"Dicesti porcellino o porcellana?" domandò il Gatto.
"Dissi porcellino," rispose Alice; "ma ti prego di non apparire e disparire come un lampo: mi fai girare il capo!"
"Sta bene," disse il Gatto; e questa volta sparì lentamente; cominciò con la punta della coda, e finì col suo ghigno, e questo restò come una visione sul ramo dopo che tutto era sparito.
"Oh bella! Ho veduto spesso un gatto senza ghigno," osservò Alice, "ma un ghigno senzagatto! È la cosa più curiosa ch'io abbia mai veduta in tutta la mia vita!"
Non si era dilungata di molto quando si trovò in faccia alla dimora della Lepre-marzolina: pensò che quella fosse proprio la casa, perchè le gole dei camini aveano la forma di orecchie, e il tetto era coperto di pelo. La casa era tanto grande che ella non osò di avvicinarvisi se non dopo aver morsecchiato un poco del fungo che avea nella mano sinistra, e crebbe quasi due piedi di altezza: ciò non la liberò dall'ansietà, e mentre si avvicinava timidamente alla porta, diceva fra sè, "E se poi fosse matto furioso! Quasi quasi vorrei essere andata a trovare il Cappellaio!"
UN TÈ DI MATTI.
Sotto un albero in faccia alla casa c'era una tavola apparecchiata, e vi prendevano il tè la Lepre-marzolina e il Cappellaio: un Ghiro che dormiva profondamente stava fra loro, ed essi se ne servivano come se fosse un guanciale, appoggiando i gomiti su lui e discorrendo sopra il suo capo. "Che disturbo pel Ghiro," pensò Alice, "ma siccome dorme, m'immagino che non ci farà attenzione."
La tavola era spaziosa, pure i tre stavano aggruppati insieme a un angolo: "Non c'è posto! Non c'è posto!" gridarono, quando videro che Alice si avvicinava. "C'èmoltoposto!" disse Alice, sdegnosa, e si mise a sedere in un comodissimo seggiolone che stava ad una delle estremità della tavola.
"Vuole del vino?" disse la Lepre-marzolina con modo attraente.
Alice guardò sulla tavola, e vide che non c'era altro che tè. "Non vedo vino," osservò essa.
"Non ce n'è punto," replicò la Lepre-marzolina.
"Ma allora non è cortese, invitandomi a bere quel che non ha," disse Alice sdegnosamente.
"Come non fu punto civile da parte sua di sedersi quì senz'essere invitata," osservò la Lepre-marzolina.
"Non sapea che la tavola appartenesse alei" rispose Alice, "è apparecchiata per più di tre."
"Dovrebbe farsi tagliare i capelli," disse il Cappellaio. Egli aveva osservato Alice per qualche istante, e con molta curiosità, e furon quelle le prime parole che profferì.
"Ella non dovrebbe fare osservazioni chesanno di personalità," disse Alice un po' severa: "ciò è molto sconvenevole."
Il Cappellaio spalancò enormemente gli occhi udendo quelle parole; madissesoltanto, "Perchè un corvo è simile a un coccodrillo?"
"Via! Ora sì che ci divertiremo!" pensò Alice. "Sono contenta che hanno cominciato a proporre degl'indovinelli—credo di potere indovinarlo," soggiunse ad alta voce.
"Intende dire che potrà trovare la risposta?" domandò la Lepre-marzolina.
"Sicuramente," rispose Alice.
"Ebbene dica quel che intende," disse la Lepre-marzolina.
"Ecco," riprese Alice, in fretta; "almeno—almeno intendo quel che dico—e ciò vale lo stesso, capite."
"Niente affatto lo stesso!" disse il Cappellaio. Sarebbe come dire, "'Veggo quel che mangio' è lo stesso di 'Mangio quel che veggo?'"
"Sarebbe come dire," soggiunse la Lepre-marzolina. "'Mi piace ciò che prendo,' è lo stesso che 'Prendo quel che mi piace?'"
"Sarebbe come dire," aggiunse il Ghiro che parea parlasse nel sonno, "'respiro quando dormo' è lo stesso che 'dormo quando respiro?'"
"Elostesso per voi," disse il Cappellaio, e quì la conversazione cadde, e tutti sedettero muti per poco tempo, mentre Alice cercò di ricordarsi tutto quel che sapea su' corvi e su' coccodrilli, ma non era molto.
Il Cappellaio fu il primo a rompere il silenzio. "Che giorno del mese abbiamo?" disse, volgendosi ad Alice, mentre prendeva l'oriuolo dal taschino, e lo guardava con un certo turbamento, scuotendolo di tempo in tempo, e appoggiandolo all'orecchio.
Alice pensò un poco, e rispose, "Li quattro del mese."
"Ritarda di due giorni!" osservò sospirando il Cappellaio. "Te lo dissi che il burro non avrebbe giovato al movimento!" soggiunse, guardando rabbiosamente la Lepre-marzolina.
"Era delmigliorburro," rispose sommessamente la Lepre-marzolina.
"Sì, ma devono esserci entrate anche delle miche di pane," borbottò il Cappellaio: "non dovevi metterlo dentro col coltello del pane."
La Lepre-marzolina prese l'oriuolo e lo guardò mestamente: poi lo tuffò nella sua tazza di tè e lo guardò di nuovo: ma non potette far altro che ripetere l'osservazione fatta pur dianzi: "Era delmigliorburro che si potesse avere, sapete."
Alice intanto lo guardava, con un poco di curiosità, di sopra le spalle, e disse, "Che curioso oriuolo! Indica i giorni del mese, e non già le ore del giorno!"
"Perchè no?" sclamò il Cappellaio. "Che forse ilsuooriuolo le dice in che anno viviamo?"
"No davvero," si affrettò a rispondere Alice, "perchè l'oriuolo segna lo stesso anno per molto tempo."
"Ciò che appunto accade almio," rispose il Cappellaio.
Alice provò un momento di grave imbarazzo. Le parea che l'osservazione del Cappellaio non avesse senso di sorta, eppure parlava correttamente. "Non la comprendo bene," disse con molta delicatezza.
"Il Ghiro è tornato a dormire," disse il Cappellaio, e gli versò un poco di tè scottante sul naso.
Il Ghiro scosse il capo con un moto d'impazienza, e senza aprir gli occhi, disse, "Già! Già! Appunto quello che stavo per dire."
"Ha ancora indovinato l'indovinello?" disse il Cappellaio, rivolgendosi ad Alice.
"Mi dò per vinta," rispose Alice: "Quale è la risposta?"
"Non ne ho la minima idea," rispose il Cappellaio.
"Neppure io," disse la Lepre-marzolina.
Alice sospirò dalla noia e disse: "Ma credo che sarebbe bene di passar meglio il tempo, che perderne, proponendo indovinelli che non hanno senso."
"Se lei conoscesse il Tempo come lo conosco io," rispose il Cappellaio, "non direbbe che noi ne perdiamo. Non si tratta di me, ma di lui."
"Non so che ella si dica," osservò Alice.
"Sicuro, nol sa!" disse il Cappellaio, scuotendo il capo con un'aria di disprezzo. "Scommetto che lei non ha mai parlato col tempo!"
"Forse no," rispose prudentemente Alice; "ma so che debbo battere il tempo quando imparo la musica."
"Ah! e questo spiega tutto," disse il Cappellaio. "Ei non vuol essere battuto. Se lei non si bisticciasse con lui, egli farebbe dell'oriuolo ciò che ella vuole. Per esempio, supponga che sieno le nove della mattina, ch'è l'ora per le lezioni: basterebbe ch'ella bisbigliasse una parolina al Tempo, e subito girerebbe la lancetta! Il tocco e mezzo, l'ora del desinare!"
("Vorrei che fosse," bisbigliò la Lepre-marzolina.)
"Sarebbe magnifica, davvero," disse Alice, pensierosa: "ma non avrei fame a quell'ora, capisce."
"Da principio forse, nò," riprese il Cappellaio: "ma lei potrebbe fermarlo sul tocco e mezzo, quando vorrebbe."
"Edellafa così?" domandò Alice.
Il Cappellaio scosse la testa mestamente e rispose. "Io no! Ci siamo bisticciati nello scorso marzo—— proprio quandoeglidivenne matto——" (ed indicò col cucchiaino la Lepre-marzolina), "——già, fu al gran concerto dato dalla Regina di Cuori:—ivi dovetti cantare:
'Tu che al ciel spiegasti l'aleO mia testa Soppressata!'"
'Tu che al ciel spiegasti l'aleO mia testa Soppressata!'"
"Conosce lei quest'aria?"
"Ho sentito qualche cosa che le rassomiglia," rispose Alice.
"La va di questo verso," continuò il Cappellaio:—
"'Ti rivolgi a me, fettata,Teco il pane aggiungerò!'"
"'Ti rivolgi a me, fettata,Teco il pane aggiungerò!'"
Giunto quì, il Ghiro si dette una scossetta, ecominciò a cantare in mezzo al sonno "Teco il pane; teco il pane aggiungerò——" e via, via andò innanzi, sino a che gli si dovettero dare de' pizzicotti per farlo tacere.
"Ebbene, aveva appena finito di cantare la prima quartina," disse il Cappellaio, "che la Regina proruppe furiosa, 'Egli sta assassinando il tempo! Tagliategli il capo!'"
"Terribilmente feroce!" sclamò Alice.
"D'allora in poi," continuò mestamente il Cappellaio, "non ha voluto più far quel che io gli chiedo! Segna sempre le sei."
Un'idea luminosa colpì Alice, e domandò: "È questa forse la ragione per cui vi sono tante tazze apparecchiate?"
"Proprio così," rispose il Cappellaio, con un sospiro: "è sempre l'ora del tè, e non abbiamo mai tempo di risciaquare le tazze."
"E così, andate girando sempre intorno, nei frattempi?" disse Alice.
"Proprio così," replicò il Cappellaio: "a misura che le tazze hanno servito."
"Ma come fate quando venite a ricominciare da capo?" Alice ardì domandare.
"Se mutassimo il discorso," disse, sbadigliando, la Lepre-marzolina. "Cotesto costì mi secca mortalmente. Vorrei che la Signorina ci raccontasse una storiella."
"Temo di non saper contarne alcuna," rispose Alice un poco intimorita.
"Allora il Ghiro ce ne dirà una!" gridarono entrambi. "Risvegliati, Ghiro!" E lo punzecchiarono da' due lati.
Il Ghiro aprì lentamente gli occhi, e disse con voce debole e rauca, "Non dormiva, io! Non m'è scappata neppure una parola di quello che dicevate."
"Raccontaci una novella!" disse la Lepre-marzolina.
"Di grazia, ce ne dica una!" supplicò Alice.
"E fa' presto," soggiunse il Cappellaio, "se no ti raddormenterai prima di finirla."
"C'erano una volta tre sorelle," cominciò in gran fretta il Ghiro, "e si chiamavano Elce, Clelia e Tilla; e dimoravano nel fondo d'un pozzo——"
"Che cosa mangiavano?" domandò Alice, la quale prendeva sempre un vivo interesse nelle quistioni di mangiare e bere.
"Mangiavano melazzo," rispose il Ghiro, dopo d'averci pensato su qualche istante.
"Ma non lo potevano," osservò Alice, con garbo; "sarebbero cadute ammalate."
"Lo erano, di fatto," rispose il Ghiro, "moltoammalate."
Alice cercò di figurarsi quella strana maniera di vivere, ma ne restò confusa, e continuò: "Ma perchè vivevano nel fondo d'un pozzo?"
"Prenda un po' più di tè," disse la Lepre-marzolina, con molta premura.
"Non ho preso ancora nulla," rispose Alice, tutta offesa, "così non posso prenderne di più."
"Vuoi dire che non ne può prendermeno," disse il Cappellaio: "è molto più facile prenderepiùche nulla."
"Niuno ha domandato ilsuoparere," soggiunse Alice.
"Chi è che fa ora delle questioni personali?" domandò il Cappellaio con aria di trionfo.
Alice non seppe bene che rispondere, ma preso una tazza di tè con pane e burro, e rivolgendosi al Ghiro, gli domandò di nuovo: "Perchè vivevano nel fondo del pozzo?"
Il Ghiro si mise a riflettere un poco, e rispose, "Era un pozzo di melazzo."
"Ma non s'è udito mai una cosa simile!" interruppe Alice con voce sdegnosa; ma la Lepre-marzolina e il Cappellaio vociarono "St! st!" e il Ghiro continuò con voce burbera, "Se non ha creanza, finisca la novelletta da sè."
"Nò, la prego di continuare!" disse Alice molto umilmente: "Non la interromperò più. Forse ce ne saràunodi quei pozzi."
"Uno, eh via!" rispose il Ghiro sdegnosamente. Ciò non di meno, pregato, continuò: "E quelle tre sorelle—imparavano a trarne——"
"Che cosa traevano?" domandò Alice, dimenticando che avea promesso di zittire.
"Del melazzo," rispose il Ghiro, senza riflettere punto questa volta.
"Ho bisogno d'una tazza pulita," interruppe il Cappellaio; "avanziamo tutti d'un posto avanti!"
E mentre parlava, si mosse, e il Ghiro lo seguì: la Lepre-marzolina occupò il posto del Ghiro, e Alice prese, contro voglia, il posto della Lepre-marzolina. Il solo Cappellaio profittò di quel mutamento: e Alice si trovò peggio di prima, perchè la Lepre-marzolina avea rovesciato il bricco del latte nel suo tondo.
Alice non voleva offender di nuovo il Ghiro, e disse con molta delicatezza: "Non capisco bene. Da dove traevano il melazzo?"
"Ella sa trarre l'acqua dal pozzo d'acqua, non è vero?" disse il Cappellaio; "ebbene si può così trarre melazzo da un pozzo di melazzo—eh! stupidina!"
Questa risposta accrebbe talmente la confusione d'Alice, che ella permise al Ghiro di continuare, senza interromperlo più.
"Imparavano a trarre," continuò il Ghiro, sbadigliando e stropicciandosi gli occhi, perchè moriva di sonno; "e traevano cose d'ogni genere—— tutto quel che comincia con una T——"
"Perchè con una T?" domandò Alice.
"Perchè no?" gridò la Lepre-marzolina.
Alice zittì.
Il Ghiro intanto avea chiusi gli occhi, e cominciava un sonnellino; ma punzecchiato dal Cappellaio, si risvegliò con un gemito, e continuò: "——che comincia con una T, come una Trappola, un Topo, una Topaja, un Troppo—già, ella dice 'il troppo stroppia '—oh, non ha mai veduto il ritratto d'un 'troppo stroppia'?"
"Veramente, ora che lei mi domanda," disse Alice, molto confusa, "non so——"
"Allora non parli," disse il Cappellaio.
Questa sgarbatezza urtò la sensibilità di Alice: si alzò assai sdegnata e uscì fuori; il Ghiro si addormentò in un attimo e niuno degli altri due notò che Alice era uscita, benchè ella si fosse rivoltata indietro una o due volte, con unamezza speranza che la richiamassero: però l'ultima volta vide che le due birbe cercavano di tuffare il Ghiro nel vaso da tè.
"Mai piùcitornerò," disse Alice internandosi nella foresta. "È la più stupida società in mezzo a cui io mi sia trovata!"
Mentre parlava così, osservò che un albero aveva un uscio pel quale s'entrava proprio dentro. "Oh ciò è molto curioso!" pensò Alice. "Ma ogni cosa oggi è curiosa. Credo che farò bene ad entrare." Ed entrò.
Si trovò di nuovo nel lungo salone, e presso al tavolino di cristallo. "Questa volta farò meglio," disse fra sè, e prese la chiavettina d'oro ed aprì l'uscio che conduceva al giardino. Poi si mise a morsecchiare il fungo (ne avea conservato un pezzettino nella tasca), sino a che ebbe un piede d'altezza o giù di lì: traversò il piccolo andito: epoi—si ritrovò finalmente nell'ameno giardino in mezzo ad aiuole lussureggianti di fiori, ed a fontane fresche.
IL CROQUET DELLA REGINA.
Un magnifico rosajo stava vicino all'ingresso del giardino: le sue rose erano bianche, ma tre giardinieri che gli stavano d'intorno erano occupati a colorirle di rosso. Davvero, è curioso! pensò Alice, e si avvicinò per osservarli, e quando vi fu presso sentì che uno di loro diceva, "Fa attenzione, Cinque! Non mi schizzare con le tue pennellate!"
"Non ho potuto farne di meno," rispose Cinque, con tuono burbero; "Sette mi ha urtato il gomito."
Sette lo guardò e disse, "Ma bene! Cinque incolpa sempre gli altri!"
"Tufaresti meglio di zittire!" disse Cinque. "Non più tardi di ieri, sentii che la Regina diceva che tu meriteresti d'essere decollato!"
"Perchè?" domandò il primo che avea parlato.
"Ciò non preme ate, Due!" ripose Sette.
"Glipreme, certo!" disse Cinque, "e gliel dirò io—perchè portasti al cuoco bulbi di tulipano invece di cipolle."
Sette scaraventò lontano il suo pennello e stava lì lì per dire, "In mezzo a tutte le cose le più ingiuste——" quando s'accorse d'Alice che li osservava, e divorò il resto della frase: gli altri laguardarono del pari e le fecero tutti una profonda riverenza.
"Mi direste," domandò Alice, ma timidamente, "perchè state colorendo quelle rose?"
Cinque e Sette non risposero, ma guardarono Due. Due disse allora con voce bassa, "Gli è perchè, codesto costì doveva essere un rosajo di roserosse, e noi per isbaglio ne abbiam piantato uno che dà rose bianche; or se la Regina se ne avvedesse, a tutti le teste sarebbero tagliate. Così, Signorina, facciamo il meglio per riparare pria che venga a——" In quell'istante, Cinque che guardava attorno con ansietà, gridò "La Regina! La Regina!" e i tre giardinieri si misero subito con la faccia per terra. Si sentì un grande scalpiccío, e Alice si mise a guardare per veder la Regina.
Prima comparvero dieci soldati armati di bastoni: erano conformati come i tre giardinieri, bislunghi e piatti, con le mani e i piedi agli angoli: seguivano dieci cortigiani, tutti sfolgoranti di diamanti; andavano a due a due, come isoldati. Venivano poi i principini reali; erano dieci, divisi a coppie e tenendosi per la mano,—andavano innanzi quegli amorini saltando come matti: erano ornati di cuori. Poi sfilavano gl'invitati, la maggior parte Re e Regine, e fra loro Alice riconobbe il Coniglio bianco; discorreva con una fretta nervosa, facendo bocca da ridere a chiunque gli parlava, e passò oltre senza punto badare ad Alice. Seguiva il Fante di Cuori, portando la Corona Reale sopra un cuscino di velluto rosso; e finalmente venivano IL RE E LA REGINA DI CUORI.
Alice non sapea se dovesse cadere a faccia per terra come i tre giardinieri, ma non potè ricordarsi che ci fosse un tal cerimoniale nelle processioni regie; "e poi, a che servirebbero coteste processioni," riflette fra sè, "se tutti dovessero stare a faccia per terra, e niuno potesse vederle?" Così restò dov'era, ed aspettò.
Allorchè la processione giunse vicina ad Alice, tutti si fermarono e la guardarono; e la Regina gridò con cipiglio severo, "Chiè costei?" e si rivolse al Fante di Cuori, il quale rispose con un risolino e una riverenza.
"Imbecille!" disse la Regina, e impaziente, scosse il capo; indi rivolgendosi ad Alice, continuò a dire, "Come ti chiami fanciulla?"
"Maestà, mi chiamo Alice," rispose la fanciulla con molta garbatezza, ma soggiunse a sè stessa, "Non è che un mazzo di carte soltanto. Non c'è da aver paura di costoro!"
"E chi sonocotestoro?" domandò la Regina, indicando i tre giardinieri che baciavano la polvere intorno al rosajo; perchè, capite, siccome giacevano sulle lor faccie, e il disegno del loro di dietro rassomigliava a quello del resto del mazzo, non sapea discernere se fossero giardinieri, o soldati, o cortigiani, o tre de' suoi proprii figli.
"Come volete ch'iolo sappia," rispose Alice, che si meravigliava del suo proprio coraggio. "Ciò nonmispetta."
La Regina diventò di fiamma per la rabbia, dopo d'averla fissata ferocemente come unabestia selvaggia, gridò, "Tagliatele il capo! subito——"
"Eh, via!" rispose Alice a voce alta e con fermezza, e la Regina si tacque.
Il Re appoggiò la mano sul braccio della Regina, e disse timidamente, "Cara mia, riflettici bene su: la è una bambina!"
La Regina gli voltò le spalle con viso irato, e disse al Fante, "Rivoltateli!"
Il Fante ubbidì, e con un piede li rivoltò cautamente.
"Levatevi!" urlò la Regina, e i tre giardinieri si alzarono immediatamente, e s'inchinarono davanti al Re, alla Regina, ai figli reali, e a tutti gli altri.
"Basta!" sclamò la Regina. "Mi fate girare il capo." E guardando al rosajo, continuò, "Che cosaavete fattoal rosajo?"
"Con la buona grazia della Maestà vostra," rispose Due, con voce umile, e piegando il ginocchio a terra, "noi volevamo——"
"Lo vedo!" disse la Regina, che avea già osservate le rose. "Tagliate loro il capo!" e la processione reale si mosse, lasciando indietro tre soldati per mozzare il capo agli sventurati giardinieri, che corsero ad Alice per esser da lei protetti.
"Non vi decapiteranno!" disse Alice, e li mise in un grosso vaso da fiori che stava vicino a lei. I tre soldati vagarono quà e là per qualche istante, in cerca di loro, e poi quietamente seguirono la processione reale.
"Avete loro recisa la testa?" gridò la Regina.
"Maestà, le loro teste non sono più!" risposero i soldati.
"Bene!" gridò la Regina. "Sapete giuocare acroquet?"
I soldati zittirono, e guardarono Alice, credendo che la domanda fosse rivolta a lei.
"Sì!" gridò Alice.
"Avvicinatevi dunque!" urlò la Regina, ed Alice raggiunse la processione, curiosa di sapere ciò che avverrebbe in seguito.
"Fa—fa bel tempo!" disse una timida vocettina presso a lei. Vide che ella camminava a canto del Coniglio bianco, che la stava occhiando, affissandola in faccia con un certofareinquieto e timoroso.
"Bellissimo," rispose Alice: "dov'è la Duchessa?"
"St! st!" disse il Coniglio a voce bassa, e parlando in fretta. Riguardò ansiosamente intorno a lui, ed alzandosi sulla punta de' piedi, bisbigliò all'orecchio della fanciulla, "Èsotto sentenza di morte."
"Per quale peccato?" domandò Alice.
"Avete detto 'Che peccato!'?" disse il Coniglio.
"Ma no," rispose Alice: "Non credo punto che sia peccato. Dissi 'Perquale peccato?'"
"Ha schiaffeggiata la Regina——" cominciò il Coniglio. Alice scoppiò in una grossa risata. "St!" bisbigliò il Coniglio tutto tremante, "La Regina vi potrebbe sentire! Vedete, essa è venuta un pò tardi, e la Regina ha detto——"
"Ai vostri posti!" gridò la Regina con voce tuonante, e gl'invitati cominciarono a correre verso tutte le direzioni, rovesciandosi gli uni sugli altri: finalmente poterono mettersi in un certo ordine, e poi cominciò il giuoco.
Alice osservò che mai in sua vita non avea veduto un terreno più curioso per giuocare il Croquet; era tutto a solchi e zolle; le palle erano ricci, i mazzapicchi erano fenicònteri viventi, e gli archi erano soldati viventi, curvati e reggentisi sulle mani e su' piedi.
La prima difficoltà stava in ciò che Alice non sapea come maneggiare il suo fenicòntero; riuscì a tenerselo bene avviluppato sotto il braccio, con le gambe penzoloni, ma quando gli allungava il collo, e si preparava a picchiare il riccio con la testa, il fenicòntero girava il capo e poi si metteva a guardarla in faccia con una espressione tanto stupefatta che ella non poteva far di meno di scoppiare dalle risa: e quando gliabbassava di nuovo il collo, e si accingeva a ricominciare, ecco il riccio si erasricciato, e andava via: oltre a ciò e era sempre una zolla o un solco là dove voleva sbalzare il riccio, e siccome i soldati si alzavano sempre e vagavano quà e là, Alice si persuase che quello era un giuoco disperatamente difficile.
I giuocatori giuocavano tutti insieme senza aspettare la loro volta, litigando sempre e picchiandosi a causa de' ricci; di tal che la Regina ne diventò furiosa, e andava quà e là battendo il piede e vociando ad ogni istante, "Mozzategli il capo!" oppure "Mozzatele il capo!"
Alice cominciò a sentire un pò d'ansietà: è vero che non avea contrastata con la Regina, ma ciò poteva accadere ad ogni momento, e pensò "che cosa ne sarà di me? Quì hanno un gusto matto a mozzar teste; è una meraviglia se ve ne sia alcuno che abbia ancora il capo sul collo!"
E studiava il modo di scappar via, senza esser veduta, quando osservò un'apparizione curiosa nell'aria; prima ne restò sorpresa, ma dopoaverla riguardata un poco, vide un ghigno, e disse fra sè, "È Ghignagatto: ora avrò qualcheduno con cui discorrere."
"Come va il giuoco?" disse il Gatto, appena ch'ebbe tanta bocca per cominciare a parlare.
Alice aspettò che gli occhi apparissero, e poi gli fè cenno col capo. "È inutile parlargli," pensò fra sè, "aspettiamo che almeno gli orecchi appariscano, almeno uno." Immediatamente apparve tutta la testa, e Alice depose il suo fenicòntero, e cominciò a raccontare come andava il giuoco, lieta che uno le prestasse attenzione. Il Gatto intanto dopo aver fatto mostra della sua testa, pensò bene a non mostrare il resto del suo corpo.
"Non credo che giuochino lealmente," disse Alice, lagnandosi, "contrastano fra loro furiosamente e non si può sentire neppure la propria voce—non hanno ordine nel giuoco; e se ve n'è, niuno lo segue—e non potete credere che confusione c'è, perchè quì tutto èvivente: per esempio, ecco l'arco ch'io dovrei traversare, ma mi scappa via all'altra estremità del terreno,—e avrei dovuto farecroquetcol riccio della Regina, ma m'è fuggito via appena vide il mio!"
"Come vi piace la Regina?" domandò il Gatto a voce bassa.
"Punto, punto!" rispose Alice: "la è tanto——" Ma s'accorse che la Regina le stava vicino, origliando, e continuò, "—abile nel giuocare e vincere, ch'è inutile di finire la partita."
La Regina sorrise, e andò altrove.
"Conchiparlate voi?" domandò il Re, che s'eraavvicinatoad Alice, ed osservava la testa del Gatto con molta curiosità.
"È un amico mio—un Ghignagatto," disse Alice, "vorrei presentarlo a Vostra Maestà."
"Non mi piace punto il ceffo che ha," rispose il Re; "ma può baciarmi la mano, sevuole."
"Non ne ho punto voglia," osservò il Gatto.
"Non siate impertinente," disse il Re, "e non mi guardate a quel modo." E mentre parlava si nascondeva dietro ad Alice.
"Un gatto può guardare un Re," osservò Alice, "l'ho letto in qualche libro, ma non ricordo quale."
"Bene, ma bisogna cacciarlo via," disse il Re con voce autorevole, e chiamò la Regina che passava colà in quel momento, "Cara mia! Vorrei che quel gatto fosse cacciato via!"
La Regina conosceva una sola maniera per appianare tutte le difficoltà, grandi o piccole che fossero, e perciò senza neppure guardare intorno, gridò, "Mozzategli il capo!"
"Andrò io stesso a cercare il boja," disse il Re, e andò via frettolosamente.
Alice pensò che sarebbe bene d'andare a vedere come il giuoco progrediva, tanto più che sentì da lontano la voce della Regina che urlava con ira. Ella avea di già sentito che avea condannato nel capo tre giuocatoriche avevano mancato alla loro volta; tutto ciò non le piaceva, perchè il giuoco era caduto in tale confusione che ella non sapea più se la sua volta fosse venuta o no. Andò dunque in cerca del suo riccio.
Il riccio stava allora battagliando contro un altro riccio, ciò sembrò ad Alice una occasione propizia, per battere acroquetl'uno con l'altro di loro: ma v'era una difficoltà, il suo fenicòntero era andato all'altro lato del giardino, e Alice lo vide che si sforzava inutilmente di volare sopra un albero.
Quando le riuscì di afferrare il fenicòntero e lo ricondusse sul terreno, il combattimento era finito, e i due ricci s'erano allontanati: "importa poco," pensò Alice, "poichè tutti gli archi se ne sono iti all'altro lato del terreno." E se lo acconciò per benino sotto l'ascella, acciocchè non scappasse più, e ritornò al micio per riappiccicar con lui il discorso.
Ma con sua sorpresa trovò una folla immensa intorno al Ghignagatto: il Re, la Regina, e ilboja vociavano tutti e tre insieme, e gli altri erano silenziosi e malinconici.
Appena Alice apparve, i tre si appellarono a lei per risolvere la quistione, e le ripeterono i loro argomenti, parlando tutti a una volta, così che era difficile per lei d'intendere che volessero dire.
L'argomento del boja era che: non poteva tagliare una testa se non ci fosse un corpo da cui mozzarla; che non avea mai avuto a fare una cosa simile innanzi, e che non voleva cominciare a farne a quell'età.
L'argomento del Re era che: ogni essere che ha una testa può essere decapitato, e il boja non dovea dir sciocchezze.
L'argomento della Regina era che: se non si faceva presto avrebbe ordinato che tutti quelli che la circondavano fossero decapitati. (Era questa l'osservazione che avea dato a tutti quell'aria grave e piena d'ansietà.)
Alice non seppe trovar altro a dire che, "Il gatto appartiene alla Duchessa: fareste bene di consultarleisu di ciò."
"Ella è in prigione," disse la Regina al boja: "Conducetela quì." E il boja andò via come una saetta.
Appena il boja sparì, la testa del Gatto andòdileguandosi, e quando ritornò con la Duchessa, era sparita totalmente: il Re e il boja corsero quà e là all'impazzata per ritrovarla, mentre gl'invitati ritornarono a giuocare.
STORIA DELLA FALSA-TESTUGGINE.
"Non potete credere quanto son lieta di ritrovarvi, bambina mia!" disse la Duchessa, mettendo amichevolmente il suo braccio in quello di Alice, e camminando insieme.
Alice era lieta di rivederla in tale buon umore, e pensò che forse era il pepe che l'avea resa tanto irritabile quando la vide in cucina. "AllorchèsaròDuchessa," disse fra sè (ma senza troppo sperarlo), "non voglio averpuntopepe nella mia cucina. La minestra è buona anche senza. Chi sa che non sia il pepe che rende la gente cotanto piccosa?" continuò tutta lieta d'averscoperta una specie di nuova teoria, "è l'aceto che la rende aspra—è la camomilla che la rende amara—e sono i confetti e cose simili che addolciscono il carattere de' bambini. Vorrei che si conoscesseciò; le persone non sarebbero tanto tirchie a darcene——"
E così discorrendo avea quasi dimenticata la Duchessa, e trasaltò quando si udì dire all'orecchio. "Cara mia, voi avete la testa ad altro, e dimenticate di parlare con me. Non potrei dirvene ora la morale, ma me ne ricorderòfrabreve."
"Forse non ne ha," osservò cautamente Alice.
"Che, che, bimba!" disse la Duchessa. "Ogni cosa ha la sua morale, purchè voi la possiate trovare." E si strinse più presso ad Alice mentre parlava.
Ad Alice non piacque l'esser così stretta con lei, primo perchè la Duchessa erabruttissima, secondo, perchè per la sua altezza ella appoggiava il mento sulla spalla d'Alice, ora quel mento eraspiacevolmente acuto! Ma pure non volle essere scortese, e sopportò quella noja come meglio potè.
"Il giuoco va meglio ora," disse così per alimentare la conversazione.
"Eh sì," rispose la Duchessa: "e questa n'è la morale:—
"È amore—è amore—è il pazzeron d'amoreChe fa girare il mondo,—ed il mio cuore!"
"È amore—è amore—è il pazzeron d'amoreChe fa girare il mondo,—ed il mio cuore!"
"Ma qualcheduno ha detto invece," bisbigliò Alice, "se ognuno badasse alle proprie faccende il mondo girerebbe meglio."
"Bene! L'una vale l'altra," disse la Duchessa, e mentre conficcava il suo mento acuto nelle spalle d'Alice, continuò, "e la morale diciòla è questa—'Guardate alfranco; gli spiccioli si guarderanno da sè.'"
"Come si diletta a trovar la morale in ogni cosa!" pensò Alice.
"Scommetto che siete sorpresa perchè nonvi cingo la vita col mio braccio," disse la Duchessa dopo qualche istante, "ma gli è perchè non so che razza d'umore abbia il vostro fenicòntero. Facciamo la prova?"
"Potrebbe mordervi," rispose Alice, che non ne voleva di quelli esperimenti.
"È vero," disse la Duchessa: "i fenicònteri e la senape pizzicano entrambi, e la morale è questa—'Chi si rassembra s'assembra.'"
"Ma la senape non è un uccello," osservò Alice.
"Bene, come sempre," disse la Duchessa: "voi dite ogni cosa assai benino!"
"È un minerale,credo," disse Alice.
"Certo," rispose la Duchessa, che pareva desiderasse d'acconsentire a tutte le cose che diceva Alice; "quì vicino c'è una grande miniera di senape. E la morale di ciò è questa—'La miniera è la maniera Di gabbar la gente intiera.'"
"Oh lo so!" sclamò Alice, che non aveva badato alle parole della Duchessa, "è un vegetale. Non ne ha l'apparenza, ma lo è."
"Proprio così," disse la Duchessa, "e la morale di ciò è questa—'Siate quello che volete parere'—o se volete che ve lo dica più semplicemente—'Non vi crediate mai d'essere altra se non quella che apparite ad altri d'essere o d'essere stata o che possiate essere, e l'esser non è altro che l'essere di quell'essere ch'è l'essere dell'essere, e non altrimenti.'"
"Credo che l'intenderei meglio," disse Alice con molta garbatezza, "se me la scriveste, ma non posso seguirvi con la mente quando la dite."
"Questo è nulla rimpetto a quel che potrei dire, se ne avessi voglia," soggiunse la Duchessa, contenta come una pasqua.
"Non v'incomodate a dirne di più lunghe di quella che avete recitata or ora," disse Alice.
"Che incomodo!" rispose la Duchessa. "Vi fo un regalo di tutto ciò che ho detto sino ad ora."
"È un regalo che costa niente," pensò Alice. "Buono che non fanno di que' regali ne' giorni natalizii!" Ma non osò dir questo a voce alta.
"Sempre meditabonda?" domandò la Duchessa, mentre affondava quel suo mento acuminato sull'omero della bambina.
"Ho ben di che!" rispose vivamente Alice, perchè cominciava a sentirsi annoiata.
E la Duchessa, "Come i porci ne hanno di volare: e la mo——"
Quì, con gran sorpresa d'Alice, la voce della Duchessa andò morendo e si spense in mezzo alla parola 'morale' che tanto gradiva; il braccio ch'era nel suo cominciò a tremare. Alice alzò gli occhi, e vide che la Regina stava davanti adesse, le braccia conserte, accigliata e spaventevole come un uragano.
"Maestà, che bella giornata!" balbettò la Duchessa con voce debole e fioca.
"Vi dò a tempo un avvertimento," tuonò la Regina, battendo fieramente il terreno col piede; "o voi o la vostra testa dovranno abbandonare il giardino, e ciò subito! Scegliete!"
La Duchessa scelse, e fuggì via in un attimo.
"Ritorniamo al giuoco," disse la Regina ad Alice, ma Alice era troppo spaventata, non osò rispondere, e la seguì lentamente sul terreno.
Gl'invitati intanto, profittando dell'assenza della Regina, si riposavano all'ombra: però appena la videro ricomparire, ritornarono ai posti loro; la Regina fece soltanto capir loro che se avessero ritardato un momento avrebbero perduta la vita.
Mentre giuocavano, la Regina continuava a querelarsi con altri giuocatori, gridando sempre "Mozzategli il capo!" oppure "Mozzatele il capo!" Coloro ch'erano sentenziati a morte,erano guardati da soldati che doveano cessare di servire d'archi al giuoco, e così in meno di mezz'ora, non c'erano più archi, e tutt'i giuocatori, eccettuati il Re la Regina ed Alice, erano guardati e condannati nel capo.
Finalmente la Regina lasciò il giuoco, tutta sbuffante ed anelante, e disse ad Alice, "Hai veduto la Falsa-Testuggine?"
"Nò," disse Alice. "Non so neppure che sia la Falsa-Testuggine."
"È quella con cui si fa la minestra, di falsa Testuggine," disse la Regina.
"Non ne ho mai veduto, nè udito parlare," soggiunse Alice.
"Vieni dunque," disse la Regina, "ed essa ti racconterà la sua storia."
Mentre andavano insieme, Alice sentì che il Re diceva a voce bassa a tutt'i condannati, "Fo grazia a tutti." "Oh, ne son lieta!" disse fra sè Alice, perchè sapete, la nostra fanciulla era mestissima vedendo tanta gente condannata a morte dalla Regina.