Chapter 4

Donne, ch’avete intelletto d’amore,Io vo’ con voi della mia donna dire;Non perch’io creda sua laude finire,Ma ragionar per isfogar la mente.Io dico che, pensando il suo valore,Amor sì dolce mi si fa sentire,Che, s’io allora non perdessi ardire,Farei, parlando, innamorar la gente;Ed io non vo’ parlar sì altamente,Che divenissi per temenza vile:Ma tratterò del suo stato gentile,A rispetto di lei leggeramente,Donne e donzelle amorose, con vui,Chè non è cosa da parlarne altrui.Angelo chiama in divino intelletto,E dice: Sire, nel mondo si vedeMaraviglia nell’atto, che procedeDa un’anima, che fin quassù risplende.Lo cielo, che non have altro difettoChe d’aver lei, al suo Signor la chiede,E ciascun santo ne grida mercede.Sola Pietà nostra parte difende;Chè parla Iddio, che di madonna intende:Diletti miei, or sofferite in pace,Che vostra speme sie quanto mi piaceLà, ov’è alcun che perder lei s’attende,E che dirà nell’inferno a’ malnati:Io vidi la speranza de’ beati.Madonna è disiata in l’alto cielo:Or vo’ di sua virtù farvi sapere.Dico: qual vuol gentil donna parereVada con lei; chè quando va per via,Gitta ne’ cor villani Amore un gelo,Per che ogni lor pensiero agghiaccia e père.E qual soffrisse di starla a vedereDiverrìa nobil cosa, o si morrìa:E quando trova alcun che degno siaDi veder lei, quei prova sua virtute,Chè gli avvien ciò che gli dona salute,E sì l’umilia, che ogni offesa oblia.Ancor le ha Dio per maggior grazia dato,Che non può mal finir chi le ha parlato.Dice di lei Amor: Cosa mortaleCome esser può sì adorna e sì pura?Poi la riguarda, e fra sè stesso giuraChe Dio ne ’ntende di far cosa nova.Color di perla ha quasi in forma, qualeConviene a donna aver, non fuor misura;Ella è quanto di ben può far natura,Per esemplo di lei beltà si prova;Degli occhi suoi, come ch’ella gli muova,Escono spirti d’amore infiammati,Che fieron gli occhi a qual, che allor la guati,E passan sì, chè ’l cor ciascun ritrova.Voi le vedete Amor pinto nel riso,Là ’ve non puote alcun mirarla fiso.Canzone, io so che tu girai parlandoA donne assai, quando t’avrò avanzata:Or t’ammonisco, perch’io t’ho allevataPer figliuola d’Amor giovane e piana,Che dove giugni, tu dichi pregando:Insegnatemi gir; ch’io son mandataA quella, di cui loda io sono ornata.E, se non vogli andar, sì come vanaNon ristare ove sia gente villana.Ingègnati, se puoi, d’esser paleseSolo con donna o con uomo cortese,Che ti merranno per la via tostana.Tu troverai Amor con esso lei;Raccomandami a lui come tu dêi.

Donne, ch’avete intelletto d’amore,Io vo’ con voi della mia donna dire;Non perch’io creda sua laude finire,Ma ragionar per isfogar la mente.Io dico che, pensando il suo valore,Amor sì dolce mi si fa sentire,Che, s’io allora non perdessi ardire,Farei, parlando, innamorar la gente;Ed io non vo’ parlar sì altamente,Che divenissi per temenza vile:Ma tratterò del suo stato gentile,A rispetto di lei leggeramente,Donne e donzelle amorose, con vui,Chè non è cosa da parlarne altrui.

Donne, ch’avete intelletto d’amore,

Io vo’ con voi della mia donna dire;

Non perch’io creda sua laude finire,

Ma ragionar per isfogar la mente.

Io dico che, pensando il suo valore,

Amor sì dolce mi si fa sentire,

Che, s’io allora non perdessi ardire,

Farei, parlando, innamorar la gente;

Ed io non vo’ parlar sì altamente,

Che divenissi per temenza vile:

Ma tratterò del suo stato gentile,

A rispetto di lei leggeramente,

Donne e donzelle amorose, con vui,

Chè non è cosa da parlarne altrui.

Angelo chiama in divino intelletto,E dice: Sire, nel mondo si vedeMaraviglia nell’atto, che procedeDa un’anima, che fin quassù risplende.Lo cielo, che non have altro difettoChe d’aver lei, al suo Signor la chiede,E ciascun santo ne grida mercede.Sola Pietà nostra parte difende;Chè parla Iddio, che di madonna intende:Diletti miei, or sofferite in pace,Che vostra speme sie quanto mi piaceLà, ov’è alcun che perder lei s’attende,E che dirà nell’inferno a’ malnati:Io vidi la speranza de’ beati.

Angelo chiama in divino intelletto,

E dice: Sire, nel mondo si vede

Maraviglia nell’atto, che procede

Da un’anima, che fin quassù risplende.

Lo cielo, che non have altro difetto

Che d’aver lei, al suo Signor la chiede,

E ciascun santo ne grida mercede.

Sola Pietà nostra parte difende;

Chè parla Iddio, che di madonna intende:

Diletti miei, or sofferite in pace,

Che vostra speme sie quanto mi piace

Là, ov’è alcun che perder lei s’attende,

E che dirà nell’inferno a’ malnati:

Io vidi la speranza de’ beati.

Madonna è disiata in l’alto cielo:Or vo’ di sua virtù farvi sapere.Dico: qual vuol gentil donna parereVada con lei; chè quando va per via,Gitta ne’ cor villani Amore un gelo,Per che ogni lor pensiero agghiaccia e père.E qual soffrisse di starla a vedereDiverrìa nobil cosa, o si morrìa:E quando trova alcun che degno siaDi veder lei, quei prova sua virtute,Chè gli avvien ciò che gli dona salute,E sì l’umilia, che ogni offesa oblia.Ancor le ha Dio per maggior grazia dato,Che non può mal finir chi le ha parlato.

Madonna è disiata in l’alto cielo:

Or vo’ di sua virtù farvi sapere.

Dico: qual vuol gentil donna parere

Vada con lei; chè quando va per via,

Gitta ne’ cor villani Amore un gelo,

Per che ogni lor pensiero agghiaccia e père.

E qual soffrisse di starla a vedere

Diverrìa nobil cosa, o si morrìa:

E quando trova alcun che degno sia

Di veder lei, quei prova sua virtute,

Chè gli avvien ciò che gli dona salute,

E sì l’umilia, che ogni offesa oblia.

Ancor le ha Dio per maggior grazia dato,

Che non può mal finir chi le ha parlato.

Dice di lei Amor: Cosa mortaleCome esser può sì adorna e sì pura?Poi la riguarda, e fra sè stesso giuraChe Dio ne ’ntende di far cosa nova.Color di perla ha quasi in forma, qualeConviene a donna aver, non fuor misura;Ella è quanto di ben può far natura,Per esemplo di lei beltà si prova;Degli occhi suoi, come ch’ella gli muova,Escono spirti d’amore infiammati,Che fieron gli occhi a qual, che allor la guati,E passan sì, chè ’l cor ciascun ritrova.Voi le vedete Amor pinto nel riso,Là ’ve non puote alcun mirarla fiso.

Dice di lei Amor: Cosa mortale

Come esser può sì adorna e sì pura?

Poi la riguarda, e fra sè stesso giura

Che Dio ne ’ntende di far cosa nova.

Color di perla ha quasi in forma, quale

Conviene a donna aver, non fuor misura;

Ella è quanto di ben può far natura,

Per esemplo di lei beltà si prova;

Degli occhi suoi, come ch’ella gli muova,

Escono spirti d’amore infiammati,

Che fieron gli occhi a qual, che allor la guati,

E passan sì, chè ’l cor ciascun ritrova.

Voi le vedete Amor pinto nel riso,

Là ’ve non puote alcun mirarla fiso.

Canzone, io so che tu girai parlandoA donne assai, quando t’avrò avanzata:Or t’ammonisco, perch’io t’ho allevataPer figliuola d’Amor giovane e piana,Che dove giugni, tu dichi pregando:Insegnatemi gir; ch’io son mandataA quella, di cui loda io sono ornata.E, se non vogli andar, sì come vanaNon ristare ove sia gente villana.Ingègnati, se puoi, d’esser paleseSolo con donna o con uomo cortese,Che ti merranno per la via tostana.Tu troverai Amor con esso lei;Raccomandami a lui come tu dêi.

Canzone, io so che tu girai parlando

A donne assai, quando t’avrò avanzata:

Or t’ammonisco, perch’io t’ho allevata

Per figliuola d’Amor giovane e piana,

Che dove giugni, tu dichi pregando:

Insegnatemi gir; ch’io son mandata

A quella, di cui loda io sono ornata.

E, se non vogli andar, sì come vana

Non ristare ove sia gente villana.

Ingègnati, se puoi, d’esser palese

Solo con donna o con uomo cortese,

Che ti merranno per la via tostana.

Tu troverai Amor con esso lei;

Raccomandami a lui come tu dêi.

Questa Canzone, acciò che sia meglio intesa, la dividerò più artificiosamente che le altre cose di sopra, e però prima ne fo tre parti. La prima parte è proemio delle seguenti parole: la seconda, è lo intento trattato; la terza, è quasi una servigiale delle precedenti parole. La seconda comincia quivi:Angelo chiama;la terza quivi:Canzone, io so.La prima parte si divide in quattro: nella prima, dico a cui dir voglio della mia donna, e perchè io voglio dire; nella seconda, dico che mi pare a me stesso quand’io penso lo suo valore, e come io direi se non perdessi l’ardimento; nella terza, dico come credo dire di lei, acciò che io non sia impedito da viltà; nella quarta, ridicendo ancora a cui intendo di dire, dico la ragione per che dico a loro. La seconda comincia quivi:Io dico;la terza quivi:Ed io non vo’ parlar;la quarta quivi:Donne e donzelle.Poi quando dico:Angelo chiama,comincio a trattare di questa donna; e dividesi questa parte in due. Nella prima, dico che di lei si comprende in cielo; nella seconda, dico che di lei si comprende in terra, quivi:Madonna è disiata.Questa seconda parte si divide in due; chè nella prima dico di lei quanto dalla parte della nobiltà della sua anima, narrando alquante delle sue virtudi effettive, che dalla sua anima procedeano: nella seconda, dico di lei quanto dalla parte della nobiltà del suo corpo, narrando alquante delle sue bellezze, quivi:Dice di lei Amor.Questa seconda parte si divide in due, chè nella prima, dico d’alquante bellezze, che sono secondo tutta la persona; nella seconda dico d’alquante bellezze, che sono secondo determinata parte della persona, quivi:Degli occhi suoi.Questa seconda parte si divide in due; che nell’una dico degli occhi, che sono principio di Amore; nella seconda, dico della bocca, ch’è fine d’Amore. Ed acciò che quinci si levi ogni vizioso pensiero, ricordisi chi legge, che di sopra è scritto che il saluto di questa donna, lo quale era operazione della sua bocca, fu fine de’ miei desiderj, mentre che io lo potei ricevere. Poscia quando dico:Canzone io so,aggiungo una stanza quasi come ancella dell’altre, nella quale dico quello che da questa mia Canzonedesidero. E però che quest’ultima parte è lieve ad intendere, non mi travaglio di più divisioni. Dico bene, che a più aprire lo intendimento di questa Canzone si converrebbe usare più minute divisioni; ma tuttavia chi non è di tanto ingegno, che per queste che son fatte la possa intendere, a me non dispiace se la mi lascia stare: chè certo io temo d’avere a troppi comunicato il suo intendimento, pur per queste divisioni che fatte sono, s’egli avvenisse che molti le potessono udire.

Appresso che questa Canzone fu alquanto divolgata tra le genti, conciofossecosa che alcuno amico l’udisse, volontà lo mosse a pregarmi ch’io gli dovessi dire che è Amore, avendo forse, per le udite parole, speranza di me oltre che degna. Ond’io pensando che appresso di cotal trattato, bello era trattare alcuna cosa d’Amore, e pensando che l’amico era da servire, proposi di dire parole, nelle quali io trattassi d’Amore; e dissi allora questo Sonetto:

Amore e ’l cor gentil sono una cosa,Sì come ’l Saggio in suo dittato pone;E così esser l’un sanza l’altro osa,Com’alma razional sanza ragione.Fagli Natura, quando è amorosa,Amor per sire, e ’l cor per sua magione,Dentro allo qual dormendo si riposaTal volta brieve, e tal lunga stagione.Beltate appare in saggia donna pui,Che piace agli occhi sì, che dentro al coreNasce un disio della cosa piacente:E tanto dura talora in costui,Che fa svegliar lo Spirito d’amore:E simil face in donna uomo valente.

Amore e ’l cor gentil sono una cosa,Sì come ’l Saggio in suo dittato pone;E così esser l’un sanza l’altro osa,Com’alma razional sanza ragione.

Amore e ’l cor gentil sono una cosa,

Sì come ’l Saggio in suo dittato pone;

E così esser l’un sanza l’altro osa,

Com’alma razional sanza ragione.

Fagli Natura, quando è amorosa,Amor per sire, e ’l cor per sua magione,Dentro allo qual dormendo si riposaTal volta brieve, e tal lunga stagione.

Fagli Natura, quando è amorosa,

Amor per sire, e ’l cor per sua magione,

Dentro allo qual dormendo si riposa

Tal volta brieve, e tal lunga stagione.

Beltate appare in saggia donna pui,Che piace agli occhi sì, che dentro al coreNasce un disio della cosa piacente:

Beltate appare in saggia donna pui,

Che piace agli occhi sì, che dentro al core

Nasce un disio della cosa piacente:

E tanto dura talora in costui,Che fa svegliar lo Spirito d’amore:E simil face in donna uomo valente.

E tanto dura talora in costui,

Che fa svegliar lo Spirito d’amore:

E simil face in donna uomo valente.

Questo Sonetto si divide in due parti. Nella prima, dico di lui in quanto è in potenza; nella seconda, dico di lui in quanto di potenza si riduce in atto. La seconda, comincia quivi:Beltate appare.La prima si divide in due: nella prima, dico in che soggetto sia questa potenza; nella seconda, dico come questo soggetto e questa potenza sieno prodotti insieme in essere, e come l’uno guarda l’altra, come forma materia. La seconda comincia quivi:Fagli natura.Poi quando dico:Beltate appare,dico come questa potenza si riduce in atto; e prima, come si riduce in uomo: poi, come si riduce in donna, quivi:E simil face in donna.

Poscia che io trattai d’Amore nella sopradetta rima, vennemi volontà di voler dire anche in loda di questa gentilissima parole, per le quali io mostrassi come si sveglia per lei quest’amore, e come non solamente si sveglia là ove dorme, ma là ove non è in potenza, ella mirabilmente operando il fa venire. E dissi allora questo Sonetto:

Negli occhi porta la mia donna Amore,Per che si fa gentil ciò ch’ella mira:Ov’ella passa, ogni uom vêr lei si gira,E cui saluta fa tremar lo core:Sì che, bassando il viso, tutto smuore,E d’ogni suo difetto allor sospira:Fugge dinanzi a lei superbia ed ira:Aiutatemi, donne, a farle onore.Ogni dolcezza, ogni pensiero umìleNasce nel core a chi parlar la sente;Ond’è laudato chi prima la vide.Quel ch’ella par quand’un poco sorrideNon si può dicer nè tener a mente,Sì è novo miracolo gentile.

Negli occhi porta la mia donna Amore,Per che si fa gentil ciò ch’ella mira:Ov’ella passa, ogni uom vêr lei si gira,E cui saluta fa tremar lo core:

Negli occhi porta la mia donna Amore,

Per che si fa gentil ciò ch’ella mira:

Ov’ella passa, ogni uom vêr lei si gira,

E cui saluta fa tremar lo core:

Sì che, bassando il viso, tutto smuore,E d’ogni suo difetto allor sospira:Fugge dinanzi a lei superbia ed ira:Aiutatemi, donne, a farle onore.

Sì che, bassando il viso, tutto smuore,

E d’ogni suo difetto allor sospira:

Fugge dinanzi a lei superbia ed ira:

Aiutatemi, donne, a farle onore.

Ogni dolcezza, ogni pensiero umìleNasce nel core a chi parlar la sente;Ond’è laudato chi prima la vide.

Ogni dolcezza, ogni pensiero umìle

Nasce nel core a chi parlar la sente;

Ond’è laudato chi prima la vide.

Quel ch’ella par quand’un poco sorrideNon si può dicer nè tener a mente,Sì è novo miracolo gentile.

Quel ch’ella par quand’un poco sorride

Non si può dicer nè tener a mente,

Sì è novo miracolo gentile.

Questo Sonetto ha tre parti. Nella prima, dico siccome questa donna riduce in atto questa potenza, secondo la nobilissima parte degli occhi suoi: e nella terza, dico questo medesimo, secondo la nobilissima parte della sua bocca. E intra queste due parti ha una particella, ch’è quasi domandatrice d’aiuto alla precedente parte ed alla seguente, e comincia quivi:Aiutatemi, donne.La terza comincia quivi:Ogni dolcezza.La prima si divide in tre; chè nella prima, dico come virtuosamente fa gentile ciò ch’ella vede; e questo è tanto a dire, quanto inducere Amore in potenza là ove non è. Nella seconda, dico come riduce in atto Amore ne’ cuori di tutti coloro cui vede. Nella terza, dico quello che poi virtuosamente adopera ne’ lor cuori. La seconda comincia:Ov’ella passa;la terza:E cui saluta.Quando poscia dico:Aiutatemi, donne,do ad intendere a cui la mia intenzione è di parlare, chiamando le donne che m’aiutino ad onorare costei. Poi quando dico:Ogni dolcezza,dico quel medesimo ch’è detto nella prima parte, secondo due atti della sua bocca: uno de’ quali è il suo dolcissimo parlare,e l’altro lo suo mirabile riso; salvo che non dico di questo ultimo come adoperi ne’ cuori altrui, perchè la memoria non puote ritener lui, nè sue operazioni.

Appresso questo non molti dì passati, sì come piacque al glorioso Sire, lo quale non negò la morte a sè, colui ch’era stato genitore di tanta maraviglia, quanta si vedeva ch’era questa nobilissima Beatrice, di questa vita uscendo, se ne gìo alla gloria eternale veracemente. Onde, conciossia che cotale partire sia doloroso a coloro che rimangono, e sono stati amici di colui che se ne va; e nulla sia così intima amistà, come quella da buon padre a buon figliuolo e da buon figliuolo a buon padre; e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e lo suo padre, siccome da molti si crede, e vero è, fosse buono in alto grado; manifesto è, che questa donna fu amarissimamente piena di dolore. E conciossiacosa che, secondo è l’usanza della sopradetta cittade, donne condonne e uomini con uomini si adunino a cotale tristizia, molte donne s’adunaro colà, ove questa Beatrice piangea pietosamente: ond’io veggendo ritornare alquante donne da lei, udii lor dire parole di questa gentilissima com’ella si lamentava. Tra le quali parole udi’ che diceano: «Certo ella piange sì, che qual la mirasse dovrebbe morire di pietade». Allora trapassarono queste donne; ed io rimasi in tanta tristizia, che alcuna lagrima talor bagnava la mia faccia, ond’io mi ricoprìa con porre le mani spesso agli miei occhi. E se non fosse ch’io attendea anche udire di lei, però che io era in luogo onde ne gìano la maggior parte di quelle donne che da lei si partiano, io mi sarei nascoso incontanente che le lagrime m’aveano assalito. E però dimorando ancora nel medesimo luogo, donne anche passarono presso di me, le quali andavano ragionando e dicendo tra loro queste parole: «Chi dee mai esser lieta di noi, che avemo udita parlare questa donna così pietosamente?» Appresso costoro passarono altre, che veniano dicendo: «Questi che quivi è, piange nè più nè menocome se l’avesse veduta, come noi avemo». Altre poi diceano di me: «Vedi questo che non pare desso: tal è divenuto». E così passando queste donne, udii parole di lei e di me in questo modo che detto è. Ond’io poi pensando, proposi di dire parole, acciò che degnamente avea cagione di dire, nelle quali io conchiudessi tutto ciò che udito avea da queste donne. E però che volentieri le avrei domandate, se non mi fosse stata riprensione, presi materia di dire, come se io le avessi domandate, ed elle mi avessero risposto. E feci due Sonetti; che nel primo domando in quel modo che voglia mi giunse di domandare; nell’altro, dico la loro risponsione, pigliando ciò ch’io udii da loro, sì come lo m’avessero detto rispondendo. E cominciai il primo:Voi, che portate; il secondo:Se’ tu colui.

Voi, che portate la sembianza umìle,Cogli occhi bassi mostrando dolore,Onde venite, chè ’l vostro colorePar divenuto di pietà simìle?Vedeste voi nostra donna gentileBagnar nel viso suo di pianto Amore?Ditelmi, donne, chè mel dice il core,Perch’io vi veggio andar senz’atto vile.E se venite da tanta pietate,Piacciavi di ristar qui meco alquanto,E che che sia di lei, nol mi celate.Io veggio gli occhi vostri c’hanno pianto,E veggiovi venir sì sfigurate.Che ’l cor mi trema di vederne tanto.

Voi, che portate la sembianza umìle,Cogli occhi bassi mostrando dolore,Onde venite, chè ’l vostro colorePar divenuto di pietà simìle?

Voi, che portate la sembianza umìle,

Cogli occhi bassi mostrando dolore,

Onde venite, chè ’l vostro colore

Par divenuto di pietà simìle?

Vedeste voi nostra donna gentileBagnar nel viso suo di pianto Amore?Ditelmi, donne, chè mel dice il core,Perch’io vi veggio andar senz’atto vile.

Vedeste voi nostra donna gentile

Bagnar nel viso suo di pianto Amore?

Ditelmi, donne, chè mel dice il core,

Perch’io vi veggio andar senz’atto vile.

E se venite da tanta pietate,Piacciavi di ristar qui meco alquanto,E che che sia di lei, nol mi celate.

E se venite da tanta pietate,

Piacciavi di ristar qui meco alquanto,

E che che sia di lei, nol mi celate.

Io veggio gli occhi vostri c’hanno pianto,E veggiovi venir sì sfigurate.Che ’l cor mi trema di vederne tanto.

Io veggio gli occhi vostri c’hanno pianto,

E veggiovi venir sì sfigurate.

Che ’l cor mi trema di vederne tanto.

Questo Sonetto si divide in due parti. Nella prima, chiamo e dimando queste donne se vengono da lei, dicendo loro ch’io il credo, perchè tornano quasi ingentilite. Nella seconda, le prego che mi dicano di lei; e la seconda comincia quivi:E se venite.

Se’ tu colui c’hai trattato soventeDi nostra donna, sol parlando a nui?Tu rassomigli alla voce ben lui,Ma la figura ne par d’altra gente.Deh! perchè piangi tu sì coralmente,Che fai di te pietà venir altrui?Vedustù pianger lei, chè tu non puiPunto celar la dolorosa mente?Lascia pianger a noi, e triste andare!E’ fa peccato chi mai ne conforta,Chè nel suo pianto l’udimmo parlare.Ella ha nel viso la pietà sì scorta,Che qual l’avesse voluta mirare,Sarebbe innanzi a lei piangendo morta.

Se’ tu colui c’hai trattato soventeDi nostra donna, sol parlando a nui?Tu rassomigli alla voce ben lui,Ma la figura ne par d’altra gente.

Se’ tu colui c’hai trattato sovente

Di nostra donna, sol parlando a nui?

Tu rassomigli alla voce ben lui,

Ma la figura ne par d’altra gente.

Deh! perchè piangi tu sì coralmente,Che fai di te pietà venir altrui?Vedustù pianger lei, chè tu non puiPunto celar la dolorosa mente?

Deh! perchè piangi tu sì coralmente,

Che fai di te pietà venir altrui?

Vedustù pianger lei, chè tu non pui

Punto celar la dolorosa mente?

Lascia pianger a noi, e triste andare!E’ fa peccato chi mai ne conforta,Chè nel suo pianto l’udimmo parlare.

Lascia pianger a noi, e triste andare!

E’ fa peccato chi mai ne conforta,

Chè nel suo pianto l’udimmo parlare.

Ella ha nel viso la pietà sì scorta,Che qual l’avesse voluta mirare,Sarebbe innanzi a lei piangendo morta.

Ella ha nel viso la pietà sì scorta,

Che qual l’avesse voluta mirare,

Sarebbe innanzi a lei piangendo morta.

Questo Sonetto ha quattro parti, secondo che quattro modi di parlare ebbero in loro le donne per cui rispondo. E però che di sopra sono assai manifesti, non m’intrametto di narrare la sentenzia delle parti, e però le distinguo solamente. La seconda comincia quivi:Deh! perchè piangi tu;la terza:Lascia piangere a noi;la quarta;Ella ha nel viso.

Gli angeli portano al cielo l’anima di Beatrice

Appresso ciò per pochi dì, avvenne che in alcuna parte della mia persona mi giunse una dolorosa infermitade, ond’io continuamente soffersi per nove dì amarissima pena; la quale mi condusse a tanta debolezza, che mi convenia stare come coloro, i quali non si possono movere. Io dico che nel nono giorno sentendomi dolore quasi intollerabilemente, a me giunse uno pensiero, il quale era della mia donna. E quando ebbi pensato alquanto di lei, e io ritornai pensando alla mia deboletta vita; e veggendo come leggiero era lo suo durare, ancora che sanafosse, cominciai a piangere fra me stesso di tanta miseria. Onde sospirando forte, fra me medesimo dicea: «Di necessità conviene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia». E però mi giunse uno sì forte smarrimento, ch’io chiusi gli occhi, e cominciai a travagliare come farnetica persona, e ad imaginare in questo modo: che nel cominciamento dell’errare che fece la mia fantasia, apparvero a me certi visi di donne scapigliate, che mi diceano: «Tu pur morrai». E poi, dopo queste donne, m’apparvero certi visi diversi ed orribili a vedere, i quali mi diceano: «Tu se’ morto». Così cominciando ad errare la mia fantasia, venni a quello, che io non sapea dov’io mi fossi; e veder mi parea donne andare scapigliate piangendo per la via, maravigliosamente triste; e pareami vedere il sole oscurare sì, che le stelle si mostravano d’un colore, che mi facea giudicare che piangessero: e parevami che gli uccelli volando cadessero morti, e che fossero grandissimi terremoti. E maravigliandomi in cotale fantasia, e paventando assai, imaginai alcuno amico che mi venissea dire: «Or non sai? la tua mirabile donna è partita di questo secolo». Allora incominciai a piangere molto pietosamente; e non solamente piangea nella imaginazione, ma piangea con gli occhi bagnandoli di vere lagrime. Io imaginava di guardare verso il cielo, e pareami vedere moltitudine di angeli, i quali tornassero in suso ed avessero dinanzi da loro una nebuletta bianchissima: e pareami che questi angeli cantassero gloriosamente; e le parole del loro canto mi parea udire che fossero queste:Osanna in excelsis;ed altro non mi parea udire. Allora mi parea che il cuore, ov’era tanto amore, mi dicesse: «Vero e certo è che la donna nostra morta giace». E per questo mi parea andare per vedere lo corpo, nel quale era stata quella nobilissima e beata anima. E fu sì forte la erronea fantasia, che mi mostrò questa donna morta: e pareami che donne la coprissero, cioè la sua testa, con un bianco velo; e pareami che la sua faccia avesse tanto aspetto d’umiltade che parea dicesse: «Io sono a vedere lo principio della pace». In questa imaginazione mi giunse tanta umiltadeper veder lei, che io chiamava la Morte, e dicea: «Dolcissima Morte, vieni a me, e non m’esser villana: però che tu dei esser fatta gentile: in tal parte se’ stata! or vieni a me che molto ti desidero: tu ’l vedi, ch’io porto già lo tuo colore». E quando io avea veduti compiere tutti i dolorosi mestieri, che alle corpora de’ morti s’usano di fare, mi parea tornare nella mia camera, e quivi mi parea guardare verso il cielo; e sì forte era la mia imaginazione, che piangendo cominciai a dire con vera voce: «O anima bellissima, com’è beato colui che ti vede!». E dicendo queste parole con doloroso singulto di pianto, e chiamando la Morte che venisse a me, una donna giovane e gentile, la quale era lungo il mio letto, credendo che il mio piangere e le mie parole fossero lamento per lo dolore della mia infermità, con grande paura cominciò a piangere. Onde altre donne, che per la camera erano, s’accorsero di me che io piangeva per lo pianto che vedeano fare a questa: onde facendo lei partire da me, la quale era meco di propinquissima sanguinità congiunta, ellesi trassero verso me per isvegliarmi, credendo che io sognassi, e diceanmi: «Non dormir più, e non ti sconfortare». E parlandomi così, allora cessò la forte fantasia entro quel punto ch’io volea dire: «O Beatrice, benedetta sii tu!». E già detto avea: «O Beatrice», quando riscotendomi apersi gli occhi, e vidi ch’io era ingannato; e con tutto ch’io chiamassi questo nome, la mia voce era sì rotta dal singulto del piangere, che queste donne non mi poterono intendere. Ed avvegna che io mi vergognassi molto, tuttavia per alcuno ammonimento d’amore mi rivolsi loro. E quando mi videro, cominciaro a dire: «Questi par morto»; e a dir fra loro: «Procuriam di confortarlo»; onde molte parole mi diceano da confortarmi, e talora mi domandavano di che io avessi avuto paura. Ond’io essendo alquanto riconfortato, e conosciuto lo fallace imaginare, risposi loro: «Io vi dirò quello che io ho avuto». Allora cominciai dal principio, e fino alla fine dissi loro quello che veduto avea, tacendo il nome di questa gentilissima. Onde io poi, sanato di questainfermità, proposi di dir parole di questo che m’era avvenuto, però che mi parea che fosse amorosa cosa a udire; e dissi questa Canzone:

Donna pietosa e di novella etate,Adorna assai di gentilezze umane,Era là ov’io chiamava spesso Morte.Veggendo gli occhi miei pien di pietate,Ed ascoltando le parole vane,Si mosse con paura a pianger forte;Ed altre donne, che si furo accorteDi me per quella che meco piangìa,Fecer lei partir via,Ed appressârsi per farmi sentire.Qual dicea: Non dormire;E qual dicea: Perchè sì ti sconforte?Allor lasciai la nova fantasia,Chiamando il nome della donna mia.Era la voce mia sì dolorosa,E rotta sì dall’angoscia del pianto,Ch’io solo intesi il nome nel mio core;E con tutta la vista vergognosa,Ch’era nel viso mio giunta cotanto,Mi fece verso lor volgere Amore.Egli era tale a veder mio colore,Che facea ragionar di morte altrui:Deh confortiam costui,Pregava l’una l’altra umilemente;E dicevan sovente:Che vedustù che tu non hai valore?E quando un poco confortato fui,Io dissi: Donne, dicerollo a vui.Mentre io pensava la mia fragil vita,E vedea ’l suo durar com’è leggiero,Piansemi Amor nel core, ove dimora;Perchè l’anima mia fu sì smarrita,Che sospirando dicea nel pensiero;Ben converrà che la mia donna mora.Io presi tanto smarrimento allora,Ch’io chiusi gli occhi vilmente gravati;E furon sì smagatiGli spirti miei, che ciascun giva errando.E poscia imaginando,Di conoscenza e di verità fuora,Visi di donne m’apparver crucciati,Che mi dicean pur: Morra’ti, morra’ti.Poi vidi cose dubitose molteNel vano imaginare, ov’io entrai;Ed esser mi parea non so in qual loco,E veder donne andar per via disciolte,Qual lacrimando e qual traendo guai,Che di tristizia saettavan foco.Poi mi parve vedere a poco a pocoTurbar lo sole ed apparir la stella,E pianger egli ed ella;Cader gli augelli volando per l’a’re,E la terra tremare;Ed uom m’apparve scolorito e fioco,Dicendomi: Che fai? non sai novella?Mort’è la donna tua, ch’era sì bella.

Donna pietosa e di novella etate,Adorna assai di gentilezze umane,Era là ov’io chiamava spesso Morte.Veggendo gli occhi miei pien di pietate,Ed ascoltando le parole vane,Si mosse con paura a pianger forte;Ed altre donne, che si furo accorteDi me per quella che meco piangìa,Fecer lei partir via,Ed appressârsi per farmi sentire.Qual dicea: Non dormire;E qual dicea: Perchè sì ti sconforte?Allor lasciai la nova fantasia,Chiamando il nome della donna mia.

Donna pietosa e di novella etate,

Adorna assai di gentilezze umane,

Era là ov’io chiamava spesso Morte.

Veggendo gli occhi miei pien di pietate,

Ed ascoltando le parole vane,

Si mosse con paura a pianger forte;

Ed altre donne, che si furo accorte

Di me per quella che meco piangìa,

Fecer lei partir via,

Ed appressârsi per farmi sentire.

Qual dicea: Non dormire;

E qual dicea: Perchè sì ti sconforte?

Allor lasciai la nova fantasia,

Chiamando il nome della donna mia.

Era la voce mia sì dolorosa,E rotta sì dall’angoscia del pianto,Ch’io solo intesi il nome nel mio core;E con tutta la vista vergognosa,Ch’era nel viso mio giunta cotanto,Mi fece verso lor volgere Amore.Egli era tale a veder mio colore,Che facea ragionar di morte altrui:Deh confortiam costui,Pregava l’una l’altra umilemente;E dicevan sovente:Che vedustù che tu non hai valore?E quando un poco confortato fui,Io dissi: Donne, dicerollo a vui.

Era la voce mia sì dolorosa,

E rotta sì dall’angoscia del pianto,

Ch’io solo intesi il nome nel mio core;

E con tutta la vista vergognosa,

Ch’era nel viso mio giunta cotanto,

Mi fece verso lor volgere Amore.

Egli era tale a veder mio colore,

Che facea ragionar di morte altrui:

Deh confortiam costui,

Pregava l’una l’altra umilemente;

E dicevan sovente:

Che vedustù che tu non hai valore?

E quando un poco confortato fui,

Io dissi: Donne, dicerollo a vui.

Mentre io pensava la mia fragil vita,E vedea ’l suo durar com’è leggiero,Piansemi Amor nel core, ove dimora;Perchè l’anima mia fu sì smarrita,Che sospirando dicea nel pensiero;Ben converrà che la mia donna mora.Io presi tanto smarrimento allora,Ch’io chiusi gli occhi vilmente gravati;E furon sì smagatiGli spirti miei, che ciascun giva errando.E poscia imaginando,Di conoscenza e di verità fuora,Visi di donne m’apparver crucciati,Che mi dicean pur: Morra’ti, morra’ti.

Mentre io pensava la mia fragil vita,

E vedea ’l suo durar com’è leggiero,

Piansemi Amor nel core, ove dimora;

Perchè l’anima mia fu sì smarrita,

Che sospirando dicea nel pensiero;

Ben converrà che la mia donna mora.

Io presi tanto smarrimento allora,

Ch’io chiusi gli occhi vilmente gravati;

E furon sì smagati

Gli spirti miei, che ciascun giva errando.

E poscia imaginando,

Di conoscenza e di verità fuora,

Visi di donne m’apparver crucciati,

Che mi dicean pur: Morra’ti, morra’ti.

Poi vidi cose dubitose molteNel vano imaginare, ov’io entrai;Ed esser mi parea non so in qual loco,E veder donne andar per via disciolte,Qual lacrimando e qual traendo guai,Che di tristizia saettavan foco.Poi mi parve vedere a poco a pocoTurbar lo sole ed apparir la stella,E pianger egli ed ella;Cader gli augelli volando per l’a’re,E la terra tremare;Ed uom m’apparve scolorito e fioco,Dicendomi: Che fai? non sai novella?Mort’è la donna tua, ch’era sì bella.

Poi vidi cose dubitose molte

Nel vano imaginare, ov’io entrai;

Ed esser mi parea non so in qual loco,

E veder donne andar per via disciolte,

Qual lacrimando e qual traendo guai,

Che di tristizia saettavan foco.

Poi mi parve vedere a poco a poco

Turbar lo sole ed apparir la stella,

E pianger egli ed ella;

Cader gli augelli volando per l’a’re,

E la terra tremare;

Ed uom m’apparve scolorito e fioco,

Dicendomi: Che fai? non sai novella?

Mort’è la donna tua, ch’era sì bella.

Il sogno di Dante

Levava gli occhi miei bagnati in pianti,E vedea, che parean pioggia di manna,Gli angeli che tornavan suso in cielo:Ed una nuvoletta avean davanti,Dopo la qual cantavan tutti: Osanna;E s’altro avesser detto, a voi dire’lo.Allor diceva Amor: Più non ti celo;Vieni a veder nostra donna che giace.L’imaginar fallaceMi condusse a veder mia donna morta;E quando l’ebbi scorta,Vedea che donne la covrian d’un velo;Ed avea seco una umiltà verace,Che parea che dicesse: Io sono in pace.Io diveniva nel dolor sì umile,Veggendo in lei tanta umiltà formata,Ch’io dicea: Morte, assai dolce ti tegno:Tu dêi omai esser cosa gentile,Poi che tu se’ nella mia donna stata,E dêi aver pietate, e non disdegno.Vedi che sì desideroso vegnoD’esser de’ tuoi, ch’io ti somiglio in fede:Vieni, chè ’l cor ti chiede.Poi mi partìa, consumato ogni duolo;E, quando io era solo,Dicea, guardando verso l’alto regno:Beato, anima bella, chi ti vede!Voi mi chiamaste allor, vostra mercede.

Levava gli occhi miei bagnati in pianti,E vedea, che parean pioggia di manna,Gli angeli che tornavan suso in cielo:Ed una nuvoletta avean davanti,Dopo la qual cantavan tutti: Osanna;E s’altro avesser detto, a voi dire’lo.Allor diceva Amor: Più non ti celo;Vieni a veder nostra donna che giace.L’imaginar fallaceMi condusse a veder mia donna morta;E quando l’ebbi scorta,Vedea che donne la covrian d’un velo;Ed avea seco una umiltà verace,Che parea che dicesse: Io sono in pace.

Levava gli occhi miei bagnati in pianti,

E vedea, che parean pioggia di manna,

Gli angeli che tornavan suso in cielo:

Ed una nuvoletta avean davanti,

Dopo la qual cantavan tutti: Osanna;

E s’altro avesser detto, a voi dire’lo.

Allor diceva Amor: Più non ti celo;

Vieni a veder nostra donna che giace.

L’imaginar fallace

Mi condusse a veder mia donna morta;

E quando l’ebbi scorta,

Vedea che donne la covrian d’un velo;

Ed avea seco una umiltà verace,

Che parea che dicesse: Io sono in pace.

Io diveniva nel dolor sì umile,Veggendo in lei tanta umiltà formata,Ch’io dicea: Morte, assai dolce ti tegno:Tu dêi omai esser cosa gentile,Poi che tu se’ nella mia donna stata,E dêi aver pietate, e non disdegno.Vedi che sì desideroso vegnoD’esser de’ tuoi, ch’io ti somiglio in fede:Vieni, chè ’l cor ti chiede.Poi mi partìa, consumato ogni duolo;E, quando io era solo,Dicea, guardando verso l’alto regno:Beato, anima bella, chi ti vede!Voi mi chiamaste allor, vostra mercede.

Io diveniva nel dolor sì umile,

Veggendo in lei tanta umiltà formata,

Ch’io dicea: Morte, assai dolce ti tegno:

Tu dêi omai esser cosa gentile,

Poi che tu se’ nella mia donna stata,

E dêi aver pietate, e non disdegno.

Vedi che sì desideroso vegno

D’esser de’ tuoi, ch’io ti somiglio in fede:

Vieni, chè ’l cor ti chiede.

Poi mi partìa, consumato ogni duolo;

E, quando io era solo,

Dicea, guardando verso l’alto regno:

Beato, anima bella, chi ti vede!

Voi mi chiamaste allor, vostra mercede.

Questa Canzone ha due parti; nella prima, dico parlando a indiffinita persona, com’io fui levato d’una vana fantasia da certe donne, e come promisi loro di dirla: nella seconda, dico com’io dissi a loro. La seconda comincia quivi:Mentr’io pensava.La prima parte si divide in due: nella prima, dico quello che certe donne, e che una sola, dissero e fecero per la mia fantasia, quanto è dinanzi ch’io fossi tornato in verace cognizione; nella seconda, dico quello che queste donne mi dissero, poich’io lasciai questo farneticare; e comincia questa parte quivi:Era la voce mia.Poscia quando dico:Mentr’io pensava,dico com’io dissi loro questa mia imaginazione; e intorno a ciò fo due parti. Nella prima, dico per ordine questa imaginazione; nella seconda, dicendo a che ora mi chiamaro, le ringrazio chiusamente; e questa parte comincia quivi: Voi mi chiamaste.

Appresso questa vana imaginazione, avvenne un dì, che sedendo io pensoso in alcuna parte, ed io mi sentii cominciare un tremitonel core, così come s’io fossi stato presente a questa donna. Allora dico che mi giunse una imaginazione d’Amore: che mi parve vederlo venire da quella parte ove la mia donna stava; e pareami che lietamente mi dicesse nel cuor mio: «Pensa di benedire lo dì ch’io ti presi, però che tu lo dêi fare». E certo mi parea avere lo core così lieto, che in me non parea che fosse lo core mio, per la sua nova condizione. E poco dopo queste parole che ’l core mi disse con la lingua d’Amore, io vidi venire verso me una gentil donna, la quale era di famosa beltade, e fu già molto donna di questo primo amico mio. E lo nome di questa donna era Giovanna; salvo che per la sua beltade, secondo ch’altri crede, imposto l’era nome di Primavera: e così era chiamata. E appresso lei guardando, vidi venire la mirabile Beatrice. Queste donne andaro presso di me così l’una appresso l’altra, e parvemi che Amore mi parlasse nel core, e dicesse: «Quella prima è nominata Primavera solo per questa venuta d’oggi; chè io mossi lo imponitore del nome a chiamarla cosìPrimavera,cioèprima verràlo dì che Beatrice si mostrerà dopo l’imaginazione del suo fedele. E se anco vuoli considerare, lo primo nome suo tanto è dire quanto Primavera, perchè lo suo nome Giovanna è da quel Giovanni, lo quale precedette la verace luce, dicendo:Ego vox clamantis in deserto: parate viam Domini». Ed anche mi parve che mi dicesse, dopo queste, altre parole, cioè: «Chi volesse sottilmente considerare, quella Beatrice chiamerebbe Amore, per molta somiglianza che ha meco». Ond’io poi ripensando, proposi di scrivere per rima al primo mio amico, tacendomi certe parole le quali pareano da tacere, credendo io che ancora il suo cuore mirasse la beltà di questa Primavera gentile. E dissi questo Sonetto:

Io mi sentii svegliar dentro dal coreUn spirito amoroso che dormìa:E poi vidi venir da lungi AmoreAllegro sì, che appena il conoscìa;Dicendo: Or pensa pur di farmi onore;E ’n ciascuna parola sua ridìa.E, poco stando meco ’l mio signore,Guardando in quella parte onde venìa,Io vidi monna Vanna e monna BiceVenire invêr lo loco là ov’i’ era,L’una appresso dell’altra maraviglia:E sì come la mente mi ridice,Amor mi disse: Questa è Primavera,E quella ha nome Amor, sì mi somiglia.

Io mi sentii svegliar dentro dal coreUn spirito amoroso che dormìa:E poi vidi venir da lungi AmoreAllegro sì, che appena il conoscìa;

Io mi sentii svegliar dentro dal core

Un spirito amoroso che dormìa:

E poi vidi venir da lungi Amore

Allegro sì, che appena il conoscìa;

Dicendo: Or pensa pur di farmi onore;E ’n ciascuna parola sua ridìa.E, poco stando meco ’l mio signore,Guardando in quella parte onde venìa,

Dicendo: Or pensa pur di farmi onore;

E ’n ciascuna parola sua ridìa.

E, poco stando meco ’l mio signore,

Guardando in quella parte onde venìa,

Io vidi monna Vanna e monna BiceVenire invêr lo loco là ov’i’ era,L’una appresso dell’altra maraviglia:

Io vidi monna Vanna e monna Bice

Venire invêr lo loco là ov’i’ era,

L’una appresso dell’altra maraviglia:

E sì come la mente mi ridice,Amor mi disse: Questa è Primavera,E quella ha nome Amor, sì mi somiglia.

E sì come la mente mi ridice,

Amor mi disse: Questa è Primavera,

E quella ha nome Amor, sì mi somiglia.

Questo Sonetto ha molte parti: la prima delle quali dice, come io mi sentii svegliare lo tremore usato nel core, e come parve che Amore m’apparisse allegro da lunga parte; la seconda, dice come mi parve che Amore mi dicesse nel mio core, e quale mi parea; la terza dice come, poi che questo fu alquanto stato meco cotale, io vidi ed udii certe cose. La seconda parte comincia quivi:Dicendo: or pensa pur;la terza quivi:E poco stando.La terza parte si divide in due: nella prima, dico quello ch’io vidi; nella seconda, dico quello ch’io udii; e comincia quivi:Amor mi disse.

Potrebbe qui dubitar persona degna da dichiarargli ogni dubitazione, e dubitar potrebbe di ciò ch’io dico d’Amore, come se fosse una cosa per sè, e non solamente sostanza intelligente, ma sì come fosse sostanza corporale. La qual cosa, secondo verità, è falsa; chè Amore non è per sè siccome sostanza, ma è un accidente in sostanza. E che io dica di lui come fossecorpo, ed ancora come se fosse uomo, appare per tre cose che io dico di lui. Dico che ’l vidi di lungi venire; onde conciossiacosa che ilveniredica moto locale, e localmente mobile per sè, secondo il filosofo, sia solamente corpo; appare che io ponga Amore essere corpo. Dico anche di lui che elli ridea, e anche che parlava; le quali cose paiono esser proprie dell’uomo, e specialmente esser risibile; e però appare ch’io ponga lui esser uomo. A cotal cosa dichiarare, secondo ch’è buono al presente, prima è da intendere che anticamente non erano dicitori d’Amore in lingua volgare, anzi erano dicitori d’Amore certi poeti in lingua latina: tra noi, dico, avvegna forse che tra altra gente addivenisse, e avvegna ancora che, siccome in Grecia, non volgari, ma litterati poeti queste cose trattavano. E non è molto numero d’anni passato, che apparirono prima questi poeti volgari; chè dire per rima in volgare tanto è quanto dire per versi in latino, secondo alcuna proporzione. E segno che sia picciol tempo è, che se volemo cercare in lingua d’ocoe in lingua disì, noinon troveremo cose dette anzi lo presente tempo per CL anni. E la cagione per che alquanti grossi ebbero fama di saper dire, è che quasi furono i primi che dissero in lingua disì. E lo primo che cominciò a dire siccome poeta volgare, si mosse però che volle fare intendere le sue parole a donna, alla quale era malagevole ad intendere i versi latini. E questo è contro a coloro che rimano sopra altra materia che amorosa; conciossiacosa che cotal modo di parlare fosse dal principio trovato per dire d’Amore. Onde, conciossiacosa che a’ poeti sia conceduta maggior licenza di parlare che alli prosaici dittatori, e questi dicitori per rima non sieno altro che poeti volgari, è degno e ragionevole che a loro sia maggior licenza largita di parlare, che agli altri parlatori volgari: onde, se alcuna figura o colore retorico è conceduto alli poeti, conceduto è a’ rimatori. Dunque, se noi vedemo che gli poeti hanno parlato alle cose inanimate come se avessero senso e ragione, e fattele parlare insieme; e non solamente cose vere, ma cose non vere; cioè che detto hanno,di cose le quali non sono, che parlano, e detto che molti accidenti parlano, siccome fossero sostanze e uomini; degno è lo dicitore per rima fare lo simigliante, non senza ragione alcuna, ma con ragione, la quale poi sia possibile d’aprire per prosa. Che li poeti abbiano così parlato come detto è, appare per Virgilio; il quale dice che Giuno, cioè una dea nemica dei Troiani, parlò ad Eolo signore delli venti, quivi nel primo dell’Eneida:Æole, namque tibi, e che questo signore rispose, quivi:Tuus, o regina, quid optes. Per questo medesimo poeta parla la cosa che non è animata alle cose animate, nel terzo dell’Eneida, quivi:Dardanidæ duri. Per Lucano parla la cosa animata alla cosa inanimata, quivi:Multum, Roma, tamen debes civilibus armis. Per Orazio parla l’uomo alla sua scienza medesima, siccome ad altra persona; e non solamente sono parole di Orazio, ma dicele quasi recitando lo modo del buono Omero, quivi nella suaPoetria; Dic mihi, Musa, virum. Per Ovidio parla Amore, come se fosse persona umana, nel principio del libro c’ha nomeRimedio d’Amore,quivi:Bella mihi, video, bella parantur, ait. E per questo puote essere manifesto a chi dubita in alcuna parte di questo mio libello. E acciò che non ne pigli alcuna baldanza persona grossa, dico che nè li poeti parlano così senza ragione, nè que’ che rimano deono così parlare non avendo alcuno ragionamento in loro di quello che dicono, però che grande vergogna sarebbe a colui che compone cose sotto vesta di figura o di colore retorico, e poi domandato non sapesse dinudare le sue parole da cotal vesta, in guisa che avessero verace intendimento. E questo mio primo amico ed io ne sapemo bene di quelli che così rimano stoltamente.

Questa gentilissima donna, di cui ragionato è nelle precedenti parole, venne in tanta grazia delle genti, che quando passava per via, le persone correano per veder lei; onde mirabile letizia me ne giungea. E quando ella fosse presso ad alcuno, tanta onestà venìa nel core di quello, ch’egli non ardìa di levare gli occhi, nè di rispondere al suosaluto; e di questo molti, siccome esperti, mi potrebbono testimoniare a chi nol credesse. Ella coronata e vestita di umiltà s’andava, nulla gloria mostrando di ciò ch’ella vedeva ed udiva. Dicevano molti, poi che passata era: «Questa non è femina, anzi è uno de’ bellissimi angeli di cielo». E altri diceano: «Questa è una meraviglia; che benedetto sia lo Signore che sì mirabilmente sa operare!» Io dico ch’ella si mostrava sì gentile e sì piena di tutti i piaceri, che quelli che la miravano comprendevano in loro una dolcezza onesta e soave tanto, che ridire non la sapevano; nè alcuno era lo quale potesse mirar lei, che nel principio non gli convenisse sospirare. Queste e più mirabili cose da lei procedeano mirabilmente e virtuosamente. Ond’io pensando a ciò, volendo ripigliare lo stile della sua loda, proposi di dire parole nelle quali dessi ad intendere delle sue mirabili ed eccellenti operazioni; acciò che non pure coloro che la poteano sensibilmente vedere, ma gli altri sapessono di lei quello che le parole ne possono fare intendere. Allora dissi questo Sonetto:

Beatrice

Tanto gentile e tanto onesta pareLa donna mia, quand’ella altrui saluta,Ch’ogni lingua divien tremando mutaE gli occhi non l’ardiscon di guardare.Ella sen va, sentendosi laudare,Benignamente d’umiltà vestuta;E par che sia una cosa venutaDi cielo in terra a miracol mostrare.Mostrasi sì piacente a chi la mira,Che dà per gli occhi una dolcezza al core,Che ’ntender non la può chi non la prova.E par che della sua labbia si muovaUn spirito soave pien d’amore,Che va dicendo all’anima: sospira.

Tanto gentile e tanto onesta pareLa donna mia, quand’ella altrui saluta,Ch’ogni lingua divien tremando mutaE gli occhi non l’ardiscon di guardare.

Tanto gentile e tanto onesta pare

La donna mia, quand’ella altrui saluta,

Ch’ogni lingua divien tremando muta

E gli occhi non l’ardiscon di guardare.

Ella sen va, sentendosi laudare,Benignamente d’umiltà vestuta;E par che sia una cosa venutaDi cielo in terra a miracol mostrare.

Ella sen va, sentendosi laudare,

Benignamente d’umiltà vestuta;

E par che sia una cosa venuta

Di cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,Che dà per gli occhi una dolcezza al core,Che ’ntender non la può chi non la prova.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,

Che dà per gli occhi una dolcezza al core,

Che ’ntender non la può chi non la prova.

E par che della sua labbia si muovaUn spirito soave pien d’amore,Che va dicendo all’anima: sospira.

E par che della sua labbia si muova

Un spirito soave pien d’amore,

Che va dicendo all’anima: sospira.

Questo Sonetto è si piano ad intendere, per quello che narrato è dinanzi, che non ha bisogno d’alcuna divisione.

Dico che questa mia donna venne in tanta grazia, che non solamente era ella onorata e laudata, ma per lei erano onorate e laudate molte. Ond’io veggendo ciò, e volendolo manifestare a chi ciò non vedea, proposi anche di dire parole, nelle quali ciò fosse significato: e dissi allora questo altro Sonetto, lo quale narra come la sua virtù adoperava nelle altre.

Vede perfettamente ogni saluteChi la mia donna tra le donne vede:Quelle che van con lei sono tenuteDi bella grazia a Dio render mercede.E sua beltate è di tanta virtute,Che nulla invidia all’altre ne procede,Anzi le face andar seco vestuteDi gentilezza, d’amore e di fede.La vista sua fa ogni cosa umìle,E non fa sola sè parer piacente,Ma ciascuna per lei riceve onore.Ed è negli atti suoi tanto gentile,Che nessun la si può recare a mente,Che non sospiri in dolcezza d’amore.

Vede perfettamente ogni saluteChi la mia donna tra le donne vede:Quelle che van con lei sono tenuteDi bella grazia a Dio render mercede.

Vede perfettamente ogni salute

Chi la mia donna tra le donne vede:

Quelle che van con lei sono tenute

Di bella grazia a Dio render mercede.

E sua beltate è di tanta virtute,Che nulla invidia all’altre ne procede,Anzi le face andar seco vestuteDi gentilezza, d’amore e di fede.

E sua beltate è di tanta virtute,

Che nulla invidia all’altre ne procede,

Anzi le face andar seco vestute

Di gentilezza, d’amore e di fede.

La vista sua fa ogni cosa umìle,E non fa sola sè parer piacente,Ma ciascuna per lei riceve onore.

La vista sua fa ogni cosa umìle,

E non fa sola sè parer piacente,

Ma ciascuna per lei riceve onore.

Ed è negli atti suoi tanto gentile,Che nessun la si può recare a mente,Che non sospiri in dolcezza d’amore.

Ed è negli atti suoi tanto gentile,

Che nessun la si può recare a mente,

Che non sospiri in dolcezza d’amore.

Questo Sonetto ha tre parti; nella prima, dico tra che gente questa donna più mirabile parea; nella seconda, dico come era graziosa la sua compagnia; nella terza, dico di quelle cose ch’ella virtuosamente operava in altrui. La seconda parte comincia quivi:Quelle che van;la terza quivi:E sua beltate.Quest’ultima parte si divide in tre: nella prima, dico quello che operava nelle donne, cioè per loro medesime; nella seconda, dico quello che operava in loro per altrui; nella terza, dico come non solamente nelle donne operava, ma in tutte le persone, e non solamente nella sua presenza, ma ricordandosi di lei, mirabilmente operava. La seconda comincia quivi:La vista;la terza quivi:Ed è negli atti.

Appresso ciò cominciai a pensare un giorno sopra quello che detto avea della mia donna, cioè in questi due Sonetti precedenti; e veggendo nel mio pensiero ch’io non aveva detto di quello che al presente tempo adoperava in me, pareami difettivamenteaver parlato; e però proposi di dire parole, nelle quali io dicessi come mi parea esser disposto alla sua operazione, e come operava in me la sua virtude. E non credendo ciò poter narrare in brevità di Sonetto, cominciai allora una Canzone, la quale comincia:

Sì lungamente m’ha tenuto Amore,E costumato alla sua signoria,Che, sì com’egli m’era forte in pria,Così mi sta soave ora nel core.Però quando mi toglie sì ’l valore,Che gli spiriti par che fuggan via,Allor sente la frale anima miaTanta dolcezza, che ’l viso ne smuore.Poi prende Amore in me tanta virtute,Che fa li miei sospiri gir parlando;Ed escon fuor chiamandoLa donna mia, per darmi più salute.Questo m’avviene ovunque ella mi vede,E sì è cosa umìl, che non si crede.

Sì lungamente m’ha tenuto Amore,E costumato alla sua signoria,Che, sì com’egli m’era forte in pria,Così mi sta soave ora nel core.Però quando mi toglie sì ’l valore,Che gli spiriti par che fuggan via,Allor sente la frale anima miaTanta dolcezza, che ’l viso ne smuore.Poi prende Amore in me tanta virtute,Che fa li miei sospiri gir parlando;Ed escon fuor chiamandoLa donna mia, per darmi più salute.Questo m’avviene ovunque ella mi vede,E sì è cosa umìl, che non si crede.

Sì lungamente m’ha tenuto Amore,

E costumato alla sua signoria,

Che, sì com’egli m’era forte in pria,

Così mi sta soave ora nel core.

Però quando mi toglie sì ’l valore,

Che gli spiriti par che fuggan via,

Allor sente la frale anima mia

Tanta dolcezza, che ’l viso ne smuore.

Poi prende Amore in me tanta virtute,

Che fa li miei sospiri gir parlando;

Ed escon fuor chiamando

La donna mia, per darmi più salute.

Questo m’avviene ovunque ella mi vede,

E sì è cosa umìl, che non si crede.

Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est quasi vidua domina gentium.Io era nel proponimento ancora di questa Canzone, e compiuta n’avea questa sovrascritta stanza, quando lo Signore della giustizia chiamò questa gentilissima a gloriare sotto la insegna di quella reina benedetta, Virgo Maria, lo cui nome fue in grandissima reverenza nelle parole di questa Beatrice beata. Ed avvegna che forse piacerebbe al presente trattare alquanto della sua partita da noi, non è mio intendimento di trattarne qui per tre ragioni: la prima si è, che ciò non è del presente proposito, se volemo guardare nel proemio, che precede questo libello; la seconda si è, che, posto che fosse del presente proposito, ancora non sarebbe sufficiente la mia lingua a trattare, come si converrebbe, di ciò; la terza si è, che, posto che fosse l’uno e l’altro, non è convenevole a me trattare di ciò, per quello che, trattando, converrebbe me essere laudatore di me medesimo, la qual cosa è al postutto biasimevole a chi ’l fa; e però lascio cotale trattato ad altro chiosatore. Tuttavia, perchè moltevolte il numero del nove ha preso luogo tra le parole dinanzi, onde pare che sia non senza ragione, e nella sua partita cotale numero pare che avesse molto luogo, conviensi qui dire alcuna cosa, acciò che pare al proposito convenirsi. Onde prima dirò come ebbe luogo nella sua partita, e poi ne assegnerò alcuna ragione, perchè questo numero fu a lei cotanto amico.

Beata Beatrix

Io dico che, secondo l’usanza d’Italia, l’anima sua nobilissima si partì nella prima ora del nono giorno del mese; e secondo l’usanza di Sorìa, ella si partì nel nono mese dell’anno; perchè il primo mese è ivi Tisrin, il quale a noi è Ottobre. E secondo l’usanza nostra, ella si partì in quello anno della nostra indizione, cioè degli anni Domini, in cui il perfetto numero nove volte era compiuto in quel centinajo, nel quale in questo mondo ella fu posta: ed ella fu de’ cristiani del terzodecimo centinajo. Perchè questo numero fu tanto amico di lei, questa potrebb’essere una ragione:conciossiacosa che, secondo Tolomeo, e secondo la cristiana verità, nove siano li cieli che si movono, e secondo comune opinione astrologica li detti cieli adoperino quaggiù secondo la loro abitudine insieme, questo numero fu amico di lei per dare ad intendere che nella sua generazione tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente s’aveano insieme. Questa è una ragione di ciò; ma più sottilmente pensando, e secondo la infallibile verità, questo numero fu ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo così: Lo numero del tre è la radice del nove, però che senz’altro numero, per sè medesimo moltiplicato, fa nove, sì come vedemo manifestamente che tre via tre fa nove. Dunque, se il tre è fattore per sè medesimo del nove, e lo fattore dei miracoli per sè medesimo è tre, cioè Padre, Figliuolo e Spirito santo, li quali sono tre ed uno, questa donna fu accompagnata da questo numero del nove a dare ad intendere che ella era un nove, cioè un miracolo, la cui radice è solamente la mirabile Trinitade. Forse ancora per più sottil persona si vedrebbein ciò più sottil ragione; ma questa è quella ch’io ne veggio, e che più mi piace.

Poi che la gentilissima donna fu partita di questo secolo, rimase tutta la sopradetta cittade quasi vedova e dispogliata di ogni dignitade; ond’io, ancora lagrimando in questa desolata cittade, scrissi a’ prìncipi della terra alquanto della sua condizione, pigliando quello cominciamento di Geremia profeta:Quomodo sedet sola civitas!E questo dico, acciò che altri non si maravigli perchè io l’abbia allegato di sopra, quasi come entrata della nuova materia, che appresso viene. E se alcuno volesse me riprendere di ciò che non scrivo qui le parole che seguitano a quelle allegate, scusomene, però che lo intendimento mio non fu da principio di scrivere altro che per volgare: onde, conciossiacosa che le parole che seguitano a quelle che sono allegate, sieno tutte latine, sarebbe fuori del mio intendimento se io le scrivessi: e simile intenzioneso che ebbe questo mio primo amico, a cui ciò scrivo, cioè ch’io gli scrivessi solamente in volgare.

Poi che gli occhi miei ebbero per alquanto tempo lagrimato, e tanto affaticati erano ch’io non potea disfogare la mia tristizia, pensai di volerla disfogare con alquante parole dolorose; e però proposi di fare una Canzone, nella quale piangendo ragionassi di lei, per cui tanto dolore era fatto distruggitore dell’anima mia; e cominciai allora:Gli occhi dolentiec.

Acciò che questa Canzone paia rimanere più vedova dopo il suo fine, la dividerò prima ch’io la scriva: e cotal modo terrò da qui innanzi. Io dico che questa cattivella Canzone ha tre parti: la prima, è proemio; nella seconda, ragiono di lei; nella terza, parlo alla Canzone pietosamente. La seconda cominciaquivi:Ita n’è Beatrice;la terza quivi:Pietosa mia Canzone.La prima parte si divide in tre: nella prima, dico per che mi muovo a dire; nella seconda, dico a cui voglio dire; nella terza, dico di cui voglio dire. La seconda comincia quivi:E perchè mi ricorda;la terza quivi:E dicerò.Poscia quando dico:Ita n’è Beatrice,ragiono di lei, e intorno a ciò fo due parti. Prima, dico la cagione perchè tolta ne fu; appresso, dico come altri si piange della sua partita, e comincia questa parte quivi:Partissi della sua.Questa parte si divide in tre: nella prima, dico chi non la piange; nella seconda, dico chi la piange; nella terza, dico della mia condizione. La seconda comincia quivi:Ma vien tristizia e doglia;la terza;Dannomi angoscia.Poscia quando dico:Pietosa mia Canzone,parlo a questa mia Canzone, designandole a quali donne sen vada, e steasi con loro.


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