CAPITOLO TERZOPESCECANEA
1.Cinque spettatori in tre poltrone.
Nell'età delle palafitte, e più precisamente un anno avanti lo scoppio della guerra europea, avevo conosciuto a Firenze una fanciulla.
Era venuta di Valdarno a portarmi una traduzione da Rimbaud sulla quale voleva il mio giudizio. Credo che episodi simili non se ne producano più nell'èra presente. Aveva cominciato a leggere:In quella stagione la piscina delle cinque gallerie era un punto di noia. Pareva un sinistro lavatoio.... Mentre leggeva, io la guardavo. Quand'ebbe finito io non avevo capito ancora se la signorina fosse bella o brutta: propendevo a crederla bella. Neppure avevo capito se fosse brutta o bella la traduzione; propendevo a crederla brutta. Poi la fanciulla se n'andò lasciandomi il manoscritto.
Del manoscritto non s'incontra più traccia o memoria alcuna nelle storie e nelle leggende dei tempi che seguirono. La fanciulla l'ho ritrovata dopo sei anni a Milano.
Una sera m'ero calato in un certo sotterraneo fumoso e stavo là seduto tra file di gente similmente seduta che beveva, fumava e leggeva i giornali. A un lato del sotterraneo c'era anche un palcoscenico, e sul palcoscenico una compagnia di prosa stava tossendo e recitando una commedia novissima. Nella poltrona accanto alla mia c'era una fanciulla: quella fanciulla di Valdarno: la signorina Giovanna.
Tra lei e me il mio Dàimone, invisibile e silenzioso. Dall'altra parte di lei sedeva una sua compagna similmente silenziosa, e tanto insignificante da potersi anch'ella considerare come invisibile. In un punto imprecisato, ma definito entro la breve cerchia delle nostre quattro sostanze, n'era presente una quinta, cioè il Destino, che imprevedutamente aveva ravvicinato, per i suoi fini reconditi, quelle sparse entità.
La signorina Giovanna alla fine del primo atto mi riconobbe. E mentre la compagna leggeva con diligenza il programma dello spettacolo, e il Dàimone placidamente dormiva, il Destino tessè tra me e la traduttrice valdarnese un breve dialogo denso di avvenire. Io ebbi il pessimo gusto di ricordare a lei quella traduzione preistorica diUna stagione all'inferno. Ella ebbe il buon gusto di mettersi a ridere.
— Non traduco più — aggiunse rifacendosi seria — ora sono a Milano a studiare il canto.
So che quando una signora afferma «studio il canto», come quando un maschio dichiara «sono negli affari», non è opportuno domandare particolari più precisi, se il maschio o la signora non li offrono spontaneamente.Perciò tacqui, e cominciò il secondo atto della commedia, e dopo un certo tempo fatalmente finì. Giovanna riprese il discorso al punto esatto ove l'avevamo interrotto, annullando in questo modo in un attimo tutta l'azione che s'era svolta laboriosamente sulla scena al nostro cospetto.
— Sapevo che eravate a Milano, abbiamo parlato di voi l'altro giorno.... oh non ricordo con chi: ma non importa.
Perchè mi dava del voi? C'è tutta una casta di donne — non casta professionale, casta mentale — che hanno abolito il lei, e con esso il primo dei gradi d'una possibile scala d'intimità. È un fenomeno di tendenza al veloce, come tanti altri del tempo nostro.
— E m'ha detto, mi pare, che vi siete messo negli affari.
— Io? Sì. È vero.
— Che affari?
— Mio dio! fino a pochi giorni sono ho fatto della pubblicità. Ora ho delle idee...
— Fate bene.
La sua approvazione mi fu di grande conforto. Ella era alquanto più elegante di quand'era venuta da Valdarno a Firenze. Così cominciò il terzo atto della commedia.
Quando stava per finire, ella mi fece un invito:
— Venite domani a prendere il tè in casa mia? Vi prometto che non canterò. Vi presenterò due buoni amici. Di Malco, e Valacarda; li conoscete?
— No.
— Possono esservi utili. Uno è professore di merceologia.
— Cos'è?
— Non so. Una cosa molto importante. È com'era una volta essere professore di filosofia. L'altro è un pescecane.
— Brava! Non ne ho ancora visto neppur uno.
— Venite dunque, e attaccatevi al pescecane.
Rincasando pensavo a quella prodigiosa Giovanna, che sei anni avanti traduceva Rimbaud in Valdarno e me lo portava a Firenze, e ora studiava il canto a Milano e mi offriva un pescecane col tè. Tutto ciò è modernissimo. Una donna così non la trovate nelle commedie di Goldoni. Nemmeno nelSatyricondi Petronio. E nemmeno più giù, nel Romanticismo o nel Secondo Impero. Sono posteriori a Carlo Marx e a Max Stirner.
Ma ancora non ero riuscito a capire se era piuttosto bella o piuttosto brutta. D'altra parte ciò non ebbe alcuna importanza nella mia vita, come non ne ha alcuna nel seguito di questo racconto.
Era seduta al pianoforte, ma appena entrai si voltò e abbandonò la tastiera esclamando:
— Bravo! avete mantenuto la vostra promessa, e io mantengo la mia.
Poi fece le presentazioni.
Illustrò il mio nome con le parole «un mio vecchio amico quasi compatriota», al che io nulla opposi. I nomi degli altri due non li commentò:
— Questo è di Malco. E questo è Valacarda.
— Piacere....
— .... piacere.
— Piacere....
— .... piacere.
— E badi che è vero — aggiunse subito quello che si chiamava Valacarda. — Ci sono dei puritani che dicono: «questa frase è un'ipocrisia». No. Si ha sempre piacere di conoscere una persona nuova. È una speranza che rinasce su un mucchio ognora crescente di ceneri. Ogni persona nuova che conosciamo, è una possibilità di più, che ci si presenta, di giustificare il credito illimitato che rinnoviamo continuamente alla simpatia dell'umanità.
— Valacarda — spiegò la signorina — è un incorreggibile ragionatore e divagatore, il che fa a pugni con la sua professione.
Infatti a me e al Dàimone Valacarda era già piaciuto. Di statura mite, baffi piccoli e neri, appariva uomo di spirito aperto e sottile. Lo sentimmo fraterno, là, dove avevamo il secreto tremore di trovarci tra estranei. L'altro no.
L'altro, di Malco, taceva. Riconobbi in lui a prima vista la formula estetica e morale del pescecane-tipo, quale è stata sorpresa e divulgata dai caricaturisti: alto e denso, con un volto raso e un po' grasso, vestito e atteggiato con severità pomposa: un forte anello al dito medio, le lenti legate in oro; e portava la testa alquanto rovesciata indietro sul collo, al duplice fine di reggere quelle lenti e di scrutare l'umanità traverso due feritoie di ciglia socchiuse.
Mentre lo guardavo come si guarda un quadro su di una parete, egli, quasi per completare ai miei occhi la figurazione popolare del pescecane classico, trasse un astuccio, poi dall'astuccio un sigaro panciuto: lo accese e cominciò a fumare con eloquenza.
Di Malco osservò ch'io lo contemplavo, e cercò di rendermisi gradito domandandomi:
— Ha visto l'ultima opera di Puccini?
— Io? — esclamai allibito — io non ho mai visto neanche la prima.
Appena mi fui sentita uscire questa risposta inopportuna, guardai la nostra ospite, la fanciulla volonterosache m'aveva raccomandato di attaccarmi al pescecane.
Ma l'ospite dal suo sgabello non badava a noi.
Le spalle volte al pianoforte, le braccia tese all'indietro e tenendosi appoggiata con le mani alle due estremità della tastiera, ella si bilanciava su due gambe dello sgabello, e fisso lo sguardo in una lontananza inafferrabile, corrugava la fronte con una vaga preoccupazione: tanto che Valacarda le domandò:
— A che cosa pensate?
— Pensavo — rispose velando la voce — che questo mese non ho ancora ricevuto il burro della tessera.
Un placido profumo di latteria svizzera, di cucina olandese e di biblico girarrosto si soffuse per il salottino semimondano a quella parola domestica. Respirammo tutti e quattro silenziosamente per alcuni secondi un tepore di sole sull'aia, di forno casereccio, di gatto sulla pietra del focolare. Sentimmo scampanare dietro la siepe una capretta mansueta. Poi una nuvola invase morbidamente quel mondo, e per l'etere soavemente ci riportò a un terzo piano in via Monte Napoleone, davanti a quattro tazze di tè. Il fumo del tè saliva a raggiungere il fumo dell'avana del pescecane. Io m'alzai per osservare un'acquaforte.
— Vi piace? — mi domandò Giovanna.
— Non so, non m'intendo di pittura.
— Non dica «non m'intendo di pittura» — mi redarguì Valacarda. — Si procuri cinque o sei frasi, e se ne intenderà. Comincerà con l'applicarle un po' acaso: poi quelle cinque o sei ne germineranno spontaneamente altre nella sua abitudine, e lei si troverà un vocabolario. Quando avrà un vocabolario critico, necessariamente le verranno delle idee critiche.
— Una specie di pistica applicata alla critica? Ma intanto quell'acquaforte non mi suggerisce nulla.
— Quell'acquaforte è fatta di segni neri; allora è elegantissimo dire: «che senso del colore c'è qui dentro!».
— Che senso del colore c'è qui dentro, qui dentro, qui deeeeentro.... — gorgheggiò l'allieva di canto sopra una fioritura rossiniana.
Il pescecane si tolse l'avana di bocca, fissò un momento da lontano l'acquaforte, poi asserì:
— È un maiale con due maialini.
— Badi — continuò Valacarda — che ogni tanto bisogna rifornirsi di sostantivi e di aggettivi. Prima della guerra c'erano le parole «sensibilità», «dinamico», «musicale»; oggi invece le pietre basilari del vocabolario critico sono «costruito», «corposo», «architettura». Un vocabolario di questo genere può durare dai tre ai cinque anni. Anche per il contenuto è così. Fino a qualche anno fa serviva molto la «gioia di vivere». Oggi....
— Voi — interruppe la cantante — siete contento di vivere?
La guardammo tutti e tre per sapere a chi avesse rivolto la domanda. Ma ella non guardava nessuno di noi. Seguendo il suo sguardo vedemmo che andava a finire su una mensoletta di ottone fissa al muro, di quelle a parecchi intagli, che servono per tenerci appoggiatee sospese le pipe. Pipe non ce n'erano. In ogni modo non pareva probabile che la fanciulla desse del voi a una mensoletta d'ottone, e le facesse una domanda di quel genere. Perciò nessuno di noi rispose subito. Il primo a spiegarsi fu il pescecane:
— Io sarei contento di vivere — pronunciò — ma ho la nevrastenia.
— Un dottore — disse la fanciulla — a un mio amico nevrastenico consigliò le divine emozioni dell'aeroplano.
Valacarda si oppose:
— L'aeroplano come divertimento è uno dei più insipidi che possa consigliare la retorica moderna. Io ci sono stato. Se uno non ha paura, la sensazione che dà è quella della perfetta idiozìa.
— E se ha paura?
— Se ha paura, non ci va.
Decisamente questo Valacarda è un sorprendente personaggio. Professore di merceologia! Che cosa è la merceologia? Tuttavia io cominciavo a domandarmi con qualche maraviglia perchè mai il Destino, già una volta sei anni prima mandandomi a Firenze la traduttrice, e poi la sera avanti deponendomi in un teatro a fianco alla medesima rinnovellata — perchè mai il Destino avesse lavorato tanto per produrre quell'incontro eterogeneo attorno a quattro tazze vuote con paesaggio di pianoforte.
— Non pensiamo a questo — mi ripresi internamente —: io sono qui per affari.
Anche quando, poco appresso, mi avvenne d'untratto di domandarmi curiosamente che legami ci fossero tra Giovanna e uno almeno dei due personaggi ch'ella mi aveva presentati, finii con l'ammonirmi una volta ancora:
— Che importa? Io non sono qui per fare della psicologia, e nemmeno per mondanità. Sono qui per ragioni serie. Bisogna attaccarsi al pescecane.
Ma mentre cercavo il modo di attuare questo maturo proposito, Giovanna d'un tratto balzò in piedi e annunziò:
— Vado a mettermi il cappello.
Andò, e tornò dopo brevissimo tempo, incappellata e impellicciata, prima che io avessi trovato una frase di avvicinamento, abbordo ed attacco verso il corposo di Malco.
Uscimmo.
— Passeggiamo? — propose lei quando si fu sul portone — chi ama camminare?
— Io no — risposi. — Nietzsche amava camminare, ed è finito matto.
— Andiamo al Savini a sentire un po' di musica — propose Valacarda.
— Io ho bisogno di camminare — dichiarò di Malco.
— Allora — concluse la donna — noi due andiamo a passeggio e voi due andate al caffè. Forse vi raggiungeremo là: e se non vi raggiungeremo ci ritroveremo qui a casa stasera. Libertà.
Così se n'andò, prima che avessimo annuito. Oh le donne! m'aveva raccomandato d'attaccarmi al pescecane, e ora se lo portava via e mi lasciava solo con l'altro. Per fortuna l'altro mi era simpatico. E forse io a lui.
La nostra simpatia si svolse nel silenzio fino che ebbimo raggiunto e imboccato il Corso.
Sul Corso ci fermiamo davanti a una grande e illustre vetrina di colore viennese. Valacarda mi addita una bambola con i capelli di seta, e osserva:
— Assomiglia alla nostra amica.
— È vero — risposi. E dopo una breve pausa, mentre riprendevamo l'andare, còlto da una frivola curiosità insinuai:
— La nostra amica si è portato via il pescecane....
Valacarda si fermò subito di nuovo, mi guardò, poi disse dolcemente:
— Lei s'è ingannato, signore: il pescecane sono io.
Io m'appoggiai alla cantonata per non cadere.
Lo stranimento per il mio granchio e per la conseguentegaffemi tenne ancora per un poco, mentre a fianco camminavamo tra gli urti della folla vespertina, ed egli parlava.
Egli parlava, e io ripetevo entro me: — l'altro dunque, con pancia e avana, era il merceologo! E questo savio raffinato e sagace.... Non aprirò mai più un giornale umoristico.
Valacarda parlava, e io ero sperduto ancora, e così non so come ci trovammo seduti a un tavolinetto d'un minuscolo bar cristallino: io avevo ordinato due cocktails. Soltanto allora ricominciai a udire le parole del mio affascinante compagno, che ragionava con semplicità velata appena di malinconia.
— E il risultamento di tutto ciò? — continuava Valacarda.
Il risultamento di che? Lasciamolo parlare.
— Il risultamento di tutto ciò? Personalmente, una pregiudiziale di disprezzo pauroso che ci avvolge....
— Non è questo che importerebbe — lo ripresi io, fattomi animo ormai —: lei è un uomo fine, e m'intende. La diffidenza che ispira il cosidetto pescecane,salvo i casi di semplice invidia, è per il pericolo che rappresenta l'opera sua di fronte alla vita sociale, nel momento stesso ch'essa anela a raggiungere quell'umano equilibrio, cui tende da secoli....
M'interruppi udendo un forte ridere vicino a me. Mi voltai. Ma non c'era nessuno che avesse l'aria di aver riso. Solo allora capii ch'era stato il Dàimone, di cui m'ero dimenticato. Intanto il pescecane filosofo già s'era avvolto in una sua complicata risposta:
— Quale pericolo? Vediamo oggi due grandi energie in lotta: c'è chi le chiama borghesia e proletariato, c'è chi le chiama energia rinnovatrice ed energia conservatrice. Questa lotta per lungo tempo è rimasta frantumata in guerriglie parziali e multiformi, ora s'è semplificata e ingrandita. È una vasta battaglia tra due eserciti, che insieme assommano all'intera società. A ogni fenomeno storico che si produca o si riproduca nel mondo, ciascuno dei due eserciti cerca di farsene uno strumento della lotta. Così è stato della guerra. Così è, ora, della pace. Il simile avverrà press'a poco delle nostre costruzioni. Noi pescicani, grossi e piccoli, tranquilli e arrabbiati, sa che cosa stiamo accumulando laboriosamente? Delle enormi riserve di forze — danaro, lavoro, organismi di uomini — forze, insomma: e un bel giorno, vicino o lontano non so, un bel giorno, o se ne impadroniranno le masse conservatrici per tentare l'ultimo colpo, o, se esse saranno state disfatte, le afferreranno gli altri, un minuto dopo la vittoria.
— Voi dunque non siete la espressione culminante della borghesia?
— No no no! Siamo (non noi in persona, s'intende, ma l'energia che accantoniamo) siamo come una riserva neutra. Può darsi che il destino del pescecanismo, com'è stato già di far durare la guerra fino alla vittoria, sia ora di salvare la borghesia, o almeno prolungarle la vita; e può altrettanto darsi che sia quello di farla morire d'aneurisma e d'ingorgo: non s'esce da questo dilemma. Ma nè il borghese nel primo caso, nè il nuovo vincitore nel secondo, erigeranno certo un monumento di gratitudine al pescecane, come le nazioni lo erigono al fante che le ha salvate. Non sappiamo chi si dividerà le nostre spoglie: ma il nostro destino inevitabile è di essere spoglie.
— Spoglie opime — feci io.
— Opime sì: per questo voi scrittori e i vostri aiutanti disegnatori hanno avuto una certa ragione di raffigurarsi il pescecane (o cosidetto pescecane, come dice lei per cortesia) in forma corpulenta e ingombra. Ma, come lei vede, è un'allegoria.
— E i suoi.... colleghi, la pensano tutti come lei?
— Nemmen per idea. Non ne trova uno su cinquanta che dica «noi pescicani»; e quello che lo dice, lo dice per simulazione di disinvoltura e per difesa personale. Il curioso è, che io stesso non ho capito se loro credono di essere immortali e costruire per l'eternità; o se lo sanno che van vivendo alla giornata più della rondine quando gira col becco aperto pei cieli all'ora del tramonto.
— Anche questo tramonto è un'allegoria?
— Forse. Del resto anche se qualcuno, come me,si rende conto del fenomeno, che gli serve? Ognuno è trascinato dal suo proprio spirito, ha detto Lucrezio. Lucrezio dicevoluptas. È la stessa cosa. Lei scrive, e scriverà sempre....
Io non rettificai.
— .... anche quando, come oggi, veda intorno a sè a quale turpitudine di mal gusto è trascinata la sua arte. Scriverà, anche persuaso che le cose sue che più le hanno costato di travaglio debbano rimanere in un cassetto.
— Ma scrivo per i posteri — dissi cercando di fargli credere che celiavo.
— Anche il pescecane lavora in effetto per un postero: non importa se la sua posterità invece che tra un secolo possa cominciare domani o stasera. Ma in realtà lei non lavora per i posteri ma per sè: e anche lui lavora per sè: per quella suavoluptas, che non sempre è spregevole. Naturalmente tutto ciò le appare strano. Lei dice che sono un uomo fine, perchè ho letto tre o quattro libri e perchè ragiono intorno alle cose invece di andarvi a cozzare contro a testa china con le corna di qualche pregiudiziale ostinata. E anche questo le appare strano. Perchè lei è uno scrittore, e agli scrittori per farsi leggere occorrono figurazioni precise: il demonio, l'angelo, il pescecane grasso e cùpido, il fante energico e macerato. Specialmente oggi, che si ha sempre fretta: fretta di capir subito senza sforzo con chi si ha a che fare. Loro scrittori debbono essere o dei sentimentali o dei cinici, se no il pubblico si disorienta. Come quando si fa della politica ai contadini: bisognaparlare o da clericali o da rivoluzionari. Lei le cose che ho dette non le potrebbe scrivere. Uno come me, lei non lo presenterebbe: apparirei incomprensibile e mostruoso; molto più mostruoso che se il pescecane fosse stato il nostro buon amico di Malco, il quale a quest'ora, più e meno saggio di noi, sta pranzando con la nostra buona amica Giovanna in qualche trattoria spensierata. Se facessimo altrettanto?
— Volentieri.
Pagai i due cocktails, e il filosofo alzandosi mi promise:
— Le farò conoscere, o almeno vedere, qualche mio collega, se ci tiene.
Infatti alla trattoria incontrò, mi presentò, e invitò a sedersi alla nostra tavola, un uomo biondiccio e un po' sbilenco con due grossi baffi da foca e una penzolante giacca color tabacco. Rideva e parlava continuamente; cioè raccontava storielle oscene e poi ne rideva lui stesso con fragore, e accompagnava quello stridere con gran suoni di posate sui piatti. E questi era il socio di Valacarda. Come mai? Oh lavoluptas.
Ora il nuovo compagno raccontava una sua avventura di viaggio con due cameriere d'albergo. Ma Valacarda, accorgendosi ch'io guardavo a un altro tavolino, mi domandò:
— Le piace quella bruna?
— Sì: ha un'aria aristocratica; bellezza imperatoria e fine nello stesso tempo, e un contegno da Olimpo. Oserei affermare che è una signora.
— Ha indovinato, è una signora, la signora di quello che c'è insieme. Prima lei faceva parte di una compagnia di equilibristi del Trianon, e manteneva lui. Ora lui s'è tirato su col filo spinato, e l'ha sposata. Al mondo c'è ancora della gratitudine e altre virtù.
Il commensale color tabacco si voltò a guardarli. Così vide entrare nella sala un giovinotto disinvolto e lo salutò ad alta voce da lontano. Poi si volse a me annunziandomi:
— Spolette da shrapnell.
— E questo alla mia destra? — domandai io accennando al più elegante di tutto il consesso. — Cos'è? Zàini? fulmicotone?
Guardarono e uscirono tutt'e e due a ridere con irriverenza.
— Questa volta ha sbagliato — disse Valacarda. — Quello lì è un pittore.
— Pittore!
— Sì: vive alle spalle di quello che gli è vicino: pezze da piedi e propaganda per i prestiti. S'è fatto fondare da lui una rivista illustrata. Sono i pidocchi del pescecane.
Rabbrividii.
Quel mondo luccicava tutto e parevami gorgogliare e spumare d'una superiore letizia. Sognai per un momento di assistere a una festa furinale, quali i Romani, spiriti larghi, celebravano in onore dei ladri.
Mi scossi, e tratto da una vecchia abitudine domandai:
— Come s'intitola la rivista illustrata?
— Non parliamo di porcherie — ammonì l'uomo color tabacco. — Guardi quella bionda così seria, laggiù. Una mattina, nell'anticamera del mio studio, l'ho....
Ma non sentii il seguito. Non sentivo più le loro parole. Il mio spirito era abbuiato.
Mi trovavo dunque nel centro di quella terza Babilonia su cui Valacarda aveva predetto prossimo non so che fuoco divino o sociale. Ma non pensavo più ai suoi vaticinî. Le immagini mi presero nel loro possesso. L'aria della sala intorno a noi si fece liquida e verde come in fondo a un oceano, oceano scivolato da grandi belve corsare che aprivano gole di Satana, arrotavano i denti alle rocce subacquee, e come d'intesa movevano tutte obliquamente, leviatani torvi, dall'abisso gelido in su, verso un'alta luce d'incendio lontano che le traeva: e il corteo non avea fine, sempre più enormi e nere, con la smorfia d'un ringhio di cui non si udiva la voce, battendo le code nel liquido muto, su, verso l'alto. Poi un cameriere traversò con grazia secura lo stormo, e si chinò davanti al nostro tavolino presentandoci il conto.
Valacarda trovò un errore nel conto e lo fece correggere. Poi fece la divisione per tre, ognuno di noi pagò la sua parte, e l'amico festevole ci lasciò. Noi ci avviammo a via Monte Napoleone, ma arrivati al portone di Giovanna, Valacarda si fermò:
— Non salgo: ho sonno, e domani mattina debbo partire presto: sì, starò fuori qualche tempo. Troverà di Malco, e forse altri; mi scusi con la signorina. Grazie.
Su, venne ad aprirmi la signorina in persona. Non c'era di Malco. Non c'era nessuno.
— Sono stata brava? — mi gridò subito. — V'ho lasciato col pescecane. Che n'avete fatto?
Mi guardai bene dal raccontarle il primitivo granchio. Risposi:
— l'ho lasciato ora, qui sotto; abbiamo pranzato insieme.
— E avete combinato qualche buon affare?
— Mio Dio, no.... Per il primo pescecane che incontro, era così raffinato, arguto.... e poi mi ha detto due o tre volte «lei che scrive, e continuerà a scrivere». Non potevo disingannarlo.
L'amica alzò gli occhi al cielo.
— Dio, che uomo d'azione siete! Pensare che glie lo avevo detto che volevate darvi agli affari, che vi aiutasse....
— Gli avete detto!?...
— Non sarete mai buono a nulla.
(— Non sarai mai buono a nulla — echeggiò il Dàimone, ma con minore scandalo).
— E come s'è liberato bene di voi!
Era veramente afflitta.
(— Stai zitto, non facciamoci scorgere troppo — sussurrai al Dàimone che non voleva chetarsi).
Giovanna seguiva il filo di non so quale pensiero. Poi scosse il capo e mi guardò. E concluse con voce consolatoria:
— Troverete di meglio, pazienza. Meno male che ci avete almeno guadagnato un invito a pranzo.
Non volli deluderla. Era una buona figliuola, come tutte le fanciulle che dopo aver tradotto Rimbaud in Valdarno vengono a Milano a studiare il canto. Ora taceva, e per un po' tutto tacque tra noi. Sospettai che la buona figliuola pensasse di dovermi qualche geniale risarcimento per lo scarso esito della mia giornata...
Ma qui si raccontano storie d'affari, cose serie; e non dobbiamo occuparci di frivolezze.