Gli stenti della giornata, e più ancora le tante e sì varie e sì violente commozioni dell'animo in così breve spazio di tempo, avevano stremate le mie forze; io era stanco morto; adocchiai un carro d'artiglieria dove c'era un posto vuoto, colsi il primo momento in cui si fermò, salii, gli artiglieri mi fecero largo, sedetti, mi appoggiai e presi sonno. Mi svegliai sul far del giorno.Eravamo a pochi passi dal ponte di Goito. Pioveva. Mi toccai i panni; erano fradici. Guardai in su; il cielo era tutto velato da un nuvolone scuro, eguale, che prometteva la pioggia per tutta la giornata. Guardai intorno, pei campi; sempre soldati a stormi che procedevano lentamente, coi capi dimessi, cogli sguardi a terra. Molti di essi avevan sciolto la tela della tenda e se l'eran posta in dosso a guisa d'uno scialle per ripararsi dall'acqua; molti che avevan perduto lo zaino e la tela si ricoveravano sotto quella d'un compagno e andavano così due a due, stretti a braccetto, colle teste avviluppate; altri, perduto il cheppì, s'era posto in capo il fazzoletto; altri; buttato via lo zaino, portava la sua roba in un involto appeso alla baionetta; tutti poi camminavano a gran fatica, zoppicando e inciampando ad ogni momento. Qualcuno di tratto in tratto si arrestava e si appoggiava a un albero o si adagiava in terra, e si levava faticosamente poco dopo, e ripigliava la via. Passai sul ponte; quel ponte su cui, poche ore prima, stavan di fronte una sentinella austriaca e una sentinella italiana squadrandosi in cagnesco; entrai in Goito; svoltai a destra nella strada principale.... Quale spettacolo! A destra e sinistra della strada, sui canti, rasente i muri, sotto le gronde, sulle soglie delle botteghe e delle porte di casa, dappertutto soldati rifiniti dal cammino e dal digiuno, chi in piedi colle spalle appoggiate al muro, chi accosciato, raggricchiato, colle mani sulle ginocchia e il mento sulle mani e gli occhi vaganti qua e là con uno sguardo stanco e pieno di sonno; altri sdraiati e dormienti colla testa sullo zaino; qualcuno che sbocconcellava un tozzo di pane tenendolo stretto con tutte e due le mani e girando intorno uno sguardo sospettoso, come se altri minacciasse di venirglielo a strappare dai denti; qualcun altro che riassestava gli oggetti nello zaino,o lento e svogliato rasciugava colla falda del cappotto le armi. E intanto la strada formicolava di soldati che si avviavano verso Cerlungo; molti, guardando di qua e di là con un viso tra l'attonito e il disgustato, passavan oltre; altri si fermavano accanto al muro, gettavano trascuratamente lo zaino a terra e vi si lasciavan cadere su con una specie d'inanimato abbandono; di tratto in tratto qualcuno di que' che giacevano, appuntellando i gomiti in terra, si levava con grande sforzo in piedi, e il primo soldato del suo reggimento che gli venisse fatto di veder passare, con quello s'accozzava e si rimetteva in cammino. Alle porte delle poche botteghe ch'erano aperte, un continuo affacciarsi di soldati, a tre, a sette, a dieci alla volta, e un chiedere insistente se vi fosse qualcosa da mangiare, ch'essi l'avrebbero pagato, s'intende, e tendevan le braccia e allargavan le mani per far vedere i quattrini.—No, giovanotti,—rispondeva dal fondo della bottega una voce tutta pietosa,—mi rincresce, non c'è più niente.—A un'altra bottega dunque; niente neanco a questa; via, ad un altra; lo stesso. E via così. Passando dinanzi a certe tane di caffè, si vedevano molti ufficiali dormire colle braccia incrociate sul tavolino e la testa appoggiata sulle braccia; sopra ogni tavolino tre o quattro teste, e in mezzo bicchieri e bottiglie e tozzi di pane sbocconcellati. Qualcuno, la testa abbandonata sulla mano, guardava nella via coll'occhio fisso e stralunato; erano faccie triste, pallide, stravolte come dopo una malattia. Il caffettiere, ritto in fondo alla bottega, colle braccia incrociate sul petto, stava osservando gli uni e gli altri, tacito e pensieroso. Gli sbocchi delle vie laterali erano ingombri di carri e di cavalli, intorno ai quali si affaccendavano in silenzio alla rinfusa soldati del treno e carrettieri borghesi. Intanto passavano per la strada principale alcune batterie di artiglieria; quell'andarelento e grave, quel rumore monotono e cupo dei carri che facea tremare i vetri delle finestre, e quei robusti artiglieri pensosi, seri, ravvolti nei loro grandi mantelli grigi; tutto, insomma, l'assieme di quel tremendo convoglio metteva nell'animo una profonda mestizia. Molte carrozze, con entro ufficiali feriti, venivan dietro l'artiglieria adagio adagio, fermandosi ogni volta che la colonna ond'eran preceduti si fermava. Comunque vi formicolasse una tanta e tale moltitudine, pure, all'infuori del rumore dei carri e delle carrozze, regnava in Goito un alto silenzio come di città disabitata.I corpi della mia divisione s'erano accampati sulla sinistra della strada che conduce da Goito a Cerlungo e va oltre fiancheggiando la destra sponda del Mincio. I campi avevano un aspetto melanconico. Non vi si vedevano che pochi gruppi di soldati sparsi qua e là, che spiegavano le loro tende fradice e ripulivano i panni e le armi; tutti gli altri stavan sotto le tende; ad ogni momento nuovi soldati sopraggiungevano, erravano incertamente pel campo in cerca della loro compagnia, e, come la più parte avevan perduto lo zaino ed i bastoni e la tela, stavan poi là in piedi accanto alle tende dei compagni, colle mani in mano, mortificati, imbronciti, a guardarsi attorno con quella cera di chi non sa che pesci si pigliare. In quei campi non si sentiva alcuna voce, alcuno strepito; vi regnava una quiete stanca e severa.Raggiunto il campo del mio reggimento, andai a gettarmi subito sotto la tenda e sedetti, senza parlare, accanto ai miei compagni, che da più d'un'ora erano là. Non ci salutammo, non iscambiammo una parola, non ci guardammo neppure in viso; stemmo là muti e immobili come smemorati.All'improvviso, sentiamo un grido acuto a pochipassi fuor della tenda; un altro grido più lontano; un terzo più presso: dieci, cento, mille voci prorompono come di concerto da tutte le parti del campo, e s'ode un rumor diffuso di passi concitati. Che è questo? Ci slanciamo fuor della tenda. Oh che magnifico spettacolo! Tutto il reggimento affollato correva di rapidissima corsa verso la strada di Goito; e non solamente il nostro, ma quel che avevamo a destra, e quello di sinistra, e gli altri più lontani, tutti volavano verso la strada colla furia d'un assalto. Guardai in faccia ai soldati; eran faccie mutate, convulse, radianti; e mandavano alte grida di gioia, e fragorosi e prolungati scoppi di battimani si elevavano al cielo da tutte le parti del campo. Volammo verso la strada; passarono due carabinieri a cavallo colle sciabole nude; apparì una carrozza...; tutte le teste si scoprirono, tutte le braccia si sollevarono, un solo e poderosissimo grido proruppe dalle mille bocche della moltitudine accalcata; la carrozza passò; i soldati se ne tornarono.... Ma il campo mutò aspetto improvvisamente; si riaccese in tutti la speranza e la fede; nessuno rientrò nelle tende; in ogni angolo del campo si levò e durò fino a sera uno strepito pieno di gaiezza e di vita; le bande risonarono le note marcie, vecchie e care compagne dei nostri entusiasmi, e il nostro cuore risentì per un momento i divini palpiti di due giorni prima.—Oh si combatterà ancora! noi dicevamo; si combatterà ancora!—Chi c'era in quella carrozza?—domandò Carluccio con viva curiosità.—Il Re.—VIII.—Signori miei,—ci disse il medico la prima volta che Carluccio si levò,—sono in dovere di dirvi che questo ragazzo ha assolutamente bisogno di tornarsene a casa. È guarito; ma il menomo strapazzo gli può riuscire fatale. Forse tra pochi giorni, fatta la pace, volteremo le spalle a Venezia, ce n'andremo a Ferrara, e da Ferrara Dio sa dove; ci metteremo in corpo la piccola bagattella di quindici o venti giorni di marcia, o anco di più, ed è impossibile che questo ragazzo ci segua; egli ha bisogno di quiete, di riposo, e non di marciar sette ore al giorno e di dormire sull'erba. Questa non è vita per un fanciullo convalescente; ne converrete anche voi.—E ci lasciò. Restammo qualche tempo soprapensiero. Ma alle parole del medico, per quanto si scavizzolasse a cercarle, non c'era ragioni da opporre. Ch'egli ritornasse a casa era una necessità evidente, imperiosa; ma come farlo tornare? Ma a qual casa ei tornerebbe, povero infelice? Alla sua, per morirvi di crepacuore? No, certo; e dove dunque? Si pensò, si consultò, si discusse, e non si riusciva a concludere nulla, e si era già quasi in procinto di non far caso dei consigli del medico, quando un ufficiale padovano, un giovanotto di tanto cuore che a darne un po' per uno a tutto il reggimento gliene sarebbe avanzato, uscì fuori a dire:—Me ne incarico io, solo ch'io sappia il suo cognome e dove sta di casa. Lo metterò sotto la protezione della mia famiglia; scriverò a casa oggi stesso. Protetto dai miei potrà tornare colla matrigna, e se ci sarà bisognoce lo piglieremo in casa e ce lo terremo fin che occorra; ve ne do parola; va bene?—La proposta fu accolta con un generale «benissimo» e un gran batter di mani sulle spalle al proponente che gli fece sollevare dalla tunica tutta la polvere presa alla manovra.—Ora viene il difficile però!—egli soggiunse liberandosi da noi con un paio di pizzicotti ben'azzeccati.—Che cosa? si domandò.—Persuaderlo.—Risolvetti d'incaricarmene io, e ci separammo.La sera di quello stesso giorno, prima del calar del sole, mentre stavamo in dieci o dodici a chiacchierar di bubbole accanto alla baracca del vivandiere, quello stesso ufficiale padovano di cui dissi poco fa, levò la voce sopra il cicalìo della brigata, ed esclamò:—È stato concluso un nuovo armistizio; possiamo allontanarci dal campo; chi viene a veder Venezia?—Io—risposero tutti ad una voce.—Andiamo subito?—Andiamo subito.—E tutti si mossero.—Carluccio, vieni con noi, andiamo a veder Venezia.—Dal nostro campo, situato in vicinanza di Mestre, Venezia non si vedeva; ma in assai meno d'un'ora potevamo condurci in un punto di dove ell'era visibilissima; quel punto, voglio dire, in cui dalla grande strada che corre fra Padova e Mestre si dirama, dalla parte di Venezia, una piccola via, la quale sopra un argine assai rilevato giunge sino a Fusina, sulla spiaggia della laguna. In quel luogo v'è un gruppo di case di campagna e una locanda nota e cara per due dei più graziosi visini ch'io m'abbia mai veduto dacchè porto questi occhi. Pigliammola via di Padova e ci dirigemmo a quelle case. Appena oltrepassata la locanda, che delle case era l'ultima, ci si doveva presentare allo sguardo, tutta ad un tratto, Venezia. La più parte di noi non l'aveva mai veduta; e però, come fummo giunti presso al casale, ci cominciò a battere il cuore molto forte. La vedremo finalmente, si pensava, la vedremo codesta benedetta città; ancora cinquanta passi; ancora quaranta; ancora.... oh come mi tremano le gambe! Ancora venti passi, dieci.... Qualcuno si soffermò e si guardò intorno sorridendo come per dire:—Oh vedete un po' come sono ancora ragazzo! Ancora cinque passi.... Eccola!—Un fremito mi corse da capo a piedi, e il sangue mi si rimescolò precipitoso. Restammo tutti immobili e senza parola.Dinanzi a noi si stendeva un vasto spazio di terreno incolto e nudo, sparso qua e là di guazzi e di larghi pantani, dopo il quale si vedeva in lontananza luccicare un tratto di lacuna e al di là di questo, Venezia. Essa ci appariva, come a traverso di una nebbia rada, in un lieve colore azzurrino, che le dava un non so che di delicato e di misterioso. A sinistra, quel suo ponte immenso, stupendo; a destra, lontano lontano, il forte di San Giorgio, e più in là molti altri forti sparsi per le lagune, che apparivano appena come punti neri. Era uno spettacolo maraviglioso. Il luogo intorno intorno era deserto, e tirava una brezzolina che faceva stormir forte gli alberi vicini; unico rumore che si sentisse.Nessuno parlava, tutti contemplavano attonitamente Venezia.—Orsù!—gridò all'improvviso uno de' miei compagni, un bell'umore, amico un po' troppo tenero, se si vuole, delle bottiglie e del baccano; ma buon ragazzo quanto altri mai.—Orsù, non istiamo qui a fare i sentimentali. Chi lo beve un dito di vino?—Qualcuno gridò di sì, altri assentirono coi cenni, Carluccio corse alla locanda, e noi ci sedemmo lungo il ciglio dell'argine vôlti dalla parte di Venezia.—Ecco l'amico dei galantuomini!—esclamò quel mio amico accennando il vino che giungeva.—Mano alle bottiglie, su i bicchieri!—Si sa, noi militari, in campagna, non si sta lì alla goccia; si tracanna a occhi chiusi, e però non è a maravigliarsi se dopo qualche minuto vi fu qualcuno che si sentì in vena di cantare.—Di', tu, padovano, insegnaci una bella barcarola, tu che ne sai tante e ce le urli nell'orecchio dalla mattina alla sera, volerti o non volerti sentire.—E tutti gli altri:—Sì, insegnaci una bella barcarola.——Rivolgetevi a lui,—rispose il padovano appuntando il dito verso un suo vicino, che pizzicava di poeta e di tenore.—Fategli improvvisare una romanza a lui, che è del mestiere.—Bravo! Sicuro!—esclamarono tutti gli altri in coro.—Animo, signor poeta, fuori la romanza, fuori la musica, fuori la voce, e presto, e senza farsi tanto pregare, com'è uso di voi altri accozzatori di strofe.—Credo che il mio amico, a cui erano rivolte queste parole, avesse già una poesia bella e fatta nella testa, perchè accettò l'invito troppo prontamente e con un troppo aperto sorriso di compiacenza. Ad ogni modo però, egli non tirò fuori che dei versi dozzinali; versi da campo, che vuol dire roba da strapazzo.—Ci vorrebbe una chitarra....—O dove s'ha da pigliarla qui una chitarra? Mi fai ridere.—Aspetta, aspetta,—gridò un terzo e si diresse di corsa verso la locanda. Indi a poco, tornò con una chitarra in mano:—Voleva ben dire io che non s'avessea trovare una chitarra qui a poche miglia dalla città delle gondole e degli amori notturni. To'!—Il poeta (scusate) prese la chitarra, si pose in atto di sonare: tutti gli si strinsero attorno, tacquero, e stettero aspettando.—Sentite. Prima vi recito i versi, strofa e ritornello; poi la strofa la canto io e il ritornello lo cantate voialtri; va bene?—Benissimo. Animo, cominciamo.—Ed egli incominciò:Pur ti saluto anch'io,O Venezia immortale!Che infinito desìo,Cara, io n'avea nel cor!Che divino m'assaleEntusiasmo d'amor!—Ma che! ma che!—interruppe schiamazzando quello stesso originale che avea fatto la proposta di bere;—cos'è cotesta roba? Non vogliamo delle malinconie noi, vogliamo star allegri; ci vuole una barcarola, ci vuole; ma che «immortale» ma che «disìo» ma che «fremito», ma che mi vai fantasticando, caro il mio poeta? Ti paion musi questi da fare i sentimentali?—Tutti quelli che aveano alzato il gomito più del dovere approvarono clamorosamente.—Bel gusto,—io risposi,—fare i buffoni! Oh ne abbiamo proprio di che, con questa probabilità che c'è in aria di dover rimetter la sciabola nel fodero, e ripigliar gloriosamente la via di Ferrara e tornarsene chi sa dove a menar la vita papaverica della guarnigione! Oh abbiamo proprio di che fare i buffoni!—I «sentimentali» si dichiararono dalla mia, i bevitori insistettero, il poeta tenne duro, e la brigata si divise in due. Una metà si scostò da noi di alcuni passi, e accesii sigari, seguitò a trincare col miglior gusto del mondo; l'altra metà ripigliò il canto interrotto.—Vi canteremo un ritornello anche noi, signori poeti piagnoloni!—gridò uno dei baccanti alzando il bicchiere: tutti gli altri risero.—Cantate pure!—si rispose dalla nostra parte.E il poeta (scusate) ripigliò:Che divino m'assaleEntusiasmo d'amor!E il coro:Sì, Venezia immortale,T'abbiam tutti nel cor.E i baccanti:Che poeta bestiale!Che cane di tenor!E lì una gran risata.—La vocina di Carluccio si sentiva distintamente in mezzo a tutte l'altre, sottile, tremola, armoniosa.Da capo:Ma pur mentr'io ti miroE canto e ti sorrido,Perchè un lieve sospiroCome di mesto amor,E non di gioia un gridoProrompe dal mio cor?Il coro:Ti guardo, ti sorrido,Ma non ho lieto il cor.E i baccanti:Invece io me la rido,È il partito miglior.E qui un gran frastuono di bicchieri e un altro rumorososcoppio di risa; il sole era scomparso, e la brezza alitava fresca più che mai.Ahi! da questa contradaChe in noi si affida e speraAhi! non la nostra spada,Non l'italo valor,Ma una virtù stranieraCaccierà l'oppressor!E il coro:Quanto è mesta la seraCon tal presagio in cor!E i baccanti:Che squisito barbèra!Che spuma! Che color!Questi due ultimi versi furon cantati con meno vivezza degli altri. Che la solitudine del luogo, e il morire del giorno, e la vista di Venezia che si andava popolando di lumi cominciasse a mettere un po' di malinconia anche nel cuore dei baccanti?O madre, sul tuo senoVorrei chinar la testa,E sciorre al pianto il freno,E infonder nel tuo corQuesta dolcezza mestaChe mi sembra dolor.E il coro:Vorrei chinar la testaDi mia madre sul cor.E due voci dell'altro gruppo:Non mi romper la testa,Fammi questo favor.Gli altri non risero più. Fu ripetuta altre due voltel'ultima strofa. I baccanti non fecero più parola e si voltarono tutti verso Venezia. Cantammo una quarta volta l'ultima strofa; ma Carluccio non la cantò più; ne aveva compreso il significato, povero ragazzo, e gli si era stretto il cuore; l'ora, il luogo e quella stessa musica lenta e mesta della canzone gli avean destato nell'anima una subita e viva tenerezza.—Cos'hai Carluccio che tieni la faccia nascosta nelle mani?—io gli sussurrai nell'orecchio.—Nulla.—Senti.... E se noi ti dessimo un'altra mamma che ti volesse bene davvero?Mi guardò cogli occhi spalancati. Io gli parlai lungamente a bassa voce; egli stette ad ascoltarmi senza batter palpebra.—Ebbene?—gli domandai quand'ebbi finito. Non mi rispose; andava strappando i fili d'erba che aveva intorno.—Ebbene?—Si alzò di scatto, salì di corsa sull'argine e s'andò a nascondere al di là; dopo un momento si sentì uno scoppio di pianto così disperato che mi fece tremare il cuore.—Cosa c'è?—domandarono gli altri.—C'è quello che si poteva prevedere.—Tutti tacquero e si udirono distintamente i singhiozzi di Carluccio.—Bisogna lasciar che si sfoghi,—disse uno;—ne ha bisogno, povero fanciullo, e gli farà bene.Ripigliarono la canzone:O madre, sul tuo senoVorrei chinar la testaE sciorre al pianto il freno,E infonder nel tuo corQuesta dolcezza mestaChe mi sembra dolor.Fra verso e verso si sentiva il singhiozzare stanco e lamentoso di quel poveretto.Lo spettacolo di Venezia, in quel punto, era incantevole.—Zitti!—disse improvvisamente un di noi.—Tutti ammutolirono e tesero l'orecchio: il vento ci portava or sì or no un suono fioco di trombe.—È la fanfara dei croati di Malghera!—esclamò il padovano.Non dimenticherò mai lo strano senso di malinconia che provai in quel momento.È inutile ch'io ripeta i pianti, le disperazioni e le preghiere di Carluccio; basti il dire che più d'una volta la pietà ch'ei ci fece fu tanta da metterci in procinto di mandar tutto a monte. Ma si trattava della sua salute e tenemmo fermo. L'idea però d'una buona famiglia che lo avrebbe protetto, e messo alla scuola e mandato ogni giorno alla passeggiata coi fratelli piccini dell'ufficiale, e che, a un bisogno, se lo sarebbe preso in casa come un figliuolo, e lo considerava già fin d'allora come tale; questa idea, e più l'avergli letto una lettera affettuosissima della madre del suo ospite in cui erano fette mille promesse e mille assicurazioni che Carluccio sarebbe stato il più caro oggetto dei suoi affetti e delle sue cure; tutto ciò mitigò d'assai il suo dolore e fece sì che, dopo aver tentato e ritentato più volte di smuoverci dalla nostra risoluzione, egli si rassegnasse alla dura necessità, sospirando:—Ebbene.... allora.... tornerò a casa!—Dopo qualche giorno levammo il campo a ci mettemmo in cammino alla volta di Padova. Vi arrivammo un bel mattino allo spuntar del sole. Si entrò per il Portello e si passò per quasi tutte quelle medesime strade che avevamo percorse la prima volta. Giunti ad un certopunto, vedemmo tutto ad un tratto staccarsi dalle file l'ufficiale padovano e con esso Carluccio che si teneva con tutte e due le mani il fazzoletto sugli occhi, e dirigersi tutt'e due rapidamente verso il portone d'una casa signorile. Giunto al limitare, Carluccio si arrestò un istante, voltò verso di noi la faccia convulsa e lagrimosa e, alzando le braccia, singhiozzò una parola che nessuno capì; i soldati gli rimandarono il saluto coll'atto della mano; egli scomparve.Dopo quel giorno non lo vedemmo più. Abbiamo però saputo quindici giorni dopo, che appena lasciato il reggimento egli era stato condotto in casa di quel mio amico, e quivi ricevuto da tutta la famiglia colle più vive dimostrazioni di sollecitudine e d'amore; come la matrigna, che già da qualche giorno l'aspettava, s'era recata piangendo a visitarlo in quella casa, e se l'era ricondotto con sè, e gli usava ogni maniera di riguardi e di garbatezze; non certo per sua bontà, chè non n'era capace; ma perchè, sapendolo amato e protetto da una famiglia agiata, ne sperava e ne aspettava qualche soccorso di danaro per sè, oltre i frequenti regali che riceveva il figliuolo. Il qual soccorso, tra parentesi, non si fece attendere molto, e fu largo e si andò ripetendo di mese in mese con sua grande sorpresa e non meno grande soddisfazione. In seguito ci fu scritto che Carluccio stava bene; ma ch'era sempre un po' malinconico; specialmente quando vedeva andare alla piazza d'armi i reggimenti della guarnigione e sentiva sonar le bande e i tamburi. Allora diventava pensoso e sospirava, e qualche volta si andava a rincantucciare in un angolo della stanza, e piangeva in segreto.IX.Cinque mesi erano trascorsi dall'ultima volta che l'avevamo veduto. Il mio reggimento era di presidio in una piccola città della Lombardia. Una mattina, uscendo di casa, incontro il mio amico di Padova, che mi si accosta, e con un viso stranamente turbato mi porge una lettera, dicendomi:—Leggi.—E senz'altre parole mi lascia e si allontana. Spiego il foglio, guardo; erano due lettere: l'una scritta da Carluccio, di cui riconobbi, a prima vista, i grossi caratteri; l'altra sottoscritta:—la tua affezionatissima sorella.—Era la sorella del mio amico. La lettera del ragazzo aveva la data di dieci giorni addietro; quella della sorella era del giorno innanzi. Lessi questa per la prima.Due ore dopo ero in quartiere.La mia compagnia era divisa in sette o otto gruppi, sparsi pei cameroni, e seduti dinanzi a certi cartelloni dov'erano stampate a caratteri di scatola le lettere dell'alfabeto. Un caporale per ogni gruppo insegnava a leggere indicando le lettere con una bacchetta di fucile. Mi avvicinai, non visto, ad uno di quei gruppi. Due soldati, seduti sull'ultima panca e mezzo nascosti all'occhio del caporale da coloro che avevano davanti, stavan col capo chinato e l'occhio intento sur un foglio di carta, dove l'un di essi andava disegnando non so che cosa con un mozzicone di matita. Quando mi videro, non furono più in tempo a nascondere il foglio, e levatisi in piedi subitamente, me lo porsero e stettero ad aspettare cogli occhi bassi una lavata di capo. Su quella carta v'era un abbozzo informe di una testa, che però, da una tal quale rotondità dicontorni e da una certa boccuccia piccina piccina, poteva interpretarsi per la testa d'un fanciullo.—Chi avete voluto fare con questo sgorbio?—domandai.All'udir la mia voce, tutti gli altri s'alzarono in piedi.—Chi avete voluto fare?—domandai un'altra volta.—Carluccio.—Carluccio è morto.—Oh!—esclamarono tutti ad una voce guardandosi l'un l'altro.—Già, proprio morto, povero ragazzo, a causa di quelle maledette febbri. Ecco, questa è una sua lettera ch'egli scrisse qualche giorno fa, ed è diretta a tutti i soldati della compagnia. Prendete, caporale, e leggetela.—E mi trassi in disparte. Tutti si strinsero tacitamente attorno al caporale e questi cominciò a leggere. Non ne aveva letto ancora due righe che passò la lettera ad un altro, e cavò di tasca il fazzoletto; la più parte degli altri soldati fecero lo stesso.—Buoni ragazzi!—io pensavo intanto guardandoli da un angolo del camerone.—Carluccio non c'è più, Carluccio è morto; avete tutti perduto un amico che amavate e che vi amava; è vero, poveri ragazzi, pur troppo; anch'io ne soffro nel più vivo del cuore; ma.... Ebbene, e io amerò lui in voi; tutta quella parte di affetto ch'io portava a Carluccio, d'ora innanzi l'avrete tutta voi altri...; vi amerò più di prima. E tu, o povero Carluccio, assicurati che la tua memoria non si perderà mai più fra di noi; io ti giuro in nome di tutti i soldati che amasti e che t'amarono, ti giuro che il tuo nome rimarrà legato alla bandiera del nostro reggimento come una tradizione preziosa, la quale ci terrà sempre vivo nell'anima il culto degli affetti gentili e una mesta pietà degli infelici.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .—E la morale?—io domandai al mio amico appena ebbe detta l'ultima parola.—La morale,—mi rispose,—è questa. Vi ha un segreto per cui la vita del soldato, anche quando è più dura e penosa, possiamo farcela parer bella e contenta; è il segreto che ci dà il vigore nelle fatiche, la costanza nei sacrifizi, l'ardimento nei pericoli, e una forte e serena tranquillità in faccia alla morte; e questo segreto è tutto compreso in una parola.... Amare!Io gli strinsi la mano.—Se mai ti piglierà vaghezza di scrivere questo racconto,—egli soggiunse—e se, avendolo scritto, te ne verrà alcuna lode, ti prego di non farne un merito a me; io non ti avrei raccontato nulla, o t'avrei fatto un racconto freddo e sbiadito, se l'amicizia che strinsi poco tempo fa con un bel ragazzino, affettuoso e gentile come Carluccio, non mi avesse ravvivate nella memoria tutte le particolarità di quel fatto, e ridestata nel cuore quella fiamma di affetto che era necessaria perch'io te le narrassi con un po' di vivezza. Il merito del lavoro, se merito avrà, sarà in parte tuo e in parte di quel caro ragazzo. Egli ha nome Ridolfo. Te lo dico pel caso che tu volessi dedicargli, in mio nome, il tuo racconto, e aggiungere in fondo all'ultima pagina queste mie parole, acciocchè, dov'egli le legga, si ricordi di me.—Dunque io dedico il racconto a te, caro Ridolfo; è poca cosa; ma tu che sei tanto buono, baderai soltanto a quel che v'è di meglio: il cuore.Vogli un po' di bene a me pure, caro bambino. Addio.
Gli stenti della giornata, e più ancora le tante e sì varie e sì violente commozioni dell'animo in così breve spazio di tempo, avevano stremate le mie forze; io era stanco morto; adocchiai un carro d'artiglieria dove c'era un posto vuoto, colsi il primo momento in cui si fermò, salii, gli artiglieri mi fecero largo, sedetti, mi appoggiai e presi sonno. Mi svegliai sul far del giorno.Eravamo a pochi passi dal ponte di Goito. Pioveva. Mi toccai i panni; erano fradici. Guardai in su; il cielo era tutto velato da un nuvolone scuro, eguale, che prometteva la pioggia per tutta la giornata. Guardai intorno, pei campi; sempre soldati a stormi che procedevano lentamente, coi capi dimessi, cogli sguardi a terra. Molti di essi avevan sciolto la tela della tenda e se l'eran posta in dosso a guisa d'uno scialle per ripararsi dall'acqua; molti che avevan perduto lo zaino e la tela si ricoveravano sotto quella d'un compagno e andavano così due a due, stretti a braccetto, colle teste avviluppate; altri, perduto il cheppì, s'era posto in capo il fazzoletto; altri; buttato via lo zaino, portava la sua roba in un involto appeso alla baionetta; tutti poi camminavano a gran fatica, zoppicando e inciampando ad ogni momento. Qualcuno di tratto in tratto si arrestava e si appoggiava a un albero o si adagiava in terra, e si levava faticosamente poco dopo, e ripigliava la via. Passai sul ponte; quel ponte su cui, poche ore prima, stavan di fronte una sentinella austriaca e una sentinella italiana squadrandosi in cagnesco; entrai in Goito; svoltai a destra nella strada principale.... Quale spettacolo! A destra e sinistra della strada, sui canti, rasente i muri, sotto le gronde, sulle soglie delle botteghe e delle porte di casa, dappertutto soldati rifiniti dal cammino e dal digiuno, chi in piedi colle spalle appoggiate al muro, chi accosciato, raggricchiato, colle mani sulle ginocchia e il mento sulle mani e gli occhi vaganti qua e là con uno sguardo stanco e pieno di sonno; altri sdraiati e dormienti colla testa sullo zaino; qualcuno che sbocconcellava un tozzo di pane tenendolo stretto con tutte e due le mani e girando intorno uno sguardo sospettoso, come se altri minacciasse di venirglielo a strappare dai denti; qualcun altro che riassestava gli oggetti nello zaino,o lento e svogliato rasciugava colla falda del cappotto le armi. E intanto la strada formicolava di soldati che si avviavano verso Cerlungo; molti, guardando di qua e di là con un viso tra l'attonito e il disgustato, passavan oltre; altri si fermavano accanto al muro, gettavano trascuratamente lo zaino a terra e vi si lasciavan cadere su con una specie d'inanimato abbandono; di tratto in tratto qualcuno di que' che giacevano, appuntellando i gomiti in terra, si levava con grande sforzo in piedi, e il primo soldato del suo reggimento che gli venisse fatto di veder passare, con quello s'accozzava e si rimetteva in cammino. Alle porte delle poche botteghe ch'erano aperte, un continuo affacciarsi di soldati, a tre, a sette, a dieci alla volta, e un chiedere insistente se vi fosse qualcosa da mangiare, ch'essi l'avrebbero pagato, s'intende, e tendevan le braccia e allargavan le mani per far vedere i quattrini.—No, giovanotti,—rispondeva dal fondo della bottega una voce tutta pietosa,—mi rincresce, non c'è più niente.—A un'altra bottega dunque; niente neanco a questa; via, ad un altra; lo stesso. E via così. Passando dinanzi a certe tane di caffè, si vedevano molti ufficiali dormire colle braccia incrociate sul tavolino e la testa appoggiata sulle braccia; sopra ogni tavolino tre o quattro teste, e in mezzo bicchieri e bottiglie e tozzi di pane sbocconcellati. Qualcuno, la testa abbandonata sulla mano, guardava nella via coll'occhio fisso e stralunato; erano faccie triste, pallide, stravolte come dopo una malattia. Il caffettiere, ritto in fondo alla bottega, colle braccia incrociate sul petto, stava osservando gli uni e gli altri, tacito e pensieroso. Gli sbocchi delle vie laterali erano ingombri di carri e di cavalli, intorno ai quali si affaccendavano in silenzio alla rinfusa soldati del treno e carrettieri borghesi. Intanto passavano per la strada principale alcune batterie di artiglieria; quell'andarelento e grave, quel rumore monotono e cupo dei carri che facea tremare i vetri delle finestre, e quei robusti artiglieri pensosi, seri, ravvolti nei loro grandi mantelli grigi; tutto, insomma, l'assieme di quel tremendo convoglio metteva nell'animo una profonda mestizia. Molte carrozze, con entro ufficiali feriti, venivan dietro l'artiglieria adagio adagio, fermandosi ogni volta che la colonna ond'eran preceduti si fermava. Comunque vi formicolasse una tanta e tale moltitudine, pure, all'infuori del rumore dei carri e delle carrozze, regnava in Goito un alto silenzio come di città disabitata.
I corpi della mia divisione s'erano accampati sulla sinistra della strada che conduce da Goito a Cerlungo e va oltre fiancheggiando la destra sponda del Mincio. I campi avevano un aspetto melanconico. Non vi si vedevano che pochi gruppi di soldati sparsi qua e là, che spiegavano le loro tende fradice e ripulivano i panni e le armi; tutti gli altri stavan sotto le tende; ad ogni momento nuovi soldati sopraggiungevano, erravano incertamente pel campo in cerca della loro compagnia, e, come la più parte avevan perduto lo zaino ed i bastoni e la tela, stavan poi là in piedi accanto alle tende dei compagni, colle mani in mano, mortificati, imbronciti, a guardarsi attorno con quella cera di chi non sa che pesci si pigliare. In quei campi non si sentiva alcuna voce, alcuno strepito; vi regnava una quiete stanca e severa.
Raggiunto il campo del mio reggimento, andai a gettarmi subito sotto la tenda e sedetti, senza parlare, accanto ai miei compagni, che da più d'un'ora erano là. Non ci salutammo, non iscambiammo una parola, non ci guardammo neppure in viso; stemmo là muti e immobili come smemorati.
All'improvviso, sentiamo un grido acuto a pochipassi fuor della tenda; un altro grido più lontano; un terzo più presso: dieci, cento, mille voci prorompono come di concerto da tutte le parti del campo, e s'ode un rumor diffuso di passi concitati. Che è questo? Ci slanciamo fuor della tenda. Oh che magnifico spettacolo! Tutto il reggimento affollato correva di rapidissima corsa verso la strada di Goito; e non solamente il nostro, ma quel che avevamo a destra, e quello di sinistra, e gli altri più lontani, tutti volavano verso la strada colla furia d'un assalto. Guardai in faccia ai soldati; eran faccie mutate, convulse, radianti; e mandavano alte grida di gioia, e fragorosi e prolungati scoppi di battimani si elevavano al cielo da tutte le parti del campo. Volammo verso la strada; passarono due carabinieri a cavallo colle sciabole nude; apparì una carrozza...; tutte le teste si scoprirono, tutte le braccia si sollevarono, un solo e poderosissimo grido proruppe dalle mille bocche della moltitudine accalcata; la carrozza passò; i soldati se ne tornarono.... Ma il campo mutò aspetto improvvisamente; si riaccese in tutti la speranza e la fede; nessuno rientrò nelle tende; in ogni angolo del campo si levò e durò fino a sera uno strepito pieno di gaiezza e di vita; le bande risonarono le note marcie, vecchie e care compagne dei nostri entusiasmi, e il nostro cuore risentì per un momento i divini palpiti di due giorni prima.—Oh si combatterà ancora! noi dicevamo; si combatterà ancora!
—Chi c'era in quella carrozza?—domandò Carluccio con viva curiosità.
—Il Re.—
—Signori miei,—ci disse il medico la prima volta che Carluccio si levò,—sono in dovere di dirvi che questo ragazzo ha assolutamente bisogno di tornarsene a casa. È guarito; ma il menomo strapazzo gli può riuscire fatale. Forse tra pochi giorni, fatta la pace, volteremo le spalle a Venezia, ce n'andremo a Ferrara, e da Ferrara Dio sa dove; ci metteremo in corpo la piccola bagattella di quindici o venti giorni di marcia, o anco di più, ed è impossibile che questo ragazzo ci segua; egli ha bisogno di quiete, di riposo, e non di marciar sette ore al giorno e di dormire sull'erba. Questa non è vita per un fanciullo convalescente; ne converrete anche voi.—
E ci lasciò. Restammo qualche tempo soprapensiero. Ma alle parole del medico, per quanto si scavizzolasse a cercarle, non c'era ragioni da opporre. Ch'egli ritornasse a casa era una necessità evidente, imperiosa; ma come farlo tornare? Ma a qual casa ei tornerebbe, povero infelice? Alla sua, per morirvi di crepacuore? No, certo; e dove dunque? Si pensò, si consultò, si discusse, e non si riusciva a concludere nulla, e si era già quasi in procinto di non far caso dei consigli del medico, quando un ufficiale padovano, un giovanotto di tanto cuore che a darne un po' per uno a tutto il reggimento gliene sarebbe avanzato, uscì fuori a dire:
—Me ne incarico io, solo ch'io sappia il suo cognome e dove sta di casa. Lo metterò sotto la protezione della mia famiglia; scriverò a casa oggi stesso. Protetto dai miei potrà tornare colla matrigna, e se ci sarà bisognoce lo piglieremo in casa e ce lo terremo fin che occorra; ve ne do parola; va bene?—
La proposta fu accolta con un generale «benissimo» e un gran batter di mani sulle spalle al proponente che gli fece sollevare dalla tunica tutta la polvere presa alla manovra.
—Ora viene il difficile però!—egli soggiunse liberandosi da noi con un paio di pizzicotti ben'azzeccati.
—Che cosa? si domandò.
—Persuaderlo.—
Risolvetti d'incaricarmene io, e ci separammo.
La sera di quello stesso giorno, prima del calar del sole, mentre stavamo in dieci o dodici a chiacchierar di bubbole accanto alla baracca del vivandiere, quello stesso ufficiale padovano di cui dissi poco fa, levò la voce sopra il cicalìo della brigata, ed esclamò:
—È stato concluso un nuovo armistizio; possiamo allontanarci dal campo; chi viene a veder Venezia?
—Io—risposero tutti ad una voce.
—Andiamo subito?
—Andiamo subito.—
E tutti si mossero.
—Carluccio, vieni con noi, andiamo a veder Venezia.—
Dal nostro campo, situato in vicinanza di Mestre, Venezia non si vedeva; ma in assai meno d'un'ora potevamo condurci in un punto di dove ell'era visibilissima; quel punto, voglio dire, in cui dalla grande strada che corre fra Padova e Mestre si dirama, dalla parte di Venezia, una piccola via, la quale sopra un argine assai rilevato giunge sino a Fusina, sulla spiaggia della laguna. In quel luogo v'è un gruppo di case di campagna e una locanda nota e cara per due dei più graziosi visini ch'io m'abbia mai veduto dacchè porto questi occhi. Pigliammola via di Padova e ci dirigemmo a quelle case. Appena oltrepassata la locanda, che delle case era l'ultima, ci si doveva presentare allo sguardo, tutta ad un tratto, Venezia. La più parte di noi non l'aveva mai veduta; e però, come fummo giunti presso al casale, ci cominciò a battere il cuore molto forte. La vedremo finalmente, si pensava, la vedremo codesta benedetta città; ancora cinquanta passi; ancora quaranta; ancora.... oh come mi tremano le gambe! Ancora venti passi, dieci.... Qualcuno si soffermò e si guardò intorno sorridendo come per dire:—Oh vedete un po' come sono ancora ragazzo! Ancora cinque passi.... Eccola!—Un fremito mi corse da capo a piedi, e il sangue mi si rimescolò precipitoso. Restammo tutti immobili e senza parola.
Dinanzi a noi si stendeva un vasto spazio di terreno incolto e nudo, sparso qua e là di guazzi e di larghi pantani, dopo il quale si vedeva in lontananza luccicare un tratto di lacuna e al di là di questo, Venezia. Essa ci appariva, come a traverso di una nebbia rada, in un lieve colore azzurrino, che le dava un non so che di delicato e di misterioso. A sinistra, quel suo ponte immenso, stupendo; a destra, lontano lontano, il forte di San Giorgio, e più in là molti altri forti sparsi per le lagune, che apparivano appena come punti neri. Era uno spettacolo maraviglioso. Il luogo intorno intorno era deserto, e tirava una brezzolina che faceva stormir forte gli alberi vicini; unico rumore che si sentisse.
Nessuno parlava, tutti contemplavano attonitamente Venezia.
—Orsù!—gridò all'improvviso uno de' miei compagni, un bell'umore, amico un po' troppo tenero, se si vuole, delle bottiglie e del baccano; ma buon ragazzo quanto altri mai.—Orsù, non istiamo qui a fare i sentimentali. Chi lo beve un dito di vino?—
Qualcuno gridò di sì, altri assentirono coi cenni, Carluccio corse alla locanda, e noi ci sedemmo lungo il ciglio dell'argine vôlti dalla parte di Venezia.
—Ecco l'amico dei galantuomini!—esclamò quel mio amico accennando il vino che giungeva.—Mano alle bottiglie, su i bicchieri!—Si sa, noi militari, in campagna, non si sta lì alla goccia; si tracanna a occhi chiusi, e però non è a maravigliarsi se dopo qualche minuto vi fu qualcuno che si sentì in vena di cantare.
—Di', tu, padovano, insegnaci una bella barcarola, tu che ne sai tante e ce le urli nell'orecchio dalla mattina alla sera, volerti o non volerti sentire.—
E tutti gli altri:—Sì, insegnaci una bella barcarola.—
—Rivolgetevi a lui,—rispose il padovano appuntando il dito verso un suo vicino, che pizzicava di poeta e di tenore.—Fategli improvvisare una romanza a lui, che è del mestiere.
—Bravo! Sicuro!—esclamarono tutti gli altri in coro.—Animo, signor poeta, fuori la romanza, fuori la musica, fuori la voce, e presto, e senza farsi tanto pregare, com'è uso di voi altri accozzatori di strofe.—
Credo che il mio amico, a cui erano rivolte queste parole, avesse già una poesia bella e fatta nella testa, perchè accettò l'invito troppo prontamente e con un troppo aperto sorriso di compiacenza. Ad ogni modo però, egli non tirò fuori che dei versi dozzinali; versi da campo, che vuol dire roba da strapazzo.
—Ci vorrebbe una chitarra....
—O dove s'ha da pigliarla qui una chitarra? Mi fai ridere.
—Aspetta, aspetta,—gridò un terzo e si diresse di corsa verso la locanda. Indi a poco, tornò con una chitarra in mano:—Voleva ben dire io che non s'avessea trovare una chitarra qui a poche miglia dalla città delle gondole e degli amori notturni. To'!—
Il poeta (scusate) prese la chitarra, si pose in atto di sonare: tutti gli si strinsero attorno, tacquero, e stettero aspettando.
—Sentite. Prima vi recito i versi, strofa e ritornello; poi la strofa la canto io e il ritornello lo cantate voialtri; va bene?
—Benissimo. Animo, cominciamo.—
Ed egli incominciò:
Pur ti saluto anch'io,O Venezia immortale!Che infinito desìo,Cara, io n'avea nel cor!Che divino m'assaleEntusiasmo d'amor!
—Ma che! ma che!—interruppe schiamazzando quello stesso originale che avea fatto la proposta di bere;—cos'è cotesta roba? Non vogliamo delle malinconie noi, vogliamo star allegri; ci vuole una barcarola, ci vuole; ma che «immortale» ma che «disìo» ma che «fremito», ma che mi vai fantasticando, caro il mio poeta? Ti paion musi questi da fare i sentimentali?—
Tutti quelli che aveano alzato il gomito più del dovere approvarono clamorosamente.
—Bel gusto,—io risposi,—fare i buffoni! Oh ne abbiamo proprio di che, con questa probabilità che c'è in aria di dover rimetter la sciabola nel fodero, e ripigliar gloriosamente la via di Ferrara e tornarsene chi sa dove a menar la vita papaverica della guarnigione! Oh abbiamo proprio di che fare i buffoni!—
I «sentimentali» si dichiararono dalla mia, i bevitori insistettero, il poeta tenne duro, e la brigata si divise in due. Una metà si scostò da noi di alcuni passi, e accesii sigari, seguitò a trincare col miglior gusto del mondo; l'altra metà ripigliò il canto interrotto.
—Vi canteremo un ritornello anche noi, signori poeti piagnoloni!—gridò uno dei baccanti alzando il bicchiere: tutti gli altri risero.
—Cantate pure!—si rispose dalla nostra parte.
E il poeta (scusate) ripigliò:
Che divino m'assaleEntusiasmo d'amor!
E il coro:
Sì, Venezia immortale,T'abbiam tutti nel cor.
E i baccanti:
Che poeta bestiale!Che cane di tenor!
E lì una gran risata.—La vocina di Carluccio si sentiva distintamente in mezzo a tutte l'altre, sottile, tremola, armoniosa.
Da capo:
Ma pur mentr'io ti miroE canto e ti sorrido,Perchè un lieve sospiroCome di mesto amor,E non di gioia un gridoProrompe dal mio cor?
Il coro:
Ti guardo, ti sorrido,Ma non ho lieto il cor.
E i baccanti:
Invece io me la rido,È il partito miglior.
E qui un gran frastuono di bicchieri e un altro rumorososcoppio di risa; il sole era scomparso, e la brezza alitava fresca più che mai.
Ahi! da questa contradaChe in noi si affida e speraAhi! non la nostra spada,Non l'italo valor,Ma una virtù stranieraCaccierà l'oppressor!
E il coro:
Quanto è mesta la seraCon tal presagio in cor!
E i baccanti:
Che squisito barbèra!Che spuma! Che color!
Questi due ultimi versi furon cantati con meno vivezza degli altri. Che la solitudine del luogo, e il morire del giorno, e la vista di Venezia che si andava popolando di lumi cominciasse a mettere un po' di malinconia anche nel cuore dei baccanti?
O madre, sul tuo senoVorrei chinar la testa,E sciorre al pianto il freno,E infonder nel tuo corQuesta dolcezza mestaChe mi sembra dolor.
E il coro:
Vorrei chinar la testaDi mia madre sul cor.
E due voci dell'altro gruppo:
Non mi romper la testa,Fammi questo favor.
Gli altri non risero più. Fu ripetuta altre due voltel'ultima strofa. I baccanti non fecero più parola e si voltarono tutti verso Venezia. Cantammo una quarta volta l'ultima strofa; ma Carluccio non la cantò più; ne aveva compreso il significato, povero ragazzo, e gli si era stretto il cuore; l'ora, il luogo e quella stessa musica lenta e mesta della canzone gli avean destato nell'anima una subita e viva tenerezza.
—Cos'hai Carluccio che tieni la faccia nascosta nelle mani?—io gli sussurrai nell'orecchio.
—Nulla.
—Senti.... E se noi ti dessimo un'altra mamma che ti volesse bene davvero?
Mi guardò cogli occhi spalancati. Io gli parlai lungamente a bassa voce; egli stette ad ascoltarmi senza batter palpebra.—Ebbene?—gli domandai quand'ebbi finito. Non mi rispose; andava strappando i fili d'erba che aveva intorno.—Ebbene?—
Si alzò di scatto, salì di corsa sull'argine e s'andò a nascondere al di là; dopo un momento si sentì uno scoppio di pianto così disperato che mi fece tremare il cuore.
—Cosa c'è?—domandarono gli altri.
—C'è quello che si poteva prevedere.—Tutti tacquero e si udirono distintamente i singhiozzi di Carluccio.
—Bisogna lasciar che si sfoghi,—disse uno;—ne ha bisogno, povero fanciullo, e gli farà bene.
Ripigliarono la canzone:
O madre, sul tuo senoVorrei chinar la testaE sciorre al pianto il freno,E infonder nel tuo corQuesta dolcezza mestaChe mi sembra dolor.
Fra verso e verso si sentiva il singhiozzare stanco e lamentoso di quel poveretto.
Lo spettacolo di Venezia, in quel punto, era incantevole.
—Zitti!—disse improvvisamente un di noi.—Tutti ammutolirono e tesero l'orecchio: il vento ci portava or sì or no un suono fioco di trombe.
—È la fanfara dei croati di Malghera!—esclamò il padovano.
Non dimenticherò mai lo strano senso di malinconia che provai in quel momento.
È inutile ch'io ripeta i pianti, le disperazioni e le preghiere di Carluccio; basti il dire che più d'una volta la pietà ch'ei ci fece fu tanta da metterci in procinto di mandar tutto a monte. Ma si trattava della sua salute e tenemmo fermo. L'idea però d'una buona famiglia che lo avrebbe protetto, e messo alla scuola e mandato ogni giorno alla passeggiata coi fratelli piccini dell'ufficiale, e che, a un bisogno, se lo sarebbe preso in casa come un figliuolo, e lo considerava già fin d'allora come tale; questa idea, e più l'avergli letto una lettera affettuosissima della madre del suo ospite in cui erano fette mille promesse e mille assicurazioni che Carluccio sarebbe stato il più caro oggetto dei suoi affetti e delle sue cure; tutto ciò mitigò d'assai il suo dolore e fece sì che, dopo aver tentato e ritentato più volte di smuoverci dalla nostra risoluzione, egli si rassegnasse alla dura necessità, sospirando:—Ebbene.... allora.... tornerò a casa!—
Dopo qualche giorno levammo il campo a ci mettemmo in cammino alla volta di Padova. Vi arrivammo un bel mattino allo spuntar del sole. Si entrò per il Portello e si passò per quasi tutte quelle medesime strade che avevamo percorse la prima volta. Giunti ad un certopunto, vedemmo tutto ad un tratto staccarsi dalle file l'ufficiale padovano e con esso Carluccio che si teneva con tutte e due le mani il fazzoletto sugli occhi, e dirigersi tutt'e due rapidamente verso il portone d'una casa signorile. Giunto al limitare, Carluccio si arrestò un istante, voltò verso di noi la faccia convulsa e lagrimosa e, alzando le braccia, singhiozzò una parola che nessuno capì; i soldati gli rimandarono il saluto coll'atto della mano; egli scomparve.
Dopo quel giorno non lo vedemmo più. Abbiamo però saputo quindici giorni dopo, che appena lasciato il reggimento egli era stato condotto in casa di quel mio amico, e quivi ricevuto da tutta la famiglia colle più vive dimostrazioni di sollecitudine e d'amore; come la matrigna, che già da qualche giorno l'aspettava, s'era recata piangendo a visitarlo in quella casa, e se l'era ricondotto con sè, e gli usava ogni maniera di riguardi e di garbatezze; non certo per sua bontà, chè non n'era capace; ma perchè, sapendolo amato e protetto da una famiglia agiata, ne sperava e ne aspettava qualche soccorso di danaro per sè, oltre i frequenti regali che riceveva il figliuolo. Il qual soccorso, tra parentesi, non si fece attendere molto, e fu largo e si andò ripetendo di mese in mese con sua grande sorpresa e non meno grande soddisfazione. In seguito ci fu scritto che Carluccio stava bene; ma ch'era sempre un po' malinconico; specialmente quando vedeva andare alla piazza d'armi i reggimenti della guarnigione e sentiva sonar le bande e i tamburi. Allora diventava pensoso e sospirava, e qualche volta si andava a rincantucciare in un angolo della stanza, e piangeva in segreto.
Cinque mesi erano trascorsi dall'ultima volta che l'avevamo veduto. Il mio reggimento era di presidio in una piccola città della Lombardia. Una mattina, uscendo di casa, incontro il mio amico di Padova, che mi si accosta, e con un viso stranamente turbato mi porge una lettera, dicendomi:—Leggi.—E senz'altre parole mi lascia e si allontana. Spiego il foglio, guardo; erano due lettere: l'una scritta da Carluccio, di cui riconobbi, a prima vista, i grossi caratteri; l'altra sottoscritta:—la tua affezionatissima sorella.—Era la sorella del mio amico. La lettera del ragazzo aveva la data di dieci giorni addietro; quella della sorella era del giorno innanzi. Lessi questa per la prima.
Due ore dopo ero in quartiere.
La mia compagnia era divisa in sette o otto gruppi, sparsi pei cameroni, e seduti dinanzi a certi cartelloni dov'erano stampate a caratteri di scatola le lettere dell'alfabeto. Un caporale per ogni gruppo insegnava a leggere indicando le lettere con una bacchetta di fucile. Mi avvicinai, non visto, ad uno di quei gruppi. Due soldati, seduti sull'ultima panca e mezzo nascosti all'occhio del caporale da coloro che avevano davanti, stavan col capo chinato e l'occhio intento sur un foglio di carta, dove l'un di essi andava disegnando non so che cosa con un mozzicone di matita. Quando mi videro, non furono più in tempo a nascondere il foglio, e levatisi in piedi subitamente, me lo porsero e stettero ad aspettare cogli occhi bassi una lavata di capo. Su quella carta v'era un abbozzo informe di una testa, che però, da una tal quale rotondità dicontorni e da una certa boccuccia piccina piccina, poteva interpretarsi per la testa d'un fanciullo.
—Chi avete voluto fare con questo sgorbio?—domandai.
All'udir la mia voce, tutti gli altri s'alzarono in piedi.
—Chi avete voluto fare?—domandai un'altra volta.
—Carluccio.
—Carluccio è morto.
—Oh!—esclamarono tutti ad una voce guardandosi l'un l'altro.
—Già, proprio morto, povero ragazzo, a causa di quelle maledette febbri. Ecco, questa è una sua lettera ch'egli scrisse qualche giorno fa, ed è diretta a tutti i soldati della compagnia. Prendete, caporale, e leggetela.—
E mi trassi in disparte. Tutti si strinsero tacitamente attorno al caporale e questi cominciò a leggere. Non ne aveva letto ancora due righe che passò la lettera ad un altro, e cavò di tasca il fazzoletto; la più parte degli altri soldati fecero lo stesso.
—Buoni ragazzi!—io pensavo intanto guardandoli da un angolo del camerone.—Carluccio non c'è più, Carluccio è morto; avete tutti perduto un amico che amavate e che vi amava; è vero, poveri ragazzi, pur troppo; anch'io ne soffro nel più vivo del cuore; ma.... Ebbene, e io amerò lui in voi; tutta quella parte di affetto ch'io portava a Carluccio, d'ora innanzi l'avrete tutta voi altri...; vi amerò più di prima. E tu, o povero Carluccio, assicurati che la tua memoria non si perderà mai più fra di noi; io ti giuro in nome di tutti i soldati che amasti e che t'amarono, ti giuro che il tuo nome rimarrà legato alla bandiera del nostro reggimento come una tradizione preziosa, la quale ci terrà sempre vivo nell'anima il culto degli affetti gentili e una mesta pietà degli infelici.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
—E la morale?—io domandai al mio amico appena ebbe detta l'ultima parola.
—La morale,—mi rispose,—è questa. Vi ha un segreto per cui la vita del soldato, anche quando è più dura e penosa, possiamo farcela parer bella e contenta; è il segreto che ci dà il vigore nelle fatiche, la costanza nei sacrifizi, l'ardimento nei pericoli, e una forte e serena tranquillità in faccia alla morte; e questo segreto è tutto compreso in una parola.... Amare!
Io gli strinsi la mano.
—Se mai ti piglierà vaghezza di scrivere questo racconto,—egli soggiunse—e se, avendolo scritto, te ne verrà alcuna lode, ti prego di non farne un merito a me; io non ti avrei raccontato nulla, o t'avrei fatto un racconto freddo e sbiadito, se l'amicizia che strinsi poco tempo fa con un bel ragazzino, affettuoso e gentile come Carluccio, non mi avesse ravvivate nella memoria tutte le particolarità di quel fatto, e ridestata nel cuore quella fiamma di affetto che era necessaria perch'io te le narrassi con un po' di vivezza. Il merito del lavoro, se merito avrà, sarà in parte tuo e in parte di quel caro ragazzo. Egli ha nome Ridolfo. Te lo dico pel caso che tu volessi dedicargli, in mio nome, il tuo racconto, e aggiungere in fondo all'ultima pagina queste mie parole, acciocchè, dov'egli le legga, si ricordi di me.—
Dunque io dedico il racconto a te, caro Ridolfo; è poca cosa; ma tu che sei tanto buono, baderai soltanto a quel che v'è di meglio: il cuore.
Vogli un po' di bene a me pure, caro bambino. Addio.