzo alla gente che l'ingombrava: si trovò nella corte. [pg!315] Un lampione ad acetilene rischiarava il porticato facendo splendere la porta a vetri che chiudeva l'accesso dello scalone.
Alcuni gli si fecero intorno; egli chiese distrattamente: — Che è stato? che è stato? — e spiegò il giornale.
Allora, súbito, dette un urlo. Aveva letto in capo della colonna: — «L'assassino è l'assistente di Andrea Ferento: Egidio Rosales.»
— Ma no! ma no! ma no!... — si mise a dir forte, mentre con gli occhi leggeva, e mentre intorno a lui si andava stringendo un cerchio di persone silenziose.
Ogni tanto egli le fissava con occhi esterrefatti, come per interrogarle; poi di nuovo a leggere con avidità, con terrore.
La notizia era questa: poche ore innanzi, mentre Salvatore Donadei scendeva dalla Redazione dellaCrociatainsieme col suo capo redattore, un giovine lo aveva subitamente affrontato sul marciapiede, scaricandogli addosso tre colpi di rivoltella a bruciapelo e gridandogli ad ogni colpo: — Basta! basta! basta!
Ferito due volte nel petto, una volta nella fronte, il Donadei stramazzò senza rispondere, morto.
L'aggressore gli gettò sopra l'arma fumante, si volse alla strada e gridò:
— Voleva uccidere un santo! Io l'ho vendicato!
E scomparve. Tutto questo in un baleno.
Dieci minuti più tardi, presentatosi al Commissario di Polizia, ripeteva le stesse parole con una calma ed una fissità da ipnotizzato, poi rimaneva immobile davanti alla scrivania del Commissario, stringendosi con una mano il polso tremante, che aveva ucciso.
— Il vostro nome?
— Egidio Rosales. Ho ventisei anni, mio padre è morto; mia madre anche. Sono il primo assistente di Andrea Ferento: a quest'uomo debbo tutto, e non feci che assolvere un debito liberandolo dal suo nemico.
[pg!316] — Conoscevate l'onorevole Donadei?
— No.
— Sapete che è morto?
— Lo so, e volevo che morisse.
Non un muscolo, non una linea trasaliva nella sua delicata faccia pallida; solamente le pupille, che parevano aver perduta ogni virtù di espressione, bruciavan d'un fuoco fermo e s'affondavano sempre più nelle profonde órbite.
Allora il Ferento, con impeto, ruppe il cerchio delle persone ch'erano intorno, uscì fuori, balzò in una vettura, corse al Commissariato di Polizia.
— Voglio vederlo, súbito, súbito... vederlo!
Il Commissario lo fece chiamare nel suo gabinetto. Il Rosales entrò, in mezzo a due questurini, pallido, con il bavero alzato. Nella sua chiara fronte, ne' suoi femminili occhi splendeva una estatica serenità.
Con un atto paterno e disperato il Ferento gli si buttò incontro, quasi volesse tentare di strapparlo a' suoi carcerieri, a quelle due guardie impassibili, ferme, agghindate nell'uniforme dalle bottoniere luccicanti.
— Rosales! figliuolo mio! che avete fatto? Che avete fatto, per carità?!...
Ma questi non rispose; un tremito convulso gli agitò le spalle, gli fece brillare intorno al mento la tenue barba bionda; poi si lasciò cadere a piè del suo maestro, e singhiozzando avvinghiò le braccia intorno alle sue ginocchia.
— Perdono! perdono... — balbettava; — ma non era più possibile che Lei...
Andrea Ferento lo sollevò da terra quasi con violenza, e come padre e figlio, come fratello e fratello, que' due uomini, fra i quali stava la morte, insieme piansero abbracciati.
[pg!317]