CAPITOLO X.

Tosto giunsero vicino a un Grifone, accoccolato e dormente al sole. (Se voi non sapete che è il Grifone, guardate la vignetta.) "Su, su, pigro!" disse la Regina, "conducete questa fanciulla a vedere la Falsa-Testuggine che le farà il racconto della sua vita. Quanto a me debbo tornare indietro per fare eseguire alcune sentenze di morte;" e andò via, lasciando Alice sola col Grifone. Non piacque ad Alice l'aspetto della bestia, ma poi riflettendo che ilrimaner col Grifone non era tanto pericoloso per lei quanto il rimanere con quella selvaggia Regina, stette lì, ed aspettò.

Il Grifone si levò, si stropicciò gli occhi, aspettò che la Regina sparisse totalmente e poi si mise a sghignazzare. "Che commedia!" disse il Grifone, parlando un po' a sè stesso, un po' ad Alice.

"Qual'èla commedia?" domandò Alice.

"Èlei stessa," soggiunse il Grifone. "È un ruzzo che ha in testa: ma le teste non son mai mozzate per ciò. Venite!"

"Quì ognuno comanda 'Venite!'" osservò Alice, mentre lo seguiva lentamente. "Non sono stata mai così comandata in tutta la mia vita!"

Non si erano di molto inoltrati quando videro a una certa distanza la Falsa-Testuggine, che sedeva mesta e soletta sull'orlo d'una rupe, ed essendosi avvicinati un poco più, Alice sentì che sospirava come se le si spezzasse il cuore. Ella n'ebbe compassione. "Perchè si duole?" domandò al Grifone, e il Grifone rispose unpo' su un po' giù come dianzi, "È un ruzzo che ha in testa, non ha dolore di sorta. Venite!"

E andarono verso la Falsa-Testuggine, che li riguardò con certi occhioni ripieni di lagrime, ma senza far motto.

"Questa fanciulla," disse il Grifone, "vorrebbe sentire la vostra storia, vorrebbe."

"Gliela racconterò," rispose la Falsa-Testuggine con voce profonda e sepolcrale. "Sedete, e non dite una parola sin che io abbia terminato."

E sedettero, e per qualche minuto, niuno fiatò. Intanto Alice osservò fra sè, "Non so comemaiterminerà, se non comincia mai." Ma aspettò pazientemente.

"Una volta," disse finalmente la Falsa-Testuggine con un gran sospirone "io era una vera Testuggine."

Quelle parole furono seguite da un altro lunghissimo silenzio, interrotto soltanto da qualche "Hjckrrh!" dal Grifone e da' singhiozzi continui della Falsa-Testuggine. Alice stavaper levarsi e dirle, "Grazie della vostra storia interessante," quando riflettè che essadovevadire qualche cosa di più, e sedette tranquillamente, senza far motto.

"Quando eravamo piccini," continuò la Falsa-Testuggine, un poco più quieta, ma sempre singhiozzando, "andavamo a scuola, al mare. La maestra era una vecchia Testuggine—e noi la chiamavamo Tartaruga——"

"Perchè la chiamavate Tartaruga se non era tale?" domandò Alice.

"La chiamavamo Tartaruga perchè c'insegnava a tartagliare," disse la Falsa-Testuggine con dispetto: "Avete poco comprendonio!"

"Vi dovreste vergognare di far questioni tanto semplici," aggiunse il Grifone; e poi zittirono, ed entrambi fissarono gli occhi sulla povera Alice che le pareva sprofondarsi sotterra. Finalmente il Grifone disse alla Falsa-Testuggine, "Va innanzi, comare! Ma non andar per le lunghe, sai!" E così continuò:

"Andavamo a scuola al mare, benchè voi non lo crediate——"

"Non ho mai detto ciò!" interruppe Alice.

"Ma sì," tuonò la Falsa-Testuggine.

"Zitta!" soggiunse il Grifone pria che Aliceavesse potuto rispondere. La Falsa-Testuggine continuò:

"Noi fummo educate benissimo—in fatti andavamo a scuola ogni giorno——"

"Anch'ioandava a scuola ogni giorno," disse Alice; "non bisogna vantarsi per così poco."

"E avevate degliextra?" domandò la Falsa-Testuggine con qualche ansietà.

"Sì," rispose Alice, "imparavamo il Francese e la musica."

"E il bucato?" disse la Falsa-Testuggine.

"No, davvero!" disse Alice tutta corrucciata.

"Ah! La vostra dunque non era una buona scuola," disse la Falsa-Testuggine, come se si sentisse sollevata. "Nellanostra, c'era alla fine del programma: 'Extra: Francese, musica, ebucato.'"

"Ma non ne avevate bisogno," disse Alice; "voi vivevate nel fondo del mare."

"Non ho avuto mai mezzi per impararlo," soggiunse sospirando la Falsa-Testuggine. "Così seguii soltanto i corsi ordinarii."

"Cioè?" domandò Alice.

"A Reggere e Stridere prima di tutto," rispose la Falsa-Testuggine: "e poi le diverse operazioni dell'Aritmetica—Ambizione, Distrazione, Bruttificazione, e Derisione."

"Non ho mai sentito parlare di 'Bruttificazione,'" disse Alice. "Ch'è mai?'"

Il Grifone levò le due zampe all'aria in segno di sorpresa e sclamò: "Mai sentito parlare dibruttificazione! Ma sapete che significabellificazione, eh?"

"Sì," rispose Alice, ma un pò dubbiosa: "significa—rendere—qualche cosa—più bella."

"Ebbene," continuò il Grifone, "se non sapete che significa bruttificarevoi sieteuna sciocca."

Alice non si vedeva incoraggiata a fare altre domande, così si rivolse alla Falsa-Testuggine, e disse, "Che altro dovevate imparare?"

"Ecco, c'era la Stoia," rispose la Falsa-Testuggine, contando i soggetti ad uno ad uno sulle natatoie—"la Stoia antica e moderna con la Girografia: poi il Disdegno—il Maestro di Disdegnoera un vecchio grongo, e veniva una volta la settimana: c'insegnava il Disdegno, il Passaggio, e la Frittura ad Occhio."

"E questaa che rassomigliava ella?" disse Alice.

"Non ve la potrei mostrare," rispose la Falsa-Testuggine, "perchè vedete, son tutto d'un pezzo. E il Grifone non l'ha mai imparata."

"Non ebbi tempo," rispose il Grifone: "ma studiai le lingue classiche, e bene. Ebbi per maestro un vecchio granchio, sapete."

"Non andai mai da lui," disse la Falsa-Testuggine con un sospiro: "mi dissero che insegnava Catino, e Gretto."

"Proprio così," disse il Grifone, sospirando anche lui, ed entrambe le bestie nascosero la faccia fra le zampe.

"Quante ore di lezione avevate al giorno?" disse Alice prontamente, per mutare argomento.

"Dieci ore il primo giorno," rispose la Falsa-Testuggine: "nove il secondo, e così discorrendo."

"Che metodo curioso!" sclamò Alice.

"Ma è questa la ragione perchè si chiamano lezioni," osservò il Grifone: "perchè soffrono lesioni ogni giorno."

Era nuova quell'idea per Alice, e ci pensò su un poco prima di fare quest'altra osservazione. "Allora avevate vacanza l'undecimo giorno?"

"S'intende," disse la Falsa-Testuggine.

"E come facevate nel duodecimo?" domandò vivamente Alice.

Ma il Grifone l'interruppe, e disse con voce risoluta, "Basta in quanto alle lezioni: dìlle ora qualche cosa dei giuochi."

LA CONTRADDANZA DE' GAMBERI.

La Falsa-Testuggine diè fuori un gran sospiro e passò il rovescio d'una natatoia sugli occhi. Riguardò ad Alice e cercò di parlare, ma per qualche istante i singhiozzi glielo impedirono. "Ei pare ch'abbia un osso a traverso della gola," disse il Grifone, e si accinse a scuoterla e a batterle la schiena. Finalmente la Falsa-Testuggine ricoverò la voce, e con le lagrime che gli colavano sulle guancie, riprese il discorso:—

"Forse voi non siete vissuta lungo tempo nel fondo del mare"—("Nò, certo," disse Alice)—"e forse non siete stata mai presentata a un Gambero"—(Alice stava per dire "Una voltagustai——" ma inghiottì la frase, e disse, "Nò mai")—"così voi non potete farvi una idea della bellezza d'una contraddanza de' Gamberi!"

"Nò, davvero," rispose Alice. "Ma ch'è mai la contraddanza de' Gamberi?"

"Ecco," disse il Grifone, "prima di tutto si forma una linea lunghesso la spiaggia——"

"Due linee!" gridò la Falsa-Testuggine. "Foche, testuggini di mare, salmoni e simili: poi quando avete tolti via della spiaggia i polipi viscosi——"

"Eciòfa perdere molto tempo," interruppe il Grifone.

"—— voi fate unavant-deux."

"Ognuno avendo un Gambero per cavaliere," gridò il Grifone.

"Eh, già!" disse la Falsa-Testuggine: "voi fate unavant-deux, poi unbalancé——"

"—— scambiate i Gamberi, e ritornateen place," continuò il Grifone.

"E poi, capite?" continuò la Falsa-Testuggine, "voi scaraventate i——"

"I Gamberi!" urlò il Grifone, saltando come un matto.

"—— nel mare con tutta la vostra forza——"

"Indi nuotate dietro a loro!" strillò il Grifone.

"Fate una capriola nel mare!" gridò la Falsa-Testuggine, saltellando mattamente quà e là.

"Scambiate di nuovo i Gamberi!" vociò il Grifone a squarciagola.

"Ritornate a terra di nuovo, e—e questa è la prima figura," disse la Falsa-Testuggine, abbassando la voce tutt'a un tratto, e le due bestie che pur dianzi saltavano follemente, si sdraiarono meste, silenziose, e guardarono Alice.

"Debb'essere una gran bella contraddanza, cotesta," disse timidamente Alice.

"Ne vorreste avere un saggio?" domandò la Falsa-Testuggine.

"Mi piacerebbe di molto," disse Alice.

"Animo dunque, facciamo la prima figura!" disse la Falsa-Testuggine al Grifone. "Possiamo farla senza Gamberi, sapete. Chi canterà?"

"Cantatevoi," disse il Grifone. "Io ho dimenticate le parole."

E cominciarono a ballare gravemente intorno ad Alice, pestandole i piedi quando le si avvicinavano troppo, e battendo il tempo con le zampe, davanti, mentre la Falsa-Testuggine cantava adagio adagio, e mestamente:

Nasel disse, a Lumaca—"Cammina un pò più lesta,Chè un Porcellin di mare—la coda mi calpesta!—Già Gamberi e Testùdi—sen vengono a fidanza,E aspettano il segnale—per cominciar la danza.Volete voi, volete,—volete voi ballare?Volete voi, volete,—co' Gamberi danzare?"Che gioja! che delizia!—Innanzi e indietro andremo;Nel mar scaraventati—co' Gamberi saremo!"Rispose la Lumaca:—"Oimè! gli è un pò lontano!A me non piace un ballo—cotanto ardito e strano!"Volete voi, volete,—volete voi ballare?Volete voi, volete,—co' Gamberi danzare?"Che male!" gli rispose—il candido Nasello,"Di là c'è un'altra sponda—c'è un suolo assai più bello;Dall'Adria alla Dalmazia—faremo un salto audace,Oh non temer, carina,—sta quieta e vivi in pace!Volete voi, volete,—volete voi ballare?Volete voi, volete,—co' Gamberi danzare?"

Nasel disse, a Lumaca—"Cammina un pò più lesta,Chè un Porcellin di mare—la coda mi calpesta!—Già Gamberi e Testùdi—sen vengono a fidanza,E aspettano il segnale—per cominciar la danza.Volete voi, volete,—volete voi ballare?Volete voi, volete,—co' Gamberi danzare?

"Che gioja! che delizia!—Innanzi e indietro andremo;Nel mar scaraventati—co' Gamberi saremo!"Rispose la Lumaca:—"Oimè! gli è un pò lontano!A me non piace un ballo—cotanto ardito e strano!"Volete voi, volete,—volete voi ballare?Volete voi, volete,—co' Gamberi danzare?

"Che male!" gli rispose—il candido Nasello,"Di là c'è un'altra sponda—c'è un suolo assai più bello;Dall'Adria alla Dalmazia—faremo un salto audace,Oh non temer, carina,—sta quieta e vivi in pace!Volete voi, volete,—volete voi ballare?Volete voi, volete,—co' Gamberi danzare?"

"Grazie tante! è una bella contraddanza," disse Alice, lieta che fosse finita; "e poi quel canto curioso del Nasello mi piace tanto!"

"A proposito dei Naselli," disse la Falsa-Testuggine, "essi sono—voi ne avete veduti, non è vero?"

"Sì," rispose Alice, "li ho veduti spesso a tavo——" e inghiottì il resto della parola.

"Non so dove sia Tavo," disse la Falsa-Testuggine, "ma se voi li avete veduti spesso, sapete che cosa sono."

"Lo credo," rispose Alice, raccorgendosi. "Hanno la coda in bocca, e son tutti coperti di pan grattato."

"V'ingannate in quanto al pan grattato," soggiunse la Falsa-Testuggine: "le miche di pane sparirebbero nel mare. Ma essihannoperò la coda in bocca; e la ragione è questa——" e quì la Falsa-Tartaruga sbadigliò, e chiuse gli occhi.—"Ditegliela voi la ragione," chiese al Grifone.

"La ragione è la seguente," disse il Grifone,"essivolleroandare al ballo co' Gamberi; e così furono buttati nel mare; e così fecero il capitombolo molto al di là; e così si attaccarono la coda in bocca; e così non potettero distaccarsela più; e questo è quanto."

"Grazie," disse Alice, "davvero è interessante. Non ne seppi mai tanto intorno a' naselli."

"Presto, fateci un racconto dellevostreavventure," disse il Grifone.

"Ve ne potrei raccontare cominciando da stamane," disse Alice assai timidamente; "ma è inutile raccontarvi quelle di ieri, perchè—ieri io era tutt'altra persona."

"Oh! spiegateci ciò," disse la Falsa-Testuggine.

"No, no! prima le avventure," sclamò il Grifone, impaziente: "le spiegazioni sono lungaggini nojose."

Così Alice cominciò a raccontar loro i casi suoi sin dal momento che incontrò il Coniglio bianco: ma bentosto cominciò a sentire un poco di paura che le due bestie le si erano appiccicateai fianchi, slargando gli occhi e spalancando le bocche, però in pochi istanti la piccina si riebbe dal timore. I suoi uditori si mantennero quieti sino a che ella giunse alla ripetizione del "Guglielmo, tu sei vecchio" da lei fatta al Bruco, e siccome le parole le uscivano tutte diverse dal vero originale, la Falsa-Testuggine diè fuori uno de' suoi sospironi, e disse, "È curioso davvero!"

"È curioso come la curiosità," sclamò il Grifone.

"È uscito fuori tutto diverso!" soggiunse la Falsa-Testuggine dopo averci riflettuto sopra. "Vorrei che ella ci recitasse qualche cosa ora. Dìlle che cominci." E guardò il Grifone pensando ch'egli avesse autorità sopra Alice.

"Levatevi," disse il Grifone, "e ripeteteci la canzona piemontese 'Trenta quaranta——'"

"Oh come queste bestie comandano! e fanno recitar le lezioni!" pensò Alice. "Sarebbe lo stesso per me che fossi a scuola." Ciò non di meno si levò, e cominciò a ripeter quel Canto; ma la sua testolina era tanto piena di Gamberi e diContraddanze, che non sapea che si dicesse, e i versi usciron fuori assai male:—

"Son trenta e son quaranta"—il Gambero già canta"M'han troppo abbrustolito—mi voglio inciprïare,In faccia a questo specchio—mi voglio spazzolare,E voglio rivoltare—e piedi e naso in su!"

"Son trenta e son quaranta"—il Gambero già canta"M'han troppo abbrustolito—mi voglio inciprïare,In faccia a questo specchio—mi voglio spazzolare,E voglio rivoltare—e piedi e naso in su!"

"Ma cotesto costì gli è diverso da quello ch'iorecitava quando era bimbo," disse il Grifone.

"Non l'ho mai sentito prima," osservò la Falsa-Testuggine; "ma gli è sciocco oltremisura."

Alice non rispose; ma sedette con la faccia nascostafra le mani, pensando semaile cose tornassero una volta al loro corso naturale.

"Vorrei che me lo spiegaste," domandò la Falsa-Testuggine.

"Non sa spiegarlo," disse il Grifone: "Cominciate la seconda strofa."

"A proposito di piedi," continuò la Falsa-Testuggine. "Comepotevaegli rivoltarli, e col naso per giunta?"

"È la prima posizione nel ballo," disse Alice; ma era talmente imbarazzata con quell'argomento, che non vedeva il momento di mutar soggetto.

"Continuate la seconda strofa," replicò il Grifone con impazienza; "comincia 'Bianca la sera.'"

Alice non osava disubbidire, benchè fosse sicura che la reciterebbe tutt'al rovescio, e disse con voce tremante:—

"Bianca la sera appare—nel lor giardino, in fretta,Mangiavano un pasticcio—l'ostrica e la civetta—"

"Bianca la sera appare—nel lor giardino, in fretta,Mangiavano un pasticcio—l'ostrica e la civetta—"

"Perchè recitarci tutte coteste sciocchezze?"interruppe la Falsa-Testuggine, "se non ce le spiegate? È una vera Babelle di confusione!"

"Sì, fareste meglio di smettere," disse il Grifone, e Alice fu lieta di terminare quella filastrocca.

"Vogliamo provare un'altra figura della contraddanza de' Gamberi?" continuò il Grifone. "O preferireste invece una canzona dalla Falsa-Testuggine?"

"Oh sì, una canzona, se la Falsa-Testuggine vorrà cantarcela," rispose Alice, ma con tanta premura che il Grifone gridò con una voce di bestia offesa. "Ah! Chi può spiegare i gusti altrui? Compare, cantaci la canzona dellaZuppa di Testuggine."

La Falsa-Testuggine sospirò profondamente, e con voce talvolta soffocata da singhiozzi, cantò così:—

"Astro di sera! O verdeggiante e riccaZuppa che fumi in concava zuppiera!In te rapito il cucchiaion si ficca,E ne riempie una scodella intiera!Astro di sera! deliziosa Zuppa!In te il mio pan s'inzuppa!E di te canto—o Zup—pa!—Canto all'Astro di sera;Canto la tua bontà, civile Zuppa!"Astro di sera! E chi sarà lo scioccoChe a te preferirà sia pesce o caccia,S'ei di te può comprarne anche un baioccoPer lavarsi lo stomaco e la faccia?Astro di sera! deliziosa Zuppa!In te il mio pan s'inzuppa!E di te, canto—o Zup—pa!Canto all'Astro di sera;Canto la tua bonTA CI—VILE ZUPPA!"

"Astro di sera! O verdeggiante e riccaZuppa che fumi in concava zuppiera!In te rapito il cucchiaion si ficca,E ne riempie una scodella intiera!Astro di sera! deliziosa Zuppa!In te il mio pan s'inzuppa!E di te canto—o Zup—pa!—Canto all'Astro di sera;Canto la tua bontà, civile Zuppa!

"Astro di sera! E chi sarà lo scioccoChe a te preferirà sia pesce o caccia,S'ei di te può comprarne anche un baioccoPer lavarsi lo stomaco e la faccia?Astro di sera! deliziosa Zuppa!In te il mio pan s'inzuppa!E di te, canto—o Zup—pa!Canto all'Astro di sera;Canto la tua bonTA CI—VILE ZUPPA!"

"Bisil Coro!" gridò il Grifone, e la Falsa-Testuggine si preparava a ripeterlo, quando s'udì una voce in distanza: "Comincia il processo!"

"Vieni, vieni!" gridò il Grifone, e prendendo Alice per mano, fuggì con lei, senza aspettar la fine del coro.

"Che processo?" domandò Alice, tutta affannata mentre fuggiva, ma il Grifone risposesoltanto "Vieni!" e scappava più lesto, mentre il vento portava sempre più debolmente alle loro orecchie l'eco fuggevole delle parole soavi e malinconiche:—

"Canto all'Astro di sera;Canto la tua bon—ta ci—vile—Zuppa!"

"Canto all'Astro di sera;Canto la tua bon—ta ci—vile—Zuppa!"

CHI HA RUBATO LE TORTE?

E giunsero; e videro che il Re e la Regina di Cuori erano seduti in trono, circondati da una gran folla composta di uccellini, di bestioline e da tutto il mazzo di carte: il Fante stava davanti, incatenato, con un soldato a destra e un altro a sinistra: presso al Re stava il Coniglio bianco con la tromba in una mano, e un ruotolo di pergamene nell'altra. Nel mezzo della corte c'era una tavola, con un gran piatto di torte le quali sembravano tanto buone che risvegliaronol'appetito ad Alice—"Vorrei che finissero presto il processo," pensò Alice, "e che ci servissero quelle buone torte!" Ma siccome non ce n'era neppure la speranza allora, ella cominciò a guardare tutt'intorno per uccidere il tempo.

Alice non era stata mai in un tribunale, ma ne avea letto alcunchè ne' libri, e fu lieta di poter chiamare per nome tutti coloro che vedea. "Quegli è il giudice," disse fra sè, "perchè porta quel gran parruccone."

E il giudice non era altro che il Re, e siccome portava la corona sopra la parrucca (guardate il frontespizio per averne un'idea), era un poco imbarazzato; certo non gli andava bene.

"E quello è il seggio de' giurati," osservò Alice, "e quelle dodici creature," (disse "creature," capite, perchè alcune erano bestie, ed altre uccelli), "credo che sieno i giurati." E ripetè queste parole un pajo di volte, fiera del suo sapere, poichè pensò, e ne avea ben d'onde, che pochissime ragazze dell'età sua sapessero ciò.

I dodici giurati erano occupatissimi a scrivere sulle lavagne. "Che cosa fanno?" bisbigliò Alice all'orecchio del Grifone. "Non possono aver nulla da scrivere, perchè il processo non è ancora cominciato."

"Scrivono i loro nomi," bisbigliò in risposta il Grifone: "temono di scordarsene pria che il processo sarà finito."

"Sciocchi!" gridò Alice con voce disdegnosa, ma si fermò subito perchè il Coniglio bianco, sclamò, "Silenzio nel Tribunale!" e il Re inforcò gli occhiali e si mise a riguardare ansiosamente in ogni parte per vedere chi parlasse.

Alice vedeva così bene come se fosse stata dietro le loro spalle, che scrivevano "sciocchi," sulle loro lavagne: osservò altresì che uno di loro non sapeva sillabare "sciocchi," e domandava al suo vicino come dovea compitarlo. "Che ammasso di scarabocchi faranno sulle lavagne pria che il processo sia terminato!" pensò Alice.

Uno de' giurati aveva una matita che scricchiolava. Alicenonla poteva soffrire, e perciògirò intorno al Tribunale, giunse alle spalle di lui e colse tosto il destro per strappargliela. Ciò fece con tale lestezza che il piccolo giurato (era Tonio, la Lucertola) non seppe che fosse della sua matita; girò quà e là per ritrovarla, ma invano, perciò dovette rassegnarsi a scrivere col dito in tutto il resto della giornata. Ciò valse poco, perchè il dito non lasciava traccia alcuna sulla lavagna.

"Usciere, leggete l'atto d'accusa!" disse il Re.

Allora il Coniglio diè tre squilli di tromba, poi aprì il ruotolo delle pergamene, e lesse così:—

"La Regina di CuoriFè delle torte in un bel dì d'està:L'empio Fante di CuoriRubò le torte; e certo, a morte andrà!"

"La Regina di CuoriFè delle torte in un bel dì d'està:L'empio Fante di CuoriRubò le torte; e certo, a morte andrà!"

"Ponderate il vostro verdetto," disse il Re a' giurati.

"Non tanta fretta!" interruppe vivamente il Coniglio. "Vi son molte cose da fare prima!"

"Chiamate il primo testimonio," disse il Re; e il Coniglio bianco diè tre squilli di tromba, e gridò: "Il primo testimonio!"

Ora il primo testimonio era il Cappellaio. Venne con una tazza di tè in una mano, una fetta di pane col burro nell'altra. "Domando perdonoalla Maestà Vostra," disse, "se vengo così impacciato; ma il fatto sta ch'io non avea finito ancora di prendere il tè quando fui chiamato."

"Avreste dovuto finirlo," rispose il Re. "Quando avete cominciato a prenderlo?"

Il Cappellaio guardò la Lepre-marzolina che l'avea seguito al Tribunale andando a braccetto col Ghiro. "Credo, al quattordici di Marzo," disse il Cappellaio.

"Al quindici," sclamò la Lepre-marzolina.

"Al sedici," soggiunse il Ghiro.

"Notate queste cose," disse il Re ai giurati, e questi si misero a scrivere con molta premuraletre date, sopra le lavagne, e poi lesommaronoriducendole a lire e centesimi.

"Cavatevi il cappello," disse il Re al Cappellaio.

"Non è mio," rispose il Cappellaio.

"È rubato!" sclamò il Re, rivolto a' giurati, i quali subito presero nota del delitto.

"Ne tengo per venderli," soggiunse il Cappellaioper spiegare il fatto: "Non ne ho di mio. Sono un cappellaio."

Quì la Regina inforcò gli occhiali, guardò fieramente il Cappellaio che allibbì di paura.

"Rendete la vostra testimonianza," disse il Re; "e non siate spaventato, altrimenti vi farò subito mozzare il capo."

Queste parole non incoraggirono punto il testimone: ei non si reggeva più in gambe; guardava ansiosamente la Regina, e confuso, morsicò un bel pezzo del labbro della tazza, invece del pane col burro.

Giusto allora Alice provò una sensazione curiosissima, che la riempì di sorpresa, sino a che potette rendersene ragione: ella cresceva di nuovo; pensò che sarebbe stato bene per lei di lasciare il Tribunale, ma poi riflettendoci su, volle restare, almeno sino a che vi fosse spazio per lei.

"Vorrei che non pigiaste tanto," disse il Ghiro che le sedeva vicino. "Posso appena respirare."

"Non posso fare a meno," rispose soavemente Alice: "Vedete, stò crescendo."

"Voi non avete nessun dritto di crescerequì," urlò il Ghiro.

"Non dite delle sciocchezze," gridò Alice, "sapete che anche voi crescete."

"Sì, ma non tanto," soggiunse il Ghiro: "ionon cresco a quel modo ridicolo." E borbottando fra sè, si alzò, e andò a mettersi all'altro lato del Tribunale.

Intanto la Regina non avea mai sviato il suo sguardo feroce dal Cappellaio, e mentre il Ghiro traversava la sala del tribunale, disse ad un usciere, "Recatemi la lista de' cantanti nell'ultimo concerto!" A queste parole il Cappellaio tremò a verghe, così che le scarpe gli scappavano da' piedi.

"Rendete la vostra testimonianza," ripetè fieramente il Re, "o vi farò mozzare il capo, poco importa che tremiate o no."

"Maestà, sono un povero sventurato," cominciò il Cappellaio con voce tremante, "edho appena cominciato a prendere il tè—non è ancora una settimana—e in quanto al pane col burro che si assottiglia—e alla testa soppressata."

"Che soppressata?" sclamò il Re.

"La testa soppressatacominciòcol tè," rispose il Cappellaio.

"Sicuro che 'testa' comincia con un T!" disse vivamente il Re. "M'avete voi preso per un gonzo? Andate via!"

"Sono un povero sventurato," continuò il Cappellaio, "e dopo il tè, tentennavano tutti,—solo la Lepre-marzolina disse——

"Non dissi niente!" interruppe con impeto la Lepre-marzolina.

"Lo diceste!" disse il Cappellaio.

"Lo nego!" replicò la Lepre-marzolina.

"Lo nega," disse il Re: "ebbene lasciate andare."

"Bene, ad ogni modo il Ghiro disse——" e il Cappellaio lo guardò per vedere s'egli pure volesse dargli una mentita: ma il Ghiro non negava, dormiva profondamente.

"Dopo ciò," continuò il Cappellaio, "mi preparai un'altra fetta di pane col burro——"

"Ma che cosa disse il Ghiro?" domandò un giurato.

"Non me lo posso ricordare," disse il Cappellaio.

"Voidovrestericordarlo," osservò il Re, "se no vi farò mozzare il capo."

Il misero Cappellaio si lasciò cadere la tazza, il pane col burro, e le ginocchia a terra, e sclamò: "Maestà, sono un povero mortale!"

"Siete unpovero oratore," disse il Re.

Qui un porcellino d'India diè un applauso, ma subito fu soppresso dagli uscieri del Tribunale. (Ed ecco come fecero: presero un saccodi canavaccio con de' legacci all'orlo; vi gittaron giù capovolto il porcellino d'India, e poi vi si sedettero sopra.)

"Son contenta d'aver veduto ciò," pensò Alice. "Ho letto tante volte ne' giornali, alla fine de' processi, 'Vi fu un tentativo d'approvazione che fu subito soppresso dagli uscieri del Tribunale,' ma sino ad ora non potetti mai comprendere che volesse dire."

"Se è questo tutto quel che sapete, voi potete ritirarvi," continuò il Re.

Quì un altro porcellino d'India diè un applauso, ma fu soppresso.

"Addio, porcellini d'India! non vi vedrò più!" disse Alice. "Ora le cose andranno meglio."

"Vorrei piuttosto finire il mio tè," disse il Cappellaio, riguardando con ansietà la Regina, la quale leggeva la lista de' cantanti.

"Potete andare," disse il Re, e il Cappellaio fuggì dal Tribunale, senza nemmeno rimettersi le scarpe.

"—— e mozzategli il capo fuori," soggiunse la Regina indirizzandosi ad un ufficiale; ma il Cappellaio era sparito dalla vista, pria che l'ufficiale giungesse alla porta.

"Chiamate l'altro testimonio!" gridò il Re.

Era la cuoca della Duchessa. Aveva la pepaiola in mano, e Alice indovinò chi fosse, anche prima che entrasse nel Tribunale, perchè tutti coloro ch'erano vicini all'uscio cominciarono a starnutire.

"Rendete la vostra testimonianza," disse il Re.

"No," rispose la cuoca.

Il Re guardò con ansietà il Coniglio bianco che mormorò a voce bassa, "Maestà, esaminate da voi stessoquestotestimone."

"Bene, se debbo farlo, mi converrà farlo," disse il Re con una ciera malinconica, e dopo aver poste le braccia conserte al petto, e fatto gli occhiacci alla cuoca, disse con voce profonda, "Di che sono composte le torte?"

"Di pepe, per la maggior parte," rispose la cuoca.

"Di melazzo," soggiunse una voce sonnolenta dietro ad essa.

"Afferrate quel Ghiro!" gridò la Regina. "Tagliategli il capo! Fuori quel Ghiro! Sopprimetelo! Pizzicatelo! Strappategli i baffi!"

Durante qualche istante il Tribunale fu una vera confusione, mentre il Ghiro era preso; e quando si ristabiliva l'ordine, la cuoca era sparita.

"Non importa!" disse il Re con un'aria di sollievo. "Chiamate l'altro testimone." Ebisbigliò all'orecchio della Regina: "Cara mia dovreste esaminarvoil'altro testimone."

Alice stava osservando il Coniglio che ripassava la lista, curiosa di vedere chi mai sarebbe l'altro testimone—"perchèsin' ad oranon hanno affatto prove," diceva fra sè. Figuratevi la sua sorpresa, quando il Coniglio bianco chiamò con la sua voce stridula "Alice!"

TESTIMONIANZA D'ALICE.

"Eccomi!" rispose Alice, e dimenticando che in quegli ultimi momenti era cresciuta smisuratamente, saltò su molto lesta, rovesciando col suo gonnellino il palchetto de' giurati, di tal che questi capitombolarono con la testa in giù sulla folla ch'era di sotto, e restarono con le gambe all'aria. Ciò le rammentò il rovescione che la settimana avanti aveva casualmente dato a un globo di cristallo che conteneva de' pesciolini dorati.

"Oh, vipregod'avermi per iscusata!" sclamò con voce d'angoscia, e cominciò a raccattarlicon molta sollecitudine, perchè piena dell'idea de' pesciolini dorati caduti dal globo, pensava che dovea prontamente raccoglierli e rimetterli nel palchetto de' giurati, se no sarebbero morti.

"Il processo," disse il Re con voce autorevole e grave, "non potrà andare innanzi, se non quando tutt'i giurati saranno rimessi ne' loro proprii posti,—dicotutti" soggiunse con molta enfasi, riguardando fieramente Alice.

Alice guardò il palchetto de' giurati, e vide che nella fretta, avea rimessa la Lucertola col capo in giù, per cui la povera bestiolina agitava la coda al di sopra ma in modo da eccitare la compassione, perchè non poteva muoversi. Subito la estrasse, e la rimise convenientemente; "non già perchè importi assai," disse fra sè, "poichè nè la sua coda nè la sua testa recheranno vantaggio al processo."

Appena che i giurati si rimisero dal colpo che li avea rovesciati, e che furono ritrovate le lavagne e le matite, e consegnate loro, si misero a scarabocchiare con molta premura la storia del loro ruzzolone, salvo la Lucertola che non s'era riavuta e sedeva con la bocca spalancata, e guardando la volta.

"Che cosa sapete di quest'affare?" domandò il Re ad Alice.

"Niente," rispose Alice.

"Nienteaffatto?" replicò il Re.

"Niente affatto," soggiunse Alice.

"Ciò è molto importante," disse il Re, rivolgendosi a' giurati. Essi si accingevano a scriverlo sulle lavagne, quando il Coniglio bianco li interruppe: "Non-importante, è questo il senso delle parole di Vostra Maestà," disse con voce rispettosa, ma saettandolo col guardo e facendogli il visaccio mentre parlava.

"Non-importante, già è quel che volea dire," soggiunse in fretta il Re; e poi si mise a recitar fra' denti "importante—non-importante—non-importante—importante," come che volesse provare quale delle due parole suonasse meglio all'orecchio.

Alcuni de' giurati scrissero "importante," altri "non-importante." Alice potette osservarlo, poichè era vicina a loro e potea sbirciare sulle lavagne; "ma non importa niente," pensò fra sè.

Allora il Re, che era stato occupatissimo a scrivere sul suo taccuino, gridò "Silenzio!" elesse dal suo libriccino "Regola quarantaduesima.Ogni persona, la cui altezza supera il miglio, deve uscire dal Tribunale."

Ognuno riguardò Alice.

"Ionon sonoalta un miglio," disse Alice,

"Sì che lo siete," rispose il Re.

"Quasi due miglia d'altezza," soggiunse la Regina.

"Ebbene, poco mi cale, ma non andrò via," disse Alice, "oltre a ciò quella non è una regola regolare; l'avete inventata ora."

"Che! è la più vecchia regola nel libro," rispose il Re.

"Allora dovrebbe essere la regola prima," disse Alice.

Il Re impallidì, e chiuse il taccuino in fretta. "Ponderate il vostro verdetto," disse, rivolgendosi a' giurati, ma con voce sommessa e tremolante.

"Maestà vi sono altre testimonianze," disse il Coniglio bianco, sbalzando in piedi. "Giusto adesso abbiam trovato questo foglio."

"Che c'è dentro?" domandò la Regina.

"Non l'ho aperto ancora," disse il Coniglio bianco, "ma sembra una lettera, scritta dal prigioniere a—a qualcheduno."

"Dev'essere così," disse il Re, "salvo che sia stata scritta a nessuno, ciò che non si fa generalmente."

"A chi è indirizzata?" domandò uno de' giurati.

"Non ha indirizzo di sorta," disse il Coniglio bianco: "di fatti non c'è scritto nullaal di fuori." E spiegò il foglio mentre parlava, e soggiunse, "Somma tutto non è punto una lettera; è un accozzaglia di versi."

"Son dessi scritti dalla mano del prigioniere?" domandò un giurato.

"Nò, non lo sono," rispose il Coniglio bianco, "ed è questa la più strana di tutte le cose." (I giurati si riguardarono confusi).

"Forse egli ha imitata la scrittura di qualcheduno," disse il Re. (Quì i giurati si rasserenarono).

"Maestà," disse il Fante, "non li ho scritti,e niuno potrebbe provarmi l'opposto. E poi non c'è nessuna firma alla fine."

"Il non averlo firmato," rispose il Re, "prova doppiamente il vostro delitto. Voidovevateavere l'intenzione d'offendere, se no, da galantuomo avreste firmato il foglio."

Tutti applaudirono, e con ragione, perchè era quello il primo detto spiritoso che il Re avesse detto in quel giorno.

"Ciòprovail suo delitto," sclamò la Regina.

"Ciò non prova niente affatto!" disse Alice. "Ma se non sapete neppure ciò che contiene il foglio!"

"Leggetelo," disse il Re.

Il Coniglio bianco inforcò gli occhiali, e domandò: "Maestà, dove debbo incominciare?"

"Cominciate dal principio," disse il Re con tuono solenne, "e continuate sino alla fine: poi fermatevi."

Or questi erano i versi letti dal Coniglio bianco:—

"Ella vi fece un grazïoso invito,Ed a lui mi voleste rammentar,E quindi ella mi dètte il ben servito,Ma mi disse: Non sai mica nuotar.Ch'io non la visitai, disse pur dianzi,(E questo è il vero, e ognun di noi lo sa),Ma se lei spingerà la cosa innanzi,Oh dite, allor di voi che ne avverrà?Una a lei dètti, ed essi due le diêro,E voi men deste tre col sopra più;Tutte a voi ritornarono—oh mistero!Eppure erano mie, or nol son più.Se dessa od io per caso inopinatoInvolti in quest'affare ci vedrem,Confido in voi che ognun fia liberato;Come prima fra noi li rivedrem.Spiegarmi alfine mi sarà concesso;(Già, sapete, un attacco ella, sentì),Ma voi foste per lui, per noi, per essoL'ostacolo fatal che la colpì.Non gli dite giammai che preferiscaCostoro,—ciò debb'essere un mister,Un secreto che altrui non apparisca,Un secreto nascosto nel pensier."

"Ella vi fece un grazïoso invito,Ed a lui mi voleste rammentar,E quindi ella mi dètte il ben servito,Ma mi disse: Non sai mica nuotar.

Ch'io non la visitai, disse pur dianzi,(E questo è il vero, e ognun di noi lo sa),Ma se lei spingerà la cosa innanzi,Oh dite, allor di voi che ne avverrà?

Una a lei dètti, ed essi due le diêro,E voi men deste tre col sopra più;Tutte a voi ritornarono—oh mistero!Eppure erano mie, or nol son più.

Se dessa od io per caso inopinatoInvolti in quest'affare ci vedrem,Confido in voi che ognun fia liberato;Come prima fra noi li rivedrem.

Spiegarmi alfine mi sarà concesso;(Già, sapete, un attacco ella, sentì),Ma voi foste per lui, per noi, per essoL'ostacolo fatal che la colpì.

Non gli dite giammai che preferiscaCostoro,—ciò debb'essere un mister,Un secreto che altrui non apparisca,Un secreto nascosto nel pensier."

"È questo il più importante documento contro l'accusato," disse il Re, stropicciandosi le mani; "or dunque i giurati——"

"Se uno di loro potesse spiegarmelo," disse Alice (la quale era talmente cresciuta in quegli ultimi istanti che non avea più paura d'interrompere il Re), "gli darei cinquanta centesimi.Ionon credo che vi sia in esso neppure un briciolo di senso comune."

I giurati scrissero tutti sulle lavagne, "Ellanon crede che vi sia in esso neppure un briciolo di senso comune," ma niuno cercò di spiegare il senso di quel foglio.

"Se non c'è senso comune," disse il Re, "ciò ci toglie da un mondo d'imbarazzi, e noi certo non ci affanneremo per trovarvene uno. Eppure non saprei," continuò spiegando il foglio sul ginocchio, e sbirciando la poesia; "ma mi pare di vedere un senso occulto in essi—'disse—Non sai mica nuotar'—voi non potete nuotare, non è vero?" continuò, rivolgendosi al Fante.

Il Fante scosse mestamente il capo, e disse, "Ne ho io l'apparenza?" (E certamente, no, perchè era fatto tutto di cartone).

"Bene per ora," disse il Re, e continuò fra sè stesso a borbottare su' versi: "'E questo è il vero, e ognun di noi lo sa'—ciò si riferisce a' giurati, non c'è dubbio—'Una a lei dètti, ed essi due gli diêro'—ciò spiega l'uso ch'egli fece delle torte, intendete—"

"Ma," disse Alice, "continua con le parole'Tutte a voi ritornarono.'"


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