Capitolo I

LE CRONACHE ITALIANE NEL MEDIO EVOCapitolo IL'arte storica decade col decadere di Roma — Si ravviva durante la età gotica — Cassiodoro. Sue dignità e tendenza politica delle opere sue. La perduta storia dei Goti e i «Libri Epistolarum Variarum» — Compendio della storia di Cassiodoro compilato dal goto Giordane — Dissensi tra Romani e Goti fomentati da Bizanzio — Guerra gotica narrata da Procopio di Cesarea. Pregi e importanza di questo scrittore — Scrittori minori.

LE CRONACHE ITALIANE NEL MEDIO EVO

L'arte storica decade col decadere di Roma — Si ravviva durante la età gotica — Cassiodoro. Sue dignità e tendenza politica delle opere sue. La perduta storia dei Goti e i «Libri Epistolarum Variarum» — Compendio della storia di Cassiodoro compilato dal goto Giordane — Dissensi tra Romani e Goti fomentati da Bizanzio — Guerra gotica narrata da Procopio di Cesarea. Pregi e importanza di questo scrittore — Scrittori minori.

Colla decadenza di Roma e lo sfasciarsi lento della unità latina fiaccandosi il nervo della vita all'Italia, s'era dileguata da essa la potenza e l'arte dello scrivere storie. L'antichità moriva in Occidente e con essa veniva meno la vasta luce della civiltà sua. Da secoli eran cessate le magnifiche ispirazioni di Tito Livio e la incisiva parola di Tacito era fatta muta. A poco a poco ogni fonte di ricordi s'era così inaridita, che al quinto secolo la buia e malcerta storia di quella età dolorosa vuolsi cercare a fatica tra i pochi scrittori che si mostravano ancora e i più non erano storici neppur di nome. Ammiano Marcellino, Prudenzio, Claudiano, Rutilio Numaziano, Olimpiodoro e con San Girolamo i principali Padri dellaChiesa, ecco le scarse sorgenti a cui si volge ora lo storico che tenta d'investigar quel passato, ed è naturale che venissero meno le memorie della vita là dove la vita stessa languiva. Nè, mentre si spegneva la storia dei Latini, poteva nascer d'un subito quella dei primi popoli invasori. Mancava l'arte in costoro, e non potevano mutare in istoria le tradizioni vive dei loro canti senza prima imparar quest'arte in Italia o trovare almeno tra i vinti chi prendesse a narrare le loro vicende. Per giungere a questo era necessario che vinti e vincitori mescolati insieme si confondessero in una aspirazione comune, e mentre gli uni infiltravano sangue nuovo nelle stanche vene d'Italia, gli altri lo fecondassero con quel che avanzava dell'antica sapienza. Una siffatta fusione che non potea farsi coi primi invasori parve un momento effettuabile coi Goti, e nel tempo loro risorgendo a un tratto il culto delle memorie può dirsi che abbian principio le narrazioni e i documenti storici del medio evo.

Certo di tutti i popoli germanici il gotico era il meglio temprato a civiltà, il più capace di assimilarsi la cultura latina e d'intrecciarsi alle antiche stirpi tra cui era disceso recando nuovi elementi di vita. Quando la luce del cristianesimo penetrava in Germania, trovò pronto a propagarla il linguaggio dei Goti, ed Ulfila traducendo in gotico la Bibbia gettò le prime fondamenta delle lingue e delle letterature germaniche[3].Popolo forte e originale, da lungo e di frequente in commercio colle nazioni latine e coi Greci di Bizanzio, i Goti non ignoravano le tradizioni intellettuali di Roma, nè potevano accostarsi con tutto rozzo dispregio alle opere dell'arte greco-romana o a quella sapienza legislatrice che stava per sintetizzarsi tutta quanta nella raccolta Giustinianea. E come in questi barbari men rudi era una cotale capacità d'intendere le tradizioni dell'antico, così queste ancor vive nella loro caduta avevano in sé tanto di forza da attirarli e costringerli ad ammirazione e a rispetto. Se il compaginarsi del doppio elemento in una forte nazione fosse stato possibile, solo sarebbe stato possibile coi Goti e solo in quel tempo. La maestà dell'Impero era ancor grande e non pativa ancora l'ingiuria della noncuranza. Più tardi dopo molti contrasti e guerre lunghe e disastri, smunta dissanguata spoglia d'abitatori, cupidamente desiderata e mal difesa dai Greci,l'Italia non avrà più forze in sé d'aiuto, e i nuovi invasori potranno calpestar senza cura le ultime reliquie della scaduta civiltà romana. Ma per allora era altrimenti, e in quel supremo albore di vita il regno di Teodorico sembra mirar del continuo a riunire in un fascio le forze germaniche e le romane affratellando i due popoli in comunione d'affetti e di pensieri. Cassiodoro che tenne le più alte cariche dello Stato da Teodorico a Vitige per un tratto lunghissimo della dominazione gotica, cercando quanto era da lui di dar ferme radici al nuovo regno, volse a questa riunione tutto il potere dell'ingegno suo. «Siam nel proposito, se Iddio ci aiuti, di far che i sudditi nostri si dolgano d'esser troppo tardi venuti al nostro dominio.» Così esclamava Cassiodoro per bocca di Teodorico, e queste parole in cui si ripone il concetto fondamentale della sua mente, come un ago magnetico gli puntano innanzi una via che vuole esser seguìta senza oscillare.

Finché resse la cosa pubblica, Cassiodoro concordò a questa le opere sue letterarie e ne trasse aiuto per tendere alla mèta prefissa, onde bene può dirsi che egli rappresenta l'età sua così nelle lettere come nella politica. La corte di Teodorico, animata da lui, si fe' centro in breve ai più colti ingegni di quel tempo, e in essa furono originate molte opere per le quali calò al medio evo la conoscenza del sapere antico. La scuola dei grammatici Donato, Macrobio, Marciano Capella, scende di questi anni a congiungersi con Prisciano e Cassiodoro dai quali l'età di mezzo imparerà ammirando lo stile intralciato e la latinitàgonfia ed oscura. La filosofia aristotelica prenderà impero sulle menti medioevali per mezzo del maggiore erudito allora vivente, Severino Boezio, nobilissimo uomo fatto immortale dalle sue sventure e dal libro ch'esse gl'ispirarono a conforto. Quello che fra tanto rivolgimento d'uomini e di pensieri non era morto dell'antica sapienza, ripullulava in questi uomini i quali in certa guisa cristallizzandola la rendeano accettevole alle generazioni future. Nè i Goti se ne tennero in tutto lontani. Alcuni tra essi, per quanto pare, s'avvicinarono ai dotti romani e ne seguirono l'esempio e le usanze studiose. Non è ben chiaro se vissero veramente i filosofi goti Atanarido, Ildibaldo e Marcomiro menzionati in alcun luogo, ma senza dubbio Teodato parente di Teodorico e più tardi re egli stesso inclinava agli studî filosofici e seguiva Platone; la vittima di costui Amalasunta regina fu pei suoi tempi donna di rarissima cultura, e al goto Giordane dovrò rivolgermi di corto dopo aver discorso di Cassiodoro del quale per buona fortuna egli compendiò la storia dei Goti ora perduta.

Magno Aurelio Cassiodoro Senatore, nato, secondo ogni probabilità, a Squillace[4]da nobilissima famiglia[5]e fin da giovane entrato nella vita pubblica,teneva con quella parte del patriziato romano che riputò opportuno fondere in una le sorti della patria e quelle dei barbari. Seguiva in questo le tradizioni del padre che ebbe nobili incarichi sotto Odoacre e raggiunse i massimi onori sotto Teodorico. Iniziato dal padre, il giovane Cassiodoro percorse anch'egli il suo cammino con Teodorico, il quale in premio d'un suo panegirico[6]lo nominò Questore e poi di grado in grado sollevatolo a dignità altissime gli diè in mano molte fra le cure maggiori dello Stato. Ciò valse a determinar sempre più l'indole dei lavori suoi letterari e a farla concorde allo scopo politico della sua vita. E prima è da menzionare una breve cronaca, intesa a glorificare i Goti e gonfia d'ampollose lodi per Teodorico, meschina opera e grave di errori indicati e censurati severamente da TeodoroMommsen innanzi al quale Cassiodoro trova di rado favore[7]. D'assai maggior pregio invece e tali da onorarsene la erudizione del tempo suo sembrano essere stati i dodici libri della sua storia gotica sui quali peraltro pesa a ragione il sospetto di soverchia parzialità verso i Goti. Ma questa storia andò presto smarrita e solo ci avanza di giudicarne in modo imperfetto dal compendio che ce ne lasciò Giordane. L'intendimento del libro apparisce dalle parole colle quali il re Atalarico annunzia al Senato Romano l'innalzamento di Cassiodoro a Prefetto del Pretorio. Non solo, egli dice, Cassiodoro ha magnificato i suoi signori presenti, ma rifacendosi indietro, «si distese anche sulla antica nostra prosapia imparando col leggere quello che appena ricordavano in lor tradizioni i nostri canuti. Egli dalle latebre dell'antichità trasse i re de' Goti nascosti per lungo oblìo. Egli restituì l'antica nobiltà di sangue agli Amali, dimostrando aperto la stirpe nostra essere stata regale per diciassette generazioni. Fe' diventare storia romana la origine dei Goti[8]raccogliendo quasi in ghirlanda i germi fioriti che prima si dispergevanqua e là pe' campi dei libri. Considerate quanto in lodarci v'amò colui che dimostrò esser mirabile fin dall'antichità la nazione del vostro principe, affinché come foste sempre ritenuti nobili così imperasse sopra voi una antica progenie di re.»[9]Lo scopo politico del libro si mostra qui chiaro. Ai Romani tanto più alteri di loro storia quanto più era scadente la grandezza reale di Roma, riusciva opportuno il dire che questi barbari calati di Germania a divider con loro la patria, avevano anch'essi nobiltà d'origine e storia gloriosa. A ciò, dice il Wattenbach, intese la erudizione di Cassiodoro. «Che i Goti e i Geti fossero un sol popolo già da lungo tempo era facilmente creduto, ma nessuno aveva ancora cercato di dimostrarne la parentela. Fe' ciò Cassiodoro. Intrecciò le memorie propriamente storiche dei Goti, il contenuto dei loro canti, con quanto intorno ai Geti egli trovò presso i Romani ed i Greci, e poiché così gli uni come gli altri dai Greci erano detti Sciti, risalì la intera storia primitiva degli Sciti e senza esitare chiamò donne gotiche anche le Amazzoni. Così gli Amali di cui lo splendore era narrato dalle saghe gotiche, apparivano ora come i discendenti immediati di Zamolclii e di Sitalchi, e i Romani potevano trovare in ciò un conforto all'amarezza della signoria straniera.»[10]

Le parole indirizzate a Cassiodoro dai re Teodorico e Atalarico che ho citato più sopra, furono scritte da Cassiodoro medesimo e leggonsi tra le lettere che egli per ufficio venne scrivendo in nome dei suoi sovrani e delle quali più tardi compose una raccolta divisa in dodici libri. Queste lettere rivolte per lo più a personaggi importanti o agli istituti maggiori dello Stato, contengono come in una serie i principali atti coi quali i re goti e il loro ministro governarono la cosa pubblica in Italia fino al principio del regno di Vitige. Il valore ch'esse hanno per la storia d'Italia è supremo. La stessa smarrita storia dei Goti non avrebbe potuto indicare con tanta evidenza le condizioni morali e politiche degli Italiani, nè recar tanti ragguagli intorno alla vita d'allora e allo stato degli uomini e delle cose. Documenti di tal sorta parlano ai posteri con una eloquenza che nessuna storia può raggiungere mai, perché inconsciamente toccano di fatti a cui la storia non arriva. Così, per citare un esempio, Teodorico annunziando al Senato d'aver conferita al padre di Cassiodoro la dignità di Patrizio, mentre ci rende una immagine che non potremmo avere altrimenti della reverenza che si spandeva ancora dal nome romano, ci mostra insieme con quale romanità di espressione il re goto rammentasse le invasioni di Attila. «Anzitutto, egli dice, noi bramiam con ardore che il vostro collegio s'adorni nel lume delle dignità quando coloro che crebberonel potere aulico tributano onestamente alla patria la loro grandezza.... Ché il padre di questo candidato per giovare alla repubblica associossi con gran carità ad Ezio patrizio.... Ad Attila fu inviato non vanamente in legazione. Mirò intrepido quell'uomo di cui tutto l'Impero temeva; forte nel vero, non curò que' volti terribili, minacciosi, nè dubitò di contrastare agli alterchi di colui che rapito da non so qual furore parea pretendere al dominio del mondo. Trovò superbo il re ma lo lasciò placato.... La sua costanza rialzava i timorosi, nè furon creduti imbelli coloro che s'armavano di tali ambasciatori. Riportò una pace che parea disperata.»[11]E mentre queste lodi all'avo di Cassiodoro indicano come un timoroso desiderio di veder tenuto alto ancora e riverito il nome della virtù romana, altre ne contiene questa raccolta che giovano mirabilmente a chiarirci intorno a varie questioni storiche di gran momento. Il brano seguente ci serba un insegnamento duplice anch'esso, affermando a un punto le condizioni giuridiche dei due popoli e ritraendoci in vera e trista dipintura gli scaduti costumi del patriziato romano. In uno di quei tumulti che per brutta usanza venuta da Costantinopolinascevano frequenti nelle ire partigiane del Circo, un patrizio di nome Teodorico e il console Importuno avean fatta ingiuria ai popolani della parte avversa alla loro nei giuochi e fatto uccider l'un d'essi. E Cassiodoro parlando nella persona regia così ne scriveva al magistrato con austera fermezza: «Se noi moderiam colla legge le usanze di straniere genti, se chiunque si associa all'Italia obbedisce al diritto romano, quanto più si conviene alla sede stessa della cittadinanza aver maggiore la reverenza delle leggi affinché la grazia delle dignità risplenda in esempio di moderazione? E dove sarà da cercare un animo modesto se i Patrizi si macchiano con atti violenti?.. Ma affinché i magnifici personaggi non sieno offesi dalla loquacità popolare frenisi di questa la presunzione. Si tenga in colpa chiunque sulla via faccia ingiuria ad un reverendissimo Senatore, poiché mal si condusse quando era da parlare onesto. Ma chi può pretendere gravità di costumi agli spettacoli? Al Circo non sanno convenire Catoni. Checché ivi il popolo gaudente si dica, non s'ascriva ad ingiuria ché il luogo protegge gli eccessi. Ché se la costoro garrulità sia portata pazientemente, se ne onoreranno gli stessi principi.»[12]Nobili e temperati sensi a cui fanno bel riscontro questi cenni dati a Sunivado senatore inviato da Teodorico nel Sannio a compor liti tra Romani e Goti: «Entra dunque nella provincia del Sannio. Se un Romano avrà a far co' Gotio un Goto co' Romani, e tu definisci considerando la legge nè si conceda vivere in diversa legge a coloro che vogliam protetti da un giudice solo. Sentenzierai dunque in comune ciò che è secondo giustizia, ché non sa guardare alle persone colui che solo fa stima dell'equo.»[13]

Era dunque diritto che Teodorico lodasse Cassiodoro per avere reso famoso il suo regno recando la integrità della coscienza nelle corti e dando alta quiete ai popoli[14]. Sulla soglia del medio evo si sente ancora per le lettere di quest'ultimo uomo di Stato romano che l'antichità non è tutta spenta, e che alla civiltà romana avanza tuttavia un ultimo alito di vita e di vigore. Nessuno elemento di civiltà è trascurato in esse. Come alla conservazione delle leggi romane, così v'apparisce continua la cura alla conservazione dei monumenti e delle opere d'arte in tutta Italia. Ora son lettere per ricuperare all'ornato pubblico una statua di bronzo rubata a Como, ora per restaurarele terme di Spoleto, ora pel rifacimento di acquedotti che minacciavan, rovina, ora per inviare a Ravenna colonne e marmi giacenti fuor d'opera in Roma e colà ornare nuovi monumenti poiché l'arte scaduta mal si prestava ad ornati nuovi. La musica ha suo tributo d'onore anch'essa in una lettera a Boezio al quale un'altra pure è diretta di cui i brani seguenti ci mostrano in quale stato si conservassero gli studi meccanici. «Il signore dei Borgognoni ci richiede a grande istanza d'inviargli un orologio che si muova pel correr dell'acque sotto la ruota, e segni l'ora comprendendo in sé la luce dell'immenso sole. E chiede maestri dell'arte a collocarlo, talché godendo questo impetrato piacere sembri miracolo a loro quel che è quotidiana cosa per noi.... Il meccanico è a così dire come il socio della natura, svela le occulte cose, le manifeste trasforma, scherza co' miracoli, e così bene dissimula che non si sospetta artificio e l'imitato si ritien vero. Ora poiché ti sappiamo addentro in siffatte cose, studiati di mandarci al più presto i predetti orologi, e ti farai così conosciuto in quella parte del mondo dove non hai potuto penetrare altrimenti. Imparino per te le genti straniere esser tali i nostri nobili quali si leggon gli autori. Quante volte non crederanno agli occhi loro! quante volte stimeranno sogni d'illusi questa realtà! E quando saranno usciti dallo stupore non vorranno chiamarsi uguali a noi presso i quali sanno tali cose essere escogitate dai nostri sapienti.»[15]

Leggendo questa lettera si fa più doloroso il pensare che Teodorico macchiò negli ultimi anni la gloria del suo regno colla crudele uccisione di Boezio che ha qui così largo tributo di lodi. Forse la feroce condanna sua e quella di Simmaco sono indizio che il patriziato romano s'andava staccando dai Goti e l'accordo fra i due popoli appariva arduo più che non s'era creduto in sulle prime. Ma intorno a questo argomento non ci ponno dar luce le lettere ufficiali di Cassiodoro, e, poiché ogni certezza storica ci fa difetto, forza è contentarci d'ipotesi. Ad ogni modo, comunque andassero gli eventi e qual che fosse l'animo dei nobili romani, Cassiodoro rimase fermo nei suoi propositi di conciliazione, e, morto Teodorico, tenne il suo ufficio presso Amalasunta che regnò qualche anno in nome del fanciullo Atalarico e da cui fu innalzato alla suprema dignità di Prefetto del Pretorio. Reggendo ella lo Stato, gli screzî tra Romani e Goti appariscon più aperti. L'educazione del giovinetto re fomentava specialmente ire e sospetti, ché i Romani con Amalasunta tendevano a coltivarne latinamente lo spirito, ma i principali Goti lo volevano Goto e non Latino, alieno da ogni studio e unicamente inteso agli esercizî del corpo e alle arti di guerra. Il governo imperiale frattanto da Costantinopoli soffiava nel fuoco, e raccendendo la vampa di queste discordie nazionali e quella che serpeggiava interna tra gli stessi Goti, si apparecchiava a giovarsene per ricuperare le provincie italiane. Alla morte del giovinetto Atalarico, la madre Amalasunta tenne alcun tempo il regno da sola, ma nè l'intellettosuo vasto nè l'esser figlia di Teodorico valsero a salvarla dalle diffidenze dei Goti, talché per un momento nelle cupe angoscie d'un regnar minacciato, trattò in segreto con Giustiniano imperatore per fuggir d'Italia e avere asilo a Costantinopoli. Poi nella lusinga di potersi reggere ancora sul trono vacillante, tentò di legare a sé Teodato un suo cugino della stirpe degli Amali, già suo nemico. Sperava conciliarselo associandolo al regno, ma l'abbietto uomo salito al trono rilegò Amalasunta in una isoletta del lago di Bolsena dove indi a poco la lasciò trucidare. Rimasto solo regnò breve tempo, ma pericolando anch'egli e desideroso com'era di menar vita pacifica, offrì a Giustiniano di cedergli lo Stato e chiese in ricambio ricchezze e tranquilli onori sul Bosforo. I Goti avvedendosi d'esser traditi da quel codardo, lo deposero, e coltolo fuggente a Ravenna lo sgozzarono. Vitige, un prode guerriero loro, levato sugli scudi fu acclamato re, e Cassiodoro rimasto in carica tutto quel tempo scrisse in nome del nuovo sovrano la lettera seguente che riferisco intera perché mi par che suoni come uno squillo di tromba destinato ad annunziare la fortunosa guerra imminente.

«A tutti i Goti, Vitige re. Se ogni bene vuolsi riferire a dono della divinità nè v'ha nulla di buono se non quanto ella ci concede, tanto più vuolsi attribuire la dignità regale al giudizio divino che ordina coloro a cui vuol soggetti i suoi popoli. Di che a Cristo signor nostro riferendo grazie con umilissima compiacenza, giudichiam che i Goti ci abbiano coll'aiuto di Dio conferita la dignità regialevandoci tra le spade in sugli scudi, secondo l'uso dei maggiori nostri, affinché l'armi dessero l'onore a colui cui le guerre procacciarono stima. Imperocché sappiate ch'io fui eletto non tra l'angustia delle stanze ma nel largo aperto dei campi, nè fui chiamato tra i sussurati colloquî de' blandienti ma tra lo squillar delle trombe, affinché il popol gotico concitato da quel fremere nel desiderio dell'ingenito valore, si trovasse un re guerriero. E quanto mai tempo uomini forti e nutriti nel fervor delle guerre avrebbero potuto tollerare un principe non provato di cui fosse dubbia la fama, anche s'ei presumesse del valor suo? Imperocché, come avrete udito, io chiamato nel pericolo dei parenti Goti ero accorso a portar cogli altri la fortuna comune, ma e' non si contentarono d'avermi a condottiero desiderosi com'erano d'un re sperimentato. Per la qual cosa, prima nella grazia d'Iddio poi compiacetevi nel giudizio dei Goti, perché tutti mi fate re voi che unanimi rivolgete in me i voti. Deponete oramai ogni timore di danni, ogni sospetto di spese; non temete nulla d'aspro sotto di noi. Noi trattando così spesso la guerra imparammo ad amare i forti. S'aggiunga ch'io son testimonio a ciascuna delle prodezze vostre, nè v'occorre che altri mi narri le vostre gesta perch'io le conobbi tutte, socio con voi nelle imprese. L'armi dei Goti mai non si frangeranno pel mutar delle mie promesse. Ad utilità del popolo si rivolgerà ogni atto nostro nè trascureremo i privati. Promettiam di compiere quel che orni il nome di re. Da ultimo promettiamodi far che l'imperio nostro sia tale quale ponno aspettarselo i Goti dopo l'inclito Teodorico, uomo così singolarmente e mirabilmente adatto alle cure del regno, che ben può ogni principe esser tenuto insigne a seconda ch'ei mostra d'amare i precetti di lui. Pertanto dovrà esser creduto parente suo chiunque potrà imitarne le imprese, e perciò siate solleciti per la utilità del regno nostro e sicuri dello stato interno se Iddio ci aiuti.»[16]

Questa ed un'altra inviata da Vitige a Giustiniano per annunziargli la sua elezione ed esortarlo a pace senza mostrar timore di guerra, sono le due ultime lettere importanti che si leggono nella raccolta di Cassiodoro, e parrebbe notevole segno dei tempi il non trovarsene alcuna diretta al Senato Romano. Non è ben noto in quale momento Cassiodoro lasciasse la vita pubblica, ma è opinione comune ch'egli se ne ritraesse alla chiusa del regno di Vitige dopo la prima grande disfatta dei Goti. A me dall'improvviso interrompersi delle sue lettere, dal non trovar menzione di lui nelle storie di Procopio e dalle nuove decise tendenze sorte col cadere degli Amali, pare invece probabile ch'egli cessasse anche prima, stanco alla fine e perduta ogni fede in un accordo tra Romani e Goti più che mai necessario in quell'ora suprema alla salute del regno. Ad ogni modo verso l'anno 540 aveva abbandonato le cure del mondo. Ritiratosi presso Squillace, fondò il Monastero Vivariense e vi condusse la rimanente vita in quieta solitudine tralavori letterarî e pie contemplazioni. Quivi oltre le opere storiche già composte da lui raccolse e fece tradurre una storia della Chiesa[17], e nel novantesimo terzo anno di sua età compose un trattato sull'ortografia per ammaestramento dei suoi monaci ai quali aveva imposto l'obbligo di copiar libri. In quale anno egli morisse è incerto, ma forse la vita sua si prolungò fino alla invasione dei Longobardi e si chiuse tra le calamità di una oppressione ch'egli aveva indarno tentato di stornar dalla patria favorendo la fondazione di un regno goto-romano[18].

Allo scopo di Cassiodoro mirava anche il compendiatore della sua storia Giordane escito da nobilissima famiglia gotica stretta di parentela cogli Amali. L'avo suo Paria era stato notaio in Mesia e cancelliere di Candac re degli Alani, e prima d'abbracciare la vita ecclesiastica fu egli stesso notaio presso ilnipote di Candac, Guntige o Baza. Scrittore spesso ricercato e sentenzioso come Cassiodoro, e come lui smodato lodatore dei Goti, egli è del pari dominato dallo stesso pensiero. Dimostra lo Stahlberg e lo ripete il Wattenbach, com'egli riconoscesse in quel pensiero ogni speranza per l'avvenire di sua nazione. Perciò Giordane non pure s'astenne dal prender parte nella lotta che seguì tra i Goti e l'Impero, ma parve piuttosto propendere verso i Greci che verso i suoi connazionali. La stessa sua parentela cogli Amali e le tradizioni di Teodorico che pure serbandosi indipendente s'era mostrato ossequioso all'Impero ed amico ai Romani, schieravano Giordane in un partito contrario alle idee prevalenti allora tra i Goti e che mal s'acconciava alla caduta degli Amali e al distacco dei Goti dai Romani. Di che si chiarisce come nel suo lavoro egli faccia appena menzione di Totila che doveva parergli quasi un usurpatore. Del resto eglinon scrisse in Italia i libri suoi, ma a Costantinopoli e, come il Mommsen dimostra, intorno all'anno 551. Ciò spiegherebbe per qual ragione egli scrivendo non avesse innanzi a sé l'opera di Cassiodoro, ma la compendiasse di memoria aggiungendovi alquanto di suo circa agli eventi contemporanei[19]. Ma poiché di questi ei tratta assai brevemente e degli anteriori la narrazione sua è confusa molto e disordinata, ne segue che il valor del suo libro come fonte di storia italiana è scarso più della fama sua. Un altro libro di Giordane che vien chiamatoDe summa temporum vel origine actibusque gentis Romanorum, è compilazione anch'essa di poco pregio[20]. Già il Wattenbach hanotato come la caratteristica principale di Giordane stia nel suo concetto storico secondo il quale l'impero romano legato attraverso i secoli alle generazioni del Vecchio Testamento è destinato a perpetuarsi nel tempo fino alla fine del mondo. A me più che per questa romana universalità di vedute, sembra essere particolarmente notevole in quanto egli ci rappresenta tutto un partito gotico che, per convincimento o per interesse, voleva accomunarsi ai Romani e si sforzava di creare una nazionalità mista dei due popoli riuniti[21].

Ma le forze di questo partito erano frante oramai e ogni legame tra Romani e Goti era sciolto. Giustiniano frattanto, uscite vane le pratiche per ricuperare pacificamente l'Italia, s'apprestava a riconquistarla colle armi. Belisario, già famoso per le guerre vinte contro i Vandali in Affrica, era stato spedito in Italia, e, regnando ancora Teodato (A. D. 535-536), erasi impadronito della Sicilia e di Napoli. Vitige fatto re appena, non sentendosi forse in forza da resistere al primo urto di Belisario, indietreggiò fino a Ravenna, e il bizantino mettendo a profitto quella mossa, rapido s'impadronì di Roma. Qui veramente incomincia il periodo eroico di questa guerra, una fra le più memorabili che sieno state mai combattute. Vitige raccolte tutte le forze gotiche, con largo esercito mosse da Ravenna a Roma e vi pose assedio. La costanza e il genio militare di Belisario tennero contro lo sforzo, e dopo accanite lotte e patimenti indicibili di fame e di peste, Roma fu sollevata da quel primo assedio e la forza dell'esercito goto in gran parte esaurita. Ma la guerra continuò in tutta Italia. In ogni luogo combattimenti e assedi di città prese e riprese, da Milano infin presso a Roma le campagne devastate, le messi distrutte, e per una gran parte d'Italia una dolorosa fame che menò strage tra il popolo (A. D. 537-538). Il combattere seguitava e i suoi mali con esso, quando un esercito di Franchi valutato a circa centomila uomini calò dalle Alpi improvviso come un nuvolo di locuste, e spargendo intorno devastazione, incendio e rapina, corse un largo tratto della penisola e se ne tornò indietro per la Liguriacarico di preda. Di lì a poco Ravenna stretta dai Greci arrendevasi, e Belisario con Vitige prigioniero tornava a Costantinopoli rifiutando il regno d'Italia che gli era offerto dai Goti (A. D. 540). Questi allora si scelsero prima Ildibaldo poi Erarico uccisi ambidue entro pochi mesi. A loro succedette un eroe, Totila, il quale radunati quanti rimanevano Goti e riordinatili, mentre i capitani greci discordavan fra loro riuscì in breve a ricuperare quasi tutta Italia tranne Ravenna e Roma (A. D. 542). Belisario mandato di nuovo in Italia non poté come avrebbe voluto soccorrer subito Roma cinta strettamente dai Goti, e poi più tardi con inauditi sforzi lo tentò invano. Roma resse a lungo in preda alla fame, ad ogni sorta d'angoscia, ma finalmente cadde in mano di Totila. Poiché se ne fu impadronito il re dei Goti, forse perché non avrebbe potuto reggersi dentro la vasta cinta della città, ne smantellò le mura, ne cacciò fuori i cittadini, e abbandonandola la lasciò vuota e deserta; poi mosse verso il mezzogiorno. Belisario la rioccupò subito, e pur così diroccata seppe difenderla da ripetuti assalti intanto che la guerra continuava sparsamente per tutta Italia (A. D. 547). Più tardi per intrighi di palazzo richiamato Belisario a Costantinopoli, le cose d'Italia scesero di nuovo alla peggio pei Greci. Totila poté rifar sua Roma e spingersi fino in Sicilia ad occuparla, mentre i Franchi giovandosi della debolezza dei Greci e dei Goti, calati di nuovo si stendevano devastando nel Veneto e nella Liguria (A. D. 548-552). Narsete eletto capitano alla guerra d'Italia rialzò le sorti dei Greci,i quali vinta prima una battaglia navale nell'Adriatico liberarono Ancona assediata. Poi ricuperata Corsica, Sardegna e Sicilia, seguitarono combattendo e vagando per tutta Italia, finché raccoltisi i due eserciti nemici un contro l'altro presso Tagina nell'Umbria[22], i Goti dopo una ostinata battaglia furono disfatti e Totila ucciso (A. D. 552). All'eroe caduto i Goti sostituirono un altro eroe e s'elessero in re Teia a Pavia, mentre i Greci compievano nel mezzogiorno altre imprese, ricuperavano Roma e assediavano Cuma dove Aligerno fratello di Totila difendeva il riposto tesoro dei Goti. Il nuovo re Teia con le ultime reliquie dell'esercito percorrendo quasi tutta l'Italia arrivò fino a Nocera alle falde del Vesuvio. Quivi ebbe luogo l'ultima decisiva battaglia nella quale i Goti soggiacquero per sempre, e Teia trovò una morte degna di rinomanza imperitura.

Di questa maravigliosa epopea non ci sarebbe rimasto quasi nessun ricordo contemporaneo se per buona sorte non ce l'avesse narrata Procopio lo storico il quale seguì Belisario e gli fu compagno nelle sue guerre. Perciò ho voluto richiamarla alla memoria dei miei lettori prima di farmi a parlar di lui e dei particolari del suo lavoro.

Da Cesarea in Palestina dov'egli sortì i natali, Procopio ai tempi dell'imperatore Anastasio venne a Bizanzio e per le molte doti dell'ingegno e della dottrina presto seppe aprirsi innanzi una via. Giustino I seniore, in un momento arduo per l'Impero, mentre i Persiani prevalevano in guerra, pose Procopio come consigliere presso Belisario. Con lui rimase anche più tardi ai tempi di Giustiniano, e nelle guerre d'Affrica e d'Italia meritò bene dello Stato in vari uffici e fu di molto aiuto al grande capitano imperiale. Richiamato Belisario dall'Affrica soggiogata, Procopio si trattenne qualche tempo col successore di lui Solomone, e si die' con prudente energia a rassodare l'autorità dell'Impero mal ferma ancora in quelle regioni così rapidamente piegate. Egli stesso ci ha lasciato memoria di ciò che compì in Persia, e più tardi a Roma, a Napoli, a Siracusa, nè veramente gli si può far mai rimprovero di soverchia baldanza in parlar di sé stesso. L'operosità sua non restò senza premio, e prima ascritto al Senato, salì alla Prefettura Urbana nel trentacinquesimo anno dell'Impero di Giustiniano. Intorno a quel tempo avea già composte le sue storie e divulgatele tutte tranne un ultimo libro che fu chiamataAnecdotaed è noto universalmente col titolo diHistoria Arcana[23].In quest'ultimo libro scritto ma non pubblicato innanzi alla morte di Giustiniano, ei rivelò molti intrighi di palazzo che mettono in mala luce la corte imperiale. Contro Giustiniano e sua moglie Teodora salita dai giuochi del Circo alla maestà dell'impero, si volge specialmente velenosa laHistoria Arcana, la quale per essere tortuosa rivelatrice di vizî taciuti nei libri anteriori, ha messo in qualche sospetto la veracità di Procopio. Ma oltreché l'impero di Giustiniano ebbe varia luce di virtù e di colpe tanto da potersene fare descrizioni diverse insieme e veraci, non è di questo luogo esaminar la giustezza delle accuse che la critica ha mosse a Procopio, nè la bontà delle difese. Io qui, tralasciando la Historia Arcana che non riguarda molto direttamente l'Italia, e la narrazione delle guerre condotte da Belisario in Affrica e in Persia, debbo trattar solo di quella parte delle sue storie che propriamente si riferisce alla guerra gotica. Il valore della testimonianza sua intorno a questa guerra è doppio, e per la parte ch'ei v'ebbe a fianco del condottiero supremo, e per la grande imparzialità che dimostra inverso i Goti ai quali non nega una ammirazione sincera e onorevole[24]. Testimonio di vista, egli non pure descrive vivido le imprese di quei diciotto anni di guerra,ma anche raffigura i mali lunghi che ne derivarono, onde è agevole immaginar dal suo libro lo stato d'Italia alla fine di quel contrasto, e come rimanesse smunta di forze e prostrata in un letargo mortale. Scrittor greco d'una età di decadenza, apparisce chiaro ch'egli ha scritto il suo libro a Bizanzio e non in Atene, e così il suo stile come la sua lingua cedendo alla povertà dei tempi, rimangono assai lontani dalla severa purità degli antichi. Tuttavia non gli manca vigore nè colorito, si sente in lui lo studio dei maestri antichi[25], e il suo libro superiore di molto all'arte latina contemporanea, in paragone cogli scritti di Cassiodoro è un modello. Quando egli narra la fame che desolò tutta Italia e le malattie che ne seguirono e falciaron via un infinito numero di vite, trova a dipingerla una evidenza di colori fosca terribile paurosa, quale occorreva a ritrar que' famelici vaganti per cibo in cerca di cadaveri. La brevità stessa colla quale racconta di cinquantamila agricoltori morti nel solo Piceno e dei molti più morti oltre il seno Jonico, rende più efficaci i suoi detti e ne cresce la pietà e lo sgomento. Basterebbe quel cenno a farci intravvederequanto per quella guerra restasse disertata l'Italia, ma non è il solo purtroppo. Quasi ogni pagina narra nuove miserie, descrive nuovi dolori, e ne sia esempio la descrizione seguente di un'altra fame che cruciò Roma in uno dei frequenti assedî sostenuti in quegli anni:

«Frattanto continuando e aumentandosi, la fame si mutò in grande miseria e suggerì strane maniere di cibi ripugnanti a natura. E anzitutto Bessa e Conone, i quali eran capi del presidio di Roma e avevano abbondanza di frumento raccolta ne' granai entro le mura della città, e i soldati risparmiandone dal vitto loro, ne vendevano per molto danaro ai ricchi romani, ché sette monete d'oro erano il prezzo d'un moggio. Ma coloro che non avevan modo di spender tanto pel cibo, pagavano il quarto di tal prezzo per un moggio di crusca, e necessità la faceva parer loro dolcissima e squisita. E un bove che gli scudieri di Bessa prendessero in una sortita, era venduto ai Romani per cinquanta monete d'oro. E ogni Romano che avesse un cavallo morto o qualcosa di simile, bene era stimato felice ch'ei poteva sfamarsi nella carne della morta bestia. Ma tutto il rimanente popolo si pasceva solo d'ortiche le quali crescono abbondanti d'ogni intorno tra le mura e le ruine della città. E affinchè la ruvidezza della pianta non pungesse loro le labbra e la gola, ei le bollivano bene prima di mangiarle. Pertanto finché i Romani ebbero oro e' lo barattarono come s'è detto in grano e in crusca, ma finito l'oro traevano al mercato le lor masserizie e le barattavanonel cibo d'ogni giorno. E finalmente, quando nè i soldati dell'Imperatore avean più grano da vendere, appena rimanendone alquanto per Bessa, nè ai Romani era più nulla lasciato da offrire in cambio, tutti ebbero ricorso alle ortiche. Ma poiché questo cibo non era sufficiente e neppure ne avevano tanto quanto avrebber potuto mangiarne, i corpi loro man mano s'estenuavano, e il colorito loro presto divenendo livido li faceva in tutto parer simili a spettri. E molti mentre camminavano e ancor masticavano fra i denti le ortiche, cadean di botto morti in terra. E molti altri spinti dalla fame, uccidevansi quando non potevano più trovar cani o sorci nè cadaveri d'animali onde cibarsi. E fuvvi un Romano, padre a cinque figliuoli i quali lo circondavano e gli s'attaccavano alle vesti implorando cibo. Ma egli senza piangere e senza mostrare la sua confusione, con gran forza d'animo celando la sua miseria comandò ai figli che lo seguissero come s'ei volesse procurar loro il cibo. E quando fu al ponte sul Tevere, avvoltasi nel manto la faccia e copertisi gli occhi con esso, lanciossi nel Tevere in vista dei figliuoli e di tutti i Romani ch'eran presenti. Dopo ciò i governatori imperiali, estorta maggior moneta, diedero a quanti Romani piaceva, licenza di fuggirsene dove volevano. Così, pochi soltanto rimanendo indietro, tutti gli altri usciron fuori a gran fretta per dove potevano. E molti di loro morirono in lor via per mare e per terra essendo ogni loro forza esaurita dalla fame. E molti furono presi dal nemico e uccisi.A tale fortuna s'erano ridotti il Senato e il popolo di Roma!»[26]

La cupidigia sordida atroce di Bessa e Conone, rivelata qui dallo scrittor greco è altrove rimproverata con fierezza acerba. Per contrario di fronte a questa viltà dei Greci si trova contrapposta la condotta del diacono Pelagio che poi fu papa, il quale si volse con dignitose preghiere al vincitore Totila chiedendo che i Goti risparmiassero le vite dei Romani contro i quali essi entrati appena nella città incominciavano ad incrudelire. Totila si mostrò benigno alla domanda ma s'impadronì egli stesso e i suoi Goti delle ricchezze rimaste. Per tal modo i male accumulati tesori di Bessa caddero in mano del goto principe e tutte le case patrizie furono spogliate. «E così,» continua Procopio, «accadde agli altri Romani e senatori, e più specialmente a Rusticiana moglie di Boezio e figliuola di Simmaco la quale avea sempre dato tutto il suo ai poveri, tanto ch'essi dovevano andare accattando dai lor nemici il pane e ogni cosa necessaria al vivere, in veste di schiavi o di contadini. Imperocché essi andavano picchiando di porta in porta mendicando il cibo nè ciò teneano a vergogna. E i Goti instavano che Rusticiana fosse messa a morte accusandola d'aver pagato romani ufficiali affinché distruggessero le statue di Teodorico per vendicar l'uccisione del padre Simmaco e del marito Boezio. Ma Totila non concesse che le si facesse ingiuria e salvò da oltraggio lei e tutte l'altredonne, della qual temperanza ei ricevette gran lode.»

Mentre Procopio in questo episodio commovente tributa onore a Totila e alle ultime reliquie del patriziato romano, ci dà prova insieme di possedere una grande serenità di giudizio e quella qualità eccellente in uno storico del saper cogliere la vera luce dei fatti ed esporli in guisa che dal complesso loro appariscano le condizioni generali dei tempi descritti. Del resto le migliori qualità sue di scrittore mi par che si mostrino tutte in questa descrizione dell'estrema battaglia combattuta tra Bizantini e Goti, colla quale Procopio conclude la sua narrazione:

«A pie' del monte Vesuvio sono sorgenti di pura acqua e ne deriva un fiume chiamato Draco (Sarno) che passa assai prossimo alla città di Nocera, e i due eserciti s'erano accampati a' due lati del fiume. Ma il Draco ancorché contenga poca acqua, non può guadarsi da cavalieri nè da fanti perché stringe il suo letto in breve spazio e solca d'ambo i lati la terra a molta profondità talché le sponde divengono ripide molto. Se ciò avvenga per la qualità del suolo o dell'acqua io non so. E i Goti occupato il ponte e accampativisi presso, posero in quello torri di legno e macchine diverse, e tra esse quella che chiamanobalista, per modo ch'essi potevano dall'alto ferire e tormentar l'inimico. Imperocché, come ho detto, per cagion del fiume che si frapponeva, era impossibile combatter petto a petto e per lo più ciascuna parte attaccava l'altra con missili avvicinandosi per quanto poteva sullasua sponda. Pochi certami singolari avean luogo quando qualche Goto varcava il ponte recando una sfida. E così i due eserciti passarono lo spazio di due mesi. Ma quinci i Goti eran padroni del mare presso a cui s'accampavano, e potevan reggere finché le lor navi recavan per essi le provviste occorrenti. Poi i Romani[27]preser le navi nemiche per tradimento del Goto che comandava l'armata, ed anche navi innumerevoli da Sicilia e dal rimanente Impero vennero a loro soccorso. Nel tempo stesso Narsete ponendo torri di legno sulla sponda del fiume riuscì interamente ad abbatter l'animo dei suoi avversari. I Goti scorati e stretti dal difetto di cibo si rifugiarono ad una montagna vicina chiamata dai Romani in latino Mons Lactarius. Quivi non potevano inseguirli i Romani per cagione del cattivo terreno. Ma presto i barbari incominciarono a pentirsi d'esserci andati ché le provviste si fecero anche più scarse tanto che in nessun modo potevano più mantener sé stessi e i cavalli loro. Di che, stimando meglio accettevole morire in ordine di battaglia che per lenta fame, calaron giù quando il nemico men li aspettava facendo contro esso impeto improvviso. I Romani li fronteggiarono così com'erano senza ordinarsi secondo lor capitani, o compagnie, o posizioni, nè collocarsi in alcuna maniera d'ordine tra loro, ma difendendosi contro il nemico ciascuno come gliaccadde trovarsi. Allora i Goti lasciati i cavalli composero una profonda falange tutti colla faccia rivolta al nemico e anch'essi i Romani vedendo questo lasciarono i cavalli e tutti si strinsero insieme nello stesso ordine.

«E qui io narrerò una battaglia assai memorabile per sé stessa e per la chiara virtù spiegata da Teia che non si mostrò minore ad alcuno di quelli a cui diamo nome d'eroi. E il disperato partito a cui erano ridotti i Goti accresceva in essi prodezza, mentre i Romani li confrontavano con ogni possa vergognosi di cedere a coloro che già eran vinti, sicché d'ambe parti s'attaccavano i più vicini nemici, gli uni cercando la morte gli altri la gloria. E cominciando la battaglia per tempo al mattino, Teia riparato dallo scudo e imbrandita la lancia stava in luogo cospicuo innanzi alla falange. Quando i Romani lo videro, pensarono che s'egli cedesse sarebbe più facile romper tutta la linea di battaglia, onde quanti pretendevano d'aver coraggio, ed eran molti, s'adunarono insieme contro di lui, alquanti appuntando in lui le lancie altri scagliandogliele addosso. Ma egli celato dallo scudo, in questo riceveva i dardi e poi a un tratto gettandosi sui nemici, molti ne uccideva. E quando vedeva che lo scudo era carico di dardi, ei lo dava ad uno de' suoi scudieri e prendevane un altro. Così continuò a combattere per una terza parte del giorno, quando essendo il suo scudo trapassato da dodici dardi ei non poteva più muoverlo a posta sua nè respingere i suoi assalitori. Ma egli soltanto chiamòin fretta uno dei suoi scudieri, senza lasciar suo posto o dare indietro un pollice o lasciare il nemico avanzarsi, e senza rivolgersi o coprirsi le spalle con lo scudo o mettersi da lato; ma egli stava con lo scudo come piantato in terra, menando colpi mortali colla destra, tenendo tutti a distanza colla manca, e chiamando per nome il suo scudiero. E allorché questi gli portò lo scudo, ei subito lo cambiò con quel che aveva greve per gl'infissi dardi. In quella avvenne che gli rimase il petto scoperto un momento e un giavellotto colselo e l'uccise di colpo. E alcuni Romani infissero una picca al capo suo e questo portarono attorno mostrandolo ai due eserciti; ai Romani per incorarli, ai Goti affinché, sparita ogni speranza, cessassero la guerra. Pure nemmen per questo i Goti lasciarono il combattere, ancora che per certo sapessero ch'era morto il re loro. Ma quando fu scuro, gli uni e gli altri separandosi passaron la notte entro l'arme, e sorgendo presto il mattino appresso venner fuori di nuovo nell'ordine medesimo e combatterono fino a notte, gli uni non cedendo agli altri nè rivolgendosi o lasciando presa un momento, avvegnaché molti restassero morti d'ambo i lati, ma ostinandosi nel contrasto e infuriati a vicenda. Imperocché i Goti bene sapevano di combattere la battaglia suprema e i Romani stimavano troppo da meno di loro l'essere vinti. Da ultimo i barbari spedirono alcuni di lor capi a Narsete dicendo d'essere omai persuasi ch'eglino contendevano con Dio perché sentivano che il poter suo stava contr'essi. Perciòconsiderando questa verità al paragone di quanto era accaduto, desideravano mutar d'avviso e cessare la lotta non già per obbedire all'imperatore ma per vivere liberamente con altri barbari. E chiesero che i Romani li lasciassero ritirarsi in pace e non contrastassero a loro un trattamento ragionevole, ma concedessero loro come mantenimento pel viaggio tutta la moneta ch'essi tenevan raccolta in lor castella in Italia. E mentre Narsete stava deliberando, Giovanni figlio di Vitaliano lo consigliò di acconsentire alla domanda, e che non era da seguitare a combatter con uomini disposti a morire, nè porre più oltre a prova una virtù che veniva da disperazione e del pari era funesta a chi la mostrava e a chi l'opponeva. ‘Imperocché, egli disse, all'uom saggio dovrebbe bastare il vincere, e il voler troppo rischia d'essere in pregiudizio d'ambe le parti’. Questo consiglio piacque a Narsete, e combinarono che quanti rimanevano dei barbari, raccolti i lor beni tosto se n'andassero fuori d'Italia, e per nessuna ragione combattessero più contro i Romani. Frattanto circa mille dei Goti, lasciato il campo s'erano recati alla città di Pavia e alle contrade di là dal Po; e quell'Indulfo che abbiam già menzionato era tra coloro che li conducevano. Ma tutti gli altri confermarono per giuramento quanto s'era combinato. Così i Romani presero Cuma e tutti gli altri luoghi, e questo fu il termine del decimottavo anno della guerra coi Goti che fu scritta da Procopio.»

In Cassiodoro e Procopio si riassume tutta la storiadi questa età, ma v'hanno insieme alcuni scrittori minori degni di menzione. Agatia continuò, anch'egli in greco, la storia di Procopio narrando le imprese di Narsete, e può essere consultato con frutto circa le ultime vicende della guerra gotica dopo la morte di Teia[28]. Un'arida cronaca latina è quella di Marcellino Conte, la quale dai tempi di Teodosio va fino a quelli di Giustiniano (A. D. 379-558), ma pur malgrado l'aridità sua ha valore specialmente per la cronologia di alcuni fatti. Lo stesso può dirsi per la cronaca di Mario Aventicense[29]. Assai superiore a costoro per interesse e per pregio è Magno Felice Ennodio vescovo di Pavia. Di stirpe indubbiamente gallo-romana e nobile, nacque per quanto pare a Pavia e certo v'ebbe dimora fanciullo. Fu legato di parentela e d'amicizia coi primi uomini del suo tempo e più segnalati per sapere e per nascita. Ebbe moglie ed un figlio, ma più tardi egli e la sposa lasciato il secolo si consacrarono alla Chiesa. Nominato diacono, Ennodio rimase lungamente in tal grado finché fu chiamato alla dignità di vescovo di Pavia dove morì verso il 521. Godè riputazione grande come retore a' suoi tempi, e scrisse in nome suo e d'altrui moltissime orazioni, lettere ed epitaffi per cui fu celebrato largamente. Ma la fama maggiore gli venne da un panegirico di Teodorico e da un libro apologeticoin favore di papa Simmaco. Il panegirico fu scritto nei primi anni del sesto secolo. Non è ben certo in quale città fosse recitato a Teodorico, e taluno reca valide ragioni per credere che esso non sia stato recitato mai[30]. È scrittura di pessimo gusto, abbondante in tutti i difetti dello stile di Cassiodoro, scarsa nei pregi. La povertà di migliori documenti le dà qualche importanza storica ma non certo paragonabile alla importanza delle sue lettere e della vita di Santo Epifanio vescovo di Pavia. Le lettere dirette quasi sempre a personaggi cospicui, contengono molte notizie preziose per gli studiosi del secolo quinto e del sesto. La vita di Santo Epifanio poi non pure dipinge l'accesa carità d'un santo tutto rivolto a riscattar coloro che i barbari nelle loro incursioni trascinavano schiavi fuor della patria, ma è una pittura viva della torbida età che precedette immediatamente i tempi gotici, torbidi anch'essi e sovra i quali purtroppo incombono oramai tempi di maggior dolore[31].


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