XII.

XII.

Il sole ci vide in quella postura, l’uno di rincontro all’altro, ispide le chiome, gli sguardi stravolti e non mutati in cuore da quelli di prima. Tratto un lembo del lenzuolo sul viso della morta, quasi temendo non avesse ella a scorgere ciò che stava per accadere, Macham piantò i suoi occhi torvi ne’ miei. Intesi che volesse dir quello sguardo, e mi alzai per uscir dalla camera; egli fu pronto a seguirmi.

Stanchi della notte vegliata, i miei uomini dormivano sui loro giacigli. Uscimmo all’aperto, io innanzi, egli sempre dietro di me, muti ambidue. Non so per qual tacito patto avvenisse; egli fu per avventura un memore istinto che ci guidava alla collina, e poco dopo giungevamo a quel medesimo luogo dove Anna mi aveva narrato de’ suoi voti, ahimè! dispersi dall’implacabile destino, e dove poscia ella era giunta, infelice creatura, a ricevere quell’ultimo colpo, che la sua pietà voleva risparmiato ad uno di noi.

Colà giunto, mi volsi. Macham del pari fe’ sosta.

— Che volete voi dunque? — gli chiesi.

— La vostra vita per quella di lei! — rugghiò egli feroce. — Lo avete confessato stanotte; potevate, senza danno, nè pericolo, rimettere alla vela il giorno dopo l’approdo, e quella donna era salva da morte. Ella vi ha perdonato, Gentile Vivaldi; io no. Voi morrete di mia mano; indi i vostri scherani mi sbranino pure, a me non importa.

— Ah non sarà, messere; aspettate!

Ed affacciatomi al ciglio della rupe, misi un fischio acutissimo. Lanzerotto non istette guari ad uscire dalla capanna, che si scorgeva nel prato sottostante. Ad un mio grido si volse, ci vide, e tosto si mosse alla volta del bosco, per inerpicarsi al luogo ove noi eravamo.

— Che fate voi ora? — mi chiese il mio avversario.

— Nulla che guasti il vostro disegno; tra poco il vedrete.

Macham non disse più altro, e per chetare la sua impazienza, come leone cruccioso nella sua gabbia ferrata, si diede a misurare con rapidi passi il breve spazio che correva tra noi, lunghesso il margine dell’onda.

Lanzerotto giunse e indovinò tosto ogni cosa. Un grido disperato gli ruppe dal petto.

— Calmati, Lanzerotto! È guerra leale questa che or ora si combatterà tra di noi. Nè t’ho chiamato a piacere, nè a giudice, sibbene per dirti ciò che io voglio da te. Bada — soggiunsi con accento solenne — chiunquedei due abbia a morire, tu obbedirai al superstite. Giuralo!

— Lo giuro, messere! — rispose egli inchinandosi.

— Per l’anima di tua madre?

— Per l’anima mia e per la mia salvazione!

— E promettimi che tu darai contro a chiunque de’ miei si ribellasse a Roberto Macham, se a lui toccasse in ventura di uccidermi; giura che gli farai scudo del tuo petto, se alcuno, per amore soverchio di me, volesse farmi sleale dopo morto contro il mio ospite.

— Ah, molto mi chiedete, messere; — gridò Lanzerotto, straziato. — Ma lo volete; lo farò. Così il cielo vi assista, come io vi obbedirò in ogni caso peggiore.

— Or bene, ho il tuo giuramento. Qua la mano e vattene! Ma non temere — soggiunsi per confortarlo — ucciderò, non sarò ucciso. Or vanne laggiù, dove una povera morta attende gli ultimi uffizi dalla pietà dei superstiti.

Lanzerotto si allontanò obbediente da noi.

— Siete un leal cavaliere! — esclamò Macham, poichè fummo soli. — Ma tutto ciò era inutile. M’è di peso la vita.

Ciò detto, si piantò al suo posto e tolse dalla cintola il lungo ed affilato coltello, che era parte necessaria de’ suoi arnesi marinareschi. Io trassi del pari il mio e rimanemmo un pezzo, in atto di difesa e di aspettazione, taciturni, immoti, l’uno spiando negli occhi dell’altro i moti, i disegni, il punto propizio all’attacco. Nessuno aveva a giungere questavolta per trattenerci la mano. Ah! la voce di Anna accorrente lassù mi risuonava ancora all’orecchio, e lunge dallo intenerirmi, rinfiammava il mio odio, la mia voluttà di ferire.

Cominciò allora tra noi un combattimento alla guisa dei Catalani. L’ira chiusa, concentrata nel profondo, non turbava, soccorreva gli assalti, confortava la vigilanza, guidava gli infingimenti, assicurava gl’impeti nostri. Volendo ognuno di noi la vita dell’avversario, non uscimmo in colpi frequenti; solo mirammo a recarli mortali. Egli fu primo a muovermi incontro, ma il suo braccio diede nel mio e le coltella s’incrociarono; donde avvenne che egli spiccò un salto indietro per rimettersi in guardia. Assalii a mia volta e, finti due colpi ai fianchi, ne vibrai uno di sopra mano, che avesse a trovargli il sommo del petto; ma il suo braccio fu abbastanza sollecito al riparo, e la mia lama si piantò nel lacerto lussureggiante di muscoli. Io la ritrassi intinta di sangue.

— Non è nulla, non è nulla! — mi disse egli, raccogliendosi. — Or ora avrò il tuo!

E balzò furibondo sopra di me. Io già avevo fatto il mio proposito; ma egli non se ne addiede, acciecato dall’ira. In cambio di parare, cansai l’urto, traendomi rapidamente da banda, e, come mi fu giunto a paro, me gli avvinghiai alla vita, cacciandogli il ferro nel fianco. Egli stramazzò, non so bene se svigorito dal mio colpo, o tratto dall’impeto del suo medesimo assalto; ed io gli fui sopra, puntellandogli nelle reni il ginocchio e correndoglicolla manca alla gola. Bene tentò egli di ferirmi, e sentii la punta del suo coltello sfiorarmi al basso dell’omero; senonchè, così inchiodato a terra, gli venian meno le forze. Egli fu un istante che io avrei voluto risparmiarlo; ma un pensiero orrendo, sacrilego, mi corse allora alla mente, come di farlo morire dannato, e senza più gl’immersi il coltello nel cuore.

— Grazie! — mormorò egli. — Che Iddio mi perdoni!

Ah! lo rammento, lo vedo ancora, lo sento corrermi per tutte le fibre, lo sguardo che egli mi volse in quel punto. Tutto il mio sangue intorpidito, già presso a congelarsi, riarde e si rimescola; sdegno e pietà, rabbia e rimorso, mi combattono insieme. Fu egli perdonato? E lo sarò io? Macham, mio animoso nemico, il tuo fu peccato d’amore. Mi odiavi, come io te; ma se io fossi caduto sotto il tuo ginocchio, se il tuo ferro m’avesse trovate e distrutte le fonti della vita (che certo sarìa stato miglior fine a’ miei mali) avrei io avuto la virtù di ringraziarti e di volger l’anima al cielo? Non so.

Un flotto di sangue uscì gorgogliando dalle sue fauci; gli occhi errarono incerti, smarriti, nuotanti tra vita e morte; indi si arrovesciarono e il lume delle pupille si spense; un rantolo si udì, s’irrigidirono ad un tratto le membra; era morto.

Inorridii a quella vista e forsennato mi diedi a fuggire. Strani terrori mi assalsero; sentii da principio come un vuoto dintorno e dentro di me, un gran vuoto, un terribile vuoto;indi presero a rombarmi le orecchie, ed il suono, fioco da prima, crebbe, incalzò, sorse a fragor di tempesta. Nè manco tormento mi veniva per gli occhi, innanzi a cui si rappicciolivano le cose, si sformavano tutte parvenze, si sprolungava a dismisura la via. Da un albero all’altro correa tale distanza, che il varcarla mi pareva da più di mie forze, e, sebbene io n’andassi a furia giù per la china, sentivo rattrappirsi le ginocchia e i piedi restarsi inchiodati. Orribil visione! Ogni tronco che mi si parasse davanti era un insuperabile ostacolo; ogni ramo che mi sfiorasse era un braccio proteso per arrestarmi. E dietro a me la cascata mettea voci di maledizione; la selva tutta mi si stringeva, mi ruinava sul capo, e fremiti, e sibili, ed ululati senza posa, mi gridavano alle spalle: Caino!

Un’ombra mi venne incontro, misi un grido, tentai di fuggire, ma invano. Era Lanzerotto, e le sue parole amorevoli mi ricondussero in me. Egli aveva tutto indovinato, però non mi fece domanda, e, toltomi il coltello intriso di sangue che ancora stringevo nel pugno, rasciugato il sudor freddo che mi grondava dalla fronte, mi sorresse tra le sue braccia e mi guidò alla capanna. Il luogo era deserto, imperocchè, temendo contraria la sorte del combattimento, egli aveva mandato i miei uomini, non so con quale pretesto, alla spiaggia.

Giunto colà, mi tornò in mente la morta. Svincolatomi dalle braccia del mio còmito, corsi là dentro. La camera era triste, muta, solenne come un santuario. La spera del sole penetrava dubitosa dal secco fogliame dellepareti, dipingendosi in malinconici riflessi su quel letto funereo, dal cui capo pendeva la ghirlanda di fiori immortali che io avevo intessuta pochi giorni innanzi per lei. Ahimè! i fiori erano freschi tuttavia, ed ella era là, morta, sotto quel bianco lenzuolo.

Tremante mi prostrai, stesi la mano e rimossi il lembo geloso che quegli, spento a sua volta, aveva tratto in alto a coprirla. Il viso dell’amata mi riapparve allora bianco, freddo, inanimato, ma bello. Così m’era apparsa leggiadra, due mesi prima, nella sua città natale, sotto l’arco della chiesa, ov’io non avevo veduto che lei. Erano chiusi que’ grandi occhi neri, che guardavano lunge, come anelanti a più lontane regioni, perduti nella contemplazione d’un mondo invisibile. Ah, in quel mondo posavano essi oramai! Su quella fronte ampia, nitida, perlata, non scintillava più lo smeraldo, ma il sole scendeva ancora co’ raggi amorosi a baciarla, scherzava pur sempre nelle brune trecce disciolte. La morte aveva suggellata in quel viso e in tutti i riposati contorni della persona quella forma di bellezza marmorea, che tiene lo sguardo e commuove di arcani desiderii lo spirito. Nè morta pareva, bensì dormente; ond’io stetti a contemplarla immoto, trepidante, frenando il respiro, quasi per tema di turbarle quel suo placido sonno.

Dov’era in quel punto l’anima tua, o Anna, o unica e sola donna che amai, divina immagine che la mia mente ha ritenuta, per inebriarmi le lunghe e dolorose vigilie? Errava essa intorno alla sua spoglia mortale? E mi vide allora, mi lesse qui dentro gli affanni, irimorsi, le angoscie d’un amor disperato? Mi udì essa, quand’io, tratto fuor di me dall’acerbità dello spasimo, presi a favellarle come a persona viva, a chiederle una parola, una sola parola di perdono e d’affetto? A me parve che que’ severi lineamenti acquistassero moto, che quelle sopracciglia si corrugassero, che quelle labbra si atteggiassero a rimprovero. Nè più potendo resistere alla piena del dolore, mi strinsi al capezzale, posi le labbra affannose su quelle mani fredde, su quelle labbra smorte, su quel seno, ahimè, senza battiti. Un brivido mi corse per l’ossa; una voce arcana mi disse sacrilego, e balzai indietro atterrito. Il bel viso era macchiato di sangue; intriso di sangue era il lenzuolo funereo; del sangue di Macham che io le avevo recato, estremo bacio del suo misero amante. Io li avevo divisi in vita; io stesso li ricongiungevo nella morte. M’investì un freddo acuto; vacillai gridando e caddi come corpo morto; stramazzai sul terreno.

Ciò che avvenisse poscia, m’è oscuro. Ben parmi di ricordare alcune cose, ma interrotte e sbiadite, come ombre di sogno. Vedo una fossa scavata ai piedi dell’albero e due corpi sepolti l’uno al fianco dell’altro. Vedo me stesso, ginocchioni, in atto di guardare istupidito i marinai che gettavano terra in quel vano, e di balbettar preci confuse; indi la capanna disfatta, un tumulo eretto a guisa di rustico altare, due tronchi foggiati a croce sovr’esso, ed una pietra che reca scolpiti due nomi, con una breve preghiera ai venturi. Sì, questa iola vedo ancora; ella dice così: «Pregate per essi, e per chi sopravvive.»

Più oltre non so, non ricordo più nulla di quel luogo e di que’ giorni, più nulla! Altro non vidi, o più non conobbi. Una gran notte, siccome nebbia sul mare, era discesa su me.


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