DANTE NEL SUO POEMADIISIDORO DEL LUNGO
DIISIDORO DEL LUNGO
Signore e Signori,
Era un esule fiorentino, che, or or fanno sei secoli, traeva seco in doloroso pellegrinaggio le sventure e la parola d'Italia. E “poichè fu piacere„ scriveva “della bellissima e famosissima figliuola di Roma, Fiorenza, di gettarmi fuori del suo dolcissimo seno..., per le parti quasi tutte alle quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicante, sono andato, mostrando, contro a mia voglia, la piaga della fortuna„. Le sventure d'Italia erano con quel cittadino, che le discordie della sua terra avevano, come tanti altri d'ogni terra italiana, balestrato in esilio, strappatagli la famiglia, divietatagli la vita civile: la parola e il pensiero d'Italia erano col Poeta, che affinando e sublimando nelle ispirazioni della sciagura quelle del tempo felice, i fantasmi giovanili d'amore idealizzava in figure di universal significato, civile, religioso ed umano; da' suoi affetti di cittadino, di partigiano, di fuoruscito derivava il concetto e il sentimento d'una patria virtuosa, libera e giusta; l'idioma dei volghi inalzava, laico ardimentoso, alla dignità del latino, e ne faceva verbo di scienza; e il volgare suo nativo, la favella dell'“ingrato e maligno„suo popolo, il volgar fiorentino, consacrava in una grande opera d'arte siccome lingua della nazione; questa lingua che egli sentiva “stendersi„ alle parti anche remote ed estreme della grande patria italiana ed era vincolo tenace che le collegava per la futura unità. E perchè nulla, a rappresentare in sè l'Italia de' tempi suoi, e le inconsapevoli energie della nazione verso un'Italia avvenire, mancasse in quest'uomo, egli e la parte sua popolare e guelfa erano le vittime nobilissime delle politiche ambizioni della teocrazia romana, e de' mercimonii di questa coi protettori stranieri: egli e la parte sua de' Guelfi Bianchi, che la resistenza a coteste impure ambizioni avea cacciati fra i Ghibellini, erano gl'idealisti dell'Impero; di quella gigantesca ombra del nostro passato, nella quale l'Italia, affermando a nome d'un diritto fittizio il primato antico, veniva, qualunque ella si fosse in effetto, ad affermare sè stessa.
Tali concetti e sentimenti, negli ordini del pensiero e dell'azione, della lingua e dei fatti, della scienza e dell'arte, simboleggia a noi il nome di Dante. E nella schietta e gagliarda italianità di questo simbolo la patria nostra ha ricercato il proprio essere, verso quel simbolo luminoso è stata da' suoi più alti intelletti ricondotta, ne' secoli dolorosi del suo servaggio e dello alienamento da sè medesima; in quello ha costantemente ritemprato il suo pensiero, rinvigorito il sentimento, custodita e difesa, come arra di rivendicazione, la santità dell'idioma. Il nome di Dante ha sonato sempre e suona nelle nostre famiglie, nelle scuole, nelle piazze stesse e ne' campi alle plebi lavoratrici, come un che di supremo, in cui si raccoglie quanto ha di più geniale, di più domestico, la mente e il cuore della nazione, quanto di più intimo e perenne è nelle tradizioni di lei. Di nessun libro fu pronunziato il titolo con egual riverenza, sindal secolo stesso dell'autore, e con sì profonda religione, come dellaCommedia, che non esso l'autore, ma i dopovenuti, chiamaron divina; per nessun libro, così spontaneamente e con altrettanta popolarità si fece un sol nome del libro e dell'uomo,il Dante.
E veramente è un uomo in quel libro. Ma perchè quell'uomo vi è per ciò che fu nella vita reale, e per l'idealità dietro le quali visse cotesta vita, è accaduto che quanto si andava, nel volger dei tempi, perdendo della notizia e del sentimento di quella realtà, dalla quale ci venivamo sempre più allontanando, altrettanto si sostituisse, nell'interpretare uomo e libro, di idealità più o meno infedeli e di sentimento soggettivo. Il che ebbe principio, insieme con l'ammirazione e il culto, fin da' tempi stessi dell'Alighieri, e quando ancora “eran calde le sue ceneri sante„. E anche solo a confrontare ciò che con tanta semplicità, ma con sì profondo sentimento del vero, scrive in ricordanza di Dante, di “questo Dante, onorevole e antico cittadino “di Firenze di Porta San Piero e nostro vicino„, Giovanni Villani nella suaCronica, a confrontarlo con la biografica laudazione che pochi anni più tardi ne congegna il Boccaccio, si vede come in quella pagina di cronica un artefice vissuto con Dante delinea e colorisce una figura viva; subito dopo incominciano i ritratti di maniera, incominciano appunto con la biografia boccaccevole. I tratti di quella irosa vecchia laureata, che Raffaello eternò sotto il nome di Dante Alighieri negli affreschi vaticani, primo a disegnarli può dirsi essere stato il gran novelliere e umanista fiorentino. Nel capitolo del Villani abbiamo quelli nei quali, per l'arte di Giotto, Dante, effigiato fra altri uomini del tempo suo nella città sua, è rivissuto autentico a' giorni nostri, da una parete del Palagio del Potestà. La benaugurata restaurazione degli studi danteschi,la quale è certamente uno de' principali vanti della moderna letteratura civile, ha ormai posto per uno dei sommi principii suoi, che nella interpretazione d'un'opera, com'è laDivina Commedia, dall'un capo all'altro compenetrata della viva e genuina personalità dell'autore, a poco di vero e di positivo approdano gli studi più o meno ingegnosi sul testo, se non si abbia altresì ben presente, che sopratutto rivivendo ne' tempi del Poeta, con lui rivivendo, è possibile appropriarci, far nostro, il sentimento col quale Dante volle essere nel suo Poema, quello che fu nella vita. Di questo Dante nel suo Poema, del Dante storico, del Dante di fatto, quale nella sua poesia riproduce sè stesso io mi accingo a rinvergare le linee. Assommerò per capi principalissimi, e limiterò la materia a quelle sole parti che, in un poema tutto personale per eccellenza, sono le più strettamente personali: per sommi capi, dico, e dentro quei limiti che il tempo e la discrezione impongono a chi non deve abusare della benevolenza, la quale invoco, di un così eletto uditorio, e specialmente della vostra, Signore gentili.
Poichè il Poema di Dante, concepito con intendimento mistico verso una figura (Beatrice) e un affetto reali, svolge e atteggia, intorno a questa figura e a questo affetto sovrani, la realtà umana in universale, ma con molto maggiore abbondanza e rilievo di figure e concentramento d'interesse la realtà storica contemporanea; il protagonista di tale rappresentazione non lo possiamo pensare in guisa diversa che come uomo nel quale questa realtà odierna s'individua, per lomeno, tanto potentemente, quanto negli altri personaggi che con lui convissuti egli nel Poema introduce con sè. È questa una necessità estetica del concepimento dantesco, la quale informa e caratterizza la figura di lui che vi opera. Dante, nell'azione del Poema, è l'uomo, la creatura umana, che tende al divino: ma l'uomo del tempo suo: e poi l'italiano; e ancora, il fiorentino; del tempo suo, sempre: anzi è egli stesso lo scrittore, è Dante Alighieri, il cui proprio nome in un luogo solo del Poema, e solamente “per necessità, si registra„, ma la vita sua co' suoi affetti e i pensamenti e i dolori e le colpe quel Poema l'occupa tutto: quel Poema al quale il Gozzi, sotto tale rispetto, foggiava, secondo lo stampo tradizionale, come appropriatissimo, il titolo diDanteide.
E poichè quel vasto rappresentamento della realtà storica contemporanea, al quale diciamo essere ordinato tutto il Poema, si eseguisce mediante episodi lungo lo spiritale viaggio; nei più gagliardi e vivaci di cotesti episodi, dove o il suo cuore d'uomo e di cittadino batte più forte, o la virtù sua di pensatore si leva dietro questi affetti più vigorosa e ferisce più in alto, stanno le linee del ritratto che di sè ci ha lasciato Dante nel Poema immortale.
Dante (permettete che brevemente vi ricordi) visse lai 1265 al 1321. Nato da famiglia di Grandi, e d'antica cittadinanza, in Firenze, poco prima che la parte sua Guelfa, sbanditane nel 1260, nel 67 stabilmente vi restaurasse la propria potenza; crebbe egli durante l'espandersi di questa in forme di governo artigiano eprogressivamente democratico: accettò quelle forme, e col farsi popolano partecipò al reggimento. Divisi i Guelfi fiorentini in Bianchi e Neri dietro due potenti famiglie Cerchi e Donati; Guelfi temperati i Bianchi, gelosi della indipendenza del Comune, e a questo patto non alieni da conciliazioni coi Ghibellini; Guelfi radicali i Neri, e strettamente legati con la Corte di Roma non senza pregiudizio e pericolo di quella indipendenza; Dante, co' migliori cittadini, è dei Bianchi: cade con essi; e la proscrizione che lo colpisce nel 1302, lo distacca da Firenze per sempre. Il Poema, la cui prima ispirazione antecede all'esilio ed è connessa con le visioni amorose dellaVita Nuova, fu scritto durante questo: e all'esilio certamente appartengono ilConvivio, commento scolastico alla sua lirica amorosa ed etica; e laVolgare Eloquenza, trattato latino dove, pure con forme scolastiche, indaga e determina le potenze dell'idioma italiano alle opere letterarie: di dubbia data l'altro trattato, pure latino,De Monarchia, su l'autorità imperiale e le relazioni sue con la ecclesiastica.
La vita di Dante, da quanto ne conosciamo e che al desiderio nostro e al bisogno è sì poco, la vita nel mondo vissuta da quest'anima, la quale parve accogliere in sè le virtù più efficaci, i più geniali caratteri, dell'età e della patria che furono sue, appartiene, per la gioventù, alle rime d'amore, al servigio in armi del suo Comune guelfo, all'addottrinamento: per la virilità, alle cure e alle passioni civili, nelle fazioni e nei magistrati di quel medesimo Comune parteggiante fra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, che è il più breve periodo e culminante, e che l'esilio interrompe: per i successivi anni, all'esilio. Intorno a ciascuno di questi aspetti di Dante nostro, dai tre regni ch'egli ha architettato e popolato, si aggirano, figure riviventi intorno a lui vivo, persone a lui note ed egli a loro; e il luogo in quello o questode' regni eterni ad esse assegnato le caratterizza per ciò che furono e fecero, e che il Poeta pone in relazione con ciò che ha fatto ed è egli. Quindi su loro, e sulla vita da lui insieme con loro vissuta, la poesia dantesca concentra sentimenti di pietà e di sdegno, di reverenza e di dispregio, d'amore e d'odio; e gioie, e dolori, e memorie, e pentimenti, e rimpianti, e disinganni, e speranze; e soavità di preghiere, e asprezza di scherni, e lacrime di patimenti, e violenza di rinfacci, e maledizioni feroci: onda che si rimescola e bolle entro l'animo del Poeta, per traboccarne impetuosa, o pianamente diffondersi, ne' suoni, a tanta varietà di contenuto con mirabil magistero appropriati, d'una poesia che rimane unica al mondo.
I due Poeti sono sulla spiaggia appiè del Purgatorio, in cospetto della marina che tremola a' primi raggi dell'alba. Un lume rosseggiante, con non so che di bianco intorno, si fa visibile sull'orizzonte, e rapidamente s'appressa: è la navicella angelica, e porta le anime che dalla foce del Tevere sacro hanno navigato verso il luogo d'espiazione che dee prepararle alla gloria. Approdano, sbarcano; s'accorgono di Dante, che non è, come son esse, spirito spoglio del corpo; si maravigliano: una di loro si fa avanti; l'un Fiorentino riconosce l'altro; fanno atto, inutilmente, d'abbracciarsi, come una volta nel mondo; e Casella, a richiesta di Dante, intona le note musicali che già appose ad una delle canzoni delConvito“Amor che nella mente mi ragiona„. L'arte, onnipotente anche nel mondo d'oltre la tomba, s'impossessa di tutti quanti là sono ad ascoltarlo:le anime dimenticano il Purgatorio che le aspetta; Dante e Virgilio, il viaggio; se non fosse l'aspra voce di Catone, che li richiama tutti al dovere, e ciascuno al proprio destino. — Altrove, asceso il sesto girone della sacra montagna, fra il verde delle piante cariche di frutta, a martirio e purificazione de' golosi, e innaffiate di acque zampillanti, un rimatore, Bonagiunta da Lucca, anch'egli riconosce in Dante il “cominciatore delle nuove rime„, e Sei tu (gli dimanda) l'autor della canzone “Donne ch'avete intelletto d'amore?„ Al che rispondendo Dante, Io son poeta che a dettatura d'Amore scrivo quel che sento; fa che il rimator di maniera bonamente confessi la cagione della inferiorità sua e degli altri di quella scuola. — Altrove, ancora, ma in luogo ben diverso, nel girone sabbioso de' violenti contro Dio, la natura e l'arte, sotto la pioggia del fuoco infernale, Brunetto Latini ravvisa e con amorevolezza paterna saluta il giovane concittadino, e gli ricorda la ben promettente giovinezza, e questi a lui, con reverenza di figliuolo, gli ammaestramenti e i conforti ricevutine al sapere e alla gloria, che l'altro gli conferma non essere, congiuntamente con la sventura, per fargli difetto: con la sventura, che il maestro prognostica, e il discepolo con franco e sicuro animo accetta, dall'inimicizia della malnata loro cittadinanza. — Da quella cittadinanza, pur riconoscendo ancor esso il concittadino, e “l'altezza d'ingegno„ sua ricordando, da quella cittadinanza astrae, come già in vita nei superbi trascendimenti della filosofia negatrice, messer Cavalcante, sepolto coi miscredenti nel cimitero infocato sotto le mura di Dite; e in Dante non vede se non l'amico del figliuol suo, di Guido poeta; e del figliuolo, non d'altri nè d'altro, gli chiede, “Mio figlio ov'è? e perchè non è teco?„: e nella risposta di Dante, la figura di Guido passa disdegnosa e solitaria, ravvolta nelle ombre d'un verso, comel'anima sua, misterioso. — Ritorniamo a quel sesto balzo del Purgatorio: dove, prima che da Bonagiunta, il Poeta è stato ravvisato, e con troppo maggior cordialità e commozione, da un affine e compagno di vita giovanile, Forese Donati. Forese, al rivederlo, grida “Qual grazia m'è questa?„, come già Brunetto: “Qual maraviglia!„: e Dante ripiange le lacrime sparse quattr'anni avanti per la morte di quel suo carissimo; e ricordano insieme la famiglia e la patria; e insieme si vergognano e si senton gravati di avere, trascorrendo dietro le mondane follìe, partecipato giovenilmente al malcostume fiorentino: e contro questo, Forese, il libertino pentito, inveisce, e del suo pentimento e della grazia da Dio usatagli fa tributo di gratitudine e di amor coniugale alla vedovella sua che ha pregato per lui, alla Nella virtuosa: e Dante, che i tesori di quella grazia fruisce ancor vivo, nomina Colei per la quale gli sono largiti, la donna sua ideale che a sè lo ho ricondotto; col nome suo di persona, e di persona famigliarmente nota, la nomina a Forese, il che non ha fatto con altri: “io sarò là dove fia Beatrice„. — Ed è con Beatrice quando nella stella amorosa di Venere, per entro ad uno di quei fulgori, gli parla lo spirito del giovine principe Carlo Martello d'Angiò, da lui conosciuto, e l'uno all'altro affezionatisi, nella breve e pubblicamente festeggiata dimora che questi fece in Firenze la primavera del 1294: ed anche a questa memoria di giovinezza congiunge il Poeta le dolci sue rime d'amore: e si fa da Carlo, angelicatosi in quel terzo cielo, ricordare l'altra Canzone delConvivio, “Voi che intendendo il terzo ciel movete„, e l'affetto di che s'eran presi, in quel fuggevol conoscersi, egli e cotesto Angioino degenere dalla stirpe sua trista. — Altra conoscenza cara, pur di quelli anni, gli si rinnova nel Purgatorio, nella fiorita valletta de' Principi: Nino giudice, il Guelfo pisano,e nella guerra guelfa contro Pisa tutto cosa dei Fiorentini, e da città a città della Lega continuo sommovitore di maneggi e d'armi; e tuttavia, in tanto arrovellarsi civile e guerresco, gentile spirito, dischiuso ai miti affetti di sposo, di padre, d'amico; e questi nelle parole che Dante gli pone in bocca rivivono: ma nulla vi si risveglia, di quelli altri più fieri e tempestosi, in che si trovaron pure mescolati i due giovani partigiani. — Della guerra guelfa, alla quale nessun Fiorentino che l'età facesse atto o a' Consigli o alle armi potè fra il 1284 e il 93 essere estraneo, della guerra guelfa imagine espressa è invece, sanguinosa imagine e reminiscenza, Bonconte di Montefeltro che al Poeta parla di Campaldino, e della battaglia, tra' cui furori e lo imperversare degli elementi sparisce il suo corpo travolto dal diavolo, mentre dell'anima pentita trionfa l'angelo salvatore.
Di tutti questi episodi che trascelgo al nostro proposito (e se da ciascuno di essi, più che frasi sparse, il tempo mi concedesse addurre versi e terzine, voi cambiereste davvero con vantaggio la mia povera prosa), di tutti questi episodi è evidente il carattere soggettivo, e la loro relazione, anche di quelli dove non è esplicita, con l'uomo la cui giovinezza fu coetanea a que' personaggi e a que fatti; e come a ciascuno di tali episodi il Poeta affidi alcuna parte di ricordanze di quella sua giovinezza; e come dal convergimento delle loro linee si componga, e alla luce che l'affetto vi riflette si colorisca, la imagine viva di cotest'uomo in quelli anni. L'azione poi nella quale Dante, attraverso a quelli e a tutti gli altri episodi del Poema, protagonizza, si aggira tutta quanta e si svolge intorno al più gentile, al più ideale, di quei giovanili fantasmi: Beatrice. Beatrice, che manda Virgilio a soccorrer Dante nella selva mondana; Beatrice, che nella selva paradisiaca gli rimproverale sue colpe e ne ottiene il pianto della confessione contrita; Beatrice, che seco lo solleva alle sfere celesti per condurlo sino alla visione del mistero supremo; essa stessa lo designa per “l'amico suo„ sventurato, essa sola di tutti i personaggi del Poema lo chiama per nome (ed è quel solo luogo dove si pronunzia il nome di lui), essa ricorda pudicamente le “belle membra„ nelle quali gli piacque, gli “occhi giovinetti„ amorosamente “mostratigli„, i virtuosi “desiri„ che il “sommo piacere„ della sua bellezza mortale ispirava nel giovine, le visioni dopo morte rivocatrici di lui al bene: essa è insomma anche nellaCommediala Beatrice dellaVita Nuova; tanto è quella Beatrice, che forse anche la ministra di lei alla purificazione di Dante in Lete e in Eunoè, la “bella donna„ amorosa che “sceglie fior da fiore„ nel maggio perpetuo del Paradiso terrestre, quella Matelda di sì controversa identificazione storica, è, forse, una delle gentili figure femminili essa pure, una delle gentildonne fiorentine, dellaVita Nuova.
L'arte, l'amore, la scienza, la patria, irraggiano di sè quella giovinezza lieta e pensosa. La musica di Casella, che rinnovata su la spiaggia dell'isola sacra si perde nella deserta immensità dell'Oceano, fu in altro tempo raccolta dalle donne leggiadre, dai giovani innamorati, festeggianti il maggio ne' verzieri de' grandi turriti palagi, o lungo le rive d'Arno feconde, o sulle colline di Fiesole rosee al tramonto primaverile; quelle note vestirono la poesia fiorentina del “dolce stil nuovo„ tenue e carezzevole in ser Lapo Gianni, incisiva e fantastica col Cavalcanti, informata da Dante al vero sentito nell'anima: e Vanna, Lagia, Beatrice, ispiratrici, se ne compiacquero. — Quel principe giovinetto, mancato, come il Marcello virgiliano, a' suoi alti destini, e il cui spirito è tratto ora in giro co' “Principi celesti„ nella roteazione delle sfere intorno all'“Amor che le muove„,fu in Firenze, splendido di gioventù e di potenza, venuto da Napoli incontro al padre che tornava d'oltremonti, dallo adoperarsi nelle pratiche di pace ch'eran susseguite alla guerra dei Vespri. Si accalcava la cittadinanza repubblicana intorno a que' suoi Angioini, “sangue della real Casa di Francia„, che la fantasia popolare avvolgeva ne' bagliori cavallereschi de' romanzi e delle canzoni di gesta, circonfondeva del nimbo religioso de' Cristianissimi, non disingannata nè allora nè poi, fatalmente, dalle rapine emungitrici, dagl'infidi patronati, dai simoneggiamenti con la Corte di Roma: e il re giovinetto passava per le anguste vie della città operaia, all'ombra de' forti arnesi di vigilante guerra domestica, dinanzi alle botteghe di quei mercatanti magistrati, addobbate della lor propria industria co' panni di Calimala e le sete di Por Santa Maria: da' balconi e dalle loggie, di sotto alle ampie protese tettoie, di mezzo agli archi flessuosi, dalle finestre ogivali, raggiava nel sorriso delle sue donne la idealità di Firenze artista. Passava il re d'Ungheria, se ne ricorda il Villani, “con sua compagnia di duecento cavalieri a sproni d'oro, franceschi e provenzali e del Regno, tutti giovani, vestiti col re d'una partita di scarlatto e verde bruno, e tutti con selle di una assisa a palafreno rilevate d'ariento e d'oro, coll'arme a quartieri a gigli ad oro e accerchiata rosso ed ariento, cioè l'arme d'Ungheria, che parea la più nobile e ricca compagnia che anche avesse uno giovane re con seco. E in Firenze stette più di venti dì, attendendo il re Carlo suo padre e' fratelli; e da' Fiorentini gli fu fatto grande onore, ed egli mostrò grande amore a' Fiorentini, ond'ebbe molto la grazia di tutti.„ Di questa “grazia„ ne' versi di Dante risuona l'eco immortale: “Assai m'amasti, ed avesti bene onde„, che paion inchiuder fiducia del Poeta in una Corte angioina, se Carlo Martello fosse vissuto,ben diversa da quella che poi ebbe ospiti il Petrarca e il Boccaccio. — Quel giovine fiorentino pervenuto ormai “al mezzo del cammin di nostra vita„, che non osa andare a pari con quel vecchio dannato, e dinanzi a lui inchina reverente la testa, ascoltò su nel mondo, in più verdi anni, con egual reverenza la parola di cotesto savio uomo, e fu de' meglio disposti a quel “digrossamento della cittadinanza„, che questi, ser Brunetto Latini, veniva operando con lo interpretare a' laici la parola de' filosofi, de' retori, degli oratori antichi, o col popolareggiare nel diffuso volgar di Francia, nella “prosa de' romanzi„ lo scibile delle scuole e de' chiostri, e farne “tesoro„ accessibile a tutti. In quelle sposizioni della sapienza antica, dischiudevansi all'animo del giovine le visioni della gloria, del “come l'uom s'eterna„: e l'umanista di Firenze artigiana, lo scolastico errante ne' venturosi esigli, il dettator del Comune nella lingua augusta de' padri, compiacevasi di vedere che quel terreno, tuttavia malagevole alla nuova cultura, producesse spontaneo cosiffatte piante, nelle quali “riviveva la sementa santa di Roma„, che dalle nebbie estreme, lentamente sfumanti, della grossa età medievale, si sprigionasse, ombra in sogno dell'imminente Rinascimento, l'imagine di quella universal patria delle genti civili. — Insieme con cotesto giovine di grandi speranze, e “dietro sua stella incamminato a porto glorioso„, ascoltava volontario discepolo anch'egli, ma assai men docile, come a sofferire gli ordinamenti della novella democrazia, così ad accogliere gli ammaestramenti e gli esemplari della civiltà antica, il più caro degli amici suoi, quel Guido Cavalcanti che l'anima del padre, dal mondo di là nel quale non credettero, chiama ora con voce di affetto desolato. Furono lungamente insieme e ne' loro più belli anni della vita mortale; perchè non sono essi insieme a traversare le regioni dell'altra, que'due compagni di gioventù, d'amore, di rime, di parte? Il confidente e partecipe delle visioni amorose; il solutore o, a vicenda, proponitor dei quesiti formulati secondo i dettami del trovare; l'amico, pel quale nell'idioma delle donne gentili laVita Nuovafu scritta; il compagno d'arte a cimentare le virtù di questo idioma dietro l'orma, che essi sopravanzeranno, del massimo Guidi Guinicelli; come non essere con Dante suo là, dove alle visioni dell'anima è dischiuso l'infinito e l'eterno, dove il più arduo e tormentoso dei problemi ha risposte d'assoluta certezza; in cotesto viaggio, il cui “arrivare„ sarà alla donna di quellaVita Nuova, alla donna di quelle rime del nuovo dolce stile d'amore? Ahimè, troppo è sfiorito, troppo è inaridito, troppo è caduto, di quelle idealità giovanili! Troppo presto è morta Beatrice; troppo presto quelli “occhi giovinetti„ si chiusero, e “le membra belle si fecero terra!„ E la terra ha tirato a sè l'amante infedele: lo hanno traviato le voluttà del senso volgari; e il verso che attratto dal sorriso e dal saluto di Beatrice s'inalzava sino alla patria degli angeli dov'ell'“era desiata„, ha, dopo il ritorno di lei colassù, abbassate le “penne gravate„ giù nelle “vanità brevi„ mondane: peggio ancora, ha sogghignato e motteggiato nel gergo equivoco de' trivii, tenzonando con Forese, non già, come con Guido e Lapo e Cino, sulla spirituale casistica del “diritto amore„, ma sulle avventure dell'amor “folle„ e randagio, sulle realtà, e turpi realtà, della vita quotidiana. Allora, di quella “vita vile„, di quei “vili pensieri„, schivo e sdegnoso, Guido si è ritratto in disparte; altre cose ancora comprendendo in quel suo altero dispregio, ciò erano le cure civili, la partecipazione al governo artigiano del loro Comune, dietro le quali la giovinezza di Dante ha rotto fede alla idealità che ambedue avevano vagheggiato concordemente. Il distacco che si compie tra Guido, il qualeresta de' Grandi e persona speculativa, e Dante, il quale si fa uomo di popolo e magistrato; tra Dante che si troverà a sentenziare ed eseguire contro que' Grandi, e Guido ad esserne percosso; neanche potrà cessare, il giorno che Dante, dissonnatosi da quel suo aggirarsi sonnambulare entro la selva delle cose mondane e fallaci, ritornerà per la “diritta via„ alle verità ideali, a Beatrice: perocchè tale ritorno si opera mediante la fede dell'uomo e la grazia di Dio; e Guido è escluso da questa, perchè ricusatore di quella. De' due ascoltatori di ser Brunetto, Dante solo ha potuto farsi seguace al Virgilio che nel mondo dello spirito riconosce e in sè rappresenta la deficienza del sapere umano, anche sublimato sin al grado più alto, di fronte alla rivelazione divina: perocchè Guido si è rinchiuso dentro la speculazione umana, del tutto umana, se non in quanto lo spirito della poesia aleggia su quella materia, e di là ha da sè respinto del pari e i contrasti e le brighe della vita attiva, e, negli ordini della speculazione, le supreme conciliazioni della filosofia religiosa; laddove Dante, dalle idealità e dalle affettività soggettive, passato, od anche, se vuolsi, disceso, alle realità della vita attiva e operante, deviatosi fors'anco dietro i “difettivi sillogismi„ di quella medesima scienza dubitatrice e terminativa in sè stessa, ha poi ritrovato nel cuor suo memore e non corrotto la energia delle prime e pure idealità, e sulla traccia di esse, scorto dalla Scienza sì delle cose umane e sì delle divine si è ravviato verso quella verità comprensiva di tutti gli aspetti di ciò che è, di tutte le dissonanze armonizzatrice, “che saziando di sè, di sè asseta„. E da quelle altezze, donde non vorrebbe esser mai disceso, guarda con occhio di severo giudice il proprio passato; con umiltà di penitente se ne confessa ed accusa.
Ma di cotesto passato, che la Beatrice teologale gli rinfaccia con durezza d'inquisitore, ma della cara suagiovinezza, lasciate al Poeta le ricordanze de' giorni, ne' quali egli contribuì il vigore degli affetti suoi e del braccio alla vita, che era anch'essa una gioventù, alla vita battagliera del suo glorioso Comune; lasciategli il suo Carlo Martello, il suo Nino giudice, il suo Campaldino. Sia pure che a cotesti fantasmi del proprio passato, si riaffacci egli tutt'altro uomo da quando ci visse in mezzo e operò: al mistico viaggiatore, nel riveder Nino Visconti, occorra innanzi tutto il pensiero, e sia prima e maggiore allegrezza, che cotesta anima, pericolata dell'eterna salute tra le fazioni sanguinose e le gare frodolente, nelle sinistre ambizioni del potere e ne' rancori dell'esilio implacabili, cotesta gentile anima, è salva; e salvo è Bonconte, il prode cavalier ghibellino, caduto in battaglia col dolce nome di Maria sulle labbra. Ma quella battaglia, nell'atto che Bonconte gli parla, quella battaglia, nella quale a Toscana tutta si decideva del suo esser guelfa o ghibellina, Dante se la vede ancora turbinare dinanzi, ne ascolta ancora il fragore; palpita nuovamente, fra il timore e la gioia, “pe' vari casi„ che si successero in essa; gli pesa quasi sui sensi quell'afosa giornata estiva, con l'aria gravida di procella, che poi si scatenò sulla fuga de' Ghibellini sconfitti, e accompagnò la caccia spietata data a questi dai vincitori. Egli ha veduto “corridori e gualdane sulla terra vostra, o Aretini„; ha veduto uscir di Caprona i fanti ghibellini che han patteggiata la resa con una delle tante osti fiorentine sommosse da Nino contro la sua Pisa, e in quella oste si ricorda aver egli Dante cavalcato con gli altri del Sesto suo di Porta San Piero. E a siffatti ricordi, nel Dante austero e trasfigurato del viaggio spiritale, Dante giovine rivive e sottentra: rivive cittadino e gentiluomo, rivive milite di Firenze sua, fra le cavalcate dell'oste guelfa; capitani di guerra, sotto la comunal bandiera del giglio che i Ghibellini hanno insanguinato,messer Vieri de' Cerchi e messer Corso Donati, non ancora capiparte l'uno contro l'altro nella città per odio nuovo divisa, e in nuovi travagli, in nuove colpe condotta, a nuove espiazioni serbata.
E l'altro aspetto del Dante storico emerge da questa nuova malaugurata disposizione di avvenimenti, e per altri episodi o per altre, talvolta anche fuggevoli, imagini è lumeggiato nel Poema. La vita civile di Dante, che è essa quest'altro aspetto di lui nel Poema, la vita sua di poco più che un lustro, fra gli ultimi anni del XIII secolo e i primi del successivo, questi e quelli tempestosissimi, comprende l'opera di lui ne' Consigli, nelle commissioni pel Comune, nel Priorato, e il suo mescolarsi tra i Bianchi nelle fazioni della città guelfa, co' Bianchi difendendo la indipendenza del Comune contro le violenze di papa Bonifazio e dell'instrumento suo Carlo Valese, e co' Bianchi terminando involto nella loro caduta. Per tal modo la vita civile di Dante è, nel breve periodo ch'ella occupa, quasi non altro che una preparazione all'esilio, o piuttosto un precipitare verso di esso: e le imagini per le quali nel Poema e vita civile ed esilio riflettonsi, si mescolano siffattamente e s'intrecciano, da non potere la osservazione, sia storica, sia estetica, separar ciò che uno è nella intenzione del Poeta, come nella realtà dei fatti dolorosamente fu uno.
Riconosciuto da Ciacco siccome un dei “cittadini„ di buona famiglia (“buoni e gentili uomini della città„ dicevano), de' quali al parassita era altresì nota per lungo uso la mensa, da lui primo gli è nell'Inferno non nominata Firenze, ma indicata con amara perifrasi “lacittà piena d'invidia„, cioè d'odio fraterno: e di questo, che è già al colmo sicchè ormai “il sacco trabocca„, Dante si fa predire le imminenti catastrofi, per le quali dee consumarsi, fra l'anno che corre 1300 e il 1302, la scissione di parte guelfa in Bianchi e Neri. Son per “venire al sangue„: i Cerchi cacceranno i Donati: poi questi, parte Nera, trionferanno di parte Bianca, e la terranno soggetta: la cittadinanza ha appena due giusti sui novantamila che la compongono, e quelli non sono ascoltati: in fondo alla scena del dramma che si apparecchia, veglia, cupa sinistra figura, il Pontefice, che in apparenza “piaggia„, si sta di mezzo, fra le due parti, ma giunto il momento, farà preponderare quella, e la men degna, con la quale è segretamente legato. È la prima predizione di sciagure civili che percuote l'animo di Dante, là nella trista pianura intronata dai latrati di Cerbero trifauce, flagellata dalla pioggia sporca sotto la quale giacciono nella melma fetente i ghiottoni.
E poco si fa aspettar la seconda: la quale Dante riceve non dalla bocca lorda di Ciacco, che lo guarda con occhi stravolti, e ciondolando la testa ricade giù al suo gastigo, ma da Farinata magnanimo. Si affaccia l'Uberti alla tomba infocata, con superba noncuranza de' tormenti infernali; altero della sua vecchia fede ghibellina, per la quale ha dato anche l'eterna salvezza; pronto a disperdere, se potesse, una terza volta i Guelfi esecrati. Il giovine guelfo, che gli sta, non meno baldanzoso, dinanzi, raccoglie quella allusione alle cacciate anche de' suoi Alighieri, e crudelmente motteggia sugli Uberti che hanno finalmente disimparata “l'arte„ del ritorno. Ma Farinata ribatte il motteggio con la visione che egli ha di un non lontano avvenire: i Guelfi Bianchi tentare affannosamente di forzar le porte della città che gli ha cacciati; ed esserne dai Guelfi Neri respinti: “tu saprai quanto quell'arte pesa„. Poi, non senza una nota d'affettoche quasi oscilla in quella fiera voce di partigiano, gli chiede ragione dell'odio senza tregua al quale Firenze ha in modo speciale e nominatamente consacrati, come per anatema, gli Uberti. Al che Dante ricorda l'Arbia sanguinosa: ma Farinata il consiglio d'Empoli, e sè rimasto “solo„ a difendere dai furori matricidi la patria, “Fiorenza„: e nel nome materno di lei paiono acquetarsi dall'una parte e dall'altra gli sdegni; e Dante s'inchina dinanzi al “magnanimo„ augurando alla sua travagliata discendenza riposo. E non senza sgomento della predizione, che questa volta è a lui personale, continua il viaggio pe' regni eterni.
Anche più personali le affettuose anticipazioni che del doloroso avvenire gli fa ser Brunetto: la città partigiana inimicarsi tutta quanta all'uom virtuoso, degno di ben altra cittadinanza; opposte fazioni anelare con pari ferocia allo strazio di lui: “tanto onore„, gli dice con filosofica alterezza il Maestro “la tua fortuna, tanto onor ti serba„. E Dante con gagliardo animo scrive anche quel testo; e a Beatrice, quando giungerà a lei, ne riserba la chiosa.
Ma non degna di tanto, sebbene imprecatagli contro e proprio in pieno petto scagliatagli (“e detto l'ho perchè doler ten debbia„), la predizione che Vanni Fucci gli fa d'uno di quelli episodi guerreschi ne' quali si consumarono, tra vane speranze, i primi anni del suo esilio: e l'accenno a quella rotta di Bianchi per un Malaspina capitano della Taglia guelfa Nera, si perde fra le bestemmie del pistoiese feroce, soffocate dall'avvinghiarglisi al collo i serpenti della settima bolgia. Così pure una rapida e indiretta allusione al suo esilio, con la quale Corrado Malaspina gli prenuncia le cortesie ospitali de' potenti Marchesi; e l'altra con che Oderisi da Gubbio gli fa presentire le strettezze e le umiliazioni di quella vita raminga, il “condursi a tremar per ognivena„ nello stendere altrui la mano supplichevole; e un'altra, forse, allusione pure all'esilio, contenuta nel predirgli Bonagiunta che una giovine donna gli farà piacere il soggiorno di Lucca; non sono rilevate dal Poeta, come sole ha rilevato le due vere e proprie profezie: di Farinata e di ser Brunetto.
E tutte poi, finalmente, le “parole gravi di sua vita futura„, o siano formali profezie o rapide e quasi guizzanti allusioni, tutte le accoglie e vi pone il suggello, e le converte in enunciazione espressa, non Beatrice veramente, come Virgilio aveva assicurato al discepolo che sarebbe, ma l'antenato suo messer Cacciaguida, morto in Palestina crociato. Questo cambiamento, o discordanza, di personaggi si suole enumerare tra quelle disavvertenze che nella complessa e laboriosa macchina de' cento Canti immortali, anche rispetto ad alcun altro particolare, si osservano. Ma chi non perdona questa, che forse è di tutte la più osservabile, chi non la perdona all'autore? Il quale, determinate meglio in altro luogo, e pure per bocca di Virgilio, le attribuzioni che avrà Beatrice, di chiarire a Dante quanto è “opra di fede„; deposto a' piedi di lei, sulla vetta della montagna conquistata col pentimento, tutto quanto egli umanamente ha peccato, così ne' trascorsi del senso arrendevole, come ne' deviamenti della ragione ribelle, come nella subordinazione delle idealità speculative alle cure e alle brighe della vita operativa; nell'atto stesso che quasi sottrae al maestrato di Beatrice, trasferendolo in Cacciaguida, questo manifestamento che gli è largito de' suoi futuri travagli fra gli uomini; la fa a quel filiale abboccarsi di lui col crociato trisavolo partecipare mediante le più care manifestazioni di donna amante verso l'amante Poeta. Sin dalle prime parole di Cacciaguida al pronipote, gli occhi di Beatrice ardono di siffatto riso, “ch'io pensai co' miei toccar lo fondo della mia graziae del mio paradiso„. Quando Dante nelle memorie della vecchia Firenze si esalta col suo nobile progenitore, quasi dimenticando per esse le realtà sovrumane alle quali è stato inalzato, Beatrice sorride amorevolmente di quella sua debolezza. Quando infine egli, con l'animo attristato, medita sulle sciagure da lui predettegli, è Beatrice che lo conforta distornandogli il pensiero da quelle alla giustizia divina, ed egli non ha virtù di ridire quel che gli occhi di lei in quel punto gli dissero: “e quale io allor vidi negli occhi santi amor, qui l'abbandono„. Per tal modo ciascuno de' due, Cacciaguida e Beatrice, hanno nell'episodio ufficii appropriati. A Cacciaguida, l'introdurre quel suo privilegiato discendente fra le care imagini del buon tempo antico, nell'antica cerchia della loro Firenze, fra la cittadinanza sobria, virtuosa, legittima, non ammorbata dai venturieri di gente nuova, non pericolata dalla “fellonia„ de' fattisi potenti ne' traffici, non sovvertita dalla feudal grandigia dei discesi dalle castella, e che forte di concordia e d'integrità portava alto il giglio tuttavia bianco del suo gonfalone: a Cacciaguida altresì, lo annunziargli l'esilio e presignargliene le vicende, dal suo macchinarsi nella Corte mondana di Roma, e poi attraverso alle agitazioni burrascose, lungo le stazioni più o men fide, tra le amarezze e i conforti, e le speranze ingannevoli, sino alla morte, che tutte le schianta, di Arrigo VII. A Beatrice, lo accompagnare i sentimenti che nel cuore di Dante si suscitano per quelle comunicazioni tra sè e l'onorando vegliardo, accompagnarli ella con cuore di donna, che le cure civili abbandona all'uomo, ma col trepido affetto le vigila; soccorrere ella al conturbarvisi di lui, e sorreggerlo e rialzarlo, con la superiorità dell'idea che essa rappresenta, e che a quelle cose contingenti sovrasta, come appunto l'idea ai fatti, l'eterno e il divino al transitorio e al mondano.
Quanto espresse e ripetute e variamente atteggiate menzioni ha il Poeta fatte del proprio esilio, altrettanto è nel Poema, non che scarsa, ma del tutto priva, e non che di espresse testimonianze, ma pur anco di allusioni, la sua vita civile fiorentina. Inutilmente vi cercheremmo traccia della sua partecipazione ai Consigli del Comune, sebbene di uno di quelli l'atto sopravvissutoci paia a noi oggi una gran cosa, perchè ci troviamo lui Dante opporsi che Firenze mandi aiuto di cavalieri alla crociata di papa Bonifazio contro i Colonnesi. Fu pel Comune ambasciatore: e dell'ambasciata sua a San Gimignano in servizio della Taglia Guelfa rimangono documenti; dell'altra a Bonifazio nell'autunno del 1301, testimonianze sicure: ma se quelli e queste non possedessimo, nulla ne avremmo potuto da parole sue argomentare. La soprastanza di lui all'addirizzamento d'una strada, che da Porta Guelfa doveva agevolare la venuta delle milizie di contado ad ogni chiamata de' magistrati per la esecuzione degli Ordinamenti di Giustizia, è da credere non fosse il solo ufficio in che egli si facesse solidale del reggimento popolare contro i Grandi, dai quali s'era staccato per voler essere appunto di popolo e di reggimento: ma il documento rimastocene, che con parole come queste, “via e porta fatte e messe, con grande caldo e spesa, per trattato e mossa della Signoria„, ci fa rilevare la importanza politica di tale ufficio, resa maggiore per averlo Dante tenuto nella primavera del fatale anno 1301, imminendo alla città la catastrofe di parte Bianca; non certo alcuna allusione, che da qualche verso dellaCommedianoi desidereremmo di poter collegare con quel documento. Come finalmente non meravigliarci che nel Poema non abbia trovato luogo qualche accenno al suo Priorato, e che sur una sì notevol pagina della vita di Dante non possiamo noi leggere una linea che sia di lui stesso, se non trascrivendovi,sulla fede di Leonardo Aretino suo biografo, quelle di una lettera perduta, a ogni modo bellissime, dove l'esule rivendica a que' suoi “infausti comizi„ e l'esserne egli stato degno per lealtà di buon cittadino, e l'essergliene derivate tutte le sventure che lo hanno percosso? E come non rilevare un po' crucciosamente, che il Poeta, il quale non fermò pur con uno de' suoi versi potenti questi solenni ricordi della propria vita, abbia invece, e in uno de' più fieri e concitati canti, quello de' Simoniaci e della dannazione predestinata ai papi Bonifazio e Clemente, abbia consacrate due intere terzine, e appostele formalmente come “suggel ch'ogni uomo sganni„, al fatto d'aver egli una volta, trovandosi “nel suo bel San Giovanni„, rotto un pozzetto del battisterio per salvare “un che dentro v'annegava?„
Vero è, bensì, che ai poeti non tanto sono da chiedere menzioni espresse de' fatti i quali abbian dovuto ispirarli, quanto imagini riflesse, che dai cuori più sdegnosi e più profondamente feriti, e come più i fatti son gravi e tragici usciranno più indirette ed oblique. Così è, forse, che lo avere, egli solo, in quel Consiglio del 19 giugno 1301 negato i soccorsi d'arme al Papa per le sue profane crociate. Dante lo ripensa scrivendo
Lo principe de' nuovi Farisei,avendo guerra presso a Laterano,e non con Saracin nè con Giudei,chè ciascun suo nemico era Cristiano....
Lo principe de' nuovi Farisei,avendo guerra presso a Laterano,e non con Saracin nè con Giudei,chè ciascun suo nemico era Cristiano....
Lo principe de' nuovi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin nè con Giudei,
chè ciascun suo nemico era Cristiano....
Così agli uffici del Comune, degnamente addossatigli e con fede sostenuti, egli non poteva in cuor suo non contrapporre, nell'atto di bollarle, col verso, le volgari ambizioni dei “non chiamati„, che “solleciti„ e da sè candidandosi, gridano “I' mi sobbarco„. E quando all'esule riappariva, in sogno tormentoso, la patria; quando i gradi da balzo a balzo del suo Purgatorio gli ricordavanol'erta di San Miniato, sopra Rubaconte, e le “scalee„ costruitevi da' buoni virtuosi vecchi, e appiè del monte “lungo il bel fiume d'Arno„ la “gran villa„, venuta a mano di “guidatori„ troppo diversi da que' suoi primi, di uomini che la santità de' civili ufficii profanavano con le frodi ne' libri di fede pubblica e nella misura delle biade (onde le famiglie poi “arrossavan per lo staio„); non credete voi che Dante, scotendo per tal modo da sè la sozzura di cotesta tralignata cittadinanza non affermasse e a sè medesimo e al mondo la integrità sua di cittadino, e non la gettasse in faccia a coloro che sotto la infame accusa di barattiere gli avevano rapita quella povera patria rimasta in loro balìa? E se veramente fu in Corte di Roma, ambasciatore de' suoi Bianchi, ne' giorni medesimi in che Bonifazio, dando ad essi buone parole, spingeva contro Firenze il prezzolato paciaro francese, e le preparava i furori fratricidi e le vendette di messer Corso; tra le ricordanze che l'eterna città ha impresse nel Poema, quali raccoglieremo con maggior sentimento, quali più intimamente collegheremo alla vita del Poeta, quelle espresse attinenti al giubileo e alle sue processioni lungo Ponte Sant'Angelo, o alla “pigna„ vaticana, o all'apparita di Montemario, ovvero quella tenebrosa imagine de' maneggi curiali, con la quale Cacciaguida gli predice appunto la storia di que' giorni funesti?
Questo si vuole, e questo già si cerca,e questo verrà fatto a chi ciò pensa,là dove Cristo tuttodì si merca.
Questo si vuole, e questo già si cerca,e questo verrà fatto a chi ciò pensa,là dove Cristo tuttodì si merca.
Questo si vuole, e questo già si cerca,
e questo verrà fatto a chi ciò pensa,
là dove Cristo tuttodì si merca.
E se, non dal proprio Priorato, ma da quello che fu ultimo di parte Bianca, entrato pel consueto bimestre il 15 d'ottobre e rovesciato il 7 di novembre del 1301, se è da questo, com'è certamente, desunto quello scherno “de' sottili provvedimenti„, pe' quali in Firenze “il filatod'ottobre non giunge a mezzo novembre„, noi non possiamo credere che il Poeta motteggiasse amaramente di quella magistratura priorale, senza che il pensiero e il cuore gli corressero col bimestre da giugno ad agosto del 1300, quando egli n'avea sostenuto il peso fra le gare ormai scoperte della città partita, e inutilmente al confinamento de' capifazione (che fu fatale col suo Guido) avevano egli e i compagni suoi tentato di saldare le piaghe di quella malsana compagine, inutilmente proseguire la difesa, già dai predecessori iniziata, delle giurisdizioni del Comune contro il Pontefice che con le teorie e co' fatti ne invadeva il terreno.
Vi hanno, del resto, nellaCommedia, luoghi, e sono de' più luminosi d'affetto e di poesia, dove tutt'altro che obliquamente e indirettamente, anzi con pieno abbandono alla passione che lo domina, il Poeta parla in nome del proprio passato; e quale egli fu nella vita, tale investe apertamente e violentemente la realtà delle cose. Anzi in cosiffatti luoghi è dove al personaggio ideale, al protagonista della fantastica azione, al viaggiatore pe' tre regni, si sostituisce il Dante vero, che non escogita artista, ma uomo sente e pensa e soffre, le cose che dice, che vive le atteggia nel verso, che del verso fa il grido dell'anima sua; e in quelle soggettive “digressioni„ (così egli stesso le ha chiamate) dal dramma oggettivo, in quelle inserzioni liriche alla materia e alla forma del Poema, in quelle sole, cessa il contrasto che è in tutto il rimanente dell'azione, e che potremmo chiamar cronologico; e che nella primavera del 1300, quando più Dante era mescolato e trascinato fra i commovimenti della vita civile, sotto quella data appunto egli rappresenti sè stesso in forma di convertito e penitente contemplatore delle cose eterne, dispregiatore delle “presenti„, “da esse tutto sciolto, e suso in cielo, con Beatrice, cotanto gloriosamente accolto„,ne' giorni ne' quali invece egli partecipò, più intensamente che mai in altri, alle agitazioni cittadine. Ma nel Sordello (cito quelle splendide liriche) nel Sordello, dove apostrofa, prima alla servitù e alle discordie d'Italia, evocando le grandi memorie della potenza e dell'unità imperiali di Roma; e poi alla sua Firenze, strascicandole attorno sarcasticamente il tributo dell'ammirazione dovutale per l'eccellenza de' suoi ordinamenti politici e per le virtù de' suoi cittadini, finchè dal cuore, che a quei sarcasmi crudeli si ribella, esce invece la imagine pietosa, che troppo meglio le si adatta, d'una povera irrequieta inferma; — ma nell'omaggio, pure ironico, al nome di Firenze, che di sè empie “il mare, la terra„, e “l'inferno„; omaggio, la cui ironia si spunta anche questa volta nell'amor cittadino, con l'augurio che il gastigo immanchevole della patria non amareggi al Poeta la vecchiezza infelice (“che più mi graverà com' più m'attempo„); — ma nell'Ugolino, dove delle dantesche invettive contro questa o quella città d'Italia, la più feroce impreca a Pisa ghibellina che la natura inorridita commetta agli elementi la vendetta dello strazio che nella muda della Fame fu fatto di lei; — in queste, vere e sublimi, liriche del grande Poema, come la favola e la scena e la data dell'azione scompaiono, così dal poeta emerge l'uomo; cessa ogni contrasto fra il sentimento reale di lui, e l'attribuitosi in quel dato momento dall'artista; trionfa insieme con l'arte, sopra l'arte forse, il cuore di Dante.
Ma il cuore di Dante è in più d'uno anche degli episodi, del tutto appartenenti al dramma, e aventi relazione storica, come il Carlo Martello, il Nino giudice, il Campaldino, alla sua giovinezza, così questi alle vicende tra le quali passò burrascosa, per entro alle quali naufragò, la sua vita civile: — è nella profezia di Guido del Duca, dove son ritratte le crudeltà di Fulcieri daCalboli, Potestà in Firenze in sul primo trionfo de' Neri, e feroce instrumento delle loro vendette (Fulcieri entrerà nella “triste selva„ cacciatore di lupi: ne mercanteggerà la viva carne, li trascinerà al macello: n'uscirà sanguinoso e disonorato: Firenze ne rimarrà diserta per secoli): — è il cuore di Dante nella visione che Forese Donati ha della morte di messer Corso, il maggior colpevole di quella “trista ruina„ (il superbo barone sarà trascinato dal cavallo, sul quale vorrà sottrarsi all'ira del popolo, e giacerà, là presso San Salvi, informe cadavere, “corpo vilmente disfatto„): — è dal cuor di Dante il furore col quale egli, nella ghiacciaia infernale, fa strazio di Bocca degli Abati traditore della bandiera fiorentina a Montaperti: — è dal cuore il grido che egli manda verso Firenze nell'incontro coi tre maggiorenti guelfi del primo e secondo popolo, quando alla dimanda se “cortesia e valore dimorano ancora nella nostra città„, come a' tempi loro, un cinquant'anni prima, soleva, egli risponde levando la faccia verso il mondo da dove è sceso all'Inferno, e apostrofa “Fiorenza te„, che “la gente nuova e i subiti guadagni„ hanno guasta; e a quelle sdegnose parole i tre, quasi invidiandone a Dante la rappresentativa efficacia, “guatâr l'un l'altro, com'al ver si guata„.
Se non che, quanto più e il cuore e il pensiero si discostano da quelli anni, ahimè gli ultimi, vissuti nella patria; quanto più Firenze, desiderata, sospirata pur sempre, lo è da più lungo tempo; tanto più fiero prevale nell'animo del Poeta un sentimento che tutti gli altri involge e tramuta, e che rimarrà come per tradizionecaratteristico di Dante uomo e di Dante poeta: il disdegno o, diciam meglio, il dispregio. Tale sentimento, del resto, fin dai primi canti del Poema, qualunque sia il tempo in che e' li abbia scritti, non che trapelare, trabocca da quell'anima, che forse anche senza l'esilio avrebbe respinto da sè molte cose; anche in patria, rispetto a molte, si sarebbe sentita, e fatta, anima di esule; anche se men duramente avesse sperimentati gli odii civili, avrebbe con eguale alterezza aspirato alla lode, che si fa dare da Virgilio, di “alma sdegnosa„; nè dell'ammonimento di lui avrebbe abbisognato, perchè sulla “cieca vita„ di troppi egli stesso dicesse a sè “guarda e passa„. Forse la famiglia avrebbe in patria ammansite o temperate certe sue selvagge energie: e il “lasciare ogni cosa più caramente diletta„, lasciarla per sempre, dovè disusarlo da quelli affetti, nei quali col declinar della vita, l'uomo acqueta la parte di sè più ribelle e più acre. Fieri affetti anche gli affetti della famiglia, in quei tempi, è vero: e un fosco episodio dell'Infernodantesco potrebbe quasi farci pensare, che se Dante rimaneva in patria, alla morte d'un suo congiunto, Geri del Bello, sarebbe stata affrettata la vendetta, vendetta di sangue. Ma come la ferocia di tali propositi, che il Poeta in cotesto episodio liberamente manifesta, non toglie la religiosità de' suoi sentimenti; così pure avveniva, che il focolare domestico alimentasse e cosiffatti odii efferati, e amori tenaci e profondi. E come la religiosità di Dante non solo informa il concetto organico dellaCommedia, ma ne atteggia tanti altri episodi ben da quello diversi, specialmente gli attinenti nel Purgatorio alla preghiera delle anime o alla loro redarguizione per voci o per figure; e vi colorisce imagini soavissime, quali le malinconie del tramonto elegiache, o la invocazione quotidiana della Vergine, “il nome del bel fiore„ (imagine e frase, nellequali il Poeta nostro può dirsi anticipi, dall'uso che già ne correva, la denominazione di Santa Maria del Fiore, molto più tardi pubblicamente decretata); così, dagli affetti domestici non avess'egli tratto altre ispirazioni che quella delle austere madrifamiglia de' tempi di Cacciaguida, favoleggianti alla culla le leggende di Roma; non altre imagini n'avesse colorite, che del più santo fra quelli affetti, l'amor di madre (la madre che sospira sul figliuolo infermo, o che al figliuolo pericolante soccorre col conforto pur della voce; — la madre che ignuda salva dalle fiamme il figliuolo; — la ninnananna delle mamme, che con gli anni delle loro creature conteranno, d'ora innanzi, gli anni, lieti od infausti, della vita propria; — il bambino che impara i primi affetti nel tendere le braccia alla mamma che lo allatta; — la lode del figliuolo “benedizione alla donna che in lui s'incinse„; — intristirsi gli affetti umani dove l'amore alla madre si spenga; — desiderare i beati la resurrezione de' corpi, non tanto per sè, quanto per rivedere corporalmente, prime fra i loro cari, le “mamme„; — la madre di Maria Vergine sentire anche nel cielo la sua privilegiata maternità); dico che basterebbe questo a farci pensare, che se la ideal Beatrice, la Beatrice teologica, era sua guida per le fantasticate sfere celesti, il ricordo di due donne lo accompagnava fra i dolori della vita: il ricordo della madre sua, il ricordo della madre de' suoi figliuoli. La retorica novelliera del Boccaccio, le saccenterie critiche odierne, su quella povera Gemma Donati, valgono le une l'altra.
Ma anche se rimasto in patria, e che nulla gli avesse disturbate le dolcezze di marito e di padre; non sappiamo, invero, tornando a lui come a cittadino, se tra i “lupi„ guelfi della sua città “guerreggianti l'ovile„, egli avrebbe proprio “dormito agnello„. Ben sappiamo, che l'affettuosa parola “vicino„, sinonima, nel linguaggiostatuale e comune d'allora, di “concittadino„, è, in più d'un luogo del Poema, cosparsa d'ironia antifrastica; alla quale fa dichiarazione troppo eloquente la sfuriata retorica di ser Brunetto contro le “bestie fiesolane„, che, padrone di lacerarsi fra loro, ma non devono toccare lui Dante, “pianta„ eletta, che, per miracolo, “surge nel loro letame„. E dall'un capo all'altro del Poema vediamo: dileggiati i Guelfi, e la loro Parte di Santa Chiesa, “la gente che dovrebbe esser devota„, e la cui devozione dovrebbe addimostrarsi nell'obbedire a Cesare secondo i precetti di Dio; — e rivendicata la sacra insegna imperiale dalle disoneste ambizioni dei Ghibellini, che sotto quella “fanno lor arte„. Sul Papato mondano e sulla Corte di Roma aggravarsi il più terribil flagello che mai abbia rotato mano di poeta; intorno alla figura di Bonifazio aggrupparsi dannate le altre dei Pontefici infedeli al ministerio spirituale; contro Bonifazio, su dal cielo San Pietro, non già “figura di sigillo su privilegi venduti e mendaci„, ma Papa vero ed autentico, pronunziare anatema di sede vacante; — e quello stesso Poeta, non solamente inveire, per la bocca augusta di Beatrice, contro le “pecore matte„ indocili e ribelli al Pastore, e verso “il Pastor della Chiesa che vi guida„ inculcare sottomissione cieca, ma dinanzi a Bonifazio, umiliato in Anagni, inchinarsi come a vicario di Cristo in passione, e sugli offensori imprecare la vendetta divina. Della Parte Nera, che lo ha cacciato, personificare in Corso Donati le scellerate passioni, lui costituire verso la patria il maggior “colpevole„, nella sua strage raffigurare la pubblica nemesi; sulla famiglia di lui, la sorella, la dolce Piccarda, ribadire la cognominazione popolare di Malefammi, “uomini al mal più che al bene usi„; — ma non perciò potersi dire del Poeta, “benigno a' suoi ed a' nemici crudo„, perchè della Parte Bianca, che pure fu sua, i Cerchicapiparte e' li accomuna coi Donati nel biasimo di “fellonia„ alla patria, la quale gli uni e gli altri avrebbe dovuti avere cittadini fedeli e concordi. Negli ordini della cittadinanza, dileggiare come inetta al governo la instabile democrazia artigiana, dopo essersi egli pure, sull'esempio e sotto gli auspicii di Giano della Bella, “raunato col popolo„; parodie romane sembrargli, nella persona d'un popolare, il valente giurista messer Lapo Salterelli, quei magistrati de' quali pure aveva nel Priorato e nei Consigli partecipato gli onori, il carico, i pericoli, e derivatone, insieme con cotesti uomini (fosser pure censurabili) che ora schernisce, l'esilio e la condanna nel capo; — ma non però rimpiangere il ceto de' Grandi dal quale si è scisso, non risparmiare nelle giustizie del Poema “quelle oltracotate schiatte„, e le loro magnatizie superbie scolpire nella figura di messer Filippo Argenti degli Adimari, diguazzante furioso, con una geldra di mascalzoni alle costole, nella “morta gora„ di Stige. Nell'esilio, travolto co' Bianchi, si mescola fra i Ghibellini: — ma gli uni e gli altri sono “la compagnia malvagia e scempia„; con la quale egli “è caduto in quella valle„; compagnia “tutta ingrata, tutta matta ed empia„, che gli è fieramente contraria, che gli fa più gravi le amarezze del “pane altrui„, più molesto “lo scendere e 'l salir per le altrui scale„, più increscevole la lontananza di quanto egli ha amato più caramente: e quando Bianchi e Ghibellini, strette insieme in uno sforzo disperato le armi, vengono sotto le mura della città, e sono respinti, ed è versato sangue loro; di fuggitivi sulle colline della Lastra e verso Val di Bisenzio; di prigioni, per opera di Fulcieri nel tetro Palagio del Potestà; Dante (rincresce il dirlo, ma è così) non riconosce nemmeno quel sangue de' suoi compagni di Parte: è questa, non lui, che “n'avrà rossa la tempia„: egli l'ha ormai abbandonata al “processo di sua bestialità„,la quale giungerà a tali estremi, che “a te fia bello (gli ha predetto Cacciaguida, e questa è in ultimo la sua bandiera) averti fatta parte per te stesso„.
I gratificatori a Dante del titolo di Ghibellino avrebbero dovuto ripensare nel Poema di lui almen questo verso anche prima che la critica storica, positiva, la critica degna di tal nome, non ghibellina nè guelfa, circondasse, come oggi fa, di caute eccezioni così quella come l'altra appropriazione a lui del nome di Guelfo. Il Guelfo Bianco, che coi migliori della città e dell'età sua difese le libertà del Comune contro la fazione Nera e le intrusioni della Corte di Roma, e fra quei contrasti (secondochè vien facendosi sempre più probabile) scrisse ilDe Monarchia, non aveva bisogno o, diciam meglio, non poteva consentire, di diventar Ghibellino, quando questo nome inchiudeva un altro, e anche più assoluto, assoggettamento di quelle libertà. Arrigo VII, l'imperator cavaliere, ultimo fra i Cesari medievali, la cui corona abbia qualche pallido riflesso di romanità, scendendo in Italia per quella corona, “parte guelfa o ghibellina non volea udire ricordare„: son parole d'un concittadino e compagno a Dante di parte e di morte civile, degnissimo; parole di Dino: e fu Arrigo VII l'Imperatore di Dante.
Così, senza più nessuno al suo fianco, attraversa il Poeta le solitudini dell'esilio sconsolate. Per quali paesi, lungo quali stazioni, noi non sappiamo così appunto come vorremmo: e troppe memorie del passaggio di quel glorioso, non sono che o un trascorso della retorica, o industrie d'erudizione, ovvero gentili inganni della tradizione, o delle ambizioni al natìo loco caritatevoli. Ma di due regioni italiche, le quali certamente videro passare l'“esule senza colpa„, Toscana e Romagna, — le signorie, i tiranni di questa, covo per covo, — le democrazie, o fosser ghibelline o fosser guelfe, di quella, lungo il corso dell'Arno dalla Falterona almare, — furono da lui, nel XIV delPurgatorioe nel XXVII dell'Inferno, retribuite alla medesima stregua. Tanto più preziose le vestigia della sua gratitudine, che sopravvive alla potenza di due grandi casate: Scaligeri e Malaspina. E se un altro palagio di Signori, ultimo suo “rifugio ed ostello„, non ha, nel Poema, eguale o fors'anche più affettuosa testimonianza, potè il buon Guido Novello, o egli medesimo esser testimonio del trovarsi ormai quasi “piene tutte le carte, ordite„ alle tre Cantiche, od anche tenersi pago che in quelle carte fosse già vergato il canto, pel quale il nome dei da Polenta è, nella colpa e nella morte di Francesca infelice, consacrato alla pietà di tutti i secoli.
I punti storici estremi toccati nelle allusioni del Poema, — la morte d'Arrigo nel 1313, quella nel 14 del papa “guasco„ e trasferitor della Sede, Clemente V; forse, la rotta dei Guelfi a Montecatini per Uguccione nel 1315; forse, una delle imprese di Cangrande nel 18 (e a ogni modo importanza di allusioni intenzionali non l'hanno veramente che quelle prime due, all'Imperatore e al Papa); — segnano altresì le ultime relazioni fra l'animo del Poeta e i fatti, nel cui torbido e irresistibile corso venivan trasportati i dolori cocenti e le fioche speranze della sua vita di esule aspirante sempre alla patria. Per l'impresa d'Arrigo ultimo imperatore italico, per la sede vacante alla morte del primo papa avignonese, non soltanto il Poeta si commosse, ma l'uomo operò: e alla storia di quelli avvenimenti appartengono, fra leEpistoleche vanno sotto il nome di Dante, le tre della cuiautenticità nessuno muove dubbio: ai Fiorentini, ad Arrigo, ai Cardinali italiani. Di là da quei termini, più nulla di concreto nelle figurazioni storiche del Poema dantesco. Dante non pensa altrimenti a sè nè ai nemici suoi: il suo pensiero (vero è di questo ciò che della vita sua non gli giovò farsi predire che sarebbe) “s'infutura, via più là che 'l punir di lor perfidie„. Egli, di là dal corso breve di poche vite umane, mira ai destini eterni e provvidenziali della umana società. Al Dante personale si sostituisce il moralizzatore e il taumaturgo: al suo sentimento, la sua missione; alle sue speranze, le allegorie; alle ire sue, le sue profezie: la selva della valle infernale, e le tre fiere; la selva del monte sacro, il carro, il grifone; il Veltro, e poi ilDux, e colui “per cui questa (la lupa curiale) disceda„. Si varcano i termini del tema propostoci. Ma la visione fantastica e la missione spiritale non cancellano in Dante l'umano, non dissuggellano l'impronta che le realtà della sua vita hanno apposto sull'opera dell'arte sua. Anche pervenuto al sommo di quella visione, anche rivestiti i caratteri di quella missione supremi, egli guarda pur sempre a Firenze, egli non dispera di vincere la “crudeltà che fuor lo serra„; e “sul fonte del suo battesimo„ vorrebbe cingere la doppia corona di poeta e di teologo. Così dalle ultime linee, per le quali egli è di fatto e come uomo vivo e vero nel “Poema sacro„, si leva un grido di non domato affetto verso la città sua, che egli non rivedrà più mai.
Signore e Signori,
Quando il secolo, che ormai tramonta, ascendeva la prima metà d'un cammino, che doveva esser così laborioso e pieno di tante mutazioni sulla faccia del mondo; e mentre l'Italia, schiava ormai insofferente, maturava fra le congiure e le rivolte, le prigioni e gli esilii, le fucilazioni e i patiboli, i suoi nuovi destini; uno de' suoi figli, uno de' suoi più grandi e de' più infelici, preparandosi per Santa Croce di Firenze il monumento a Dante (era il 1818), recava al “nobil sasso„ il tributo di quei dolori, di quelle lacrime, di quella speranza. E a Dante in nome d'Italia diceva: