IL PETRARCA

IL PETRARCADIADOLFO BARTOLI

DIADOLFO BARTOLI

Accorrevano festanti gli esuli Bianchi a Pisa, incontro al biondo Arrigo; ed era tra quegli esuli un uomo, che traevasi dietro la moglie e due figli ancora in tenera età. Uno di quei fanciulli vide un giorno, forse nella casa paterna, un altro esule, non vecchio ancora, ma sul cui volto dovevano le lunghe speculazioni, i pensieri profondi, gli acuti dolori, avere impresso segni indelebili.

Furono così per un momento in cospetto l'uno dell'altro Dante Alighieri e Francesco Petrarca: il passato e l'avvenire della letteratura italiana, il ferreo uomo che percorse la vita, avvolto tutto ne' suoi disdegni, nelle sue ire, nelle sublimi fantasie dell'anima eccelsa, il poeta terribile che scolpì il medioevo e lo chiuse; e l'uomo irrequieto, lo spirito ondeggiante e soave, il dotto evocatore dell'antichità pagana, il poeta delle grazie e dell'amore, che sorgeva nunzio di nuovi tempi. Il nume spariva e gli succedeva l'uomo. Con Francesco Petrarca noi entriamo in un periodo nuovo del pensiero e dell'arte. Con lui e per lui tramonta un'età, e si affaccia all'orizzonte della storia il primo uomo moderno. Guardiamolo per un momento, spingiamo il nostro sguardo nei ripostigli della sua vita. L'irrequietezza è uno dei caratteri più spiccati di lui. Egli stesso confessa che in nessun luogo può trovare riposo, che sente semprein sè qualche cosa d'insoddisfatto. Nessuno più di lui ha sospirato la quiete, nessuno l'ha mai trovata meno di lui. Se sta fermo in un luogo vorrebbe viaggiare; se viaggia vorrebbe riposarsi; se è solo desidera di aver compagnia; se ha compagnia invoca la solitudine; se è chiamato ad alti uffici, li ricusa sdegnoso; se gli pare di essere dimenticato, ne muove lamenti infiniti. Ogni più lieve pericolo lo sgomenta, ogni minaccia di sventura lo atterrisce. Dice che sa adattarsi facilmente ad ogni luogo, e poi non c'è luogo in tutto il mondo che gli piaccia. Disprezza le ricchezze e le desidera, invoca la morte e ha paura dei fulmini; oggi è umile, domani orgoglioso; un giorno scrive da asceta, un altro da pagano: insomma è una natura instabile, irrequieta, innamorata della virtù e cupida dei piaceri, intenta sempre a raggiungere le più alte cime dell'idealità e sempre estenuantesi di forze nell'arduo viaggio; un precursore, come ha detto il Quinet, di Renato o di Werther, un lontano antenato di tutti noi moderni ammalati d'isterismo e di nevrosi.

Qualche cosa del vecchio mondo resta ancora nel suo spirito; a quando a quando il misticismo lo invade, e in quei tetri momenti scrive libri che paiono usciti dalla penna d'un santo, tutto invasato dell'amor divino. Ma sono intermittenze, non altro; sono contradizioni anche queste; certe notti, egli narra, piangente nel suo letto, terrificato dal pensiero della morte, madido di sudore, chiede a Dio misericordia, recita i salmi penitenziali; si batte il petto; e poi, al primo raggio di sole che batte alla sua finestra, dimentico dei suoi terrori notturni, saluta i bei capelli d'oro all'aura sparsi. E questi due momenti della sua vita sono in antitesi tra loro, ma sono naturali ambedue. Nella storia interiore del suo pensiero, nei suoi affetti, nelle sue opere, egli si mostra sempre diviso tra desiderii diversi, tra diverse speranze,tra diversi bisogni, costante solo nella propria incostanza, fermo solo nella propria mobilità.

Ma intanto i più fervidi amori scaldano il suo petto. E primo di tutti l'amore alla patria. L'italianità è nel Petrarca profonda. Io, egli dice, fino dagli anni giovanili amai tanto l'Italia, quanto nessuno l'amò dei miei coetanei. Essa pare a lui la parte più felice del mondo, la più famosa, la più bella. I laghi, i fiumi, i monti, i campi, le valli, tutto di lei lo innamora; un giorno dalle cime del monte Gebenna egli, rivedendola, la saluta commosso con uno dei suoi carmi più ispirati, la saluta cara e santissima terra, patria delle muse, maestra del mondo. Finalmente, esclama, io faccio ritorno a te, finalmente ti riveggo, un'aura serena mi batte in viso, l'aere tuo mi accoglie; sento la patria ed esultante la saluto: salve, bellissima madre, salve, gloria del mondo. Al cuore del Petrarca è tormento continuo vedere quante divisioni, quante guerre fratricide affliggono la patria. Ai Genovesi e ai Veneziani, combattendo tra loro, ricorda che gli uni e gli altri sono Italiani, e grida che cessino dalla guerra fratricida, e che congiunte le armi ultrici le rivolgano contro gli stranieri e perfidi istigatori delle loro discordie. Se alcun rispetto serbate al nome latino, egli scrive, ricordatevi che sono fratelli vostri coloro alla cui rovina movete. Vorremo noi dunque opprimerci sempre da noi medesimi, vorremo sempre dare spettacolo al mondo delle nostre miserie? Non vorremo mai ristarci dal chiedere aiuto a chi ci sgozza? Oh, lo dirò pure a voce alta, tra gli infiniti errori degli uomini, non c'è errore più pazzo del nostro, che essendo Italiani spendiamo tant'oro per procacciarci i distruttori d'Italia! La parola del poeta tuona terribile contro le milizie mercenarie, contro la scaduta arte militare. Egli piange che tutto si corrompa e si guasti tra noi, che fatti degeneri nella lingua, nei costumi,nelle vesti, nel tenor della vita, ci adoperiamo noi medesimi in pace e in guerra a fare dell'Italia una terra selvaggia di crudeltà e di barbarie. Ogni sventura italiana, ogni dolore della patria trova eco in quel nobile petto. Il suo entusiasmo di poeta, la sua eloquenza di oratore invocano sempre un'Italia grande, libera, potente, un'Italia degli Italiani, unita, concorde, maestra un'altra volta al mondo di virtù e di sapienza.

E coll'Italia egli ama Roma. Quando per la prima volta nel 1336 il Petrarca pose piede entro quelle auguste mura, tale fu il grido che gli uscì dalle labbra: — Non più ora mi meraviglio, che da tale città fosse il mondo intero domato, ma mi meraviglio anzi che fosse domato così tardi. Roma appariva al Petrarca sotto un duplice aspetto, come la città regina ove nacque e trionfò Scipione, e come la città insieme che tiene in terra le voci del cielo, piena delle ossa dei martiri, bagnata del sangue dei testimoni del vero. Così le due Rome si confondevano nel suo affetto: ora egli passeggia estatico per la via Sacra e pel Campo Marzio, ora s'inchina al luogo ove crede che san Pietro fosse crocifisso. Qui contempla l'arco e il portico di Pompeo, qui ripensa che Cesare trionfò, che Augusto vide a sè prostrati i re del mondo; più in là si ricorda che fu troncato il capo a san Paolo, che furono bruciate le carni a san Lorenzo.

L'Italia e Roma furono per il Petrarca due ideali, non disgiunti nè disgiungibili, i due ideali a cui forse si mantenne più affezionato e fedele, quelli, che tra le fortunose vicende della sua vita non ebbero mai tramonto nel suo cuore.

Con tutto questo però guardiamoci bene dal chiedere a lui qualche cosa al di là del sentimento. Appena dalla regione degli affetti discendiamo alla pratica, noi lo vediamo come travolto in un turbine di contraddizioni.

Egli esalta Roberto d'Angiò, egli sente per lui amore ed entusiasmo, senza ricordarsi che era stato codesto capo de' Guelfi, che aveva indotto il papa Clemente V a trasportare la sede del Papato in Avignone: onde, mentre scrive che re Roberto è illustre, è divino, è magnanimo, è sapiente, è il Re dei Re, con la stessa penna getta giù le più roventi parole contro la cattività avignonese.

Egli vagheggia con Cola di Rienzo la restaurazione della Repubblica Romana; e poi si fa caldeggiatore della restaurazione dell'Impero con Carlo IV, mentre non aveva avuto una parola sola di simpatia per l'impresa di Giovanni di Boemia.

Egli, entusiasta del tribuno, è amico dei Colonna, suoi fieri avversari; e sebbene amico dei Colonna, grida che bisogna strappare dalle mani dei nobili la tirannide di Roma. Egli prende parte pei signori di Correggio traditori degli Scaligeri, e quando Jacopo Bussolari tenta di rivendicare i diritti del Comune di Pavia contro i Visconti, si fa riprenditore severo di lui per difendere quei Visconti, che erano stati i più ostinati nemici del suo Roberto e del suo Carlo di Lussemburgo. Egli vagheggia il più sublime ideale di principe, lo vuol giusto, amorevole, paterno, clemente, e poi vive alla Corte Viscontea e loda e chiama magnanimo il Galeazzo della feroce quaresima. E tutto questo deriva dal fatto che il Petrarca non sapeva mai distinguere il mondo reale dal mondo dei suoi affetti e delle sue idee. Egli vedeva tutto a traverso le proprie subitanee impressioni, e da queste impressioni si lasciava sempre come docile fanciullo condurre. Non fu mai un uomo di Stato, non fu mai un politico, non professò teorie, non escogitò mai sistemi. Amò l'Italia e Roma di amore grande, ma sempre platonico.

E l'amor all'Italia ed a Roma si ricongiunse in lui a quello per la classica antichità.

Lo spirito umano, che agonizzò nei tempi di mezzo, ebbe bisogno per riacquistar nuove forze di andarle ad attingere al mondo antico; e questo ritorno all'antichità determinò lo sviluppo di un nuovo periodo storico, che dura in parte anche oggi. Il Rinascimento ebbe anch'esso i suoi precursori, ma il primo uomo nel quale apparisca già trionfante è il Petrarca.

In lui per la prima volta sentiamo destarsi l'odio contro la vecchia scolastica, e chiamare coloro che la professano una nuova razza di mostri armata d'entimemaa due tagli. Egli aborre e disprezza tutto il fardello scientifico del medio evo. Per lui non esiste altro amore che quello dell'eloquenza e della poesia. La bellezza della forma antica lo affascina e fa ogni sforzo per riprodurla nelle sue opere. Il suo ideale è Cicerone, ch'egli cominciò ad amare e a studiare fin da fanciullo.

E quest'amore crebbe cogli anni, e durò fino all'estrema vecchiezza. Egli dice di sentire il proprio ingegno conforme a quello dell'amato scrittore, che a tutti gli altri antepone, ne esalta la eloquenza, ne copia di sua mano alcune opere, se ne fa un compagno indivisibile della vita. La passione per gli scrittori dell'antichità diventa in lui sempre più intensa col progredire degli anni. Ne' suoi viaggi egli è ognora alla ricerca di vecchi manoscritti, e agli amici raccomanda che frughino dappertutto per trovargliene; e così mette insieme una raccolta di opere pei suoi tempi meravigliosa. Per lui nessuna vergogna pareggia quella di non amare l'antichità. E da questo amore agli scrittori classici deriva quell'alta idea che egli ha della perfezione letteraria, quella incontentabilità che gl'impedisce sempre d'esser pago di ciò che ha scritto. Alla mente del Petrarca si affaccia continuo il pensiero della gloria, ed è per lui, dice il Voigt, inebriante l'idea d'esser ricordatodopo secoli, e di trovarsi a lato dei grandi scrittori antichi.

L'uomo medievale alla gloria non pensò; unica gloria per lui desiderabile era quella del cielo. Sentirne dunque nuovamente il desiderio è uno dei caratteri de' tempi nei quali lo spirito umano rinasce alla vita, ed anche da questo lato per conseguenza il Petrarca ci appare uomo moderno.

Certo quel desiderio fu in lui spesso circondato da mille vanità puerili. Questo rientra nei difetti che egli ebbe e che non furono pochi. Ma intanto il pensiero della gloria gli è eccitamento continuo a nuovi studi, a nuove fatiche, a una sempre maggior perfezione. Egli è il primo ad abbandonare lo stile donnesco e snervato de' vecchi, e lo sa e se ne vanta. Egli è il primo che torni allo studio del greco, che riesca a possedere un Omero. Egli pensa a far raccolta di gemme e di monete, sente l'importanza della correzione dei codici, sceglie e ordina i suoi scritti, si dirige ai posteri narrando loro la propria vita. Tutto ciò è nuovo, è inaspettato, è moderno.

Come nuovo e moderno è il fatto delle relazioni nelle quali si mette il Petrarca col mondo esteriore. Egli viaggia per vedere cose nuove e per divertirsi; viaggia per mille luoghi, nel Belgio e nella Svizzera, in Francia, in Ispagna, fino sulle coste del mare Britannico, ma interrogando sempre la storia, e portando dovunque vada la serietà del suo spirito investigatore. A Napoli visita i luoghi descritti da Virgilio; ad Aquisgrana si fa narrare una leggenda di Carlomagno, e dice di non crederci; a Colonia si compiace nello spettacolo delle donne che si lavano nel Reno; sulle coste inglesi cerca il luogo dell'antica Tule. Il Petrarca vive oramai nella realtà delle cose. Poco rimane in lui del sonnambulismo medievale, in lui già sono le serene aspirazioni ad unconcepimento più umano della vita e in qualunque cosa egli scriva sa trasfondere una particella di sè, dei suoi sentimenti, delle sue impressioni, dei suoi pensieri. Lo scrittore medievale colla sua fredda e monotona impersonalità par già lontano di secoli.

Vedete: egli scrive un lungo poema latino dove celebra Scipione Africano, un poema che, malgrado i molti difetti, è pure un miracolo di lingua e di stile, ma che ci lascia freddi per il suo contenuto, non essendo in gran parte che una versificazione delle storie di Livio. Ebbene, quando noi leggiamo in quel poema descritte le bellezze di Sofonisba, sentiamo subito che il poeta scrivendo ha pensato più che a Sofonisba ad un'altra donna, alla donna amata da lui; quando leggiamo i lamenti di Massinissa, Massinissa ci sparisce dagli occhi, e abbiamo innanzi il Petrarca che piange sull'amor suo. Quando il nostro sguardo corre sui versi dell'episodio di Magone, vicino a morte, quando sentiamo quel Cartaginese invidiare agli animali la loro sorte, preferibile a quella degli uomini, e proclamare che la vita non approda a nulla, che l'ottima delle cose è la morte:Mors optima rerum; allora noi siamo certi che qui è l'anima del Petrarca che parla, mandando il primo grido di quel dolore universale, che ha reso poi il cuore a tanti grandi moderni, e che ha trovato la sua più alta e profonda espressione in Giacomo Leopardi.

Vedete ancora: egli scrive un infinito numero di lettere, dove pare che l'erudizione affoghi spesso il sentimento. È ucciso, per esempio, a Paolo Annibaldeschi un figliuolo, e il povero padre cade, morto di dolore, sull'adorato cadavere. Che credete voi che del miserando caso scriva il Petrarca? Udite le sue stesse parole. “Il nostro Paolo perdette un figlio. Nulla è in ciò di singolare: Paolo il Macedone ne perdette due; Priamo che a tanti figli fu padre rimase solo. Ma questi a Paolofu ucciso di ferro. Ebbene, che importa se di ferro, di fuoco, di naufragio, di febbre o di veleno si muoia? La morte è sempre la morte. Ma il figlio di Paolo morì giovanissimo. — E non è ciò naturale poichè giovane era anche il padre? Era questa forse una buona ragione perchè tanto ei dovesse dolersi?„ E qui seguita facendo al morto una lunga apostrofe e domandandogli come mai nell'atto ch'ei moriva di crepacuore non si è ricordato di Anassagora, di Pericle, di Catone, di Marzio, di Pulvillo e di non so quanti altri, che sostennero in pace la morte dei loro figliuoli. — Muore un altro suo carissimo, Franceschino degli Albizzi, e poichè egli è morto a Savona, il Petrarca fa una lunga e fiera invettiva contro quella città, tutta ridondante di citazioni e di reminiscenze classiche. — Per rallegrarsi colla moglie di Carlo IV, della figlia che le è nata, parla di Iside, di Carmenta, di Saffo, delle Sibille, di Pentesilea, di Tomiri, di Cleopatra, di Zenobia, di Lucrezia, di Clelia, di Cornelia, di Marzia. Per lodare lo scrivere elegante di un amico, lo paragona alle chiome di Cleopatra, e allo sguardo di Fedra. Per congratularsi con uno che si è ritirato a vivere in campagna gli dice che ove lo annoiasse il gracidar delle oche, pensi a quelle che salvarono il Campidoglio.

Sono queste, senza dubbio, puerilità; ma puerilità che hanno il loro alto significato. Quello sfoggio di erudizione, infatti, seminata così largamente, e, così spesso, fuor di proposito ci apparirà come una vittoria dello scrittore, che ha faticosamente riconquistata una parte della sapienza antica, e che, colla intemperanza, col fasto del nuovo ricco, ne imbandisce il banchetto agli amici, ai lontani, ai posteri. Così ogni più lunga filza di citazioni acquisterà il suo valore. E noi quindi non ci meraviglieremo più ch'egli studi, limi, corregga le sue lettere; che ne faccia altrettanti lavori letterari,altrettante mostre pompose della sua cultura. È questo un segno del rivolgimento che si sta operando nel pensiero umano. Ognuna di quelle piccole scritture è un passo di più mosso sulla via sacra del Rinascimento. Quella rettorica, che per noi oggi è cosa morta, era invece viva nel Petrarca, faceva parte del suo sentimento. Ognuna di quelle citazioni faceva battere il suo cuore di umanista. Ognuno di quei periodi accarezzati, studiati, elaborati, era come un saluto all'antichità, che stava sollevandosi dal sepolcro. Quelle sue ampollosità, quelle sue interminabili ciancie somigliano, come ha detto il Voigt, all'ingenua loquacità del fanciullo, che gode sentendo di acquistare l'uso della favella e parla per il gusto di parlare. Ma intanto sotto la sua penna la lingua latina riacquistava qualche cosa dell'antica eleganza, ed egli si educava all'arte, creava l'estetica del Rinascimento, e fondava, come ha detto il Villemain, una nuova potenza fuor della Chiesa e dello Stato, tutta morale, tutta moderna, la repubblica delle lettere. Anche un altro sentimento, che il medioevo completamente ignorò, comincia ad apparir nel Petrarca: l'amore alla natura, il desiderio di chiedere ad essa riposo dalle miserie della vita. Il suo pensiero corre con voluttà ai verdi prati, alle erbose rive dei fiumi, alla densa vôlta dei boschi: egli invidia coloro che possono non ascoltare altro che il muggito dei buoi, il canto degli uccelli, il mormorare dei rivi; che possono aggirarsi per le selve, pei colli, pei prati, benedice il soggiorno della campagna, si asside pensoso sulle rive deserte di un fiume, e sta là a contemplare il tremolio delle foglie de' pioppi, e si commuove del cicalio degli uccelli, e gode dei solenni silenzi delle foreste. L'amore della natura lo fa inerpicare sulle ardue cime del monte Ventoso, come gli fa scegliere per suo rifugio la solitudine di Valchiusa, donde non si scorgono che il cielo, le montagnee il sonante fiume della Sorga, e dove egli è felice di viver solo aggirandosi per gli aridi monti e per le roride valli, piantando alberi, coltivando fiori, tessendo ghirlande.

Pur troppo anche l'amore alla solitudine campestre ebbe nel Petrarca molte intermittenze. Tutto fu intermittente in lui. Ma intanto l'aver provato quel sentimento, l'essersi a quando a quando tuffato nel puro lavacro della natura, fu cosa tutta propria di lui, e fu una delle sorgenti delle sue ispirazioni poetiche.

Diceva Voltaire che se il Petrarca non fosse stato innamorato, sarebbe molto meno famoso di quel che non sia, ed aveva ragione. Delle molte passioni onde il suo spirito fu agitato, una sola è quella che ha fatto al suo nome traversare i secoli vittoriosamente, una sola quella che anche oggi rende quel nome caro a tutti gli animi nei quali vibra la corda della gentilezza e dell'amore.

Chi fu la donna che il Petrarca amò? Neppure oggi possiamo dirlo con piena sicurezza. Dopo tante indagini, dopo tante dispute, dopo tanto inchiostro sciupato, siamo sempre a fare delle supposizioni. Ma fra queste la più fondata è senza dubbio quella, che la donna amata dal nostro Poeta fosse la moglie di un nobile avignonese, Ugo De Sade, ch'ebbe da lei undici figli.

Sulla natura dell'amore del Petrarca molto si è scritto; chi ha voluto che fosse la più angelica delle passioni, chi la più bassa; esagerazioni ambedue. Il Petrarca era sicuramente uomo, nella più larga significazione della parola. Giovane bello, elegante, in una città come Avignone, dove la purità dei costumi lasciava molto a desiderare, ch'egli si mantenesse incontaminato non potremmo supporlo nemmeno, se non avessimo, come abbiamo, le prove del contrario. E che un tale uomo nel bollore di una passione amorosa vivesse sempre inun'aerea serenità di desideri sarebbe stolto il supporlo. No. Il Petrarca amò intensamente ed umanamente. Ma la donna amata da lui, gli apparve come donna e come angelo insieme; il cupido sospiro dell'amante si confuse spesso colla preghiera del devoto, le braccia che anelavano ai dolci amplessi, chi sa quante volte si ripiegarono contrite sul petto! L'amore del Petrarca, quale ci apparisce nelle sue poesie, è un fatto che si compone di elementi diversi e che sono non di rado in contradizione fra loro. Ora sembra che vaghi incerto e nebuloso nelle generalità insipide dell'arte trovadorica, ora invece si addentra nella più concreta realtà della poesia popolare; si compiace nelle più fini e profonde analisi psicologiche, o, trasvola alle idealità più aeree; è una realtà e un simbolo, è cosa umana e cosa divina, è gioia e tormento, è insomma una lotta e una contradizione continua. In una lettera scritta solo otto anni dopo l'incontro con Laura, il Petrarca dice che sentiva vergogna e tristezza dell'amor suo, e chiama questo amore tristo e perverso. E quando Laura morì, ringrazia Dio di aver fatto sparire dalla terra l'oggetto di un amore mortifero, e attribuisce all'aiuto di Cristo, l'avere spento l'incendio che lo bruciava. Incendio vero, badate, incendio che dovè qualche volta esser terribile, e per il quale egli stesso, il Poeta, nel libro più sincero che abbia scritto, dice di esser tutto converso in gemiti, di pascersi con voluttà di sospiri e di lacrime, di passar le notti vegliando e chiamando il nome della donna amata, di avere in odio la vita, di esser divenuto simile all'omerico Bellerofonte, che va divorandosi il proprio cuore. Queste parole delSecretum, del libro, nel quale il Petrarca fece a sè di sè stesso la confessione della propria vita, basta a renderne certi della realtà del suo amore. E non sono queste le sole. Altrove egli si lamenta che Laura, a malgrado di millecose che avrebbero piegato ogni altra donna, sia rimasta inespugnabile. E dice di tutti i tentativi che ha fatto per guarire dell'amore suo. Come guarire però? Fuggendo forse? Ma non sono io fuggito, egli esclama, non ho forse girato l'Occidente a il Settentrione, non mi sono spinto fino ai confini estremi dell'Oceano? come guarire? Amando forse un'altra donna? Questo pensiero par che vada come cupamente agitandosi nelle profondità del suo spirito, ma ad un tratto gli esce dal cuore questo grido che ci commuove: ah no, ah no, io non posso amare che lei, lei sola; l'anima mia oramai si è abituata ad amarla, i miei occhi a guardarla fissamente, a ricevere vita da lei. Non amarla e morire sarebbe lo stesso. E pure tenta ancora di reagire contro sè medesimo e va crudelmente ricordandosi quanto sia cosa vergognosa esser divenuto la favola del volgo, quanto quella donna fatale abbia nociuto al suo animo e alla sua fortuna, quante volte sia stato da lei deluso, disprezzato, negletto; e la chiama la donna dall'ingrato sopracciglio, che se qualche cosa ebbe d'umano, ciò fu più breve e più mobile che aura di vento in estate, e si rimprovera che ella lo abbia allontanato da Dio, che gli abbia tolto ogni bene della vita, che non siasi mai curata del suo nome.

E così il suo dolce fantasma si tramuta dentro il suo spirito in fantasma odiato e pauroso, e così ciò che era ieri l'essere che lo inebriava, oggi diventa quasi un oggetto di terrore per lui.

Avvertiamo bene però. Neppure questo sentimento di amore e di odio, di fede e di dubbio è costante nel Petrarca. Alla sua passione manca delle grandi passioni il carattere vero, l'esclusività, l'idea fissa e terribile. Il pensiero amoroso del Petrarca non è, come quello del Leopardi,il possente—Dominator di sua profonda mente. Il Petrarca si divora bensì il cuore, ma se lo divoranon per Laura sola. Tutti i suoi ideali, tutti i suoi amori combattono in lui: egli corre dietro a tutti e sembra che non possa mai raggiungerne alcuno, e in quello appagarsi. Gli studi, i viaggi, gli amici, Roma, l'Italia, l'arte, la gloria, la religione, la natura sono altrettanti rivali di Laura, e riescono spesso a vincerla, il suo amore è reale, ma è intermittente, ed è, come fu tutta la sua vita, un combatter continuo tra desideri e paure, tra speranze e disinganni, tra i sogni della notte e le brame del giorno, tra quell'eterno sì e no che gli martellava in tutte le cose il cervello.

Di questo stato permanente dello spirito del Poeta si risente, e non poteva essere a meno, il suo canzoniere. Che anche qui, come nelSecretum, apparisca la verità della sua passione, chi potrebbe mai mettere in dubbio? Basterebbe a provarlo quel verso che contiene in sè tante cose, che è come, da solo, un intero poema d'amore, quel verso dov'egli chiama Laura:Colei che sola a me par donna; quel verso che il poeta stesso commenta dicendo come per quante cose egli guardi non ne veda mai che una sola:

. . . . . . . . . per ch'io miriMille cose diverse attento e fisoSol una donna veggio......

. . . . . . . . . per ch'io miriMille cose diverse attento e fisoSol una donna veggio......

. . . . . . . . . per ch'io miri

Mille cose diverse attento e fiso

Sol una donna veggio......

come l'abbia negli occhi, come l'oda dovunque:

Parmi d'udirla, udendo i rami e l'oreE le fronde e gli augei lagnarsi e l'acqueMormorando fuggir per l'erba verde.

Parmi d'udirla, udendo i rami e l'oreE le fronde e gli augei lagnarsi e l'acqueMormorando fuggir per l'erba verde.

Parmi d'udirla, udendo i rami e l'ore

E le fronde e gli augei lagnarsi e l'acque

Mormorando fuggir per l'erba verde.

Questo sentimento esclusivo, questa unicità d'immagine, questo pensiero affascinatore fu senza dubbio qualche volta proprio del Petrarca, ma solamente qualche volta, potrei forse dire qualche rara volta. Il più spesso erano ondeggiamenti, erano titubanze e incertezze. Ela prima incertezza quella della natura dell'amor suo, come l'amava egli questa donna di cui andava cantando? L'amava come una donna o si contentava di adorarla come cosa celeste? Per quanto egli gridi che l'amor suo è puro, che lo guida a Dio, che gli mostra la via della salute eterna, noi possiamo esser certi che nel suo petto bollirono anche cupidi desideri e che invidiò Pigmalione perchè potè ottenere mille volte quello ch'egli si contenterebbe di avere una volta sola:

Pigmalion, quanto lodar ti deiDell'immagine tua, se mille volteN'avesti quel ch'io sol una vorrei.

Pigmalion, quanto lodar ti deiDell'immagine tua, se mille volteN'avesti quel ch'io sol una vorrei.

Pigmalion, quanto lodar ti dei

Dell'immagine tua, se mille volte

N'avesti quel ch'io sol una vorrei.

E fu questa, del resto, una fortuna per l'arte; poichè a questo amore reale per la donna, noi dobbiamo quello che c'è di più bello, di più schietto, di più profondo nella poesia Petrarchesca. A questo sentimento dobbiamo, come ha detto un moderno, se il Petrarca “cominciò a svolgere gentilmente l'umano dalle fasce teologiche nelle quali lo aveva stretto il medioevo, e lo sollevò e lo ricreò da quelli annegamenti divini a cui la mistica lo abbandonava„.

Ma l'amore reale per la donna si confondeva troppo spesso in lui ad altri sentimenti. Ora era il pensiero del cielo che lo assaliva, e allora chiamavaperdutii giorni che aveva consacrati a Laura, chiamavadispietatoil suo giogo:

Padre del ciel, dopo i perduti giorni,Dopo le notti vaneggiando spese,Con quel fero desìo che al cor s'acceseMirando gli atti per mio mal si adorni,Piacciati omai, col tuo lume, ch'io torniAd altra vita ed a più belle imprese;Sì ch'avendo le reti indarno tese,Il mio duro avversario se ne scorni.Or volge, Signor mio, l'undecim annoCh'io fui sommesso al dispietato giogoChe sopra i più soggetti è più feroce.Miserere del mio non degno affanno,Riduci i pensier vaghi a miglior luogo,Rammenta lor com'oggi fosti in croce.

Padre del ciel, dopo i perduti giorni,Dopo le notti vaneggiando spese,Con quel fero desìo che al cor s'acceseMirando gli atti per mio mal si adorni,Piacciati omai, col tuo lume, ch'io torniAd altra vita ed a più belle imprese;Sì ch'avendo le reti indarno tese,Il mio duro avversario se ne scorni.Or volge, Signor mio, l'undecim annoCh'io fui sommesso al dispietato giogoChe sopra i più soggetti è più feroce.Miserere del mio non degno affanno,Riduci i pensier vaghi a miglior luogo,Rammenta lor com'oggi fosti in croce.

Padre del ciel, dopo i perduti giorni,

Dopo le notti vaneggiando spese,

Con quel fero desìo che al cor s'accese

Mirando gli atti per mio mal si adorni,

Piacciati omai, col tuo lume, ch'io torni

Ad altra vita ed a più belle imprese;

Sì ch'avendo le reti indarno tese,

Il mio duro avversario se ne scorni.

Or volge, Signor mio, l'undecim anno

Ch'io fui sommesso al dispietato giogo

Che sopra i più soggetti è più feroce.

Miserere del mio non degno affanno,

Riduci i pensier vaghi a miglior luogo,

Rammenta lor com'oggi fosti in croce.

Altre volte si sente stanco e vorrebbe riposarsi e invoca Gesù e cerca consolazione nelle parole evangeliche:

O voi che travagliate, ecco il cammino,Venite a me, se 'l passo altri non serra.

O voi che travagliate, ecco il cammino,Venite a me, se 'l passo altri non serra.

O voi che travagliate, ecco il cammino,

Venite a me, se 'l passo altri non serra.

Altre volte, ancora, piange la libertà perduta e paragona l'amore per Laura agliscogli, alportol'amore di Dio. Tetri pensieri gli invadono l'anima, anche quello del suicidio pur di potersi liberare dalla pena amorosa che l'ange.

S'io credessi per morte essere scarcoDel pensiero amoroso che m'atterra,Con le mie mani avrei già posto in terraQueste membra noiose e quello incarco.

S'io credessi per morte essere scarcoDel pensiero amoroso che m'atterra,Con le mie mani avrei già posto in terraQueste membra noiose e quello incarco.

S'io credessi per morte essere scarco

Del pensiero amoroso che m'atterra,

Con le mie mani avrei già posto in terra

Queste membra noiose e quello incarco.

Vorrebbe tornare indietro dal viaggio periglioso, l'assalto di queibegli occhilo spaventa, grida che non vuol più amare. Ma poi risospira alle dolci catene:

Oimè! il giogo e le catene e i ceppiEran più dolci che l'andare sciolto;

Oimè! il giogo e le catene e i ceppiEran più dolci che l'andare sciolto;

Oimè! il giogo e le catene e i ceppi

Eran più dolci che l'andare sciolto;

ed è sicuro che non potrà mai guarire dell'amor suo, e divinizza i luoghi dove ha visto Laura, e lei vede dappertutto, la segue, ne disegna il bel viso sui sassi, dice che la sua vita è una guerra,

E sol di lei pensando ho qualche pace.

E sol di lei pensando ho qualche pace.

E sol di lei pensando ho qualche pace.

Il Petrarca era nel 1337 a Roma, e là scriveva questo sonetto:

L'aspetto sacro della terra vostraMi fa del mal passato tragger guai,Gridando: sta su, misero! che fai?E la via di salire al ciel mi mostra.Ma con questo pensiero un altro giostra,E dice a me: perchè fuggendo vai?Se ti rimembra, il tempo passa omaiDi tornare a veder la Donna nostra.Io, ch'el suo ragionar intendo allora,M'agghiaccio dentro in guisa d'uom ch'ascoltaNovella che di subito l'accora.Poi torna il primo, e questo dà la volta:Qual vincerà non so; ma infino ad oraCombattut'hanno, e non pur una volta.

L'aspetto sacro della terra vostraMi fa del mal passato tragger guai,Gridando: sta su, misero! che fai?E la via di salire al ciel mi mostra.Ma con questo pensiero un altro giostra,E dice a me: perchè fuggendo vai?Se ti rimembra, il tempo passa omaiDi tornare a veder la Donna nostra.Io, ch'el suo ragionar intendo allora,M'agghiaccio dentro in guisa d'uom ch'ascoltaNovella che di subito l'accora.Poi torna il primo, e questo dà la volta:Qual vincerà non so; ma infino ad oraCombattut'hanno, e non pur una volta.

L'aspetto sacro della terra vostra

Mi fa del mal passato tragger guai,

Gridando: sta su, misero! che fai?

E la via di salire al ciel mi mostra.

Ma con questo pensiero un altro giostra,

E dice a me: perchè fuggendo vai?

Se ti rimembra, il tempo passa omai

Di tornare a veder la Donna nostra.

Io, ch'el suo ragionar intendo allora,

M'agghiaccio dentro in guisa d'uom ch'ascolta

Novella che di subito l'accora.

Poi torna il primo, e questo dà la volta:

Qual vincerà non so; ma infino ad ora

Combattut'hanno, e non pur una volta.

Eccovi in questi versi mirabilmente ritratto lo stato dell'animo suo. Perchè fuggendo vai? Se anche fugge, appena si è allontanato da lei, a ciascun passo si rivolge indietro “ripensando al dolce ben ch'io lasso„ e cerca in altre la sua immagine, non vive che della speranza di rivederla, ogni luogo lo attrista, corre da Avignone a Valchiusa, ritorna da Valchiusa a Avignone, parte per l'Italia, per la Germania, per l'Inghilterra; ma sia egli nella foresta dell'Ardenna o navighi sul Rodano e sul Po, dappertutto sogna la “bella bocca angelica„ e anela al ritorno. Poi, quando è tornato, ricominciano per lui nuovi tormenti: ora è geloso di chi gli tiene nascosto il bel viso della sua donna, ora trema per Laura malata, ora gli pare ch'ella abbia il viso turbato, che chini gli occhi, che pieghi la testa, ora si duole ch'ella tenga il velo calato sugli occhi, e di tutto si lamenta e di tutto scrive.

Le lodi di Laura sono infinite nel Canzoniere; ma accanto alle lodi sono infiniti anche i biasimi, i rimproveri, direi quasi gli oltraggi. S'ella pare al Poeta “sovr'ogni altra gentile—Santa, saggia, leggiadra, onesta e bella„ gli pare ancorapiù fredda che neve,alpestra e cruda, spietataesuperba, gli pare un'accorta allettatrice che non apre e non serra, non lega e non scioglie:

Tal m'ha in prigion, che non apre nè serra,Nè per suo mi ritien nè scioglie il laccio,

Tal m'ha in prigion, che non apre nè serra,Nè per suo mi ritien nè scioglie il laccio,

Tal m'ha in prigion, che non apre nè serra,

Nè per suo mi ritien nè scioglie il laccio,

che sa a tempo adoperarele soavi parolette accorte, che cerca tenerlo sempre in sospeso. Ma come quelle lodi trascendono il vero, così anche i rimproveri sono certo esagerati. Ossia, Laura è sempre quale se la finge il Poeta, nei vari momenti e nelle varie condizioni dell'animo suo. Questo vedere le cose esteriori secondo le disposizioni del proprio spirito, se è in parte comune a tutti gli uomini, è nel Petrarca abituale, continuo e necessario. Egli non afferra mai la realtà obbiettiva, ma tutto, traversando il suo spirito, ne prende il colore. Ond'è che il Canzoniere, mentre prova da un lato la verità del suo amore, è dall'altro documento novello di quella agitazione e fluttuazione continua che è il carattere fondamentale di lui. Laura fu sicuramente una donna che il Petrarca amò; ma questo amore non ha una storia, rimane sempre allo stesso punto, è più cosa interiore che esteriore. Tanto è ciò vero che l'amore più appassionato nasce quando Laura è morta. Allora ella comincia a sospirare di lui, ha per lui i dolci sguardi e le parole soavi, ha pietà delle sue lacrime, diventa gelosa e pia; ella

. . . . . . al letto in ch'io languisco,Vien tal, ch'appena a rimirar l'ardisco,E pietosa s'asside in su la sponda.Con quella man che tanto disiaiM'asciuga gli occhi, e col suo dir m'apportaDolcezza ch'uom mortal non sentì mai.

. . . . . . al letto in ch'io languisco,Vien tal, ch'appena a rimirar l'ardisco,E pietosa s'asside in su la sponda.Con quella man che tanto disiaiM'asciuga gli occhi, e col suo dir m'apportaDolcezza ch'uom mortal non sentì mai.

. . . . . . al letto in ch'io languisco,

Vien tal, ch'appena a rimirar l'ardisco,

E pietosa s'asside in su la sponda.

Con quella man che tanto disiai

M'asciuga gli occhi, e col suo dir m'apporta

Dolcezza ch'uom mortal non sentì mai.

Fra il Petrarca e Laura, finch'ella visse, si frapponevano troppi altri sentimenti del Poeta, perchè eglipotesse in quell'unico amore trovare riposo. In Laura viva il mistico travedeva il peccato e la dannazione; il restauratore de' classici studi, una distrazione perniciosa alla sua gloria; il patriotta, un ostacolo al suo ritorno stabile in Italia. Ma tutto questo cessa colla morte di lei, ed egli stesso lo confessa dicendo che non vorrebbe rivederla viva, perchè tornerebbe ad esser per lui un tormento:

Non vorrei rivederla in questo inferno.

Non vorrei rivederla in questo inferno.

Non vorrei rivederla in questo inferno.

Ogni dissidio ora vien meno, e tutto si muta in pace ed armonia. Quelle che prima gli parevano crudeltà, ora son diventate arti leggiadre. Egli la ringrazia ora di quello che un tempo fu il suo tormento:

Oh quant'era peggior farmi contento!

Oh quant'era peggior farmi contento!

Oh quant'era peggior farmi contento!

dice adesso; adesso che alle sue tentazioni ha posto fine la morte. Ormai egli può dire con sincerità:

Benedetta colei ch'a miglior vitaVolse il mio corso, e l'empia voglia ardente,Lusingando affrenò...........

Benedetta colei ch'a miglior vitaVolse il mio corso, e l'empia voglia ardente,Lusingando affrenò...........

Benedetta colei ch'a miglior vita

Volse il mio corso, e l'empia voglia ardente,

Lusingando affrenò...........

Oramai l'angiolo adorato a mani giunte, e la donna cupidamente desiderata, si confondono in un essere solo; in un essere che è la sorella, l'amica, la confidente de' suoi dolori. Insomma, mentre la prima parte del Canzoniere è piena di contradizioni, e in essa si sente l'uomo combattente tra la carne e lo spirito, tra Laura e Dio; la seconda è un mare tornato in calma, dove la donna fatta immortale chiama a sè il Poeta, il quale non aspira più che al cielo, dove si figura che Laura lo aspetti:

Ond'io voglie e pensier tutti al ciel ergoPerch'io l'odo pregar pur ch'i' m'affretti.

Ond'io voglie e pensier tutti al ciel ergoPerch'io l'odo pregar pur ch'i' m'affretti.

Ond'io voglie e pensier tutti al ciel ergo

Perch'io l'odo pregar pur ch'i' m'affretti.

Ed ora che abbiamo, sebben troppo rapidamente, studiatoil Petrarca nelle multiformi manifestazioni del suo ingegno, resta che ci facciamo un'ultima domanda: qual'è il valore estetico del suo Canzoniere, di quest'opera per la quale egli è immortale, e che fa di lui il primo lirico della nostra antica letteratura?

Bisogna, come dicevano i vecchi scolastici, bisogna distinguere. Certo non tutto è perfetto: qualche cosa in lui rimane delle scuole antecedenti, qualche cosa ha aggiunto di suo che non è bello. Certe metafore, certi giuochi di parole, certi artifizi ci dispiacciono. Egli ha scritto anche quando gli mancava l'ispirazione, anche quando l'argomento non gli era che un pretesto poetico. Resta in lui qualche traccia della poesia trovadorica, ed in lui si annunzia quello che sarà più tardi petrarchismo e seicentismo. Quando per esempio egli esorta i suoi sospiri a passare il monte, suppone che si sieno smarriti, non sa se sieno arrivati a Laura, ma conchiude che devono esser giunti perchè non li vede tornare[5]; quando giuocherella sul nome diLoreta; quando trova modo di parlar del suo amore a proposito di alcune pernici e di alcuni tartufi, che mandava in dono a un amico, allora, oh allora, in verità, noi siamo tentati di rimpiangere che il Petrarca abbia scritto troppi versi. Ma sono minuzie in mezzo ad un tesoro di bellezze divine. Il Petrarca ha il culto della forma, e qualcheduno ben disse di lui, ch'egli è il precursore di Raffaello. I suoi quadri sono smaglianti di bellezza e di finezza: ricordatevi di quei versi dove dipinge Laura giovane e fiorente:

Erano i capei d'oro all'aura sparsiChe in mille dolci nodi gli avvolgea,E 'l vago lume oltra misura ardeaDi que' begli occhi, ch'or ne son sì scarsi....

Erano i capei d'oro all'aura sparsiChe in mille dolci nodi gli avvolgea,E 'l vago lume oltra misura ardeaDi que' begli occhi, ch'or ne son sì scarsi....

Erano i capei d'oro all'aura sparsi

Che in mille dolci nodi gli avvolgea,

E 'l vago lume oltra misura ardea

Di que' begli occhi, ch'or ne son sì scarsi....

E ricordatevi di quegli altri dov'è ritratta Laura morta:

Pallida no, ma più che neve bianca,Che senza vento in un bel colle fiocchi,Parea posar come persona stanca.Quasi un dolce dormir ne' suoi begli occhi,Sendo lo spirto già da lei diviso,Era quel che morir chiaman gli sciocchi:Morte bella parea nel suo bel viso.

Pallida no, ma più che neve bianca,Che senza vento in un bel colle fiocchi,Parea posar come persona stanca.Quasi un dolce dormir ne' suoi begli occhi,Sendo lo spirto già da lei diviso,Era quel che morir chiaman gli sciocchi:Morte bella parea nel suo bel viso.

Pallida no, ma più che neve bianca,

Che senza vento in un bel colle fiocchi,

Parea posar come persona stanca.

Quasi un dolce dormir ne' suoi begli occhi,

Sendo lo spirto già da lei diviso,

Era quel che morir chiaman gli sciocchi:

Morte bella parea nel suo bel viso.

Meravigliosa è la plasticità di questi versi; come splendida, solenne, palpitante di affetto è quella visione di Laura nel cielo:

Levommi il mio pensier in parte ov'eraQuella ch'io cerco e non ritrovo in terra;Ivi, tra lor che il terzio cerchio serra,La rividi più bella e meno altera.Per man mi prese e disse: in questa speraSara' ancor meco, se 'l desir non erra;I' son colei, che ti diè tanta guerra,E compiei mia giornata innanzi sera.Mio ben non cape in intelletto umano:Te solo aspetto e quel che tanto amastiE laggiuso è rimasto, il mio bel velo.Deh perchè tacque ed allargò la mano?Ch'al suon di detti sì pietosi e castiPoco mancò ch'io non rimasi in cielo.

Levommi il mio pensier in parte ov'eraQuella ch'io cerco e non ritrovo in terra;Ivi, tra lor che il terzio cerchio serra,La rividi più bella e meno altera.Per man mi prese e disse: in questa speraSara' ancor meco, se 'l desir non erra;I' son colei, che ti diè tanta guerra,E compiei mia giornata innanzi sera.Mio ben non cape in intelletto umano:Te solo aspetto e quel che tanto amastiE laggiuso è rimasto, il mio bel velo.Deh perchè tacque ed allargò la mano?Ch'al suon di detti sì pietosi e castiPoco mancò ch'io non rimasi in cielo.

Levommi il mio pensier in parte ov'era

Quella ch'io cerco e non ritrovo in terra;

Ivi, tra lor che il terzio cerchio serra,

La rividi più bella e meno altera.

Per man mi prese e disse: in questa spera

Sara' ancor meco, se 'l desir non erra;

I' son colei, che ti diè tanta guerra,

E compiei mia giornata innanzi sera.

Mio ben non cape in intelletto umano:

Te solo aspetto e quel che tanto amasti

E laggiuso è rimasto, il mio bel velo.

Deh perchè tacque ed allargò la mano?

Ch'al suon di detti sì pietosi e casti

Poco mancò ch'io non rimasi in cielo.

Dovrò io richiamare alla vostra memoria la canzone:

Chiare, fresche e dolci acque?

Chiare, fresche e dolci acque?

Chiare, fresche e dolci acque?

Per qual miracolo, dice a ragione il De Sanctis, la parola, mentre esprime dolore, ti rivela tanta grazia; mentre esprime contento, ti rivela tanta malinconia? È una fusione di tinte, che ti dà la vita nella sua pienezza, nel suo misto di luce e d'ombra.

L'originalità del Petrarca, ha scritto il Quinet, consistenell'aver sentito per il primo che ogni momento della nostra esistenza può contenere un poema, che non v'è un'ora della vita che non possa racchiudere un'immortalità. E codesta ora, codesto momento il Petrarca li ha cantati colla parola più dolce che fosse mai sgorgata da labbro umano; egli ha convertito in arte ogni lacrima, ogni gioia, ogni desiderio, ogni anelito del suo cuore ammalato, ed ha con ciò aperta la via alla grande lirica di tutti i popoli d'Europa.


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