LA GENESI DELLA DIVINA COMMEDIADIPIO RAJNA
DIPIO RAJNA
La molta cortesia non vi faccia dire di no, Signore e Signori: voi mi guardate con una certa quale curiosità per vedere che razza di viso abbia la sfacciataggine. Avete mille volte ragione. Ho osato sottomettere spontaneamente le spalle ad un carico, al quale non reggerebbero muscoli ben altrimenti robusti che i miei.La Genesi della Divina Commedia!
O tu chi se', che vuoi sedere a scrannaPer giudicar da lungi mille migliaCon la veduta corta d'una spanna?(Paradiso, XIX, 79).
O tu chi se', che vuoi sedere a scrannaPer giudicar da lungi mille migliaCon la veduta corta d'una spanna?
O tu chi se', che vuoi sedere a scranna
Per giudicar da lungi mille miglia
Con la veduta corta d'una spanna?
(Paradiso, XIX, 79).
(Paradiso, XIX, 79).
Per scusarmi posso ben dire qualcosa. Nella letteratura italiana laDivina Commediagiganteggia in maniera, che il cupolone del Brunellesco non basta a renderne immagine. Piuttosto sarà da ricorrere a quel Duomo mirabile, che là nella gran pianura lombarda si slancia verso il cielo, cospicuo da ogni parte a cento e più miglia, tra l'ammasso delle case milanesi; dorato il mattino dai primi raggi del sole, imporporato dagli ultimi, sfolgoreggiante ne' suoi bianchi marmi sotto la luce meridiana. Orbene: questo gran monumento, tolto il quale la nostra letteratura cambia affatto d'aspetto, nel disegno delle conferenze quale a me fu annunziato, appariva solo di traverso. Ed ecco uno stimolo internopungermi irresistibilmente a voler sopperire al difetto, mostrandovi un'altra faccia del portentoso edificio. Bella scusa davvero! Ho fatto come un villano, ingenuo e dabbene, che, penetrato, Dio sa in qual modo, in una sala dove sia gente di gran conto, vedendo l'uomo, ch'egli sa tra tutti il più famoso, lasciato pressochè solo in disparte da una specie di reverenza timorosa, vada a piantarsegli accanto.
Ma questi tutti son vani discorsi. S'io ebbi l'imprudenza, o l'impudenza, di mettere il mio nome appiè di una grossa cambiale senza pensare s'ero da tanto di poterci far fronte, ora, che la scadenza è venuta, bisogna che m'ingegni almeno di raggranellare le poche lire di cui dispongo. Un fallito dovrò essere di necessità; ma che io sia, se non altro, un fallito d'onore.
Donde cominciare? — La Signora Critica, dopo aver fatto la bisbetica per un pezzo — come pur troppo le avvien molto spesso, non già per malanimo, ma per rigido amore del vero — permette ch'io muova di colà, di dove, se a voi fosse lasciata la scelta, desiderereste di certo che io principiassi. È una figura ed è un nome di donna che devo qui evocare, ed è dell'affetto più gentile e più potente che abbia signoreggiato la mente dantesca che v'ho da intrattenere anzitutto. Guai di sicuro a chi nellaVita Nuovaprenda ogni cosa alla lettera; ma laVita Nuovanon è neppure un tessuto di finzioni immaginate colla mira di comporre un romanzo; anche là, dove non è storia di fatti reali, essa viene ad essere pur sempre — talora con una certa perturbazione cronologica — storia di sentimenti, di pensieri, di fantasie.
A Dante fanciullo — “Prima che fuor di puerizia fosse„ — entrò nel cuore l'immagine di una fanciulletta, che di certo allora egli non chiamava altro che “Bice„. Chi s'inalberi all'idea di un innamoramento così infantile,può essere dottissimo e sapientissimo in tutto, ma non conosce abbastanza l'anima umana. Passarono gli anni senza che l'immagine, di continuo ravvivata, venisse mai a cancellarsi; i sentimenti che essa suscitava si fecero via via più distinti; beato nel pensiero di quella gentile, il giovane ebbe a dirla la suaBeatrice— beatificatrice —, ossia fu portato a designarla col nome intero, di cuiBiceera lo scorciamento familiare. A questo modo il caso (non il caso, direbbe lui, dacchè per que' tempi “nomina consequentia rerum„, i nomi nascono dalle cose) gli forniva quelsenhal, o nome convenzionale, cui i trovatori avevan ricorso per cantare più liberamente le donne amate: unsenhalnon molto recondito, se si vuole, ma da bastare tuttavia allo scopo; qui specialmente, dove, sotto alle eteree sentimentalità, non si nascondeva, come tante volte nel mondo provenzale, una tresca impudica. D'altronde di questosenhalDante doveva allora servirsi solo, o pressochè solo, ragionando con sè medesimo, dacchè esso nelle poesie pervenuteci si mostra unicamente dopo la morte della donna.
Dante è in sui diciotto anni. Abbattutosi nella regina del suo cuore, che se ne va, in bianca veste, tra due matrone, e inebriato dal saluto di lei, si ritrae alla sua camera e pretende di aver avuto un sogno. Nel sogno vuole aver visto Amore, che regge in sulle braccia Bice addormentata, avvolta in un drappo leggermente sanguigno. In una delle mani egli tiene, ardente, il cuore dell'innamorato; e di questo, destata la fanciulla, induce lei a mangiare. Voltosi quindi di gaio ch'egli era prima, a piangere amarissimamente, si avvia verso il cielo, portando seco la donna.
Che Dante in quella notte sognasse di Bice, niente d'inverosimile; che la vedesse al modo che narra, pochi saprebbero credere, nè io sarò certo del numero. Ma se le cose dette non vide, egli, quel giorno o un altro, leimmaginò, salvo assai probabilmente l'ultimo tratto del volo verso la regione degli angeli, inspirato dai successivi eventi. E questa fantasia fu da lui esposta in un sonetto, che, pur non essendo stato di sicuro la prima prova del suo librarsi sulle ali del canto, è il più antico saggio che noi di lui si possieda. Il sonetto, indirizzato “A ciascun'alma presa e gentil core„, ma destinato propriamente per coloro che “erano famosi trovatori in quel tempo„ come una specie di problema di cui si chiede la spiegazione, non ha bisogno di essere letto qui perchè voi vediate in esso come un primo presagio dellaDivina Commedia. Il presagio è ben tenue di certo; ma forse che la sproporzione toglie la rispondenza tra l'immagine che si disegna sulla nostra retina e lo sterminato volume della stella che da una distanza inconcepibile manda all'occhio la sua luce? Fatto sta che in un caso e nell'altro abbiamo una visione, e una visione che muove dall'amore medesimo, quale materia di una creazione artistica.
A questa prima visione tante altre ne tengono dietro, da far sentenziare a un illustre storico della nostra letteratura — ad Adolfo Bartoli — che laVita Nuova“procede tutta, si può dire, per via di visioni„. Un valore generico queste visioni l'hanno sempre per noi; ma, naturalmente, non ci si deve arrestare se non a quelle che abbiano anche qualche importanza specifica. E così, prima d'incontrarci in nessuna di cui sia ancora a far parola, si dà di cozzo in una composizione, che, sebbene non sia il riflesso di nulla di cosiffatto, ci trasporta tuttavia ai mondi oltraterreni.
Dante, in un periodo d'afflizione, perchè la sua Beatrice, biasimando alcuna cosa in lui, gli ha tolto il prezioso saluto, cerca conforto nell'esaltazione dell'amata, e s'attenta, forse per la prima volta, ad affrontare il genere lirico più elevato, cioè la canzone. Egli parla a “Donnee donzelle amorose„, e squarcia loro d'un tratto i misteri del Paradiso:
Angelo clama in divino intelletto,E dice: Sire, nel mondo si vedeMaraviglia nell'atto, che procedeDa un'anima, che fin quassù risplende.Lo cielo, che non have altro difettoChe d'aver lei, al suo Signor la chiede;E ciascun santo ne grida mercedeSola Pietà nostra parte difendeChè parla Iddio, che di Madonna intende:Diletti miei, or soffrite in paceChe vostra speme sie quanto mi piaceLà, ov'è alcun che perder lei s'attende,E che dirà nello 'nferno a' malnati:Io vidi la speranza de' beati.
Angelo clama in divino intelletto,E dice: Sire, nel mondo si vedeMaraviglia nell'atto, che procedeDa un'anima, che fin quassù risplende.Lo cielo, che non have altro difettoChe d'aver lei, al suo Signor la chiede;E ciascun santo ne grida mercedeSola Pietà nostra parte difendeChè parla Iddio, che di Madonna intende:Diletti miei, or soffrite in paceChe vostra speme sie quanto mi piaceLà, ov'è alcun che perder lei s'attende,E che dirà nello 'nferno a' malnati:Io vidi la speranza de' beati.
Angelo clama in divino intelletto,
E dice: Sire, nel mondo si vede
Maraviglia nell'atto, che procede
Da un'anima, che fin quassù risplende.
Lo cielo, che non have altro difetto
Che d'aver lei, al suo Signor la chiede;
E ciascun santo ne grida mercede
Sola Pietà nostra parte difende
Chè parla Iddio, che di Madonna intende:
Diletti miei, or soffrite in pace
Che vostra speme sie quanto mi piace
Là, ov'è alcun che perder lei s'attende,
E che dirà nello 'nferno a' malnati:
Io vidi la speranza de' beati.
Se tutto non v'è riuscito chiaro in questi versi, non fatene colpa a voi stessi, giacchè anche la gente che pretende di spiegarli agli altri, dopo averci ficcato gli occhi ben addentro, dubita e disputa. Molto tuttavia si capisce abbastanza. Un angelo chiede istantemente a Dio, a nome di tutti i beati, che sia chiamata in cielo un'anima, che unica manca a rendere perfetta la festa di lassù. La Pietà sola — s'io non m'inganno, Maria — propugna le parti della povera umanità. Questa voce la vince: Dio conforta i suoi “diletti„ a portar pazienza, e lasciare che la loro “speme„, Beatrice, resti sulla terra tanto, quanto piace a lui di lasciarvela. Insomma, noi veniamo ad aver qui una piccola “Commedia divina„.
Ma “l'enimma forte„, che tormenta gli Edipi, è la chiusa della stanza. In terra, per testimonianza di Dio, è, tutto pauroso di perdere Beatrice, alcuno
... che dirà nello 'nferno a' malnati:Io vidi la speranza de' beati.
... che dirà nello 'nferno a' malnati:Io vidi la speranza de' beati.
... che dirà nello 'nferno a' malnati:
Io vidi la speranza de' beati.
Se prima abbiamo avuto come un lieve sentore dellaDivina Commedia, in questi due versi da un pezzo se ne scorge il deliberato proposito, e gli sforzi fatti per cercarvi altra cosa, riescono, per quanto vengano da intelletti vigorosi, vani del tutto. E vani sono del pari i tentativi di resecare chirurgicamente dalla canzone questa stanza, supponendola aggiunta poi; ed urta contro improbabilità ben gravi e difficoltà pressochè insuperabili anche la congettura recente, che solo questi due ultimi versi siano stati inseriti di nuovo, surrogandoli ad altri, nell'atto del legar questa gemma dentro allo splendido diadema dellaVita Nuova. Frattanto il disegno di un viaggio sotterra avanti la morte di Beatrice, riesce a noi difficile da comprendere; ed io per il primo m'ho da rammaricare che, se il disegno è formato fin d'ora, la bella dimostrazione della lenta, graduale evoluzione del futuro poema, che a me pareva di potervi fare, e che in sè stessa appariva la cosa più logica di questo mondo, ne vada non poco in iscompiglio. Ma, grazie a Dio, non sono ancora avvezzo a mettere il bavaglio ai fatti, perchè non abbian modo di levare la voce contro le concezioni del mio cervello; e l'esperienza m'ha insegnato da gran tempo che il vero si prende non di rado il gusto di andarsene a stare ben lontano dal verosimile. Così, se Dante fin d'ora — ossia non più tardi del 1289, posto che Beatrice sia, come penso ancor io, la figliuola di Folco Portinari, morto il 31 dicembre di quell'anno e non morto ancora quando la canzone fu composta — se Dante, dico, ha già immaginato unaDivina Commediasenza voler permettere a noi di scrutare in che modo propriamente l'idea venisse a nascere, e sia pure! Cosa questaDivina Commediafosse per essere, nessuno di certo saprebbe dire; si può dire bensì cosa non sarebbe stata, ossia, che essa sarebbe riuscita quanto mai diversa da quella che possediamo.Certo nel lunghissimo periodo che corse in ogni caso dal primo concepimento all'esecuzione, il concetto dell'opera ebbe a subire via via una serie di trasformazioni profonde. Ben diversa dall'attuale era manifestamente anche laCommediache Dante ebbe ad immaginare, quando, come vedremo tra poco, nessuno dubita ch'egli ad essa non pensi, e quando intanto la maggior parte delle vicende che improntarono il poema del loro marchio, ancora non era seguita. O che diremmo, se, per esempio in questa primissima fase, egli avesse fantasticato una specie di purgazione in vita, analoga a quella, che sarà da menzionare più tardi del Pozzo di San Patrizio, come solo mezzo atto a renderlo degno di amare colei che di continuo ci rappresenta come angelo in terra?
Rimettiamoci in via, dolenti di saperne forse un po' troppo perchè l'interesse dell'osservare non venga a soffrirne, ma fermi sempre nel proposito di tener gli occhi bene aperti. Dante ammala e cade in estrema debolezza. In quello stato gli succede di pensare, da una parte alla sua donna, da un'altra alla fragilità della vita, sicchè gli s'affaccia naturale l'idea che Beatrice stessa dovrà un giorno morire. Sopraffatto da smarrimento, chiude gli occhi e vaneggia. Ed ecco che “nel cominciamento dell'errare che fece la mia fantasia, apparvero a me certi visi di donne scapigliate, che mi diceano: Tu pur morrai! E poi, dopo queste donne, m'apparvero certi visi diversi ed orribili a vedere, i quali mi diceano: Tu se' morto„. Continuando il farneticare, egli non sa più dove sia: “e veder mi parea donne andare scapigliate, piangendo, per la via, maravigliosamente triste; e pareami vedere il sole oscurare sì, che le stelle si mostravano d'un colore, che mi facea giudicare che piangessero: e parevami che gli uccelli volando cadessero morti, e che fossero grandissimi terremoti„. O cos'è questopianto della natura? La parola di un amico glielo spiega: “Or non sai? La tua mirabile donna è partita di questo secolo„. Egli allora alza gli occhi al cielo: “E pareami vedere moltitudine di angeli, i quali tornassero in suso ed avessero dinanzi da loro una nebuletta bianchissima; e pareami che questi angeli cantassero gloriosamente; e le parole del loro canto mi parea udire che fossero queste:Osanna in excelsis.„ Dopo di ciò la fantasia gli rappresenterà ancora in atteggiamento ineffabilmente sereno le spoglie mortali della sua donna, ed egli si sentirà tratto a invocare la morte, e piangerà lagrime vere, finchè non sarà destato, nel momento che gli uscirà di bocca il nome di Beatrice.
In questo caso la visione non è un sogno, bensì un delirio. E il delirio è preparato da condizioni siffatte e si viene svolgendo in cotal maniera, che nessun psicologo ci troverebbe a ridire. Però stavolta abbiamo forse a fare proprio con qualcosa di sostanzialmente reale. Ma non è di ciò che a noi importa. C'importano, comunque sorti nella mente, quei ceffi di demonii, quelle figure d'angeli, tutto quello spettacolo pauroso e fantastico di morte, di dolore, di beatitudine. E c'importa che anche qui alla fantasticheria tenga dietro la rappresentazione artistica, dataci dalla canzone “Donna pietosa e di novella etate„, che è tra le più belle, più calde, più vive, che Dante componesse mai.
Beatrice non molto appresso viene realmente a morire, e l'Alighieri rimane lungamente affranto. Si rianima poi a poco a poco, e finisce per lasciarsi vincere da un nuovo amore, rampollato dalla compassione che s'accorge d'aver destato in un'anima gentile. Sennonchè presto “una forte imaginazione„, in cui gli pare di vedere Beatrice fanciulletta, come l'aveva vista la prima volta e in quelle stesse vesti sanguigne che allora indossava, lo riconduce, pentito, a pensar di lei sola. Oradunque egli riprende a cantare il dolor suo. Non a lungo tuttavia; chè, ecco apparirgli “una mirabil visione, nella quale„ egli dice, “vidi cose, che mi fecero proporre di non dir più di questa benedetta, infino a tanto che io non potessi più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò, studio quanto posso, sì com'ella sa veramente. Sicchè, se piacere sarà di Colui, per cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, spero di dire di lei quello che mai non fu detto d'alcuna.„
Che ciò che qui s'annunzia sia laDivina Commedia, è da avere in conto di cosa certa. E se non fossero i due versi che ci hanno dato filo da torcere poco fa, noi diremmo che essa erompa proprio dalla visione a cui qui oscuramente s'accenna, senza unirci tuttavia al coro di coloro che identificano in certo modo il poema colla visione stessa. Il bottone, turgido da un pezzo, al bacio di un sole infocato aprirebbe ora primamente i suoi petali. Ma se il disegno è vecchio già di qualche anno, bisognerà che in questo luogo esso venga solo a subire una metamorfosi. Quanto a determinar propriamente in che la visione attuale consistesse, ne lascerò il còmpito a chi sia dotato di una potenza divinatrice, che il cielo a me, poveretto, non ha voluto concedere. Questo so bene di poter dire, sicuro oramai di avervi compagni, che il concetto del gran poema sgorga direttamente dalla vita dell'Alighieri e dall'affetto santissimo della sua gioventù, e che il suo prender forma di visione, non è che una manifestazione più intensa di tendenze che noi vediamo connaturate colla mente sua.
Dal punto a cui ci s'è condotti all'esecuzione definitiva, correrà tuttavia molto tempo ancora. Qui non dobbiamo essere che al 1292 all'incirca; e la scena stessa del poema è posta nel 1300. Degl'indugi sarà poi da chieder conto alla bufera politica che travolgerà l'Alighieri; ma prima il conto vuol domandarsi a un doppioordine d'infedeltà, solo apparenti le une, più che reali invece le altre. Dante si dà allo studio della filosofia; e questa passione s'impadronisce a tal segno dell'animo suo, da sopraffare il pensiero della morta donna. Di cotal lotta, dell'esito che essa ha, ci è documento l'ammirabile canzone: “Voi che intendendo il terzo ciel movete„, ampiamente commentata nel secondo trattato delConvivio. Ma se qui l'Alighieri ha l'aria di discostarsi da Beatrice, e però anche dallaDivina Commedia, mentre in realtà sempre più loro s'avvicina, egli se ne discosta realmente d'assai lasciandosi andare ad una vita licenziosa, nella quale il peccato che ultimo si espia sul monte del Purgatorio, ebbe manifestamente non poca parte. Eppure questo stesso traviamento finisce per accatastare nuova legna per la immensa fiamma che verrà poi a divampare; più l'Alighieri s'imbraga, e maggiore diventa la necessità di mezzi più straordinari che non siano le “spirazioni„, in sogno o non in sogno, per trarlo a salvezza:
Tanto giù cadde, che tutti argomentiAlla salute sua eran già corti,Fuor che mostrargli le perdute genti.(Purg., XXX, 136).
Tanto giù cadde, che tutti argomentiAlla salute sua eran già corti,Fuor che mostrargli le perdute genti.
Tanto giù cadde, che tutti argomenti
Alla salute sua eran già corti,
Fuor che mostrargli le perdute genti.
(Purg., XXX, 136).
(Purg., XXX, 136).
Sarà mai vero che il proposito fermo di battere quind'innanzi altra strada e gli sforzi di salire “il dilettoso monte„ irradiato dal sole della virtù, fossero fatti allorchè il gran Perdono del 1300 offriva per la prima volta a tutta la Cristianità, conturbata dalla coscienza delle proprie colpe e dai terrori della vita futura, un modo relativamente agevole di lavarsi da ogni macchia e di sciogliersi da ogni pena? — Impossibile rispondere; ma se anche questo non fu, Dante non poteva certo scegliere momento più opportuno per collocarvi il suo mistico viaggio.
Quella che noi s'è venuta finora considerando per laDivina Commedia, è la genesi interna: la genesi in quanto ha luogo nell'animo stesso di Dante. Ma di contro a questa c'è una genesi esteriore. Al fenomeno soggettivo corrisponde un fatto oggettivo; se da un lato c'è una corda mirabilmente disposta a vibrare e render suono, dall'altro c'è una mano che la scuote. Si tolga l'una delle due: s'immagini un Dante diverso da quello che è, oppure si collochi a vivere in un mondo diversamente foggiato, e il grande poema andrà del pari a perdersi nell'infinito popolo dei non nascituri.
Volgiamoci a quest'altra parte. Volgervisi, dovrà manifestamente significar soprattutto rendersi conto del posto che tenevano nell'età dantesca le fantasticherie dei mondi oltraterreni, le quali, anche prima che ci si fermi a guardar le cose davvicino, appariscono pure essere per laDivina Commediaschiatta e famiglia. E il posto era stragrande davvero. Di queste fantasticherie avevano piena la testa, e la riempivano altrui, ecclesiastici e laici, predicatori e giullari, pittori e poeti: per lo più mirando piamente ad atterrire, talora anche a sollazzare. E fu per sollazzo (come non richiamare in Firenze, sia pur nota quanto si voglia, questa memoria fiorentina?) che, nella lieta ricorrenza del calen di maggio del 1304, mentre Dante già calcava le dure vie dell'esiglio, i mattacchioni di Borgo San Frediano, su barche, e navicelli, e impalcature, rappresentarono in Arno l'inferno, “con fuochi„, dice il Villani (VIII, 70) “e altre pene e martorii, con uomini contraffatti a demonia, orribili a vedere, e altri i quali aveano figure d'anime ignude, che pareano persone, e mettevangli in quegli diversi tormenti con grandissime grida, e strida e tempesta„: spettacolo che, fatto così per trastullo, parrebbe irreligioso ai nostri tempi, e che allora non era; ma che ebbe fine lagrimosa, dacchè, rovinato, per il peso soverchiodella folla spettatrice, il ponte alla Carraia, ch'era tuttora di legno, molti perirono; “sicchè„, conchiude il cronista, “il giuoco da beffa avvenne col vero; e, com'era ito il bando, molti per morte n'andarono a sapere novelle dell'altro mondo„.
E da tempo immemorabile le fantasticherie avevano proprio anche assunto la veste di andata alle dimore dei defunti. Siffatta concezione fu quanto mai comune presso i Greci, non uguagliati forse da nessun popolo nella familiarità con quelle regioni. Cosa di più noto alle menti elleniche che l'Acheronte, il Cocito, Caronte colla sua barca, la reggia di Plutone e Proserpina? Le andate più antiche si immaginaron corporee, come un altro viaggio qualsiasi. Tali son quelle d'Ercole, di Piritoo, di Orfeo, spettanti al dominio del mito; tale è nell'epica quella di Ulisse, di cui l'Odisseaci darà una particolareggiata narrazione, alla quale il pochissimo che l'Alighieri ne seppe, non toglie di essere la più remota progenitrice dellaDivina Commediaa cui noi si possa risalire.
Più tardi, per effetto dello spiritualismo filosofico, si contò di peregrinazioni compiute dall'anima soltanto. Anche ad un'immaginazione di questo genere ricorse Platone, il più fantasioso tra i filosofi greci, e quello che maggiormente si piacque di dar forme concrete e sensibili alle idee sue intorno alla sorte riserbata ai defunti; e alcuni secoli dopo vi ricorse allo stesso modo Plutarco. Riferire le cose dette da questi due, sarebbe gradevole a me, come sarebbe gradevole a voi l'ascoltarle; appena sapreste persuadervi di essere nel mondo pagano. Ma poichè il mio scopo è di prepararvi a capire come nasca laDivina Commedia, e non di farvi conoscere la storia delle idee e delle fantasie che si riferiscono all'altra vita, mi guarderò bene dal lasciarmi sedurre.
Dire che qualcosa fosse dei Greci, è un dire insieme che da un certo tempo in qua fu anche dei Latini, loro eredi non meno che emuli. I Latini parteciparono dunque anche per questa parte alle concezioni elleniche; solo, di tanto più positivi, ci si abbandonarono meno. Ma ecco, per trascurar tutto il resto, che Cicerone farà avere al suo Scipione Africano un sogno, che è una vera visione del paradiso; e Virgilio ci darà di una discesa di Enea all'Averno una descrizione, che, grazie alla vitalità somma del poema in cui era contenuta, eserciterà un'azione efficacissima anche per tutto il medioevo.
Venne il cristianesimo; e succhiò per questa parte latte pagano, ben più che israelitico; nè poteva essere altrimenti, dacchè il posto che nelle menti pagane era occupato dalle fantasie relative alla sorte riserbata all'anima al suo uscir dal corpo, nelle israelitiche era riempito invece dal pensiero e dalla rappresentazione del finimondo, della risurrezione, e del gran Giudizio. Ma è troppo facile intendere, date le idee cristiane, come da questo tempo in là le visioni dovessero moltiplicarsi: visioni per lo più tenere, pietose, commoventi, nell'età dei martiri; paurose invece nel medioevo, durante il quale la religione diventò in grandissima parte sinonimo di terrore. Non diamone maggior colpa a lei che alle generazioni che essa si studiava di tenere a freno.
Io non istarò qui a farvi passare dinanzi la lunga serie di coloro che di secolo in secolo pretesero, o si pretesero, aver visitato i regni della morte; giacchè vedo bene quanta sarebbe la noia, e non vedo invece quale sarebbe l'utilità di una filata di nomi accompagnata da scarsi ragguagli. Mi pare senza confronto miglior partito prendere tra i moltissimi un caso singolo, che possa servir di esemplare, e fare di quello un'esposizione abbastanza particolareggiata. Non sceglierò quella visione di frate Alberico, dattorno alla quale fu combattuta untempo la battaglia dell'originalità o non originalità del poema dantesco da chi ancora non sapeva, o non considerava abbastanza, com'essa non fosse che un individuo, non privo certo di qualche importanza, di una stirpe ben numerosa. Che Dante la conoscesse, è più che improbabile. E neppure mi appiglierò alla discesa famosissima di Owen nel pozzo di San Patrizio in Irlanda, nonostante che questo pozzo conservasse la sua reputazione di bocca delle regioni delle anime con una tenacia singolare, contro cui non valse nemmeno la distruzione eseguitane per ordine di papa Alessandro VI nel 1497. Prenderò invece la visione di Tundalo, germogliata ancor essa dal medesimo suolo irlandese, d'una fecondità proprio impareggiabile per roba siffatta. Questa può dirsi il capolavoro della sua specie. Composta alla metà del secolo dodicesimo, si divulgò, latina e molteplicemente tradotta, in modo veramente straordinario; e per me non è dubbio come sia tra quelle di cui Dante ebbe conoscenza diretta, e da cui trasse partito.
Tundalo era un cavaliere irlandese, giovane, bello, prode, piacevole, ma che non voleva darsi alcun pensiero delle cose dell'anima. Un giorno, mentre siede a tavola in casa altrui, si sente mancare, e, gridando, cade a terra. Appaiono in lui i segni della morte. Il corpo è steso sopra di un letto, e vi rimane tre giorni. Trascorso questo tempo, mentre tutto è pronto per la sepoltura, riapre gli occhi, con gran meraviglia dei circostanti. Egli riceve il corpo di Cristo, poi fa testamento in favore dei poveri, e quindi racconta i meravigliosi suoi casi.
Uscita dal corpo, l'anima era stata presa da grande paura, pensando alla sua vita colpevole. Una turba di demonii la circonda, digrigna i denti, le preannunzia l'inferno, e crudelmente la schernisce. Quand'ecco, eglivede accostarsi come una stella splendidissima, che, fattasi vicina, risulta un giovane di singolare bellezza (chi non ricorre qui subito colla mente al celeste guidatore del “vasello snelletto e leggiero„?) e gli si dà a conoscere per il suo angelo custode, mandato dalla misericordia divina. Gli annunzia pene bensì, ma insieme anche il ritorno alla vita, e gli dice di seguirlo. I demonii gridano contro l'ingiustizia di Dio, si picchiano tra di loro, ma se ne vanno, lasciando in quel luogo un gran puzzo. L'angelo, e Tundalo dietro di lui, si mettono in via.
Dopo aver fatto lungo cammino, in mezzo a tenebre rischiarate solo dalla luce dell'angelo, giungono a una valle profonda, piena di carboni ardenti, e ricoperta da un'immensa gratella arroventata, su cui friggono molte anime. Come cera si squagliano e colano sui carboni, per poi essere restituite nella forma di prima. Cominciano di qui i loro tormenti, seguiti da altri ancor maggiori, i parricidi, i fratricidi, gli omicidi in genere, e i loro complici.
Più oltre è un monte con uno stretto passaggio, che ha da una parte un fuoco di zolfo, e dall'altra neve e grandine, e vento orribile. Qui demonii, con forche roventi, aspettano al varco gli insidiatori, per metterli a tormentare, con dolorosa vicenda, or di qua, or di là.
I superbi urlano e gemono entro a un fiume di zolfo nel fondo di una tavola angusta, su cui solo agli eletti è dato di reggersi, mentre gli altri tutti precipitano. Questo ponte, che non rimane solo, come si vedrà or ora, è un'immaginazione che viene ben di lontano. Tundalo, grazie alla sua scorta, riesce a passarlo.
Proseguendo per una via tortuosa, si trovan di fronte a una bestia di grandezza così sterminata, da poter contenere nella bocca molte e molte migliaia di uomini. Il mostro si chiama Acheronte. Esso vomita fiamme, ecerti demonii sono continuamente affaccendati a cacciargli in corpo delle anime. È il tormento degli avari. L'angelo d'improvviso sparisce, e Tundalo è preso e trascinato a patire pene incredibili e svariate in quell'orrido ventre. Pure alla fine si trova libero di nuovo, e l'angelo gli è al fianco.
Risanato con un semplice tocco del dito, è condotto ad un lago in continua e violentissima procella, pieno di mostri terribili, che stanno continuamente in attesa di anime da divorare. Questo pure è attraversato da un ponte, largo un palmo, lungo tre miglia, tutto coperto di punte che forano i piedi. Sopra di esso tocca a Tundalo di avventurarsi, tirandosi dietro una vacca indomita, in pena del furto di un animale siffatto. Il poveretto tollera patimenti indicibili; ora cade lui, ora la bestia; e ancora s'aggiunge l'incontro di un'altr'anima, carica di un gran fascio di spighe. Pure, quando Dio vuole, la prova è superata.
Lascio altri tormenti, anche più strani e tremendi, tra i quali non è tuttavia, come forse vi aspettereste, lo starsene a sentire conferenze noiose. E tutto questo non è che purgatorio! Alla fine Tundalo ode grida, ed urli, e tuoni, che fanno un insieme di cui non si può dir a parole l'orrore, e si vede dinanzi come un gran pozzo, dal quale escono tratto tratto fiamme e fumo, che paiono arrivar fino al cielo. Insiem colle fiamme son portate in alto numerosissime anime in forma di faville, che poi ricadono nel profondo. Ecco l'inferno. Una turba di demonii, usciti ancor essi di colà colle fiamme, fa ressa dattorno a Tundalo, e dà luogo a una scena, che subito ci fa pensare a ciò che nell'inferno dantesco segue sulle porte di Dite e al ponte de' barattieri. Ma l'angelo, che era prima sparito, riappare di nuovo, e dissipa costoro. Quindi conduce Tundalo anche giù nel baratro infernale; ma ve lo conduce invisibilea tutti, e senza che più deva partecipare alle pene. Dar conto dei supplizi veduti laggiù, non sarebbe, ci si dice, possibile; però altro non ci si descrive che Lucifero, mostro spaventoso e d'incredibile grandezza, nerissimo, con mille mani, lunga ciascuna cento palmi e munita di unghioni di ferro, con un enorme becco e una gran coda. Giace incatenato sopra una gratella, alla quale sono sottoposti carboni ardenti, rinfocati di continuo per forza di mantici da demonii senza numero. Pieno di furore, prende quante anime gli vien fatto di afferrare, le strizza, le infrange, e quindi, soffiando, le sparge per ogni parte dell'inferno. È allora che si solleva la gran fiamma vista uscire dal pozzo, la quale altro non è che il fiato di Lucifero. Ma poi il mostro aspira di nuovo; e fuoco, ed anime, e demonii, tutto gli rientra in corpo. La pittura è grandiosa davvero e spaventevole.
Tundalo, inorridito, dopo aver avuto dalla sua scorta molte dichiarazioni, domanda ed ottiene di uscir fuori, e ben presto, con gran meraviglia, si trova lieto e sicuro, non più circondato da tenebre. S'arriva ad un muro altissimo, appiè del quale se ne stanno alla pioggia ed al vento moltissime anime, travagliate da fame e da sete. Son coloro che vissero onestamente bensì, ma che non fecero elemosina come dovevano; però, simili agli scomunicati dell'Alighieri, rimangono qui alcuni anni ad aspettare.
Non aspettano Tundalo e l'angelo, e per una porta entrano in un giardino amenissimo su cui il sole mai non tramonta, dove sono le anime di coloro che, liberati dai tormenti infernali, ancora non meritano d'essere accolti nella compagnia dei santi. Nè da questo luogo son bandite del tutto le pene.
Giungiamo al piede di un secondo muro, che non ha porte, e al di là del quale Tundalo si trova, senza saper come, tra cori di santi, che lieti e festosi, in splendidevesti, deliziati da profumi inenarrabili, cantano soavissime melodie. È il paradiso dei maritati, che tennero fede al matrimonio. Al di là di questo, separato al modo medesimo da un muro, n'è uno anche più splendido, destinato ai martiri, a chi serbò la verginità, agli edificatori e benefattori di chiese. Questi ultimi se ne stanno in celle d'oro e d'avorio sotto un grand'albero che raffigura la Chiesa. Finalmente, al di là di un altro muro, fatto di pietre preziose, sono i nove ordini delle milizie angeliche, e la beatitudine più piena. Vi si scorge una seggiola meravigliosa, destinata a un'anima che ancora è tra i viventi. Mentre Tundalo sta qui gustando di una dolcezza ineffabile, gli è annunziato dall'angelo che deve ritornarsene, e immediatamente egli si trova gravato del peso del corpo. Fu allora che riaperse gli occhi.
Tale è questa visione, superiore ad ogni altra così per l'orditura generale come per molti particolari, ma infinitamente lontana pur sempre dallaDivina Commedia.
Là dove tanti avevano fantasticato, e non di rado vaneggiato, Dante solo pensò. La mente dantesca è una tra le più meravigliosamente contemperate che mai sian state nel mondo; fantasia e ragione, che nella maggior parte degli uomini paiono come rappresentarci i due piatti d'una bilancia, dei quali l'uno non può calare senza che l'altro si sollevi, qui sono entrambe in grado sommo e si crescon forza a vicenda. E alla ragione e alla fantasia s'accompagna una potenza di sentimento, capace al modo stesso delle più squisite delicatezze e degl'impeti più fieri; che può esser ruscello che scorre trasparente, accarezzando gentilmente le erbe che sporgono dalle rive, e torrente furioso che va a precipizio, travolgendo macigni, alberi, case, tutto quanto gli si para dinanzi.
Tale la natura aveva fatto l'Alighieri: la vita, piuttosto che per favore di circostanze, grazie ad una sete inestinguibile di sapere, — “La sete natural che mai non sazia„ altro che se Dio stesso l'appaga — aggiunse a tutto ciò una padronanza pressochè piena della scienza del tempo suo. Questa scienza sarebbe stata assai facilmente per altri come una gran pietra legata al piede, sia pure di un'aquila; per lui invece riuscì come la zavorra, per virtù della quale la nave si fa stabile e ben equilibrata.
Questo l'uomo che concepì il disegno di percorrere, dopo tanti e tant'altri, i mondi delle anime. Stiamo pur sicuri ch'egli non ricalcherà le orme di chicchessia. Perfino al cospetto di Virgilio, dell'“altissimo Poeta„ ch'egli non si stanca di chiamare “maestro„ e che, a motivo anzitutto della discesa di Enea all'Averno, sceglie a guida attraverso alle due regioni delle pene, non si riduce nient'affatto a diventare servile. Egli ha certo la rappresentazione sua incomparabilmente più fissa nella memoria d'ogni altra, l'imita talvolta in qualche particolare, ma serba piena ed intera la propria libertà.
Posto di fronte al soggetto suo, Dante provò il bisogno vivissimo di sottometterne, del pari come la successione dei peccati e delle pene, così anche la topografia, a quelle leggi d'ordine e misura, a cui era stato sempre ribelle. Era un caos ciò che a lui stava dinanzi. Poche soltanto tra le descrizioni de' suoi antecessori presentano contorni che possano in qualche maniera esser colti; e allora è un concetto assai povero che ci si offre. Abbiam come una sterminata estensione orizzontale, nella quale s'apre una profonda voragine. Tale è la disposizione virgiliana, tale quella che avete visto nella visione di Tundalo, tale quella di altri esemplari parecchi. Il baratro, come sapete, è l'inferno, dove nel più dei casi neppure si penetra, e del quale ad ognimodo si parla sempre in succinto. Nella parte superiore s'hanno le punizioni a tempo, ossia il purgatorio; e all'estremità sua sogliono incontrarsi le sedi dei beati: ben naturalmente nella concezione dei pagani, pei quali, fino a che la filosofia troppo non se ne immischia, il regno dei morti è uno solo, governato tutto da Plutone, ma con assurdità patentissima quando ci troviamo nei dominii del cristianesimo. I luoghi di pena, apertamente o non apertamente, s'immaginano quasi sempre sotterra. È dunque sotterra anche il paradiso?
Di concepire le cose come i predecessori, Dante non poteva contentarsi: egli cosmografo, egli dotato in grado ben alto di quel senso classico, che rifugge dall'indeterminato e dall'indeterminabile, costituendo un così reciso contrapposto alle tendenze dell'ingegno orientale. E non pago di modificare, tutto trasformò.
Il gran cardine della metamorfosi fu il purgatorio. Dante lo trasse dalle profondità del suolo e lo staccò recisamente dall'inferno. Così operando, egli si accostava ai teologi, che, mentre per lo più eran d'accordo nel ritener sotterranea la regione dei dannati insieme col limbo, non solevano pensare il medesimo di quella delle anime purganti. E non mancava, credo, chi questa regione ponesse appunto, come si fa dal poeta, agli antipodi. Dico solo “credo„ perchè la testimonianza che mi soccorre al momento è alquanto posteriore allaDivina Commedia; ma è troppo ovvio che, se il purgatorio era sulla superficie terrestre, dovesse immaginarsi in quelle parti a cui si pensava che l'uomo non potesse giungere. Del resto perduti nell'oceano i luoghi di pena temporanea sono anche in qualche esposizione leggendaria tra quelle che in generale ci son meno prossime, segnatamente nel famosissimo viaggio di San Brandano.
Ma se qui Dante, fino a un certo segno, abbandonava una tradizione per avvicinarsi ad un'altra, egli fu propriamenteoriginale nella determinazione specifica del concetto. Quel medioevo che tanto favoleggiò delle regioni dei morti, vagheggiò non poco anche l'immagine di quelle sedi beate, che il primo atto di seduzione femminile e di debolezza mascolina si credeva aver tolto all'umanità. All'esistenza reale ed attuale del paradiso terrestre si dava fede quasi universalmente; e fede continuò a darcisi per un pezzo, sicchè è noto come lo stesso Colombo immaginasse di essere arrivato ne' suoi paraggi quando giunse alle foci dell'Orenoco. E sulle carte dell'età di mezzo questa regione felice, alla quale molte leggende facevano pervenire dei fortunati visitatori, è segnata molto spesso. Solo c'era qui pure dissenso quanto alla situazione. I più la ponevano in un remotissimo oriente; non pochi nell'India; altri, che si potranno un giorno far forti anche della poderosa autorità dell'Astolfo ariostesco, nell'Etiopia; parecchi — e non dico infine, perchè ancora non si sarebbe finito — lungi dal mondo abitato, divisa da esso, secondo taluni, da un gran tratto di mare. Ma l'accordo si ristabiliva tra il maggior numero per ciò che spetta alla configurazione particolare. Il paradiso terrestre doveva esser vetta di un monte isolato di straordinaria altezza; di un monte che certuni (chi conosce laDivina Commediacapisce subito il motivo dell'avvertire siffatta particolarità), per sottrarne la cima ai turbamenti atmosferici, facevan spingere il capo fin dentro al cielo lunare. Orbene: Dante prese questo monte, s'appigliò al partito unicamente ragionevole di collocarlo in mezzo al mare e agli antipodi, e dintorno alle sue pendici dispose il purgatorio, ripartendolo, colla sua mente geometrica, in altrettanti ripiani o cinture di forma regolarissima. Curiosa la rispondenza che cotale concezione viene ad avere con una che s'incontra nelLibro delle visioni e rivelazionidella tedesca Matilde di Hakeborn:curiosa assai, ma casuale, e buona a provarci a quante illusioni ci espongono non di rado certe somiglianze anche assai spiccate.
A togliere dalle viscere della terra il purgatorio, a trasportarlo alla luce, ad associarlo strettissimamente coll'Eden, Dante non fu mosso niente affatto da mere convenienze architettoniche. È un concetto ben altrimenti elevato che lo inspira. A lui la condizione di un'anima che espiando si purifica, apparisce cosa celeste. Anzichè una specie di vestibolo dell'inferno foggiato a sua immagine, la regione delle pene temporanee gli si affaccia come scala al paradiso. Questa è regione di dolore bensì: ma di dolore cui muta natura la certezza della felicità che s'aspetta e alla quale il soffrire è un avvicinarsi continuo. Però nel poema dantesco le scene terribili dell'inferno fanno qui luogo a rappresentazioni che parlano un linguaggio soave; alla disperazione succede una tenera malinconia; alle tenebre di una notte “privata d'ogni pianeta, sotto pover cielo„, il biancheggiar dell'alba.
Ahi, quanto son diverse quelle fociDalle infernali! chè quivi per cantiS'entra, e laggiù per lamenti feroci.(Purg., XII, 112).
Ahi, quanto son diverse quelle fociDalle infernali! chè quivi per cantiS'entra, e laggiù per lamenti feroci.
Ahi, quanto son diverse quelle foci
Dalle infernali! chè quivi per canti
S'entra, e laggiù per lamenti feroci.
(Purg., XII, 112).
(Purg., XII, 112).
Quindi, se a questa sede benedetta si verrà per acqua, non altrimenti che all'inferno, a far da nocchiero, in luogo di “Caron dimonio con occhi di bragia„, avremo un angelo. Ed angeli, non demonii come in tutte le descrizioni anteriori, saranno i ministri preposti a questi luoghi. Davvero io non esito a dire che il purgatorio è la più bella, la più poetica, la più umanamente ammirabile tra le creazioni dell'Alighieri.
Ho detto che qui sta il cardine del nuovo sistema. Le profondità della terra restano così riserbate alle solepene eterne, delle quali Dante, con un ordinamento che è il rovescio di quello degli antecessori suoi, acquisterà troppo ragionevolmente conoscenza prima di passare al purgatorio, a quella maniera che poi dal purgatorio salirà al paradiso. Il purgatorio d'un tempo, sgombrato dei vecchi suoi ospiti, diventerà parte integrante dell'inferno. E siccome le pene che i visitatori antecedenti s'erano trattenuti a descrivere, e che fanno riscontro alle dantesche erano sempre state sole, o quasi sole, le temporanee, ne viene che l'inferno dantesco è anzitutto e soprattutto l'altrui purgatorio. La forma sua nondimeno muove da quella che s'era attribuita all'inferno vero e proprio. Ma dove gli altri s'erano contentati di una voragine informe, egli anche a quella voragine dà un'architettura regolare, foggiandola a cono rovesciato, con una serie di gironi che vanno via via restringendosi e digradando, sì da riuscire come il riscontro concavo della montagna del purgatorio. E giù nel fondo colloca Lucifero. Di collocarlo in tal modo l'idea gli poteva più o meno essere suggerita anche dalla tradizione schiettamente sacra; nondimeno chi metta a paragone il Lucifero suo con quello della leggenda di Tundalo, mal può rattenersi dal pensare che di lì “Lo 'mperador del doloroso regno„ abbia a riconoscer l'origine.
Resta il paradiso. Se nella pittura dei tormenti — temporanei o perpetui, non fa differenza — i visionari che precedettero Dante avevano spesso dato prova d'ingegno e di facoltà inventiva, nel descrivere la beatitudine celeste essi erano rimasti così rasente terra, da muovere a pietà. Non erano davvero atte a un volo così ardito le loro ali di struzzo. Però il loro paradiso si riduceva per lo più a un mero paradiso terrestre, o ad una povera copia della Gerusalemme apocalittica. Che se taluni avevano osato slanciarsi negli spazi, all'ardimento non aveva corrisposto l'effetto.
Per ben intendere ciò che sono per dire, si richiami alla mente come si concepisse l'universo dal medioevo, come si fosse concepito per solito dagli antichi, come continuasse a concepirsi fino a che le idee copernicane non mandarono ogni cosa a soqquadro. La terra — questo povero granellino di sabbia lanciato negli spazi — s'immagina ferma e salda, e nientemeno che centro al gran tutto; le stelle fisse sono disposte in una specie di strato sferico, che potremo rassomigliare a ciò che è in un arancio la buccia; lo spazio compreso tra questa regione superiore e la terra si suppone divisa in varie sfere racchiusa l'una nell'altra, alla maniera di certe palle di legno che s'aprono, delle quali la prima ne contiene una seconda, la seconda una terza, e così via. In ciascuna sfera, fatta astrazione dal nucleo centrale, ossia dalla terra, e dal suo involucro immediato, compie i suoi moti un pianeta: partendo dal basso, successivamente la luna, Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove, Saturno. Al di sopra del cielo delle stelle fisse, ragioni filosofiche e matematiche avevano portato a congetturarne un altro, che fu detto “primo mobile„ o “cristallino„; e sopra a questo, che veniva ad essere nono, la speculazione cristiana ne mise ancora un decimo, chiamato “empireo„.
Nel cielo empireo i teologhi ponevano Dio; in esso o nel sottoposto cristallino, i beati. Se Dante si fosse adagiato in siffatta idea, si sarebbe ridotto a non aver a descrivere che un solo cielo. Cosa sarebbe mai stata allora la terza cantica? E ne sarebbe andata distrutta anche la legge di progressione che regola il poema. Il poeta doveva dunque sentirsi spinto a popolare giù giù anche tutte le sfere inferiori. A ciò poteva incitarlo, non ostante gli scontorcimenti degl'interpreti, la parola stessa di Paolo, “rapito fino al terzo cielo„; a ciò quel nome appunto di cieli, dato universalmente a tutte senzadistinzione le sfere, e il concetto che vi si collegava; a ciò le fantasticherie di un'antica letteratura cristiana, nella quale tiene uno dei primi posti l'Ascensione d'Isaia, e gli echi che di cotal letteratura s'ebbero nel medioevo; a ciò, per farla finita una volta pur non avendo finito, il sogno ciceroniano di Scipione, che agli spiriti eletti assegnava qual dimora la via lattea, e il Timeo di Platone, conosciuto anche allora, che faceva discendere le anime dalle stelle a vivificare i corpi, e ad esse, se buone, le rendeva dopo morte. Ma neppure a questo secondo partito, troppo repugnante a quella teologia che nel Paradiso prende necessariamente il di sopra, Dante poteva adattarsi senza temperamenti; e il temperamento fu di natura, da conciliare in tutto e per tutto le convenienze artistiche colle teologiche. Accettò l'idea che i beati avessero tutti quanti sede nell'empireo; ma suppose che nondimeno si manifestassero nei cieli sottoposti, tra i quali si trovassero ripartiti a seconda delle virtù o delle tendenze che avevano spiccato in loro durante la vita. È all'astrologia giudiziaria, non ripudiata nient'affatto entro certi limiti nè da Dante nè dagli stessi teologi, che si chiedono i principii direttivi della ripartizione. Però le anime che l'influsso della stella di Venere al momento della nascita aveva portato ad essere amorose, in Venere appunto dovranno apparire.
Gli è solo delle linee generali del poema che noi ci siam resi conto in questa maniera; abbiam visto come Dante foggiasse le celle dove deporre il suo miele. Ma qui non mi è lecito andar troppo più oltre di così. All'opera portentosa del poema sacro “han posto mano„ realmente “e cielo e terra„. Il poeta vi profonde a piene mani — a seconda delle opportunità offertegli via via da un disegno sconfinatamente vasto, che, non pago di abbracciare l'universo intero, comprende lostesso Dio — tutti i tesori inesauribili di una natura meravigliosamente e svariatissimamente dotata, di una scienza accumulata con lungo ed amoroso studio, di una vita fatta esperta se altra mai dalla sorte “E degli vizi umani e del valore„. Dar conto particolareggiato di un contenuto così straordinariamente complesso e moltiforme, come si potrebbe qui mai? Però, invece che accostarmi al mio scopo, mi parrebbe di allontanarmene, se mi fermassi a discorrere di questo o quell'elemento, di questa o quella rappresentazione speciale. Farei come chi, per vedere il Giudizio Universale di Michelangelo, appoggiasse il naso alla parete. Certo, Caronte, Minosse, Cerbero, le Arpie, vengono da Virgilio; sono di origine virgiliana, o pagana in genere, sebbene subiscano una trasformazione profonda, e la palude Stigia, e la città di Dite, e Lete, e altre cose assai, troppo patenti e note perchè sia lecito insisterci; e dalla visione di Tundalo, colla quale s'è detto doversi riconnettere il Lucifero dantesco, emanerà probabilmente anche il seggio vuoto riserbato nel cielo all'“alto Arrigo che a drizzare Italia Verrà in prima ch'ella sia disposta.„ Queste e innumerevoli altre derivazioni si potranno osservare; ma dopo averle rilevate, in cambio di aver progredito nella comprensione generale dell'opera, si arrischierà di non capirne più nulla, quando non ci s'affretti a riallontanarci di tanto, che il grande ed il piccolo siano abbracciati insieme dallo sguardo e riprendano le loro rispettive proporzioni. Metterà maggior conto rilevare, esser probabile che dalle visioni precedenti Dante ripeta il concetto che il viaggio sia intrapreso a scopo di purificazione morale, pur trattandosi qui di una idea molto ovvia, e che nellaCommediaassume un significato senza confronto maggiore per effetto di quel senso allegorico, tanto cercato, tanto accarezzato dalle menti colte dell'età di mezzo, che viene a sovrapporsi alla lettera, e che nelle concezioniprincipali raddoppia in certo modo il poema. E furono le vecchie visioni a dar l'esempio del surrogare all'inferno e al purgatorio singolarmente povero della pretta tradizione teologica — fiamme e zolfo e poco più — una grande svariatezza di tormenti. Molto importa poi il notare che già parecchie tra le visioni antecedenti avevano largamente frammischiato nelle rappresentazioni loro la terra, col facile espediente del riconoscere tra le anime parecchi, di cui era ancor viva la memoria. Cosa voglia dir ciò per laDivina Commedia, chi mai non vede? Vuol dire Francesca e Ugolino, Farinata e Pier delle Vigne, Sordello e Guido Guinizelli, Piccarda e Carlo Martello, in una parola, quantitativamente un porzione grandissima del poema, e sott'altro rispetto tutto ciò che v'ha in esso di più poetico, di più sentito, di più vitale. Ma bisognava che la semenza cadesse sopra un terreno ben portentosamente disposto per fruttificare in cotal maniera! Però a me non piace si parli di “Fonti„ per laCommedianon altrimenti da quel che si faccia per ilDecamerone, per ilFurioso, per laGerusalemme. Questi son fiumi: laDivina Commediaè addirittura il mare. E come nel mare, l'acqua che vi scende da ogni spiaggia, che vi piove dalle nubi, prende nuovo sapore. Ma di quella condizione singolare per cui il grande poema riesce opera d'impareggiabile originalità, pur dovendo infinitamente al mondo che lo circonda, potrà esserci miglior immagine un grand'albero, che da una parte si sprofonda nel suolo ad aspirarne succhi per mille e mille radici, e dall'altra si eleva meravigliosamente poderoso, ricco di rami, lussureggiante di foglie, tutto rivestito di fiori.
Alla grande intrapresa del poema Dante riuscì a dar compimento poco prima forse che la vita gli mancasse. Venutone a capo, egli poteva rivolgere con profondasoddisfazione il pensiero alle parole scritte al termine dellaVita Nuova: l'ardita speranza di dir di Beatrice “quello che mai non fu detto di alcuna„ era stata seguita da un effetto, a cui la speranza stessa, per ardita che fosse, mal poteva arrivare. Il voto era sciolto; egli aveva elevato un monumento, a paragone del quale le piramidi dei Faraoni, la mole di Adriano, e quant'altro mai di più gigantesco e più splendido l'uomo eresse quale albergo alle ossa proprie o alle altrui, erano a dire meschinità. Il monumento era riuscito di tale ampiezza, e così straordinariamente ricco, da parere altra cosa che un sepolcro; eppure la figura di Beatrice tutto lo dominava dall'alto, trasfigurata, indiata, ma non dissimile da ciò che era apparsa vivente.
Sicuro: nellaCommediala Beatrice umana non manca. Noi la riconosciamo allorchè al sommo del monte del purgatorio scende sul carro fatidico, “vestita di color fiamma viva„, non diversamente da quel che si fosse mostrata fanciulla, e, prima ancora di sollevare il velo che le copre il viso, induce un tremore in tutte le membra di lui, che