VICominciaron giorni d'una guerra disperata, piena d'insidie, a colpi di coltello.Intanto correva l'istruttoria. Il giudice si chiamava Leonardo Niscemi, chiarissimo nome d'una famiglia catanese che aveva dato all'Italia buon numero di valorosi giureconsulti.Mai bufera più grande fu scatenata sopra il capo d'un povero giudice istruttore, nè mai tanto gioco di pressioni e di partigianerie fu esercitato con mezzi più illeciti su la incorruttibile giustizia.Si guerreggiava da entrambe le parti con uguale accanimento; era uno scoppio di furor civico da lunghi [pg!298] anni contenuto; il Parlamento, la strada, la chiesa, la stampa, i sodalizi, la famiglia, l'individuo, tutto si batteva.Drappelli e cortei percorrevano le strade; ogni sera, nei comizi, gruppi avversari si azzuffavano; i giornali delle due parti buttavan esca nel fuoco. In segno di protesta l'Università si chiuse. Ma le contrade si ridestavano al mattino con i muri pieni d'iscrizioni oltraggiose per il Ferento.Egli aveva subitamente ritrovato in sè, con un impeto selvaggio, l'odio e l'amore dell'uomo di parte. Il suo delitto, anch'egli quasi lo dimenticava: era necessario anzi tutto vincere, e vincere con magnificenza, per la causa di quelli ch'erano con lui; vincere anzi con crudeltà, spazzando il nemico, poich'egli portava una bandiera, e le bandiere non debbono mai soffermarsi a mezza strada.Aggredito, si difendeva; preso d'assalto, si cacciava con i suoi, a fronte bassa, contro gli assalitori.Intanto correva l'istruttoria. Il giudice, Leonardo Niscemi, sentiva in quei giorni pulsare nella penombra del suo uffizio tutta l'anima della città. Una folla oziosa e curiosa circondava in tutte le ore del giorno il Palazzo di Giustizia, quasichè da un momento all'altro i muri stessi dell'edificio potessero preannunziare al pubblico l'esito dell'istruttoria che accendeva tanta passione. Tutti gli andirivieni eran osservati, commentati a lungo; giornalisti ed informatori passavano la giornata ne' corridoi: cumuli di notizie contradditorie ingombravano i supplementi dei giornali; un'atmosfera d'impazienza e di febbre pervadeva la città.Guardie a cavallo scortavan ogni mattina l'automobile del Ferento, dalla sua casa fino alla Clinica, e nel ritorno; le adiacenze dell'una e dell'altra eran continuamente vigilate dalla Polizia.Quel che frattanto si conosceva di sicuro in mezzo alle mille dicerìe, si era che il giudice Niscemi aveva due volte chiamato nel suo gabinetto il denunziatore [pg!299] Tancredo Salvi, ch'era in quei giorni tronfio di popolarità sino alle radici dei capelli, e si esibiva da mattino a sera, ovunque potesse, alla curiosità pubblica, dondolando la sua quadrata persona con un far magnifico da istrione applaudito.In buona fede a lui pareva d'essere il «deus ex machina» di tutta questa faccenda. Il vedere la città piena d'ammutinamento, rossa di furore, in séguito alla sua denunzia, lo investiva d'un così grande orgoglio della propria potenza, che non invidiava più nulla e nessuno, anzi dimenticava quasi d'aver in tasca il prezzo del suo turpe mercato.Il Metello, più prudente, più alieno da simili notorietà, si era tratto in disparte, pieno di riserbo, dopo aver conclusa con il Donadei la losca faccenda e con un sottile riso enigmatico su l'orlo delle sue labbra perverse, lasciava che la vanagloria del suo complice ostentasse per proprio conto i lauri di quelle giornate clamorose. A malincuore si era veduto inscrivere nella lista dei testimoni, e con rara modestia egli preferiva starsene quieto in un cantuccio, ad osservare con occhio sospettoso la piega degli avvenimenti.Il solo con il quale osasse talvolta scambiare qualche lieve apprezzamento era quell'ottimo raccoglitore di farfalle che si chiamava Dandolo Zappetta, al quale non era fino allora capitato in premio nemmeno il becco d'un quattrino, mentre continuava nell'alta soffitta a preservare dalla polvere il suo giubbino luccicante, le sue scarpe senza macchia.Il Metello aveva preso l'abitudine di andarlo a trovare quasi ogni giorno, sebbene le lunghe scale fossero dolorose a' suoi piedi che s'inasprivano di trafitture. Là in alto, fra lo svolazzare fermo delle farfalle appuntate, insieme discorrevano di quella lunga e lenta istruttoria. Il Metello faceva previsioni, Dandolo si limitava ad ascoltar le sue parole con un sorriso pieno di sarcasmo indifferente. Sapeva ormai come funzionino i poteri dello Stato, e non aveva maggior [pg!300] fiducia nella toga del giudice che nell'uniforme del poliziotto. Tutto era un gioco di dadi entro un bossolo truccato, e la bacchetta magica poteva per la maraviglia far spalancare le bocche degli spettatori.Poi ridevano insieme di quel tronfio e ridicolo Tancredo, lo Zappetta senza livore, il Metello con una voglia matta che capitasse un fracco di legnate su la groppa di questo re da burattini.Ma per quanto il buon Tancredo vestisse con pompa la toga dell'accusatore, nessuno era così miope da non riconoscere in lui solamente l'uomo di paglia. S'intravvedeva dietro le sue spalle quadrate il profilo fuggente, la faccia insidiosa del vero denunziatore. L'articolo firmato «Ergo» aveva dato fuoco alle polveri; l'uomo che si firmava «Ergo» era, nell'opinione di tutti, l'insidiatore nascosto, che aveva teso l'agguato all'antico avversario. La battaglia era unicamente fra loro; l'odio che fomentava tanto insorgere portava il suggello antagonistico dei loro due nomi.Entrambi stavano in alto, saldi, agguerriti, tra falangi di partigiani, con in pugno entrambi lo scettro che asservisce i poteri allo sfogo dell'odio settario, con la voluttà entrambi di volersi misurare una buona volta in campo chiuso, uomo contro uomo.La battaglia pareva una sfida mortale; o l'uno o l'altro doveva tendere il collo al capestro. Eran due cupi avversari, ma due disperate volontà.Nell'intimo del suo convincimento, Leonardo Niscemi non era persuaso che il Ferento avesse potuto uccidere. Quella simpatia che lega insieme tutti gli uomini d'una certa elevatezza d'ingegno lo avvicinava piuttosto al Ferento che non al palese od al nascosto accusatore. D'altra parte lo allettava il fatto di poter frugare a suo beneplacito nei recessi d'una così alta vita, e quella iconoclastìa che ferve nell'animo di tutti gli ambiziosi lo spronava contro l'incolpato come un perverso allettamento.Leonardo Niscemi, eretto a giudice d'un uomo e [pg!301] ad arbitro d'una grande contesa, pensava innanzi tutto a non giocar la propria carta sul tavoliere perdente, poi a servire la Giustizia, questa bella parola gonfia e luccicante come una bolla di sapone.Tancredo Salvi era stato imbeccato a puntino. L'accusa pareva in sè stessa un po' vaga ed arbitraria, ma c'era, fra le molte voci raccolte, un'affermazione particolarmente grave, quella del medico Paolieri, ch'erasi recato a visitare il Fiesco pochi giorni prima della sua morte ed aveva notato nell'infermo alcuni sintomi sospetti.Dalle chiacchiere del Paolieri, per l'appunto, i primi bisbigli eran nati nel villaggio, trovando conferma in tutti coloro che avevano veduto il cadavere guasto. Ma ora queste mormorazioni avevan cessato di ondeggiare in un sussurro anonimo, per divenir deposizioni vere e proprie, di molte persone ch'eran pronte a ripeterle, a firmarle, a costituire insomma quel che si chiama l'accusa dell'opinione pubblica. Inoltre v'eran due gravi coincidenze che militavano contro il Ferento, ossia la notorietà ormai innegabile del suo legame con la moglie del Fiesco e la quasi compiuta sua gravidanza.L'accusa, benchè basata sopra indizi, era dunque solidamente costrutta e poteva impensierire chicchessia per il suo colore di verisimiglianza. Tancredo Salvi narrò al giudice tutto quanto eragli occorso durante la visita funeraria, ed il risultato di questi colloqui, fu che il giudice ordinasse il disseppellimento del cadavere, onde sottoporlo a necroscopìa.I periti scelti furono tre medici che avevan uso di queste pratiche giudiziarie.Una mattina gli affossatori, entrati nel piccolo cimitero di campagna, dove, sotto il marmo ancor nitido, si consumava la spoglia di Giorgio Fiesco, ricominciarono a scavare la terra intricata di fresche radici.Un giardino di fiori selvatici, con mazzi di grandi papaveri già curvi su gli alti steli, sbocciava tra gli [pg!302] zoccoli delle sepolture; una festività di grano maturo invadeva l'aria turchina sopra il tranquillo cimitero di campagna, e una biondinetta, levátasi di buon mattino, con qualche spolverìo di cipria su la camicetta nera, con le mani congiunte dietro la schiena e la capigliatura scintillante nel sole, assisteva, pochi passi lontano dal sepolcro, a questa lugubre faccenda.La biondinetta si chiamava Maria Dora. Dal giorno ch'eran giunte al villaggio le prime notizie dello scandalo aveva cessato di lasciar garrire il suo scilinguagnolo impertinente, aveva inchinato sul petto il mento rotondo, e guardava pensierosamente correre la vita, chiudendo in un silenzio ostinato il suo cuore che le doleva un po'...Ella non aveva mai veduto risalire dal grembo della terra una cassa da morto, ed osservava quella triste opera con un senso curioso ed affannoso di novità. Le pareva che ogni colpo di zappa la colpisse nella sua medesima carne, ma insieme colpisse anche un altro essere, ch'era lontano, e si trovava solo contro una immensa guerra, nella quale, per quanto forte,non le parevache egli potesse trionfare.Ella non rivedeva che lui, dietro il vapore biondo che nel sole offuscava i suoi chinati occhi; non rivedeva che lui, senza ricordarsi bene se ancora l'amasse o l'odiasse, tanto l'evidenza della colpa ch'egli consumava con la sua sorella, e forse l'invidia della lor colpevole felicità, le stringevano intorno al cuore una specie di nodo soffocante.Gli scavatori celiavano senza curarsi di lei: nella terra umida e rovesciata entrava brillando il sole; ed ella se ne stava in disparte, con il capo raccolto fra le spalle un po' inquiete; quasi cullando in sè stessa un'assurda speranza, e cioè che non si ritrovasse più nulla, che già i vermi avessero divorato la spoglia, il feretro, e dispersa nel lor viscido brulicame la prova di quella colpevolezza ch'ella sentiva essere, ahimè, troppo certa!...[pg!303] Ma invece, dalla profonda fossa, risollevaron il feretro pressochè intatto e lo caricaron sopra un carro da buoi, che andò via cigolando. Ella non si mosse, finchè disparve. Poi, rimasta sola, si affacciò curiosamente sopra la fossa vuota.E vide un ragno enorme che vi camminava nel fondo, incespicando fra il terriccio umido con le sue molte zampe villose.Il giorno dopo tutti partirono per la città. Nella casa di Giorgio Fiesco, dove recaronsi ad abitare, trovaron Novella dimagrita, febbricitante, che li guardò con i suoi grandi occhi pieni di spavento e, buttatasi nelle loro braccia, ruppe in lacrime singhiozzanti. Era sfinita di fatica, d'amore e di maternità; mancavano poche settimane alla nascita della sua creatura.Nessuno volle ancor più turbarla; non una domanda, non un rimprovero ella udì mai su le lor labbra indulgenti; la madre, il padre, la sorella non fecero che inchinarsi come anime tutelari sopra la sua maternità e sopra il suo dolore.Nulla eravi di mutato nella casa di Giorgio Fiesco da quando egli stesso vi dimorava, poichè, negli ultimi tempi, obliosa d'ogni scrupolo e d'ogni prudenza, ella era vissuta di continuo nella casa del Ferento. Avrebbe continuato a vivere sperduta e inerte nella sua ombra, se l'infierire della battaglia ed il termine della gravidanza non avessero persuaso il Ferento a separarsi da lei, rendendola in grembo alla sua famiglia. Era d'altronde necessario che tutti venissero in città per coadiuvarlo nella sua difesa: e da poco erano arrivati, quand'egli sopraggiunse nella casa del Fiesco. Entrò rapidamente, senza lasciare il tempo d'essere annunziato.Eran tutti raccolti nella grande sala, ove i divani e le seggiole, custoditi sotto fodere di tela greggia, diffondevano in quella fredda casa un senso di antica disabitazione. Nel vedere il Ferento, sorsero in piedi [pg!304] con uno scatto involontario, come se ognuno avesse preferito in quell'attimo non trovarsi viso a viso con lui.Marcuccio, ch'era d'umor pessimo per la fatica e la novità del viaggio, se ne stava seduto sul bracciuolo d'una poltrona, con un piede accavallato su l'altro ginocchio, e oziosamente si strofinava le unghie contro la suola polverosa. Non súbito lo riconobbe; ma, dopo averlo ben fissato, incominciò a ridere, a ridere, chissà per qual ragione.Andrea guardò Novella, ch'era lì, seduta; guardò il suo cappello da vedova posato accanto a lei sopra un tavolino, guardò la sua giovine sorella, che le stava presso, ritta in piedi, e quasi la vigilava tenendo una mano appoggiata sul pizzo nero che ricopriva la sua scollatura.Dall'infocato tramonto veniva una luce soverchia, nella quale tutte le fisionomie parevano colorarsi d'una vampa. Essi a lor volta lo fissarono, e lo videro quale non era stato mai, con tutta la sua forza raccolta nel viso, eppure stanco. Una ruga profonda, incisa fra i sopraccigli, duramente spartiva la sua fronte; una specie di ostinato sarcasmo gli armava la mascella dura.Egli li guardò come nemici, tutti insieme, senza fissare i suoi occhi negli occhi di nessuno; poi disse:— Benvenuti; era tempo che foste qui.Novella prese la mano di Maria Dora e se ne coverse le palpebre affaticate, con una specie di affettuosa voluttà; insieme le carezzava il dorso della piccola mano, lentamente, soavemente, facendo scorrere le dita fin sopra il suo polso pieghevole. Ma la fanciulla, con il capo incline all'indietro, nel cerchio di luce dorata, pareva insensibile a quella carezza, insensibile a tutto quanto accadeva intorno a lei, tranne a quella specie di suggestione dolorosa che le produceva l'aspetto di Andrea Ferento; gli occhi le si empivano di maraviglia, una specie di latente paura stringeva il suo cuore di fanciulla.Andrea s'avvicinò al vecchio Stefano e con forza [pg!305] gli prese una mano, con forza la tenne chiusa fra i suoi palmi, come per impadronirsi nel medesimo tempo della sua docile volontà.Il vecchio lo guardava perplessamente, senza trovar parole, con una specie d'angustia, con un visibile impaccio, ch'egli stesso avrebbe voluto poter nascondere.— Voi sapete ogni cosa, è vero? — disse il Ferento, con una voce opaca e piena tuttavia d'una concitazione mal dominata. Egli sentiva per istinto che c'era in quegli animi una ostilità involontaria contro di lui; quella medesima ostilità che ormai gli pareva d'incontrare dappertutto, più sensibile ancora fra le persone che l'amavano. Talvolta gli era sembrato perfino d'accorgersi che questo senso vago d'ambiguità penetrasse, come un sottile brivido, negli abbandoni voluttuosi dell'amante.Ma egli non veniva per difendersi; era spaventosamente calmo, spaventosamente risoluto ad ascendere, senza un attimo di pavidità, fino all'ultima pietra del suo calvario. Adesso eran giorni di battaglia; si trovava sul terreno di combattimento, non rimaneva per lui che una sola necessità: vincere.Egli abbandonò allora la mano di Stefano, ma intrecciò insieme le sue proprie dita, e le torse con ira, sorridendo per il dolore che ne provò. Poi disse:— Vi ho pregato di venire in città perchè Novella non poteva più a lungo rimaner sola, nè rimanere con me. Inoltre avevo qualcosa da comunicarvi, ed è per questo che ora son venuto.Parlava a scatti, con la voce un poco ansante, passandosi tratto tratto una mano su la fronte.— Fra pochi giorni tornerò ad essere l'uomo di prima. Se ne dubitate anche voi... poco importa!— No... — volle dire Stefano. Ma egli lo interruppe con sarcasmo:— Poco importa! Sono avvezzo a difendermi e sono avvezzo anche a vincere nella vita. Ma, davanti [pg!306] ad una simile accusa, ero del tutto impreparato. Sono stati più abili di me, finora; ma i conti li faremo in ultimo. Benchè ferito alle spalle, ho fiato ancora per combattere, come si vedrà. Intanto, non per giustificare me stesso, ma per tranquillare voi, sappiate che nessun perito al mondo potrà mai scoprire nel cadavere di Giorgio Fiesco una traccia qualsiasi di veleni, se non tali e quanti ogni medico adopera necessariamente nelle sue medicine.Egli fece una dura pausa, e considerò sorridendo l'espressione dei lor volti, che parevano rischiararsi davanti alla fermezza delle sue parole.— Ma poichè non voglio difendermi, e poichè son pronto a mostrarvi che non ho bisogno di difendermi, sappiate ancor questo: — la scienza, ve lo dice un medico, può facilmente uccidere senza che un perito se n'avveda. In altre parole, vi sono veleni che non lasciano traccia. Così, almeno fra voi, chi mi vuol credere innocente avrà la compiacenza di farlo senza che io gliene fornisca la prova.Nella pausa che intervenne, ricominciò a singhiozzare la risata gutturale dello scemo, che ora si batteva le unghie raggruppate contro la suola delle scarpe.Il Ferento lo guardò con attenzione, poi esclamò, con un'alzata di spalle:— Sì, Marcuccio... hai ben ragione di ridere! Poichè tutti quanti non siamo che istrioni, costretti a fingere una grottesca parte nella commedia della vita, ove tu solo forse riesci ad essere uno spettatore veramente imparziale!...Diceva queste parole quasi a sè stesso, mentre un moto nervoso contraeva la ruga diritta ch'era incisa nel mezzo della sua fronte. Poi si volse, parve d'improvviso vincere una titubanza estrema, si recò dietro la spalliera della poltrona dove Novella era seduta, e con dolcezza, con una dolcezza così grande che lo mutava in modo singolare, posò le due mani aperte sovra le spalle dell'amante.[pg!307] Ella si scosse, rovesciò leggermente il capo all'indietro, per guardarlo negli occhi, mentre sorpresa ed impaurita la sorella si ritraeva. Egli di lei non s'avvide; ma la sua fisionomia, che appariva distinta nel fascio di luce crepuscolare, sembrò aggravarsi d'una passione che la stancava, che scioglieva i suoi nervi contratti in una specie di faticoso allentamento. Dal cuore gli saliva una ondata buona, e questo era visibile, come se l'amore che aveva per lei fosse una luce d'anima che gli splendesse all'intorno, per avvolgerli entrambi nella medesima tristezza, nella medesima infinita voluttà, ove sentivano d'essere uniti al di sopra di tutte le pene, al di sopra di tutti gli ostacoli che vanamente la vita e la morte frapponevano al lor colpevole amore.Allora egli guardò ad una ad una l'altre persone, poi disse lentamente:— Volevo confessarvi una cosa... Novella è mia, mia da lungo tempo, mia fin da prima ch'egli morisse... Questo è innegabilmente vero.Ella restò con gli occhi spalancati, ferma, percorsa da un interiore brivido; gli altri tacquero. Solamente la fanciulla si raccolse fra le dita contratte la stoffa della camicetta, e fece qualche passo all'indietro, barcollando, con un visibile tremito.— Sì, questo è vero, — egli confessò un'altra volta. — Ma era necessario che io ve lo dicessi, perchè a dividerci non basterà nemmeno questa grande sciagura. Vegliate sopra di lei, fin quando io non torni e vi dica: — Ora vengo a riprenderla, poichè sono libero ed ho vinto!Ella s'aggrappò con le due mani al suo polso che le posava sopra una spalla, e contro vi poggiò la bocca, per nascondere insieme un singhiozzo ed un bacio.[pg!308]
VICominciaron giorni d'una guerra disperata, piena d'insidie, a colpi di coltello.Intanto correva l'istruttoria. Il giudice si chiamava Leonardo Niscemi, chiarissimo nome d'una famiglia catanese che aveva dato all'Italia buon numero di valorosi giureconsulti.Mai bufera più grande fu scatenata sopra il capo d'un povero giudice istruttore, nè mai tanto gioco di pressioni e di partigianerie fu esercitato con mezzi più illeciti su la incorruttibile giustizia.Si guerreggiava da entrambe le parti con uguale accanimento; era uno scoppio di furor civico da lunghi [pg!298] anni contenuto; il Parlamento, la strada, la chiesa, la stampa, i sodalizi, la famiglia, l'individuo, tutto si batteva.Drappelli e cortei percorrevano le strade; ogni sera, nei comizi, gruppi avversari si azzuffavano; i giornali delle due parti buttavan esca nel fuoco. In segno di protesta l'Università si chiuse. Ma le contrade si ridestavano al mattino con i muri pieni d'iscrizioni oltraggiose per il Ferento.Egli aveva subitamente ritrovato in sè, con un impeto selvaggio, l'odio e l'amore dell'uomo di parte. Il suo delitto, anch'egli quasi lo dimenticava: era necessario anzi tutto vincere, e vincere con magnificenza, per la causa di quelli ch'erano con lui; vincere anzi con crudeltà, spazzando il nemico, poich'egli portava una bandiera, e le bandiere non debbono mai soffermarsi a mezza strada.Aggredito, si difendeva; preso d'assalto, si cacciava con i suoi, a fronte bassa, contro gli assalitori.Intanto correva l'istruttoria. Il giudice, Leonardo Niscemi, sentiva in quei giorni pulsare nella penombra del suo uffizio tutta l'anima della città. Una folla oziosa e curiosa circondava in tutte le ore del giorno il Palazzo di Giustizia, quasichè da un momento all'altro i muri stessi dell'edificio potessero preannunziare al pubblico l'esito dell'istruttoria che accendeva tanta passione. Tutti gli andirivieni eran osservati, commentati a lungo; giornalisti ed informatori passavano la giornata ne' corridoi: cumuli di notizie contradditorie ingombravano i supplementi dei giornali; un'atmosfera d'impazienza e di febbre pervadeva la città.Guardie a cavallo scortavan ogni mattina l'automobile del Ferento, dalla sua casa fino alla Clinica, e nel ritorno; le adiacenze dell'una e dell'altra eran continuamente vigilate dalla Polizia.Quel che frattanto si conosceva di sicuro in mezzo alle mille dicerìe, si era che il giudice Niscemi aveva due volte chiamato nel suo gabinetto il denunziatore [pg!299] Tancredo Salvi, ch'era in quei giorni tronfio di popolarità sino alle radici dei capelli, e si esibiva da mattino a sera, ovunque potesse, alla curiosità pubblica, dondolando la sua quadrata persona con un far magnifico da istrione applaudito.In buona fede a lui pareva d'essere il «deus ex machina» di tutta questa faccenda. Il vedere la città piena d'ammutinamento, rossa di furore, in séguito alla sua denunzia, lo investiva d'un così grande orgoglio della propria potenza, che non invidiava più nulla e nessuno, anzi dimenticava quasi d'aver in tasca il prezzo del suo turpe mercato.Il Metello, più prudente, più alieno da simili notorietà, si era tratto in disparte, pieno di riserbo, dopo aver conclusa con il Donadei la losca faccenda e con un sottile riso enigmatico su l'orlo delle sue labbra perverse, lasciava che la vanagloria del suo complice ostentasse per proprio conto i lauri di quelle giornate clamorose. A malincuore si era veduto inscrivere nella lista dei testimoni, e con rara modestia egli preferiva starsene quieto in un cantuccio, ad osservare con occhio sospettoso la piega degli avvenimenti.Il solo con il quale osasse talvolta scambiare qualche lieve apprezzamento era quell'ottimo raccoglitore di farfalle che si chiamava Dandolo Zappetta, al quale non era fino allora capitato in premio nemmeno il becco d'un quattrino, mentre continuava nell'alta soffitta a preservare dalla polvere il suo giubbino luccicante, le sue scarpe senza macchia.Il Metello aveva preso l'abitudine di andarlo a trovare quasi ogni giorno, sebbene le lunghe scale fossero dolorose a' suoi piedi che s'inasprivano di trafitture. Là in alto, fra lo svolazzare fermo delle farfalle appuntate, insieme discorrevano di quella lunga e lenta istruttoria. Il Metello faceva previsioni, Dandolo si limitava ad ascoltar le sue parole con un sorriso pieno di sarcasmo indifferente. Sapeva ormai come funzionino i poteri dello Stato, e non aveva maggior [pg!300] fiducia nella toga del giudice che nell'uniforme del poliziotto. Tutto era un gioco di dadi entro un bossolo truccato, e la bacchetta magica poteva per la maraviglia far spalancare le bocche degli spettatori.Poi ridevano insieme di quel tronfio e ridicolo Tancredo, lo Zappetta senza livore, il Metello con una voglia matta che capitasse un fracco di legnate su la groppa di questo re da burattini.Ma per quanto il buon Tancredo vestisse con pompa la toga dell'accusatore, nessuno era così miope da non riconoscere in lui solamente l'uomo di paglia. S'intravvedeva dietro le sue spalle quadrate il profilo fuggente, la faccia insidiosa del vero denunziatore. L'articolo firmato «Ergo» aveva dato fuoco alle polveri; l'uomo che si firmava «Ergo» era, nell'opinione di tutti, l'insidiatore nascosto, che aveva teso l'agguato all'antico avversario. La battaglia era unicamente fra loro; l'odio che fomentava tanto insorgere portava il suggello antagonistico dei loro due nomi.Entrambi stavano in alto, saldi, agguerriti, tra falangi di partigiani, con in pugno entrambi lo scettro che asservisce i poteri allo sfogo dell'odio settario, con la voluttà entrambi di volersi misurare una buona volta in campo chiuso, uomo contro uomo.La battaglia pareva una sfida mortale; o l'uno o l'altro doveva tendere il collo al capestro. Eran due cupi avversari, ma due disperate volontà.Nell'intimo del suo convincimento, Leonardo Niscemi non era persuaso che il Ferento avesse potuto uccidere. Quella simpatia che lega insieme tutti gli uomini d'una certa elevatezza d'ingegno lo avvicinava piuttosto al Ferento che non al palese od al nascosto accusatore. D'altra parte lo allettava il fatto di poter frugare a suo beneplacito nei recessi d'una così alta vita, e quella iconoclastìa che ferve nell'animo di tutti gli ambiziosi lo spronava contro l'incolpato come un perverso allettamento.Leonardo Niscemi, eretto a giudice d'un uomo e [pg!301] ad arbitro d'una grande contesa, pensava innanzi tutto a non giocar la propria carta sul tavoliere perdente, poi a servire la Giustizia, questa bella parola gonfia e luccicante come una bolla di sapone.Tancredo Salvi era stato imbeccato a puntino. L'accusa pareva in sè stessa un po' vaga ed arbitraria, ma c'era, fra le molte voci raccolte, un'affermazione particolarmente grave, quella del medico Paolieri, ch'erasi recato a visitare il Fiesco pochi giorni prima della sua morte ed aveva notato nell'infermo alcuni sintomi sospetti.Dalle chiacchiere del Paolieri, per l'appunto, i primi bisbigli eran nati nel villaggio, trovando conferma in tutti coloro che avevano veduto il cadavere guasto. Ma ora queste mormorazioni avevan cessato di ondeggiare in un sussurro anonimo, per divenir deposizioni vere e proprie, di molte persone ch'eran pronte a ripeterle, a firmarle, a costituire insomma quel che si chiama l'accusa dell'opinione pubblica. Inoltre v'eran due gravi coincidenze che militavano contro il Ferento, ossia la notorietà ormai innegabile del suo legame con la moglie del Fiesco e la quasi compiuta sua gravidanza.L'accusa, benchè basata sopra indizi, era dunque solidamente costrutta e poteva impensierire chicchessia per il suo colore di verisimiglianza. Tancredo Salvi narrò al giudice tutto quanto eragli occorso durante la visita funeraria, ed il risultato di questi colloqui, fu che il giudice ordinasse il disseppellimento del cadavere, onde sottoporlo a necroscopìa.I periti scelti furono tre medici che avevan uso di queste pratiche giudiziarie.Una mattina gli affossatori, entrati nel piccolo cimitero di campagna, dove, sotto il marmo ancor nitido, si consumava la spoglia di Giorgio Fiesco, ricominciarono a scavare la terra intricata di fresche radici.Un giardino di fiori selvatici, con mazzi di grandi papaveri già curvi su gli alti steli, sbocciava tra gli [pg!302] zoccoli delle sepolture; una festività di grano maturo invadeva l'aria turchina sopra il tranquillo cimitero di campagna, e una biondinetta, levátasi di buon mattino, con qualche spolverìo di cipria su la camicetta nera, con le mani congiunte dietro la schiena e la capigliatura scintillante nel sole, assisteva, pochi passi lontano dal sepolcro, a questa lugubre faccenda.La biondinetta si chiamava Maria Dora. Dal giorno ch'eran giunte al villaggio le prime notizie dello scandalo aveva cessato di lasciar garrire il suo scilinguagnolo impertinente, aveva inchinato sul petto il mento rotondo, e guardava pensierosamente correre la vita, chiudendo in un silenzio ostinato il suo cuore che le doleva un po'...Ella non aveva mai veduto risalire dal grembo della terra una cassa da morto, ed osservava quella triste opera con un senso curioso ed affannoso di novità. Le pareva che ogni colpo di zappa la colpisse nella sua medesima carne, ma insieme colpisse anche un altro essere, ch'era lontano, e si trovava solo contro una immensa guerra, nella quale, per quanto forte,non le parevache egli potesse trionfare.Ella non rivedeva che lui, dietro il vapore biondo che nel sole offuscava i suoi chinati occhi; non rivedeva che lui, senza ricordarsi bene se ancora l'amasse o l'odiasse, tanto l'evidenza della colpa ch'egli consumava con la sua sorella, e forse l'invidia della lor colpevole felicità, le stringevano intorno al cuore una specie di nodo soffocante.Gli scavatori celiavano senza curarsi di lei: nella terra umida e rovesciata entrava brillando il sole; ed ella se ne stava in disparte, con il capo raccolto fra le spalle un po' inquiete; quasi cullando in sè stessa un'assurda speranza, e cioè che non si ritrovasse più nulla, che già i vermi avessero divorato la spoglia, il feretro, e dispersa nel lor viscido brulicame la prova di quella colpevolezza ch'ella sentiva essere, ahimè, troppo certa!...[pg!303] Ma invece, dalla profonda fossa, risollevaron il feretro pressochè intatto e lo caricaron sopra un carro da buoi, che andò via cigolando. Ella non si mosse, finchè disparve. Poi, rimasta sola, si affacciò curiosamente sopra la fossa vuota.E vide un ragno enorme che vi camminava nel fondo, incespicando fra il terriccio umido con le sue molte zampe villose.Il giorno dopo tutti partirono per la città. Nella casa di Giorgio Fiesco, dove recaronsi ad abitare, trovaron Novella dimagrita, febbricitante, che li guardò con i suoi grandi occhi pieni di spavento e, buttatasi nelle loro braccia, ruppe in lacrime singhiozzanti. Era sfinita di fatica, d'amore e di maternità; mancavano poche settimane alla nascita della sua creatura.Nessuno volle ancor più turbarla; non una domanda, non un rimprovero ella udì mai su le lor labbra indulgenti; la madre, il padre, la sorella non fecero che inchinarsi come anime tutelari sopra la sua maternità e sopra il suo dolore.Nulla eravi di mutato nella casa di Giorgio Fiesco da quando egli stesso vi dimorava, poichè, negli ultimi tempi, obliosa d'ogni scrupolo e d'ogni prudenza, ella era vissuta di continuo nella casa del Ferento. Avrebbe continuato a vivere sperduta e inerte nella sua ombra, se l'infierire della battaglia ed il termine della gravidanza non avessero persuaso il Ferento a separarsi da lei, rendendola in grembo alla sua famiglia. Era d'altronde necessario che tutti venissero in città per coadiuvarlo nella sua difesa: e da poco erano arrivati, quand'egli sopraggiunse nella casa del Fiesco. Entrò rapidamente, senza lasciare il tempo d'essere annunziato.Eran tutti raccolti nella grande sala, ove i divani e le seggiole, custoditi sotto fodere di tela greggia, diffondevano in quella fredda casa un senso di antica disabitazione. Nel vedere il Ferento, sorsero in piedi [pg!304] con uno scatto involontario, come se ognuno avesse preferito in quell'attimo non trovarsi viso a viso con lui.Marcuccio, ch'era d'umor pessimo per la fatica e la novità del viaggio, se ne stava seduto sul bracciuolo d'una poltrona, con un piede accavallato su l'altro ginocchio, e oziosamente si strofinava le unghie contro la suola polverosa. Non súbito lo riconobbe; ma, dopo averlo ben fissato, incominciò a ridere, a ridere, chissà per qual ragione.Andrea guardò Novella, ch'era lì, seduta; guardò il suo cappello da vedova posato accanto a lei sopra un tavolino, guardò la sua giovine sorella, che le stava presso, ritta in piedi, e quasi la vigilava tenendo una mano appoggiata sul pizzo nero che ricopriva la sua scollatura.Dall'infocato tramonto veniva una luce soverchia, nella quale tutte le fisionomie parevano colorarsi d'una vampa. Essi a lor volta lo fissarono, e lo videro quale non era stato mai, con tutta la sua forza raccolta nel viso, eppure stanco. Una ruga profonda, incisa fra i sopraccigli, duramente spartiva la sua fronte; una specie di ostinato sarcasmo gli armava la mascella dura.Egli li guardò come nemici, tutti insieme, senza fissare i suoi occhi negli occhi di nessuno; poi disse:— Benvenuti; era tempo che foste qui.Novella prese la mano di Maria Dora e se ne coverse le palpebre affaticate, con una specie di affettuosa voluttà; insieme le carezzava il dorso della piccola mano, lentamente, soavemente, facendo scorrere le dita fin sopra il suo polso pieghevole. Ma la fanciulla, con il capo incline all'indietro, nel cerchio di luce dorata, pareva insensibile a quella carezza, insensibile a tutto quanto accadeva intorno a lei, tranne a quella specie di suggestione dolorosa che le produceva l'aspetto di Andrea Ferento; gli occhi le si empivano di maraviglia, una specie di latente paura stringeva il suo cuore di fanciulla.Andrea s'avvicinò al vecchio Stefano e con forza [pg!305] gli prese una mano, con forza la tenne chiusa fra i suoi palmi, come per impadronirsi nel medesimo tempo della sua docile volontà.Il vecchio lo guardava perplessamente, senza trovar parole, con una specie d'angustia, con un visibile impaccio, ch'egli stesso avrebbe voluto poter nascondere.— Voi sapete ogni cosa, è vero? — disse il Ferento, con una voce opaca e piena tuttavia d'una concitazione mal dominata. Egli sentiva per istinto che c'era in quegli animi una ostilità involontaria contro di lui; quella medesima ostilità che ormai gli pareva d'incontrare dappertutto, più sensibile ancora fra le persone che l'amavano. Talvolta gli era sembrato perfino d'accorgersi che questo senso vago d'ambiguità penetrasse, come un sottile brivido, negli abbandoni voluttuosi dell'amante.Ma egli non veniva per difendersi; era spaventosamente calmo, spaventosamente risoluto ad ascendere, senza un attimo di pavidità, fino all'ultima pietra del suo calvario. Adesso eran giorni di battaglia; si trovava sul terreno di combattimento, non rimaneva per lui che una sola necessità: vincere.Egli abbandonò allora la mano di Stefano, ma intrecciò insieme le sue proprie dita, e le torse con ira, sorridendo per il dolore che ne provò. Poi disse:— Vi ho pregato di venire in città perchè Novella non poteva più a lungo rimaner sola, nè rimanere con me. Inoltre avevo qualcosa da comunicarvi, ed è per questo che ora son venuto.Parlava a scatti, con la voce un poco ansante, passandosi tratto tratto una mano su la fronte.— Fra pochi giorni tornerò ad essere l'uomo di prima. Se ne dubitate anche voi... poco importa!— No... — volle dire Stefano. Ma egli lo interruppe con sarcasmo:— Poco importa! Sono avvezzo a difendermi e sono avvezzo anche a vincere nella vita. Ma, davanti [pg!306] ad una simile accusa, ero del tutto impreparato. Sono stati più abili di me, finora; ma i conti li faremo in ultimo. Benchè ferito alle spalle, ho fiato ancora per combattere, come si vedrà. Intanto, non per giustificare me stesso, ma per tranquillare voi, sappiate che nessun perito al mondo potrà mai scoprire nel cadavere di Giorgio Fiesco una traccia qualsiasi di veleni, se non tali e quanti ogni medico adopera necessariamente nelle sue medicine.Egli fece una dura pausa, e considerò sorridendo l'espressione dei lor volti, che parevano rischiararsi davanti alla fermezza delle sue parole.— Ma poichè non voglio difendermi, e poichè son pronto a mostrarvi che non ho bisogno di difendermi, sappiate ancor questo: — la scienza, ve lo dice un medico, può facilmente uccidere senza che un perito se n'avveda. In altre parole, vi sono veleni che non lasciano traccia. Così, almeno fra voi, chi mi vuol credere innocente avrà la compiacenza di farlo senza che io gliene fornisca la prova.Nella pausa che intervenne, ricominciò a singhiozzare la risata gutturale dello scemo, che ora si batteva le unghie raggruppate contro la suola delle scarpe.Il Ferento lo guardò con attenzione, poi esclamò, con un'alzata di spalle:— Sì, Marcuccio... hai ben ragione di ridere! Poichè tutti quanti non siamo che istrioni, costretti a fingere una grottesca parte nella commedia della vita, ove tu solo forse riesci ad essere uno spettatore veramente imparziale!...Diceva queste parole quasi a sè stesso, mentre un moto nervoso contraeva la ruga diritta ch'era incisa nel mezzo della sua fronte. Poi si volse, parve d'improvviso vincere una titubanza estrema, si recò dietro la spalliera della poltrona dove Novella era seduta, e con dolcezza, con una dolcezza così grande che lo mutava in modo singolare, posò le due mani aperte sovra le spalle dell'amante.[pg!307] Ella si scosse, rovesciò leggermente il capo all'indietro, per guardarlo negli occhi, mentre sorpresa ed impaurita la sorella si ritraeva. Egli di lei non s'avvide; ma la sua fisionomia, che appariva distinta nel fascio di luce crepuscolare, sembrò aggravarsi d'una passione che la stancava, che scioglieva i suoi nervi contratti in una specie di faticoso allentamento. Dal cuore gli saliva una ondata buona, e questo era visibile, come se l'amore che aveva per lei fosse una luce d'anima che gli splendesse all'intorno, per avvolgerli entrambi nella medesima tristezza, nella medesima infinita voluttà, ove sentivano d'essere uniti al di sopra di tutte le pene, al di sopra di tutti gli ostacoli che vanamente la vita e la morte frapponevano al lor colpevole amore.Allora egli guardò ad una ad una l'altre persone, poi disse lentamente:— Volevo confessarvi una cosa... Novella è mia, mia da lungo tempo, mia fin da prima ch'egli morisse... Questo è innegabilmente vero.Ella restò con gli occhi spalancati, ferma, percorsa da un interiore brivido; gli altri tacquero. Solamente la fanciulla si raccolse fra le dita contratte la stoffa della camicetta, e fece qualche passo all'indietro, barcollando, con un visibile tremito.— Sì, questo è vero, — egli confessò un'altra volta. — Ma era necessario che io ve lo dicessi, perchè a dividerci non basterà nemmeno questa grande sciagura. Vegliate sopra di lei, fin quando io non torni e vi dica: — Ora vengo a riprenderla, poichè sono libero ed ho vinto!Ella s'aggrappò con le due mani al suo polso che le posava sopra una spalla, e contro vi poggiò la bocca, per nascondere insieme un singhiozzo ed un bacio.[pg!308]
Cominciaron giorni d'una guerra disperata, piena d'insidie, a colpi di coltello.
Intanto correva l'istruttoria. Il giudice si chiamava Leonardo Niscemi, chiarissimo nome d'una famiglia catanese che aveva dato all'Italia buon numero di valorosi giureconsulti.
Mai bufera più grande fu scatenata sopra il capo d'un povero giudice istruttore, nè mai tanto gioco di pressioni e di partigianerie fu esercitato con mezzi più illeciti su la incorruttibile giustizia.
Si guerreggiava da entrambe le parti con uguale accanimento; era uno scoppio di furor civico da lunghi [pg!298] anni contenuto; il Parlamento, la strada, la chiesa, la stampa, i sodalizi, la famiglia, l'individuo, tutto si batteva.
Drappelli e cortei percorrevano le strade; ogni sera, nei comizi, gruppi avversari si azzuffavano; i giornali delle due parti buttavan esca nel fuoco. In segno di protesta l'Università si chiuse. Ma le contrade si ridestavano al mattino con i muri pieni d'iscrizioni oltraggiose per il Ferento.
Egli aveva subitamente ritrovato in sè, con un impeto selvaggio, l'odio e l'amore dell'uomo di parte. Il suo delitto, anch'egli quasi lo dimenticava: era necessario anzi tutto vincere, e vincere con magnificenza, per la causa di quelli ch'erano con lui; vincere anzi con crudeltà, spazzando il nemico, poich'egli portava una bandiera, e le bandiere non debbono mai soffermarsi a mezza strada.
Aggredito, si difendeva; preso d'assalto, si cacciava con i suoi, a fronte bassa, contro gli assalitori.
Intanto correva l'istruttoria. Il giudice, Leonardo Niscemi, sentiva in quei giorni pulsare nella penombra del suo uffizio tutta l'anima della città. Una folla oziosa e curiosa circondava in tutte le ore del giorno il Palazzo di Giustizia, quasichè da un momento all'altro i muri stessi dell'edificio potessero preannunziare al pubblico l'esito dell'istruttoria che accendeva tanta passione. Tutti gli andirivieni eran osservati, commentati a lungo; giornalisti ed informatori passavano la giornata ne' corridoi: cumuli di notizie contradditorie ingombravano i supplementi dei giornali; un'atmosfera d'impazienza e di febbre pervadeva la città.
Guardie a cavallo scortavan ogni mattina l'automobile del Ferento, dalla sua casa fino alla Clinica, e nel ritorno; le adiacenze dell'una e dell'altra eran continuamente vigilate dalla Polizia.
Quel che frattanto si conosceva di sicuro in mezzo alle mille dicerìe, si era che il giudice Niscemi aveva due volte chiamato nel suo gabinetto il denunziatore [pg!299] Tancredo Salvi, ch'era in quei giorni tronfio di popolarità sino alle radici dei capelli, e si esibiva da mattino a sera, ovunque potesse, alla curiosità pubblica, dondolando la sua quadrata persona con un far magnifico da istrione applaudito.
In buona fede a lui pareva d'essere il «deus ex machina» di tutta questa faccenda. Il vedere la città piena d'ammutinamento, rossa di furore, in séguito alla sua denunzia, lo investiva d'un così grande orgoglio della propria potenza, che non invidiava più nulla e nessuno, anzi dimenticava quasi d'aver in tasca il prezzo del suo turpe mercato.
Il Metello, più prudente, più alieno da simili notorietà, si era tratto in disparte, pieno di riserbo, dopo aver conclusa con il Donadei la losca faccenda e con un sottile riso enigmatico su l'orlo delle sue labbra perverse, lasciava che la vanagloria del suo complice ostentasse per proprio conto i lauri di quelle giornate clamorose. A malincuore si era veduto inscrivere nella lista dei testimoni, e con rara modestia egli preferiva starsene quieto in un cantuccio, ad osservare con occhio sospettoso la piega degli avvenimenti.
Il solo con il quale osasse talvolta scambiare qualche lieve apprezzamento era quell'ottimo raccoglitore di farfalle che si chiamava Dandolo Zappetta, al quale non era fino allora capitato in premio nemmeno il becco d'un quattrino, mentre continuava nell'alta soffitta a preservare dalla polvere il suo giubbino luccicante, le sue scarpe senza macchia.
Il Metello aveva preso l'abitudine di andarlo a trovare quasi ogni giorno, sebbene le lunghe scale fossero dolorose a' suoi piedi che s'inasprivano di trafitture. Là in alto, fra lo svolazzare fermo delle farfalle appuntate, insieme discorrevano di quella lunga e lenta istruttoria. Il Metello faceva previsioni, Dandolo si limitava ad ascoltar le sue parole con un sorriso pieno di sarcasmo indifferente. Sapeva ormai come funzionino i poteri dello Stato, e non aveva maggior [pg!300] fiducia nella toga del giudice che nell'uniforme del poliziotto. Tutto era un gioco di dadi entro un bossolo truccato, e la bacchetta magica poteva per la maraviglia far spalancare le bocche degli spettatori.
Poi ridevano insieme di quel tronfio e ridicolo Tancredo, lo Zappetta senza livore, il Metello con una voglia matta che capitasse un fracco di legnate su la groppa di questo re da burattini.
Ma per quanto il buon Tancredo vestisse con pompa la toga dell'accusatore, nessuno era così miope da non riconoscere in lui solamente l'uomo di paglia. S'intravvedeva dietro le sue spalle quadrate il profilo fuggente, la faccia insidiosa del vero denunziatore. L'articolo firmato «Ergo» aveva dato fuoco alle polveri; l'uomo che si firmava «Ergo» era, nell'opinione di tutti, l'insidiatore nascosto, che aveva teso l'agguato all'antico avversario. La battaglia era unicamente fra loro; l'odio che fomentava tanto insorgere portava il suggello antagonistico dei loro due nomi.
Entrambi stavano in alto, saldi, agguerriti, tra falangi di partigiani, con in pugno entrambi lo scettro che asservisce i poteri allo sfogo dell'odio settario, con la voluttà entrambi di volersi misurare una buona volta in campo chiuso, uomo contro uomo.
La battaglia pareva una sfida mortale; o l'uno o l'altro doveva tendere il collo al capestro. Eran due cupi avversari, ma due disperate volontà.
Nell'intimo del suo convincimento, Leonardo Niscemi non era persuaso che il Ferento avesse potuto uccidere. Quella simpatia che lega insieme tutti gli uomini d'una certa elevatezza d'ingegno lo avvicinava piuttosto al Ferento che non al palese od al nascosto accusatore. D'altra parte lo allettava il fatto di poter frugare a suo beneplacito nei recessi d'una così alta vita, e quella iconoclastìa che ferve nell'animo di tutti gli ambiziosi lo spronava contro l'incolpato come un perverso allettamento.
Leonardo Niscemi, eretto a giudice d'un uomo e [pg!301] ad arbitro d'una grande contesa, pensava innanzi tutto a non giocar la propria carta sul tavoliere perdente, poi a servire la Giustizia, questa bella parola gonfia e luccicante come una bolla di sapone.
Tancredo Salvi era stato imbeccato a puntino. L'accusa pareva in sè stessa un po' vaga ed arbitraria, ma c'era, fra le molte voci raccolte, un'affermazione particolarmente grave, quella del medico Paolieri, ch'erasi recato a visitare il Fiesco pochi giorni prima della sua morte ed aveva notato nell'infermo alcuni sintomi sospetti.
Dalle chiacchiere del Paolieri, per l'appunto, i primi bisbigli eran nati nel villaggio, trovando conferma in tutti coloro che avevano veduto il cadavere guasto. Ma ora queste mormorazioni avevan cessato di ondeggiare in un sussurro anonimo, per divenir deposizioni vere e proprie, di molte persone ch'eran pronte a ripeterle, a firmarle, a costituire insomma quel che si chiama l'accusa dell'opinione pubblica. Inoltre v'eran due gravi coincidenze che militavano contro il Ferento, ossia la notorietà ormai innegabile del suo legame con la moglie del Fiesco e la quasi compiuta sua gravidanza.
L'accusa, benchè basata sopra indizi, era dunque solidamente costrutta e poteva impensierire chicchessia per il suo colore di verisimiglianza. Tancredo Salvi narrò al giudice tutto quanto eragli occorso durante la visita funeraria, ed il risultato di questi colloqui, fu che il giudice ordinasse il disseppellimento del cadavere, onde sottoporlo a necroscopìa.
I periti scelti furono tre medici che avevan uso di queste pratiche giudiziarie.
Una mattina gli affossatori, entrati nel piccolo cimitero di campagna, dove, sotto il marmo ancor nitido, si consumava la spoglia di Giorgio Fiesco, ricominciarono a scavare la terra intricata di fresche radici.
Un giardino di fiori selvatici, con mazzi di grandi papaveri già curvi su gli alti steli, sbocciava tra gli [pg!302] zoccoli delle sepolture; una festività di grano maturo invadeva l'aria turchina sopra il tranquillo cimitero di campagna, e una biondinetta, levátasi di buon mattino, con qualche spolverìo di cipria su la camicetta nera, con le mani congiunte dietro la schiena e la capigliatura scintillante nel sole, assisteva, pochi passi lontano dal sepolcro, a questa lugubre faccenda.
La biondinetta si chiamava Maria Dora. Dal giorno ch'eran giunte al villaggio le prime notizie dello scandalo aveva cessato di lasciar garrire il suo scilinguagnolo impertinente, aveva inchinato sul petto il mento rotondo, e guardava pensierosamente correre la vita, chiudendo in un silenzio ostinato il suo cuore che le doleva un po'...
Ella non aveva mai veduto risalire dal grembo della terra una cassa da morto, ed osservava quella triste opera con un senso curioso ed affannoso di novità. Le pareva che ogni colpo di zappa la colpisse nella sua medesima carne, ma insieme colpisse anche un altro essere, ch'era lontano, e si trovava solo contro una immensa guerra, nella quale, per quanto forte,non le parevache egli potesse trionfare.
Ella non rivedeva che lui, dietro il vapore biondo che nel sole offuscava i suoi chinati occhi; non rivedeva che lui, senza ricordarsi bene se ancora l'amasse o l'odiasse, tanto l'evidenza della colpa ch'egli consumava con la sua sorella, e forse l'invidia della lor colpevole felicità, le stringevano intorno al cuore una specie di nodo soffocante.
Gli scavatori celiavano senza curarsi di lei: nella terra umida e rovesciata entrava brillando il sole; ed ella se ne stava in disparte, con il capo raccolto fra le spalle un po' inquiete; quasi cullando in sè stessa un'assurda speranza, e cioè che non si ritrovasse più nulla, che già i vermi avessero divorato la spoglia, il feretro, e dispersa nel lor viscido brulicame la prova di quella colpevolezza ch'ella sentiva essere, ahimè, troppo certa!...
[pg!303] Ma invece, dalla profonda fossa, risollevaron il feretro pressochè intatto e lo caricaron sopra un carro da buoi, che andò via cigolando. Ella non si mosse, finchè disparve. Poi, rimasta sola, si affacciò curiosamente sopra la fossa vuota.
E vide un ragno enorme che vi camminava nel fondo, incespicando fra il terriccio umido con le sue molte zampe villose.
Il giorno dopo tutti partirono per la città. Nella casa di Giorgio Fiesco, dove recaronsi ad abitare, trovaron Novella dimagrita, febbricitante, che li guardò con i suoi grandi occhi pieni di spavento e, buttatasi nelle loro braccia, ruppe in lacrime singhiozzanti. Era sfinita di fatica, d'amore e di maternità; mancavano poche settimane alla nascita della sua creatura.
Nessuno volle ancor più turbarla; non una domanda, non un rimprovero ella udì mai su le lor labbra indulgenti; la madre, il padre, la sorella non fecero che inchinarsi come anime tutelari sopra la sua maternità e sopra il suo dolore.
Nulla eravi di mutato nella casa di Giorgio Fiesco da quando egli stesso vi dimorava, poichè, negli ultimi tempi, obliosa d'ogni scrupolo e d'ogni prudenza, ella era vissuta di continuo nella casa del Ferento. Avrebbe continuato a vivere sperduta e inerte nella sua ombra, se l'infierire della battaglia ed il termine della gravidanza non avessero persuaso il Ferento a separarsi da lei, rendendola in grembo alla sua famiglia. Era d'altronde necessario che tutti venissero in città per coadiuvarlo nella sua difesa: e da poco erano arrivati, quand'egli sopraggiunse nella casa del Fiesco. Entrò rapidamente, senza lasciare il tempo d'essere annunziato.
Eran tutti raccolti nella grande sala, ove i divani e le seggiole, custoditi sotto fodere di tela greggia, diffondevano in quella fredda casa un senso di antica disabitazione. Nel vedere il Ferento, sorsero in piedi [pg!304] con uno scatto involontario, come se ognuno avesse preferito in quell'attimo non trovarsi viso a viso con lui.
Marcuccio, ch'era d'umor pessimo per la fatica e la novità del viaggio, se ne stava seduto sul bracciuolo d'una poltrona, con un piede accavallato su l'altro ginocchio, e oziosamente si strofinava le unghie contro la suola polverosa. Non súbito lo riconobbe; ma, dopo averlo ben fissato, incominciò a ridere, a ridere, chissà per qual ragione.
Andrea guardò Novella, ch'era lì, seduta; guardò il suo cappello da vedova posato accanto a lei sopra un tavolino, guardò la sua giovine sorella, che le stava presso, ritta in piedi, e quasi la vigilava tenendo una mano appoggiata sul pizzo nero che ricopriva la sua scollatura.
Dall'infocato tramonto veniva una luce soverchia, nella quale tutte le fisionomie parevano colorarsi d'una vampa. Essi a lor volta lo fissarono, e lo videro quale non era stato mai, con tutta la sua forza raccolta nel viso, eppure stanco. Una ruga profonda, incisa fra i sopraccigli, duramente spartiva la sua fronte; una specie di ostinato sarcasmo gli armava la mascella dura.
Egli li guardò come nemici, tutti insieme, senza fissare i suoi occhi negli occhi di nessuno; poi disse:
— Benvenuti; era tempo che foste qui.
Novella prese la mano di Maria Dora e se ne coverse le palpebre affaticate, con una specie di affettuosa voluttà; insieme le carezzava il dorso della piccola mano, lentamente, soavemente, facendo scorrere le dita fin sopra il suo polso pieghevole. Ma la fanciulla, con il capo incline all'indietro, nel cerchio di luce dorata, pareva insensibile a quella carezza, insensibile a tutto quanto accadeva intorno a lei, tranne a quella specie di suggestione dolorosa che le produceva l'aspetto di Andrea Ferento; gli occhi le si empivano di maraviglia, una specie di latente paura stringeva il suo cuore di fanciulla.
Andrea s'avvicinò al vecchio Stefano e con forza [pg!305] gli prese una mano, con forza la tenne chiusa fra i suoi palmi, come per impadronirsi nel medesimo tempo della sua docile volontà.
Il vecchio lo guardava perplessamente, senza trovar parole, con una specie d'angustia, con un visibile impaccio, ch'egli stesso avrebbe voluto poter nascondere.
— Voi sapete ogni cosa, è vero? — disse il Ferento, con una voce opaca e piena tuttavia d'una concitazione mal dominata. Egli sentiva per istinto che c'era in quegli animi una ostilità involontaria contro di lui; quella medesima ostilità che ormai gli pareva d'incontrare dappertutto, più sensibile ancora fra le persone che l'amavano. Talvolta gli era sembrato perfino d'accorgersi che questo senso vago d'ambiguità penetrasse, come un sottile brivido, negli abbandoni voluttuosi dell'amante.
Ma egli non veniva per difendersi; era spaventosamente calmo, spaventosamente risoluto ad ascendere, senza un attimo di pavidità, fino all'ultima pietra del suo calvario. Adesso eran giorni di battaglia; si trovava sul terreno di combattimento, non rimaneva per lui che una sola necessità: vincere.
Egli abbandonò allora la mano di Stefano, ma intrecciò insieme le sue proprie dita, e le torse con ira, sorridendo per il dolore che ne provò. Poi disse:
— Vi ho pregato di venire in città perchè Novella non poteva più a lungo rimaner sola, nè rimanere con me. Inoltre avevo qualcosa da comunicarvi, ed è per questo che ora son venuto.
Parlava a scatti, con la voce un poco ansante, passandosi tratto tratto una mano su la fronte.
— Fra pochi giorni tornerò ad essere l'uomo di prima. Se ne dubitate anche voi... poco importa!
— No... — volle dire Stefano. Ma egli lo interruppe con sarcasmo:
— Poco importa! Sono avvezzo a difendermi e sono avvezzo anche a vincere nella vita. Ma, davanti [pg!306] ad una simile accusa, ero del tutto impreparato. Sono stati più abili di me, finora; ma i conti li faremo in ultimo. Benchè ferito alle spalle, ho fiato ancora per combattere, come si vedrà. Intanto, non per giustificare me stesso, ma per tranquillare voi, sappiate che nessun perito al mondo potrà mai scoprire nel cadavere di Giorgio Fiesco una traccia qualsiasi di veleni, se non tali e quanti ogni medico adopera necessariamente nelle sue medicine.
Egli fece una dura pausa, e considerò sorridendo l'espressione dei lor volti, che parevano rischiararsi davanti alla fermezza delle sue parole.
— Ma poichè non voglio difendermi, e poichè son pronto a mostrarvi che non ho bisogno di difendermi, sappiate ancor questo: — la scienza, ve lo dice un medico, può facilmente uccidere senza che un perito se n'avveda. In altre parole, vi sono veleni che non lasciano traccia. Così, almeno fra voi, chi mi vuol credere innocente avrà la compiacenza di farlo senza che io gliene fornisca la prova.
Nella pausa che intervenne, ricominciò a singhiozzare la risata gutturale dello scemo, che ora si batteva le unghie raggruppate contro la suola delle scarpe.
Il Ferento lo guardò con attenzione, poi esclamò, con un'alzata di spalle:
— Sì, Marcuccio... hai ben ragione di ridere! Poichè tutti quanti non siamo che istrioni, costretti a fingere una grottesca parte nella commedia della vita, ove tu solo forse riesci ad essere uno spettatore veramente imparziale!...
Diceva queste parole quasi a sè stesso, mentre un moto nervoso contraeva la ruga diritta ch'era incisa nel mezzo della sua fronte. Poi si volse, parve d'improvviso vincere una titubanza estrema, si recò dietro la spalliera della poltrona dove Novella era seduta, e con dolcezza, con una dolcezza così grande che lo mutava in modo singolare, posò le due mani aperte sovra le spalle dell'amante.
[pg!307] Ella si scosse, rovesciò leggermente il capo all'indietro, per guardarlo negli occhi, mentre sorpresa ed impaurita la sorella si ritraeva. Egli di lei non s'avvide; ma la sua fisionomia, che appariva distinta nel fascio di luce crepuscolare, sembrò aggravarsi d'una passione che la stancava, che scioglieva i suoi nervi contratti in una specie di faticoso allentamento. Dal cuore gli saliva una ondata buona, e questo era visibile, come se l'amore che aveva per lei fosse una luce d'anima che gli splendesse all'intorno, per avvolgerli entrambi nella medesima tristezza, nella medesima infinita voluttà, ove sentivano d'essere uniti al di sopra di tutte le pene, al di sopra di tutti gli ostacoli che vanamente la vita e la morte frapponevano al lor colpevole amore.
Allora egli guardò ad una ad una l'altre persone, poi disse lentamente:
— Volevo confessarvi una cosa... Novella è mia, mia da lungo tempo, mia fin da prima ch'egli morisse... Questo è innegabilmente vero.
Ella restò con gli occhi spalancati, ferma, percorsa da un interiore brivido; gli altri tacquero. Solamente la fanciulla si raccolse fra le dita contratte la stoffa della camicetta, e fece qualche passo all'indietro, barcollando, con un visibile tremito.
— Sì, questo è vero, — egli confessò un'altra volta. — Ma era necessario che io ve lo dicessi, perchè a dividerci non basterà nemmeno questa grande sciagura. Vegliate sopra di lei, fin quando io non torni e vi dica: — Ora vengo a riprenderla, poichè sono libero ed ho vinto!
Ella s'aggrappò con le due mani al suo polso che le posava sopra una spalla, e contro vi poggiò la bocca, per nascondere insieme un singhiozzo ed un bacio.
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