VI.

VI.

Lanzerotto non era inquieto senza ragione; il suo occhio esperto non lo aveva ingannato intorno a ciò che stava per accadere.

Eloquenti sono talvolta i silenzi del mare. Egli è su quel liquido piano, quando la terra è sparita ai vostri sguardi, quando le sue cure materne sembrano avervi abbandonato, che voi incominciate ad udire una voce nuova, paurosa, solenne, la voce delle cose, voce di pianto, di minaccia, di morte. La natura acquista una favella e l’uomo la intende; dovunque ei volga le pupille smarrite, vede le magiche cifre che gli annunziano il triste futuro. Il cielo assume un aspetto sinistro, grave di orrendi presagi; l’orizzonte, che d’ogni parte si cela, è la speranza che si allontana da voi. Già la cerchia si stringe; il mare è uno steccato in cui si prepara il giudizio di Dio; i foschi vapori che si calano lentamente d’intorno, sono i biechi spettatori, che tra breve stenderanno la mano per condannarvi a perire; l’Oceano è il mostro immane che si concentra, guatandovi co’ suoi mille occhi lividi, arruffa le squame, striscia,mugghia da lunge e vi grida implacato: ogni varco è chiuso; ora a noi!

Il vento teso, che fino allora ci aveva spinti in alto, era cessato; le vele sbattevano negli alberi, ed io tosto comandai di ammainare le antenne, facendo issare il trevo, che è una vela quadra, più maneggevole in tempo di burrasca, all’albero di trinchetto. Così premuniti, aspettammo.

Triste cosa l’attendere, quando il viatore aspettato è la tempesta. L’Oceano si raccoglie e il marinaio del pari; ma quello è il raccoglimento dell’ira che medita i suoi colpi: questo della paura che stringe il cuore e svigorisce i nervi dinanzi al pericolo. Il marinaio è sicuro di sè, talvolta lieto, infiammato sempre, quando si appresta a combattere prora a prora, petto a petto, uomo contr’uomo; ma la furia delle onde scatenate lo fa per un’ora codardo, e quell’ora è spesso l’estrema. Cader riverso sull’arrembata, per ferita di dardo, o di scure, è lieve cosa. Il sangue bolle nelle vene, si è pieni di baldanza, ardenti di vita; or bene, questa vita poderosa non muore; l’anima freme, respira da tutti i pori, fin anche dalle ferite, l’aria generosa e vivida del cielo; angelica farfalla, si sprigiona dal suo involucro, vola via nell’azzurro e le sembra che, volando, ella debba veder tuttavia i fratelli vincenti e lo stendardo, che fu già suo, sventolar glorioso in mezzo alla strage. Ma lottare colle cieche forze dell’Oceano sterminato, contendere una vita pigmea alle strette del gigante che flagella le rupi e sconvolge gli abissi, sterile pugna, vana audacia, la sua! Il cielo cupo romoreggia; l’ariagrave opprime il respiro; il sangue rifluisce e si agghiaccia nel cuore; un senso di torpore soggioga le membra; tutto si rappicciolisce, perfino lo spirito dentro di lui, lo spirito, già sì gagliardo e pronto ad espandersi in lieti sogni, in leggiadre speranze. Il mare, inebriato de’ suoi stessi furori, s’avventa, flagella il volto colle sue gelide schiume, incalza sul naviglio la piena dei suoi flotti mugghianti. Reggerà all’urto quel povero guscio di travi sconnesse che tremano e crocchiano per ogni giuntura? E quell’altra rovina di acqua che s’avanza minacciosa, come torre all’assalto, per cogliere di fianco la nave, non lo spazzerà via dalla tolda? E giù nel pelago profondo, vivi ancora, con tutti i terrori, con tutte le disperate angoscie d’uno spirito che non vede più scampo; e un ruggito sul capo, la notte sugli occhi, l’esistenza sommersa nel nulla!

Il trevo era già inferito al pennone e issato all’albero di trinchetto, allorquando il mio còmito mi si fece da canto.

— Vedete laggiù da greco, messere! Il groppo si avanza e mala notte vuol darci.

Difatti, da quella banda che Lanzerotto accennava, l’aria si venia facendo più scura; il mare si arricciava a creste più fitte, e il candor delle spume facea risaltare vieppiù il fosco dell’onda. Quella negra mole cresceva, si rigonfiava a guisa di montagna, venendo ratta e sicura sopra di noi, per pigliarci di sguancio.

Comandai sollecito al timoniere che poggiasse, per resistere alla ventata, col lato più saldo della nave. Così, opposte le terga al pericolo,si stette, non senza trepidazione, in attesa. La gran mole si avanzò con alto fragore, misto a sibili acuti, e ci colse per l’appunto da poppa. Il legno, sollevato di lancio ad una incredibile altezza, curvò la prora e parve sprofondarsi in un baratro scavatogli allora dinanzi, mentre il soverchio dell’ondata, rovesciandosi addosso alla timoniera, ci recava il primo saluto del turbine. Tosto si udì cigolare l’alberatura e le sartìe, come se fosse per ispezzarsi ogni cosa; il trevo, subitamente investito dalla piena del vento, crocchiò. Io m’avvidi esser troppo inciampo anche quella povera vela quadra, e feci filare in bando le scotte, affinchè, sventolando liberamente, ella non offrisse resistenza, e ad un’altra di quelle folate non mandasse l’albero infranto. Questo salvai, non la vela; chè un secondo rifolo, più gagliardo del primo, la trasse, la divorò, i brandelli divelti si dispersero sibilando nell’aria.

Qui cominciò la più spaventevole ridda di elementi scatenati che io avessi veduto mai in dieci anni di vita randagia sul mare. Il vento soffiava furibondo, non mai a lungo in un verso, ma sbalzando da un punto ad un altro dell’orizzonte, siccome è costumanza del turbine, che i naviganti sogliono chiamar remolino. A quegli impulsi svariati e discordi, ribolliva il mare, si scuotea dal profondo e le ondate seguiano le ondate. Per colmo di mali, allo imperversare dei flutti si aggiunse l’ira del cielo e un nembo si diruppe su noi. Pioggia e grandine rovinosamente cadeano; la folgore ad ogni tratto balenava dalle nubisquarciate, fulminava con orrido schianto dintorno alla nave, e le sue livide striscie rischiaravano paurosamente quello immenso scompiglio.

Ed Anna? In mezzo a quella pugna del cielo e del mare io non l’aveva obliata per fermo; viva ed acerba ricordanza me ne faceva quell’altra pugna, quell’altra tempesta, che ruggìa nel mio cuore. Avrei voluto saperla in salvo, non vederla più, inabissarmi nell’Oceano, dimenticare, morire. Nè ardivo mostrarmi a lei, nè mi reggea l’animo a starne così lungamente lontano; attonito, istupidito, guatavo la procella, non temendola fatale, non invocandola pietosa per me. In sul far della notte, chiamato, mi concussi alla camera di poppa. La povera donna soffriva aspramente, ma più dell’animo assai che del corpo, rannicchiata nel suo letticciuolo, bianca come cera, disciolte le chiome e gli occhi smarriti. L’odiavo, maledivo a quel giorno che l’avevo veduta, e tuttavia per liberarla da quei patimenti, per ritornarle sul volto le rose e il sorriso, avrei dato la vita, perduto l’anima mia.

Macham le sedeva da fianco, ma senza pur tentare di consolarla, muto, accigliato, cupo come un simulacro di sasso. Egli era scorato, il bel cavalier d’amore; i suoi occhi languidi, le sue tenerezze, già non poteano ridare la vita e la pace a quella gentil creatura; forse in quel punto egli era, e sapea d’essere, la rea cagione di tante angoscie ineffabili; destro a rapirla dalle braccia di un uomo, si sentiva impossente a salvarla dagli sdegni del cielo.

Mi vide ella appena, che ansiosa volse lebraccia verso di me. La gravità del momento facea porre in non cale ogni superbo contegno, o misurata riserbatezza tra la gentildonna e l’uomo che aveva ardito pur dianzi confessarle l’amor suo.

— Dove andiamo? — chiese ella sgomentata. — Dite, in nome del cielo, che avviene egli di noi?

— Madonna — risposi — il mal tempo ci coglie al largo, dove non ignorate quale necessità e qual volere ci abbia condotti. Forse a quest’ora, volando, come facciamo, sui flutti, siamo davanti alle coste di Guascogna, o di Biscaglia; ma in alto ancora, troppo in alto, nè, con questa furia di vento, ci verrà fatto poggiare alla riva. Non vi sbigottite, tuttavia; ciò che oggi non può farsi, sarà possibile dimani, a mala pena il turbine smetta alquanto della sua gagliardia.

Macham alzò gli occhi dubbiosi a guatarmi, forse per sincerarsi nel mio sembiante se io dicessi da senno.

— Sì — ripigliai, notando quel dubbio — la galera è salda e può reggere a tempi assai peggiori di questo. Conosco il remolino per prova, e so che non è uso a durar lungamente. Ve lo ripeto, madonna, non temete; ho fede di condurvi sana e salva alla prima spiaggia in cui ci abbatteremo, sia ella di Francia, o di Spagna.

Mentivo, così parlando, e, per colorire la menzogna, mi studiai di sorridere. Fede non mi albergava in cuore nessuna; poggiare a terra senza aiuto di vele era folle speranza; e che potevano i remi in quell’ondeggiar senzaposa e senza misura, in quel continuo urtarsi di falsi fiotti, che correvano per ogni verso, come il turbine capriccioso voleva? Nemmanco era dato intendere in che paraggi si fosse; le stelle ascose; la stima del percorso cammino impossibile. Si andava, sì, ma verso l’ignoto, e in ciò non aveva mano l’accortezza dell’uomo. LaVenturaerrava sull’onde; il vento girava turbinando da destra e da manca, trabalzando a suo talento la povera nave, con una rapidità spaventosa. Come sperare, nonchè aver fede, di giungere a porto? Ma ohimè! povera donna! l’inganno non era egli pietà?

Il secondo giorno fu anche più triste del primo. D’ogni parte guardando, non si scorgeva che mare, e il mare sembrava un campo di battaglia, seminato di stragi, sitibondo ancora di sangue, mentre i negri nuvoloni, che si affoltavano tutto intorno, mettendo lampi e rumore di tuono, pareano portar sempre nuove orde di combattenti a’ nostri danni, sul liquido piano sconvolto.

Cionondimeno lottavamo; taciturni, disperati, attendevamo al lavoro. Dalla vigilanza nostra, dipendeva il tardare la temuta rovina; ed ogni ora tolta alla morte non poteva forse riuscire alla nostra salvezza?

Così passarono tre giorni, orribili giorni, di stenti, d’insonnia e di amare dubbiezze. Macham era sempre più cupo. Io credo che in caso di naufragio egli avesse deliberato di uccidersi, per non morire di morte peggiore, in lotta coll’Oceano. Talvolta, uscito dalla tolda, egli mi chiedeva se l’agonia d’un naufrago durasse troppo lungamente; tal altra contemplava lalama d’un pugnale che portava sempre alla cintola. Anna, ogni qualvolta mi presentassi a lei, era pronta a ringraziarmi delle mie cure e a dolersi dei pericoli ch’io correvo per cagion sua.

— Vedete, madonna — le dicevo io per racchetarla — ecco un altro giorno trascorso; laVentura, comecchè in balìa dei marosi, regge ai lor colpi e va innanzi.

Ma, pur troppo, le nostre tribolazioni non erano per finir così presto. La tempesta ne incalzava, seguitandoci, stringendoci sempre nelle sue immani spire. Avevamo mai sempre a temere d’andare sbalestrati contro una costa invisibile, perocchè tutto, intorno a noi, era buio, e le folgori non rischiaravano altro, ai nostri occhi, fuor che nuvole, ammassi di nebbia schierati in guisa di minacciosi dirupi. Per otto giorni cotali angosce durarono. A volte il mare ribolliva spianato, e subito dopo si ergeva in montagne, ricoperte di schiuma. Nella notte le onde furenti pareano vomitar fiamme, tanta era la copia dei vermi fosforici trabalzati a fior d’acqua. Egli fu un giorno ed una notte intiera che il cielo, squarciato da continui lampi, rassembrò un’immensa fornace, intanto che il fragore del tuono e l’urlo del vento erano spesso dai marinai atterriti tolti in iscambio di dolorose grida d’altri loro compagni di sventura, nel punto d’essere inghiottiti dalle onde. In tutto quel tempo, ruinava dal cielo, non già una pioggia, sibbene un altro diluvio, talchè la mia gente era come annegata in coperta, e molti invocavano ad alta voce la morte, quasi ella sola potesse metter fine a tanti patimenti ed orrori.

Nuova cagion di spavento si ebbe in una di quelle notti d’inferno. La nave non era più in mezzo allo spesseggiar delle folgori, a repentaglio d’andare in frantumi; le tenebre erano fitte; il tuono baturlava lontano. Ad un tratto fu veduto il corpo di Sant’Ermo, con sette candele accese sopra la gabbia dell’albero di maestra; vo’ dire che vi si vedevano quelle bianche fiammelle che i marinai affermano essere il corpo di Sant’Ermo, lor protettore, il quale, più non potendo intercedere per essi dall’alto, scendeva ad annunziar loro il terribile momento di raccomandar l’anima pericolante a Dio. Un profondo terrore s’impadronì di tutti quegli uomini, fino allora sì saldi; tosto si buttano ginocchioni; piangenti intuonano litanie ed altre lor note orazioni, a stornare dal loro capo lo sdegno celeste. Le misteriose fiammelle stettero a lungo librate sul calcese dell’albero, indi sparirono e tutto ricadde nell’ombra.

Il giorno appresso l’Oceano parve stanco delle sue collere e volse finalmente alla calma. Il cielo fosco tuttavia; l’orizzonte ristretto; ma il remolino era cessato e un vento scarso spirava da levante, di guisa che i poveri marinai ebbero tempo a respirare. Ma nuovi terrori li assalsero in quel giorno; quella medesima tranquillità seppe loro di sinistro, e, nel languore in cui erano immersi, tutto faceva paura, tutto induceva sospetto. Scorgeansi intorno intorno alla galera torme di cani marini, e ne fu tratto un presagio funesto; imperocchè ella è credenza della gente di mare che quei voracissimi mostri sentano da lungil’odor dei cadaveri ed abbiano del pari un presentimento, che li fa nuotar presso alle navi condannate a sommergersi.

A me ed al mio còmito dava maggior pensiero il non saper dove fossimo. Erano già gli undici dì dopo la nostra partenza da Bristol; ma sulla mia tavoletta del mare io non avevo potuto segnare nè il camino percorso, nè i rombi navigati; gli astri erano ascosi; soltanto la bussola indicava che procedevamo sempre a garbino.

Al cessar della tempesta, avevo fatto issare un trevo di rispetto, ancora non osando spiegare le vele latine, per tema di qualche perfidia del tempo, così mutevole com’era. In tal guisa, serrando il vento più che ci venisse fatto, c’industriavamo di poggiare ad ostro, in cerca della terra; frattanto io tentavo di trarre indizi dal mare. La via tenuta dal turbine mi diceva chiaramente esser noi stati condotti nell’Atlantico; ma fino a qual punto? Eravamo noi nelle acque del capo di Finisterre, o più giù, davanti la costa di Portogallo, o più al largo? L’aspetto delle onde, più lunghe e d’un colore traente al verdastro, rincalzava quest’ultima supposizione. Cionondimeno, volendo scendere ad ostro, continuai a serrare il vento siccome ho già detto.

La mattina seguente il mio dubbio si mutava in certezza. Il mare, fin dove poteva giungere l’occhio, appariva coperto di erbe, dando immagine di un vasto campo inondato. Toccavamo il mar d’aliga, o di sargasso, siccome dicono i marinai forestieri, il quale contermina d’ogni parte il mondo conosciuto. Dondequell’ampio strato di verde? Sono elleno per avventura piante marine, le quali nascono nel fondo e quindi, svelte dal moto delle onde e dalla forza delle correnti, si sollevano a fior d’acqua? O il mare diviene qui meno profondo che altrove, e quei prati sono essi la vestigia della terra inabissata, di cui parlano le antiche memorie? O Dio ha disseminate queste rovine intorno alla terra, perchè nessuno ardisca navigare più oltre a tentare gli arcani del creato? Certo egli è che perfidi paraggi son questi, e i verdi ammassi galleggianti sono in più luoghi così fitti, che i legni vi rimarrebbero a lungo andare impigliati; siccome accade in quell’Oceano di ghiacci, lassù oltre l’Irlanda, che niuno ardì mai perigliarvisi.

Io riconobbi il mar d’aliga, per averlo già alcuna volta costeggiato ne’ miei tragitti dal capo di Gozola alle lontane isole dei Corvi marini. Argomentai allora qual fosse stata la violenza del turbine, che ci aveva in dodici giorni sbalestrati fin là, sui confini del mondo. Oramai bisognava dar volta; e poichè non si sarebbe potuto serrar di vantaggio il vento, come quello che da levante spirava, feci tosto imbrogliare la vela, virar di bordo e andar contro il vento a furia di remi.


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