GLI ARTISTI PISANI[12]

GLI ARTISTI PISANI[12]DIDIEGO MARTELLI

DIDIEGO MARTELLI

Donne gentili, cavalieri cortesi,

Fra le grandi scoperte di questo secolo ne è stata fatta una che si attaglia meravigliosamente al caso mio. Questa scoperta consiste nel pensare, come dall'alto di una piramide, si vedono le cose in modo assolutamente diverso da quando, dalla base si guarda di sotto in su. Difatti, ora che io mi trovo appollaiato su questo pinnacolo, sento tutta la responsabilità dell'opera, alla quale mi sono accinto; opera che mi pareva possibile quando ero alla base della piramide summentovata. Ora mi accorgo della pochezza mia, specialmente riflettendo agli illustri uomini che mi hanno preceduto, ed agli illustri che dovranno venire dopo di me. Io mi paragono ad un povero cantastorie orecchiante, ad uno zufolatore qualunque, messo al confronto dei più egregi contrappuntisti, dei divini strumenti di Paganini e di Sivori; piaccia alla bontà vostra che questo zufolo rusticano, non debba far la fine delli zufoli di montagna.

Dovendo dire dei grandi artisti, che nei primordi del risorgimento italico illustrarono e Pisa patria loro, e l'Italia tutta, io credo che si debba tornare, per così dire, un passo addietro, e mettersi bene in mente la situazione artistica, nella quale si trovava la società quandoessi sorsero, ed i fatti che li precedettero. Per questa ragione mi sono domandato, se quello che usiamo chiamare bizantinismo — parola che sta a rappresentare il disprezzo delle generazioni successive e più colte, per un'epoca di ignoranza e di barbarie — sia veramente un epiteto che torni a capello, e sia per conseguenza una storica verità.

Io francamente non lo credo. Quando un mondo intiero si rinnuova, è quasi una necessità psichica quella di dimenticare le vecchie pratiche, e le vecchie teorie. Mercè lo impulso di certe dottrine e di certi sentimenti dell'anima, nasce, fiorisce e si sviluppa una certa arte. Quando questa ha percorso il suo ciclo, quando, a tempi maturi e maturati, succedono albori e risorgimenti, generati da nuove idee, e più potenti di quelle antiche, necessariamente bisogna, per un certo tempo, dimenticare il vecchio, ricostruire una verginità dell'anima, e trovare forme inusitate che con le antiche non abbiano nulla che vedere. Se penso ai monumenti insigni della epoca bizantina, ai monumenti del quinto o sesto secolo, alla Santa Sofia di Costantinopoli, al San Vitale di Ravenna, al San Clemente di Roma, e cerco in quella età, così poco nota, così poco studiata, di raccorre tutti gli elementi che mi possono dare una idea della potenza intellettiva di quel tempo, io dalla meraviglia sono indotto a credere che il bizantinismo non significhi un'epoca di barbarie, ma piuttosto un'epoca di grandi e splendidi orizzonti, un'epoca eminentemente artistica.

Giorni sono io visitava la biblioteca Laurenziana, nella quale mi era guida amorosa l'amico e compagno Biagi, e trovavo là un codice, che porta la data del 586, ed è per giunta un codice siriaco. Ebbene, se voi vorrete fare, a comodo vostro, una passeggiata in quella insigne biblioteca, se voi vorrete gettare un occhio amoroso su codesto codice, vedrete in quelle miniature, nellequali manca affatto la bella arte della linea pura pagana, che vi si trova una intensità di sentimento tale, da dovere assolutamente riconoscere che chi dipingeva quelle pagine era un artista, ed un artista potente.

Però non si può disconoscere il fatto storico che angosciava quell'epoca e che si sovrappone alle dispute ed alle sottigliezze dei bizantini, alle aspirazioni ed alla costituzione di tutto il mondo cristiano avvenire; e questo è il rovesciarsi che fecero i barbari incolti sulle nostre contrade, seminandovi la desolazione e la morte.

Ho segnato qui (negli appunti) un brevissimo cenno delle condizioni d'Italia nel 566, e negli anni successivi. Ebbene, nel 566 una orribile pestilenza affligge e diserta quasi la Italia intiera. L'esterminio fu tanto che in alcune città non si vedevano più uomini; solo vagavano cani erranti, in cerca di qualche rimasuglio di cibo. Le messi non furon raccolte, le vendemmie non furono fatte, per mancanza di braccia, e perfino gli animali delle stalle rurali erravano pei campi, perchè non avevano più padrone. Nel 568, come se questa peste fosse stata poca, calarono i Longobardi, e capite che da una peste come quella descritta ad una invasione di Longobardi poca differenza poteva esserci. Nel 569 la carestia infuria, nel 570 una epizoozia orribile attacca gli armenti, cagionando anche negli uomini malattie tremende, fra queste il vaiolo; nel 589 spaventevoli inondazioni funestano l'Italia. Il Tevere straripa, fa guasti di ogni natura; a Verona l'Adige dà di fuori allagando mezza città, dissolve ed impaluda quelle che prima erano fertili contrade, impaludamento aiutato dalla gelosia de' nuovi venuti, e dalla necessità di difesa dei Veneti, rifugiati nelle isole della laguna; e per giunta alla derrata, stormi di cavallette, curiose invasioni di topi, portano dovunque la desolazione a tale, che gli abitanti della etrusca Roselle sono costretti ad abbandonarla,sopraffatti dalla loro molestia. Comprendete che in queste angustie se il sentimento artistico, che pure è forte in alcuni monumenti di quell'epoca, non fosse stato potentissimo, se quella fosse stata un'epoca di vera, di assoluta decadenza, se non ci fosse stato uno spirito nuovo che animava le menti di quegl'infelici, allora si sarebbe proprio potuto dire “Finis Italiæe„ come disgraziatamente è stato detto, in tempi più moderni “Finis Poloniæ„.

Orbene, appena dopo la invasione barbarica si comincia a riorganizzare una forma qualunque di società e di governo, appena si cominciano a raccogliere, per quanto non abbondanti, le messi, dall'ottavo all'undecimo secolo quest'arte si affina, si evolve, si educa, prende forma più gentile e più bella, e abbiamo nel mille una vera efflorescenza artistica. Nel 1071 nasce il San Marco di Venezia, nel 1013 si costruisce per opera del vescovo Ildebrando di Firenze il nostro bel San Miniato al Monte, preceduto dal Duomo di Fiesole e dalla Badia d'Arezzo. Cento e cento sono i monumenti che sorgono e nei quali voi, che siete certamente di buon gusto, non potete negare che una importanza immensa, una immensa potenza rivela il sentimento artistico che li creava; basti nominare fra tutti, da un capo all'altro d'Italia, e il San Marco di Venezia, vero splendore della civiltà cristiana, e l'abbazia di Monreale, monumento insigne, emulo e rivale di quello.

Leggendo di questa celebre abbazia, di questo grande monumento, trovai notato ch'esso è costruito su di una base perfettamente decimale, cioè in modo tale che tutte le proporzioni della basilica sono rappresentate da una funzione di numeri decimali. Vedete che in quell'epoca, che pare così trascurata, non solo la pianta, ma l'alzato eziandio, corrispondono a leggi non esclusive di architettura, ma di numero e di prospettiva. Sicredeva e si riteneva, in que' tempi, quello che veramente si deve credere, cioè che l'architettura non è un aggruppamento di masse più o meno con gusto accomodate, come da un tappezziere si accomoda una sala qualunque, ma è veramente una sapiente armonia, una armonia che non ha nulla di differente, nella sua essenza, dalle armonie che si sprigionano dalle sapienti composizioni de' grandi maestri musicali; si può dire che una grande cattedrale, costruita su codesti principii, eguaglia una splendida sinfonia di Beethoven.

L'architettura, dice Victor Hugo, è il vero linguaggio dei tempi che precedono la stampa, ed è per questo che io principalmente di architettura ho voluto cominciare a parlare. Ma se un'arte è potente è egli mai possibile che le altre giacciano nella abiezione della ignoranza? Una cosa è conseguenziale dell'altra, lo scibile si svolge multiforme ma parallelo. In una certa raccolta cromolitografata di monumenti delle province meridionali che si conserva nella biblioteca Marucelliana, fra le altre cose ho trovato un dipinto che appartiene all'undecimo secolo, e rappresenta precisamente Cristo, il quale salva l'adultera dal supplizio. La figura dell'adultera è concepita in un modo, che si potrebbe oggi dire assolutamente moderno. Questa donna guarda il Salvatore, tranquillamente seduto e riguardante lei, con l'aria di chi non si rende ben conto della situazione nella quale si trova. Si comprende in quell'atteggiamento tutta la storia della nuova evoluzione del pensiero. Quella donna conosceva la legge del suo paese, essa era rea confessa, quindi sapeva la morte che l'attendeva; la parola che l'ha salvata non è un vecchio cavillo di giurista o di scriba, è una parola nuova che ha paralizzato tutti quanti. Ai lati si vedono i farisei andarsene guardando torvi il Cristo, come se dicessero “Oggi ci hai assolutamente sconfitti, ma ci rivedremo a suo tempo„;essa invece guarda Gesù e lo guarda in modo, come dire “O che affare è questo?„ C'è un sentimento intimo in quella espressione. Ora questo sentimento di intimità, che è potente nell'arte nostra moderna, e costituisce forse l'unica gloria dell'attuale nostro risorgimento artistico, i bizantini lo hanno posseduto e lo hanno posseduto molti secoli prima di noi. Da questo voi vedete che il bello dell'arte bizantina non va cercato nella esatta proporzione, nella ritmicità dell'arte greca, o greco-romana, che deriva dal solo ed esclusivo sentimento della forma, mentre in questa deriva da un sentimento dell'anima. Noi dobbiamo concedere che essa è un'arte grande, la dobbiamo studiare, e credo di potervi star garante, o signori, che quanto più osserverete le cose di quel tempo vi troverete un gran diletto ed una grande fonte di delizie artistiche.

Leggendo più qua e più là, mi avvenne di trovare questo modo di definire la bellezza, modo esposto da un frate, che ha avuto fama ed ingiustamente di essere nemico delle arti. Questi è frate Girolamo Savonarola che passa quasi per un iconoclasta per i suoi celebri auto-da-fè; se il monaco ferrarese non sentiva l'arte nuovamente pagana, non per questo era meno artista nel suo concetto, e ve lo dice egli stesso con la sua propria bocca in una predica della quale vuo' leggervi un brano.

“Dimmi (sono sue parole) vorrei sapere cosa è bellezza; la bellezza non consiste solo nella formosità di una parte del corpo, ma è una qualità che risulta dalla proporzione e corrispondenza delli membri e delle altre parti del corpo. Non dirai che la tal donna è bella per avere uno bello naso o belle mani, ma quando ci sono tutte le proporzioni. Donde viene questa bellezza? Se vai investigando, troverai che è dall'anima.„

Voi vedete dunque, o signori, che questo mio sentimentoera diviso da un grande uomo e grande pensatore già qualche secolo fa!

Passiamo ora a Pisa, giacchè a Pisa dobbiamo venire.

Questa città, o che abbia come alcuni vogliono origine pelasgica o come altri credono ellenica, è sempre fondata da colonie che discesero dalle pendici dei monti dell'Ellade, da remiganti che partiti, in cerca di fortuna, dalle foci dell'Alfeo giunsero alla imboccatura dell'Arno. Quindi fino da' suoi primordi si può assicurare esser questa città di razza forte e gentile. A tempo degli Etruschi, Pisa tenne posto onorato e grande; certamente i suoi navigli quando i Tirreni toscani dominavano, non solo il nostro mare, ma si spingevano fino alle coste della Spagna e dell'Affrica, con alterne vicende furono o alleati o nemici dei Fenici di Cartagine, e tennero alto il nome loro e della loro città. Colonia Giulia ai tempi di Augusto, fu prediletta da Nerone, che la insignì di grandi e cospicui mutamenti, finchè nel 542 fu schiacciata dopo aspra difesa dalle orde dei Visigoti. Pur tuttavia Pisa resiste, e fino dall'epoche più tenebrose del medio evo italico, noi la vediamo costituita come città celebre ed illustre. Nell'ottavo secolo il diacono Paolo legge di grammatica in Pavia e diventa tutore di Carlomagno, che seco lo porta alla sua reggia di Francia, dove è riconosciuto, dal monaco Alcuino, l'altissimo merito di costui. Alle crociate i Pisani presero sempre nobilissima parte, e papa Eugenio III di casa Paganelli, benedettino ed amico di san Bernardo, fu pure pisano. Nel 1017 papa Benedetto mandava legati a Pisa per eccitare i Pisani a cacciare i Saraceni dalla Sardegna; ed i consoli, insieme al vescovo Lamberto de' Lanfranchi, col consenso del popolo, deliberarono di partecipare alla impresa purchè fosse loro consegnato il vessillo di san Pietro. Nel 1114 livediamo partire per la conquista delle Baleari, ed al Duomo pisano poco dopo mettevano una porta trasportata da Maiorca, trofeo glorioso della loro vittoria. Questa loro campagna fu cantata in esametri, abbastanza degni di questo nome, da un monaco di nome Lorenzo da Verna, nel 1188. Avendo i Pisani in quell'epoca molti e frequenti contatti con Costantinopoli, incaricarono Burgundio, uno de' loro maggiorenti, che mentre andava a ratificare una pace con quello imperatore, verso il 1135, portasse seco il codice delle Pandette che fu il primo codice di leggi romane ritornato in Italia. Esso dal greco lo tradusse in latino, come tradusse in latino le opere di Galeno, tantochè a questo benemerito fu posta sul sepolcro, ancora esistente nella chiesa di San Paolo a Ripa d'Arno, una iscrizione enumerativa delle sue virtù nella quale, non a torto, è chiamato “Doctor doctorum„.

E nell'anno 1202incipit liber Abbaci compositus a Leonardo filio Bonacci. Questo antico Abbaco, è nulla di meno che la introduzione del calcolo a cifre arabiche o indiche nelle matematiche, e nell'uso comune. Voi capite che, a quell'epoca, una scoperta di cotesto genere equivaleva senza forse alle future glorie del cittadino pisano Galileo Galilei. Finalmente, quando dalla bassa latinità dei tempi scaturisce il nuovo fiore della lingua nostra, nel 1295 troviamo in bellissimo italiano scritto un trattato di pace con Elmiro di Momino re di Tunisi, nel quale si assicurano franchigie e rispetto per terra e per mare ai cittadini della repubblica pisana. Ve ne leggo un piccolo brano perchè questo brano dà una esatta idea della vastità dei domini di Pisa. Ivi al capitolo,

“De l'isule de' Pisani.

“Lo quale dominus Parenti disse e ricordone lo confine delle terre loro le quali messe sono in questapace e le quali sono in terra ferma et grande, cio este dallo Corbo infine a Civitavecchia et l'isule le quali sono in mare, ciò este tutta l'isula de Sardinia et castello di Castro et isula di Corsica et l'isula di Pianosa, d'Elba, et l'isula di Capraja e l'isula di Gorgona e l'isula del Giglio e l'isula di Monte Cristo.„

Pure in buon volgare è scritto un diploma di Arrigo re di Gerusalemme e di Cipro, che concede consolato ed esenzioni ai Pisani nel 1291.

Queste erano le condizioni di Pisa dal decimo al tredicesimo secolo, nel quale resistè con diciotto anni di guerre maledette contro la lega guelfa toscana, sussidiata dalla rivale sua Genova. Voi vedete che è già molto che una città che, dopo tutto, conta un numero di abitanti assai limitato che la maggior parte del suo territorio possiede in terreni di conquista, possa in un solo momento raccogliere tanta virtù, potenza e civiltà. Difatti, quando l'impresa di Palermo contro i Saraceni fu condotta a termine, fortunatamente, sorge il gran Duomo, la grande primaziale di Pisa.

Prima di questa già esistevano varie altre chiese più antiche ed aveva Pisa la sua cattedrale nel San Paolo a Ripa d'Arno. In questo noi troviamo il germe, il principio della futura costruzione del Duomo, come in un'altra piccola ed elegante chiesa di Diotisalvi, nella chiesa del Santo Sepolcro, troviamo il germe e l'origine del bel San Giovanni.

Buschetto, che fu l'autore del Duomo, si crede da alcuni che possa non esser pisano; però è molto controversa la cosa, perchè da un certo verso nel quale accenna a Dulichio, ma nel quale si allude anche alla ingegnosità di Ulisse, non si capisce bene se si voglia dare questa isola greca come patria a Buschetto, o se si voglia fare allusione alla sagacia con la quale seppetrovare gli ingegni, difficilissimi per quei tempi, con i quali potè erigere una mole sì vasta.

Il Duomo di Pisa, come tutte le chiese di quel tempo, è per la maggior parte costruito con materiale raccolto dovunque, da edifizi preesistenti. La leggenda vuole che i Pisani dalle loro conquiste portassero quelli immensi blocchi di granito e di marmo. Io propendo a credere, e posso dire, secondo anche il parere di un pisano molto amante delle patrie antichità, l'eruditissimo Pelosini, che questa arte nuova, che non avea più nulla che fare col vecchio, si servisse dei ruderi degli antichi monumenti come di materiale pei nuovi; però, se voi guardate quanta grazia, quanta sveltezza esiste nel modo di combinare quelle arcate, su colonne di diversa grandezza, di accomodare a quelle capitelli di diverso tipo, troverete che se l'architettura non è più la classica, la vecchia architettura pagana, pur tuttavia è certamente una razza greca o derivante dall'Ellade, quella alla quale era dato inalzare, col sentimento rinnuovato e cristiano, un monumento di squisita eleganza come il Duomo di Pisa.

Accanto al Duomo sorse, pochi anni dopo, il San Giovanni, opera di Diotisalvi. A metà della costruzione mancarono i danari; i Pisani non vollero però che il lavoro rimanesse a mezzo, e si quotarono, con una quotazione volontaria, di un soldo d'oro a famiglia. Questo avvenimento ci giova per avere una idea della potenza della popolazione di Pisa, poichè ci resulta che trentaquattromila famiglie danno un minimum di centocinquantamila abitanti nella città. Voi vedete che per una città medioevale, centocinquantamila abitanti, raccolti in trentaquattromila famiglie che volontariamente potevano spendere un soldo d'oro, il numero non è piccolo, e vi dimostra che Pisa era uno dei più grandi empori del Mediterraneo d'allora.

Grande ammiraglio della flotta pisana, non solo, ma anche di tutta la flotta della terza crociata, era lo arcivescovo Ubaldo de' Lanfranchi; nè sembri strano che l'arcivescovo comandasse codesta spedizione, poichè siamo appunto nell'epoca la quale coincide con quel risveglio della latinità, che ebbe pei primi rappresentanti i vescovi, a quel momento della nostra storia che Giuseppe Ferrari chiamarivoluzione dei vescovi, la quale precede larivoluzione dei consoli. Ebbene, questo fiero arcivescovo, giunto alle coste della Palestina e sbarcato, seguitò gli eserciti di terra comandati, come sapete, da Barbarossa, da Riccardo Cuor di Leone, e da Filippo Augusto re di Francia, e sul Calvario pose la sua tenda. In quel luogo santo per la memoria del Redentore, ebbe una artistica e religiosa idea, pensò che le sue navi eran da tanto che avrebbero potuto trasportare in patria quanta di questa santa terra fosse stata necessaria, perchè i Pisani potessero riposare in quella il sonno della morte custoditi come da una preziosa reliquia.

Alla idea tenne dietro e pronta l'esecuzione; furon caricati i navigli onerari della flotta pisana; nè poco potenti dovevano essere se si accinsero a tanta impresa; e la terra che fu bagnata dal sangue del Giusto fu trasportata nel Camposanto di Pisa.

Reliquia così grande e così singolare doveva essere per certo custodita con molta cura; ed infatti ad un grande artista capitò la fortuna di eseguire la bella commissione, e la santa reliquia ebbe pure la fortuna di trovare un artista degno di lei; per cui nacque l'occasione di uno dei più bei monumenti che mai si potessero immaginare. Infatti se, conosciutene le origini, pensate al Camposanto di Pisa, opera di Giovanni di Niccola Pisano, voi probabilmente sarete con me nel convenire che quel Camposanto ha veramente la forma di un cofano. Ricordatevi dei cofani preziosi lavoratinel tredicesimo secolo, rammentatevi la forma oblunga e semplice del Camposanto pisano, la intonazione di quelle mura rivestite di verrucano, simile all'avorio ingiallito, e troverete che veramente all'esterno esso è tutto semplicità, è come una cassetta nella quale è stato posto questo grande gioiello. All'interno invece il monumento si sviluppa in vaghissimi loggiati; la gemma che si voleva custodire, che si voleva onorare come santo ricordo, non doveva avere esteriorità, era cosa intima, era dell'anima; perchè il sacrato costituito dal rettangolo della terra portata dalla Palestina sta esposto al sole ed ivi fioriscono le primavere, nè ha tettoia come l'hanno i loggiati che lo inghirlandano. In codesto esempio di architettura, come nella loggia dell'Orsanmichele di Firenze, vediamo già gli archi tondi, combinati con parecchie curve che formano l'ogiva; caratteristica specialissima dell'architettura pisana, ed anche in parte dell'architettura fiorentina; la quale non ha mai il sesto acuto gotico schietto ma sempre addolcito e modificato.

Questi i principali architetti ed i più illustri; insieme ad essi Bonanno, autore del campanile, che lavora insieme con Guglielmo d'Innspruck, frate domenicano.

Io non ho tempo nè voglia di farvi dettagli minuti su ciò che vi ho descritto; si possono citare dei passi di uno scrittore, le opere d'arte bisogna vederle.

Accanto a questi artefici delle grandi masse e delle grandi linee, riesciti perfetti, ci sono gli artisti del pennello e dello scalpello e quindi i grandi nomi di Giunta da Pisa, di Niccola Pisano, di Giovanni suo figlio, di Andrea da Pontedera, di Nino di Tommaso figlio di Andrea. Questi sono, ed è naturale, i più conosciuti. Però per quanto si sappia e si creda che il Giunta, amico com'era di frate Elia edificatore del San Francesco di Assisi, certamente vi dipingesse, ciononostanteper la gelosia de' Fiorentini, che volle a Pisa togliere ogni gloria in un certo tempo, si contestano a lui molte di quelle pitture attribuendole a Cimabue. Allora la cosa poteva andare, ma oggi che vivaddio ci sentiamo tutti Italiani, non ci importa se l'architettura o la pittura prime risorsero o a Pisa, o a Siena, o ad Arezzo, o a Firenze; rinacquero certamente e risorsero in Italia e ci basta.

Del resto il Giunta fu un grande pittore, e probabilmente iniziò Cimabue nell'arte sua. Nei pressi di Pisa abbiamo una antichissima chiesa forse del nono secolo, il San Piero in Grado. Essa fu costruita usando colonne e capitelli greci e romani, col materiale avventizio che probabilmente si trovava, come abbiamo detto, sparso nei dintorni di codesta località; certo che a quella chiesa i Pisani dovevano dare molta importanza, perchè la leggenda che a quella si collega che narra come san Pietro stesso, navigando per Roma, fosse da una tempesta gettato a codesto lido, e che quivi consacrasse la pietra dello altare, gli attribuisce un carattere molto nobile; di più, questa era la chiesa del porto, e le chiese dei porti in tutti i tempi ed in tutti i porti sono state inalzate con grande magnificenza e custodite con grande riverenza.

La chiesa del porto pisano è anteriore al San Paolo ed è la più grande e la più bella che i Pisani avessero prima del Duomo. Questo è un esempio singolarissimo — sul quale un nostro povero amico, Emilio Marcucci, grande indagatore delle cose di quell'epoca, si affaticava — della pittura murale, che costituisce parte integrante della architettura dello edifizio. Infatti la chiesa di San Piero in Grado, non è, come molte altre chiese posteriori, decorata di pitture murali, distese come arazzi simili a quelli che ornano le pareti di questa sala, delle grandi dipinture cioè che vanno da uno zoccolopoco rilevato dall'impiantito, del monumento che si vuole abbellire, fino alla vetta. La chiesa di San Piero in Grado ha gli archi policromi rossi e bianchi, ha fra gli archi delle decorazioni a colori, sopra la linea degli archi, dei piccoli tabernacoli disegnati con incipiente prospettiva, dentro i quali una sfilata con le immagini policrome di tutti i papi.

Sopra questa, un'altra piccola decorazione a rilievo (sempre dipinta), e, sopra, un'altra grande decorazione a scompartimenti, come generalmente si vedono ovunque, rappresentanti le storie del martirio di san Pietro; dopo queste, salendo, un ordine di finestre e di archi dipinti che non combinano nemmeno con le luci vere della chiesa; ed in queste finestre finte, che costituiscono un ordine di pilastri ed archi policromi vaghissimo, sono accuratamente dipinti gli impostoni di legno ora chiusi ora aperti ed ora socchiusi, e da questi ultimi fan capolino degli angeli, che dal di fuori al di dentro guardano nel Santuario; motivo graziosissimo quanto mai. Questo modo di decorazione è importante per questo, che senza le dipinture la chiesa mancherebbe della principale sua architettura. Questo è un principio generale, contrario a quello degli architetti moderni, che quando hanno costruito una mole qualunque chiamano il primo imbianchino che capita perchè ne faccia quello che li pare (e ciò sia detto fra parentesi).

Di Niccolò Pisano si è voluta impugnare la patria, inquantochè si è trovato un documento delli 11 maggio 1266 nel quale si dice che fra Melano, operaio del Duomo di Siena,Requisivit magistrum Nicholam Petri de Apulia, e siccome fu esso chiamato da re Carlo d'Angiò nel regno di Napoli, dove molte tracce del suo sapere lasciava, si è voluta rivendicare questa paternità alle provincie meridionali, e dalle parolede Apuliadesumere che fosse pugliese anzichè pisano. Però il dottocav. Fanfani Centofanti di Pisa, cercando ha trovato, che Pulia si chiama un sobborgo meridionale della città di Lucca e che esiste una Pulia, borgata Aretina, per cui è probabile che questo nome di Pulia venga da un luogo prossimo a Pisa o per lo meno toscano.

Che le opere principali di Niccolò siano fatte a Pisa, e che abbia vissuto in Pisa, risulta da molti documenti nei quali esso stesso si confessa pisano; esso dice, facendo delle ricevute all'operaio del Duomo di Siena: “Ricevuto pel pergamo io Niccolò Pisano della cappella di San Blasio„ determinando anche la parrocchia ove teneva domicilio. Del resto poi la dicitura Petri de Apulia potrebbe significare che non lui ma il padre suo Pietro fosse di Pulia. Lasciamo andare, è uno dei più grandi artisti che siano mai stati per la forza del sentimento. Le opere che fece sono moltissime.

Trovo qui negli appunti che nelle ricevute fatte da lui dal 26 luglio 1267 al 6 di novembre 1268 a fra Melano operaio del Duomo di Siena che per ben tre volte si sottoscrive: “Ego magister Nicolus olim Petri lapidum de Pissis popoli Sancti Blasii.„

Egli oltre il pergamo del Duomo di Siena fece quello del San Giovanni di Pisa, l'Arca del San Domenico di Bologna, lavorò nel 1225 una Deposizione dalla Croce nel San Martino di Lucca, una Madonna con San Domenico per la Misericordia di Firenze e come architetto concepì e diresse i lavori del convento e della chiesa dei Domenicani di Bologna, del palazzo degli Anziani di Pisa, che era dove ora è la scuola normale, sulla piazza de' Cavalieri, fece in Pisa la chiesa e il campanile di San Niccola, la chiesa del Santo a Padova, il San Jacopo a Pistoia, la Santa Margherita a Cortona, la chiesa de' Frari a Venezia e la elegantissima nostra Santa Trinità. Ad Orvieto, coadiuvato da fra Guglielmo, scultore dell'ordine dei Domenicani, lavorò i bassorilievi delDuomo, circa i quali il padre Della Valle, scrittore dell'epoca barocca (e questo va tenuto a mente perchè i barocchi dispregiavano le sculture de' tempi primitivi), si esprime così: “E il marmo dei due bravi Pisani maneggiato con grande eccellenza mi parve parlante, imperioso.„

Questo imperioso io lo trovo bellissimo, inquantochè prova come questi artisti, ad onta della differenza del secolo nel quale lo scrittore parlava di loro, fossero così potenti da imporsi, tanto imperiosamente, che la differenza di scuola non influiva affatto perchè fosse giocoforza riconoscerne la eccellenza. Ora quest'arte che s'impone, che, attraverso i secoli ed i gusti, rimane sempre eccellente, bisogna convenire che è l'arte perfetta, grande per quella virtù dell'anima che il Savonarola ci dice.

Giovanni lavorò quanto il padre, e forse più; fu, come già vi ho detto, l'autore del celebre chiostro del Camposanto di Pisa, lavorò con Andrea e Nino a quel gioiello che è la chiesa di Santa Maria della Spina; e qui voglio affacciare alla mente vostra come le memorie della passione di Cristo e della redenzione del genere umano, si colleghino alla vecchia storia delle crociate pisane. In questa chiesa della Spina si conserva la reliquia di una spina della corona posta in capo a Gesù Nazareno portata anch'essa di Terra Santa, e da questa tradizione si inspirò la bella statua della Madonna che al bambino Gesù, che tiene in collo, porge una rosa. L'arca altare di San Donato in Arezzo è pure lavoro di Giovanni Pisano, e vorrei che voi poteste vedere il restauro e la interpretazione di codesto lavoro fatto dal già rammentato mio amico Marcucci, per capire a quale eleganza sarebbe arrivata quell'opera che rimase incompiuta nelle mani dell'artefice pisano. A quest'arca insigne con Giovanni Pisano lavoraronodegli artefici tedeschi, che poi andarono al servizio di papa Bonifazio VIII, che se ne servì lungamente in varie opere, che ora è inutile stare a descrivere. Questo però vi faccia capire come l'arte avesse carattere universale e di una continua corrispondenza di idee da un capo all'altro di Europa. Quando avessi occasione di parlarvi dei primordi dell'arte in Germania, vi farei vedere come l'arte nostra è stata trasportata colà: ci sono alcuni monumenti, alcune sculture che dimostrano questa parentela, questa frammassoneria del genio che dilaga dalle nostre sponde in tutti i climi ed in tutti i paesi.

Nel 1283, Giovanni, chiamato da re Carlo a Napoli, edifica il Castel dell'Uovo; nel 1302 lo vediamo a Carrara per provvedere i marmi per il pulpito nuovo del Duomo di Pisa, assiste alla loro estrazione e ne cura lo imbarco alla spiaggia. Nel terzo pilastro del lato meridionale della Primaziale di Pisa si legge:In nomine Domini amen. Borgogno di Fado fece fare lo perbio nuovo lo quale è in Duomo cominciati corente ani Domini 1302 fu finito in ani Domini corente 1311 del mese di Diciembre.

Pur tuttavia per una scoperta fatta nel 1865 di una iscrizione nello zoccolo dell'ultimo pilastro a destra della facciata del Duomo dove si legge: †Sepoltura Guglielmi magistri qui fecit pergum Sancte Marie, si crede che non sia opera originale di Giovanni Pisano il pergamo di Pisa. Questa opinione però è contestata da dei fatti: primo il carattere della detta iscrizione che non è dell'epoca di Giovanni Pisano, e poi se è detto che Borgogno fece fare un pulpito nuovo pel Duomo, ciò indica che ce n'era uno vecchio; nè è possibile che una chiesa, finita già molti anni avanti, fosse priva del pergamo. Quindi, o che l'autore del vecchio pergamo fosse questo Guglielmo o che la parolapergumvada interpretata diversamente, certo si è che, guardando ai resti, si riconosce evidentissima la maniera scultoria assoluta e decisa di Giovanni Pisano. Questo pergamo fu disfatto e rovinato dopo che la cattedrale di Pisa ebbe a soffrire d'incendio nel 1596, incendio terribile al quale dobbiamo se si persero le belle porte antiche che decoravano la facciata. Le origini di questo incendio furono identiche a quelle che hanno incendiato il Duomo di Siena recentemente. Una padella di stagnino, destinata a servire per i restauri del tetto di piombo, attaccò il fuoco alle travi e fu cagione di questo grave disastro. Però, come il pulpito di Niccolò a Siena, così questo di Pisa ebbe la fortuna di rimanere illeso dai rottami che cadevano dal tetto. Quello che il fuoco non aveva fatto lo fece però la insipienza dei preposti dell'opera in tempi posteriori; il pulpito fu disfatto perchè incomodo, disperse molte sue parti e con alcune rabberciato come oggi si vede. Si deve ad un bravo uomo di Pisa, Giuseppe Fontana, intagliatore amantissimo delle glorie artistiche della città sua, se con una pazienza da benedettino è andato cercando più qua e più là nei giardini privati e nel Camposanto urbano tutte le parti del vecchio pulpito. Queste parti ci sono, esso le ha misurate, sono proprio quelle, le ha rimesse insieme e facendo la proporzione in diminutivo, costruì in legno di sana pianta il modellino del pulpito come esso dovrebbe essere; e se voi andando a Pisa visitate la interessantissima pinacoteca del comune che i Pisani tengono però abbastanza male, troverete il modello di codesto pulpito; vedrete che è una delle più belle concezioni dello spirito degli architetti e scultori pisani. Lì, come in tutte le altre opere loro, l'anima si eleva meravigliosamente, e crea delle linee d'insieme d'una eleganza superba.

Quando Niccola e Giovanni avevano già empito ilmondo della loro fama, ser Ugolino, figlio di Nino tabellione di Pontedera, battezzando il figlio col nome di Andrea, segnò la nascita del capostipite di una famiglia di artisti poderosissimi. Esso lavorò, come ho già detto, alla chiesa della Spina, costruì il castello di Scarperia, andò a Venezia e lavorò a varie statue del San Marco e prese parte come ingegnere alla costruzione dell'Arsenale. Prima del 1316 modifica e munisce la cinta delle mura di Firenze e ne costruisce il pezzo che da Porta a San Gallo andava alla Porta al Prato, edifica il torrione della Porta San Frediano, da dove miseramente dovevano dopo, in tempi più funesti, transitare i prigionieri della patria sua. Fu amicissimo di Giotto, mandò per suo mezzo una croce di bronzo al papa ed ebbe quindi, e forse per l'eccellenza di codesto lavoro riconosciuto dai Fiorentini, l'incarico della costruzione della porta maggiore del Battistero fiorentino, alla quale lavorò per ventidue anni. Essa è quella che guarda ora il Bigallo, gareggiando per lo ingegno e per la bellezza, con quelle di Lorenzo Ghiberti. Nel 1317 lavorò a Pistoia, servì Gualtieri duca d'Atene in molte costruzioni e forse anche nel Palazzo Vecchio nostro, ma non per questo cadde in disistima dei Fiorentini, che anzi continuò ad essere, anche dopo la famosa cacciata, uno dei loro capimaestri; tantochè non solo gli dettero la cittadinanza, ma a settantacinque anni quando morì, lo seppellirono onorevolmente in Santa Maria del Fiore.

Fu ad Orvieto e vi scolpì una parte dei bassorilievi della facciata, lavorò alla facciata del Duomo di Siena ed alle formelle del campanile di Giotto; io vi suggerisco di non passare davanti al Duomo senza gettare uno sguardo su quelle formelle, quasi dimenticate, dove voi vedrete specialmente in certe figure rappresentanti l'Architettura e la Matematica, una tale intensità disentimento, una tale giustezza di movenze dalla quale vi sarà dato arguire quale eccellente artista egli fosse specialmente per esprimere il senso intimo delle cose.

Da lui nacquero Nino e Tommaso, collaboratori nella chiesa della Spina, dove Nino scolpisce la Madonna col San Pietro a fianco, nel quale si dice che il figlio abbia ritratte le sembianze del padre. Più specialmente orafo fu Tommaso, che per commissione del doge dell'Agnello fece il sepolcro di Margherita sua moglie, sepolcro che fu distrutto nell'incendio del Duomo del quale vi ho parlato. Nel Camposanto di Pisa si vede una Madonna in bassorilievo, con quattro santi, con questa iscrizione: “Tommaso figliuolo di maestro Andrea fece questo lavoro et fu Pisano.„ Nino morì nel 1368 ed ebbe compagno di studio quel Giovanni Balducci che scolpiva l'arca di Sant'Eustorgio a Milano.

La scultura, come vi ho detto e avete capito, è largamente rappresentata dai Pisani, che lavorando in materia più duratura hanno potuto lasciare più larga traccia di sè, ma però molti furono anche i pittori, e, per non andar troppo per le lunghe, nominerò soltanto pochi ed uno fra questi principalmente.

Questo tale è l'autore di un ritratto di San Tommaso d'Aquino che si trova nella chiesa di Santa Caterina di Pisa. Codesta pittura è del 1345. Sopra un fondo di cielo stellato, le figure dei filosofi Aristotele e Platone, che stanno ai lati della gigantesca figura del Santo, sono di movenze così giuste, di espressione così esatta, che ci dimostrano che il Traini è certamente uno dei più grandi artisti della sua epoca. Di lui resta anche, nella galleria di Pisa, un San Domenico il quale è degno di stare a fianco del suo collega San Tommaso d'Aquino. Di Francesco Traini poche o punte, oltre questo, sono, che io sappia, le opere che si conoscono.

Jacopo di Niccola detto il Gara di Pisa pittore dellascuola di Cimabue, è abbastanza insigne, ma quello che più importa è il Traini che si vuole compagno ed amico dell'Orcagna e che può stargli degnamente a livello.

Nel breviario pisano si fa menzione fino dal 1303 di un Upettino Pisano ottimo dipintore. “Nero Nellus me pinxit A. D. MCCIC„ stava scritto in basso di una Madonna in tavola ora irreperibile della chiesa di Tripalle. Bernardo Nello di Giovanni Falconi Pisano fu allievo dell'Orcagna, e dipinse nel Camposanto le storie di Giobbe, continuando Giotto; e Vicino Pisano fu maestro di pittura e musaico e lavorò nel Duomo, insieme al Gaddi e a Lorenzo Paladini.

Tutta questa grande epopea artistica si svolge in Pisa a' suoi tempi gloriosi, e termina colle sventure di questa illustre città. Noi troviamo, nei ricordi dell'epoca, che molti sono gli artisti che dal di fuori vengono a Pisa per lavorare, ma abbiamo già veduto che molti sono gli artisti pisani che vanno a lavorare in altre parti d'Italia. L'Orcagna lavora a Pisa, Giotto lavora a Pisa, fra Jacopo da Torrita, i Gaddi suoi scolari lavorano a Pisa, di più avete visto Niccola andare a Siena per il pergamo, là incontrarsi con altri e viceversa; cosa che ci dimostra che per quanto gravi fossero gli odii e le cupidigie che spingevano gli Italiani a dilaniarsi fra loro, la comunione del pensiero pure esisteva; in mezzo a queste grandi divisioni l'Italia intelligente lavorava collettivamente per un solo fine.

Difatti, accanto ai grandi artisti della squadra dello scalpello e della tavolozza, noi troviamo anche i grandi artisti della penna, esemplari insigni della lingua nostra, fra questi il Passavanti, il Cavalca ed il primo commentatore dellaDivina Commedia, Francesco da Buti. Questo è un fatto che deve grandemente consolareperchè fa rimontare l'origine della nostra fratellanza e della nostra comunione spirituale, come nazione, tempi molto antichi e diversi.

Oggi le catene, trofeo odioso che dai Genovesi furono involate al porto pisano, sono tornate nella quiete del sepolcro, segno di pace eterna e solenne, nel bello, nel santo Camposanto pisano, così sieno sepolte per sempre le discordie fra noi; imperocchè Pisa disgraziatamente si tacque quando fu vinta dal tradimento, quando fu vinta dalla sventura, quando Firenze le si sovrappose, la distrusse, la sperperò. Essa risorse a poco a poco al principio dell'età moderna e negli albori di una nuova filosofia, tutta umana, Pisa precorre le città toscane e ci dà Galileo. Così nel 1848 primavera sacra d'Italia (perdonate a me vecchio la quarantottata) manda la sua gioventù universitaria sui campi lombardi dove si affermava, con l'armi in pugno, con l'olocausto della vita, la liberazione della patria.


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