LA LETTERATURA MISTICA

LA LETTERATURA MISTICADIENRICO NENCIONI

DIENRICO NENCIONI

Misticismo è quella dottrina che professa una pura e disinteressata devozione, affermando di avere diretta e immediata comunicazione col Divino Spirito, dal quale l'anima nostra deriva una conoscenza di Dio e delle cose spirituali, non ottenibile dal naturale intelletto, e che non può essere nè analizzata nè dichiarata: è uno stato psicologico, nel quale l'anima umana, penetrando nella pura essenza delle cose, scuopre anche nel Naturale il Soprannaturale.

Qualcuno mi dirà forse, come disse Byron a Coleridge quand'ebbe letto la sua sibillinaBiographia literaria: Ora si prega il poeta di spiegarci la sua spiegazione....

Ma, pazienza e buona volontà, gentili uditrici e cortesi uditori. Dimenticate per un momento l'ultimo trattato di Spencer che avete studiato, l'ultimo romanzo fisiologico-patologico che avete letto, l'ultimo fascicolo dell'ultima Rivista scientifica, e l'anno di grazia 1891. Per un momento, sforzatevi di rivivere in un remoto passato.... Rievochiamolo insieme.... si tratta sempre dell'eterna anima umana — e tutto quello che l'uomo ha pensato, creduto ed amatosinceramente, è, o dovrebb'essere, sempre caro e sacro per l'uomo.

Carattere essenziale del vero mistico è l'ammirazione nell'adorazione: egli è colpito,wonderstruck, come dicon gli Inglesi, dal miracolo permanente dell'Universo e dal mistero del proprioio. Il mistico rassomiglia a quel giovine di cui canta Heine, che di notte, in riva al mare deserto, dice ai flutti: “Oh spiegatemi l'enimma della Vita, l'enimma doloroso ed antico che ha tormentato tante teste! — teste coperte da mitrie geroglifiche, da turbanti, da berrette, da parrucche; e tante altre povere e bollenti teste umane. — Che cosa significa l'uomo? che cos'è? d'onde viene? dove va?„ — Il grande scettico poeta soggiunge: “I flutti mormorano il loro murmure eterno, il vento soffia, le nuvole fuggono, le stelle scintillano fredde e indifferenti — e il giovine pazzo aspetta ancora una risposta....„ Per il mistico invece, la rispostac'è; misteriosa, ma vivente e immediata, consolante e terribile a un tempo, illuminando come alla luce d'un lampo, i grandi misteri dell'Universo, dell'anima umana e di Dio.

Certo, in faccia al grande arcano dell'Universo, è naturale nell'uomo la maraviglia e come un sacro terrore. È tanto naturale, che non vi è, credo, nemmeno fra i positivisti più dichiarati, chi non abbia, o non abbia avuto in vita sua, un momento di questo stupore, e in conseguenza unlampo di misticismo.

Pensate! Le fasi della Natura ci sono parzialmente note in questa nostra frazione di pianeta — ma da quali remote leggi di ignoti universi dipendono? quale infinito ciclo di cause muove il nostro breve epiciclo? da quale inscrutabile oceano deriva questa goccia in cui ci muoviamo e viviamo? — Contemplata profondamente la Natura ci appariscesoprannaturale, perchè la essenza delle cose ci è ignota.... Scriviamo dei dotti volumi, facciamo delle brillanti letture su ifenomenidelle cose — ma la loroessenza?... Non crediamo più ai taumaturghi,ai miracoli; ma in realtà ci muoviamo, respiriamo, viviamo in un perenne miracolo, e siamo noi stessi, nella nostra essenza, nel nostro intimoio, il più complicato e stupendo di tutti i miracoli.

C'è (scriveva un grande storico filosofo) c'è uniomisterioso sotto questo vestito di carne: profondo è il suo ascondimento sotto questo strano vestito, fra i suoni, i colori e le forme — e tuttavia questa veste medesima è tessuta nel cielo, e imperscrutabilmente divina nella sua essenza. Generazione dopo generazione, l'umanità prende la forma di un corpo, ed emergendo da una notte cimmeria,apparisce!Così come una celeste artiglieria, tutta folgori e fiamme, questa misteriosa umanità tuona e divampa attraverso l'Infinito, in file grandiose, in rapidissime successioni.... È pernon pensare, o pensarecon leggerezza, fermandosi alle apparenze, alla superficie delle cose, che cessa nell'uomo la maraviglia, e stupisce che altri stupisca dinanzi al permanente miracolo dell'Universo.„

Ma noi accetteremo il Misticismo nel senso più comune della parola, e per Letteratura mistica intenderemo quelle opere nelle quali ilsentimento religioso cristiano(nel suo senso più largo ed universale) è intenso e predominante — e ne forma la base e la sostanza. Sarebbe temeraria follìa presumere di esaurire in meno di un'ora sì vario e sì vasto tema. Io mi limiterò a rapidi cenni, trattenendomi un po' più sui punti caratteristi e culminanti. Ma l'argomento meriterebbe di essere svolto in un libro — e sarebbe libro curioso e fecondo, e di alta importanza storica e psicologica.

Il Medio Evo è un'epoca tragica: un'antitesi di tenebre desolate e di sfolgoranti splendori. L'umanità malata che non ha pane per satollarsi, si nutrisce delle rose del cielo, e sogna giardini di luce e ghirlande di stelle. Gli occhi quasi consunti dal lungo piangere, si fissano estatici in visioni angeliche.... Ma fa spavento il pensare a ciò che l'umanità ha patito in quei secoli. Le candide e cristalline guglie delle cattedrali si direbbero composte colle lacrime congelate di dieci generazioni. I dolori secolari guastarono radicalmente l'umano organismo. In tre secoli successivi, infieriscono tre orribili malattie, tre catastrofi: la lebbra — l'epilessia — la peste nera — che in due settimane, fa d'una città popolosa un cimitero deserto!... Pensate alle agonie dei poveri contadini in quei secoli di ferro! Servo della gleba o agricoltore, la intensità della sua miseria non cessa mai. Ma nella campagna desolata, passa un fantasma solitario, sospettoso, che cerca e svelle in fretta delle erbe sinistre dagli steli vellosi, dalle foglie rigate di nero e di rosso come lingue di fiamma. È la pallida strega che coglie il giusquiamo e la belladonna, i possenti narcotici che addormentano lo spasimo della carne e l'agonia del pensiero. È l'unico amico, l'unico medico, di quei derelitti. Paracelso, che bruciò tutti i libri di medicina del Medio Evo, confessa che i soli medici che sapesser qualcosa erano quelle infelici che il braccio ecclesiastico e il secolare torturavano e bruciavano a rara.

La intensità dei dolori faceva, per contrasto e reazione, contemplare,vagheggiare, all'uomo del Medio Evo,le delizie della pace eterna: guardare dall'inferno della Terra, il paradiso del Cielo. Il Medio Evo è la grande antitesi storica. E Dante, che ne è la sintesi e la voce trascendentale, ne ha espresso i termini contradditorii. Egli immagina torture raccapriccianti, crea versi spaventosi per rappresentarle, e ci abbaglia e ci inebria con torrenti di luce e di musica paradisiaca: Ugolino e Beatrice, Vanni Fucci e Piccarda, Mastr'Adamo e la Pia, Bertramo dal Bornio e Matelda. L'antitesi che è in Dante si trova espressa in tutta la letteratura mistica del secolo XIII e XIV. Accanto alle quiete, semplici, auree leggende del Cavalca, alle sante Eugenie ed Eufrasie, ecco le terribili cavalcate notturne di dannate del Passavanti, le adultere ignude sui fiammanti cavalli, inseguite, raggiunte e pugnalate (e il pio carbonaio vede e si fa il segno della croce....). Ecco le apparizioni dei morti, e le cappe di bragia e la goccia di fuoco che scossa sulla mano del tremante scolaro traversa mano e pavimento! Le facciate delle chiese hanno l'ala del drago accanto alle ali dell'angelo — e sotto il piede luminoso della Mater gloriosa, Lucifero. Le migliaia di visioni in versi e in prosa, dei secoli XII, XIII e XIV, sono eteree, estatiche, ineffabili — oraccapriccianti. Chi può dimenticare, una volta letta, la Leggenda deiTre Monaci alla scoperta del Paradiso Terrestre? Dopo quaranta giorni di cammino, invece di trovarsi nell'Edensi trovano nell'Inferno.... (cosa che non accade solamente ai Tre Monaci della leggenda).... “Et videro uno laco grandissimo pieno di serpenti che tutti pareano che gettassero fuoco et odono voci uscire di quel lago, e stridere come di popoli miserabili che piagnessero!... Et vennono in uno loco molto profondo e orribile, aspro e scoglioso, nel quale viddero una femmina nuda e laidissima et iscapigliata — e quando ella apriva la bocca per gridare, un dragono le mettea il capo inbocca, e mordeale crudelmente la lingua; e i capelli di quella femmina erano lunghi infino a terra....„

La descrizione poi dei singoli tormenti si lascia di molto addietro le stesse bolge di Dante. Laghi di zolfo, valli di fuoco, botti d'acqua bollente, seghe e martelli infocati, dannati inchiodati al suolo con tanti chiodi chenon pare la carne, o turbinati in giro vorticoso da ruote di fuoco, o infilzati in giganteschi spiedi che i demoni da abili cuochi ungono e rosolano di piombo liquefatto e di olio bollente.

Anche neiMisterieRappresentazionisi alterna il terribile col semplice e col patetico. E il patetico è spesso toccantissimo nella sua ingenuità. Isacco che già si vede alla gola il coltello paterno dice: “Ah se fosse qui Sara, mia madre,non morirei! anche se Dio l'avesse ordinato!„

Come il lato sofistico del Paganesimo era di consacrare la natura umana anche nel suo lato cattivo; il lato sofistico del Cattolicismo medievale è di gettare un anatema troppo assoluto sulla Natura, di gustare l'abietto e l'ignobile, di vivere come lo Stilita sospesi tra il cielo e la terra, guardando a quello con estasi, a questa con un sacro terrore. Il centro della idealità è spostato, e nella vita e nell'arte. Il cadavere crocifisso di un Dio morto, l'Addolorata trafitta in seno da sette spade, diventano la vera e adorata bellezza: le magre, desolate, sanguinanti figure appaion più belle delle floride sane e raggianti. All'entusiasmo della bellezza plastica, è succeduta l'apoteosi del dolore, del patimento. E noi pure, o signori, discendenti in linea retta da quelle generazioni, non sappiamo più concepire la vita senza tristezze. L'antica e serena Euritmia aveva visto troppo poco dell'immenso Universo — poco amato e poco sofferto. Il riposo, la gioia precaria e limitata del Finito, più non ci basta. Abbiamo la torturante aspirazioneall'infinito—TUTTI— anche quelli che meno credono d'averla, anche quelli che sorridono di questa parola. Secolari dolori hanno umanizzato il nostro cuore — e nella stessa Natura noi guardiamo con una simpatia più penetrante, quasi ignota all'antichità. Dante e Shakespeare, Goethe e Shelley, Rembrandt e Beethoven, hanno visto nella Natura piùintensamented'ogni antico — e nelle voci delle cose, hanno ascoltato la solenne e malinconica musica dell'Umanità.

Il Soprannaturale contemplato fino all'allucinazione, inebria quelle medievali generazioni! l'esaltazione è la nota predominante. Leggete in prova lePoesie di Jacopone da Todi. — Contempla la morte? La visione fisica del dissolvimento, lo stato del cadavere sepolto, lo attira magneticamente. Si compiace nel descriverlo, come un elegiaco latino nel descrivere una bella donna, o unesteticomoderno nel riprodurre una squisita decorazione. — Si augura di patire in sconto dei suoi peccati? — Fa un catalogo spaventoso di tutte le malattie che affliggono l'umanità: “A me la febre quartana — La continua e la terzana — E la doppia quotidiana — Con la grande idropisìa! — A me venga mal de dente — Mal de capo e mal de ventre — Con gran tossa e parlasìa! — Mal de doglia e mal de fianco — La postema al lato manco — E omne tempo lafrenesìa!„ — (E in quest'ultima preghiera pare che fosse davvero esaudito....).

Leggete iPianti della Madonna, e leSacre Rappresentazionidella Passione! Ogni particolare più minuto è descritto; ogni goccia di sangue è contata; e con un efficace realismo si tien conto di tutto il processo materiale e meccanico della grande tragedia. Si odono i colpi di martello sui chiodi che traversano le mani divine, i colpi di canna sulla corona di spine che trafigge il cranio del Salvatore. — Poeti e pittori hannosete di sanguinose visioni, di terrori, di lacrime. Guardate nel camposanto di Pisa ilTrionfo della morte; l'Infernoin S. M. Novella; leMatres dolorosædelle Scuole Umbra e Senese. E questa intensità di ascetiche visioni, quest'odio alla terra caduca e alla carne colpevole, diventa talvolta un vero contagio.

Dopo la gran catastrofe europea della peste nera, un furore di penitenze sanguinose spinge popolazioni intere a frenetiche corse. Armati di flagelli, segnati di una crocellina rossa, scalzi, seminudi, vanno senza saper dove, come spinti dal vento della collera divina; cantano canzoni strane, non mai prima udite; e via via, nella corsa vertiginosa, aumenta il gran coro delle voci e dei gemiti. Si flagellavano a sangue due volte il giorno. Mezza Europa fu invasa da questo esercito di deliranti: e in Germania ed in Francia si univano al popolo signori e dame. Nella sola Francia, nel 1349, il numero dei flagellanti fu di 800000.

Nelle chiese, i canti del dolore spasimante come loStabat, o del tragico terrore come ilDies iræ, echeggiavano sotto le vôlte delle nuove cattedrali — e alla luce mistica calante dai vetri istoriati, i devoti genuflessi fremevano e singhiozzavano. Allora, le giovani e deboli donne, le povere Margherite, a quei terribili canti,sentivanodietro a sè l'ombra del demonio, e nell'orecchio il disperante suo ghigno — e cadeano svenute.

L'Eterno Femmininoraffigurato nella Madonna, dolorosa o gloriosa, consolatrice degli afflitti e rifugio degli oppressi, domina su tutto il secolo XIII e XIV. Cimabue e Giotto, Dante e il Petrarca, qualche volta lo stesso Boccaccio, a lei consacrano il cuore e l'arte. Primo tra i Fiorentini, anzi primo in Europa, Cimabue vide, con gli occhi dell'anima, il volto dellabenedettafra le donne, e con mano seguace la rappresentò agli attoniti contemporanei. Questa Madonna che da più di sei secoli si prega nella Chiesa di S. M. Novella, è il primoMagnificatche l'Arte risorta ha inalzato alla Vergine Madre. Forse Dante Alighieri vi si è inginocchiato pregando. È il primo palpito di moto e di vita, dopo le secolari rigidezze delle jeratiche figure bizantine. Da quella tavola, come da una remota e sacra sorgente, deriva tutto il gran fiume reale dell'arte italiana e europea: da Giotto a Holbein, da Michelangelo a Rembrandt, da Raffaello a Rubens, da Leonardo a Velasquez! Quello è ilprimopasso. Pensate quante cose vuol dire questa parola: ilprimo!

La leggenda narra (e il Vasari lo confermava e Gino Capponi lo ammetteva) che Carlo d'Angiò volle vedere quella pittura, che fu portata in trionfo per le strade, preceduta dai trombettieri, e sotto una pioggia di fiori.... Hanno voluto provare che ciò non è vero, che quella Madonna non è di Cimabue, che Cimabue è una specie di mito... Per carità, arrestiamoci su questa china di sistematiche negazioni e demolizioni. Siam giunti al punto che ciò che prima era bianco, oggi dev'esser nero per forza, e viceversa. C'è da perder la testa! Nerone era un simpatico mattoide che aveva del genio; e i Cristiani da lui incatramatie bruciati come torce viventi erano deipericolosi cospiratori. San Paolo era piccolo, brutto, bilioso, ignorante. Giovanna d'Arco una sgualdrina, e Lucrezia Borgia una seconda Susanna. Omero non c'è mai stato, e l'Iliade s'è fatta da sè. La storia di Roma è tutta una raccolta di novelle. Carlomagno è un mito; Mosè una costellazione. Le tragedie di Shakespeare son di Bacone — i quadri di Raffaello non son più di Raffaello. Fra poco laDivina Commedianon sarà più di Dante, ma di Cecco d'Ascoli!...

Un altro grande italiano, il cui nome fu ignorato per secoli, versava sul Medio Evo e su tutti i tempi avvenire, la grazia, la luce e il conforto di una parola unica, la sola paragonabile alla divina parola — voglio dire l'abate Gersenio da Vercelli, autore dell'Imitazione di Cristo. L'Imitazioneè indiscutibilmente opera del secolo XIII — precede di molti anni l'epoca terribile, piena di scontento e di collera, l'epoca apocalittica dei grandi lamenti sullaprostituta di Babilonia, sulle simonie e la schiavitù d'Avignone; l'epoca dei Concilii di Costanza e di Basilea. L'autore dellaImitazioneè un solitario, che ha vissuto, amato e sofferto, e che ha sentito tutta l'amara vanità delle cose del mondo. Nulla discolasticoin questo libro — anzi vi si rivela una istintiva antipatia peinominalistiisillogizzanti; per lascientia clamorosadella teologia parigina. La Bibbia, la meditazione, la solitudine, lo hanno sole ispirato. Ricorda infinitamente più Gioacchino di Flora e san Francesco d'Assisi, che san Domenico o san Tommaso. Vi è diffusa un'aura di raccoglimento e di pace,come dal sereno tramonto di una bella e limpida giornata d'autunno. Gran libro! consolatore di tutti i cuori malati che il mondo non può consolare — parola che calma e risana, che ha un raggio per ogni tenebra, e un balsamo per ogni ferita; che ha confortato e conforta sacerdoti e soldati, filosofi e poeti, re e mendicanti.

L'impressione che proviamo leggendo l'Imitazione, è consimile a quella che si riceve guardando i quadri dell'Angelico; nei quali la materia è come trasfigurata, e non resta che una forma eterea, circonfusa di luce e di azzurro.... Vi ricordate? — I beati, sorridendo celestialmente, con la testa stellata di raggi d'oro, nelle loro lunghe tuniche azzurre, rosee, violacee, passeggiano tenendosi per mano, in un mistico giardino, tra l'erba smaltata di fiori bianchi e rossi; e in alto, nell'azzurro intenso, s'intravedono le ali iridate degli angeli.

Quando il mondo si destò dal letargico sonno durato per lunghi secoli, e riprovò la pietà umana e l'amore, apparve unsoledi carità che fece sentire alla terra il conforto della suagran virtude.

Francesco d'Assisi è il vero iniziatore della nostra letteratura poetica con quel suo inno al Creatore e alle creature, che Ernesto Renan ha chiamato “le plus beau morceau de poésie religieuse, depuis les Évangiles, l'expression la plus complète du sentiment religieux moderne„. Questo cantico di estatica adorazione è il primo fiore, la celeste pervinca, del Giardino mistico: è l'alba annunziatrice della gran luce meridiana dellaDivina Commedia. Una universale simpatia facea battere ilcuore di san Francesco di Assisi — e tutte le creature, dall'uomo alla cicala, avevano in lui un protettore, un amico. Il gran segno al quale si riconoscono le anime preservate ed immuni dalle orgogliose pedanterie spiritualistiche, e dalle spietate curiosità fisiologiche, è la intelligenza e la simpatia per gli animali inferiori. — San Francesco l'ebbe in grado supremo. Nel mondo moderno, due soli uomini gli sono paragonabili — Swammerdam e Michelet. La leggenda francescana narra che quando egli nacque, un volo di colombe si abbattè sul tetto della sua casa; e quando il Santo morì, al tramonto di una serena e placida giornata d'ottobre, le lodole, queste amiche della luce, svolazzavano intorno alla finestra della povera cella.

La vita di san Francesco d'Assisi è unavita-poema. L'eroismo e l'umiltà si confondono in questa vita maravigliosa. Ama e serve i lebbrosi; e affronta la superba presenza del Soldano d'Egitto — ferma e mansuefà il feroce lupo di Gubbio; e chiede genuflesso la benedizione a frate Ginepro — fonda missioni, ordini nuovi, edifica chiese e conventi, consiglia re e papi; e ascolta con religiosa attenzione il canto dei rosignoli. Parla ai fiori e alle stelle, alle cicale ed ai falchi, al fuoco ed al vento, all'Amore e alla morte, chiamando tuttifratelliesorelle. In tempi di feroce durezza versa su l'Italia un raggio di alta poesia. Rannoda la tradizione evangelica, e pare uscito ora dalle Catacombe. È il Cristo del Medio Evo, è il nuovissimo Orfeo che doma e muove il duro sasso dei cuori umani. In una società basata sulla guerra e sulla forza, risuscita la santa fratellanza evangelica. Democratico e ascetico, eroico e poeta, egli èil più italianodi tutti i santi.

Tutta l'arte dei secoli XIII e XIV è piena di lui. Cimabue ne ripete i ritratti, Giotto descrive col pennello la sovrumana eppur semplice epopea di quella poeticae benefica vita. Vedete gli affreschi nelle chiese di Firenze, di Padova, di Assisi, di Napoli. Dante gli ha consacrato uno dei più affettuosi e sublimi Canti delParadiso. Si direbbe che il fiero poeta confessa in quel canto tutta la vanità e l'amarezza delle passioni che hanno devastato la sua grand'anima, e che aspiri alla pace e alle gioie ascose di un'umile vita:

O ignota ricchezza! o ben verace!

O ignota ricchezza! o ben verace!

O ignota ricchezza! o ben verace!

Nelle effigie medievali di questo gran poeta e santo italiano, in Cimabue e in Giotto, il ritratto è in armonia con la vita. Vi è soavità unita a virile dignità, sguardo sicuro e profondo, diritta la persona, attitudini nobili e degne. Riconosciamo l'uomo “cui non gravò viltà di cuor le ciglia„ — che “regalmentesua dura intenzione ad Innocenzo aperse„. Ma dal seicento in poi, ne hanno fatto una specie di collotorto e di baciapile. Unica eccezione, la stupenda statua in legno di Alonzo Cano. — Si direbbe che l'arte falsa e barocca non poteva rappresentar degnamente quel figliolo della Verità e della Luce.... Tutto si può simulare su questa terra: anche la giustizia e la santità — ma come simular la bellezza? — Tartufo non potrà mai fare un bel quadro; nè Don Pilone una bella statua; nè Don Basilio una bella poesia.

L'arte nostra contemporanea, ha meglio inteso il santo poeta. Ary Scheffer lo rappresentò predicante in Egitto — è una ascetica e nobile figura. Recentemente, nello studio di un nostro insigne pittore, ho ammirato un bel quadro rappresentante un poetico episodio della leggenda francescana.

Il Santo scende pensoso, ma serenamente pensoso, dalle alture della Vernia (il “crudo sasso„ ove “prese da Cristo l'ultimo sigillo„). — È una chiara e rigida mattina. Comincia a nevicare. Uno stormo di uccellinicala turbinoso sulle orme del Santo. Gli svolazzano attorno alla testa, attorno alla persona, trillando — un saluto? un inno? un ringraziamento? — Non so — ma si direbbero le voci della Natura riconoscente al Missionario di Dio.

LeLetteredi Caterina da Siena sono uno dei monumenti più insigni della letteratura mistica del secolo XIV. In esse, e per esse, meglio che per qualunque altro documento, si riconosce in che si distingue il genio mistico italiano da quello francese, belga e tedesco. Il senso pratico della vita non abbandona mai affatto il misticismo italiano. Non si ritrova in esso il cupo terrorismo di un Thauler, il fatalismo di un Molinos, il nichilismo di Mad. Guyon, l'allucinazione permanente di Swedenborg. Santa Caterina è un'anima innamorata della solitudine e del dolore — sua delizia sono le lunghe e intense meditazioni sullaPassione, e gli intimi colloqui con l'invisibile Sposo celeste. Ma, natura essenzialmente italiana, come san Francesco e come Dante, passa dalla vita contemplativa all'attiva, senza sforzo, senza pena, senza intervallo. Oggi, annichila sensi e volontà in una estasi di acquiescenza e di abnegazione completa in Dio — domani, visita spedali, riforma conventi, conforta carcerati, assiste condannati a morte, minaccia cardinali, rimprovera papi, fa sola e inerme lunghi e pericolosi viaggi, e finalmente, con la parola e con l'opera, strappa da Avignone e restituisce a Roma il pontefice. In alcune sue lettere riscontrasi felicemente fuso questo doppio carattere di Maria e di Marta, di Rachele e di Lia, di contemplante e di operante. Ecco un frammento della mirabile lettera, nella quale descrive come confortòe assistè fin sul patibolo un condannato. Vi son cose addiritturasublimi. Giudicatene voi....

“Andai a visitare colui che sapete; ed egli ricevette da me tanto conforto e consolazione, che si confessò, e disposesi molto bene. Fecemisi promettere che quando fusse il tempo della giustizia, io fussi con lui. E così promisi e feci. La mattina, innanzi la campana, andai a lui; e ricevettene grande consolazione. Menailo a udire la messa, e ricevette la santa comunione, la quale mai più avea ricevuta. Egli mi dicea: Per lo amore di Dio, non mi abbandonare; stai meco, e morrò contento. E teneva il capo suo in sul petto mio. E io sentivo un giubilo e uno odore del sangue suo.... Confortati, fratello mio dolce, gli dicevo, perocchè tosto giungeremo alle nozze. Tu v'andrai bagnato nel dolce sangue del Figliuolo di Dio, col dolce nome di Gesù, il quale non voglio che ti esca mai di memoria. E io t'aspetterò al luogo della giustizia.... Aspettailo dunque al luogo della giustizia, e aspettailo in continua orazione a Maria e a Catarina Vergine e Martire.... Egli giunse, come uno agnello mansueto, e vedendomi, cominciò a sorridere; e volse che io gli facessi il segno della Santa Croce. E ricevuto il segno, dissi io: Giù! alle nozze, fratello mio! che tosto sarai alla vita durabile. Posesi giù, e io gli distesi il collo sul ceppo, e chinatami giuso, gli rammentavo il sangue dell'Agnello senza peccati. La bocca sua non diceva se non: Gesù! Catarina!... Ricevetti il capo reciso nelle mie mani, fermando l'occhio nella Divina Bontà, e dicendo:Voglio!„

E così, bagnata tutta,inzuppatacom'ella scrive, di quel sangue, adornatasene come d'una stola purpurea, la vergine eroica tornava palpitante e raggiante alla sua povera casa di Fontebranda.

Amore e Mortefu la mistica divisa di questa gran donna e gran santa. Ma nel suo più ardente ed etereomisticismo ripeto che non perdè mai di vista le cose della terra; e dirò di più, non si fa mai illusioni. Questa vergine malata, che sviene sotto le stimate, che ha lunghi sublimi colloqui col suo Sposo celeste, capì benissimo che la immonda regina Giovanna non le avrebbe tenuto fede — e che dopo la Babilonia d'Avignone, lo scisma sarebbe giunto al sangue per le vie di Roma. Pensate poi che teatro, che scene, le si presentavano allo sguardo, quando essa usciva dalla mistica solitudine della sua cella! Pensate alla Siena del trecento! alla sua storia agitata, epilettica. Guerre contro tutte le città toscane, guerre tra signori e popolo, esilii in massa, confiscazioni, incendi, saccheggi, ribellioni, rivoluzioni, comizi popolari tumultuosi come quelli deiGiacobini; in nessun'altra città italiana, la vita pubblica è stata così ardente, così passionata, così tragica.

E oggi, tra gli avanzi delle sue rosse mura, tra 'l giallo delle sue crete, e il verdecupo delle sue piante secolari, Sienariposa, spopolata e tranquilla. Un gran silenzio è succeduto ai procellosi tumulti — e nelle sue vie principali fiancheggiate da solenni e taciturni palazzi, il buon borghese fa la sua quotidiana passeggiata, e la sua stazione al caffè, con sì inappuntabile precisione d'orario — che si può al suo apparire caricare l'oriolo, come dinanzi a un'infallibile meridiana. Tornano in mente i versi del Leopardi:

“.... or dov'è il suonoDi que' popoli antichi? or dov'è il gridoDei nostri avi famosi?............ e l'armi e il fragorìoChe n'andò per la terra?............ Tutto è pace, e silenzio!„

“.... or dov'è il suonoDi que' popoli antichi? or dov'è il gridoDei nostri avi famosi?............ e l'armi e il fragorìoChe n'andò per la terra?............ Tutto è pace, e silenzio!„

“.... or dov'è il suono

Di que' popoli antichi? or dov'è il grido

Dei nostri avi famosi?......

...... e l'armi e il fragorìo

Che n'andò per la terra?......

...... Tutto è pace, e silenzio!„

Piuttosto che ripetervi cose già dette (e dette così bene) su Dante, e non potendo in una conferenza sulla Letteratura mistica omettere un sì gran nome — il più glorioso che vanti — preferisco tradurvi letteralmente alcuni pensieri di Tommaso Carlyle sul divino poema. Gli tolgo dal bellissimo libroOn Heroes and Heroworship — Su gli Eroi e il Culto degli Eroi. Forse mai di Dante e dellaDivina Commediafu discorso con sì luminosa larghezza e nuova profondità di pensiero: nè alcuno con più meditato e credibile vaticinio preconizzò, or fa mezzo secolo, che la voce di Dante avrebbe prima o poi comandata al mondo l'unità politica dell'Italia, che era giàin potenzanel poema divino.

“Dieci secoli hanno preparato laDivina Commedia. Essa è la voce finale e sintetica del Medio Evo. Il Pensiero di cui allora viveva l'Umanità, si elevò per lei in musica eterna. Il mondo soprannaturale prese corpo all'occhio di Dante con determinata certezza di scientifica forma. Dante credeva all'esistenza di unInferno, di unPurgatorioe di unParadiso, come noi siamo sicuri che vi è Costantinopoli, e che per vederlo non occorre che andarci. Il cuore di Dante meditandovi sopra lungamente, intensamente, rompe alfine in un mistico profondissimo canto, e ne nasce laDivina Commedia, il più gran libro del mondo moderno.

“Nel suo solitario ed amaro esilio, tanto più profonda era l'impressione che faceva su lui il Mondo Eterno: quella tremenda realtà sulla quale fluttua come un'ombra inconsistente questo mondo del tempo, con tutti i suoi Firenze e i suoi esilii.... — Tu, o Dante, non rivedrai Firenze e il tuo bel San Giovanni — ma vedraidistintamente (e vi abiterai) l'Inferno, il Purgatorio, ed il Cielo. Che cosa sono e Firenze, e Can della Scala, e il mondo, e la vita, a te che vieni dall'Eternità? La grande anima di Dante, senza asilo sopra la terra, fece sempre più sua dimora il terribile mondo soprannaturale.

“Il vero ritmico canto, è l'eroismo della parola. Tutti gli antichi poemi. Omero, Giobbe, sono autentici canti. Si può a rigor di termine asserire che tutte le vere poesie sono tali; che ciò che non è musicale non è propriamente poesia, ma prosa smozzicata in tante linee consonanti, con ingiuria del buon gusto, e con supplizio del nostro orecchio. Soltanto quando il cuore di un uomo è rapito in vera passione, e i toni del suo accento divengonmelodiciper la grandezza, profondità e armonia dei suoi pensieri — noi gli concediamo il diritto di rimare e cantare, e lo chiamiamopoeta, e lo ascoltiamo religiosamente come il più eroico dei parlatori.

“Il mondo delle anime, in Dante, è come una grande soprannaturale Cattedrale Cattolica, che giganteggia severa e solenne, spaventosa e gloriosa. LaDivina Commediaè il piùsincerodi tutti i poemi. Derivò immediatamente dal fondo del cuore del suo autore, e perciò di generazione in generazione penetra profondamente nel nostro. Le popolane di Verona, quando incontravan Dante per via, usavan dire: — Ecco l'uomo che è stato all'Inferno. — Ah sì, egli vi era stato difatti, in un inferno di lunghe, atroci pene e tormenti. Commedie degne d'esser chiamatedivinenon si scrivono che a questo prezzo!

“Smettiamo i soliti lamenti sulle sventure di Dante. Se tutto gli fosse andato a seconda, sarebbe rimasto un buon lirico amoroso, unpriorequalunque di Firenze, riverito ed amato — e al mondo sarebbe mancata la più grande parola che sia stata detta o cantata. Firenze avrebbe avuto un prospero magistrato di più, e dieci secoli muti fin allora avrebbero continuato a rimaner senza voce.

“Io non sono d'accordo con la moderna critica nel giudicare l'Infernomolto superiore alle altre due Cantiche. Tal preferenza è l'effetto del nostro incurabileByronismo. IlPurgatorioe ilParadisosono egualmente, e forse anche più ammirabili. Ma, a vero dire, i tre compartimenti, mutualmente appoggiati, sono l'uno all'altro indispensabili. IlParadiso, tutto una divina e gloriosa musica, una sfolgorante mistica luce, è il lato redimente dell'Inferno, l'antitesi necessaria, senza cui l'Infernoparrebbe men vero. Tutti e tre formano quelMondo Invisibileraffigurato nella Cristianità del Medio Evo; una cosa memorabile, e, nella sua intima essenza, anchevera, e per tutti. Dante ebbe la missione di esprimerla e di eternarla col canto.

“È una gran cosa per una nazione l'avere una voce cheparli per lei; aver dato vita ad un uomo che esprima melodiosamente quel che essa pensa, soffre e spera. L'Italia, la povera Italia, è smembrata e dispersa. (Ricordate Signori, che questa Lettura su Dante fu fatta da Carlyle nel 1840). Non apparisce come unità in nessun trattato, in nessun protocollo. Eppure, la nobile Italia è anche attualmenteuna. L'Italia ha Dante — l'Italiapuò parlare! Lo Zar di tutte le Russie è formidabile con tante baionette, cannoni e Cosacchi, ed è certo un gran fatto che riesca a tenere insieme politicamente sì gran tratto di terra, ma ancora non può parlare. Vi è qualche cosa di grande nella Russia, che un giorno avrà la sua voce — ma finora è una grandezzamuta. Non ha avuto una voce di genio degna di esser ascoltata da tutti gli uomini, in tutti i tempi. Bisogna che impari a parlare. Finora non è che un muto enorme mostro. Invece, la nazione che ha un Dante è legata insieme ed unita naturalmente; e anche in fondo all'abisso, ha speranza, certezza di risurrezione.„

Ma bisognerebbe leggere intero questo stupendo studiocritico del Carlyle — e vorrei che i giovani italiani lo meditassero lungamente. Son certo che lo preferirebbero ai commenti e dissertazioni di queiletteratiche in sei secoli non hanno saputo desumere dallaDivina Commediale forme di una letteratura nazionale, e di una larga ed umana forma poetica; che invece di ammirarne e illustrarne le sovrane e feconde bellezze, si son trattenuti — e ohimè! ci si trattengono ancora — a disputare sulVeltro, e sullagran fonda, e sulpiè fermo, e supapeealeppe, e sulla famosavirgoladelle famose colombe....

La indecisione, la contradizione, l'oscillare fra due tendenze egualmente forti, rese infelice il Petrarca; uomo che le fallaci esteriorità della vita ci farebber parere felice e invidiabile. È nato poeta ed artista — ma non gli basta che l'idea, l'immagine, siaveraeviva, come bastava a Dante; vuol che sia artisticamente e spesso artificiosamentebella: vuol provare il piacere estetico (e in questo è essenzialmente il piùmodernodei nostri antichi poeti) di cercarla, carezzarla, contemplarla. È già in parte l'uomo delRinascimento, del nuovo mondo plastico e naturalista — ma resta pure uomo del Medio Evo, ed è imbevuto dalla sostanza della sua fede e delle sue dottrine. Vi è in lui lotta e reazione reciproca diMisticismoe diNaturalismo: indi, le continue contradizioni del suo amore, della sua poesia e della sua vita. Dante è tutto d'un pezzo — e va diritto alla mèta coll'impeto fulmineo e irresistibile d'un proiettile; il Petrarca procede per vie sinuose, or tra fiori or tra spine, e si attarda e si pente, e torna addietro per poi riprenderla stessa strada. Stato doloroso, insopportabile, e che egli espresse con sovrana efficacia nellaCanzone alla Vergine: che io definireila più preziosa gemma del Misticismo nel Dolore.

Questo poeta ammirato, adorato dai contemporanei, ospitato dai monarchi come un monarca, confessa che

Non è stata sua vita altro che affanno!

Non è stata sua vita altro che affanno!

Non è stata sua vita altro che affanno!

che

Mortal bellezza, atti e parole gli hannoTuttaingombratal'alma!

Mortal bellezza, atti e parole gli hannoTuttaingombratal'alma!

Mortal bellezza, atti e parole gli hanno

Tuttaingombratal'alma!

e conclude:

I dì miei più correnti che saettaTra miserie e peccatiSonsene andati, e sol Morte m'aspetta.

I dì miei più correnti che saettaTra miserie e peccatiSonsene andati, e sol Morte m'aspetta.

I dì miei più correnti che saetta

Tra miserie e peccati

Sonsene andati, e sol Morte m'aspetta.

Ormai non spera più che nellaConsolatrix Afflictorum: vuol amare lei sola — dimenticare il vano e colpevole amore per Laura:

Vergine, tu di santeLacrime pie adempi il mio cuor lasso.Che almen l'ultimo pianto sia devoto;Senza terrestre limo,Come fu il primo,non d'insania vuoto.

Vergine, tu di santeLacrime pie adempi il mio cuor lasso.Che almen l'ultimo pianto sia devoto;Senza terrestre limo,Come fu il primo,non d'insania vuoto.

Vergine, tu di sante

Lacrime pie adempi il mio cuor lasso.

Che almen l'ultimo pianto sia devoto;

Senza terrestre limo,

Come fu il primo,non d'insania vuoto.

Paragonate queste parole a quelle di Dante per Beatrice. Che abisso di differenza!

La Canzone alla Vergine è inno ed elegia, confessione e preghiera ad un tempo. Vi è come un ritmico singhiozzo nelle rime a metà di verso — vi è come un desolato e supremo appello nell'insistente invocazione — “Vergine!„ — a ogni principio di strofa. E finalmente vi è un presentimento di riposo e di pace ineffabile nei versi finali: “Raccomandami al tuo Figliol verace — Uomoe verace Dio — Che accolga il mio spirto ultimo in pace.„

Ripeto: tutto il Medio Evo nei suoi secolari dolori cerca e trova rifugio nelSacro Ideale Femminino, nellaConsolatrice. Ed è lei che risolve il gran problema del dramma medievale delFaust.

Das Ewig WeiblicheZieht uns hinan!

Das Ewig WeiblicheZieht uns hinan!

Das Ewig Weibliche

Zieht uns hinan!

Vi rammentate la mistica scena finale? IlPater Extaticus, in preda al delirio dell'amor puro, esprime le più ardenti aspirazioni all'incorporeo, all'infinito: non appartien più a questo mondo; e librato sull'ali del desiderio,nuota nel puro etere. IlPater profundusesalta in un magnifico inno l'amore, e canta Dio nella natura. IlPater Seraphicusannunzia e invita le schiere angeliche che si trasmettono la parte immateriale di Fausto. San Bernardo (Doctor Marianus)dalla cella più elevata e più pura, annunzia l'arrivo dellaMater gloriosa, che s'avanza nel blù profondo dell'atmosfera. A lei s'inchinano le tre grandi penitenti, la Maddalena, la Samaritana, l'Egiziaca, euna penitente che un tempo si chiamò Margherita, prega la Vergine Madre per la salute di Fausto. Èquella stessa voceche abbiamo udita tremante d'amore nel giardino — rotta dai singhiozzi al tabernacolo della Madonna — e morente in un gemito nella Cattedrale.... E il risentirla ora in cielo, sempre amante, e supplicante per Fausto, produce un effetto unico. Come la Vergine attirò e salvò Margherita — così Margherita attira e salva Fausto. Mistica catena, magnetiche attrazioni, nelle quali e per le quali, Amore e Religione diventano una medesima cosa!

Enrico Heine in uno dei suoi volumi di prosa ricorda una vecchia leggenda tedesca, che ha, secondo me, un notevole significato storico e psicologico. Un giorno di maggio, sul finire dal secolo XV, una compagnia di preti e di monaci passeggiava in un bosco. Disputavano di teologia, distinguendo, argomentando, sillogizzando, citando san Tommaso e san Bonaventura, Scotisti e Nominalisti. A un tratto, nel più forte della discussione, tacciono tutti, e restano interdetti e come inchiodati, sotto un bel tiglio fiorito, dove un rosignolo sospirava le sue note tenere e passionate. Quei cuori scolastici e dottorali si commossero — si aprirono alle tepide emanazioni primaverili, e ascoltavano attoniti.... Ma il malizioso rosignolo (una specie di Heine coll'ali) trillò:sono il Diavolo, e fuggì via.

In questa leggenda è adombrato il lato debole, antiumano del misticismo, quando predomina e regna dispoticamente sulle menti e nei cuori; il vedere cioè nelle più belle cose naturali un latosatanico, un laccio o un agguato.... Il Rinascimento, per reazione, negò il soprannaturale — ma il misticismo aborriva troppo dal naturale. Tuttavia, il misticismo è una forza e un istinto umano; e per variare di tempi non è mai morto affatto. Che dico? vive anche oggi, e conta fra i suoi rappresentanti il più possente romanziere dei giorni nostri — Tolstoi!

Anche nelSecento, il misticismo trionfa, ma come un angelo fosco. Dopo che alla fine del secolo precedente santa Teresa ebbe unito nel suo ardente cuore di spagnola l'estasi della contemplazione all'eroismo dell'azione — ilSecento vagheggiò come mistico ideale l'annientamentodell'individuo e della volontà. Era il misticismo adattato a quell'epoca sinistra ed odiosa, nella quale ilbarocco, ilmostruoso, invadono la letteratura, l'arte, il teatro, le mode, il mobiliare, i giardini, i sepolcri.... Una cupa severa monotona etichetta sembra dirigere tutte le azioni umane: uno sbadiglio enorme va da un capo all'altro d'Europa. Anche i più grandi scrittori del tempo son tristi. Molière e Pascal muoiono di malinconia. Hobbes e Molinos — la paralisi e il fatalismo in politica ed in morale — sono i veri rappresentanti di quell'epoca tenebrosa. Galileo e Gustavo Adolfo, i soli verieroiin quel periodo stagnante.... I conventi si moltiplicano, e un misticismo opprimente, artificioso e patologico, dà loro l'aria di tenebrosi e silenziosimanicomi. Vi siete mai trovati per caso in certi quartieri di Roma, di Milano o di Napoli, dove le strade sono come incassate fra una doppia linea di enormi edifizi grigi, alla cui cima si affaccia la punta di un cipresso, con qua e là poche finestre mezze murate, e da cui sembra colarvi addosso un'ombra, una nebbia di tedio? — Sono i muraglioni dei conventi delSecento, dove annualmente si seppellivano migliaia di giovani e ardentiGertrudi, a benefizio delgiovin signore, l'orgoglioso, e spesso stupido erede dei titoli e della fortuna!

Allora l'acquiescenza assoluta, il non volere, il quietismo, il nichilismo, divennero i religiosiIdeali. La morte parve una voluttà. Eppure anche da questa palude morale levò l'ali e si alzò nell'etere puro una creatura privilegiata, nella quale rifulse il poetico carattere delle grandi mistiche del Medio Evo: voglio dire, Madama Guyon. In quel putrido stagno, essa fece correre i rivi freschi e cristallini dei suoiTorrenti— e il suoquietismoparagonato a quello di Molinos, è come il silenzio dell'Alpi paragonato al silenzio del Deserto. Ilmisticismo della Guyon vien dal cuore, come quello di santa Gertrude e di santa Caterina — quello dei mistici suoi contemporanei è tutto di testa. Il suo misticismo è un luminoso e confidente mattino d'amore — l'altro è un incerto crepuscolo amoroso, pieno di esitazioni e di equivoci.... Le parole sono di fuoco, e il cuore è di gelo. Situazione precaria, penosa, demoralizzante. Meglio troncare addirittura — e meglio ancora, non aver mai cominciato....

Nella letteratura mistica del secolo XIII, il misticismo amoroso si confonde col religioso. Spesso adoprano uno stesso linguaggio. Leggendo certe poesie del Guinicelli, del Cavalcanti, dell'Alighieri, vien fatto di domandarsi: si parla di una donna, o della Madonna? di una creatura umana o di un serafino?

Chi vuole aver notizie di Dio, ami!— dice Ugo da San Vittore; e Eckardt:L'amore è l'occhio dell'anima. L'amore di donna, per quei poeti del 200, è più che una passione, un desiderio, una dolce abitudine — è una perfetta ed intensa occupazione: non un episodio, ma la storia della vita: assorbe l'individuo come una religione. Ma più che la donna, la persona,amano l'amore— sono essenzialmentelirici, più che drammatici — perchè, felici o sfortunati — son sempre al medesimo punto.... Con delle frasi del Guinicelli, di Lapo Gianni, del Cavalcanti, dell'Alighieri, di Cino, si comporrebbe un libretto che si potrebbe intitolareLa teologia dell'amore. (Il difficile sarebbe oggi trovargli un editore, e delle lettrici). Tutti quei poeti del 200, maggiori e minori, si somigliano tutti — dal gran poetaall'ultimo sonettista, tutti ricamano sopra una medesima stoffa teologico-metafisica. Hanno unculto di latriaper quelle donne, che si dovevano passabilmente annoiare a sentirsi sempre paragonare ascaledel cielo, a maestre di umiltà, a stelle Dïane, a concetti, a simboli, a sacramenti.

Ma il genio di Dante condensò, animò e immortalò tutti quelli elementi nellaVita Nuova. Il genio e la passione vera, dettero forma e movenza a quel mondo inerte di astrazioni platoniche e di fantasmi scolastici. LaVita Nuova— questo divino fiore venato di sangue, questa mistica rosa imperlata di lacrime, e, dopo sei secoli, fragrante come se colta d'ora, — è la sintesi dell'Amore del Medio Evo; come laDivina Commediaè la sintesi della sua Fede.

Il sentimento è sìintenso, che fa paura. L'amante e il poeta sembrano respirare in un'atmosfera dove la ragione umana svanisce — l'allucinazione diventa lo stato normale e psicologico. Essa passa, ed egli trema per ogni vena. Sorride, e il Paradiso scende sulla terra. Apocalittiche visioni lo assalgono — le stelle piangono, gli uccelli cascano tramortiti.... Piange in sogno, si desta, e il suo viso è realmente bagnato di lacrime. In questo stato di estasi, tutto diventa simbolo — e le cose più comuni assumono nuovo e strano significato. Un colore, un numero, un'ora della giornata, un suono, un odore, acquistano singolare importanza. Il Rossetti nel quadro dellaBeata Beatrixci raffigura Beatrice pallida, un po' estenuata, occhi neri, e con abbondante volume di neri capelli. Dante però non l'ha mai descritta. E ognuno se la rappresenta a suo modo — etutti l'amiamo!...

Vediamoinvece, dipinta a caldi tizianeschi colori, Madonna Laura — la rosea, florida, bionda bellezza: — ma chi mai l'ha amata, fuori che Francesco Petrarca?...

Il misticismo nell'amore non fu ucciso neppure dal realismo pagano del Rinascimento — neppure dalla scienza moderna! Anche nel secolo nostro, ha avuto insigni rappresentanti in insigni poeti e romanzieri: mi basti ricordare Novalis e Gian-Paolo, ilLiebesfrühlingdi Rückert, lo Shelley e il Rossetti, e la scena finale diAurora Leigh. Lo ritroviamo anche, con una certa maraviglia, dove meno si supponeva trovarlo — in Balzac, in Tolstoi, in Roberto Browning. LaSeraphitadi Balzac è una creazione mistica, e altamente poetica nel suo candore di neve immacolata.

Chi però, non per arte o artificio, ma per fenomenale analogia di natura, è stato nel nostro secolo un'eco fedele della gran poesiamistico-amorosadel secolo XIII, è Dante Gabriele Rossetti: undugentista italiano, nato, per capriccioso anacronismo della sorte, a Londra, in pieno secolo decimonono. Quasi tutta la sua opera poetica deriva in linea retta dallaVita Nuova, dal Guinicelli e dal Cavalcanti. La bellezza corporea e spirituale della donna è ilmotivodi tutte le armonie Rossettiane. L'anima è sempre visibile attraverso i veli e la veste delle bellissime forme. Una luce interiore illumina le membra perfette, e dà un significato trascendentale agli sguardi profondi, agli ineffabili sorrisi delle sue donne, cantate o dipinte.

E laBlessed Damozel, laBeata Donzella, che egli vede nella profondità dell'etere azzurro chinarsi verso la terra aspettandolo — la vergine soave dagli occhi puri e profondi, dai folti e lunghi capelli, biondi come spighe mature, — estatica di celeste stupore al suo primo ingresso nel Paradiso — e che ha per solo ornamento alla sua bianca tunica di vergine e di angelo, una rosa bianca, — dono della Madonna, non pare una figura dipinta su fondo d'oro da Giotto o dal beato Angelico?

E però il nostro Rossetti non va confuso con queipreraffaellistiinglesi dei quali è assottigliato il numero ma non è spenta la razza, i quali non sanno rappresentarci che vergini magre e bionde, e passabilmente bruttine, con un ramo di mandorlo fiorito in mano, e una stella sui capelli: che non hanno di bello che il loro ramo, e di grande che i loro piedi!... manifattori della moda costoro, piuttosto che veri artisti — e che mezzo secolo addietro avrebber dipinto sedie pompeiane e Achillicon le fedine— o cantato Latona e Pasifae....

Il concetto orientale-platonico, accennato e vagheggiato da alcuni poeti del secolo XIII e XIV, di unascala progressiva di vite, è stato espresso con un misto di realismo e di patetico, così poeticamente e così indimenticabilmente da Browning nella suaEvelyn Hope, che non resisto alla tentazione diconcluderela mia lettura con l'analisi di questo capolavoro di poesia mistico-amorosa.

Un uomo adulto di anni e sempre giovane di cuore, ha chiuso nell'anima e custodito come un sacro e geloso segreto, l'amore profondo che sente per una giovinetta di sedici anni. Ma la bella Evelyn Hope è morta; ed egli siede e veglia un'ora presso il letto ov'essa giace cadavere.... Quella è la sua piccola libreria, questo il suo letto: essa avea colto con le sue mani quel ramicello di geranio che comincia a morire anche lui nel calice di cristallo, sul tavolino. Poco o nulla è mutato nella cameretta: le imposte son chiuse, nè passa altra luce fuorchè quella di due lunghi raggi gialli, dagli spiragli della finestra....

Egli medita, triste ma rassegnato: — Morta a sedici anni! Forse essa aveva appena sentito parlare di lui: non era ancora venuto per lei il tempo di amare: e poi, la sua vita aveva altre speranze, altre occupazioni, e piccole cure e doveri — ed ora era quieta, ora attiva — finchè, d'improvviso, la mano di Dio le ha fatto un cenno — e quella soave fronte bianca è tutto ciò che resta di lei.

“Ah! (egli dicesottovocealla morta, nel crepuscolo della verginale cameretta) è dunque troppo tardi, o Evelyn Hope? E che? la tua anima era pura e vera; i benefici astri avean versato su te le più divine influenze, eri fatta di anima e di fuoco, di rugiada e di luce; e perchè io avevo tre volte i tuoi anni, e i nostri sentieri divergevano così staccati nel mondo, mi si dirà che non eravamonullal'uno per l'altro, che eravamo compagni mortali e niente di più?... No, in verità! Poichè Dio ha creato l'amore per ricompensare l'amore, io ti reclamo, o Evelyn Hope, io reclamo il tuo amore in nome dell'amor mio. Potrà essermi ritardato ancora per altre vite, tra vari altri mondi che io dovrò traversare.... Molto avrò da imparare, molto da dimenticare, prima che arrivi il tempo di possederti. Ma quel tempo verrà, — alla fine verrà — quando io saprò che cosa voleva dire, nel basso pianeta della Terra, in anni tanto remoti, quel tuo corpo ed anima così puri e lieti.... indovinerò perchè i tuoi capelli avevano il colore dell'ambra, e la tua bocca era rossa come i tuoi gerani; e: ho vissuto (ti dirò) ho vissuto tanto da quel tempo, o Evelyn Hope, ho conquistato i guadagni di varie esistenze, ho profittato di tanti secoli, ho provato ogni ora e ogni clima: ma una cosa sola sentivo sempre, in fondo all'anima, che mi mancava, eche io le mancavo: e sempre ti ho sospirata, e ti ritrovo, e sei mia!

“Intanto, per ora, silenzio.... Io ti dò a serbare questafoglia: vedi, io la chiudo dentro la tua soave gelida mano — così!... Questo è il nostro segreto: dormi ora in pace — più tardi, ti sveglierai, e ti ricorderai, eintenderai.„

················

Questo mistico concetto, intravisto dai vecchi savi d'Oriente — vagheggiato da Platone — cantato da alcuni poeti del secolo XIII e XIV — illustrato da Pico della Mirandola e altri Platonici del secolo XV — e ripreso ed espresso ripetutamente da Gœthe e da Schelling, da Gian Paolo e da Novalis, e recentemente da Roberto Browning — se non è cristianamente ortodosso, non contradice nemmeno al concetto fondamentale del Cristianesimo; ed è un'idea altamente poetica e consolante. Ed a momenti, ci par più che possibile questa scala di vite, queste ascensioni dell'anima in altri mondi. I mondi di cui Dio ha popolato lo spazio son tanti! Settant'anni di prova parrebbero troppo pochi per l'anima umana che ha aspirazioni infinite. Se fosse vero!... Passata la gioventù, ci rimarrebbe tra le ceneri del fuoco della passione, l'oro della esperienza — e la vecchiaia sarebbe un prepararsi, ammaestrati dal passato, al futuro: a mettere in atto quel che qua s'era a mala pena imparato; a leggere ciò che a fatica si compitava; a dire ciò che a stento si balbettava quaggiù.... Tutto quello che non potemmo essere sulla Terra — ed a cui pur ci sentivamo nati — tutto quello cheerain noi e che il mondo ignorò — la poesia muta, l'amore soffogato, il momento fatale perduto, tutto avrebbe un giorno, altrove, azione e sviluppo, compimento e successo. Sarà un sogno del misticismo, ma convenite che è un sogno sublime.

L'anima umana, o signori, è una e identica in tutti i tempi. Larêveriereligiosa della “ascosa vergine„ d'oggi, è simile a quella di santa Matilde — e la suoradi carità del secolo XIX prova nel suo tranquillo ed eroico apostolato, quel che provava santa Elisabetta d'Ungheria. Il giovine appassionato che oggi per possedere l'amata donna affronta e vince i più ardui e lunghi ostacoli, è fratello di quel Giacobbe che per amore soffriva in silenzio e volontariamente serviva. La Fede e l'Amore, nei loro entusiasmi e nelle loro aspirazioni, nelle loro lacrime desolate e negli estatici sorrisi, vivonoeterni: e il misticismo, inteso nella sua più larga e comprensiva espressione, cesserà solo con l'ultimo palpito dell'ultima creatura umana.


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