CAPITOLO SECONDOLA STATUA DI BARTOLO
1.Un consiglio di Cavour.
Sono in piazza Cavour, disoccupato e perplesso.
La mia disoccupazione è figlia del sole, come Circe. Oggi c'è il sole. Da una giornata bigia egli è uscito d'un tratto, mentre m'accingevo a scrivere, per i posteri, non so quali miei pensieri o immaginazioni: quel lume improvviso mi ha mostrato la lunghezza della posterità, e conseguentemente la poca urgenza della mia opera.
Ma arrivato in piazza Cavour, alla disoccupazione si aggiunge la perplessità. Da una parte si sforzano di verdeggiare i Giardini, dall'altra, oltre i portoni massicci, scampanella via Alessandro Manzoni. A sinistra troverei un poco di alberi, dell'acqua, e certi uccelli come nei francobolli delle collezioni; oggi c'è il sole, e ci sarà movimento; ci saranno anche dei bambini con le loro balie.
— Balie, sì, e cameriere — dice il Dàimone — potrai studiare i progressi della smobilitazione.
Ma a destra la vita: le due vite: la Vita Intensa e la Vita Operosa. Il Dàimone riprende la parola:
— La Vita Intensa, di coloro che non fanno niente? e la Vita Operosa, di coloro che si danno l'aria d'aver molto da fare.
Mi ribello allo scetticismo del Dàimone. La guerra è finita, da due mesi, e c'è il sole, a Milano in gennaio! Bisogna afferrare queste eccellenti occasioni d'essere ottimisti.
— Mi ribello, caro Dàimone; fino a oggi t'ho dato troppo retta, e m'hai condotto per l'aja come fossi un cane (se posso servirmi d'una vetusta immagine di cui non ho mai capito l'origine); ma d'oggi innanzi la mia vita sarà una continua ribellione ai tuoi istinti sofistici e sterili. Andiamo verso le due, le mille vite; guarda: anche Camillo Benso, conte di Cavour, ci fa segno di andare da quella parte.
È impossibile immaginare con qualche probabilità come si sarebbe svolta la serie della nostra vita, se in un momento qualunque del passato avessimo compiuto un atto diverso da quello che abbiamo compiuto. Ogni volta che un uomo, anche nel più ozioso vagabondaggio,prende a destra piuttosto che a sinistra, può produrre una incalcolabile mutazione nei propri destini, e ignorerà sempre, dolorosamente, la portata di questa mutazione. Da ciò deriva la scarsa efficacia delle favole morali. Si racconta ai ragazzi che Ercole figlio di Alcmena, avendo al noto bivio scelto la via faticosa e aspra, sia perciò, attraverso dodici e più fatiche, pervenuto alla eccellente condizione e sinecura di semidio. Ma non possiamo dire in coscienza a che cosa Ercole sarebbe pervenuto se avesse scelto la strada piacevole e facile. Forse sarebbe diventato semidio ugualmente, e senza le dodici fatiche; forse sarebbe arrivato anche più là, l'avrebbero fatto dio addirittura; e non soltanto in India e in Siria, dove dovette come dio cambiare nome e chiamarsi Rama e Baal, ma sarebbe successo apertamente a Zeus, invece di Cristo, in tutto il mondo occidentale: chi sa?
Tutte le favole, di tutte le epoche, sono altrettanto scarsamente probanti. Cappuccetto Rosso per aver preso la strada più lunga nel bosco finì divorata dal lupo. Verissimo. Ma se avesse preso la strada più corta, possiamo noi affermare che non le sarebbe accaduto anche di peggio? per esempio essere violata da un malandrino, e di lì finire nella vita disonesta, che, come ognuno sa, è peggiore della morte?
— Bisogna anche considerare che la storia degli uomini celebri per diventare esempio morale subisce spesso riadattamenti che ne modificano profondamente la portata. Così dovette avvenire appunto della vita di Ercole, ch'era l'uomo più celebre del suo tempo.Il fatto del Bivio ci è raccontato per la prima volta da Prodico sofista, che visse nel quinto secolo avanti Cristo, cioè circa milleduecento anni dopo Ercole. Ma su quel fatto c'è in un testo poco noto una versione anteriore a quella di Prodico, versione che fu poi dimenticata, sommersa dalla nuova, forse perchè la prima parve un po' cinica. La leggenda poco nota è questa: Ercole fin da ragazzo aveva sentito dire molte volte da Alcmena che la virtù è bellissima e il vizio orribile. Trovatosi al Bivio, vedendo una strada brutta e fetida si cacciò subito in quella, convinto di entrare nella strada del vizio. Quando s'accorse dell'errore non era più a tempo a tornare indietro; ciò che del resto è avvenuto e avviene in ogni tempo anche a uomini comuni, i quali, avendo, per contingenze o per naturale timidità, cominciata la carriera di persone per bene, per quanto poi se ne pentano si trovano siffattamente intricati nella vita onesta che non possono più liberarsene, e si rassegnano alla virtù per il rimanente dei loro giorni. —
Non occorre ch'io avverta che quest'ultima divagazione l'ha fatta il Dàimone, col quale ormai ho stabilito di romperla su tutti i punti. Io mi sono accontentato di stare per un momento a contemplare i massicci portoni che debbo attraversare per avventurarmi verso il centro vivo della città. Chi sa mai chi avrei incontrato, e quale corso avrebbero seguìto i miei fati, se fossi andato ai Giardini. Inoltrandomi per via Alessandro Manzoni incontro un tenente dei mitraglieri.
L'ho conosciuto un anno fa, non so più dove, ma certo di là dal Brenta e di qua dal Piave. È ancora grigioverde, io no: tuttavia lui riconosce me e non io lui, sulle prime. Ma non me ne faccio accorgere e rispondo con entusiasmo al suo entusiastico abbraccio.
— Non sono ancora smobilitato — mi assicura — ma sono libero, e mi son messo a lavorare.
Intanto mi risovvengo, non del suo nome, ma di lui, e ne fo sfoggio.
— Se non ricordo male, eri ingegnere, appena laureato....
— Appunto.
— E avevi intenzione di entrare nelle Ferrovie.
— Hai buona memoria. Ma niente Ferrovie. Ti paion tempi questi? Faccio della pubblicità.
Da quando sono tornato ho già incontrato non meno di dieci persone, di classi studi e professioni diversissime, che mi hanno detto: — Faccio della pubblicità. — Non ho un'idea chiarissima di quello che fanno, e non mi sono mai permesso di chiedere spiegazioni precise.
— E tu — dice l'amico — che fai? Scrivi sempre?
— Io?... Non so ancora bene.... forse mi metterò anch'io a fare della pubblicità.
Questa risposta non sorprende lui: invece sorprende me, che non la aspettavo affatto. Il tenente — non m'è ancora venuto a galla il nome, aspetto qualche occasione per farglielo dire senza parere — il tenente approva:
— Bravo! perchè non provi a venire con noi?
— Dove?
— Alla B. A. I. A.!
Ci fu un tempo che frequentavo dei letterati. Qualche volta m'era avvenuto che taluno di essi nel corso della conversazione uscisse in frasi del seguente tenore:
— È qualche cosa, sai, come l'episodio di Aladina nella miaSuprema Salvezza.
Oppure:
— Non hai che pensare al mio finale del secondo atto diLibagioni.
Io frequentavo quei letterati, ma non avevo lettoLa suprema salvezza, non avevo sentitoLibagioni. Senonchè gli autori li citavano con una così candida epoderosa convinzione, che non osavo chiedere maggiori lumi in proposito.
Ciò avveniva prima della guerra. Il simile avvenne quando, dopo la guerra, in un giorno di gennaio del 1919, un tenente mitragliere mi nominò senz'altro la B. A. I. A., nome nuovo alla mia mente.
Perciò dissi soltanto: — Ah —, ed egli continuò soddisfatto:
— Forse non sapevi che la dirige mio fratello.
— Non ne ero certo.
— Sì, sì. Ci faremo dare un appuntamento. Del resto mio fratello lo conosci.
— Non mi pare.
— Come? Mi ha detto che vi siete conosciuti, non so bene, in una città dell'Italia Centrale.... molti anni fa....
— Può darsi.... Si chiama?
— Luigi.
— Voglio dire, il cognome.
— Come ha da chiamarsi? Come me, Gattoni.
— Naturalmente.... Sì! ora ricordo. L'avvocato Gattoni.
— È lui. Stai a sentire: aspettami là in Galleria. Io arrivo qui allo studio a informarmi quando può riceverti, e torno a dirtelo. Se potesse sùbito, tanto meglio.
Poichè era lunedì gridavano dappertuttoLa Gazzetta dello Sport, al quale richiamo la nuova gioventù correva in folla.
L'aspettazione in Galleria la occupai leggendo con cura i titoli dei libri nelle vetrine di Treves e di Baldinie Castoldi (con la quale esplorazione mi misi in breve e compiutamente a giorno degli spiriti e delle forme della nostra letteratura contemporanea) e riandando col pensiero al tempo in cui, sei o sette anni prima, avevo conosciuto l'avvocato Luigi Gattoni, giudice di tribunale in una città di provincia. Lo ricordavo perfettamente come un uomo placido: duplice barba grigia alla Palmerston da cui emergeva raso il mento: appassionato giocatore di scopone: un giudice per bene: una persona qualunque: Gattoni. Non avevo ancora capito nulla dell'avventura improvvisa che ora legava quel giudice qualunque, dimenticato da tanti anni, con la mia persona, attraverso le premure d'un mitragliere conosciuto tra Piave e Brenta, sullo sfondo misterioso d'una B. A. I. A.
Queste quattro lettere m'apparvero poco di poi, sempre più misteriose, nere su un cartello bianco smaltato, sopra la porta d'un ammezzato oscuro in una via operosa e brulicante. Il mitragliere mi precedè in un'anticamera buia e mi disse:
— Aspetta qui.
Mentre aspettavo, il Dàimone mi ammonì:
— Stai attento a non comprometterti.
— Non seccarmi — gli risposi.
Dopo una mezz'ora il tenente ricomparve:
— Vieni.
Sorrideva con gli occhi e coi denti: il lume candido del suo sorriso dissipò le nubi dispettose che quella mezz'ora aveva accumulate nel mio spirito.
M'introdusse in uno studio ampio, illuminato a luce elettrica sebbene fossero le prime ore del pomeriggio.
Cercavo, con lo sguardo abbagliato, la barba alla Palmerston d'una persona qualunque; invece mi venne incontro un personaggio importante, adorno d'un'elegante e contenuta pinguedine, e tutto raso; una faccia quadrata, un mento quadrato; anche la testa era quadrata perchè la completa calvizie rivelava la forma appiattita del cranio.
— Sono io — mi disse con rotondità —: lei non mi avrebbe riconosciuto? Lei invece è rimasto tale e quale. Si accomodi. Mi permette?
Prima che intendessi che cosa avrei dovuto permettergli, aveva chiamato al telefono un mistico numero, aveva dato con brevi parole un misterioso appuntamento.
Intanto il Dàimone mi tirò per la manica e mi additò due cose interessanti. La prima di queste due cose era il contegno di compiaciuto e raggiante rispetto con cui il tenente mitragliere stava, in piedi addossato a una scaffalatura di noce, al cospetto di suo fratello. L'altra era un busto di marmo, su un alto piedistallo cilindrico che riempiva l'angolo estremo dello studio: busto severo e togato, di cui non riconobbi l'originale.
— Sa chi è quello là? — disse il personaggio — gliela dò in mille. È Bartolo, Bartolo da Sassoferrato, l'immortale giureconsulto, glossatore delCorpus juris. L'ho fatto fare, e mettere lì, per ricordarmi del mio passato. Io non mi vergogno di aver fatto il magistrato.Lo sanno tutti, lo dico a tutti. Io sono un uomo semplice e sincero.
Per qualche minuto, dopo quelle parole esemplari, la sala fu piena di un rispettoso silenzio.
— Ma veniamo a lei. Lei che fa?
Mi sentii arrossire, rispondendogli:
— Scrivo....
Fu benigno; s'accontentò di abbassare di mezzo tono la voce, e dirmi:
— Ricordo, sì, che lei aveva delle velleità letterarie....
— Dirò meglio — ripresi io rinfrancato — scrivevo.
— Ecco, ecco: s'intende. Tempi nuovi. Ma anche lei, come me, come tutti gli onesti, non si vergogna del suo passato. E anche lei riuscirà. Lo sento. Glie lo assicuro. Ha dei progetti?.
Ricominciai a improvvisare:
— Stavo maturando delle invenzioni....
— Non è il momento — m'interruppe —. L'inventore va incontro a troppi pericoli: pericoli di attuazione, pericoli di incomprensione.... E pure nel migliore dei casi, l'invenzione è lenta. Oggi occorre rapidità. Oggi non è necessario inventare, è necessario: produrre. Anche dal punto di vista individuale, badi, è meglio produrre che inventare, meglio vendere che produrre, e meglio far vendere che vendere. Qui siamo nel cuore della B. A. I. A.: la B. A. I. A. è il cervello della pubblicità. Lei ha delle idee?
— Qualche volta....
— Le venda. Gliele faccio vendere. Ora le spiego. Il signor A., supponiamo, apre un commercio di specchiettiper farsi la barba, il signor B. inventa un aperitivo, il signor C. fonda un teatro di varietà, o crea una cravatta che si annoda in un modo nuovo, quello che crede. Vogliono farsi conoscere. Debbono andare da un cartellonista, dargli delle idee per leaffiches; da un poeta, dargli uno spunto per una poesia da inserire nelle quarte pagine dei quotidiani, e via discorrendo. Ma ai signori A. B. C. eccetera, mancano le idee, gli spunti. Non sanno neppure trovare un bel titolo per la loro azienda. Si rivolgono a questo o a quello, a caso. Non solo: anche dopo trovato il tutto qua e là, s'accorgeranno di avere tra mano della pubblicità disorganica, disordinata, scombinata, che non risponde alla loro necessità; la quale, badi, è quella di far convergere tutta l'attenzione, direi tutti i sensi del passante, di tutti i passanti, verso la spasmodica persuasione che quello specchietto, quel liquore, quello spettacolo e quella cravatta gli sono indispensabili, a lui passante, come il pane quotidiano.
Rividi e risentii, in un attimo, la tregenda di luci e di rumori che m'aveano investito nella mia prima passeggiata per la nuova città; mentre il personaggio continuava:
— Il signor A. viene alla B. A. I. A., ed espone il suo caso. La B. A. I. A. gli dà il titolo, il motto, il marchio, le idee dei cartelloni, gli spunti per le poesie, tutte le più minute indicazioni per il lancio più efficace. Idee. Badi: qui non si disegna, qui non si scrive: idee: pure idee, per tutti. E ne vengono, sa? Ho citato i signori A., B., C., ma arrivi pure fino alla Zeta, e poi ricominci.E i signori A., B., C., A¹, B¹ C¹, eccetera, pagano pagano pagano le idee, e se ne vanno. B. A. I. A. è la grande officina, negozio, emporio, bazar, caravanserraglio delle idee per tutto l'alfabeto degli uomini che inventano producono vendono, o credono di inventare produrre vendere: di tutti gli uomini che hanno capito la vita nuova, di tutti gli uomini che stanno creando il nostro grande domani, gli uomini, signore, della Italia di Vittorio Veneto.
M'avvidi che, così favellando, ei s'era ritto in piedi e teneva la destra poderosamente infilata nell'apertura del panciotto. Così stette un istante, fissandomi immobile come la statua di Bartolo che gli faceva da sfondo.
Nella minuscola stanzina che mi fu assegnata, ricevetti la visita di una vecchia e di una giovine.
Sedettero. La giovine sorrise: anzi, schiuse la bocca a un sorriso e poi si tenne quel sorriso fisso lì e immoto, durante tutto il tempo che la vecchia parlò. E le prime parole della vecchia furono le seguenti:
— Questa è mia figlia, e io sono sua madre. Suo padre, mio marito, non è più.
— Benissimo.
— Sì, ha ragione di dire benissimo. Perchè mio marito, suo padre, era un uomo di scarsi principii morali; quand'era vivo, me mi batteva tutti i giorni, e lei tentò alcune volte di violentarla, che era ancora minorenne.
— Perdio!
— Lasciamo andare che questa alla fine è stata una fortuna per me, perchè non ho più avuto da pensare alla sua educazione morale. Sicuro. Dopo quegli incidenti le è rimasta, anche diventata maggiorenne, una invincibile ripugnanza per gli uomini, dimodochè non ho avuto da fare nessuna fatica per mantenerla, lei mi intende, sulla retta via.
— Tutto ciò è molto semplice.
— Già: ma nello stesso tempo ciò produce che la ragazza, che ormai ha ventiquattro anni, deve lavorare per vivere. Allora ho domandato consiglio al signor Gianni: lei non lo conosce ma non importa. Il signor Gianni dice bene; dice: — Cosa vuole? Con quella particolarità della Lina — si chiama Lina — non è il caso di farle fare nè la cantante, nè l'attrice, o simili. — Senza contare, dico io, che per fare la cantante non ha voce, e per fare l'attrice ci ha fin da bambina quel difetto dell'essee dell'erre. — Questo sarebbe il meno; risponde lui. — In conclusione, l'importante è che doveva scegliere una professione assolutamente, come a dire, immacolata.
— Giustissimo.
— Guardi cos'ha pensato il signor Gianni: dice: — dia retta a me, che ho vissuto tanto tempo a Parigia tenere il banco delle scommesse nelle corse dei cavalli, dia retta a me: in Italia, fino a oggi non si sa cosa sia la vita. Se fosse cinque o sei anni fa le direi: mi dia la Lina e me la porto a Parigi. Ma adesso Parigi è giù, molto giù. È il momento di far noi qualche cosa, in Italia. Infatti, si guardi attorno, vedrà che anche qui cominciano a vivere. Ma a casaccio, da provinciali. Veda, per dirne una, la cocaina: tutti ne parlano; c'è della gente che ci prova, delle cocottes, degli autori teatrali, delle sartine; ma così, senza un criterio: molti si disgustano subito, non c'è in Italia il vero genio per queste cose, non c'è organizzazione. E poi non conoscono tutto il resto: altro che cocaina! dunque; con pochissimo capitale, che si trova, la Lina può aprire una specie di bar, con un bel titolo che dica press'a poco «alle specialità del Vero Oriente», o qualche cosa di simile. Guardi, signore, che ripeto proprio come dice il signor Gianni, un uomo d'esperienza. Un piccolo bar, che non sia neanche tanto in vista: la prima stanza come i soliti bar, con le solite cose, e in più delle bibite e dei frutti e dei dolci orientali; e poi due o tre stanzine riservate per glihabituéssicuri, e là si danno le specialità più intime del vero oriente. La Lina, che è una bella figliola, vestita giusto mezzo all'orientale, un po' di qua un po' di là, a dirigere e tenere i conti. È semplicissimo.
— È geniale.
— Ecco, geniale, è come ha detto il signor Gianni. E mi ha anche detto: — ci vuole il lancio, la réclame;una réclame diffusa ma discreta: chè le cose più importanti non bisogna dirle. Lei — dice — vada alla B. A. I. A., e si faccia dare delle idee per la réclame. Il resto verrà da sè. Guardi signore, qui ci ho la lista di qualche specialità del vero Oriente, che non riuscivo a ricordarmi i nomi. Lei già le conoscerà bene queste cose, per il suo mestiere.
Mi porse un foglietto, su cui lessi:
«Haschisch» — «dawamesk» — «oppio» — «etere» — «cocaina» — e altri nomi meno noti.
(— Non ci manca — disse il Dàimone — che un po' di coprofagia).
Io più seriamente risposi:
— Ho inteso, signora. Poichè la cosa è molto speciale, bisogna che lei mi lasci qualche giorno. Passi tra una settimana giusta, a quest'ora.
La salutai. La bella Lina fece un inchino di scuola, e finalmente disfece quel sorriso; parve come uno che si levi la dentiera e se la metta in tasca. Scomparvero.
Io mi misi d'impegno a studiare il piano per il lancio delle «Specialità del vero Oriente». Volli prima familiarizzarmi un poco con la materia, e studiai sui testi il modo di trarre dalla canape indiana l'haschisch, m'informai degli ingredienti che variano il verde haschisch nel più pallido dawamesk, non trascurai di consultare i riflessi classici e letterari di questa materia da Erodoto e Plinio a Baudelaire; feci una corsa, dietro la scorta dei viaggi di Marco Polo, nella leggenda del Vecchio della Montagna e dei suoi Haschischinso Assassini, m'interessai delle tre grandi fasi dell'ebbrezza e delle loro possibili varietà. Altrettanto minutamente m'occupai dell'oppio, sia per l'aspetto poetico leggendomi laConfessionidel De Quincey, sia per quello scientifico ricercando in una farmacopea le differenze tra l'oppio giapponese più aromatico e l'europeo più potente, attraverso l'oppio indiano che si avvolge in stagnole sotto forma di piccoli semi di color perso. Credetti per un momento di avere intravisto il motivo della mia réclame nella fantasiosa notizia che i Giapponesi fanno la raccolta dell'oppio la seconda sera dopo il plenilunio di giugno, avendovi praticato ventiquattro ore innanzi l'incisione, al punto dell'imbrunire. Ma ricordai a tempo che il lancio doveva essere prudente e discreto. Allora risalii a Omero; pensai al nepente che Elena aveva avuto in dono da un'egiziana, e al loto che ai compagni d'Ulisse faceva dimenticare la patria e il ritorno. Anzi, il bar di Lina doveva chiamarsi omericamente «Lotòs». Ci voleva una pubblicità indiretta e suggestiva, che preparasse l'animo del pubblico a cercare il «Lotòs», senza ricorrere alla solita volgarità dei cartelloni o dei quotidiani, anzi senza nominarlo neppure. Mi fiorirono idee semplici ed efficaci. Così che la mattina del settimo giorno mi presentai nello studio grande al commendatore avvocato Gattoni, mio principale: gli esposi in succinto le parole della vecchia — ed egli mi accompagnava con uno strano brontolìo basso —, poi senz'altro gli porsi il foglio su cui avevo segnato i risultati delle mie trovate.
Il commendatore prese con qualche diffidenza quel documento, che era così concepito:
Progetto per il lancio (diffuso ma discreto) del bar «Lotòs»1)Far tenere alla locale Università Popolare, da qualche dotto ellenista, una lettura e commento del libro IX dell'Odissea, dove si parla del loto.2)Incaricare un commediografo alla romana di scrivere una commedia in cui il brillante sia un appassionato di haschisch.3)Commettere a un prosatore alla milanese un romanzo in cui sia descritta la vita di un bar del tipo che vogliamo lanciare.Nota.—Queste tre manifestazioni debbono essere tra loro contemporanee, e precedere di poco l'apertura del bar «Lotòs».
Progetto per il lancio (diffuso ma discreto) del bar «Lotòs»
1)Far tenere alla locale Università Popolare, da qualche dotto ellenista, una lettura e commento del libro IX dell'Odissea, dove si parla del loto.
2)Incaricare un commediografo alla romana di scrivere una commedia in cui il brillante sia un appassionato di haschisch.
3)Commettere a un prosatore alla milanese un romanzo in cui sia descritta la vita di un bar del tipo che vogliamo lanciare.
Nota.—Queste tre manifestazioni debbono essere tra loro contemporanee, e precedere di poco l'apertura del bar «Lotòs».
Il commendatore Gattoni lesse, con un mormorìo agitato, il mio progetto; poi lo gettò sul tavolino dicendomi:
— Lei è matto.
— Lei è matto — ripetè — e glie lo spiego. Prima di tutto quando viene gente di quel genere la si manda via.... o almeno.... almeno.... Insomma, bisogna saper bene se si ha a fare con persone serie, prima di compromettersi.
(— Te lo dico sempre io! — brontolò il Dàimone).
— In secondo luogo, a parte l'opportunità, questo suo piano è assurdo; mi fa vedere che lei non è entrato nello spirito della B. A. I. A., nello spirito dei tempi, nello spirito della rinata Italia. Oltre la irrealizzabilità, e il tempo che richiederebbe, non sente come tutto questo puzza di letteratura? Di scuola e di letteratura: professorume e scrivaneria. Non ci voleva che un ex-professore per andare a pensare a Omero, al Lotòs, e alla Università, sia pure popolare. Non ci voleva che uno scrittore per andare a pensare a commedie e romanzi. Niente niente. Quando tornerà quella signora lei la mandi a spasso con una scusa qualunque. E facciamo un altro tentativo. Guardi: c'è uno, una persona seria, badi, un ex-colonnello dell'esercito, che è stato silurato fin dalle nostre prime azioni dell'Isonzo, il quale ha inventato una tappezzeria luminosa da mettere negli appartamenti invece della solita carta daparati. Questa tappezzeria, dice, è impregnata d'una sostanza chimica fosforescente, che di giorno non si vede; ma è composta in modo che verso sera, di mano in mano che la luce del giorno vien meno, si sprigiona gradatamente la luce dalla carta stessa. Così la stanza continua a essere illuminata, con eguale intensità. Abolizione d'ogni illuminazione. Sarà vero? non sarà vero? Questo non c'interessa. Lei trovi un'idea per rivelare al pubblico l'invenzione. Ma un'idea che si attui presto, semplice, rapida, penetrativa, e per carità, senza romanzi e senza università. Ha capito?
— Perfettamente.
Me n'andai nello studiolo piccolo, per pensare alla tappezzeria luminosa e aspettare l'arrivo della vecchia e della giovane. Ma trovai un biglietto della vecchia, che si scusava di non poter venire: «Per quanto disgraziati — scriveva — siamo gente beneducata, e avendo l'appuntamento bisogna che l'avverta che non posso venire causa forza maggiore, trovandomi ora improvvisamente in prigione, come pure il signor Gianni e la Lina, in seguito a un incidente. A rivederla». Non sapevo che diavolo avrei immaginato per le tappezzerie autofotogene dell'ex-colonnello. Il mio minuscolo tavolino era incastrato nel vano d'una finestra: di là dai vetri la strada distraeva ed eccitava insieme il mio cervello. Ora tra i carretti, che urlavano, dei merciai ambulanti sul crocicchio, scorsi a un tratto il cesto, pieno di garofani pallidi e di mimose, d'una venditrice di fiori; e da quei fiori saliva sino a me, traverso i vetri e la bruma, un'onda d'incomprensibile malinconia.Ma la malinconia non entra nello spirito dei tempi nuovi. Negli ammezzati della casa di faccia vedevo le teste di due dattilografe chine verso le tastiere. Pensai a Lina, che era in prigione. Desiderai d'essere in prigione anch'io per non dover pensare alle tappezzerie luminose del colonnello silurato. In prigione con Lina: Lina, col suo sorriso smontabile e il difetto dell'essee dell'errefin da bambina e la repugnanza per gli uomini. Anch'io ho alcuni difetti fin dall'infanzia irrimediabili, e alcune invincibili repugnanze. Che diavolo inventare per l'invenzione del colonnello? Gli inebriati dell'oppio e del nepente del bar di Lina avrebbero viste luminose anche le prigioni più oscure, senza bisogno di pareti fosforee. Perchè diavolo il colonnello s'è messo a fare delle invenzioni? Se non lo siluravano, a quest'ora sarebbe morto, sarebbe generale, chi sa? Come Ercole se prendeva il cammino piacevole. Come me se quel giorno andavo ai Giardini.
— Sei ancora a tempo a provarci — disse il Dàimone.
— Tu sai che oggi è già tutt'altra cosa da allora, da ieri, da un'ora fa — gli obiettai.
— Ma nessuno t'impedisce di provare, anche subito.
— E il commendatore Gattoni, ex magistrato e mio principale?
— Tanto lui non sa che farsene di te, e sarebbe ben felice di perderti.
— Lo so. Ma come atto, è poco educato. Bisognerebbe almeno scrivergli un biglietto.
— Scrivi. Hai qui un modello eccellente. Con pochi ritocchi, va bene anche per te e per me: «Per quanto letterati, siamo gente beneducata, e avendo l'impegno bisogna che l'avverta che non posso continuare in questa professione, causa forza maggiore. A rivederla».