già cotantoTempo era stato, che alla sua presenzaNon era di stupor tremando affranto.(Purg., XXX, 34).
già cotantoTempo era stato, che alla sua presenzaNon era di stupor tremando affranto.
già cotanto
Tempo era stato, che alla sua presenza
Non era di stupor tremando affranto.
(Purg., XXX, 34).
(Purg., XXX, 34).
E il dolce nome di “Bice„ riesce un momento a risonare, lontano e soave ricordo, pur tra le meraviglie del cielo (Par., VII, 14). Ma se questo è verissimo, non toglie per nulla che la Beatrice del poema non sia in primissimo luogo una Beatrice celeste. Sennonchè, tra questa nuova Beatrice — presa pure nel suo ufficio di simbolo, ossia guardata sotto il suo aspetto più etereo — e la Beatrice antica, non c'è contraddizione nessuna. Tra le due ha luogo quella continuità medesima, perla quale adulti siamo pur quegli stessi che si fu un tempo bambini.
Già nellaVita NuovaBeatrice è una Bice idealizzata; idealizzata a tal segno, da indurre molti a non la saper più riconoscere per donna viva nonostante che viva la rivelino indubbiamente certi batter di palpebre. Idealizzata bisognava bene che fosse; o non è sempre di un ideale, pur troppo ben lontano il più delle volte dalla realtà e che al contatto di questa si dissipa lasciandosi dietro il disinganno, che s'invaghirono quanti, uomini e donne, amarono, amano, e saranno per amare finchè la nostra razza perduri? In Beatrice, leggiadra sicuramente d'una leggiadria delicata, e non men che leggiadra, dolce, pudica, umile, cortese, Dante vedeva fatto persona ogni pregio femminile, come del corpo, così dell'animo. La “gentilissima„: ecco nellaVita Nuovala designazione sua consueta; e davvero, se c'è dote in cui l'idea tipica della donna incarni sè medesima, questa è di sicuro la gentilezza.
Beatrice muore. Muore nel fiore dell'età, avanti che il tempo abbia osato far sfregio al suo viso, avanti che le sue virtù abbiano, in mezzo a nuove condizioni, dovuto trasformarsi. È moglie, a quel che pare; ma giovane moglie; e che tale sia stata, la morte farà poi dimenticar presto. Orbene, colei che già in vita era apparsa al poeta un essere angelico sospirato dai celesti, gli apparve da quel giorno angelo vero e proprio; e quando nell'anniversario della sua dipartita, piena la mente del pensiero di lei, la sua mano vorrà come rappresentarne le sembianze, sarà la figura di un angelo che verrà a tracciare. Quindi la vedrà starsene gloriosa nel più alto luogo del cielo a godere della beatitudine celeste, ossia della visione divina. E la visione divina, o, in altri termini, la vita contemplativa, essa rappresenterà nel poema, contrapponendosi a Matelda, simbolodella vita attiva, e insieme con essa facendo riscontro a Rachele ed a Lia. Contemplando Dio essa lo conosce; però in lei viene ad esserci, per intuizione immediata, un sapere teologico superiore a tutta quanta la dottrina dei più profondi tra gli uomini; ma chi addirittura, e giàab antiquo, fa di Beatrice il simbolo della teologia, trapassa, a mio vedere, il concetto dantesco.
A questa idealità femminile, serbatasi intatta e rimasta così potente appunto perchè Dante non le si accostò troppo da vicino, noi dobbiam dunque anzitutto laDivina Commedia. Di un dono siffatto la donna, concepita quale in generale ebbe a vagheggiarla il passato, può veramente andare gloriosa. Se altrettanto sia per darci la donna di un tipo molto diverso che si sforza modernamente di uscire dal guscio, la donna avvocatessa, ingegneressa, deputatessa, ossia, per dir tutto con un'immagine, volgare se volete, ma assai efficace, la donna barbuta, permettetemi, o signore, grazie a Dio ancora “gentili„, di dubitar qualche poco.