CAPITOLO V.

Buono per Alice che la virtù dell'ampolla magica era giunta al suo apice, e perciò non crebbe di più: ciò non di meno si sentiva molto male in quello stato, e come che non c'era verso d'uscire da quella gabbia, se ne attristò di molto.

"Stava molto meglio a casa mia," pensò la povera Alice, "colà non passava il mio tempoa crescere ed a impiccolire, e ad esser la serva de' sorci e de' conigli. Quasi quasi mi pento d'esser discesa nella Conigliera—eppure—eppure—l'è curiosetto questo genere di vita! Ma, checosamai son'io addiventata? Quando io leggeva le novelle delle fate, credeva che quella sorta di stranezze non potesse mai accadere, ed ora eccomi nel bel mezzo di una di quelle. Si dovrebbe scrivere un libro su queste mie avventure, si dovrebbe, certo! Quando sarò grande ne scriverò uno—ma sono di già grande," soggiunse con mestizia, "e non c'è spazio per crescere di piùquì."

"Ma che," pensò Alice, "non crescerò più negli anni? Da una parte sarebbe un bene—non diventare mai vecchia,—ma quell'imparar sempre le lezioni m'annoierebbe! Oh non mi piacerebbeciò!"

"Ah pazzerella che sei!" rispose Alice a sè stessa. "Come potresti imparare le lezioni, quì? C'è appena spazio per te, come c'entrerebbero i libri?"

E così passava il tempo, ora parlando, ora rispondendo a sè stessa, e facendo una vera conversazione fra Alice ed Alice; ma dopo qualche istante sentì una voce di fuori, e si mise ad ascoltare.

"Marianna! Marianna!" vociava quel tale di fuori; "portami subito i guanti!" E si sentì un calpestìo frettoloso per la scala. Alice pensò che fosse il Coniglio che veniva a sollecitarla a far presto, e tremò tanto da scuoter la casa dalle fondamenta, scordandosi ch'oramai era diventata mille volte più grande del Coniglio, e che non c'era motivo da spiritar di paura.

Il Coniglio giunse all'uscio, e cercò di aprirlo, ma gli era inutile spingere la porta, perchè il gomito d'Alice era puntellato contro. Alice udì che il Coniglio diceva fra sè, "Andrò dietro la casa ed entrerò per la finestra."

"Non ci entrerai!" pensò Alice, ed attese sino a che le parve che il Coniglio fosse sotto la finestra; allora aprì d'un subito la mano come se volesse acchiappare qualche cosa nell'aria. Non afferrònulla, ma sentì uno strillo e il rumore d'una caduta, poi un fracasso di vetri rotti, e capì che il poverino era probabilmente cascato in qualche vetrina da cetrioli o cosa simile.

Poi s'udì una voce rabbiosa—quella del Coniglio:—"Gianni! Gianni! Dove sei?" E rispose una voce ch'ella non avea mai sentita, "Eccomi qua! Stava scavando patate, illustrissimo!"

"Scavando patate!" tuonò furiosamente il Coniglio. "Vieni qua! Aiutami per uscire daquesto!..." (Cricch! si sentì scricchiare il vetro).

"Dimmi Gianni, che mostruosità c'è lassù, alla finestra?"

"Poffare! gli è un braccio, lustrissimo!"

"Un braccio! va via paperone! Chi ne ha mai veduti di quella grossezza? Diamine, riempie tutta la finestra!"

"Gli è proprio così, lustrissimo: ma è un braccio bell'e buono."

"Bene, ma ei non ha niente da fare con la mia finestra; va, portalo via!"

Successe un lungo silenzio, poi Alice sentì un bisbiglio sommesso; e parole come queste, "Davvero, non potrei, lustrissimo; nò, davvero!" "Fa come ti dico, vigliaccone!" allora Alice di nuovo fendette l'aria con la mano minacciando d'acchiappare. Questa volta si udironoduestrilli acuti, e cri, cri, scricchiò di nuovo il vetro. "Quante vetrine da cetrioli vi debbon essere colaggiù!" pensò Alice. "Chi sa che faranno dopo! Quanto al cacciarmi fuori dalla finestra, vorrei chepotesserofarlo! Certo,ionon ho mica voglia di rimaner più quì!"

Aspettò un poco, ma non si sentiva nulla; ecco finalmente avvicinarsi un cigolìo di certe ruote dicarri, e molti che vociavano e parlavano insieme: e sentì che dicevano: "Dov'è l'altra scala?—Ma, io non ne dovea portare che una; Tonio ha l'altra—Dì, Tonio, portala quì, bambino mio!—Là, appoggiatela a quel cantone—No, no, legatele insieme prima—non vedete che non arrivano!—Oh! vi arriveranno, non sarà tanto difficile!—Quà, Tonio, afferra questa fune—Ma reggerà il tetto?—Bada a quella tegola che vacilla!—Ohè, casca giù!—Bada! bada!" (Patatrac!)—"Chi ha fatto ciò?—Gli è Tonio, credo—Chi scenderà pella gola del caminetto?—Iono!—Vuoitu?—No, neppur io!—Tonio dovrà scendervi—Ohè, Tonio, il padrone dice che devi scendere pella gola del caminetto!"

"Bellino!" disse Alice fra sè, "così questo Tonio verrà dal caminetto? Pare che quei signori abbian posto ogni carico sulle spalle del povero Tonio! Non vorrei esser mica ne' suoi panni: questo camino è molto angusto, non v'è dubbio; ma potrò tirarvi qualche calcio,credo!"

E ritirò il piede quanto più potè dal caminetto, ed aspettò sino a che sentì un animaluccio (senzache potesse indovinare a che razza appartenesse) che raschiava e scendeva adagino lunghesso il camino: "Gli è Tonio," disse, e tirò un bel calcio, poi attese ciò che seguirebbe dopo.

La prima cosa che sentì fu un coro di voci che diceva, "Ecco Tonio che vola!" e poi la voce sola del Coniglio che gridava—"Pigliatelo, voi altri che siete vicino alla siepe!" e poi silenzio, e poi una gran confusione di voci—"Sostenetegli il capo—Quà l'acquavite—Nonlo soffocate—Come andò compare? Che cosa ti avvenne? Sù narraci tutto!"

Finalmente s'udì una vocina debole e sibilante ("È Tonio," pensò Alice), "Non saprei che dirvi—Non più, grazie; stò meglio—ma mi sento troppo agitato per raccontarvelo—tutto quel che mi rammento gli è qualche cosa che mi sbalestrò in aria, ed io schizzai via come un razzo!"

"Schizzasti via davvero poveretto!" dissero gli altri.

"Incendiamo la casa!" sclamò il Coniglio, ma Alice gridò subito con quanta voce aveva in gola, "Se fate ciò, vi farò acchiappar tutti da Dina!"

Si fece subito un gran silenzio, e Alice disse fra sè, "Vediamo, cosafarannoora! Se avesser cervello, scoperchierebbero il tetto." Qualche istante dopo cominciarono a muoversi di nuovo e sentì il Coniglio che diceva, "Basterà, una carrettata per cominciare."

"Una carrettatadi che?" disse Alice; ma non restò molto in dubbio, perchè subito una grandine di sassolini cominciò a scoppiettare nella finestra,ed alcuni la colpirono in faccia. "Bisogna finirla," pensò Alice, e gridò, "Fareste bene di non provarvici un'altra volta!" Queste parole produssero un altro silenzio sepolcrale.

Alice osservò con un pò di stupore che i sassolini si convertivano in pasticcini appena toccavano il pavimento, e subito un idea le sfolgorò in mente. "Proviamo a mangiare uno di questi pasticcini," disse, "certo essi produrranno qualche mutamento nella mia statura; e siccome non potranno farmi più grossa di quel che sono, m'impiccoliranno forse."

E mangiò un pasticcino, e si rallegrò di vedersi subito impiccolire. Appena che si sentì piccola abbastanza per uscire dalla porta, scappò dalla casa, e incontrò una folla di animalucci e d'uccelli che aspettavano fuori. La povera Lucertola (era Tonio) stava nel mezzo, sostenuta da due porcellini d'India, che le davano qualche ristoro da una bottiglia. Appena comparve Alice tutti le si avventarono addosso; ma la bimba si mise a correre sino a che si ritrovò sana e salva in una foresta.

"La prima cosa che dovrò fare," pensò Alice, vagando nella foresta, "la è quella di ricrescere e giungere alla mia statura naturale; e la seconda poi sarà di cercare il modo d'entrare in quell'ameno giardino. È questo, mi pare, il miglior piano."

E davvero sembrava un piano eccellente, e imaginato assai per benino; ma la difficoltà stava in ciò ch'ella non sapea da dove rifarsi per metterlo ad effetto; e mentre aguzzava l'occhio fra gli alberi della foresta, un piccolo latrato acuto al di sopra di lei la fece guardare in su presto presto.

Un enorme cucciolo la squadrava con occhi dilatati e rotondi, e allungando una zampa cercava di toccarla. "Poverino!" disse Alice con voce carezzevole, e per allettarlo si provò a dirgli "te', te'!" ma tremava a verghe temendo che fosse affamato, nel qual caso l'avrebbe probabilmente divorata a dispetto di tutte le sue carezze.

Non sapendo che farsi, prese un ramuscello e lo presentò al cagnolino; questo saltò in aria come un razzo, dando fuori un urlo di gioja, e s'avventò alramuscello come se lo volesse sbranare; allora Alice si mise cautamente dietro ad un cardo altissimo per non esser da lui rovesciata; quando si affacciòall'altro lato, vide che il cagnolino s'era avventato nuovamente al ramuscello, ed aveva fatto un capitombolo nella furia d'afferrarlo; ma siccome ad Alice sembrava che era come scherzare con un cavallo di vetturale, così per evitare d'esser calpestata dalle zampe della bestia, fuggì di nuovo dietro al cardo: allora il cagnolino cominciò una serie di cariche verso il ramuscello, correndo ogni volta al di là del segno, e correndo indietro più di quel che gli conveniva, e sempre abbaiando raucamente sino a che s'accoccolò a una breve distanza, anelante, con la lingua penzoloni, e con gli occhioni semichiusi.

Alice colse quell'occasione propizia per scappar via, e fuggì, e corse tanto da perderne affatto il fiato, e sino a che il latrare del cagnolino si perdè nella lontananza.

"Eppure che caro cucciolo era quello!" disse Alice, appoggiandosi a un ranuncolo e facendosi vento con una delle sue foglie: "Oh quanto avrei desiderato d'insegnargli dei giuocolini se—se fossi stata d'una statura adeguata! Oimè! avevoquasi dimenticato che mi convien crescere ancora! Vediamo—comepotreifare? Suppongo che dovrei mangiare o bere qualche cosa; ma quale cosa? quì sta il punto!"

Davvero la gran quistione si aggirava suquale cosa? Alice guardò tutt'intorno, i fiori, l'erba, ma non trovò niente che le paresse adatto a mangiare o bere per quell'occorrenza. C'era però un grosso fungo vicino a lei, press'a poco alto quanto lei, e dopo che l'ebbe osservato di sotto, ai lati, e di dietro, le parve cosa naturale di vedere ciò che v'era di sopra.

Si alzò sulla punta de' piedi, e affacciossi all'orlo del fungo, ed ecco gli occhi suoi s'incontrarono con quelli di un grosso Bruco turchino che se ne stava seduto nel mezzo con le braccia conserte, fumando tranquillamente una lunga pipa turca, non facendo la minima attenzione a lei, nè ad alcun'altra cosa.

CONSIGLI D'UN BRUCO.

Il Bruco ed Alice si guardarono in faccia per qualche istante senza far motto; finalmente il Bruco staccò la pipa di bocca, e le parlò con voce languida e sonnacchiosa.

"Chi sietevoi?" disse il Bruco.

Questa domanda non invitava troppo a una conversazione. Alice rispose con un pò di timidezza, "Davvero io—io non saprei dirlo ora—so almeno chieroquando mi levai questa mattina, ma d'allora in poi temo essere stata scambiata più volte."

"Che cosa mi andate contando?" disse il Bruco con voce austera. "Spiegatevi meglio!"

"Temo non potere spiegarmi," disse Alice, "perchè non sono più me stessa, com'ella vede."

"Io non vedo," rispose il Bruco.

"Temo che non mi sarà dato di spiegarmi più chiaramente," soggiunse Alice con modo assai gentile, "perchè io non so capirla neppur io dopo essere stata mutata di statura tante volte in un giorno, ciò confonde davvero."

"Non è vero," disse il Bruco.

"Bene, forse non se n'è ancora accorto," disse Alice, "ma quando ella sarà mutata in crisalide—e ciò le accadrà un giorno,—e poi diverrà farfalla, ciò le sembrerà un pò strano, non è vero?"

"Niente affatto," rispose il Bruco.

"Eh! forse i suoi sentimenti saranno diversi da' miei," replicò Alice; "ma quanto amemi parrebbe molto strano."

"A voi!" disse il Bruco con disprezzo. "Chi sietevoi?"

E ciò li ricondusse da capo al principio della conversazione. Alice si sentiva irritata alquanto veggendo che il Bruco le rispondevasecco secco, e s'impettorì come una matrona romana, e dissegli gravemente, "Perchè non comincialei, a dirmi chi è?"

"Perchè?" disse il Bruco.

Era quella una domanda imbarazzante; e perchè Alice non sapeva trovare una buona ragione, e il Bruco pareva di cattivo umore, si voltò per andarsene.

"Venite quì!" la richiamò il Bruco. "Ho alcun che d'importante a dirvi."

Quelle parole promettevano qualche cosa: ed Alice ritornò indietro.

"Non andate in collera," disse il Bruco.

"E questo è tutto?" rispose Alice, inghiottendo il suo dispetto.

"Nò," disse il Bruco.

Alice pensò che poteva aspettare, perchè non aveva altro di meglio a fare, e perchè forse il Bruco avrebbe potuto comunicarle alcun che d'importante. Per qualche istante il Bruco pipò senza dir nulla, finalmente spiegò le braccia, staccò la pipa di bocca, e disse, "E così voi credete di essere stata tramutata?"

"Signor mio, ho paura di sì," rispose Alice; "Non posso più rammentarmi bene le cose come una volta—e non posso conservare per dieci minuti la stessa statura!"

"Quali cosenon potete rammentare?" domandò il Bruco.

"Ecco, cercai una volta di ripetere 'Rondinella pellegrina' e m'uscì dalle labbra tutto diverso!" soggiunse Alice assai mestamente.

"Ripetetemi 'Guglielmo, tu sei vecchio,'" disse il Bruco.

Alice incrociò le mani sul petto, e cominciò:—

"Guglielmo! tu sei vecchio,"—gli disse il giovanetto,"Son bianchi i tuoi capelli—e meriti rispetto;Eppur col capo in terra—ti veggo camminare—Ma credi che convenga—a un vecchio un tale andare?""Quand'ero giovanetto"—rispose il Vecchierello,"Credea che questo giuoco—sbalzasse il mio cervello;Ma ormai che son persuaso—che in zucca non ho nulla,Col capo in giù men vado—quando il cervel mi frulla."

"Guglielmo! tu sei vecchio,"—gli disse il giovanetto,"Son bianchi i tuoi capelli—e meriti rispetto;Eppur col capo in terra—ti veggo camminare—Ma credi che convenga—a un vecchio un tale andare?"

"Quand'ero giovanetto"—rispose il Vecchierello,"Credea che questo giuoco—sbalzasse il mio cervello;Ma ormai che son persuaso—che in zucca non ho nulla,Col capo in giù men vado—quando il cervel mi frulla."

"Guglielmo! tu sei vecchio,"—soggiunse il suo figliuolo,"Sei grosso e grasso e tondo—che sembri un cedrïuolo,Eppur fai salti a ruota!—oh dimmi a quale scuolaS'insegna a sfondar l'uscio—con una caprïola?"Rispose il buon Vecchino—"Nella mia giovinezzaStudiai di conservare—al corpo la sveltezza;Virtù di quest'unguento—un franco per vasetto,Ne vuoi comprare un pajo—garbato giovanetto?"

"Guglielmo! tu sei vecchio,"—soggiunse il suo figliuolo,"Sei grosso e grasso e tondo—che sembri un cedrïuolo,Eppur fai salti a ruota!—oh dimmi a quale scuolaS'insegna a sfondar l'uscio—con una caprïola?"

Rispose il buon Vecchino—"Nella mia giovinezzaStudiai di conservare—al corpo la sveltezza;Virtù di quest'unguento—un franco per vasetto,Ne vuoi comprare un pajo—garbato giovanetto?"

"Guglielmo! tu sei vecchio,—e fiacche hai le mascelle,Ed ingollar potresti—brodose minestrelle,Ed hai mangiato un'oca—con l'ossa, e il becco intero?O Babbo, com'hai fatto?—oh spiegami il mistero!""Un dì studiai le leggi"—il Babbo allor gli disse,"Ed ebbi con mia moglie—sempre querele e risse,Ciò dètte alle ganasce—tal forza muscolareChe ormai potrei con l'oca—la moglie divorare."

"Guglielmo! tu sei vecchio,—e fiacche hai le mascelle,Ed ingollar potresti—brodose minestrelle,Ed hai mangiato un'oca—con l'ossa, e il becco intero?O Babbo, com'hai fatto?—oh spiegami il mistero!"

"Un dì studiai le leggi"—il Babbo allor gli disse,"Ed ebbi con mia moglie—sempre querele e risse,Ciò dètte alle ganasce—tal forza muscolareChe ormai potrei con l'oca—la moglie divorare."

"Guglielmo! tu sei vecchio"—riprese il giovanetto,"La vista non ti regge—e sai, ti fa difetto;E porti in equilibrio—sul naso quell'anguilla!Oh quì la tua destrezza—davver si mostra e brilla!""Risposi a tre domande—e ormai ti può bastare;Non rompermi le scatole,—non voglio più parlare;Oh credi che mi piacciano—le sciocche tue questioni?Via, smetti, o per la scala—ti mando ruzzoloni!"

"Guglielmo! tu sei vecchio"—riprese il giovanetto,"La vista non ti regge—e sai, ti fa difetto;E porti in equilibrio—sul naso quell'anguilla!Oh quì la tua destrezza—davver si mostra e brilla!"

"Risposi a tre domande—e ormai ti può bastare;Non rompermi le scatole,—non voglio più parlare;Oh credi che mi piacciano—le sciocche tue questioni?Via, smetti, o per la scala—ti mando ruzzoloni!"

"Non l'avete recitata bene," disse il Bruco.

"Temo di no," rispose timidamente Alice, "certo alcune parole sono scambiate."

"Male dal principio alla fine," disse il Bruco con accento risoluto, e successe un silenzio per qualche minuto.

Il Bruco fu il primo a parlare.

"Di che statura vorreste essere?" domandò.

"Oh non vado tanto pel sottile in quanto alla statura," rispose in fretta Alice; "soltanto non mi piace di mutar tanto spesso, sa."

"Nonsoniente," disse il Bruco.

Alice non fiatò: giammai la poverina era stata tante volte contraddetta, e stava lì lì per scoppiare.

"Siete contenta ora?" domandò il Bruco.

"Nò, davvero, vorrei essere unpocolinopiù grande, se non le dispiacesse," rispose Alice: "si figuri, ho una ben meschina statura, appena tre pollici!"

"L'è una buona statura, cotesta!" disse il Bruco con voce dispettosa, rizzandosi come unfuso mentre parlava (egli era alto tre pollici per l'appuntino).

"Ma io non ci sono abituata!" soggiunse Alice con voce carezzevole e mesta. E poi pensò fra sè: "Vorrei che coteste creaturine non s'offendessero così per nulla!"

"Vi abituerete col tempo," disse il Bruco, e rimettendosi la pipa in bocca, rincominciò a pipare.

Questa volta Alice aspettò pazientemente che egli stesso riappiccicasse il discorso. Passati due o tre minuti, il Bruco levò la pipa di bocca, sbadigliò un poco, e si scosse tutto. Poi discese dal fungo, e andò strisciando nell'erba, dicendo soltanto queste parole "Un lato vi farà crescere di più, e l'altro vi farà diminuire."

"Un lato diche cosa? L'altro lato diche cosa?" pensò Alice fra sè.

"Del fungo," disse il Bruco, come se Alice l'avesse interrogato ad alta voce; e subito disparve.

Alice rimase pensierosa riguardando al fungoe cercando di scoprire quali fossero i due lati di esso; e perchè era tondo come l'O di Giotto, non sapea trovarli. Ciò non di meno allungò quanto potea le braccia per circondare il fungo, e ne ruppe due pezzettini all'orlo con ciascuna delle sue mani.

"Ed ora, quale è l'uno e quale è l'altro?" disse fra sè, e si mise a morsecchiare il pezzettino che aveva alla destra, così per provarne l'effetto, quando si sentì in un attimo un colpo violento sotto il mento; aveva battuto sul piede!

Quel mutamento subitaneo la spaventò moltissimo, ma non c'era tempo a perdere, perchè spariva rapidamente; così si mise subito a morsecchiare l'altro pezzettino. Il suo mento era talmente stretto al piede che a mala pena potette aprir la bocca; finalmente riuscì a inghiottire un bocconcello del pezzettino della mano sinistra.

"Ah! respiro finalmente, la mia testa è libera!" sclamò Alice con gioja, ma tosto la sua allegrezza si mutò in terrore quando si accorse che non potea più trovare le spalle: guardando in giù non potè vedere che un collo lungo, lungo che s'elevava come uno stelo d'in mezzo a un campo di foglie verdeggianti che stavano lungi, sotto a lei.

"Che cosaèmai quel campo verde?" disse Alice. "Edovesono andate le mie spalle? Oh tapina me! come va che non vi veggo più, o mie povere mani?" E andava movendole mentre parlava, ma non sembrava che ne seguisse altro che un piccolo movimento fra le verdi foglie in lontananza.

Non sembrando possibile di portar le mani al capo, cercò di piegare il capo verso le mani, e fu contenta di vedere che il suo collo potea piegarsi e dirigersi dovunque, come un serpente. Era riuscita a curvarlo in giù in forma d'un graziosozigzag, e stava lì lì per tuffarsi fra le foglie, quando si accorse che erano le cime degli alberi sotto i quali s'era smarrita. E sentì un gemito acutoper cui si ritirò indietro in fretta: un grosso colombo era volato verso di lei, e le sbatteva le ali contro la faccia in modo furioso.

"Serpente!" gridò il Colombo.

"Nonsono un serpente, io!" disse Alice, adirata. "Va via!"

"Serpente, dico!" ripetè il Colombo, ma con voce più dimessa, e soggiunse singhiozzando, "Ho cercato tutt'i rimedii, ma nulla m'è giovato!"

"Io non so di che cosa mai tu parli," disse Alice.

"Ho provato le radici degli alberi, ho provato i poggetti, ho provato le siepi," continuò il Colombo senza badare a lei; "ma i serpenti! Oh non c'è modo di contentarli!"

Alice era sempre più meravigliata e confusa, ma pensò ch'era inutile parlare sino a che il Colombo avesse finito.

"Come che fosse poca pena covar le uova," disse il Colombo, "mi abbisogna vegliare a causa dei serpenti, e giorno e notte! Son tre settimane che non ho chiuso un occhio!"

"Mi dispiace di vederti così angosciato!" disse Alice, la quale cominciava a capire il Colombo.

"E giusto quando avevo scelto l'albero più elevato della foresta," continuò il Colombo con un grido disperato, "e mi credea liberato finalmente da loro, ecco che mi piovono giù dal cielo! Ih! Serpentaccio!"

"Ma iononsono un serpente, ripeto!" rispose Alice. "Io sono una—— Io sono una——"

"Bene,chisei tu?" disse il Colombo. "Vedo bene che tu cerchi dei raggiri per ingannarmi!"

"Io—Io sono una ragazzina," rispose Alice, ma quasi dubitando di sè stessa, poichè si rammentava l'innumerevole serie di trasformazioni che avea passate in quel giorno.

"Bella storiella!" disse il Colombo con voce di profondo disprezzo. "Ho veduto molte ragazzine in mia vita, ma niuna con un collo simile. No, no! Tu sei un serpente; e non serve negarlo. Scommetto che mi dirai che non hai mai gustato un uovo!"

"Ma sì chehogustato delle uova," soggiunseAlice, la quale era una bambina assai veridica; "sai pure che le ragazzine mangiano quanto i serpenti!"

"Non ci credo," disse il Colombo; "ma se pure è così, esse sono una razza di serpenti, ecco quello che potrei dire."

Questa idea era così nuova per Alice, che restò muta qualche minuto; il Colombo ne profittò per soggiungere, "Tu vai occhiando le uova,locomprendo; oh che importa a me che tu sia una fanciulla o un serpente?"

"Ma importa moltissimo ame," rispose subito Alice; "pure ora non vado cercando uova; e quando anche ne cercassi non vorrei delle tue; crude non mi piacciono."

"Via dunque da me!" disse brontolando il Colombo, e si accovacciò nel nido. Alice s'appiattò il meglio che potea fra gli alberi, perchè il suo collo s'intralciava fra i rami, e spesso dovea fermarsi per sbrogliarsene. Dopo qualche istante si rammentò che avea tuttavia nelle mani i due pezzettini di fungo, e si mise all'opera con moltaavvedutezza morsecchiando or l'uno or l'altro, e così ora cresceva ed or diminuiva, sinchè riuscì a riavere la sua statura naturale.

Era tanto tempo che non avea più avuto la sua statura naturale, che da prima le parve strano, ma vi si abituò in pochi minuti, e rincominciò a parlare fra sè secondo il solito. "Ecco, sono a metà del mio piano! Sono pure strane tutte queste trasformazioni! Non son mai certa di che addiventerò da un minuto all'altro! Ad ogni modo sono tornata alla mia giusta statura: ora bisognerebbe pensare al modo di penetrare nell'ameno giardino—come potrò farlo, pagherei saperlo!" E così dicendo, giunse senza avvedersene a una piazza che avea nel mezzo una casettina alta quattro piedi circa. "Chiunque sia che vi abiti," pensò Alice, "non converrebbe mai con questa mia statura andare a visitarli così all'improvviso; farei loro una paura terribile!" E rincominciò a morsecchiare il pezzettino che aveva alla man destra, e non osò di avvicinarsi alla casa, se non quando si rimpiccolì tanto che avea nove pollici di altezza.

PORCO E PEPE.

Per qualche istante si mise a guardar la casa, e non sapea che fare, quando ecco un servo in livrea venne frettolosamente dalla foresta—(lo prese per un servitore perchè era in livrea, altrimenti al viso l'avrebbe creduto un pesce),—e picchiò furiosamente all'uscio colle nocche. La porta fu spalancata da un altro servitore in livrea, con una faccia rotonda, e occhi grossi come un ranocchio; ed Alice osservò che entrambi aveano in testa parrucche incipriate ed inanellate. Tutto questo le eccitò la curiosità, e uscì un poco dalla foresta e si mise ad origliare.

Il Pesce-Servo cavò di sotto il braccio un letterone, grande quasi quanto lui, e lo presentò all'altro, dicendo con voce solenne, "Per la Duchessa. Un invito della Regina per giuocare una partita dicroquet." Il Ranocchio-Servo rispose con lo stesso tuono di voce, ma invertendo l'ordine delleparole, "Da parte della Regina. Un invito alla Duchessa per giuocare una partita dicroquet."

Ed entrambi s'inchinarono sino a terra, e le ciocche de' loro capelli s'imbrogliarono insieme.

Alice proruppe in una grossa risata, e dovette internarsi nella foresta per paura di esser sentita; e quando poi tornò ad occhiare, il Pesce-Servo era andato via, e l'altro sedeva a terra press'all'uscio, stralunando stupidamente gli occhi verso il cielo.

Alice si avvicinò timidamente alla porta e picchiò.

"Non giova punto picchiare," disse il Servo, "e ciò per due ragioni. La prima perchè io stò allo stesso lato dell'uscio dov'ella sta; la seconda perchè di dentro stanno facendo un tale strepito che niuno potrebbe sentirla." E davvero sisentivaun gran rumore nel di dentro—un guaire e uno starnutire non mai interrotti, e di tempo in tempo un gran fracasso, come se un piatto o una caldaia andasse a pezzi.

"Di grazia," domandò Alice, "che dovrei fare per entrare?"

"Il suo picchiare riuscirebbe a qualche effetto," continuò il Servo senza badare a lei, "se la porta fosse fra noi due. Per esempio se lei fossedentro, potrebbe picchiare, ed io la farei uscire, capisce." E continuava a guardare il cielo mentre parlava; e ciò pareva proprio scortese ad Alice. "Ma forse non può farne a meno," disse fra sè; "ha gli occhi incastrati sul cranio! Potrebbe però rispondere a qualche domanda—Come potrei fare per entrar dentro?" disse Alice a voce alta.

"Io siederò quì," osservò il Servo, "sino a domani——"

In quell'istante l'uscio della casa si aprì, e un gran piatto volò verso la testa del Servo, e gli sfiorò il naso, poi andò a sfracellarsi contro a un albero ch'era dietro a lui.

"—— o sino a dopo domani, forse," continuò il Servo con la stessa imperturbabilità, come se nulla fosse accaduto.

"Come potrei fare per entrar dentro?" gridò di nuovo Alice, ma con voce più forte.

"Dovràellaentrare?" rispose il Servo. "La è questa la quistione principale."

E avea ragione; soltanto Alice non volea che le fosse fatta quella domanda. "È orribile," mormorò fra sè, "il modo con cui arguiscono coteste bestie. Mi farebbero impazzare!"

Il Servo colse quella propizia opportunità per ripetere l'osservazione con qualche variante: "Io siederò quì, su per giù, per giorni e giorni."

"Ma che cosa debboiofare?" domandò Alice.

"Quel che vuole," rispose il Servo, e si mise a zufolare.

"È inutile di parlar con lui," disse Alice, tutta disperata: "è un idiota spaccato!" E aprì l'uscio ed entrò.

Quell'uscio menava diritto a una cucina spaziosa, da un capo all'altro tutta ripiena di fumo: la Duchessa sedeva nel mezzo sopra uno sgabello a tre piedi, e ninnava un bambino; la cuoca era in faccia al fornello, mestando un calderone che parea pieno di minestra.

"Certo c'è troppo pepe in quella minestra!" disse Alice a sè stessa, non potendo rattenere gli starnuti.

Ma davvero c'era troppo pepe nell'aria. Anche la Duchessa starnutiva qualche volta; e quanto al bimbo non faceva altro che starnutire e strillava a vicenda senza posa. I soli due esseri che non starnutivano nella cucina, erano la Cuoca, e un grosso gatto che stava accoccolatopresso il focolare e ghignando con la bocca, da un orecchio all'altro.

"Mi dica, di grazia," domandò Alice, un po' timidamente, perchè non era certa se fosse buona creanza di cominciare a parlare, "perchè il suo gatto ghigna così?"

"È un Ghignagatto," rispose la Duchessa, "ecco il perchè. Porco!"

Ella pronunziò l'ultima parola con una tale furia che Alice trasalì; ma subito s'accorse che quel titolo era dato al bambino e non già a lei, così si rianimò, e continuò a dire:

"Non sapea che i gatti ghignassero a quel modo: anzi non sapea neppure che i gattipotesseroghignare."

"Tutti lo possono," rispose la Duchessa; "e la maggior parte ghignano."

"Non ne conosco alcuno che faccia il ghigno," replicò Alice con molto rispetto, e contenta ch'era entrata in conversazione.

"Voi non sapete molto," disse la Duchessa; "e questo è quanto!"

Non piacque punto ad Alice quella risposta secca, e pensò di mutar discorso. Mentre cercava un argomento, la cuoca tolse il calderone della minestra dal fuoco, e tosto si mise a gittar tutto ciò che le stava vicino contro alla Duchessa ed al bambino—pria volarono le molle e la paletta; poi un nembo di casseruole, di piatti e di tondi. La Duchessa non se ne dette per intesa nemmeno quando era colpita; e il bimbo guaiva di già tanto forte che non si poteva sapere se i colpi gli facessero male o no.

"Ma faccia attenzione a quel che fa!" gridò Alice, saltando quà e là tutta spaventata. "Addio naso!" continuò a dire, mentre una grossa casseruola volò vicino al naso del mimmo, e poco mancò che nonglieloportasse via.

"Se ognuno badasse alle proprie faccende," sclamò la Duchessa con voce rauca, "il mondo girerebbe più presto di quello che nol fa ora."

"Ciònonsarebbe un bene," disse Alice, lieta di poter far pompa della sua erudizione. "Pensi che confusione farebbe del giorno e della notte!Ella sa che la terra impiega ventiquattro ore per girare intorno al suo asse——"

"A proposito di asce!" gridò la Duchessa, "tagliatele il capo!"

Alice guardò con ansietà la cuoca per vedere se ella ubbidisse al cenno; ma la cuoca era occupata a dimenare la minestra, e non parea che avesse ascoltato, perciò andò innanzi dicendo: "Ventiquattr'ore,credo; o dodici? Io——"

"Oh non mi seccate," disse la Duchessa; "Non ho mai potuto sopportare le cifre!" E rincominciò a cullare il bimbo, cantando una certa Ninna-Nanna, e dandogli una violenta scossa alla fine d'ogni strofa:—

"Parla duro al tuo bambino,Dàgli bòtte se starnuta;Ei guaisce il malandrinoPerchè il pepe mio rifiuta!Ei ci annoia co' suoi lai!"

"Parla duro al tuo bambino,Dàgli bòtte se starnuta;Ei guaisce il malandrinoPerchè il pepe mio rifiuta!Ei ci annoia co' suoi lai!"

(Coro al quale si uniscono la Cuoca e il bimbo):—

"Guai! Guai! Guai! Guai!"

"Guai! Guai! Guai! Guai!"

Mentre la Duchessa cantava la seconda strofa, faceva saltare il bimbo su e giù con molta violenza, e il poverino guaiva tanto che Alice appena potette udire le parole della poesia:—

"Parlo duro al mio bambino,Lo sculaccio se starnuta,Perchè il pepe, il malandrino,Quando ei vuol, non lo rifiuta.Ei ci annoia co' suoi lai!"Coro."Guai! Guai! Guai! Guai!"

"Parlo duro al mio bambino,Lo sculaccio se starnuta,Perchè il pepe, il malandrino,Quando ei vuol, non lo rifiuta.Ei ci annoia co' suoi lai!"

Coro.

"Guai! Guai! Guai! Guai!"

"Tenete! voi ve lo potrete ninnare un poco se v'aggrada!" disse la Duchessa ad Alice, buttandole il bimbo in braccio. "Bisogna ch'io vada a prepararmi per giuocare una partita acroquetcon la Regina," e scappò via. La cuoca le scaraventò addosso una padella, e per poco non la colse.

Alice afferrò il bimbo ma con qualche difficoltà, perchè la era una creaturina molto strana; e le sue mani e i suoi piedi guizzavano verso tutt'i lati, "proprio come quell'animalettomarino che si chiama stella," pensò Alice. Il poverino, quando Alice lo prese, stronfiava come una macchina a vapore, e continuava a contorcersi e a stiracchiarsi, di tal che ella ebbe la maggior pena del mondo per tenerlo.

Quando la fanciulla trovò la maniera di ninnarlo a modo (e ciò consisteva nell'averlo aggruppato bene come un nodo, e afferrato all'orecchio destro e al piede sinistro, per non permettergli di sciogliersi) lo portò all'aria aperta. "Se non porto via questo bambino meco," osservò Alice, "è certo che qualche giorno l'ammazzeranno; non sarei colpevole d'un assassinio se lo abbandonassi?" Ella pronunziò le ultime parole a voce alta, e il poverino si mise a grugnire per risponderle (non starnutiva più allora). "Non grugnire," disse Alice, "non sta bene esprimersi a quel modo."

Il bimbo grugnì di nuovo, e Alice lo guardò con molta ansietà per vedere che avesse. Aveva un naso che s'arricciavatroppo, e non c'era dubbio che rassomigliava più a un grugno che aun naso naturale; e poi gli occhi s'impiccolivano tanto che non pareano occhi di bambino: tutto insieme quell'aspetto non piaceva ad Alice punto, punto. "Forse singhiozzava," pensò ella, e riguardò di nuovo a' suoi occhi per vedere se vi fossero lagrime.

Ma non ce n'erano. "Carino mio, se tu ti trasformi in porcellino," disse Alice seriamente, "non voglio aver più nulla a fare con te. Bada a te dunque!" Il poverino si rimise a singhiozzare (forse grugniva, ma era difficile il distinguere), e andarono innanzi silenziosamente per qualche tempo.

Alice aveva appena cominciato a riflettere, "Che cosa ho da fare di questa creatura quandola porterò a casa?" allorchè grugnì di nuovo, e tanto forte, che tutta spaventata si mise a riguardarla in faccia. Questa voltanonc'era più dubbio; era un porcellino bell'e buono, ed essa fu persuasa che non c'era più ragione di portarlo oltre.

Così depose quella creaturina a terra, e si sentì sollevata quando la vide trottare via quietamente verso la foresta. "Se fosse cresciuto," disse fra sè, "sarebbe stato un bruttissimo ragazzo; ma diventerà, un bellissimo porco, credo." E riandò con la memoria a certi fanciulli che conosceva, i quali potrebbero essere buonissimi porcellini, e stava per dire, "se uno conoscesse il vero modo di mutarli—" quando trasaltò un poco di paura veggendo il Ghignagatto, accoccolato sopra un ramo d'albero, a pochi metri di distanza.

Il Gatto fece soltanto un ghigno quando vide Alice. Sembra di buon umore, pensò; ciò non di meno ha le unghietroppolunghe, ed ha troppi denti, perciò bisognerà trattarlo con molta deferenza.

"Ghignamicio," cominciò a dire con un poco di timidità, perchè non sapeva se gli piacesse quel titolo; ciò non di meno egli non fece altro che ghignare più apertamente. "Via, ci ha piacere," pensò Alice, e continuò, "Vorresti dirmi, quale via dovrei infilare da quì?"

"Ciò dipende molto dal luogo dove vorresti andare," rispose il Gatto.

"Poco importa dove——" disse Alice.

"Allora poco importa di sapere quale via dovresti prendere," soggiunse il Gatto.

"—— purchè giunga aqualche luogo," riprese Alice, come se volesse spiegarsi meglio.

"Oh certo, vi giungerai!" disse il Gatto, "sai il proverbio italiano,'tanto cammina sino che arriva.'"

Alice sentì che quel proverbio non poteva essere contraddetto, e tentò un altra domanda. "Che razza di gente abita in questi dintorni?"

"Dilà," rispose il Gatto, girando la zampa destra, "abita un Cappellaio; e diquà," indicando con l'altra zampa, "abita una Lepre-marzolina.Visita chi vuoi de' due: sono entrambi matti."

"Ma non mi piace d'andare dai matti," osservò Alice.

"Oh, non c'è modo d'uscirne," disse il Gatto: "quì siam tutti matti. Io son matto. Tu sei matta."

"Come sai ch'io sono matta?" domandò Alice.

"Tu devi esserla," disse il Gatto, "altrimenti non saresti venuta quì."

Non parve una ragione sufficiente ad Alice, ma pure continuò: "oh come sai che tu sei matto?"

"Per cominciare," disse il Gatto, "un cane non è matto. Ne convieni?"

"Lo suppongo," rispose Alice.

"Bene," continuò il Gatto, "un cane brontola quando è arrabbiato, ed agita la coda quando è contento. Oraiobrontolo quando son contento, ed agito la coda quando sono arrabbiato. Dunque son matto."

"Io direi far le fusa, e non già brontolare," disse Alice.

"Dì come vuoi," riprese il Gatto. "Vai tu quest'oggi dalla Regina, a giuocare acroquet?"

"Lo desidererei tanto," rispose Alice, "ma non sono stata ancora invitata."

"Mi vedrai da lei," disse il Gatto, e sparì.

Alice non fu sorpresa da tutto questo: si era di già abituata a veder cose strane. Mentre guardava ancora al ramo dov'era stato il Gatto, eccotelo ricomparire di nuovo.

"A proposito, che n'è del bimbo?" disse il Gatto. "Avea dimenticato di domandartene."

"Si mutò in porcellino," rispose Alice senza scomporsi, come che il Gatto fosse riapparito in modo naturale.

"Me l'ero immaginato," disse il Gatto, e sparì di nuovo.

Alice aspettò un poco, mezzo persuasa che riapparisse nuovamente, ma non ricomparve, e pochi istanti dopo si diresse alla via dove abitava la Lepre-marzolina, "Di cappellai ne ho veduti tanti," disse fra sè: "sarà più interessante per me la Lepre-marzolina, e come siamo a Maggio non sarà poi tanto matta da legare—almeno meno matta di quel che l'era nel Marzo." Mentre diceva queste parole, riguardò in alto, ed eccoti di nuovo il Gatto, accoccolato sul ramo d'un albero.


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